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Cinzia Pieruccini - Viaggio nell'India del Nord
Tipologia: Sintesi del corso
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Delhi non è New Delhi perché quest’ultima è solo un’area specifica della città. new Delhi è un grande insieme di quartieri di quello che oggi è l’immenso agglomerato urbano che va sotto il nome di Delhi. New Delhi è solo l’ultima incarnazione di un’idea di potere che, con grandi fasi alterne, si è espressa in questo vasto tratto di terra sulle sponde del fiume Yamuna per almeno 2500 anni. Il nome Dehli 8Dihli, Dilli) è usato per designare questo insediamento urbano ma nella realtà storica numerose città si sono qui affiancate nei secoli l’una all’altra oppure si sono sovrapposte. Indraprastha. Quello che ora si chiama Purana Qila “Forte Vecchio”, fu innalzato a partire dal 1553 da Humayun , uno dei grandi imperatori Mughal. Il sito prescelto era lo stesso in cui molto tempo prima sorgeva la città di Indraprastha , la capitale dei fratelli Pandava , della stirpe di Kuru , discendenti dell’eroe Bharata , principi della dinastia lunare. Questi cinque fratelli non sono personaggi storici ma figure letterarie intrise di mitologia. La grande sala della loro residenza reale è descritta come opera di Maya , uno dei grandi architetti divini, il cui nome ricorda il termine che l’induismo usa per definire il magico potere di illusione degli dei. Questa sala è il fulcro del palazzo reale, il centro del potere nella capitale Indraprastha ma del palazzo conosciamo altri dettagli come i padiglioni dedicati agli ospiti di rango. I passi non intendono essere la resa pittorica di un luogo specifico “vero”: tutti gli ingredienti sono ideali e idealizzati. ➔ L’intento è evocare come dovrebbe essere, secondo l’immaginario comune dell’antichità indiana, un palazzo reale. Queste descrizioni si trovano nel II libro del Mahabharata e i cinque fratelli Pandava, figli di donne regali e padri divini, sono i protagonisti principali di questo poema immenso che li vede contrapposti ai loro cugini, i Kaurava, in una lotta dinastica che è anche una lotta etica. Mahabharata significa la “ Grande storia die discendenti di Bharata ”, l’antenato mitico degli indiani: il nome dell’India moderna è Bharat. La grande storia della dinastia di Bharata. Il Mahabharata è eterno. Questo è il senso della parola che lo definisce secondo la tradizione, itihasa , termine che condensa l’espressione sanscrita “ così invero fu ”, storia vera non perché accidente capitato a individui ma perché verità eterna da cui trarre insegnamento. Il Mahabharata è composto da centomila strofe ed è diviso in 18 libri di estensione diseguale. È il carattere misto di quest’opera che la rende difficile da concettualizzare e assorbire: c’è la vicenda principale, ci sono mille vicende accessorie collocate nelle cronologie più strane e connesse da fili di vario spessore, ci sono lunghe parti di insegnamento: “ Quello che c’è qui, c’è anche altrove. Ma quello che non c’è qui, non lo si trova da nessun’altra parte. Gli antichi indiani scrivevano su fogli fatti con corteccia di betulla , nell’estremo settentrione, oppure con foglie di palma. I libri non avevano una vera e propria rilegatura ma i fogli rettangolari erano tenuti insieme fra copertine rigide da una cordicella che passava attraverso uno o due fori. Il Mahabharata fu composto intorno al IX-VIII secolo a.e.c. La tradizione assegna la sua paternità a un singolo autore, il grande veggente Krishna Dvaipayana Vyasa che è anche un fondamentale personaggio del poema stesso.
La storia centrale del Mahabharata si sviluppa intorno al problema della legittima successione al trono del Kurukshetra , un regno dell’India settentrionale che era patrimonio ancestrale del clan dei Bharata. L’ultimo re salito al trono era Shamtanu il quale aveva lasciato 3 figli.
