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riassunto del testo "L'induismo" di Boccali e Pieruccini
Tipologia: Prove d'esame
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L'induismo è la religione della maggioranza della popolazione di India e Nepal. Definire cosa sia l'induismo è un’impresa tutt'altro che semplice, in quanto la storia che lo caratterizza è lunga e complessa, e le differenze all'interno dell'induismo stesso sono tanto profonde quanto quelle tra hindu e cristiani. Il termine “hindu” compare per la prima volta come denominazione geografica: usato dai persiani per indicare ei popoli che vivevano al di la del fiume Indo; Nei testi arabi, il termine “Al-Hind” si riferisce al popolo dell’India; Gli inglesi del XVIII sec., chiamavano “Hindu” la popolazione dell’ Hindustan (India nord occidentale); 1830 da “hindu” derivò “induismo” con cui si faceva riferimento alla cultura e alla religione dei brahmani di alta casta, gli indiani stessi si appropriarono del termine per definire la propria identità nazionale in opposizione a quella coloniale.
1.1 DEFINIRE L’INDUISMO: Per gli hindu l'induismo non è una religione ma un modo di vivere. Il termine “hindu” si riferisce a una tale molteplicità di tradizioni che risulta difficile giungere a una definizione. La maggioranza delle tradizioni hindu considera testi rivelati quelli che appartengono al Veda, un corpus di letteratura sacra, ma parte di esse non lo fa. Il tratto distintivo dell'induismo è spesso individuato nella reincarnazione (samsara) determinata dalla legge secondo cui ogni azione ha un effetto (karman) e la salvezza consiste nella liberazione da questo ciclo; Eppure anche altre religioni/filosofie (buddhismo, jainismo) condividono questa credenza. Il problema della definizione dipende in parte dal fatto che l'induismo, al contrario di molte altre religioni, non ha un singolo fondatore storico, un sistema unitario di credenze codificate in un credo e una struttura burocratica. Tuttavia, nonostante possa rivelarsi impossibile giungere a una definizione inconfutabile dell'induismo, ciò non significa che il termine è vuoto. Esistono senza dubbio alcune pratiche, credenze e testi che risultano centrali per l'identità hindu, mentre altri sono più marginali. L’induismo non è una categoria nel senso classico, cioè definita da determinate proprietà: esistono delle forme prototipiche della pratica e della fede hindu. Secondo la teoria del prototipo non esistono categorie fisse e rigide ma piuttosto gradi di appartenenza ad una categoria: Alcune forme religiose sono centrali nell’induismo, mentre altre, che pur si trovano al suo interno, sono più marginali. Nel mondo contemporaneo, il termine hindu indica la religione dominante nell'Asia meridionale, benché si tratti di una religione, al suo interno, estremamente variegata. La formazione dell'induismo nell'accezione corrente, ha avuto inizio soltanto nel XIX secolo (costruzione degli orientalisti occidentali che hanno tentato di attribuire un significato alla pluralità di fenomeni religiosi preseti in India ), ma le origini e le correnti che lo alimentarono sono molto antiche. Secondo Flood l'induismo è la manifestazione dell'auto-rappresentazione degli hindu e la trasformazione moderna di elementi già presenti in passato.
1.2. LA RELIGIONE E IL SACRO
Abbiamo problemi a definire l'induismo perché la nostra nozione di religione si fonda sul concetto cristiano di fede, che è insufficiente per inquadrare la religione induista. Il concetto di religione non può essere definito solo in termini di fede ma deve includere una varietà di pratiche umane. Alcune definizioni di RELIGIONE:
Il concetto del sacro è distintivo del discorso religioso all’interno della cultura. Il sacro è considerato una potenza, un potere divino che si manifesta in diversi contesti: templi, luoghi, immagini, persone. Nulla nell'induismo è intrinsecamente sacro. La sacertà del tempo, degli oggetti e delle persone dipende dal contesto, e i confini tra sacro e ordinario sono fluidi.
