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Appunti sui caratteri della commedia nuova, sulla vita dei Menandro e sulle sue opere: Il Misantropo ( δυσκολος), Scudo ( Ασπις), L'Arbitrato (Επιτρεποντες), La donna Tosata (Περιχειρομενη), LA Ragazza di Samo (Σαμια).
Tipologia: Appunti
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Parliamo di una realtà sociale politica, economica e culturale, diversa da quella del mondo classico. Siamo passati con Menandro all’età ellenistica alla morte di Alessandro Magno. Aveva spartito il suo dominio ai suoi diadochi, formano dei piccoli stati. Siamo passati dall’età in cui il cittadino greco era stato partecipe della vita politica, anche con i propri limiti, a un età in cui il mondo greco fa parte di un regno, quello macedone , e la polis scompare ; dunque i cittadini diventano sudditi di un paese di cui non conoscevano neanche il sovrano e neanche dove fosse bene la macedonia. Ormai il tema della politica non viene più preso in considerazione. La commedia di Aristofane che era un tutt’uno con la politica, non avrebbe più motivo si esistere. Gli antichi stessi crearono una specie di commedia di mezzo che facesse un po’ da tramite tra la vecchia (αρχαια) e nuova ( νεα) commedia. Questa commedia di mezzo sappiamo che si sviluppò tra il 380 e il 330 ac, conosciamo dei nomi d’autore e sappiamo che era impegnata su temi mitologici, ma niente di più. Anche della commedia nuova abbiamo una conoscenza lacunosa; Menandro è un autore che noi stiamo ancora conoscendo, avendo poche testimonianze. Esistevano anche altri autori: Difilo e Filemone di cui possediamo solo frammenti e possiamo risalire alla trama delle loro opera soltanto attraverso i rifacimenti di Plauto e Terenzio nel mondo latino (tradizione indiretta).
suoi personaggi; questa è un’influenza che Menandro riceve da Euripide, il primo che aveva analizzato il campo d’azione dell’irrazionale (Medea). Per realizzare l’uomo così com’è, Menandro si ispira molto alla filosofia del tempo, un filosofo in particolare Teofrasto , il quale aveva fatto una vera e Propria indagine sull’animo umano.
VITA. Nel periodo delle lotte dei vari diadochi di Alessandro Magno. Nasce ad Atene nel 342 ac. Inizia l’attività molto giovane ma in vita non ottiene un grande successo, perché il pubblico era abituato ad una commedia diversa. Alla fine visse un esistenza abbastanza appartata. Si interessò alla filosofia e fu discepolo di Teofrasto e morì nel 292 ac. Rappresentò la sua prima commedia nel 321 e sappiamo che compose più di 100 opere, ma vinse solo in 8 casi. La commedia di Menandro ha un intreccio molto complesso, basato sullo scambio di persona che si risolve poi nel riconoscimento finale; ecco perché c’è bisogno di un prologo informativo. In questo siamo vicini al prologo Euripideo. I canti del coro dividono solo la commedia in atti, e non c’è più la rottura della quarta parete. Si può intravedere la commedia di Aristofane negli interventi di qualche singolo attore, che talvolta scambia una battuta con il pubblico. Le commedie sono semplici , sembra quasi che non sia erudito. La metrica non è forzata, è lineare e l’andamento è meno veloce rispetto a quella di Aristofane. La lingua in cui scrive Menandro è la l ingua semplice, comune dell’ellenismo ( κοινη ). Menandro rappresenta gli uomini nella loro vita quotidiana, e si sofferma sul linguaggio dei diversi personaggi. Menandro vuole creare dei personaggi che siano universali, veri in ogni tempo e in ogni luogo; Nella commedia di Menandro si parla soprattutto di ambienti familiari, e quindi si rapporta bene con il pubblico; erano d’accordo essendo le persone stufe della guerra. Se esisteva già una sorta di solidarietà tra pubblico e Aristofane esiste anche una solidarietà tra pubblico e Menandro. Non si verifica tanto in nome della comune cittadinanza ateniese al fine di colpire i nemici politici, ma il pubblico si menandro si trova ad affrontare problemi diversi. Il pubblico è ormai sperduto