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n questo libro si cerca di caratterizzare la lingua italiana veicolata dalla tv. Si è condotta l’analisi sulla tv generalista e in particolare sulla neotelevisione, affermatasi con l’avvento delle tv commerciali. Eco contrappose la neotelevisione alla paleotelevisione, caratterizzata dal monopolio e dalla programmazione discontinua, oltre che da un forte intento pedagogico.
Tipologia: Sintesi del corso
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Caricato il 29/11/2018
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Introduzione In questo libro si cerca di caratterizzare la lingua italiana veicolata dalla tv. Si è condotta l’analisi sulla tv generalista e in particolare sulla neotelevisione, affermatasi con l’avvento delle tv commerciali. Eco contrappose la neotelevisione alla paleotelevisione, caratterizzata dal monopolio e dalla programmazione discontinua, oltre che da un forte intento pedagogico. I canali tematici e quelli a pagamento sono stati considerati solo marginalmente, perché rappresentano ancora contenitori di nicchia. Si è classificato l’italiano della televisione proponendo prima una tipologizzazione dei diversi ambiti, poi mettendo a fuoco lo stile comunicativo e linguistico di alcuni programmi: si è distinto tra programmi di approfondimento informativo senza pubblico in studio e programmi con il pubblico, caratterizzando poi le varie sottocategorie e i tipi di italiano usati, documentando ed esemplificando i fenomeni più rilevanti. Consce della mutevolezza del contesto televisivo e dell’italiano da esso veicolato, le autrici hanno rinunciato a qualsiasi pretesa di esaustività.
Accanto al testo enunciato la tv presenta spesso testi scritti in sovrimpressione, ma anche testi per i non udenti. Alcuni programmi, inoltre, riportano sui rispettivi siti web i testi verbali.
3.1. Dalla radiodiffusione alla televisione La tv delle origini ebbe inizialmente un uditorio limitato alle classi medie e colte: radio e tv contribuirono all’unificazione linguistica. Sociologi e storici dei media hanno elaborato una periodizzazione scandita in tre fasi in base alla produzione della testualità televisiva: dall’era della scarsità (‘50-‘60), caratterizzata da un palinsesto scarno e da un pubblico indifferenziato, si è passati a quella della disponibilità (’80-’90), con un’offerta ampia e un pubblico segmentato, per finire con l’era dell’abbondanza (dal 2000), caratterizzata da una personalizzazione del consumo e un pubblico interattivo e individualizzato.
3.2. (^) Generi e stili comunicativi Lo scopo delle prime trasmissioni Rai era quello di armonizzare identità regionali e nazionali secondo la triade “informare, educare, intrattenere” assunta dal direttore generale della BBC John Reith. La programmazione televisiva ricalcava inizialmente quella radiofonica e veniva concesso spazio alla divulgazione scientifica: da teleletteratura e teleteatro si sarebbe poi originata la ficrion all’italiana. Anche nei confronti dei bambini la tv cercava di essere fonte di cultura. Nel 1961 fu introdotto il secondo canale, mentre nel 1975 fu dato spazio alla libera concorrenza portando alla proliferazione di radio e tv private e locali. Lo scopo, allora, non fu più l’educazione, ma la fidelizzazione del pubblico così da averne un ricavo. Fa eccezione solo La7, che si è specializzata nell’informazione politica e nella divulgazione culturale. La Rai si è adeguata ai tempi anticipando e sperimentando nuovi linguaggi: con la moltiplicazione dei programmi si è passati alla tv generalista, che arrivava a spettacolarizzare anche gli argomenti più seri per fidelizzare e colpire il pubblico. Nel nuovo modo di trasmettere il carattere identificativo dei programmi è la serialità: così nascono fiction, quiz e rubriche di approfondimento con andamento sempre più ciclico e rituale, per addomesticare e fidelizzare il pubblico, passando da una graduale contaminazione di generi e linguaggi a un vero e proprio sincretismo tra settori diversi. La fruizione personalizzata consentita dalle tv via cavo ha movimentato ancor di più il panorama mediatico, provocando l’ibridazione tra i media e generando una comunicazione sempre più ravvicinata tra emittente e ricevente.
3.3. Televisione e italo fonia Non c’è dubbio sulla funzione unificante delle trasmissioni televisive: l’italiano della paleotelevisione era una lingua intermedia tra quella parlata e quella sognata dei puristi. Questa soluzione era ben vista da De Mauro e Sobrero, che ritenevano che il pubblico si sarebbe così appropriato di una rudimentale varietà di livelli stilistici e di un approssimativo funzionamento della lingua. Della stessa idea anche Andrea Masini, che elaborò l’immagine della tv come specchio a due raggi per definire la neotelevisione e il suo effetto narcotizzante sul pubblico.