Molti hindu credono in un dio trascendente, che si trova oltre l’universo, ma che pure risiede in tutti gli esseri viventi, e cui ci si può rivolgere in molteplici modi e può essere venerato sotto varie forme. L'induismo è generalmente
considerato come religione politeistica: In realtà per alcuni le differenti divinità non sono altro che differenti manifestazioni di una stessa potenza sacra. La devozione ( bhakti ) per le divinità, mediata attraverso icone e santi viventi, consente di raggiungere la liberazione ( moksa ) dall’azione (karman) e dal ciclo della reincarnazione ( samsara ). Il trascendente si rivela nella letteratura sacra, chiamata Veda , e nel codice di condotta rituale, sociale ed etica, definito dharma , contenuto in essa.
1.4.1 IL VEDA E IL DHARMA: Il VEDA è un vasto corpus scritto in sanscrito, venerato come rivelazione ( shruti ) e fonte del dharma. Il termine Veda significa “conoscenza” che fu originariamente rivelata agli antichi saggi ( rsi ), da essi trasmessi alla comunità e poi tramandati di generazione in generazione, inizialmente sotto forma di tradizione orale. C'è poi un insieme di testi di origine umana e non divina, che comprendono le regole di condotta e testi epici e mitologici (Purāna). Questi testi potrebbero essere considerati una rivelazione secondaria o indiretta (smrti). Il Veda è di vitale importanza per comprendere l’induismo benchè vi siano alcune forme di induismo che lo rifiutano. Sebbene la rivelazione sia importante, l'effettivo contenuto del Veda è spesso posto in secondo piano, fungendo soltanto da punto di riferimento per la costruzione dell'identità e della auto-rappresentazione degli hindu.
Il DHARMA si rivela nel Veda. Si tratta del concetto più vicino a quello di religione, ma esso ha una connotazione più ampia: include i concetti di “verità, dovere, etica, legge e legge naturale”. È la forza che sorregge la società e il cosmo; è ciò che determina i fenomeni e fa delle cose ciò che sono. Più specificamente, dharma si riferisce ai doveri che gli hindu di casta alta devono compiere rispetto alla propria posizione sociale, alla propria casta (varna) e allo stadio della vita (asrama) in cui si trovano. Caratteristica sorprendente dell’induismo è che la pratica/condotta ha più importanza della fede (l’ortoprassi sull’ortodossia). Adesione al dharma non significa accettazione di certe credenze MA adempimento di certi doveri definiti secondo la stratificazione sociale dharmica. L’appartenenza per nascita ad un certo gruppo endogamico, casta, sancisce ciò che un hindu può o non può fare. La gerarchia sociale è determinata dalla maggiore o minore purezza interiore. Come afferma Staal, un hindu può credere in ciò che vuole, ciò che lo rende hindu sono le sue pratiche rituali e le regole a cui aderisce.
1.5. RITO E SALVEZZA:
Il dharma implica una distinzione tra: l’affermazione della vita mondana e dei valori sociali (Religione pubblica che ha a che fare con esigenze pratiche, riguarda infatti i riti natali, matrimoniali e funerari e l’ordinamento della comunità.) e il rifiuto della vita mondana, ossia la rinuncia come strumento di salvezza e liberazione (Religione intesa come Soteriologia, riguarda l’individuo e la sua salvezza). Tale distinzione si riflette in due figure:
Il capofamiglia nasce con tre debiti da pagare: 1. nei confronti dei saggi → lo assolve con lo studio dei Veda nel periodo che trascorre in castità come studente; 2. nei confronti degli dei → lo assolve per mezzo del rituale quando è capofamiglia; 3. nei confronti degli antenati → lo assolve generando un figlio. Assolti tutti questi debiti, il capofamiglia può dedicarsi alla ricerca della liberazione.