in una città di cui non sente più di esser parte importante facendo parte di un regno molto vasto. Non è più la polis piccola e contenuta. Anche quel gruppo di valori tradizionali che caratterizzavano la polis non esistono più. Ormai le regole di comportamento vengono dettate dalla famiglia e non più della polis; non c’è però una regressione culturale. La famiglia non che si basava sul γενος, ma sulla volontà dell’uomo. La relazione d’amore anche tra figli e genitori, non deve essere per forza quella tradizionale (presenza di bambini adottati) = concetto di famiglia diverso. Nella famiglia ora rientrano anche i rapporti di amicizia anche se non sono imparentati per via di sangue. Non dobbiamo pensare che Menandro tenda all’evasione, ma porta in scena l’Atene del IV secolo, che non è più una città libera, piena di amarezze. Nelle commedie di Aristofane c’era molto più individualismo, cioè il personaggio della commedia incentrava tutta la trama su di sé. L’eroe comico qui è diverso, è un
Questo tema si può anche individuare nelle figure dei giovani che compaiono nella commedia: la figlia si è innamorata di un uomo che appartiene ad una classe sociale più elevata. I due non dovrebbero frequentarsi e tanto meno sposarsi. Alla fine però si sposano perché Menandro vuole invitare le varie classi sociali a non essere rigidamente chiuse, a superare quelle differenze che sono determinate solo dal caso. Si può intravedere il piano umano, ma si sposta anche al piano sociale perché attraverso il matrimonio invita a superare le differenze = tema della Solidarietà: i poveri devono essere aiutati dai ricchi, e solo con la solidarietà gli uomini possono difendersi dai mali della sorte. Perché se un uomo fa del bene agli altri può essere che poi gli altri lo facciano a lui (a tratti concezione utilitaristica). Terenzio riprenderà il tema della solidarietà : tutti gli uomini appartengono alla stessa natura e devono essere solidali.
Emergono dettagli importanti sull’evoluzione della figura dello schiavo in Grecia. La commedia è caratterizzata dal protagonista schiavo chiamato Davo. TRAMA Davo È lo schiavo di un giovane, che si crede essere morto in battaglia perché Davo che era con lui non l’ha più visto e ha trovato lo scudo. Allora ha creduto che fosse morto o catturato dai nemici. Su questo fraintendimento si gioca tutta la vicenda. Davo torna e porta in scena lo scudo abbandonato. Ed inizia solo ora il prologo in cui il destino spiega che il padrone non è morto in realtà. Dopo compare sula scena un vecchio zio del padrone Smicrine , avaro e avido, il quale dopo aver saputo che il nipote è morto in battaglia dopo aver conquistato un ricco bottino, arriva subito. Il giovane in realtà aveva una sorella; quindi lo zio pensa di sposare la sorella per poter mettere e mani sul bottino. In effetti esiste una legge in Attica che consente ad uno zio di sposare la nipote se questa è rimasta sola senza genitori fratelli o sorelle. La sorella del giovane però è già stata promessa ad un altro., Interviene Davo che si rende conto delle mire dello zio e vuole fare in modo che non possa portare a termine il suo piano anche se era legittimo per legge. Allora davo escogita un piano, molto ingegnoso per fregare lo zio. È il primo schiavo che dimostra un fortissimo attaccamento ala suo padrone (è disperato all’inizio). Si assiste ad una rappresentazione molto più introspettiva dei personaggi e in particolare al superamento di alcuni clichè: la figura di schiavo pur mantenendo certe caratteristiche , ha un’umanità molto ricca. Davo riesce ad ordire il suo piano e fa in modo che Smicrine venga smascherato. A lla fine vediamo arrivare in scena il giovane creduto morto , e con il suo ritorno Smicrine non deve fare nulla perché la sorella ha ritrovato il fratello. Alcuni punti essenziali:
suspense , ma voleva dare più risalto ai caratteri delle persone , più che alla dimensione spettacolare della vicenda, e quindi il prologo pone più in cattiva luce Smicrine.