mancanza di scioltezza, mentre i fogli danno più naturalezza, pur comportando il rischio di sviste ed esitazioni. Nei tg di Mentana e Fede c’è anche un certo grado di improvvisazione. Sul piano diamesico la lingua dei tg comprende un’ampia varietà: lo scritto appare nei titoli e nelle didascalie, mentre il parlato-scritto nei lanci e nei servizi e il parlato controllato caratterizza le dichiarazioni e le interviste, per lo più di politici. Più spostati verso il parlato spontaneo sono gli interventi delle persone comuni, maggiormente frequenti nei tg Mediaset. Per quanto riguarda il parlato dei giornalisti, la pronuncia dell’Italia centrale è dominante nella Rai, mentre nei tg Mediaset prevale la pronuncia settentrionale. Inoltre notiamo un progressivo peggioramento nell’efficacia comunicativa: ciò è dovuto per lo più alla velocità di enunciazione e alle pause nella frase, che vanno spesso a scapito della chiarezza. Sul piano grammaticale il parlato dei giornalisti è corretto e moderno e si adegua al neostandard senza cadere negli usi più esclusivi del parlato: non ricorrono il “te” soggetto o l’indicativo per il congiuntivo, ne “gli” per “le/loro”; ci sono, però, “lui, lei, loro” soggetti e alcuni costrutti marcati; frequente è la posposizione del soggetto, funzionale all’evidenziazione di determinati elementi informativi. La sintassi del periodo è ben strutturata e coesa, composta di frasi brevi e paratassi e una subordinazione mai pesante e limitata a subordinate oggettive e relative. Una struttura di media complessità si riscontra invece in Mentana e Fede. Nei titoli sono frequenti le frasi nominali,e una certa frammentazione sintattica caratterizza le parti dove c’è maggiore improvvisazione. I tg Mediaset sono caratterizzati da un approccio colloquiale, con uno stile più vicino al parlato spontaneo, interruzioni ed esitazioni. Mentana cerca di stabilire un dialogo con gli spettatori e di commentare le notizie: per questo nel suo parlato abbondano i connettivi e gli avverbi di precisazione. Il lessico dei telegiornali è mediamente semplice, comprensibile e vicino al linguaggio comune, e tende ad evitare parole difficili e tecnicismi.cA volte però la ricerca di semplicità porta a imprecisione. Più nutrito è il gruppo delle voci colloquiali, usate per conferire vivacità e creare complicità con il pubblico. Un altro aspetto è il dilagare di termini forti ed espressivi, che porta ad un loro indebolimento semantico. Consistente anche la presenza di stereotipi, come “bagno di sangue, morsa del fisco, esplode la rabbia”. Nei tg dovremmo trovare una coerente interazione tra testo e immagini, ma spesso non è così, specialmente nei servizi in differita, dove troviamo immagini di repertorio poco calzanti. La tv italiana usa ancora troppo poco i filmati video, ai quali spesso si preferiscono immagini di repertorio. In diacronia notiamo la crescente tendenza a coinvolgere il pubblico: dalla fine degli anni ’90 il linguaggio dei tele giornalisti ha teso a mettersi dalla parte della gente, soprattutto nella scelta delle parole, ma non solo: notiamo l’aumento dell’uso del “noi” e quello delle espressioni colloquiali, che va collegato con la crescita delle notizie leggere e con la tendenza a creare complicità. In aumento anche gli stranierismi, specialmente settoriali e anglo-americani. Di contro, negli interni e nella cronaca spicca un lessico formale e di ascendenza burocratica, insieme ai numerosi stereotipi. Per quanto riguarda i verbi, il congiuntivo tiene, così come il futuro, mentre il presente si allarga un po’ sul passato e il passivo sta diminuendo sensibilmente. La sintassi marcata è in aumento, soprattutto nei tg improntati verso l’oralità, come il Tg4 e Studio Aperto. Per la sintassi del periodo domina un periodare ben costruito, pianificato, con una minima presenza di sintassi oralizzante; nel tempo sono aumentati i periodi brevi. Il conduttore nel corso del tempo ha perso spazio, diventando solo una figura che lancia i servizi; anche la struttura dei servizi è cambiata, dal momento che essi tendono ad essere, soprattutto per la politica interna, collage di interviste a politici.
2.2.2 Gli approfondimenti informativi Programmi di approfondimento informativo sono gli approfondimenti dei tg, le inchieste e i talk show senza pubblico.
Nel complesso gli approfondimenti dei Tg fanno uso di una lingua chiara e comprensibile, così come programmi come “Terra” e “Speciale Tg1”, e ancora, “ Report ”. Quest’ultimo in particolare è un esempio di video-giornalismo basato su argomenti che rientrano in macrotemi: alla voce dei giornalisti si intersecano qui le voci degli intervistati. I giornalisti ricorrono al parlato-scritto, un italiano quasi standard, e a volte ci sono tecnicismi. Importanti sono le immagini. Un esempio diverso è invece “ tv7 ”, dove un giornalista in studio dialoga con ospiti esperti in diretta e con testi solo in parte preparati: il dialogo è ordinato e pacato, con tecnicismi ma anche espressioni più semplici. “ Terra ” è invece un programma di approfondimento collegato al Tg5: esso presenta inchieste scottanti e interviste a personaggi e a persone comuni. Lo stile è sobrio, controllato, chiaro e lento, con qualche coloritura colloquiale. “ Presa diretta ” e “ Omnibus ” mostrano un parlato controllato e serio, con parti informative e parti di dibattito. Totalmente diversi sono programmi come “ Qui Radio Londra ” di Giuliano Ferrare, dove l’opinionista conduce brevi interventi su argomenti di politica: il registro qui è brillante, con un parlato colto e rispettoso delle regole che si mischia però a un tono colloquiale e confidenziale. Sono presenti alcuni stranierismi e neologismi anche effimeri. Più sobrio è lo stile di Lucia Annunziata in “ In ½ ora ” (Rai3): la giornalista qui incontra personaggi di spicco della politica e della società: il suo parlato è serio e controllato, ma ci sono anche qui espressioni colloquiali, genericismi e segnali di spontaneità. Anche il linguaggio dei politici si mantiene su un registro formale e controllato. Un altro tipo di approfondimento informativo è quello di “Otto e mezzo”, “In onda” e “Omnibus”, dove i politici dibattono attorno a un tavolo, condotti da uno o due giornalisti. Se i conduttori sono due il programma è più mosso e lo stile meno formale. Generalmente nella prima parte del programma ci sono ordine e rispetto, ma con l’animarsi del confronto prevalgono scambi di battute serrati e spesso ai limiti della rissa verbale. Il panorama dei programmi di informazione e attualità è dunque molto vasto e vario, ma si attesta generalmente nell’ambito del parlato serio-semplice.
