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Job Insecurity - cos'è e come combatterla, Guide, Progetti e Ricerche di Psicologia del Lavoro

Relazione utile per avere un'idea generale sul fenomeno della Job Insecurity e per diversi spunti (scrittura della propria tesi, valutazioni, ricerche e relazioni più dettagliate sul fenomeno della job insecurity).

Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche

2022/2023

In vendita dal 10/08/2015

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JOB INSECURITY COSÈ E COME COMBATTERLA
Introduzione
Negli ultimi decenni il mondo del lavoro ha subìto una serie di mutamenti che hanno portato a una
rivoluzione dei contesti lavorativi e al cambiamento dei lavoratori stessi. La globalizzazione delle
industrie ha offerto delle opportunità uniche e senza precedenti per la creazione di efficienza e di
ricchezza organizzativa (Patterson, 2001), ma ha impattato sulle condizioni di lavoro e di vita
quotidiana, e soprattutto sulla loro percezione (Accornero, 2006, citato da Zuffo e Barattucci, 2008).
L’evoluzione delle tecnologie informatiche ha determinato la creazione di nuovi compiti e ruoli
lavorativi, e ha fomentato l’esigenza di creare sistemi più complessi, che prevedono non solo
competenze tecniche, ma anche cognitive e sociali. La nascita delle macchine di nuova generazione,
che eseguono lavori che prima erano svolti dall’uomo, ha portato le aziende a effettuare downsizing e
ristrutturazioni, che hanno aumentato la probabilità dell’insorgenza di diversi effetti psicosociali sia a
livello organizzativo (outsourcing, organizzazioni piatte ecc.) sia a livello individuale, come la
cosiddetta “sindrome dei sopravvissuti”, i conflitti sociali e atteggiamenti di sfiducia (Sverke et al.,
2002). Altre aziende hanno applicato fusioni e incorporazioni per meglio gestire le esigenze del
mercato, provocando una repentina trasformazione degli stili di gestione e di comportamento dei
lavoratori e delle organizzazioni stesse; in aggiunta, si assiste per gradi a una modifica delle tipologie di
occupazione (il moltiplicarsi dei contratti a tempo determinato, part-time, prestazioni occasionali,
forme di lavoro indipendente ecc.), delle relazioni dipendente/datore di lavoro all’interno dei contesti
lavorativi, e della qualità generale della vita lavorativa (Sarchielli, 2008). Data la radicale
trasformazione del panorama lavorativo appena descritto, sono aumentati i contributi in letteratura che
considerano gli impatti psicologici di questa transizione sul benessere dei lavoratori (Patterson, 2001),
altri studi dimostrano che il lavoro precario, tra l’altro, influenza negativamente la salute dei lavoratori
(Ferrie, 2001, citato da Làszlò et al., 2010). Riguardo al precariato e alla sua influenza sulla salute
fisica e psicologica, sono stati condotti molteplici studi, di cui Làszlò e collaboratori (2010) nella
rassegna comprendente sedici paesi europei, ne citano alcuni, anche riferiti a misure indirette dello
stato di salute (come le assenze per malattia). Appare evidente che il lavoro assume i connotati
dell’incertezza e dell’insicurezza, non più e non solo come assenza o presenza di esso (Zuffo e
Barattucci, 2008). L’obiettivo di questo elaborato consiste innanzitutto nel presentare lo “stato
dell’arte” del fenomeno della job insecurity macrotema emergente negli ultimi anni e di grande
interesse per la psicologia del lavoro e delle organizzazioni , definendo le sue caratteristiche e
analizzandone le cause e le conseguenze attraverso il modello di Greenhalgh e Rosenblatt (1984).
Dopodiché saranno avanzati dei suggerimenti per ovviare al fenomeno in questione.
La job insecurity
Il fenomeno della job insecurity è definito in diversi modi in letteratura. Greenhalgh e Rosenblatt
(1984, p. 438) definiscono l’insicurezza lavorativa come l'impotenza percepita nel mantenere la
continuità desiderata in una situazione di potenziale minaccia. Heaney e collaboratori (1994, citati da
De Witte, 2005) fanno riferimento alla percezione di una potenziale minaccia per la continuità del
lavoro attuale; Sverke, Hellgren e Näswall (2002, p. 243) presentano il fenomeno come l’anticipazione
soggettiva di un’esperienza di un fondamentale e involontario evento legato alla perdita di lavoro.
Sverke e colleghi (2002) hanno condotto un lavoro di classificazione e di meta-analisi di quanto in
letteratura è stato espresso sulla job insecurity, individuando un comun determinatore che lega le
molteplici definizioni del fenomeno: la preoccupazione per la continuità futura del lavoro in corso.
Il modello di Greenhalgh e Rosenblatt
Greenhalgh e Rosenblatt (1984) sono stati i primi a costruire un modello che racchiuda la natura, le
cause e le conseguenze del fenomeno della job insecurity, tenendo anche conto delle differenze
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JOB INSECURITY – COS’È E COME COMBATTERLA