Caratteristica del bacino dell’Indo, in verità estesa in un vasto territorio che corre dall’attuale Pakistan alla pianura gangetica e dal Gujarat alle pendici dell’Himalaya, la civiltà chiamata Valle dell’Indo affonda le sue radici in epoca neolitica (7000 a.C), si sviluppa dal 2500 a.C. raggiunge il suo apogeo tra il 2300 e il 2000 e declina intorno al 1500 a.C. fra i suoi centri principali figurano Harappa e Mohenjo-Daro in Pakistan, Lothal in Gujarat e Kalibangan in Rajastan. Il tratto più sorprendente delle testimonianze archeologiche è l’elevato grado di uniformità che regola la pianificazione della città: gli edifici, a pianta quadrata, dotata di un cortile centrale e di avanzati sistemi idraulici e fognari, erano disposti secondo uno schema ortogonale, orientati secondo i punti cardinali e costruiti con mattoni cotti. Sia Harappa che Mohenjo-Daro possedevano una cittadella con una vasca per abluzioni rituali e altari di fuoco per i sacrifici vedici. I piccoli reperti comprendono figure femminili, sacerdotali e danzatrici. Significativi sono i sigilli di steatite tra cui il più famoso è quello che forse riproduce Shiva Pashupati “Signore degli animali”. La scrittura non è ancora stata decifrata e secondo alcuni sarebbe dravidica (India del sud) mentre per altri indoeuropea. La civiltà vedica. La tesi più diffusa è che la popolazione di lingua indoeuropea degli arya sia giunta in India dall’Asia centrale attraverso i passi afghani tra il 1500 e il 1200 stabilendosi nell’India del Nord e sottomettendo i popoli autoctoni di origine dravidica, tra i quali gli ultimi discendenti della Valle dell’Indo. Arya significa nobile ed è il termine che queste genti utilizzavano per indicare se stesse come apprendiamo dai Veda, i loro libri sacri, la cui importanza rimane centrale nell’Induismo. Alcuni studiosi mettono però in dubbio la tesi della migrazione degli arya sostenendo che la cultura aria sia in realtà una trasformazione di quella della Valle dell’Indo: la cultura della Valle dell’Indo sarebbe una forma embrionale di cultura arya e vedica e nei secoli avrebbe interagito con quella dravidica. Le testimoniane archeologiche infatti non comproverebbero la tesi di una frattura netta tra le due formazioni culturali. Alcuni sostengono una sorta di compromesso tra le due tesi: la popolazione della Valle dell’Indo sarebbe dravidica ma gli arya non l’avrebbero sottomessa nel corso della loro migrazione ma per un lungo periodo di tempo le due civiltà avrebbero convissuto fino a che la cultura degli arya non avrebbe prevalso. Qualunque sia l’origine del popolo degli arya è attraverso i Veda che noi ne conosciamo la mitologia e la struttura sociale. Il termine Veda significa “ Scienza ” nelle lingue europee può essere usato al singolare o al plurale perché la letteratura che designa è multiforme. Il Veda comprende quattro raccolte di testi:
diverse sfaccettature. Esiste una norma comune ( samanya dharma ) ispirata ai valori della non- violenza (ahimsa), della verità (satya) e della generosità (dana) alla quale tutti devono conformarsi. Il dharma proprio, lo sva-dharma, la norma specifica, alla quale deve conformarsi ogni individuo, si stabilisce di volta in volta in relazione ai contesti in cui tale individuo è collocato dalla propria funzione in seno alla società, dallo stadio della vita che attraversa e dalle proprie specifiche qualità. Per “ stadio della vita ” ( ashrama ) si intende ciascuna delle quattro tappe ideali che ogni maschio arya dovrebbe percorrere:
In quello che oggi si configura come il moderno stato indiano dell’Haryana sono state combattute le altre battaglie decisive dell’India del nord. Sono queste le battaglie che implicano la sottomissione dell’India settentrionale da parte di popoli islamici di origine extra-indiana, di stirpe turco-afghana e turco-mongola. I fatti davvero epocali avvengono alla fine del XII secolo. Presso la cittadina di Taraori nel 1191 una confederazione di principi indiani vince l’esercito invasore turco-afghano Muhammad di Ghur. Ma al nuovo tentativo viene sconfitta. In pochi anni i turco-afghani conquisteranno gran parte dell’India settentrionale e Dehli diverrà la capitale del loro sultanato la cui data di nascita risale al 1206. Il sultanato durerà fino al 1526 dove con la battaglia di Panipat si affermerà la nuova e grandiosa dinastia Mughal. AYODHYA, LA CITTA DI RAMA. Il viaggio di Rama. Secondo la tradizione, i regnanti hindu discendono o dalla Luna o dal Sole. Se Delhi era la capitale della dinastia lunare, i Pandava del Mahabharata, Ayodhya “Da non combattere” era la capitale antica dei re della dinastia solare. Le vicende del più importante sovrano di questa dinastia, Rama, sono narrate nell’altro grande itihasa , “poema epico” dell’India: il Ramayana “ Il viaggio di Rama ”. Si possono sottolineare diverse analogie fra i due grandi poemi.
