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L'Italia Repubblicana: Costituzione, Pace e Miracolo Economico (1945-1963), Sintesi del corso di Storia Contemporanea

Riassunto sull'Italia repubblicana

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 03/10/2020

fiorella-saldutti
fiorella-saldutti 🇮🇹

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L’ITALIA REPUBBLICANA
L’ITALIA NEL 1945
Fra il 1945-49, l’Italia entrò in una nuova fase della sua storia unitaria: si diede un nuovo ordinamento
repubblicano, una nuova Costituzione democratica, e un nuovo sistema politico, destinato a dar forma a
quella che è stata definita “Prima Repubblica”. L’inflazione era aumentata, ridimensionando i salari reali. Il
sistema dei trasporti era in buona parte disarticolato, mentre milioni di abitazioni erano state distrutte dai
bombardamenti: gli italiani rimasti senza casa erano costretti a coabitazioni forzate, o cercavano rifugio in
edifici pubblici. La fame, la mancanza di alloggi e l’elevata disoccupazione rendevano precaria la situazione
dell’ordine pubblico. Problema serio, poi, era costituito da quegli ex partigiani che intendevano liquidare i
conti del ventennio con misure di giustizia sommaria nei confronti dei fascisti. Ma la minaccia più grave
veniva dalla malavita. In Sicilia, si assisteva a una ripresa del fenomeno mafioso.
LA REPUBBLICA E LA COSTITUENTE
Nel giugno 1946 si tennero le elezioni dell’Assemblea costituente, incaricata di scrivere la nuova
Costituzione italiana; inoltre, grazie a un decreto emanato dal governo Bonomi nel 1944, avevano diritto a
votare anche le donne. Si stabilì che i cittadini sarebbero stati chiamati a decidere direttamente, mediante
referendum, se mantenere in vita l’istituto monarchico, o fare dell’Italia una repubblica. Dopo le elezioni,
democristiani, socialisti e comunisti continuarono a governare insieme, accordandosi sull’elezione del
primo, e provvisorio, presidente della Repubblica, il liberale De Nicola. Ma la coabitazione al governo non
eliminava i contrasti. A fare le spese fu soprattutto il Partito socialista, all’interno del quale si erano
delineati due schieramenti: il primo, che faceva capo a Nenni, voleva conservare i caratteri classisti e
rivoluzionari del partito; il secondo, guidato da Saragat provava ostilità per il comunismo sovietico. Nel
gennaio 1947 l’ala guidata da Saragat diede vita al Partito socialista dei lavoratori italiani che avrebbe
assunto poi il nome di Partito socialdemocratico italiano. A maggio, De Gasperi diede le dimissioni e formò
un nuovo governo di soli democristiani. Si chiudeva così, con i cattolici al potere e le sinistre all’opposizione,
la fase della collaborazione governativa fra i tre partiti di massa.
LA COSTITUZIONE E IL TRATTATO DI PACE
La Costituzione repubblicana si ispirava ai modelli democratici ottocenteschi per la parte riguardante le
istituzioni e i diritti politici: essa dava vita a un sistema parlamentare, col governo responsabile di fronte
alle due Camere (la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica). Le Camere, elette a suffragio
universale, dovevano scegliere un presidente della Repubblica con mandato settennale. Era inoltre previsto
che: un Consiglio superiore della magistratura assicurasse l’autonomia dell’ordine giudiziario; che una Corte
costituzionale vigilasse sulla conformità delle leggi alla Costituzione; che le leggi potessero essere
sottoposte a referendum abrogativo, ovvero diretto all’annullamento di una legge, dietro richiesta di
almeno 500 mila cittadini; venisse creato un nuovo istituto della regione, dotato di poteri (anche legislativi).
Diversamente dai modelli ottocenteschi, però, fu sancito il “diritto al lavoro”, ed era stabilito che il diritto di
proprietà potesse essere limitato a vantaggio del benessere collettivo. Nel complesso, i costituenti
sentirono più l’esigenza di garantire spazi di rappresentanza a tutte le forze politiche, che non quella di
assicurare stabilità al potere esecutivo. Lo scontro più clamoroso si verificò, nel 1947, quando si discusse la
proposta democristiana di inserire nella Costituzione l’articolo 7, in cui si stabiliva che i rapporti fra Stato e
Chiesa fossero regolati dal concordato stipulato nel 1929 fra Santa Sede e regime fascista. (ARTICOLO 7: lo
stato e la chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani). Nel luglio, l’Assemblea
Costituente fu chiamata alla ratifica del trattato di pace, che il governo aveva firmato con gli Stati vincitori
della guerra mondiale: l’Italia, quindi, fu trattata come una nazione sconfitta, e si impegnò a pagare
riparazioni agli Stati che avevano attaccato (Russia, Grecia, Jugoslavia, Albania ed Etiopia), e dovette ridurre
la consistenza delle sue forze armate, perdendo tutte le sue colonie. Dal punto di vista territoriale, si
impegnò a concedere autonomie all’Alto Adige. Inoltre, dolorose furono le mutilazioni subite sul confine
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L’ITALIA REPUBBLICANA