1.6. LA MEDIAZIONE E IL SACRO:
Nell'induismo è centrale il tema della mediazione: mediazione significa differenza tra sacro e umano, che si incontrano nelle manifestazioni terrene del sacro, negli idoli e nelle possessioni. Non solo determinate persono ma anche alcuni luoghi mediano tra sacro e umano, come alcuni luoghi di pellegrinaggio o fiumi. Nell'induismo è centrale anche il concetto di identità ovvero l'assenza di distinzione. È diffusa la credenza in un'identità priva di limiti: il Sè (ātman) è l'assoluto (brahman).
Sulla religione e sulla politica di questa civiltà sappiamo ben poco. Su alcuni ritrovamenti archeologici sono stati rinvenuti esempi di un sistema di scrittura, che tuttavia non è ancora stato decifrato. Anche in questo caso sono due le teorie relative alla scrittura della valle dell'Indo: per alcuni sarebbe una lingua dravidica, mentre per altri sarebbe una forma primitiva di indoeuropeo.
Degli aspetti culturali di questa civiltà colpisce soprattutto la rigida uniformità con cui sono sviluppati i complessi urbani, segno di un sofisticato sistema amministrativo e una struttura sociale gerarchica. Tuttavia finchè non sarà decifrata la scrittura tutte le teorie sull’assetto politico restano ipotesi.
La religione può essere in parte ricostruita attraverso i palazzi/templi, le statue, le figurine di terracotta e i sigilli. Sembra che la religione comportasse l’esecuzione di sacrifici animali e l’abluzione rituale nella “grande vasca” (questa ricorda quelle presenti nei templi hindu). Da numerosi ritrovamenti di figure femminili in terracotta, possiamo teorizzare la presenza di un culto di divinità femminili già nella civiltà della valle dell'Indo. Importante, inoltre, la raffigurazione su un sigillo di quello che potrebbe essere Shiva, nella sua veste di Pashupati e signore dello Yoga. Inoltre sono state rinvenute pietre modellate in forma fallica, che potrebbero essere dei primi esempi di rappresentazione del linga.
Sembra che la civiltà della valle dell'Indo sia decaduta improvvisamente tra il 1800e il 1700 a.C., probabilmente a causa di cambiamenti climatici come un'inondazione o una diminuzione delle piogge. A Mohenjo-Daro sono stati ritrovati molti scheletri davanti alle abitazioni e secondo alcuni sono stati gli invasori arii a causare queste morti.
2.2. GLI ARII:
Secondo la teoria più diffusa l'induismo è frutto dell'invasione degli Arii (1500 a.C. circa) nella zona sett. dell'India. Gli Arii farebbero parte di quelle stesse popolazioni che migrarono verso l'Europa, di lingua indoeuropea. Gli Arii parlavano quindi una lingua indoeuropea, che in India si svilupperà nel sanscrito vedico e successivamente in quello classico , e veneravano principalmente tre divinità: Agni (Dio del fuoco ), Soma ( pianta allucinogena) e Indra ( Dio guerriero). I membri di questo popolo si autodefinivano Arya (nobile), con cui facevano riferimento alle 3 classi superiori della loro società, distinte dalle popolazioni incontrate nel loro cammino e sottomesso grazie alla loro supremazia militare. Gli Arya si diffusero nelle pianure settentrionali dopo il 1000 a.c., e giunsero nella regione gangetica, nota come Aryavarta (patria degli Arya). La loro cultura si diffuse anche nel Deccan, consolidandosi nell’ India meridionale intorno al VI d.C. Testo sacro e nostra unica fonte è la Rg-veda Samhitā, il cui contenuto fonda il mito dell'invasione. In questo testo si narra che gli Ārya sottomisero le città dei Dāsa: descritte come città fortificate con muri circolari e concentrici (queste non possono essere quelle delle città vallinde che erano a pianta quadrata).
Parpola, indologo, elabora una seconda ipotesi sulle migrazioni degli Arya: All’inizio del 2 mill. a.C. un primo gruppo di nomadi Arii penetrarono nel subcontinente. Questi gruppi costituivano una minoranza e mentre la civiltà dell’Indo continuava ad evolversi, la civiltà degli Arya si sviluppo accanto a questa, assorbendono diversi elementi. Le due civiltà si sarebbero influenzate a vicenda e si sarebbero unite, mantenendo per un certo periodo un bilinguismo che avrebbe poi lasciato spazio al sanscrito vedico, che mantiene elementi dravidici.