2.3 L’infotainment Questo genere è costituito dai programmi in cui informazione e intrattenimento convivono e si sovrappongono: si tratta dei talk show, un modo di fare tv che si basa sul fare dibattito e sul confronto. Questo macrogenere di origine americana è arrivato in Italia negli anni Settanta grazie a Maurizio Costanzo: il conduttore svolge un ruolo centrale, e il peso e il carattere del programma dipendono dai contenuti e dal taglio. Si possono distinguere i talk show politici e i programmi di infotainment più in generale.
2.3.1 La tv dibattito o tv delle parole Il panorama dei talk show politici è vasto: “Porta a porta”, “Annozero”, “Ballarò”, “Matrix”, “L’infedele”. La pluralità di componenti implica una pluralità di registri che fanno corona allo stile enunciativo del conduttore: domina la conversazione, più o meno rissosa, e i temi sono politica, economia, attualità, cronaca e spettacolo. Generale è la contrapposizione bipolare tra le parti politiche. Concentriamoci ora su tra programmi: “ Ballarò ” è caratterizzato da sobrietà. A parte la comicità di Crozza e i titoli brillanti, la trasmissione segue una linea di sobrietà e medietà. Molti importante risulta la videografica. Tipici del conduttore, Floris, sono gli “allora” per riprendere la parola e “alè” come sigla di chiusura. Il suo parlato mostra dislocazioni e ridondanze, oltre all’uso del presente per il futuro, frasi sospese e a volte l’indicativo al posto del congiuntivo. Nonostante ciò il suo parlato è chiaro ed efficace, mentre il parlato dei politici ospiti è molto vario. Anche i giornalisti presenti si lasciano spesso andare all’informalità. Il linguaggio dei servizi trasmessi è invece un parlato-scritto più brillante, al fine di avere più presa sul pubblico. Il pubblico in studio non interviene, si limita ad applaudire.
Analoga struttura di incontro a due è quella delle “ Invasioni barbariche ” di Daria Bignardi, che ospita personaggi della cultura, della politica e dello spettacolo. Dal punto di vista linguistico gli ospiti si differenziano, mentre la Bignardi ha uno stile spigliato e piacevole, orientato verso il parlato, ma comunque fondamentalmente corretto. L’ultimo tipo di programmi tra informazione e intrattenimento è rappresentato da programmi satirici di controinformazione come “Le iene” e “ Striscia la notizia ”: quest’ultima si è rivelata una vera e propria fucina linguistica con neologismi, termini dialettali e tormentoni. Il parlato dei conduttori si basa su un canovaccio, con ampio spazio all’improvvisazione, mentre quello dei servizi è coeso e corretto, con continui giochi di parole. Nelle “ Iene ” la componente comica è ancor più accentuata: i servizi sono dei collage che alternano il parlato-scritto dell’autore fuori campo alla spontaneità colloquiale del servizio.
