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Menandro e la commedia nuova., Sintesi del corso di Greco

dalla commedia antica alla commedia nuova; i poeti della commedia di Mezzo; Menandro (misantropo, la donna rapata, l'arbitrato, la donna di Samo, Lo scudo); teatro e società in Menandro; un umanesimo globale; la tecnica teatrale; struttura e lingua.

Tipologia: Sintesi del corso

2017/2018

Caricato il 07/06/2018

marica_bartolotta
marica_bartolotta 🇮🇹

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MENANDRO E LA COMMEDIA NUOVA.
Dalla commedia antica alla commedia nuova.
Nel IV secolo a.C. ci fu il denitivo crollo della civiltà della polis. Le
conseguenze di ciò investirono il teatro, sia tragico sia comico. Fino a tutto il IV
secolo a.C., il protagonista delle opere teatrali di Aristofane era spesso
espressione della parte “sana” della città, che attraverso l’impegno nel
conseguimento di un obiettivo personale, in realtà era indicativo di un bisogno
della collettività. Gli amici e i nemici con cui si misurava erano gli stessi della
polis, e il lieto ne della vicenda si identicava con la vittoria di quest’ultima
sui suoi avversari. Al mutare delle circostanze esterne, il protagonista del
teatro comico cominciò a prendere progressivamente le distanze dalla polis,
no allo scomparire del tutto da esse. A partire dal 404 a.C. venne meno la
tematica politica e gli spunti oerti all’irrisione. Ciò va considerato come una
linea di demarcazione all’interno del genere comico, che subisce anche una
riduzione degli intermezzi corali.
L’intervallo che si estende dal 388 a.C. (data di rappresentazione del lavoro
teatrale “Pluto”) al 322 a.C. (prima produzione teatrale di Menandro), e che
presenta sostanziali modiche di forma e contenuto rispetto al modello teatrale
del V sec a.C., può essere considerata una fase di “mezzo” (caratterizzata dalla
presenza della parodia mitologica e dall’assenza di satira politica). Tale
distinzione non può essere però scandita cronologicamente, poiché ciascuno
dei tre periodi conserva tratti specici, rispettivamente, del precedente o del
seguente. Inoltre, alcuni poeti della fase intermedia sconnano della “Nuova”,
e ci sono molto dubbi circa l’esistenza di una Commedia di Mezzo, perché non
ci è pervenuta alcuna opera risalente a quel periodo.
I poeti della commedia di mezzo.
La tradizione antica ricorda 57 poeti appartenenti alla fase intermedia, di cui
possediamo non pochi frammenti. Tra i poeti ricordiamo Antifane, Alessi,
Anassandride, Eubulo e Rintone che introdusse l’ilarotragedia.
Menandro.
L’ateniese Menandro creò un teatro che nella struttura e nei temi espresse le
numerose trasformazioni intervenute all’interno del genere comico. Lo spazio
teatrale, privo ormai delle questioni politiche, fu riempito con storie dalle trame
semplici, ricche però di colpi di scena, equivoci, rivelazioni, e che richiedevano
la presenza dell’elemento psicologico. Al centro del teatro menandreo c’è
l’uomo (anonimo già nel nome stesso) calato in una normale quotidianità e
lontano dalle grandi costruzioni fantastiche di Aristofane. Le vicende proposte
da Menandro appartengono rigorosamente alla sfera del privato e anche la
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MENANDRO E LA COMMEDIA NUOVA.

Dalla commedia antica alla commedia nuova.

Nel IV secolo a.C. ci fu il definitivo crollo della civiltà della polis. Le conseguenze di ciò investirono il teatro, sia tragico sia comico. Fino a tutto il IV secolo a.C., il protagonista delle opere teatrali di Aristofane era spesso espressione della parte “sana” della città, che attraverso l’impegno nel conseguimento di un obiettivo personale, in realtà era indicativo di un bisogno della collettività. Gli amici e i nemici con cui si misurava erano gli stessi della polis, e il lieto fine della vicenda si identificava con la vittoria di quest’ultima sui suoi avversari. Al mutare delle circostanze esterne, il protagonista del teatro comico cominciò a prendere progressivamente le distanze dalla polis, fino allo scomparire del tutto da esse. A partire dal 404 a.C. venne meno la tematica politica e gli spunti offerti all’irrisione. Ciò va considerato come una linea di demarcazione all’interno del genere comico, che subisce anche una riduzione degli intermezzi corali.

L’intervallo che si estende dal 388 a.C. (data di rappresentazione del lavoro teatrale “Pluto”) al 322 a.C. (prima produzione teatrale di Menandro), e che presenta sostanziali modifiche di forma e contenuto rispetto al modello teatrale del V sec a.C., può essere considerata una fase di “mezzo” (caratterizzata dalla presenza della parodia mitologica e dall’assenza di satira politica). Tale distinzione non può essere però scandita cronologicamente, poiché ciascuno dei tre periodi conserva tratti specifici, rispettivamente, del precedente o del seguente. Inoltre, alcuni poeti della fase intermedia sconfinano della “Nuova”, e ci sono molto dubbi circa l’esistenza di una Commedia di Mezzo, perché non ci è pervenuta alcuna opera risalente a quel periodo.

I poeti della commedia di mezzo.

La tradizione antica ricorda 57 poeti appartenenti alla fase intermedia, di cui possediamo non pochi frammenti. Tra i poeti ricordiamo Antifane, Alessi, Anassandride, Eubulo e Rintone che introdusse l’ilarotragedia.

Menandro.

L’ateniese Menandro creò un teatro che nella struttura e nei temi espresse le numerose trasformazioni intervenute all’interno del genere comico. Lo spazio teatrale, privo ormai delle questioni politiche, fu riempito con storie dalle trame semplici, ricche però di colpi di scena, equivoci, rivelazioni, e che richiedevano la presenza dell’elemento psicologico. Al centro del teatro menandreo c’è l’uomo (anonimo già nel nome stesso) calato in una normale quotidianità e lontano dalle grandi costruzioni fantastiche di Aristofane. Le vicende proposte da Menandro appartengono rigorosamente alla sfera del privato e anche la

trama prende avvio da eventi quotidiani. Menandro vuole creare un effetto di verosimiglianza (altro tratto distintivo rispetto ad Aristofane) con i limiti imposti dalle convenzioni del tempo (eventi accidentali, buona sorte). Il ruolo svolto dalla fatalità in questo tipo di commedia è molto scoperto e Menandro non fa nulla per nasconderlo, bensì lo esaspera al fine di ottenere l’artificiosità. Per i Greci la nozione di casualità aveva assunto la valenza di vera e propria categoria culturale e ideologica. Inoltre l’insistenza sul potere del caso era indice della crisi di certezze che travagliava l’uomo greco al tramontare della polis.

Menandro, nipote o discepolo del poeta Alessi, nacque nel 342 a.C. ad Atene. Ebbe una cultura vasta e approfondita, soprattutto in campo filosofico. Fu compagno di efebia di Epicuro e discepolo di Teofrasto. Un posto di rilievo nella sua vita sentimentale ebbe un’etera di nome Glicera. La morte colse il commediografo appena cinquantenne, nel 291 a.C., mentre faceva un bagno nelle acque del Pireo.

Il misantropo.

Cnemone, vecchio contadino, insofferente del genere umano, ha abbandonato la moglie e il figliastro Gorgia e vive lontano da tutti. Le uniche a fargli compagnia sono una serva e una giovane figlia che ha fatto innamorare di lei un vecchio giovane di nome Sostrato. La scontrosità di Cnemone rende difficile qualsiasi approccio del giovane, che viene però aiutato da un inaspettato incidente accaduto al vecchio: era precipitato dentro un pozzo. Solo grazie all’aiuto di Sostrato e Gorgia non morirà. Cnemone si rende conto dell’inumanità del proprio modo di vivere e adotta Gorgia come figlio e lo incarica di trovare un marito alla sorella. Gorgia fidanza la fanciulla con Sostrato, che a sua volta convince il padre a dare in sposa la sorella a Gorgia. Alla festa per le duplici nozze è invitato anche Cnemone, che però è ritornato quello di prima e non vuole recarsi al matrimonio. Tuttavia sarà trascinato a forza al matrimonio dal servo e dal cuoco.

La donna rapata.

Polemone, in un impeto di gelosia, ha rasato i capelli a Glicera, sua concubina, per punirla di aver baciato il giovane Moschione. In realtà Moschione e Glicera sono fratelli esposti da piccoli ma salvati da una vecchia. Costei aveva fatto

pronto. Tuttavia Moschione vuole vendicarsi per i sospetti del padre e finge di voler partire soldato ma una serie di eventi vanificano il piano e Moschione si avvierà alle nozze senza aver gratificato il proprio orgoglio.

Lo scudo.

Il pedagogo Davo, che accompagna Cleostrato, lo crede morto in battaglia. Cleostrato è incolume e si accinge a tornare in patria. Ma il bottino che il giovane aveva conquistato spinge suo zio Smicrine a sposarsi con la sorella del giovane defunto. A nulla servono i richiami di Cherestrato, suo fratello minore, sull’abbondante differenza di età con la ragazza, peraltro già fidanzata con Cherea. Davo ha un’idea: vuole che Cherestrato si finga morto, cosicché sia necessario trovare un marito anche a sua figlia e sicuramente Smicrine, notando la maggiore ricchezza, preferirà sposare la figlia di Cherestrato. L’idea è messa in atto. La commedia si conclude con le nozze di Cherea con la sorella di Cleostrato e con le nozze di Cleostrato con la figlia di Cherestrato.

Teatro e società in Menandro.

Il processo di trasformazione della società greca in Menandro appare ormai compiuto e consolidato. I protagonisti del suo teatro sono abitanti di una tranquilla città di provincia, lontana dai centri direttivi del potere politico, impegnati in un’esistenza che ha nella famiglia e nei suoi valori l’unico fulcro d’interesse; una società in certo qual modo borghese, moderatamente benestante ma non schiava delle differenze di censo, amante di un’esistenza esente da stravaganze o frenesie e attenta a salvaguardare la propria

onorabilità. Il testo delle commedie accenna spesso all’infelice sorte dei poveri o dei meno fortunati. I fasti e le suggestioni dell’antica fede sono ormai un ricordo: tiepida nei suoi slanci religiosi, disorientata dai convulsi e imprevedibili avvenimenti storici dell’ultimo cinquantennio, la gente ha imparato a dipendere sempre meno dalle tradizionali divinità del passato, nella consapevolezza che il presente è l’unica certezza e il futuro è avvolto nella nebbia. Il pubblico, che numeroso ancora affolla il teatro, non si aspetta profondi insegnamenti ma uno spettacolo gradevole, facile da seguire, convenzionale nelle sue proposte, esente da problematiche riguardanti i massimi sistemi. Qualunque sia la gravità degli impedimenti che si presentano nel corso della vicenda, questi alla fine sono rimossi ed essa si conclude lietamente o con il consolidamento dell’unione già esistente o con la celebrazione delle nozze o con la vittoria del personaggio positivo. Fra i buoni sentimenti che affollano il teatro di menandreo un posto di rilievo è quello assunto dalla filantropia e dall’amicizia, ma campeggiano anche la solidarietà, la disponibilità dei personaggi a riconoscere i propri limiti e a comprendere le debolezze degli altri in nome della comune fallibilità umana e della fallacia delle apparenze rispetto alla verità effettiva delle cose: elementi caratteristici di un mondo nel quale la filosofia, intesa come dimensione culturale propria dell’individuo, aveva una parte di rilievo.

Un umanesimo globale.

Lungi dall’appiattirsi nella ripetitività o dal risolversi in sterile intrattenimento, la drammaturgia menandrea diviene compiuta opera d’arte perché l’autore riesce ad infondere nei suoi personaggi il soffio vitale che li caratterizza come individui veri ed autonomi sulla scena, strappandoli alle caricature di tipi funzionali alla vicenda rappresentata. Il teatro di Menandro si configura quindi come un teatro antropocentrico, erede dell’esperienza euripidea; il suo protagonista è un uomo alle prese con avventure quotidiane e anche banali, nelle quali risultano le sfaccettature della sua indole, di volta in volta irascibile, avida, generosa, disinteressata, timida, collerica. Sulla scena sfila così una galleria di personaggi ben definiti, nei quali si è voluta spesso vedere l’influenza dei Caratteri di Teofrasto, fulminanti per l’acutezza con cui vengono delineati ma destinanti a rimanere medaglioni immoti e privi di vita interiore. L’interrelazione fra i caratteri di Menandro e quelli teofrastei sembra comprovata dal fatto che alcuni titoli di commedie si identificano con taluni di quei tipi. Se l’orgogliosa convinzione che la propria civiltà e la propria civiltà e la propria educazione fossero superiori a quelle degli altri uomini aveva indotto l’uomo ateniese del V secolo a ritenersi un unicum nell’ecumene, ora che il

diventare koinè. Nella fase più matura lo stile, quotidiano e semplice, risulta ben variato e adattato ai personaggi, in una sorta di ethopoiìa che contribuisce a rendere ancora più viva la vicenda rappresentata.