Introduzione

Negli ultimi decenni il mondo del lavoro ha subìto una serie di mutamenti che hanno portato a una rivoluzione dei contesti lavorativi e al cambiamento dei lavoratori stessi. La globalizzazione delle industrie ha offerto delle opportunità uniche e senza precedenti per la creazione di efficienza e di ricchezza organizzativa (Patterson, 2001), ma ha impattato sulle condizioni di lavoro e di vita quotidiana, e soprattutto sulla loro percezione (Accornero, 2006, citato da Zuffo e Barattucci, 2008). L’evoluzione delle tecnologie informatiche ha determinato la creazione di nuovi compiti e ruoli lavorativi, e ha fomentato l’esigenza di creare sistemi più complessi, che prevedono non solo competenze tecniche, ma anche cognitive e sociali. La nascita delle macchine di nuova generazione, che eseguono lavori che prima erano svolti dall’uomo, ha portato le aziende a effettuare downsizing e ristrutturazioni, che hanno aumentato la probabilità dell’insorgenza di diversi effetti psicosociali sia a livello organizzativo ( outsourcing , organizzazioni piatte ecc.) sia a livello individuale, come la cosiddetta “sindrome dei sopravvissuti”, i conflitti sociali e atteggiamenti di sfiducia (Sverke et al., 2002). Altre aziende hanno applicato fusioni e incorporazioni per meglio gestire le esigenze del mercato, provocando una repentina trasformazione degli stili di gestione e di comportamento dei lavoratori e delle organizzazioni stesse; in aggiunta, si assiste per gradi a una modifica delle tipologie di occupazione (il moltiplicarsi dei contratti a tempo determinato, part-time, prestazioni occasionali, forme di lavoro indipendente ecc.), delle relazioni dipendente/datore di lavoro all’interno dei contesti lavorativi, e della qualità generale della vita lavorativa (Sarchielli, 2008). Data la radicale trasformazione del panorama lavorativo appena descritto, sono aumentati i contributi in letteratura che considerano gli impatti psicologici di questa transizione sul benessere dei lavoratori (Patterson, 2001), altri studi dimostrano che il lavoro precario, tra l’altro, influenza negativamente la salute dei lavoratori (Ferrie, 2001, citato da Làszlò et al., 2010). Riguardo al precariato e alla sua influenza sulla salute fisica e psicologica, sono stati condotti molteplici studi, di cui Làszlò e collaboratori (2010) nella rassegna comprendente sedici paesi europei, ne citano alcuni, anche riferiti a misure indirette dello stato di salute (come le assenze per malattia). Appare evidente che il lavoro assume i connotati dell’incertezza e dell’insicurezza, non più e non solo come assenza o presenza di esso (Zuffo e Barattucci, 2008). L’obiettivo di questo elaborato consiste innanzitutto nel presentare lo “stato dell’arte” del fenomeno della job insecurity – macrotema emergente negli ultimi anni e di grande interesse per la psicologia del lavoro e delle organizzazioni – , definendo le sue caratteristiche e analizzandone le cause e le conseguenze attraverso il modello di Greenhalgh e Rosenblatt (1984). Dopodiché saranno avanzati dei suggerimenti per ovviare al fenomeno in questione.