2.4 Varietà della divulgazione scientifico-culturale La televisione ha assunto un ruolo centrale nel trasmettere conoscenze in modalità divulgativa, ma bisogna ricordare che far cultura in tv è un concetto più ampio, che investe anche tanti programmi al di fuori del genere della cultura, come accade nei talk show culturali o nei quiz e nei giochi televisivi. In questo paragrafo però ci riferiamo in particolare a quei programmi attraverso cui vengono divulgati contenuti culturali e scientifici con una vocazione pedagogica. Le finalità intrattenitive hanno reso questi programmi più movimentati, rendendoli “edutainment”. Questi programmi hanno l’impronta e la struttura di una narrazione, e la loro lingua è chiara ed efficace. Il tipo di italiano usato in questi programmi è rilevante ai fini della funzione modellante. Questi programmi oggi occupano per lo più le fasce tardo-serali del palinsesto, e vediamo come sia difficile proporne una suddivisione in tipi: i parametri da considerare sono infatti diversi e in grado di interagire tra loro, così come i contenuti. La divulgazione e l’informazione funzionano al meglio per la storia, per la natura e l’ambiente, ma non per discipline dall’alto grado di astrattezza come la matematica e la filosofia. Nella neotelevisione non contano tanto i contenuti quanto l’interazione: la voce del narratore e quella degli esperti sono fondamentali, assicurano la veridicità dei contenuti: i tecnicismi sono frequenti, ma attesi. Il conduttore è centrale sia come collegamento delle parti sia dal punto di vista linguistico. Legati alla struttura del programma e alle sue finalità sono il target di riferimento e la fascia oraria: ai fini di una descrizione linguistica i programmi di divulgazione culturale e scientifica non devono essere suddivisi al proprio interno, ma si può fare una carrellata graduale dalle trasmissioni più istruttive a quelle più d’intrattenimento. In linea di massima i programmi più istruttivi sono quelli serali (si escludono dall’analisi i programmi strettamente documentaristici in cui la voce narrante è sempre in italiano standard e spesso è tradotta dall’inglese). L’impostazione più didascalica caratterizza molti programmi di divulgazione della Rai come “La storia siamo noi”, “Dixit” e “Correva l’anno”. “La grande storia” è invece priva di conduttore. Emblematiche sono le trasmissioni di Piero e Alberto Angela , modelli curati e attenti di divulgazione dall’impostazione didascalica. Di taglio diverso è “ Passepartout ”, programma dedicato all’arte, ora declinatosi in “ Emporio Daverio ”: il parlato personale del conduttore è controllato in studio, meno strutturato quando si trova nei luoghi che mostra. A livello di lessico Daverio usa immagini e metafore, con un’espressività colta e termini non sempre semplici. Di viaggi e geografia trattano i programmi di Licia Colò , caratterizzati da stile semplice e alla portata di tutti: la Colò descrive con un linguaggio chiaro e accattivante e con una certa ricercatezza e abbondanza di aggettivi, immagini e metafore. “ Missione natura ”, su La7, alterna filmati con voce fuori campo al parlato didascalico di Vincenzo Venuti, che usa uno stile chiaro ed espressivo, quasi confidenziale, mentre la voce fuori campo è didascalica e un po’ retorica.
Di libri si parla in “ Bookstore ”, dove troviamo un italiano colto ma variamente declinato tra formalità e informalità. Di libri si parla anche nel gioco “ Per un pugno di libri ”, che alle voci colte del conduttore Neri Marcorè e dell’esperto Piero Dorfles incrocia quelle degli studenti che giocano. Ci sono anche programmi con una maggiore varietà di voci come “Pianeta mare”, “Cose dell’altro Geo” e “Donnavventura”. “ Cose dell’altro Geo ” presenta più temi e più generi testuali: il macrotesto è frammentato e diversificato, varia da un parlato-scritto didascalico a un parlato informale. “ Donnavventura ” è invece un programma dal taglio moderno e spigliato, rivolto a un pubblico giovane e per lo più femminile: la lingua è un parlato-scritto strutturato in frasi molto brevi e sobrie, anche se concede molto alla modernità lessicale. A volte ci sono tecnicismi ad effetto o anglicismi di lusso, e il programma si rivolge a un pubblico giovane e femminile. Programmi diversi per la finalità sono “Elisir” e “Forum”, trasmissioni di utilità: “ Elisir ” è una trasmissione di medicina condotta da Mirabella, che si muove su una calibrata didascalicità ponendo domande agli esperti e inducendoli a risposte esplicative. Alcuni esperti spiegano in modo chiaro, altri rimangono invece su un registro troppo specialistico. “ Forum ” invece presenta un notevole abbassamento nei livelli di lingua e ha un forte carattere intrattenitivo.
2.4.1 Stili comunicativi e lingua per la divulgazione Figure emblematiche in fatto di divulgazione sono Piero Angela e Giovanni Minola. Le trasmissioni di Piero e Alberto Angela sono improntate ad un parlato serio-semplice nel parlato degli esperti e nello stile dei conduttori: la linea comunicativa è didascalica, più seria in Piero, più vivace ed espressiva in Alberto. C’è un continuo richiamo alle immagini, mentre sul piano retorico si usano analogia e metafora: i tecnicismi sono quasi sempre spiegati, e a volte si ricorre a latinismi. Dal punto di vista sintattico notiamo le interrogative con funzione didascalica, mentre il periodare si distingue per una media articolazione. Ricorrono inoltre alcuni fenomeni di oralità come le frasi scisse e le dislocazioni. Giovanni Minoli lavora invece sull’impatto emozionale dato dal montaggio e dal taglio della presentazione dei contenuti, grazie anche al mix di immagini, parole e musica. Il parlato del conduttore spicca per il ritmo incalzante e persuasivo, e ricorrono parole chiave e aggettivi. Dal punto di vista sintattico ci sono frasi più lunghe della media, ma basate su paratassi e parallelismi, con frequente uso della metafora e dell’iperbole, oltre che dell’elencazione. Le pause sono studiate. Importante è “ Atlantide ”, programma di Natascha Lusenti su La7: qui troviamo filmati, documentari e interviste, soprattutto tradotte dall’inglese, mentre la conduttrice ha uno spazio più ridotto. Sono usate musiche forti, ma la finalità è istruttiva e pedagogica. Lo stile comunicativo è serio e sobrio, e l’enunciazione si basa spesso su un testo scritto, come si evince dalla sintassi spesso ipotetica. Sono frequenti anche qui le interrogative didascaliche, che servono anche a creare un senso di attesa. Non mancano la frase scissa e le dislocazioni a sinistra. Nel parlato fuori campo e nelle traduzioni spiccano lo stile ricercato e gli anglicismi; a volte ci sono anche tecnicismi, spesso spiegati. “ Pianeta mare ” ricorre invece a uno stile solo in parte disinvolto: il tono generale è informale, ma il testo enunciato appare elaborato con cura, e risaltano metafore e analogie. La sintassi è paratattica e troviamo alcune ricercatezze lessicali. “ Forum ” è invece rivolto a un pubblico più ampio e meno selezionato: lo spazio maggiore è dato ai contendenti e al pubblico: la lingua è informale e marcata regionalmente, è un parlato spontaneo con anche tratti di substandard. Nel corso della trasmissione inoltre i turni conversazionali si sovrappongono, finendo spesso nella rissa verbale. La conduttrice, che ha spazio limitato, rispetta un parlato medio, mentre il polo più formale è quello del giudice, che si attiene all’italiano standard e settoriale.