(bhakti) rivolta a Rama. Qui Sita non è rapita davvero dal demone Ravana, il quale riesce solo a portarne via l’immagine fittizia e alla fine non è esiliata da Rama per tacitare le maldicenze. Qui Rama è considerato un dio tout court. Nel corso dei secoli Rama, o meglio Ram , secondo la forma assunta dal nome nelle lingue moderne, diventerà nell’India del Nord parola usata per invocare “Dio”. Si dice che il Mahatma Gandhi avesse espresso il desiderio di morire con il nome di dio sulle labbra e che quando fu assassinato il 30 gennaio 1948 le sue ultime parole siano state “ He Ram ” cioè “Oh Dio”. Hanuman , la possente scimmia, figlia del dio Vento, è oggi una divinità popolarissima nel nord dell’India ed è il modello del perfetto devoto. Sia il Mahabharata che il Ramayana si situano in un’epoca che non è più la nostra. Secondo la visione ciclica del tempo che informa l’induismo, quattro evi cosmici (yuga) si susseguono ripetendosi all’interno di unità ancora maggiori.
e centrale alla civiltà degli antichi arya. Una convenzione cara alla poesia classica vuole che le acque della Ganga siano luminose e chiare mentre quelle della Yamuna siano invece brune e che al Prayag esse si mostrino a lungo distinte prima di fondersi. Kalidasa , esponente del kavya , la poesia indiana classica, vissuto nell’India settentrionale tra il IV e il V secolo descrive l’incontro tra di due fiumi. Le cronache mondiali registrano i numeri dei fedeli che giungono sulle rive di questa confluenza “sangam” per il celebre Kumbha Mela , la festa che ciclicamente si svolge qui durante il mese di gennaio. Il tirtha più sacro di tutta l’India è Varanasi, la città di Shiva, la città della liberazione, un po’ più oriente del Prayag lungo il corso della Ganga. La discesa della Ganga dal cielo. Il più famoso tra i componimenti in lode delle virtù della Ganga è la Gangalahari “Onda della Ganga” , opera del poeta Jagannatha , un hindu che godette della protezione della corte Mughal nel XVII secolo. Nell’India del Nord, dal V secolo, sugli stipiti della porta d’ingresso dei templi si trovano scolpite, una per lato e in basso, due figure femminili. Si tratta delle personificazioni della Ganga e della sua affluente Yamuna, della sua rappresentazione antropomorfa. Si distinguono per il veicolo sui cui poggiano: un mostro simile a un coccodrillo , il makara , per la Ganga e una tartaruga per Yamuna. Il fatto che la Ganga rappresenti l’archetipo di tutte le acque è miticamente rappresentato dall’origine celeste della grande fiumana, secondo le narrazioni del Ramayana e dei Purana. La Ganga viene dall’oltre cielo perché è un fiotto di acqua ultramondana che si è riversato quando il grande dio Vishnu ha perforato la calotta dell’uovo cosmico con il piede, compiendo tre passi famosi durante la discesa in cui era Vamana (il Nano). I “ghat” e i templi di Varanasi. Varanasi è la meta prediletta per molti hindu malati terminali perché si ritiene che chi muore entro i suoi confini ottenga la liberazione dal samsara. Nei due ghat in piena città si provvede alle cremazioni: si tratta di due ghat in piena città, il Manikarnika Ghat e l’ Harishchandra Ghat. Ghat è nome comune per le scalinate che scendono nell’acqua. Di solito in India i luoghi di cremazione si trovano invece fuori dai centri abitati, la tradizione vorrebbe a sud che è la direzione in cui risiede Yama dio dei morti. La vicenda storica di Varanasi inizia nel IX secolo avanti l’’era comune. La città vive il periodo di massimo fulgore con la dinastia Gahadavala che governa per circa cent’anni dalla fine dell’XI secolo. Rispetto a queste epoche passate, oggi il centro della città si colloca più a sud