Non è una commedia intera, ne abbiamo i due terzi, riusciamo comunque a ricostruirlo grazie a Terenzio che riprende la commedia nelle Eccira. TRAMA C’è un giovane che si chiama Carisio , che, come ogni tanto accadeva nel mondo antico, durante le feste religiose, una sera violenta una ragazza, che si chiama Panfile. Passa un po’ di tempo e i due giovani si rincontrano in circostanze normali, non si riconoscono, si innamorano e si sposano. Dopo qualche mese Carisio deve partire per un viaggio e mentre lui si assenta, Panfile partorisce un bambino che però è di colui che lo aveva stuprata. Allora decide di non tenerlo e non dire niente a Carisio e fa esporre il bambino in un bosco. Mette assieme al bambino alcuni segni di riconoscimento tra cui un anello che lei durante la notte dello stupro aveva strappato al violentatore. Carisio torna e viene a sapere tutto; è molto addolorato e quindi se ne va di casa, e va a convivere con un etera di nome Abrotono. Va a vivere con lei pur continuando ad amare la moglie. Abrotono si distanzia dal mondo della pura costituzione, e si innamora di lui che però non la ricambia. Il bambino viene ritrovato da un pastore che lo cede ad un carbonaio , ma il pastore tiene con se gli oggetti che erano stati lasciati accanto al bambino. Il carbonaio viene a sapere di questi oggetti ed entra in conflitto con il pastore per ottenerli; i due non riescono a trovare un accordo. Mentre stanno litigando decisero di affidarsi ad un arbitro per decidere che doveva tenere gli oggetti. Per caso passa in quel luogo un uomo, il padre di Panfile , il quale accetta di fare da arbitro non sapendo che fosse suo nipote. Dà ragione al carbonaio. Intanto sulla scena arrivano Abrotono e un servo di Carisio che riconosce l’anello del suo padrone. Meccanismo del’Agnizione= riconoscimento Abrotono ha assistito alla scena e ha capito tutto, poiché era una donna intelligente. Nonostante il suo amore nei confronti di Carisio, decide di rivelare ciò che aveva scoperto. Carisio capisce che sua moglie era quella donna stuprata, e che il bambino è il frutto di quella violenza. Questi problemi si generano anche perché tante volte non vengono dette delle cose: Panfile non aveva detto al marito di essere stata violentata. Alla fine il servo di carisio mette al corrente tutti dell’accaduto e sbeffeggia il padre di Panfile che si era sempre opposto alla riconciliazione dei due sposi. Motivi importanti
I due vecchi ritornano e Demea acconsente il matrimonio fra il figlio e la ragazza, non sapendo ancora del figlio. Demea crede che questo bambino fosse frutto di una relazione dell’etera, la quale non aveva nulla da perdere. Siccome Demea sente da una voce che questo bambino è figlio di Moschione, pensa che la relazione della donna sia con il figlio. Alla fine fortunatamente Demea scopre la verità Moschione si è un po’ adirato con il padre, perché non aveva avuto parole benevole per i figlio. Alla fine quindi Moschione finge di voler partire per fare il mercenario, ma il padre lo richiama subito ai suoi doveri di figli =rapporto tra padri e figli. Moschione voleva essere pregato dal padre, ma questo in quel momento gli ricorderà tutto quello che ha fatto per lui; gli ricorderà anche una massima “Non è bene obbedire ad un padre a fatica ma è bene farlo spontaneamente”. La letteratura di questo si è già occupato (Esiodo Aristofane). Menandro aveva già affrontato il problema dell’educazione die figli, affermando che il metodo della benevolenza è il metodo migliore ; i padri devono essere comprensivi. I figli con l’indulgenza e la generosità, sono aiutati a crescere meglio e diventano più obbedienti e grati nei confronti dei genitori. Menandro vede il rapporto come un scambio : il padre dà al figlio beni, mezzi per vivere bene e il figlio in cambio dà gratitudine. (visione un po’ utilitaristica). Nel prologo Moschione elogia il padre, dicendo che non gli ha mai fatto mancare nulla e gli ha anche permesso di partecipare alle liturgie con sfarzo, ha potuto aiutare amici grazie al padre. Moschione è diventato grazie a lui un giovane che sa come comportarsi nella vita, grazie a due valori fondamentali:
- obbedienza alle leggi