l’intrattenimento fidelizzante , e la diatopia rimane intenzionale nel conduttore e non intenzionale nel concorrente.
3.2.2 L’intrattenimento comico La comicità televisiva è complessa e interferita dagli stessi elementi che la dovrebbero veicolare, ovvero spettacolo, informazione e cultura. Basti pensare ai siparietti comici in programmi seri come quelli di Crozza in “Ballarò” o della Littizzetto in “Che tempo che fa”. I varietà televisivi segnano la prima fase del genere comico: parodie del piccolo schermo si trovano in “ Studio Uno ” e in “ Signorina Snob ”, che ricorre a neologismi arditi e termini stravaganti. Su un livello più popolare troviamo “ Pappagone ” di Peppino De Filippo, che ricorre ai malapropismi (storpiature espressive). Alla fine degli anni ’60 si inaugura una seconda fase con una comicità da cabaret: è il caso di Paolo Villaggio in “Quelli della domenica” e del “Poeta e il contadino” di Cocchi e Renato , che danno vita a una nuova comicità surreale, che risente delle varianti regionali. Con il passaggio alla neotelevisione nascono “Onda libera” e “Non stop”, in cui i numeri dei comici si susseguono senza un conduttore. Con “Drive in” inizia invece la terza fase del comico: si alternano gag e siparietti e la comicità è demenziale e graffiante, improntata al modello americano. Importante fu “Quelli della notte” di Renzo Arbore, da cui nacquero tormentoni e malapropismi. Celebri anche gli aforismi di Massimo Catalano. I programmi della compagnia del Bagaglino, “Biberon” e “Barbecue”, riproposero lo stile della rivista anni ’50, concentrata sulla satira politica: di questi programmi saranno epigoni “Avanzi” e “Pippo Chennedy Show”. Un vero punto di svolta è stato “ Zelig Circus ”, dove Claudio Bisio è qualcosa di più di una semplice spalla: egli infatti dà l’illusione dell’improvvisazione scenica in performance che invece risultano da una lunga preparazione. La serie “ Mai dire Grande Fratello ” è nata nel 2000 con l’intento di smascherare le ipocrisie e gli svarioni della trasmissione Mediaset. Qui la colloquialità e l’innovazione linguistica sono l’elemento tipico del Mago Forest, che esibisce un registro molto vicino al parlato improvvisato. La strategia comunicativa della Gialappa’s Band si attesta sulla ricerca del contatto complice con il pubblico e si apre a toni colloquiali e a improvvisazione estrema.
3.3 L’italiano leggero del varietà Partiremo qui dall’italiano sciolto colloquiale degli show pomeridiani e serali per arrivare a quello informale dei talk show, fino ai programmi di emotainment e al linguaggio dei reality. Il varietà Rai si inaugurava con grandi manifestazioni canore come il “Festival di Sanremo” e con programmi misti di gioco e varietà come il “Musichiere”. Dapprima questi programmi contribuirono a diffondere stereotipi fraseologici, poi l’italiano romanesco e il lessico frizzante del presentatore. Una formula vincente fu quella di “Studio Uno”: esemplari conduttori furono Mina e Don Lurio, che inaugurò l’italiano televisivo con accento straniero. Nacque in questo periodo anche la figura del “one man show”, come furono Fiorello e Celentano, caratterizzato da uno stile neutro dal punto di vista espressivo, ma sostenuto sul piano dei contenuti, pur altalenando tra parlato preparato su scaletta e parlato a braccio. Fiorello ricorre invece a un linguaggio attualissimo, unendo alla tradizione dell’intrattenimento popolare anche un monologo di ispirazione teatrale. Nel suo parlato si contaminano copione e improvvisazione sia nelle espressioni di avvio che nella fluidità del discorso parodistico. Parlato naturale e mimetico si intercalano in infinite varietà, mentre in diatopia si rispecchia il linguaggio televisivo più attuale. La pronuncia è ritoccata dallo studio di dizione, mentre per contro assume legittimazione il romanesco: “di” è sistematicamente sostituito da “de”, e sono frequenti le apocopi. Ci sono sintassi marcata e dislocazioni, il pronome affettivo e il partitivo e i che polivalenti. Verso il parlato mimetico vanno anche le onomatopee. Lo show del sabato sera, “Fantastico”, fu affidato a Pippo Baudo, che si è creato un linguaggio dai toni medio-alti con ricchezza lessicale e sintassi articolata.