L’ITALIA NEL 1945

Fra il 1945-49, l’Italia entrò in una nuova fase della sua storia unitaria: si diede un nuovo ordinamento repubblicano, una nuova Costituzione democratica, e un nuovo sistema politico, destinato a dar forma a quella che è stata definita “Prima Repubblica”. L’inflazione era aumentata, ridimensionando i salari reali. Il sistema dei trasporti era in buona parte disarticolato, mentre milioni di abitazioni erano state distrutte dai bombardamenti: gli italiani rimasti senza casa erano costretti a coabitazioni forzate, o cercavano rifugio in edifici pubblici. La fame, la mancanza di alloggi e l’elevata disoccupazione rendevano precaria la situazione dell’ordine pubblico. Problema serio, poi, era costituito da quegli ex partigiani che intendevano liquidare i conti del ventennio con misure di giustizia sommaria nei confronti dei fascisti. Ma la minaccia più grave veniva dalla malavita. In Sicilia, si assisteva a una ripresa del fenomeno mafioso. LA REPUBBLICA E LA COSTITUENTE Nel giugno 1946 si tennero le elezioni dell’Assemblea costituente, incaricata di scrivere la nuova Costituzione italiana; inoltre, grazie a un decreto emanato dal governo Bonomi nel 1944, avevano diritto a votare anche le donne. Si stabilì che i cittadini sarebbero stati chiamati a decidere direttamente, mediante referendum, se mantenere in vita l’istituto monarchico, o fare dell’Italia una repubblica. Dopo le elezioni, democristiani, socialisti e comunisti continuarono a governare insieme, accordandosi sull’elezione del primo, e provvisorio, presidente della Repubblica, il liberale De Nicola. Ma la coabitazione al governo non eliminava i contrasti. A fare le spese fu soprattutto il Partito socialista, all’interno del quale si erano delineati due schieramenti: il primo, che faceva capo a Nenni, voleva conservare i caratteri classisti e rivoluzionari del partito; il secondo, guidato da Saragat provava ostilità per il comunismo sovietico. Nel gennaio 1947 l’ala guidata da Saragat diede vita al Partito socialista dei lavoratori italiani che avrebbe assunto poi il nome di Partito socialdemocratico italiano. A maggio, De Gasperi diede le dimissioni e formò un nuovo governo di soli democristiani. Si chiudeva così, con i cattolici al potere e le sinistre all’opposizione, la fase della collaborazione governativa fra i tre partiti di massa. LA COSTITUZIONE E IL TRATTATO DI PACE La Costituzione repubblicana si ispirava ai modelli democratici ottocenteschi per la parte riguardante le istituzioni e i diritti politici: essa dava vita a un sistema parlamentare, col governo responsabile di fronte alle due Camere (la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica). Le Camere, elette a suffragio universale, dovevano scegliere un presidente della Repubblica con mandato settennale. Era inoltre previsto che: un Consiglio superiore della magistratura assicurasse l’autonomia dell’ordine giudiziario; che una Corte costituzionale vigilasse sulla conformità delle leggi alla Costituzione; che le leggi potessero essere sottoposte a referendum abrogativo, ovvero diretto all’annullamento di una legge, dietro richiesta di almeno 500 mila cittadini; venisse creato un nuovo istituto della regione, dotato di poteri (anche legislativi). Diversamente dai modelli ottocenteschi, però, fu sancito il “diritto al lavoro”, ed era stabilito che il diritto di proprietà potesse essere limitato a vantaggio del benessere collettivo. Nel complesso, i costituenti sentirono più l’esigenza di garantire spazi di rappresentanza a tutte le forze politiche, che non quella di assicurare stabilità al potere esecutivo. Lo scontro più clamoroso si verificò, nel 1947, quando si discusse la proposta democristiana di inserire nella Costituzione l’articolo 7, in cui si stabiliva che i rapporti fra Stato e Chiesa fossero regolati dal concordato stipulato nel 1929 fra Santa Sede e regime fascista. (ARTICOLO 7: lo stato e la chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani). Nel luglio, l’Assemblea Costituente fu chiamata alla ratifica del trattato di pace, che il governo aveva firmato con gli Stati vincitori della guerra mondiale: l’Italia, quindi, fu trattata come una nazione sconfitta, e si impegnò a pagare riparazioni agli Stati che avevano attaccato (Russia, Grecia, Jugoslavia, Albania ed Etiopia), e dovette ridurre la consistenza delle sue forze armate, perdendo tutte le sue colonie. Dal punto di vista territoriale, si impegnò a concedere autonomie all’Alto Adige. Inoltre, dolorose furono le mutilazioni subite sul confine