all’altezza del cosiddetto Dashashvamedh Ghat , il ghat dei “ Dieci Sacrifici del Cavallo ”: qui il riferimento è a Divodasa , leggendario re dell’antico regno Kashi che sarebbe stato convinto dal dio Brahma a compiere dieci sacrifici. Le attività rituali, preghiere e abluzioni sacre sono particolarmente vive in questo ghat centrale e su altri vicini a luoghi di culto importanti come il Panchaganga Ghat presso il quale si trova un tempio di Vishnu chiamato Bindu Madhava, abbattuto varie volte, l’ultima nel 1628 da Aurangzeb, impertaore Myghal, il quale al suo posto costruì una moschea. Fra i templi hindu più popolari a Varanasi c’è il Sankat Mochan , fondato intorno al 1600 dove si onora il dio scimmia Hanuman e quello dedicato alla combattiva dea Durga del XVIII secolo che si trova nell’area chiamata Durga Kund per via della grande vasca rettangolare che affianca il tempio. Ma il tempio principale è quello dedicato a Shiva Vishvanatha “Signore dell’Universo”. Il tempio di Shiva Vishvanatha. Nella cella dei templi dedicati a Shiva non si trova mai una rappresentazione antropomorfa del dio bensì un linga. La parola significa segno , segno di genere e quindi organo sessuale
ristabilendo l’ordine umano e divino. Kalidasa termina il suo Kumarasambhava con l’abbraccio dei due amanti. ➔ Come tutti i miti hindu, oltre che integrare verità metafisiche o di psicologia dell’inconscio, questo mito, con grande risalto nel poema, riecheggia anche insegnamenti spiccioli, quotidiani. Uma e Kalidasa sembrano voler dire alle donne che nessun maschio è davvero capace di resistere alle loro attrattive e alla loro appassionata perseveranza. I santi di Varanasi. Kabir. A fare da collante tra musulmani e hindu nell’India del Nord sono i sufi e i sadhu “buoni” cioè gli asceti e rinuncianti hindu. Il rapporto del fedele hindu con il suo dio d’elezione, quello che per lui rappresenta Dio, è diventato sempre più un fatto intimo e personale: la bhakti “devozione” intesa di base come un rapporto d’amore fra essere umano e Dio ha trionfato nell’India del Sud e da là è dilagata ovunque. Su un simile terreno vengono a grandeggiare nell’India hindu-islamica del Nord alcune personalità di mistici-poeti che possono intendere Dio in due modi diversi: come saguna “ con attributi ” e allora essi si rivolgono a un dio personale con un nome e un mito, oppure come nirguna “ privo di attributi ” e in questo caso Egli non ha né nome né forma, è l’Assoluto che va oltre ogni qualificazione. Questi ultimi sono chiamati santi. Di questi santi abbiamo ricordato Tulsi Das (1532-1623), l’autore del Ramcharitmanas “Il lago delle imprese di Rama”. Egli visse almeno parte della sua vita a Varanasi dove la casa in cui abitò sorge ancora su un ghat intitolato con il suo nome e dove il tempio di Tulsi Manas Mandir porta incisi su lastre di marmo all’interno i versi del grande poema. Ma la figura più fascinosa fra i santi a Varanasi è Kabir (1398-1448). Apparteneva a una comunità di tessitori che si era convertita all’Islam. Il suo messaggio è decostruttivo: le sue strofe non si rivolgono a dio (Ram, nirguna) ma agli uomini, alle loro follie, alla loro incapacità di intendere con spontaneità la verità delle cose. Kabir usa un linguaggio diretto e crudo, condito di appassionata veemenza e paradossi che ribaltano volutamente immagini e logiche consuete per provocare la riflessione. Vuole la tradizione che sentendo la morte vicina si trasferisse nell’impura cittadina di Magahar. Musulmani e hindu aderiscono al movimento dei suoi seguaci che si chiama Kabir Panth “ Via di Kabir ” e che ha i suoi principali quartieri a Varanasi nella zona chiamata Kabir Chaura.