“Sanremo” è diventato un punto di incontro tra fedeltà alla tradizione e istanze di rinnovamento: l’italiano del festival è un parlato su scaletta pianificata, in buona parte orientato verso l’uso medio. La conduzione di Bonolis, in particolare, fu caratterizzata da linguaggi settoriali e tecnici e da un periodo particolarmente complesso, tipico del monologo espositivo del conduttore.
3.3.1 Un genere non genere: il contenitore Il programma contenitore è il sottogenere tipico della neotelevisione: in esso ci sono elementi di diversi sottogeneri che confluiscono in uno spazio gestito dal conduttore, che punta sulla convivialità amichevole, per cui il programma contenitore è più una tipologia testuale, una sorta di palinsesto in miniatore, con una forma e una struttura. Il conduttore riavvolge i sottotesti in un unico flusso conversazionale. Nel programma contenitore troviamo una colonizzazione vorace della quotidianità e una periodizzazione ricorsiva che lo colloca generalmente nelle giornate festive. Successivamente il tipo di programma è divenuto anche serale e feriale. Quello del programma contenitore è dunque un italiano teletrasmesso, specchio e modello di usi linguistici in continua evoluzione: nello scambio dialogico con gli ospiti notiamo la massima variazione da un parlato controllato a un parlato semispontaneo o informale: negli sketch troviamo un parlato recitato a braccio, mentre nei giochi telefonici c’è un parlato-parlato. La formula del contenitore è stata adottata per la prima volta in “Domenica In” nel 1976: nelle ultime edizioni si è accentuata la frammentazione del programma in spezzoni: prevale la sintassi marcata, con frasi scisse e che polivalenti, e notiamo anche l’uso pragmatico del condizionale, che rivela la dinamica conflittuale tra la libera gestione del programma e le regole e i tempi della regia. Nel parlato recitato a braccio da Mara Venier spicca la commutazione di codice tra italiano e dialetto: spesso gli slittamenti sono accompagnati da indicazioni non verbali come ammiccamenti e gesti, che rendono facile da comprendere la funzione espressiva. Il parlato di Baudo oscilla invece tra toni formali e ingessati e un registro meno formale. La volontà di orientare il parlato programmato della scaletta verso la colloquialità incoraggia l’apertura a marche diatopiche come l’italiano di Roma: anche la patinatura normativa della pronuncia, garantita da un accurato studio della dizione, assicura l’adesione allo standard. Il contenitore “Buona domenica” ha visto in origine come conduttore Costanzo, mentre ora la trasmissione si chiama “Domenica 5” ed è condotta da Barbara D’Urso: se nel complesso “Domenica In” mostra uno stile medio, “Buona domenica” è costituito in buona parte da parlato a braccio con interferenze dialettali e frequente ricorso al cambio di codice. Costanzo inoltre indulge spesso a tratti marcati in diatopia. Per avvicinarsi al pubblico si usa un tono confidenziale di parlato nella comunicazione con la regia: la dominante tendenza al neostandard è garantita dal che polivalente. Il contenitore feriale “Unomattina” alterna servizi di informazione e attualità, interviste e rubriche, con tratti tipici del linguaggio giornalistico di avvio come “e” e “ma” iniziali di battuta. Non a caso la conduzione è affidata a un giornalista come Luca Giurato.
3.3.2 Il parlato teatralizzato dell’emotainment Il talk show intimista dell’intrattenimento ha alcuni punti in comune con quello politico dell’informazione: la prossimità, la convivialità e il flusso continuo. Nei programmi senza pubblico in sala è forte la prefigurazione registica e autoriale, mentre in quelli in cui il pubblico interviene la scaletta è meno rigida e il conduttore diventa prioritario: nel distinguere le svariate tipologie di talk show possono essere utili due criteri di segmentazione, quella relativa ai contenuti e quella della modulazione del programma: nei talk show generalisti come il “Maurizio Costanzo Show” i contenuti vanno dalle tematiche leggere a quelle più impegnative, mentre i talk show ibridati da altri generi, come “Uomini e donne” o “La vita in diretta” si collocano sul versante opposto. Nel 1982 è nato il “Maurizio Costanzo Show”, dove il fluire della conversazione tra conduttore e ospiti è intervallato da musica e numeri di cabaret, da esibizioni di artisti e comici. Costanzo usa colloquialismi ma ha anche picchi di stile brillante, e tende generalmente alla medietà stilistica.
Il sottogenere dei giochi si divide in svariate tipologie: ci sono i giochi basati su capacità cognitive o sulla fortuna, su abilità fisico-manuali o su capacità relazionali. Il quiz a premi basato su capacità culturali e sulla fortuna è stato inaugurato da “ Lascia o raddoppia? ”, e si è passati poi a quiz più leggeri come “Rischiatutto”, dunque a quiz a risposta chiusa come “Chi vuol essere milionario?”. Alle fiere di paese si ispirava “Giochi senza frontiere”, che si è poi evoluto in giochi di resistenza estrema, inseriti con successo nei reality show. Sulla resistenza a situazioni disgustose si fonda anche “ Ciao Darwin ”: il linguaggio di Bonolis qui si scinde in varie tipologie di discorso a seconda del momento del programma: principalmente egli commenta le prove dei concorrenti con toni di cronaca calcistica, con ritmi mitraglianti ma con una coerenza sintattica sorprendente per la velocità di elocuzione. Il “c’è” presentativo conferma la funzione di aggancio con il contesto visivo, e non mancano i regionalismi. Nell’interazione dialogica risalta lo stile aulico di Bonolis contro il substandard dei concorrenti, che oscillano tra un italiano regionale e un italiano popolare. Nella puntata sono inseriti anche siparietti promozionali, dove il duetto Bonolis-Laurenti domina il romanesco: lo stile sostenuto spicca particolarmente negli sketch comici. Come si è visto il programma oscilla tra l’aulicismo e il cultismo del conduttore e il sub standard dei concorrenti, attestandosi comunque nella varietà diatopica romana. Ultimamente al tradizionale gioco a premi si è sostituito il talent show , in cui la posta in palio è l’ingresso nel mondo dello spettacolo. La stessa cosa vale per i concorsi di bellezza.
3.4.1 Il quiz “Lascia o raddoppia?” (1955-59) è stato il primo quiz della tv italiana: rispetto ai quiz americani, quelli italiani lasciano più spazio al conduttore per interagire con i concorrenti, e proprio “Lascia o raddoppia?” ha avuto un ruolo centrale nella diffusione dell’italiano. Enorme è stato l’apporto di Mike Bongiorno, con il suo informale standard sintatticamente precario, un parlato semispontaneo atto a riflettere le tendenze della lingua comune. Alle interiezioni divenute proverbiali (“Allegria! Risposta esatta! Colpo di scena!”) Bongiorno affiancava i propri vezzi e alcune gaffe (Ahi ahi, signora Longari, mi è caduta sull’uccello!).
3.4.2 Quiz linguistici Il primo quiz linguistico è stato “Chissà chi lo sa?”, durante il quale classi scolastiche di tutta Italia si sfidavano in domande di grammatica o semantica. C’è stato poi “Parola mia”, e ora “La ghigliottina”, che però è solo una parte de “L’eredità”. La “ghigliottina” piace particolarmente perché stimola il concorrente e il pubblico alla riflessione e all’analisi, senza essere spinto all’automatismo di risposte a struttura chiusa.
3.4.3 Il game show Il gioco televisivo è diventato un programma “gancio” tra i tg e i programmi di prima serata. Ha fatto epoca “ Affari tuoi ”, dove Bonolis rappresenta il modello di lingua pop combinando un lessico ostentatamente forbito e il dialetto romanesco, con notevole dinamismo e un’aggettivazione altisonante. Il parlato colloquiale di “Affari tuoi”, con Insinna, tende solo apparentemente verso lo sciatto: il conduttore assume le vesti di un imbonitore per contrapporsi allo stile elaborato di Bonolis. Da notare nel parlato di Insinna sono i tratti regionali come l’apocope dell’infinito e la rotacizzazione nella proposizione articolata (“Cor cuore”), il ricorso a vocaboli e costrutti marcati di atopicamente e diastraticamente e tratti sintattico-testuali come l’interiezione “ammazza”. Tende alla norma l’uso standard del congiuntivo desiderativo che però convive con la dislocazione a destra. Il lessico passa da aulicismi al linguaggio sportivo fino al colloquiale. La trasmissione si connota per l’uso frequente di moduli idiolettali: “Scavicchi ma non apra” di Bonolis o “Sfiocchetti” di Antonella Clerici, il toscanismo “Spippoli” di Pupo e il neologismo “Stucchi” di Insinna. Assistiamo dunque alla varietà romana di italiano circondata da altre varietà satelliti regionali: questo insieme di tendenze comunicative contrapposte sembra proporsi come elemento caratterizzante dell’intrattenimento.
3.5 Un paragenere: la pubblicità La pubblicità è divenuta un paragenere della neotelevisione, che contamina fiction e intrattenimento: la soppressione del “Carosello” ha sancito il passaggio dalla tv pedagogica a quella commerciale: nei tre minuti di ciascun microtesto pubblicitario solo gli ultimi tre secondi erano dedicati al prodotto. Con la neotelevisione, però, il “Carosello” ha ceduto il posto a spot di 15 o 30 secondi addensati e messi in onda con ritmo ossessivo ogni venti minuti interrompendo fastidiosamente i programmi. Si sono moltiplicate anche le tipologie di messaggi pubblicitari: agli spot e ai promo si è affiancata la televendita così come il bilboard (per es.: “Questo programma è stato offerto da…”). Si sono inseriti inoltre i trailer e i prodotti commerciali (spot), ma anche le campagne di informazione di interesse umanitario o sociale. Il linguaggio della pubblicità televisiva è un linguaggio universale, che varia in base alle fasce orarie e al target: l’aggettivo è un in gradiente fondamentale che accomuna pubblicità e intrattenimento, e strategie tipiche della lingua pubblicitaria sono la ripetizione e la concentrazione degli aggettivi, che però ne indeboliscono la forza connotativa. In tutte le reti e le marche di prodotti sono presenti stilemi fissi: L’abbonamento di calcio è sempre “spettacolare” e le pubblicità di bibite e telefonini, rivolte ai giovani, vertono sul tenore erotico. Il ciclo sono “cinque giorni di naturale benessere” e i prodotto alimentari prevedono sempre un signore distinto che entra in azienda all’inizio dello spot. Negli ultimi tempi si è assistito a un incremento della presenza dell’inglese nei vari spot.
