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Riassunti di Intermediari Finanziari, professor Scannella, integrati con gli appunti presi a lezione e suddivisi per moduli secondo il programma fornito dal professore nell'anno accademico 2016/2017
Tipologia: Appunti
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1. I rischi nell'attività di intermediazione finanziaria. Una delle principali funzioni della banca è l'attività di intermediazione creditizia e finanziaria che permette il trasferimento di fondi dalle unità in surplus a quelle in deficit; tali unità hanno profili differenti, così che la banca nell'esercizio della sua funzione differente si espone a molteplici rischi: rischio di credito, rischio operativo, rischio di reputazione, rischio reddituale, rischio legale, rischio di tasso, rischio di liquidità, rischio di cambio e altri ancora. Come già visto, il rischio di credito è dovuto alla possibilità che la parte debitrice del rapporto creditizio si renda insolvente. Le banche, sono in grado di stimare la qualità dei crediti e conseguentemente anche la cosidetta perdita attesa su una posizione stess. Il rischio operativo è il rischio di subire perdite dall'inadeguatezza o dalla disfunzione di procedure, risorse umane e sistemi interni, oppure da eventi esogeni (frodi, errori umani, catastrofi, inadepienze contrattuali, errori di sistema ecc...). Il rischio di reputazione è riconducibile all'insoddisfazione dei clienti, dovuta soprattutto a servizi i cui risultati sono inferiori alle aspettative. Il rischio reddituale scaturisce qualora siano erogati servizi a prezzi non remunerativi per la banca. Il rischio legale trae origine dall'inosservanza di norme nell'erogazione di servizi e prestazioni e delle conseguenti azioni legali nei confronti della banca. Il rischio di insolvenza definisce l'eventualità che il prenditore di fondi non sia in gado di mntenere i propri impegni nei confronti dell'investitore. L'investitore è cioè soggetto al rischio rischio che la situazione economico finanziaria della controparte si deteriori. Il rischio di prezzo è tipico dei titoli mobiliari negoziati in un mercato: il prezzo quotato subisce variazioni che si riflettono sul rendimento atteso dall'investitore, sia per ragioni che riguardano direttamente l'emittente sia per fattori di carattere più generale (rischio sistemico). Il rischio di perdita di potere d'acquisto colpisce un'attività finanziaria in funzione dell'inflazione che riduce il valore della moneta. I rischi di tasso, di cambio e di liquidità invece, traggono origine da fattori comuni e si differenziano per i fattori specifici da cui scaturiscono. La formula di calcolo degli interessi semplici aiuta ad esprimere la relazione presente: capitale x tasso x tempo il fattore tempo può essere inteso in una duplice accezione: sia come durata temporale, ovvero come intervallo tra due date; sia come scadenza e dunque come tempo puntuale. La combinazione del tempo in questa doppia accezione va ad incidere sul calcolo degli interessi e del rischio di tasso che ne consegue. Il rischio di tasso infatti soffre dell'incertezza dovuta alla rideterminazione del tasso a scadenza ma, allo stesso tempo, è funzione della durata del tempo di esposizione. Per il rischio di cambio valgono le stesse considerazioni, in quanto si concretizza e ha effetti al momento della conversione tra monete ma anche la durata del periodo di esposizione in valuta è rilevante in quanto, tanto più ampio è il periodo tranto più può aumentare la volatilità del cambio. Inoltre il rischio di cambio incide sui conti aziendali anche in assenza di conversione sul mercato dei cambi: questo perchè qualora si possiedano delle attività o passività in valuta, a fine esercizio sarà necessario andare ad esprimere tutti i valori nella "moneta di conto"; anche in questi casi scaturiscono differenze positive o negative di cambio sottoforma di rettifiche di valore. I rapporti tra rischio di tasso, rischio di cambio e rischio di liquidità sono evidenti, ogni qual volta i differenziali di tasso e di cambio danno luogo alla maturazione di interessi o di flussi di liquidità (dovuti alle rettifiche), in misura maggiore o minore rispetto a quanto registrato in passato; dunque tali differenziali non solo vengono trasformati in impatti economici effettivi ma danno luogo anche a variazioni di flussi finanziari. Tali interralazione si possono osservare anche sul fattore capitale: le attività e passività in valuta, fruttifere o onerose, danno origine sia a rischi di cambio che a rischi di tasso; ogni qualvolta poi si procede alla capitalizzazione degli interessi poi si registrano rischi finanziari aggiuntivi dovuti al fattore capitale: un rischio di cambio sugli interessi capitalizzati che hanno aumentato la somma esposta, un rischio di tasso differenziale a causa della modificata base di capitale; ne scaturisce anche un rischio di liquidità differenziale.
Il rischio di tasso dunque è il rischio finanziario per antonomasia ed è definibile come l'esposizione economico finanziaria di una banca a variazioni sfavorevoli del tasso di interesse. Ciò che determina l'effettiva esposizione al rischio è il mismatching tra la struttura delle attività e quella delle passività. Esso è una condizione fisiologica che deriva dalla normale operatività bancaria. Esso può essere stimato sulla basa di due diverse metodologie:
per ciascuna unità operativa. Le informazioni ottenute devono essere tradotte in valori monetari per poter infine fissare degli obiettivi strategici coerenti.
Elementi positivi Elementi negativi Riserve da valutazione Strumenti ibridi di patrimonializzazione e passività subordinate Minusvalenze nette su partecipazioni Altri elementi negativi Gli strumenti ibridi di patrimonializzazione possono essere emessi dagli intermediari anche sottoforma di obbligazioni; sono passività con caratteristiche diverse, di cui le subordinate sono passività il cui rimborso viene postergato rispetto al rimborso degli altri creditori. Ai due aggregati vengono applicate alcune deduzioni per giungere ad una configurazione di patrimonio di vigilanza effettivamente disponibile per il fronteggiamento dei rischi aziendali. È previsto poi un terzo livello, il Tier 3, ammesso a copertura dei soli requisiti da rispettare a fronte dei rischi di mercato. Il primo accordo sul capitale, denominato Basilea 1, risale al 1988, con cui veniva fissato un ammontare del patrimonio di vigilanza pari ad almeno l'8% delle esposizioni, ponderate per il rischio di credito. Nel 1993 viene aggiunto un emendamento a fronte dei rischi di mercato. Nel corso degli anni 2000 viene definito il nuovo trattamento prudenziale dei rischi creditizi (Basilea 2) , recepito in Italia nel 2006, per presidiare la rischiosità bancaria attraverso l'operato congiunto di tre pilastri: