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Cinzia Pieruccini - Viaggio nell'India del Nord, Sintesi del corso di Filosofie Orientali

Cinzia Pieruccini - Viaggio nell'India del Nord

Tipologia: Sintesi del corso

2017/2018

Caricato il 08/01/2018

glochioccini
glochioccini 🇮🇹

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VIAGGIO NELL’INDIA DEL NORD.
ARRIVO A DELHI.
Delhi non è New Delhi perché quest’ultima è solo un’area specifica della città. new Delhi è un
grande insieme di quartieri di quello che oggi è l’immenso agglomerato urbano che va sotto il
nome di Delhi. New Delhi è solo l’ultima incarnazione di un’idea di potere che, con grandi fasi
alterne, si è espressa in questo vasto tratto di terra sulle sponde del fiume Yamuna per almeno
2500 anni. Il nome Dehli 8Dihli, Dilli) è usato per designare questo insediamento urbano ma nella
realtà storica numerose città si sono qui affiancate nei secoli l’una all’altra oppure si sono
sovrapposte.
Indraprastha.
Quello che ora si chiama Purana QilaForte Vecchio, fu innalzato a partire dal 1553 da
Humayun, uno dei grandi imperatori Mughal. Il sito prescelto era lo stesso in cui molto tempo
prima sorgeva la città di Indraprastha, la capitale dei fratelli Pandava, della stirpe di Kuru,
discendenti dell’eroe Bharata, principi della dinastia lunare. Questi cinque fratelli non sono
personaggi storici ma figure letterarie intrise di mitologia. La grande sala della loro residenza
reale è descritta come opera di Maya, uno dei grandi architetti divini, il cui nome ricorda il
termine che l’induismo usa per definire il magico potere di illusione degli dei. Questa sala è il
fulcro del palazzo reale, il centro del potere nella capitale Indraprastha ma del palazzo
conosciamo altri dettagli come i padiglioni dedicati agli ospiti di rango. I passi non intendono
essere la resa pittorica di un luogo specifico “vero”: tutti gli ingredienti sono ideali e idealizzati.
L’intent o è evoca re come dov re bbe ess ere, seco ndo l’i mm aginari o comun e
dell’antichità indiana, un palazzo reale.
Queste descrizioni si trovano nel II libro del Mahabharata e i cinque fratelli Pandava, figli di
donne regali e padri divini, sono i protagonisti principali di questo poema immenso che li vede
contrapposti ai loro cugini, i Kaurava, in una lotta dinastica che è anche una lotta etica.
Mahabharata significa la Grande storia die discendenti di Bharata”, l’antenato mitico degli
indiani: il nome dell’India moderna è Bharat.
La grande storia della dinastia di Bharata.
Il Mahabharata è eterno. Questo è il senso della parola che lo definisce secondo la tradizione,
itihasa, termine che condensa l’espressione sanscrita così invero fu”, storia vera non perché
accidente capitato a individui ma perché verità eterna da cui trarre insegnamento.
Il Mahabharata è composto da centomila strofe ed è diviso in 18 libri di estensione diseguale. È
il carattere misto di quest’opera che la rende difficile da concettualizzare e assorbire: c’è la
vicenda principale, ci sono mille vicende accessorie collocate nelle cronologie più strane e
connesse da fili di vario spessore, ci sono lunghe parti di insegnamento: “Quello che c’è qui, c’è
anche altrove. Ma quello che non c’è qui, non lo si trova da nessun’altra parte. Gli antichi
indiani scrivevano su fogli fatti con corteccia di betulla, nell’estremo settentrione, oppure con
foglie di palma. I libri non avevano una vera e propria rilegatura ma i fogli rettangolari erano
tenuti insieme fra copertine rigide da una cordicella che passava attraverso uno o due fori.
Il Mahabharata fu composto intorno al IX-VIII secolo a.e.c. La tradizione assegna la sua paternità
a un singolo autore, il grande veggente Krishna Dvaipayana Vyasa che è anche un fondamentale
personaggio del poema stesso.
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VIAGGIO NELL’INDIA DEL NORD.

ARRIVO A DELHI.

Delhi non è New Delhi perché quest’ultima è solo un’area specifica della città. new Delhi è un grande insieme di quartieri di quello che oggi è l’immenso agglomerato urbano che va sotto il nome di Delhi. New Delhi è solo l’ultima incarnazione di un’idea di potere che, con grandi fasi alterne, si è espressa in questo vasto tratto di terra sulle sponde del fiume Yamuna per almeno 2500 anni. Il nome Dehli 8Dihli, Dilli) è usato per designare questo insediamento urbano ma nella realtà storica numerose città si sono qui affiancate nei secoli l’una all’altra oppure si sono sovrapposte. Indraprastha. Quello che ora si chiama Purana Qila “Forte Vecchio”, fu innalzato a partire dal 1553 da Humayun , uno dei grandi imperatori Mughal. Il sito prescelto era lo stesso in cui molto tempo prima sorgeva la città di Indraprastha , la capitale dei fratelli Pandava , della stirpe di Kuru , discendenti dell’eroe Bharata , principi della dinastia lunare. Questi cinque fratelli non sono personaggi storici ma figure letterarie intrise di mitologia. La grande sala della loro residenza reale è descritta come opera di Maya , uno dei grandi architetti divini, il cui nome ricorda il termine che l’induismo usa per definire il magico potere di illusione degli dei. Questa sala è il fulcro del palazzo reale, il centro del potere nella capitale Indraprastha ma del palazzo conosciamo altri dettagli come i padiglioni dedicati agli ospiti di rango. I passi non intendono essere la resa pittorica di un luogo specifico “vero”: tutti gli ingredienti sono ideali e idealizzati. ➔ L’intento è evocare come dovrebbe essere, secondo l’immaginario comune dell’antichità indiana, un palazzo reale. Queste descrizioni si trovano nel II libro del Mahabharata e i cinque fratelli Pandava, figli di donne regali e padri divini, sono i protagonisti principali di questo poema immenso che li vede contrapposti ai loro cugini, i Kaurava, in una lotta dinastica che è anche una lotta etica. Mahabharata significa la “ Grande storia die discendenti di Bharata ”, l’antenato mitico degli indiani: il nome dell’India moderna è Bharat. La grande storia della dinastia di Bharata. Il Mahabharata è eterno. Questo è il senso della parola che lo definisce secondo la tradizione, itihasa , termine che condensa l’espressione sanscrita “ così invero fu ”, storia vera non perché accidente capitato a individui ma perché verità eterna da cui trarre insegnamento. Il Mahabharata è composto da centomila strofe ed è diviso in 18 libri di estensione diseguale. È il carattere misto di quest’opera che la rende difficile da concettualizzare e assorbire: c’è la vicenda principale, ci sono mille vicende accessorie collocate nelle cronologie più strane e connesse da fili di vario spessore, ci sono lunghe parti di insegnamento: “ Quello che c’è qui, c’è anche altrove. Ma quello che non c’è qui, non lo si trova da nessun’altra parte. Gli antichi indiani scrivevano su fogli fatti con corteccia di betulla , nell’estremo settentrione, oppure con foglie di palma. I libri non avevano una vera e propria rilegatura ma i fogli rettangolari erano tenuti insieme fra copertine rigide da una cordicella che passava attraverso uno o due fori. Il Mahabharata fu composto intorno al IX-VIII secolo a.e.c. La tradizione assegna la sua paternità a un singolo autore, il grande veggente Krishna Dvaipayana Vyasa che è anche un fondamentale personaggio del poema stesso.

La storia centrale del Mahabharata si sviluppa intorno al problema della legittima successione al trono del Kurukshetra , un regno dell’India settentrionale che era patrimonio ancestrale del clan dei Bharata. L’ultimo re salito al trono era Shamtanu il quale aveva lasciato 3 figli.

  • Il primogenito era Devavrata , generato con la dea fluviale Ganga e che rappresentava il suo figlio legittimo.
  • Citrangada e Vicitravirya gli erano nati successivamente da Satyavati , figlia del capo di una tribù di pescatori. Il padre di Satyavati chiede che Devavrata si faccia da parte e permetta che l’eredità tocchi ai figli di Satyavati e che lo stesso Devavrata non generi figli, i quali potrebbero a loro volta entrare in competizione per il trono. Per devozione verso il padre, Devavrata accetta queste condizioni e poiché ha fatto un voto di durezza spaventosa, da questo momento sarà noto con il nome di Bhishma che significa “ Colui che incute timore ”. Nell’altra linea dinastica, Citrangada muore senza moglie ed eredi. Vicitravirya, il fratello minore, sposa due sorelle, Amba e Ambalika ma muore senza figli. Prima di sposare Shamtanu, Satyavati aveva avuto un figlio dal veggente Parashara , passeggero del traghetto sul fiume Yamuna: Krishna Dvaipayana Vyasa. Secondo la legge del levirato, Krishna Dvaipayana genera:
  • Dhritarashtra (cieco) da Amba (sposa più anziana) -> Duryodhana
  • Pandu (Il Pallido)da Ambalika (sposa più giovane) -> Yudhishthira L’aspetto orrendo di Krishna Dvaipayana fa sì che Amba e Ambalika si spaventino al momento del concepimento e che perciò i loro figli risultino imperfetti.
  • Con una serva di casa, Krishna Dvaipayana genera un figlio illegittimo, Vidura. Pandu il “Pallido” diventa re ma subisce una maledizione che gli vieta di unirsi con una donna pena la morte ma Kunti , la sua sposa più anziana, conosce una preghiera per invocare gli dei e con questa essi genera 3 figli, mentre dalla sposa più giovane ne nascono altri 2. Il maggiore dei 5 figli di Pandu è Yudhishthira che è nato prima di Duryodhana , figlio maggiore di Dhritarashtra. Sotto l’influsso della maledizione comunque Pandu si ritira nella foresta rinunciando al trono e lì alleva i suoi figli. Dhritarashtra “Colui che sostiene il regno” assume nel frattempo la reggenza. Dopo la morte di Pandu, gli eremiti della foresta conducono i giovani principi e la madre sopravvissuta, la sposa più anziana Kunti, alla corte dei Bharata a Hastinapura, la capitale del regno. Duryodhana, il primogenito dei 100 figli di Dhritarashtra, chiamati Kaurava , vuole ereditare il trono. Cerca di assassinare i cugini e al fallimento del tentativo li costringe all’esilio in una città di provincia. Qui intende farli bruciare vivi nella loro casa ma con l’aiuto dello zio bastardo Vidura, i Pandava scoprono l’intrigo e fuggono con la madre. Per un certo periodo i Pandava vivono in incognito spacciandosi per brahmani. Ricompaiono alla corte del re Drupada del Panchala meridionale che ha organizzato un torneo per concedere la mano della figlia Krishna Draupadi e Arjuna , il terzo dei Pandava, arciere supremo, trionfa nell’impresa. Singolari circostanze fanno si che Draupadi diventi moglie di tutti i 5 fratelli. Con questo matrimonio i Pandava sono entrati in alleanza con il regno confinante dei Panchala, lungo il Gange. Nel contempo hanno stretto amicizia con Baladeva e Krishna Vasudeva, signori di un popolo che vive a ovest, nella roccaforte di Mathura, sulle rive della Yamuna. Quando a Hastinapura si viene a sapere che i pandava sono vivi e che sono diventati potenti si tiene un concilio. Duryodhana vorrebbe la guerra ma Bishma, il prozio, sostiene i diritti dei Pandava. Si giunge alla partizione del regno. Ai Pandava è offerta una zona incolta, la foresta Khandava, sulle rive della Yamuna. I Pandava fondano la città di Indraprastha e prosperano al punto che Krishna suggerisce al re Yudhishtira di celebrare la Consacrazione Regale , un solenne rito che si configura come un segnale di indipendenza da Hastinapura e una pretesa di dominio imperiale. I Pandava eliminano l’imperatore in carica, Jarasamdha del Magadha, soggiogano l’intero mondo conosciuto e Yudshthira è consacrato con l’approvazione del ramo di Hastinapura. Ma è sfidato da Hastinapura a giuocare una partita a dadi , atto conclusivo della cerimonia di Consacrazione

Caratteristica del bacino dell’Indo, in verità estesa in un vasto territorio che corre dall’attuale Pakistan alla pianura gangetica e dal Gujarat alle pendici dell’Himalaya, la civiltà chiamata Valle dell’Indo affonda le sue radici in epoca neolitica (7000 a.C), si sviluppa dal 2500 a.C. raggiunge il suo apogeo tra il 2300 e il 2000 e declina intorno al 1500 a.C. fra i suoi centri principali figurano Harappa e Mohenjo-Daro in Pakistan, Lothal in Gujarat e Kalibangan in Rajastan. Il tratto più sorprendente delle testimonianze archeologiche è l’elevato grado di uniformità che regola la pianificazione della città: gli edifici, a pianta quadrata, dotata di un cortile centrale e di avanzati sistemi idraulici e fognari, erano disposti secondo uno schema ortogonale, orientati secondo i punti cardinali e costruiti con mattoni cotti. Sia Harappa che Mohenjo-Daro possedevano una cittadella con una vasca per abluzioni rituali e altari di fuoco per i sacrifici vedici. I piccoli reperti comprendono figure femminili, sacerdotali e danzatrici. Significativi sono i sigilli di steatite tra cui il più famoso è quello che forse riproduce Shiva Pashupati “Signore degli animali”. La scrittura non è ancora stata decifrata e secondo alcuni sarebbe dravidica (India del sud) mentre per altri indoeuropea. La civiltà vedica. La tesi più diffusa è che la popolazione di lingua indoeuropea degli arya sia giunta in India dall’Asia centrale attraverso i passi afghani tra il 1500 e il 1200 stabilendosi nell’India del Nord e sottomettendo i popoli autoctoni di origine dravidica, tra i quali gli ultimi discendenti della Valle dell’Indo. Arya significa nobile ed è il termine che queste genti utilizzavano per indicare se stesse come apprendiamo dai Veda, i loro libri sacri, la cui importanza rimane centrale nell’Induismo. Alcuni studiosi mettono però in dubbio la tesi della migrazione degli arya sostenendo che la cultura aria sia in realtà una trasformazione di quella della Valle dell’Indo: la cultura della Valle dell’Indo sarebbe una forma embrionale di cultura arya e vedica e nei secoli avrebbe interagito con quella dravidica. Le testimoniane archeologiche infatti non comproverebbero la tesi di una frattura netta tra le due formazioni culturali. Alcuni sostengono una sorta di compromesso tra le due tesi: la popolazione della Valle dell’Indo sarebbe dravidica ma gli arya non l’avrebbero sottomessa nel corso della loro migrazione ma per un lungo periodo di tempo le due civiltà avrebbero convissuto fino a che la cultura degli arya non avrebbe prevalso. Qualunque sia l’origine del popolo degli arya è attraverso i Veda che noi ne conosciamo la mitologia e la struttura sociale. Il termine Veda significa “ Scienza ” nelle lingue europee può essere usato al singolare o al plurale perché la letteratura che designa è multiforme. Il Veda comprende quattro raccolte di testi:

  • (^) La Rig-veda Samhita è la raccolta più antica, costituita da 1028 inni alle divinità.
  • (^) La Sama-veda Samhita comprende le melodie da salmodiare durante il rito sacrificale
  • (^) La Yajur-veda Samhita contiene le formule rituali
  • (^) L’ Atharva-veda Samhita include inni e formule magiche Nei secoli, a questi testi se ne sono aggiunti altri, secondo una progressione cronologica e ideologica:
  • (^) I Brahmana approfondiscono i significati del sacrificio
  • (^) Gli Aranyaka sono “I testi delle selve”
  • (^) Le Upanishad rappresentano il processo di interiorizzazione del sacrificio vedico La datazione dei testi vedici risulta difficili a causa della loro oralità. Le Samhita furono composte dal XV secolo a.C mentre le Upanishad verso la metà del I millennio. Al pensiero espresso dalle fasi più recenti di questa letteratura e alla ritualità sacrificale che caratterizza molta India del I millennio si dà il nome di brahmanesimo o religione brahmanica. Il Veda è eterno e d’origine non umana: esso è shrutiCiò che è stato udito ” e fu infatti udito da miti veggenti ( rishi ) che l’hanno trasmesso agli uomini. Fulcro della religiosità espressa dalle quattro Samhita è il rito sacrificale , la cui conoscenza ed esecuzione è appannaggio della classe dei brahmani. L’azione rituale consiste nell’offerta ai deva di sostanze bruciate nel fuoco e condotte alla divinità tramite il fumo. Scopo del sacrificio è propiziarsi gli dei e garantire la preservazione dell’ordine cosmico ( rita ) e sociale. È a questa azione ( karman ) rituale che sono legate Agni (il fuoco e il Dio Fuoco) e Soma (il succo ottenuto da una pianta allucinogena e la divinità). Agni e Soma sono due deva fondamentali nel pantheon vedico ai quali si deve la mediazione tra uomo e divino. Indra , il bevitore del soma, è il dio re e guerriero la cui potenza è aumentata dall’ebbrezza del soma e la cui arma, il fulmine ( vajra ) annienta ogni ostacolo. Per questo a lui si levano inni di lode e invocazioni. L’impresa più grande di Indra è cantata in un inno che celebra la distruzione del serpente VitraOstacolo ” secondo una simbologia che rimanda alla creazione del mondo, dell’ordine a partire da un Caos originario. Indra e le sue gesta sono espressione della cultura e dell’ethos guerrieri della società vedica. Le eroiche imprese del dio riflettono quelle degli arya. Si affiancano due funzioni sociali distinte in seno alla società degli arya: la funzione sacerdotale e la funzione militare. Varna e dharma. Nel contesto vedico, il termine varna che significa colore indica le classi sociali che compongono la società vedica, ciascuna contrassegnata da un colore che ne esprime le qualità spirituali e ne riflette la funzione in seno alla collettività. Il termine varna può essere ben tradotto in “ classe sociale ”. Con casta è meglio tradurre il termine jatinascita ” che indica un gran numero di suddivisioni sociali, in genere inclusi nei varna stessi, nate su basi professionali e territoriali. Le classi sociali di cui parla la letteratura vedica e brahmanica sono quattro e sono organizzate in modo gerarchico:

diverse sfaccettature. Esiste una norma comune ( samanya dharma ) ispirata ai valori della non- violenza (ahimsa), della verità (satya) e della generosità (dana) alla quale tutti devono conformarsi. Il dharma proprio, lo sva-dharma, la norma specifica, alla quale deve conformarsi ogni individuo, si stabilisce di volta in volta in relazione ai contesti in cui tale individuo è collocato dalla propria funzione in seno alla società, dallo stadio della vita che attraversa e dalle proprie specifiche qualità. Per “ stadio della vita ” ( ashrama ) si intende ciascuna delle quattro tappe ideali che ogni maschio arya dovrebbe percorrere:

  • (^) Brahmacharin , studente
  • (^) Grihastha , capo famiglia
  • (^) Vanaprastha , eremita nella foresta
  • (^) Samnyasin , asceta rinunciante I due nuclei filosofici centrali della Gita sono uno metafisico e l’altro etico:
  • (^) La dottrina dell’eternità e immutabilità dell’essenza di ogni cosa
  • (^) La dottrina dell’azione priva di attaccamento ai propri frutti L’ insegnamento della dottrina dell’eternità e dell’immutabilità dell’essenza di ogni cosa passa attraverso una fondamentale distinzione: soltanto i corpi sono soggetti alla morte ma il vero Sé, lo spirito che anima i corpi è eterno e incorruttibile, non può perire, come il principio assoluto da cui l’universo si dispiega. Arjuna non potrà dunque uccidere i suoi amici e parenti perché il loro spirito è immortale e soltanto il loro corpo perirà in battaglia. Questo spirito imperituro da cui ogni cosa discende è la suprema Realtà, cioè il brahman , l’ Assoluto , il principio ultimo e universale, il fondamento ontologico di ogni cosa, da cui ogni cosa si origina e che di ogni cosa è l’essenza. Il brahman è considerato identico all’atman, al Sé, ossia al principio spirituale individuale che costituisce l’essenza dell’uomo. Nella Gita , il brahman si identifica con Krishna stesso. È Krishna la suprema Realtà, il fondamento di tutto ciò che è, il principio che esiste dall’eterno per l’eterno. Krishna descrive se stesso come una collana di perle. Per manifestare l’universo il dio si serve della sua maya , la sua energia creatrice per mezzo della quale tesse l’illusione cosmica. L’ insegnamento dell’azione priva di attaccamento e di desiderio rappresenta il cuore etico e teoretico di tutto il testo. La via insegnata da Krishna per sfuggire alla legge del karman è rispondere col karman. Il karma-yoga è il vincolo che nasce dall’azione che si scioglie per mezzo dell’azione stessa. Poiché per l’uomo è impossibile abbandonare del tutto l’azione perché possiede un corpo la soluzione offerta da Krishna risiede nell’azione priva di attaccamento, disinteressata ai propri frutti, non contaminata dal desiderio. L’azione di questo tipo non genera legame col mondo del divenire e schiude la strada alla liberazione. Per seguire questa via è necessario offrire le proprie azioni al Signore in una sorta di perpetuo sacrificio, di dono continuo della propria vita all’Assoluto. Krishna esorta Arjuna a riporre in lui ogni azione. Ecco emergere il tema religioso della bhakti , della devozione a un dio come cammino salvifico. Krishna insegna ad Arjuna che l’amore per il Signore è fonte di liberazione e conoscenza. La Gita ha un culmine drammatico in cui Krishna-Vishnu, su richiesta di Arjuna, fa dono all’eroe di un occhio divino e si manifesta a lui nella sua forma cosmica terrorizzandolo per poi tornare nella sua forma “umana”. L’ultima battuta di Arjuna mostra la fine del suo smarrimento. Altre battaglie.

In quello che oggi si configura come il moderno stato indiano dell’Haryana sono state combattute le altre battaglie decisive dell’India del nord. Sono queste le battaglie che implicano la sottomissione dell’India settentrionale da parte di popoli islamici di origine extra-indiana, di stirpe turco-afghana e turco-mongola. I fatti davvero epocali avvengono alla fine del XII secolo. Presso la cittadina di Taraori nel 1191 una confederazione di principi indiani vince l’esercito invasore turco-afghano Muhammad di Ghur. Ma al nuovo tentativo viene sconfitta. In pochi anni i turco-afghani conquisteranno gran parte dell’India settentrionale e Dehli diverrà la capitale del loro sultanato la cui data di nascita risale al 1206. Il sultanato durerà fino al 1526 dove con la battaglia di Panipat si affermerà la nuova e grandiosa dinastia Mughal. AYODHYA, LA CITTA DI RAMA. Il viaggio di Rama. Secondo la tradizione, i regnanti hindu discendono o dalla Luna o dal Sole. Se Delhi era la capitale della dinastia lunare, i Pandava del Mahabharata, Ayodhya “Da non combattere” era la capitale antica dei re della dinastia solare. Le vicende del più importante sovrano di questa dinastia, Rama, sono narrate nell’altro grande itihasa , “poema epico” dell’India: il RamayanaIl viaggio di Rama ”. Si possono sottolineare diverse analogie fra i due grandi poemi.

  • (^) Entrambi sono attribuiti alla paternità di un saggio , un veggente “rishi” che è anche un protagonista del poema stesso. Si tratta di Valmiki “Quello del formicaio” , con riferimento a una lunghissima immobilità ascetica.
  • (^) Anche il Ramayana inscena un conflitto dinastico e un gruppo di eroi costretti all’esilio nella foresta il cui contrasto con la città è un elemento forte del poema.

(bhakti) rivolta a Rama. Qui Sita non è rapita davvero dal demone Ravana, il quale riesce solo a portarne via l’immagine fittizia e alla fine non è esiliata da Rama per tacitare le maldicenze. Qui Rama è considerato un dio tout court. Nel corso dei secoli Rama, o meglio Ram , secondo la forma assunta dal nome nelle lingue moderne, diventerà nell’India del Nord parola usata per invocare “Dio”. Si dice che il Mahatma Gandhi avesse espresso il desiderio di morire con il nome di dio sulle labbra e che quando fu assassinato il 30 gennaio 1948 le sue ultime parole siano state “ He Ram ” cioè “Oh Dio”. Hanuman , la possente scimmia, figlia del dio Vento, è oggi una divinità popolarissima nel nord dell’India ed è il modello del perfetto devoto. Sia il Mahabharata che il Ramayana si situano in un’epoca che non è più la nostra. Secondo la visione ciclica del tempo che informa l’induismo, quattro evi cosmici (yuga) si susseguono ripetendosi all’interno di unità ancora maggiori.

  • L’età dell’oro, krita-yuga
  • La seconda, treta-yuga (Ramayana)
  • La terza, dvapara-yuga (Mahabharata)
  • La quarta, kali-yuga Il “ramarajya”. Nella tradizione antica, Ayodhya è associata al concetto di ramarajya , alla lettera “ regno di Rama ”. Il ramarajya prospera naturalmente grazie alle doti del sovrano che garantisce la preservazione del dharma e, come è dovere di uno kshatriya, protegge territorio e sudditi per mezzo della propria forza spirituale, del proprio coraggio e della propria purezza, della propria magnanimità e giustizia. Da queste qualità discendono il rispetto dei legami verso la famiglia e il popolo. Il ramarajya è il regno perfetto dove verità, felicità e giustizia sono realizzate. Anche in epoca contemporanea il termine ramarajya definisce il buon governo. VARANASI, IL GRANDE “GUADO” DI SHIVA. Tirtha. Varanasi significa “ Città fra Varana e Asi ” , due fiumicelli che si gettano nel Gange ed è detta Kashi che significa la “ Luminosa ”, la “Splendente”. Le località sacre dell’induismo sono indicate con il termine tirtha. Questo vocabolo sanscrito significa “luogo di attraversamento”, “ guado ”, “guado sacro”. Attraversare significa spostarsi da una realtà all’altra che può essere molto diversa, affrontare i rischi di un viaggio e ritrovarsi a volte trasformati. I tirtha dell’India, di importanza locale o panindiana, sono destinazioni di pellegrinaggio “ tirthayatra ”, un atto di valore primario nella religiosità hindu. Nel concetto di tirtha è implicato, per il fedele, uno spostamento fisico. Prima di qualunque partenza gli indiani consultano un astrologo. A protezione di viaggi, passaggi ed esordi inoltre gli hindu possono contare sulla protezione di Ganesh , il benevolo dio dalla testa di elefante, figlio di Shiva e della sua consorte Parvati o Uma. La presenza dell’acqua è canonica nei tirtha, di base con funzione purificatrice, perché il bagno “snana”, in cui l’igiene fisica si intreccia con la pulizia dello spirito, è uno dei doveri degli hindu. Il più sacro di tutti i fiumi indiano è il Gange, o meglio la dea Ganga , che è disseminata di tirtha. Uno dei guadi sulla Ganga ritenuti più potenti si trova a Allahabad, un nome islamico per la città che affianca il luogo noto fra gli hindu come Prayag (Prayaga) “ Sito del Sacrificio ”. Qui la Yamuna , il fiume di Delhi che è il massimo affluente delle Ganga, si immette in questa e si dice che da sottoterra si congiunga qui un altro fiume da lungo tempo scomparso, la Sarasvati , sacra

e centrale alla civiltà degli antichi arya. Una convenzione cara alla poesia classica vuole che le acque della Ganga siano luminose e chiare mentre quelle della Yamuna siano invece brune e che al Prayag esse si mostrino a lungo distinte prima di fondersi. Kalidasa , esponente del kavya , la poesia indiana classica, vissuto nell’India settentrionale tra il IV e il V secolo descrive l’incontro tra di due fiumi. Le cronache mondiali registrano i numeri dei fedeli che giungono sulle rive di questa confluenza “sangam” per il celebre Kumbha Mela , la festa che ciclicamente si svolge qui durante il mese di gennaio. Il tirtha più sacro di tutta l’India è Varanasi, la città di Shiva, la città della liberazione, un po’ più oriente del Prayag lungo il corso della Ganga. La discesa della Ganga dal cielo. Il più famoso tra i componimenti in lode delle virtù della Ganga è la Gangalahari “Onda della Ganga” , opera del poeta Jagannatha , un hindu che godette della protezione della corte Mughal nel XVII secolo. Nell’India del Nord, dal V secolo, sugli stipiti della porta d’ingresso dei templi si trovano scolpite, una per lato e in basso, due figure femminili. Si tratta delle personificazioni della Ganga e della sua affluente Yamuna, della sua rappresentazione antropomorfa. Si distinguono per il veicolo sui cui poggiano: un mostro simile a un coccodrillo , il makara , per la Ganga e una tartaruga per Yamuna. Il fatto che la Ganga rappresenti l’archetipo di tutte le acque è miticamente rappresentato dall’origine celeste della grande fiumana, secondo le narrazioni del Ramayana e dei Purana. La Ganga viene dall’oltre cielo perché è un fiotto di acqua ultramondana che si è riversato quando il grande dio Vishnu ha perforato la calotta dell’uovo cosmico con il piede, compiendo tre passi famosi durante la discesa in cui era Vamana (il Nano). I “ghat” e i templi di Varanasi. Varanasi è la meta prediletta per molti hindu malati terminali perché si ritiene che chi muore entro i suoi confini ottenga la liberazione dal samsara. Nei due ghat in piena città si provvede alle cremazioni: si tratta di due ghat in piena città, il Manikarnika Ghat e l’ Harishchandra Ghat. Ghat è nome comune per le scalinate che scendono nell’acqua. Di solito in India i luoghi di cremazione si trovano invece fuori dai centri abitati, la tradizione vorrebbe a sud che è la direzione in cui risiede Yama dio dei morti. La vicenda storica di Varanasi inizia nel IX secolo avanti l’’era comune. La città vive il periodo di massimo fulgore con la dinastia Gahadavala che governa per circa cent’anni dalla fine dell’XI secolo. Rispetto a queste epoche passate, oggi il centro della città si colloca più a sud all’altezza del cosiddetto Dashashvamedh Ghat , il ghat dei “ Dieci Sacrifici del Cavallo ”: qui il riferimento è a Divodasa , leggendario re dell’antico regno Kashi che sarebbe stato convinto dal dio Brahma a compiere dieci sacrifici. Le attività rituali, preghiere e abluzioni sacre sono particolarmente vive in questo ghat centrale e su altri vicini a luoghi di culto importanti come il Panchaganga Ghat presso il quale si trova un tempio di Vishnu chiamato Bindu Madhava, abbattuto varie volte, l’ultima nel 1628 da Aurangzeb, impertaore Myghal, il quale al suo posto costruì una moschea. Fra i templi hindu più popolari a Varanasi c’è il Sankat Mochan , fondato intorno al 1600 dove si onora il dio scimmia Hanuman e quello dedicato alla combattiva dea Durga del XVIII secolo che si trova nell’area chiamata Durga Kund per via della grande vasca rettangolare che affianca il tempio. Ma il tempio principale è quello dedicato a Shiva Vishvanatha “Signore dell’Universo”. Il tempio di Shiva Vishvanatha. Nella cella dei templi dedicati a Shiva non si trova mai una rappresentazione antropomorfa del dio bensì un linga. La parola significa segno , segno di genere e quindi organo sessuale

ristabilendo l’ordine umano e divino. Kalidasa termina il suo Kumarasambhava con l’abbraccio dei due amanti. ➔ Come tutti i miti hindu, oltre che integrare verità metafisiche o di psicologia dell’inconscio, questo mito, con grande risalto nel poema, riecheggia anche insegnamenti spiccioli, quotidiani. Uma e Kalidasa sembrano voler dire alle donne che nessun maschio è davvero capace di resistere alle loro attrattive e alla loro appassionata perseveranza. I santi di Varanasi. Kabir. A fare da collante tra musulmani e hindu nell’India del Nord sono i sufi e i sadhu “buoni” cioè gli asceti e rinuncianti hindu. Il rapporto del fedele hindu con il suo dio d’elezione, quello che per lui rappresenta Dio, è diventato sempre più un fatto intimo e personale: la bhakti “devozione” intesa di base come un rapporto d’amore fra essere umano e Dio ha trionfato nell’India del Sud e da là è dilagata ovunque. Su un simile terreno vengono a grandeggiare nell’India hindu-islamica del Nord alcune personalità di mistici-poeti che possono intendere Dio in due modi diversi: come sagunacon attributi ” e allora essi si rivolgono a un dio personale con un nome e un mito, oppure come nirgunaprivo di attributi ” e in questo caso Egli non ha né nome né forma, è l’Assoluto che va oltre ogni qualificazione. Questi ultimi sono chiamati santi. Di questi santi abbiamo ricordato Tulsi Das (1532-1623), l’autore del Ramcharitmanas “Il lago delle imprese di Rama”. Egli visse almeno parte della sua vita a Varanasi dove la casa in cui abitò sorge ancora su un ghat intitolato con il suo nome e dove il tempio di Tulsi Manas Mandir porta incisi su lastre di marmo all’interno i versi del grande poema. Ma la figura più fascinosa fra i santi a Varanasi è Kabir (1398-1448). Apparteneva a una comunità di tessitori che si era convertita all’Islam. Il suo messaggio è decostruttivo: le sue strofe non si rivolgono a dio (Ram, nirguna) ma agli uomini, alle loro follie, alla loro incapacità di intendere con spontaneità la verità delle cose. Kabir usa un linguaggio diretto e crudo, condito di appassionata veemenza e paradossi che ribaltano volutamente immagini e logiche consuete per provocare la riflessione. Vuole la tradizione che sentendo la morte vicina si trasferisse nell’impura cittadina di Magahar. Musulmani e hindu aderiscono al movimento dei suoi seguaci che si chiama Kabir PanthVia di Kabir ” e che ha i suoi principali quartieri a Varanasi nella zona chiamata Kabir Chaura.

SARNATH E IL BUDDHISMO.

Quando Brahmadatta regnava a Varanasi… ” è l’incipit classico nei Jataka , le “ Nascite ”, le storie delle vite anteriori del Buddha, le storie delle centinaia di incarnazioni, animali o umane, che egli avrebbe attraversato prima di diventare il “ Risvegliato ”, l’” Illuminato ”. Alle porte di Varanasi, a Sarnath, nel Parco delle Gazzelle , il Buddha decide di tenere il suo primo e fondamentale sermone dopo aver conseguito la bodhi , il risveglio, l’illuminazione. Siddhartha Gautama Shakyamuni, il Buddha. Oggigiorno il buddhismo è estremamente diffuso. In alcuni paesi del sud-est asiatico come Sri lanka, Myanmar e Thailandia giunse intorno al III secolo a.e.c. e costituisce oggi il movimento religioso dominante. In Cina, in Corea, in Giappone e in Tibet giunse a partire dai primi secoli dell’era comune ed è ancora vivo nonostante in Cina sia una presenza minoritaria a causa dei rapporti tormentati con il regime. La storia del buddhismo affonda le sue radici in un’India ben reale, pur essendo legata alla figura di un fondatore, Siddhartha Gautama, la cui esistenza storica è di difficile ricostruzione perché si intreccia ai molteplici elementi mitici che ne costellano le biografie tradizionali. Una prima difficoltà è legata alla datazione della vita di Siddhartha. Tradizionalmente se ne colloca la nascita nel 560 e la morte nel 480 a.e.c. Per alcuni invece egli sarebbe nato nel 480 e morto nel 400 a.e.c. per altri ancora la datazione va posta tra il V e il IV secolo a.e.c. Siddhartha nacque nella regione del Terai , la pianura sub-himalayana collocata nella zona che si trova attualmente al confine tra India e Nepal. Dal punto di vista politico, il Nord dell’India era all’epoca caratterizzato da regni in espansione, concentrati soprattutto nella pianura gangetica, tra cui quello del Magadha e di repubbliche aristocratiche diffuse nella zona himalayana e nel Panjab. Nella repubblica degli Shakya , capeggiata da suo padre, nacque il fondatore del buddhismo, discendente da una famiglia aristocratica dalla quale ricevette il nome di SiddharthaColui che ha raggiunto il suo scopo ” e l’appellativo Gautama legato al nome del clan vedico dal quale la famiglia rivendicava la sua discendenza. Con riferimento alla sua vita ascetica, Siddhartha fu chiamato lo Shakyamuni , l’” Asceta degli Shakya ”, il “ Silenzioso ” e dopo aver conseguito l’illuminazione divenne il Buddha , il “ Risvegliato ”. Dal punto di vista religioso e culturale, il buddhismo si inserisce all’interno di una reazione anti-brahmanica che si oppone alla centralità del rito sacrificale e ai valori sociali a essa

Nel settimo canto si fa asceta e fa ingresso nella foresta dell’ascesi. Nella foresta vivono gli shramana , gli asceti che conducono la loro esistenza ai margini della socità brahmanica e gli ashrama , i capifamiglia brahmanici che alla nascita del primo nipote maschio lasciano la vita attiva per iniziare la propria preparazione alla morte. Dopo aver incontrato due grandi maestri i cui insegnamenti non lo soddisfano, si reca nell’eremo del re-veggente Gaya dove trova cinque monaci mendicanti capaci di dominare i sensi che diventano suoi seguaci. Nell’eremo si dedica a durissime pratiche ascetiche, astenendosi dal cibo ma neppure queste penitenze lo soddisfano: egli comprende che la mortificazione eccessiva del corpo compromette la ricerca spirituale stessa poiché debilita la mente impegnata nel cammino spirituale. Siddhartha accetta del nutrimento da una donna e resta solo nel proprio cammino. Nel dodicesimo canto Siddhartha decide di sedersi sotto un banano e di restare in quella posizione fino al raggiungimento del suo scopo. Nel tredicesimo canto MaraColui che uccide ” cerca di sviare il proponimento di Siddhartha che però resta fermo nel suo intento. Sconfitto Mara, il canto quattordicesimo si apre con la meditazione di Siddhartha, il quale comprende che l’origine dell’esistenza si trova nell’attaccamento e che la causa di quest’ultimo risiede nella concupiscenza e questa a sua volta deriva dalla sensazione la cui causa è il contatto. Proseguendo nella meditazione, egli riconosce che la causa del contatto sta negli organi di senso, la cui causa è l’insieme di mente e corpo. Ecco dunque che, compresa la catena delle cause e il principio di causalità, Siddhartha si risveglia e diventa il Buddha. L’illuminazione è salutata, come la sua nascita, da avvenimenti prodigiosi e celesti omaggi. Raggiunta l’illuminazione, il Buddha, libero da ogni sofferenza corporea, siede per sette giorni contemplando la propria mente e poi, pieno di compassione, contempla il mondo: vedendolo preda della falsità e dell’illusione, decide di rimanere immobile, di non diffondere la Legge , il dharma ma presto cambia idea: i primi a cui desidererebbe comunicare il dharma sono gli antichi maestri che però sono morti, quindi raggiunge i cinque monaci mendicanti presso Varanasi. Si chiude così il testo sanscrito del Buddhacharita. La predicazione di Sarnath e gli avvenimenti successivi. Dopo aver conseguito la bodhi , l’ illuminazione , sotto l’albero che in seguito a questo evento è noto come albero della bodhi , un passo fondamentale del percorso del Buddha è la “messa in moto della ruota del dharma”. Nel Parco delle Gazzelle, presso Sarnath, vicino a Varanasi, il Buddha, davanti ai cinque asceti, si proclama TathagataColui che ha raggiunto ciò che realmente è ” e pronuncia il suo primo discorso nel quale spiega le quattro nobili verità mettendo in moto la ruota del dharma. Il Discorso della messa in moto della ruota del Dhamma si trova in una raccolta di testi, il Samyutta Nikaya.

  • (^) Coloro che hanno abbandonato la vita mondana non devono indulgere ai due estremi. Il Tathagata ha realizzato il “ sentiero di mezzo ” ( majjhima patipada ) che produce la visione e la conoscenza e che guida alla calma, alla perfetta conoscenza, al perfetto risveglio, al nibbana ( nirvana ).
  • (^) Esso è il Nobile ottuplice sentiero :
  • La retta visione
  • La retta intenzione
  • La retta parola
  • La retta azione
  • Il retto modo di vivere
  • Il retto sforzo
  • La retta presenza mentale
  • La retta concentrazione
  • (^) Questa è la nobile verità del dolore ( dukkha ): la nascita è dolore, la vecchiezza è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore, l’unione con ciò che è discaro è dolore, la separazione da ciò che è caro è dolore, il non ottenere ciò che si desidera è dolore.
  • (^) Questa è la nobile verità dell’origine del dolore ( dukkhasa-mudaya ): l’origine del dolore s’identifica con la brama ( tanha ), la quale conduce a nuove esistenze, è congiunta col diletto e la concupiscenza:
  • la brama per il godimento degli oggetti dei sensi
  • la brama per l’esistenza
  • la brama per la non-esistenza
  • (^) Questa è la nobile verità della cessazione del dolore ( dukkha-nirodha ): la cessazione del dolore è l’estinzione, il completo svanimento, l’abbandono, il rifiuto di questa brama, la liberazione e il distacco da essa.
  • (^) Questa è la Nobile verità del sentiero che conduce alla cessazione del dolore ( dukkhanirodhagamini patipada ): esso è il Nobile ottuplice sentiero ovvero retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retto modo di vivere, retto sforzo, retta presenza mentale e retta concentrazione. Diventati i primi monaci buddhisti, i cinque asceti che hanno udito questo sermone conseguono la bodhi e diventano i primi venerabili “ arhat ”. Il Risvegliato prosegue poi nella sua opera di insegnamento e predicazione, seguito da molti discepoli tra i quali il cugino Ananda. All’età di 80 anni il Buddha decide di tornare verso i luoghi natii. Sulla strada è ospitato da un fabbro, il quale gli offre una pietanza e il Buddha comincia a soffrire di dolori. La sua morte, nota come parinirvanail nirvana completo ” sopraggiunge nella località di Kusinara. Qui egli si fa preparare un giaciglio ove si sdraia sul fianco destro, col viso rivolto verso nord, sotto due alberi di shala fioriti fuori stagione. Egli nel Grande discorso del nibbana definitivo , contenuto nel Digha Nikaya , dice che la salma del Tathagata dovrà essere trattata come quella di un chacravartin , un grande re, un monarca universale. I suoi resti furono divisi in otto parti per risolvere le controversie e posti in altrettanti stupa (thupa in pali significa tumulo). I tre gioielli. La documentazione scritta legata alla storia del buddhismo è vastissima e include scritti redatti in molte lingue: il sanscrito , la lingua alta classica dell’India, il pali , una lingua indoaria vicina al sanscrito ma anche altre lingue asiatiche come il tibetano, il cinese, il giapponese. All’interno di questi documenti occupa una posizione di rilievo il Canone buddhista in pali, l’unico che ci è pervenuto intatto fra i vari canoni, ossia raccolte di testi nei quali si riportano gli insegnamenti del Buddha e che derivano da una tradizione orale trasmessa a lungo prima di essere scritta.

veleni significa vedere le cose per ciò che sono, raggiungendo uno stato di coscienza totalmente trasformato , libero dal dubbio e dalla paura, caratterizzato dalla quiete interiore, dalla compassione verso tutti gli esseri, dalla gioia spirituale. Il nirvana non è dunque una realtà assoluta o un sostrato metafisico ma un evento che si verifica quando Siddhartha, seduto sotto l’albero, ottiene la bodhi, emergendo dalla meditazione completamente trasformato. Il nirvana non coincide con la cessazione dell’esistenza. ➔ Il nirvana è una condizione mentale, psicologica ed etica. Il termine sangha indica la comunità di monaci e laici, uomini e donne che vivono secondo gli insegnamenti del Buddha. Il sangha è diviso in quattro assemblee:

  • I monaci ( bhikshu )
  • Le monache ( bhikshuni )
  • I discepoli laici ( upasaka )
  • Le discepole laiche ( upasika ) Tutti i membri del sangha sono buddhisti ma cambia la loro prospettiva rispetto alla via da percorrere: mentre i monaci si concentrano solo sul nirvana, i laici continuano a condurre una vita attiva nella società, dedicandosi spesso al servizio dei monaci buddhisti ai quali garantiscono il sostentamento. Il monaco è un mendicante, il cui cammino è segnato da alcuni passi bene definiti: egli abbandona il mondo, si rasa il capo e indossa la tunica gialla, pronuncia diversi voti tra qui quelli di non uccidere, non rubare, praticare la castità, dire il vero, non indulgere in divertimenti pubblici, non assumere sostante inebrianti. Diversi concili tentarono di definire meglio l’eredità dottrinale del Buddha (Rajagriha, Vaishali, Pataliputra). Da questi tentativi di sistematizzazione sorsero delle scuole, di cui sopravvive la scuola di Theravada : la “ Dottrina originaria ” o “ Dottrina degli anziani ” è quella che rivendica l’adesione all’insegnamento originario del Buddha e la sua preservazione. Si tratta della forma di buddhismo attualmente diffusa nello Sri Lanka, in Thailandia e nel Myanmar. Il movimento del Mahayana , sorto tra I secolo a.e.c. e il II secolo e.c. è l’altra grande corrente del buddhismo, a cui spesso ci si riferisce come alla seconda messa in moto della ruota del dharma.
  • Caratteri peculiari del Mahayana sono la dedizione agli altri, la cui salvezza viene anteposta alla ricerca personale della liberazione e la conseguente attenzione al concetto di compassione.
  • Questi ideali si condensano nella figura del bodhisattva , colui che, pur essendo prossimo al nirvana, vi rinuncia e si impegna ad aiutare gli altri, guidandoli nel samsara verso il nirvana.
  • Un’altra caratteristica del Mahayana consiste nella devozione sentita e partecipata della bhakti che lo contraddistingue. Al contrario del buddhismo Theravada, il movimento del Mahayana elabora un vastissimo pantheon di Buddha, bodhisattva e altre figure divine, anche femminili, che diventano oggetto di culto e di preghiera. La terza messa in moto della ruota del dharma si può far coincidere con l’avvento del buddhismo tantrico , il Vajrayana o “ Veicolo del vajra ”. Il vajra, l’arma del vedico dio Indra, è una specie di mazza identificata con il fulmine e il termine significa anche diamante. Nel buddhismo tantrico assumono grande rilievo il rito, la dimensione magica , l’acquisizione di poteri straordinari, la pratica del mantra e della meditazione con supporto die mandala: diagrammi che rappresentano il cosmo e la mente a un tempo e che il praticante percorre mentalmente nel corso della meditazione. Gli editti di Ashoka. Un punto cronologico fondamentale è offerto da una colonna iscritta fatta erigere dall’imperatore Ashoka, il quale regnò per quasi quarant’anni intorno al 269-232 a.e.c. Il fusto della colonna si trova infisso nel luogo originale mentre il suo capitello è custodito

nell’Archeological Museum di Sarnath. Ashoka, il “Senza dolore” è uno dei personaggi più importanti della storia indiana. Il suo regno segna il culmine della dinastia Maurya (320- a.e.c.), la cui capitale sorgeva un po’ più a oriente sul Gange, a Pataliputra. Le fonti buddhiste ne fanno un sostenitore della dottrina e grande elemento propulsore della sua diffusione: egli lasciò molte iscrizioni in pracrito su colonne o rocce in trenta siti diversi. Esse comunicano sia l’estensione del regno, sia la personale visione del mondo del sovrano che comprende l’ esaltazione del dhamma , la Legge buddhista, il rispetto e il patrocinio di tutte le religioni, l’adozione di un’etica che raccoglie le istanze migliori dell’epoca e il suo personale impegno per il benessere dei sudditi. Il sovrano chiama se stesso Devanampiya PiyadassiCaro agli dei ”, “ Che guarda con affetto ”. Nell’Archeological Museum di Sarnath: il capitello e il “Buddha che predica”. Queste colonne sono replica dell’asse cosmico e proclamazione di sovranità. I capitelli comportavano la rappresentazione di animali come il leone, il toro o l’elefante. Quello di Sarnath è il più famoso. Quattro leoni addorsati si ergono sul capitello secondo lo stile rigido iranico: sono emblema del dominio del re su tutto lo spazio circostante. Sul tamburo scorrono quattro animali secondo lo stile naturalistico indiano, leone, elefante, toro e cavallo, con significato di potere sui quattro punti cardinali. Gli animali sul tamburo sono separati l’uno dall’altro dal disegno di una ruota. Simbolo solare e di regalità, questa è la ruota dell’imperatore universale, il chakravartinColui che spinge la ruota (del carro da guerra)” e l’immagine grafica del dharma “Messo in moto” dal Buddha. Sopra questo capitello si trovava una ruota raggiata. Il tamburo poggia su un fiore di loto rovesciato. La pietra utilizzata è l’arenaria. Diventato stato indipendente, l’India ha scelto questo capitello come emblema del suo potere, della tolleranza e dell’universalità, cioè i valori di Ashoka. L’altra opera celeberrima di Sarnath è una stele di epoca Gupta (475 e.c.) di fattura locale che rappresenta il Buddha in termini antropomorfi, cosa che accade solo a partire dall’era comune. Anche se in sembianze antropomorfe, la raffigurazione del Buddha è simbolica.

  • (^) Egli è in verità il grande uomo cosmico , il Macrantropo che in sé riassume l’esistente. È il chakravartin dello spirito , sostegno del mondo.
  • (^) Le sue particolarità fisiche trascendono quelle dell’individuo comune. Sul corpo mostra i segni (l akshana ) dell’uomo superiore che la letteratura assomma in numero di 32. La scultura raffigura la protuberanza in cima al capo (ushnisha), il ciuffo di peli fra gli occhi (urna), le immagini della ruota sui palmi delle mani e sulle piante dei piedi. Il suo petto è poderoso come quello di un leone. I suoi lobi sono allungati perché un tempo, quand’era principe, portava pesanti orecchini. Ha i capelli corti perché ha reciso le chiome nel momento della rinuncia. Indossa una veste ascetica ed è volentieri raffigurato seduto con le gambe piegate e raccolte come un meditante.
  • (^) Le sue mani sono atteggiate in diverse mudra (sigilli) cioè in posture che intendono esprimere un suo atto o disposizione:
  • il palmo alzato della destra significa “io vi do la sicurezza” ( abhayamudra )
  • se entrambe le mani sono appoggiate in grembo a palmi in su, la destra di sopra cioà significa la meditazione (dhyanamudra)
  • se si sollevano in un certo intreccio esprimono l’insegnamento ( dharmachakramudra ): la mudra della messa in moto della ruota del dharma
  • (^) L’immagine esprime il momento in cui a Sarnath, il Buddah tenne il suo primo sermone. La posizione delle mani è la dharmachakramudra. Nel basamento della stele, sotto il trono su cui il Buddha è seduto, la ruota del dharma è raffigurata di profilo, circondata da un gruppo di discepoli e affiancata da due gazzelle.