“ Quando Brahmadatta regnava a Varanasi… ” è l’incipit classico nei Jataka , le “ Nascite ”, le storie delle vite anteriori del Buddha, le storie delle centinaia di incarnazioni, animali o umane, che egli avrebbe attraversato prima di diventare il “ Risvegliato ”, l’” Illuminato ”. Alle porte di Varanasi, a Sarnath, nel Parco delle Gazzelle , il Buddha decide di tenere il suo primo e fondamentale sermone dopo aver conseguito la bodhi , il risveglio, l’illuminazione. Siddhartha Gautama Shakyamuni, il Buddha. Oggigiorno il buddhismo è estremamente diffuso. In alcuni paesi del sud-est asiatico come Sri lanka, Myanmar e Thailandia giunse intorno al III secolo a.e.c. e costituisce oggi il movimento religioso dominante. In Cina, in Corea, in Giappone e in Tibet giunse a partire dai primi secoli dell’era comune ed è ancora vivo nonostante in Cina sia una presenza minoritaria a causa dei rapporti tormentati con il regime. La storia del buddhismo affonda le sue radici in un’India ben reale, pur essendo legata alla figura di un fondatore, Siddhartha Gautama, la cui esistenza storica è di difficile ricostruzione perché si intreccia ai molteplici elementi mitici che ne costellano le biografie tradizionali. Una prima difficoltà è legata alla datazione della vita di Siddhartha. Tradizionalmente se ne colloca la nascita nel 560 e la morte nel 480 a.e.c. Per alcuni invece egli sarebbe nato nel 480 e morto nel 400 a.e.c. per altri ancora la datazione va posta tra il V e il IV secolo a.e.c. Siddhartha nacque nella regione del Terai , la pianura sub-himalayana collocata nella zona che si trova attualmente al confine tra India e Nepal. Dal punto di vista politico, il Nord dell’India era all’epoca caratterizzato da regni in espansione, concentrati soprattutto nella pianura gangetica, tra cui quello del Magadha e di repubbliche aristocratiche diffuse nella zona himalayana e nel Panjab. Nella repubblica degli Shakya , capeggiata da suo padre, nacque il fondatore del buddhismo, discendente da una famiglia aristocratica dalla quale ricevette il nome di Siddhartha “ Colui che ha raggiunto il suo scopo ” e l’appellativo Gautama legato al nome del clan vedico dal quale la famiglia rivendicava la sua discendenza. Con riferimento alla sua vita ascetica, Siddhartha fu chiamato lo Shakyamuni , l’” Asceta degli Shakya ”, il “ Silenzioso ” e dopo aver conseguito l’illuminazione divenne il Buddha , il “ Risvegliato ”. Dal punto di vista religioso e culturale, il buddhismo si inserisce all’interno di una reazione anti-brahmanica che si oppone alla centralità del rito sacrificale e ai valori sociali a essa
Nel settimo canto si fa asceta e fa ingresso nella foresta dell’ascesi. Nella foresta vivono gli shramana , gli asceti che conducono la loro esistenza ai margini della socità brahmanica e gli ashrama , i capifamiglia brahmanici che alla nascita del primo nipote maschio lasciano la vita attiva per iniziare la propria preparazione alla morte. Dopo aver incontrato due grandi maestri i cui insegnamenti non lo soddisfano, si reca nell’eremo del re-veggente Gaya dove trova cinque monaci mendicanti capaci di dominare i sensi che diventano suoi seguaci. Nell’eremo si dedica a durissime pratiche ascetiche, astenendosi dal cibo ma neppure queste penitenze lo soddisfano: egli comprende che la mortificazione eccessiva del corpo compromette la ricerca spirituale stessa poiché debilita la mente impegnata nel cammino spirituale. Siddhartha accetta del nutrimento da una donna e resta solo nel proprio cammino. Nel dodicesimo canto Siddhartha decide di sedersi sotto un banano e di restare in quella posizione fino al raggiungimento del suo scopo. Nel tredicesimo canto Mara “ Colui che uccide ” cerca di sviare il proponimento di Siddhartha che però resta fermo nel suo intento. Sconfitto Mara, il canto quattordicesimo si apre con la meditazione di Siddhartha, il quale comprende che l’origine dell’esistenza si trova nell’attaccamento e che la causa di quest’ultimo risiede nella concupiscenza e questa a sua volta deriva dalla sensazione la cui causa è il contatto. Proseguendo nella meditazione, egli riconosce che la causa del contatto sta negli organi di senso, la cui causa è l’insieme di mente e corpo. Ecco dunque che, compresa la catena delle cause e il principio di causalità, Siddhartha si risveglia e diventa il Buddha. L’illuminazione è salutata, come la sua nascita, da avvenimenti prodigiosi e celesti omaggi. Raggiunta l’illuminazione, il Buddha, libero da ogni sofferenza corporea, siede per sette giorni contemplando la propria mente e poi, pieno di compassione, contempla il mondo: vedendolo preda della falsità e dell’illusione, decide di rimanere immobile, di non diffondere la Legge , il dharma ma presto cambia idea: i primi a cui desidererebbe comunicare il dharma sono gli antichi maestri che però sono morti, quindi raggiunge i cinque monaci mendicanti presso Varanasi. Si chiude così il testo sanscrito del Buddhacharita. La predicazione di Sarnath e gli avvenimenti successivi. Dopo aver conseguito la bodhi , l’ illuminazione , sotto l’albero che in seguito a questo evento è noto come albero della bodhi , un passo fondamentale del percorso del Buddha è la “messa in moto della ruota del dharma”. Nel Parco delle Gazzelle, presso Sarnath, vicino a Varanasi, il Buddha, davanti ai cinque asceti, si proclama Tathagata “ Colui che ha raggiunto ciò che realmente è ” e pronuncia il suo primo discorso nel quale spiega le quattro nobili verità mettendo in moto la ruota del dharma. Il Discorso della messa in moto della ruota del Dhamma si trova in una raccolta di testi, il Samyutta Nikaya.