orientale, dove l’Italia dovette misurarsi con la Jugoslavia: l’esercito jugoslavo comandato da Tito aveva occupato l’Istria e rivendicava il possesso di Trieste. Nel 1945 furono fatte violenze dagli jugoslavi a migliaia di italiani accusati di complicità col fascismo. Nel 1946 fu attuata una sistemazione provvisoria, che lasciava alla Jugoslavia la penisola istriana, eccettuata una striscia comprendente Trieste e Capodistria, che avrebbe dovuto costituire il Territorio libero di Trieste. Questo fu a sua volta diviso in una zona occupata dagli alleati, e in una zona tenuta dagli jugoslavi. IL TEMPO DELLE SCELTE Dal 1948, i partiti si impegnarono in una gara in vista delle elezioni politiche, che avrebbero dato alla Repubblica il suo primo Parlamento. Caratteristica di questa campagna elettorale fu la polarizzazione fra due schieramenti contrapposti: quello governativo e quello di opposizione. Le elezioni si risolsero in un successo del Partito cattolico, che ottenne il 48% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera. Con le elezioni del 1948 gli elettori italiani non scelsero solo il partito che avrebbe governato il paese, ma si espressero anche in favore di un sistema economico e di una collocazione internazionale. Sul piano economico, fino a quel momento non furono introdotte forme strutturali di rilievo, ma con le nuove elezioni il ministero del Bilancio fu tenuto dall’economista liberale Einaudi: egli attuò una manovra economica che aveva come scopi principali la fine dell’inflazione, la stabilità monetaria e il risanamento del bilancio statale. La manovra si attuò su tre distinti livelli: una serie di inasprimenti fiscali e tariffali; una svalutazione della lira, che doveva favorire le esportazioni e incoraggiare il rientro dei capitali; una restrizione del credito, che limitò la circolazione della moneta. La “linea Einaudi” ottenne i risultati sperati: la lira recuperò potere d’acquisto, i capitali esportati rientrarono in Italia, i ceti medi risparmiatori riacquistarono fiducia, gli stessi salariati si giovarono del calo dei prezzi. Ebbe però costi sociali, soprattutto sul versante della disoccupazione. Gli aiuti statunitensi furono utilizzati per finanziare le importazioni di derrate alimentari e materie prime, ma non per sviluppare la domanda interna. La cosa positiva: nel 1950 furono raggiunti i livelli produttivi dell’anteguerra. L’adozione di un modello fondato sull’iniziativa privata ebbe come risultato anche una crescente integrazione con le economie dell’Occidente, e contribuì a definire la collocazione internazionale del paese. Nel 1948, furono gettate le basi per il Patto atlantico, e il governo italiano accettò la proposta di adesione, nonostante l’opposizione. L’adesione fu approvata dal Parlamento nel 1949. DE GASPERI E IL CENTRISMO Centrismo, componente essenziale della politica centrista era un moderato riformismo, che rafforzasse la base di consenso popolare dei partiti di governo. L’iniziativa più importante fu la riforma agraria del 1950, che prevedeva l’esproprio e il frazionamento di parte delle grandi proprietà terriere nel Mezzogiorno, nelle isole e nel Centro-Nord. Gli obiettivi a lungo termine erano l’incremento della piccola impresa agricola e il rafforzamento del ceto dei contadini indipendenti. La riforma, però, non servì a contenere la migrazione dalle campagne. Inoltre, fu varata la legge che istituiva la Cassa per il Mezzogiorno, ente che aveva lo scopo di promuovere lo sviluppo economico e civile delle regioni meridionali, attraverso il finanziamento statale per le infrastrutture e il credito agevolato alle industrie localizzate nelle aree depresse. Le riforme varate dai governi centristi, tra cui la legge Fanfani (sul finanziamento alle case popolari) e la riforma tributaria Vanoni del 1955 (che introduceva l’obbligo della dichiarazione annuale dei redditi), furono avversate dalla destra; d’altro canto le sinistre continuarono a condurre una dura opposizione. Nonostante la ripresa produttiva, la disoccupazione si mantenne su livelli elevati e i salari restavano bassi. I partiti di sinistra reagirono mobilitando le masse operaie in una serie di manifestazioni, mentre il governo intensificò l’uso dei mezzi repressivi (anche armi da fuoco): le forze di polizia furono potenziate con la creazione dei reparti celeri. De Gasperi tenta, quindi, di rendere inattaccabile la coalizione centrista attraverso una modifica dei meccanismi elettorali: il sistema scelto fu quello di assegnare il 65% dei seggi alla Camera al gruppo di partiti “apparentati”, ossia uniti da una preventiva dichiarazione di alleanza, che ottenesse almeno la metà +1 dei voti. La riforma elettorale, ribattezzata dalle sinistre “legge truffa”, fu approvata nel 1953. Tuttavia,