La job insecurity

Il fenomeno della job insecurity è definito in diversi modi in letteratura. Greenhalgh e Rosenblatt (1984, p. 438) definiscono l’insicurezza lavorativa come l'impotenza percepita nel mantenere la continuità desiderata in una situazione di potenziale minaccia. Heaney e collaboratori (1994, citati da De Witte, 2005) fanno riferimento alla percezione di una potenziale minaccia per la continuità del lavoro attuale; Sverke, Hellgren e Näswall (2002, p. 243) presentano il fenomeno come l’anticipazione soggettiva di un’esperienza di un fondamentale e involontario evento legato alla perdita di lavoro. Sverke e colleghi (2002) hanno condotto un lavoro di classificazione e di meta-analisi di quanto in letteratura è stato espresso sulla job insecurity, individuando un comun determinatore che lega le molteplici definizioni del fenomeno: la preoccupazione per la continuità futura del lavoro in corso.

Il modello di Greenhalgh e Rosenblatt

Greenhalgh e Rosenblatt (1984) sono stati i primi a costruire un modello che racchiuda la natura, le cause e le conseguenze del fenomeno della job insecurity, tenendo anche conto delle differenze

individuali che determinano le percezioni soggettive di minaccia e le loro reazioni a essa. Secondo il modello, la minaccia cosiddetta oggettiva deriva dall’ambiente, e le informazioni sono poi interpretate dall’individuo in maniera soggettiva; la percezione soggettiva, inoltre, è influenzata da tre livelli: il primo è quello della comunicazione, per esempio tramite l’organizzazione ufficiale degli annunci; questi ultimi tendono a essere visti dai dipendenti come retorici piuttosto che effettivi, proprio perché sono stati progettati per influenzare le percezioni dei dipendenti a vantaggio dell’organizzazione. Il secondo livello fa riferimento a quegli indizi organizzativi che sono evidenti ai dipendenti ma non voluti esplicitamente dall’organizzazione, che sono riconducibili a implicazioni future. Per esempio, la riduzione del budget di mantenimento di un impianto può essere interpretato come evidenza di un’imminente chiusura dell’impianto. Il terzo livello, invece, è rappresentato dai rumors , che assumono importanza nel momento in cui le comunicazioni ufficiali sono contraddittorie e le informazioni provengono anche dall’esterno, come dai competitor, dai fornitori e dai clienti (Zuffo e Barattucci, 2008). L’insieme dei fattori interni (dell’individuo) ed esterni (dell’organizzazione e dell’ambiente sociale che lo circonda) rendono di natura multifattoriale l’insicurezza lavorativa percepita soggettivamente dai lavoratori; Greenhalgh e Rosenblatt (1984), a tal proposito, raggruppano le varie sfaccettature in due dimensioni di base: la gravità della minaccia verso il lavoro e l’ incapacità di neutralizzare la minaccia. Per quanto riguarda la prima, la rigorosità della minaccia nei confronti della continuità in una situazione lavorativa, dipende dall’importanza della potenziale perdita e dalla soggettiva probabilità che essa si verifichi. È importante considerare se la perdita anticipata sia 1) temporanea o permanente,