veleni significa vedere le cose per ciò che sono, raggiungendo uno stato di coscienza totalmente trasformato , libero dal dubbio e dalla paura, caratterizzato dalla quiete interiore, dalla compassione verso tutti gli esseri, dalla gioia spirituale. Il nirvana non è dunque una realtà assoluta o un sostrato metafisico ma un evento che si verifica quando Siddhartha, seduto sotto l’albero, ottiene la bodhi, emergendo dalla meditazione completamente trasformato. Il nirvana non coincide con la cessazione dell’esistenza. ➔ Il nirvana è una condizione mentale, psicologica ed etica. Il termine sangha indica la comunità di monaci e laici, uomini e donne che vivono secondo gli insegnamenti del Buddha. Il sangha è diviso in quattro assemblee:
nell’Archeological Museum di Sarnath. Ashoka, il “Senza dolore” è uno dei personaggi più importanti della storia indiana. Il suo regno segna il culmine della dinastia Maurya (320- a.e.c.), la cui capitale sorgeva un po’ più a oriente sul Gange, a Pataliputra. Le fonti buddhiste ne fanno un sostenitore della dottrina e grande elemento propulsore della sua diffusione: egli lasciò molte iscrizioni in pracrito su colonne o rocce in trenta siti diversi. Esse comunicano sia l’estensione del regno, sia la personale visione del mondo del sovrano che comprende l’ esaltazione del dhamma , la Legge buddhista, il rispetto e il patrocinio di tutte le religioni, l’adozione di un’etica che raccoglie le istanze migliori dell’epoca e il suo personale impegno per il benessere dei sudditi. Il sovrano chiama se stesso Devanampiya Piyadassi “ Caro agli dei ”, “ Che guarda con affetto ”. Nell’Archeological Museum di Sarnath: il capitello e il “Buddha che predica”. Queste colonne sono replica dell’asse cosmico e proclamazione di sovranità. I capitelli comportavano la rappresentazione di animali come il leone, il toro o l’elefante. Quello di Sarnath è il più famoso. Quattro leoni addorsati si ergono sul capitello secondo lo stile rigido iranico: sono emblema del dominio del re su tutto lo spazio circostante. Sul tamburo scorrono quattro animali secondo lo stile naturalistico indiano, leone, elefante, toro e cavallo, con significato di potere sui quattro punti cardinali. Gli animali sul tamburo sono separati l’uno dall’altro dal disegno di una ruota. Simbolo solare e di regalità, questa è la ruota dell’imperatore universale, il chakravartin “ Colui che spinge la ruota (del carro da guerra)” e l’immagine grafica del dharma “Messo in moto” dal Buddha. Sopra questo capitello si trovava una ruota raggiata. Il tamburo poggia su un fiore di loto rovesciato. La pietra utilizzata è l’arenaria. Diventato stato indipendente, l’India ha scelto questo capitello come emblema del suo potere, della tolleranza e dell’universalità, cioè i valori di Ashoka. L’altra opera celeberrima di Sarnath è una stele di epoca Gupta (475 e.c.) di fattura locale che rappresenta il Buddha in termini antropomorfi, cosa che accade solo a partire dall’era comune. Anche se in sembianze antropomorfe, la raffigurazione del Buddha è simbolica.