2.3. IL VEDA:
Il Veda fu ricevuto dagli antichi veggenti (rsi) che lo comunicarono agli altri uomini. Secondo una definizione diffusa, “hindu è chi accetta l’autorità del Veda come rivelazione”, definizione problematica ma indicativa dell’importanza del Veda nell’induismo.Secondo il credente il Veda è una rivelazione atemporale, ma dal punto di vista dello studioso esso è stato compsto nel corso di un lungo arco di tempo: esso fu trascritto migliaia di anni dopo la sua composizione.
La funzione primaria del Veda è quella rituale. Il Veda è così suddiviso:
Il termine Veda ha due accezioni: 1. in senso lato, esso è sinonimo di “rivelazione”, la quale è udita dai saggi, e può pertanto indicare l'intero corpus dei testi rivelati; mentre in senso stretto si riferisce alla letteratura vedica.
DATAZIONE DEL VEDA P.47-
2.4. LE SCUOLE VEDICHE: A ciascun Veda può essere associato un certo numero di scuole teologiche. Molto particolare è il fatto che il Veda sia stato tramandato oralmente per tremila anni solo con lievissimi cambiamenti nel contenuto. Il Veda inoltre è stato trasmesso anche attraverso il rituale, essendo il Veda anzitutto un testo liturgico.
2.5. LE UPANISAD: Le Upanishad sono un'evoluzione degli Āranyaka e non c'è una frattura netta tra i due. Le Upanisad più antiche son ocomposte in prosa, quelle più recenti in versi. Le Upanishad non sono un gruppo omogeneo di testi. Sono state composte tra il 600-300 a.C., ma alcuni di questi testi continuano ad essere composti fino in epoca medievale.
2.6. IL RITUALE VEDICO: Il sacrificio era la pratica più importante per gli Arii vedici. Questo prevedeva anche la condivisione del pasto sacrificale tra i partecipanti e le divinità. Finalità Propizioarsi gli dei, Ottenere benefici materiali, rafforzare la posizione sociale, il potere e la purezza del sacrificatore. Il sacrificio della religione vedica non richiedeva un luogo di culto o icone ma solo la presenza di sacerdoti qualificati. Il termine sacrificio non si riferisce solo ai sacrifici di animali ma a qualsiasi offerta fatta al fuoco sacrificale: attraverso il fuoco tali sostanze sarebbero state trasportate alle divinità invocate. Esistono 2 tipologie di rito:
2.7. IL SOMA: La bevanda denominata soma richiedeva una preparazione elaborata nel corso dello stesso sacrificio del soma. Non sappiamo di che sostanza si trattasse ma è certo che induceva stato di esaltazione (e probabilmente visioni). Molto importante, oltre al rituale, è quindi anche l'esperienza mistica. Il rito non può essere interpretato solamente come atto propiziatorio. Come sostiene Girard è probabile che il rito avesse anche una funzione purificatoria, producendo una condizione in cui sfogare istinti anche violenti, o l'aggressività sociale, ma sotto un rigido controllo. Inoltre il rito legittima i rapporti di potere all'interno della gerarchia; Senza contare che i gruppi sociali inferiori erano esclusi dalla dimensione rituale.
2.8. MITOLOGIA E TEOLOGIA VEDICHE: L’universo vedico è popolato da molteplici esseri soprannaturali benevoli e malevoli, con diversi gradi di importanza. Molte delle divinità del Veda sono connesse a fenomeni naturali, ma non tutti. Gli dei hanno anche qualità umane. La maggior parte sono maschi ma vi sono anche alcune divinità femminili. Nei Brāhmana si distingue tra deva (dei) e asura (antidei): entrambi sono nati da Prajapati, “il signore delle creature”, il dio creatore. I deva dimorano in un cosmo gerarchico diviso 3 mondi: del cielo (svar), dell'atmosfera (bhuvas) e della terra (bhūr). Nel Rg-veda non c'è un Dio supremo, ma le divinità più importanti sono le seguenti: Agni , Dio del fuoco che pervade il mondo come calore. È ogni fuoco ma specialmente il fuoco sacrificale e purifica e trasporta ogni offerta sacrificale;◦ Soma , è divinità che media tra uomini e dei; Indra , Dio guerriero che distrugge il serpente Vrtra (“ostacolo”) che simboleggia il caos cosmico.
2.9. LA TEOLOGIA ORIGINARIA:
approfondite su una gamma di questioni più ampia e forniscono spiegazioni dettagliate al capofamiglia brahmano. Le regole esposte sfumano nella giurisprudenza, tant'è che in passato, anche durante la dominazione britannica, hanno avuto un ruolo importante nella legislazione hindu. Questi testi furono usati dalle assemblee brahmaniche per dirimere le questioni legali.
3.2. IL DHARMA SI ADEGUA AL CONTESTO: Sul piano universale il dharma è un principio cosmico ed eterno, che tuttavia deve entrare in relazione con gli affari umani. Il dharma può quindi adattarsi a situazioni particolari: il dharma è relativo si adegua al contesto. Non a caso i doveri religiosi degli uomini variano a seconda dell'età, della casta, della famiglia, del paese.
3.3. IL VARNASRAMA-DHARMA: È composto da 2 preoccupazioni: il proprio dovere ( dharma ) rispetto (1) alla propria posizione nella società ( varna ) e quello rispetto (2) al proprio stadio di vita ( asrama ). Sebbene alcune tradizioni hanno rifiutato questo modello, esso ha essercitato un ruolo fondamentale nell’autopercezione e autorappresentazione degli hindu.
3.4. LA CLASSE (varna) E LA CASTA (jati):
La società vedica era divisa in 4 classi (varna), questo sistema si inseriva in una più ampia “catena degli esseri”, organizzata in una gerarchia cosmica in cui diverse categorie (jati) erano ordinate secondo gradi variabili di purezza. Si è tradotto con classe il termine VARNA (colore), che non si riferisce a caratteristiche razziali ma a un sistema di simbolismo cromatico che riflette i gradi di purezza della gerarchia sociale: ◦ bianco → brahamani (colore della purezza) ◦ rosso → kshatriya (c. passione e energia) ◦ giallo → vaishya (c. terra) ◦ nero → shudra (oscurità).
JATI (nascita) indica i segmenti endogamici della società hindu noti come caste, con le seguenti caratteristiche:
3.5. IL SISTEMA DEGLI ASRAMA: Un secondo elemento cardine nell’ideologia del dharma è il concetto di āshrama (stadi della vita):
Il sistema degli asrama sorse intorno al V sec. a.C.; Inizialmente indicava lo stile di vita degli eremiti brahamanici.
Inizialmente alla fine del primo stadio, lo studente doveva scegliere uno degli āshrama e seguirlo per il resto della vita. Successivamente si consolida l'usanza di considerarli come stadi successivi. Secondo Manu (nel Manu-smriti), una volta passati gli stadi e quindi pagati i debiti verso i veggenti, gli dei e gli antenati, l'uomo può finalmente mirare alla salvezza. C'è una forte tensione tra lo stadio del capofamiglia e quello del rinunciante, che difficilmente si riescono a conciliare. La figura del rinunciante potrebbe essere messa in relazione anche con quella del re, il capofamiglia ideale. Da una parte abbiamo il capofamiglia, che con le sue azioni bada al sostentamento della famiglia (nel caso del re le azioni sono per la comunità) e che è un dotto che doma i propri istinti, mentre dall'altra abbiamo il rinunciante che abbandona la casa e il fuoco, compie un distacco totale superando l'attaccamento al mondo materiale.