  1. se l’azione cha ha causato la perdita è il licenziamento o le dimissioni, e 3) se il cambiamento rappresenta la perdita del lavoro stesso o la perdita delle caratteristiche del lavoro (come per esempio un cambiamento di ruolo). Si potrebbero immaginare, a tal proposito, una serie d’ipotetiche conseguenze che la perdita, in tutte le sue sfaccettature, potrebbe provocare. Innanzitutto si andrebbe a lenire il contratto psicologico fra individuo e organizzazione, inoltre un cambiamento di ruolo potrebbe provocare una diminuzione delle risorse e una privazione dello status per l’individuo all’interno di un gruppo di lavoro o nell’organizzazione stessa; potrebbe essere intaccata anche l’identità che si è formata nel corso del tempo. La probabilità soggettiva che la perdita si verifichi, invece, è strettamente legata alla natura e al numero di fonti che minacciano la continuità. Tra queste ultime, la più importante prevista dal modello è rappresentata dal declino organizzativo (infatti, Zuffo e Barattucci sottolineano che gli autori hanno individuato soprattutto nelle organizzazioni in declino l’applicabilità del loro modello). Il declino di un’organizzazione è facilmente percepito dai lavoratori, e ciò necessariamente suscita in loro una serie di atteggiamenti d’incertezza ed emozioni simili alla paura. Per quanto riguarda l’incapacità di neutralizzare la minaccia, la seconda delle due dimensioni previste dal modello, Greenhalgh e Rosenblatt ne hanno individuato quattro forme: la prima è la mancanza di protezione (i sindacati, i sistemi di anzianità, i contratti di lavoro); la seconda forma è connessa alla scarsa chiarezza sulle aspettative dell’organizzazione. Ad esempio un lavoratore potrebbe percepire una minaccia alla continuità ma potrebbe non sapere quali siano le prestazioni da fornire per soddisfare le esigenze specifiche del lavoro in modo tale da allontanare la minaccia (Zuffo e Barattucci, 2008). La terza forma è inerente alla cultura organizzativa, che può influenzare il senso d’incapacità dei dipendenti per mantenere il desiderio di continuità; in genere, meno importanza è data ai lavoratori (forme di giustizia, partecipazione alle decisioni aziendali ecc.) più grave è l’incapacità di neutralizzare la minaccia. La quarta e ultima forma è legata alle percezioni che il lavoratore ha del funzionamento delle procedure aziendali, soprattutto se queste ultime sono molto ambigue (ad esempio un sistema premiante poco chiaro).

Variabili moderatrici Le variabili moderatrici previste dal modello sono essenzialmente tre: la dipendenza dal lavoro attuale, il supporto sociale e le differenze individuali. La dipendenza dal lavoro attuale da parte dei lavoratori varia in base alla mobilità occupazionale (se un individuo ha un’occupazione che offre mobilità, sarà meno interessato alla stabilità di un lavoro rispetto a chi ha meno alternative) e all’instabilità

(Greenhalgh e Rosenblatt, 1984). Tutto ciò contribuisce a rendere debole l’organizzazione, a diminuire la sua valenza sul mercato; inoltre questi problemi richiedono nuovi investimenti per l’azienda per cercare nuovi lavoratori e per gestire le situazioni di mancata salute organizzativa.

Come ridurre la job insecurity

È compito della psicologia individuare gli interventi atti a contrastare gli effetti negativi del fenomeno in questione. La crisi economica che sta attraversando tutto il mondo dal 2008 è certamente un fattore decisivo dei macro-cambiamenti che stanno avvenendo nel lavoro. Da ciò si evince che i fattori che sottostanno al fenomeno sono abbastanza complessi. Intervenire a livello mondiale sulle società organizzative è una sfida per i vertici internazionali. Gli interventi che saranno proposti in questo elaborato consistono, piuttosto, in pratiche di gestione aziendale che, nella realtà in cui opera, un’azienda potrebbe attuare per migliorare il benessere proprio e dei lavoratori. Per ovviare al fenomeno in questione, un’organizzazione dovrebbe puntare innanzitutto a una comunicazione efficace; quest’ultima rende l’azienda più prevedibile per i dipendenti (questo è un pregio) e permette ai lavoratori di avere un maggiore controllo sul loro lavoro. In aggiunta, la comunicazione deve essere chiara e onesta, in modo tale che un dipendente si senta rispettato e preso in considerazione (De Witte, 2005). La partecipazione dei lavoratori al processo decisionale produce gli stessi effetti; inoltre, si potrebbe far riferimento alla Teoria dell’equità di Adams (1963) e al concetto di giustizia sociale di Greenberg (1990, citato da De Witte, 2005), suggerendo che bisogna fare in modo che ogni individuo percepisca giustizia distributiva (un’equa distribuzione delle risorse economiche e sociali) e giustizia procedurale (imparzialità nei processi aziendali che sottostanno all’allocazione delle risorse). Bisogna tener conto anche del sostegno sociale, la cui importanza è stata rilevata dal modello di Greenhalgh (1984), per moderare l’insicurezza lavorativa. Lim (1996, citato da De Witte, 2005) ha dimostrato che il sostegno della famiglia, dei colleghi e dei sindacati indebolisce l’impatto negativo della job insecurity nei lavoratori. Nel suggerire dei possibili interventi, si deve tener conto anche dell’importanza della formazione dei dipendenti. Rendere i lavoratori più resistenti al cambiamento informandoli e motivandoli, lavorando anche sulle capacità di gestire determinate situazioni, può considerarsi una strategia utile. Infine, si potrebbero studiare dei sistemi che riducano lo squilibrio sforzo-ricompensa di cui parlava Siegrist (1996). La presenza d’insicurezza potrebbe essere compensata creando un sistema premiante o, se è già presente, inserendo altri premi; si potrebbe anche agire sul lato degli sforzi, diminuendo il carico di lavoro compensandolo con nuovi posti di lavoro che saranno ricoperti da nuove assunzioni. Ovviamente, come evidenzia De Witte (2005), degli interventi che richiedono degli investimenti, come gli ultimi descritti, sono quasi inattuabili in situazioni di crisi economica, perciò si potrebbe puntare a quelle strategie di gestione indicate in precedenza, che non richiedono dei costi, ma che possono essere molto efficaci.

Conclusione

Il presente elaborato ha trattato il tema della job insecurity descrivendone le cause e le conseguenze, facendo riferimento al modello più famoso presente in letteratura sull’argomento in questione. Durante la trattazione sono state riportate numerose ricerche che evidenziano l’importanza del fenomeno; nonostante ciò, vi è il bisogno di sviluppare nuovi studi per comprendere meglio la natura e le ripercussioni a livello individuale e organizzativo dell’insicurezza lavorativa. Inoltre, alla luce della crisi economica mondiale, sarebbe opportuno anche un impegno da parte delle istituzioni nel promuovere le ricerche, ma soprattutto nel cercare delle soluzioni, tenendo conto dei preziosi contributi che la psicologia del lavoro e delle organizzazioni è in grado di fornire.

Riferimenti bibliografici

  • De Witte, H. (2005). Job insecurity: review of the international literature on definitions, prevalence, antecedents and consequences. SA Journal of Industrial Psychology , 31 (4), pp. 1-6.
  • Greenhalgh, L., & Rosenblatt, Z. (1984). Job insecurity: Toward conceptual clarity. Academy of

Management review , 9 (3), 438-448.

  • Làszlò, K.D., Pikhart, H., Kopp, M.S., Bobak, M., Pajak, A., Malyutina, S., Salavecz, G., & Marmot M. (2010). Job insecurity and health: A study of 16 European countries. Social Science & Medicine , 70, pp. 867-874.
  • Patterson, F. (2001). Developments in work psychology: Emerging issues and future trends. Journal of Occupational and Organizational Psychology , 74, pp. 381-390.
  • Sarchielli, G. (2008). Psicologia del lavoro. Il Mulino, Bologna.
  • Sverke, M., Hellgren, J., & Näswall, K. (2002). No security: A meta-analysis and review of job insecurity and its consquences. Journal of Occupational Health Psychology , 7 (3), pp. 242-264.
  • Zuffo, R.G., & Barattucci, M. (2008). Job-insecurity e disagio lavorativo. In: M. Fulcheri, A. Lo Iacono & F. Novara (Eds), Benessere psicologico e mondo del lavoro , pp. 27-37. Centro Scientifico Editore.