4.1 La fiction come macrogenere Nella nostra cultura la fiction è percepita come genere scadente, eppure è un elemento centrale della produzione televisiva: essa è un insieme tra forma creativa e pratica interpretativa che rientra nelle forme collettive di identificazione e fruizione simbolica della produzione narrativa.
4.1.1 La fiction all’italiana tra paleo e neotelevisione La fiction esplica valenze sociali ed etiche: ha funzione identitaria, ma anche mimetico-diegetica e ludica,, e queste tre funzioni sono sempre sottese alla fiction televisiva. Ponendosi come versione domestica dello spettacolo tratrale e cinematografico, la televisione si configurava come distributore gratuito di testualità in una società attraversata da fratture linguistiche ed economiche: la fiction italiana ha attraversato tre fasi, scandite dalle modalità di realizzazione dei programmi: la prima fase è quella del periodo 1950-75, caratterizzata dalla produzione autoctona di teleromanzi e sceneggiati, mentre la seconda fase occupa la fascia 1976-1995, con l’importazione di prodotti europei e americani, e la terza fase , che va dal 1996 ad oggi, vede l’importazione di prodotti stranieri ma anche un rilancio della produzione domestica. Per quanto riguarda la destinazione dei programmi, alla fiction del secondo dopoguerra è toccato il compito di insegnare la letteratura e la lingua nazionale attraverso i teleromanzi come i “Promessi sposi” di Bolchi e la “Cittadella” di Majano. Nel 1968 la “Famiglia Benvenuti” cominciò ad abbassare contenuti, tono e linguaggio, mentre pian piano i gialli italianizzati anticiparono la più attuale produzione seriale. Nel 1976 la legittimazione delle tv commerciali avrebbe inaugurato la seconda fase della fiction, quella della soap opera e della telenovela, che potenziava la funzione ludica e intensificava la volontà di stilizzare il quotidiano. Solo nel 1992 l’emittenza privata avrebbe provato a superare la dipendenza dalla fiction americana con “Edera”. Nel corso della terza fase della fiction, invece, si è assistito al processo di soap-operizzazione del racconto, che ha acquisito una serialità ciclica e ricorsiva che risale addirittura ai feuilleton e ai radio-serials. Si sono accentuati i parametri di categorizzazione della fiction all’italiana, che sono la
“La meglio gioventù” e “Guerra e pace”: il primo di questi ha uno stile artificioso, mentre il secondo è sobrio e colloquiale e l’ultimo oscilla tra una lingua letteraria e la mimesi di un’oralità dal sapore ottocentesco. Ci si affida al neostandard con morfosintassi aderente alla norma, ma movimentata da sintassi marcata e tratti dell’uso medio. Il lessico e la fraseologia si mantengono su toni di colloquialità, con slanci verso lo standard.
4.3 La fiction tradotta Sin dalla paleotelevisione alcune serie americane hanno riscosso grande successo. Ai fini del riuso sociale del linguaggio televisivo, anche i prodotti americani tradotti in italiano sono un’importante fonte di informazione: queste fiction hanno lingue ben precise con tendenza allo stereotipo linguistico. Un esempio è la domanda “Qual è il tuo nome?” al posto di “Come ti chiami?”, evidente traduzione letterale dall’inglese. Nei programmi esaminati (“Beautiful, CSI, E.R., X-Files”) si sono riscontrati i tratti principali dell’uso medio; l’italiano tradotto presenta inoltre un repertorio più variegato rispetto all’italiano dei testi precedenti agli anni ’80, con una maggiore mobilità interna. La traduzione è accurata, e non ci sono slang né tratti idiomatici spiccati. L’adattamento consta nell’attenuare o enfatizzare i toni espressivi per assecondare il pubblico. In italiano “Beautiful” e “E.R.” hanno una struttura sintattica più articolata: le dislocazioni sono inserite nella traduzione per avvicinare il testo al parlato, e l’uso di avverbi in –ente come rafforzativi aggettivali è sempre più frequente. In “CSI” e “X-Files” notiamo invece che il congiuntivo segnala l’adesione allo standard; ci sono tecnicismi di area scientifica, che spesso si connotano come elementi funzionali all’espressività. Ci sono inoltre interferenze sintagmatiche e fraseologiche. In definitiva l’italiano dei diversi sottogeneri della fiction si può caratterizzare come un parlato recitato realisticamente simulato, e rispecchia la stratificazione dell’italiano contemporaneo, diatopia compresa. L’italiano oralizzato riproduce la lingua in tutte le sue varietà e viene a colmare un vuoto nella cultura del nostro Paese, da sempre divaricata tra prodotti di consumo scadenti e capolavori di scarsa presa comunicativa. Grazie alla tv è nato invece un italiano fruibile perché vicino al parlato reale.
5.1 Lo sport in TV Già nel 1954 la TV ha ospitato cronache calcistiche, cui si sono affiancati ciclismo, pugilato e olimpiadi invernali. In una prima fase la TV mostrò sudditanza verso lo sport, mentre nella seconda fase sono state introdotte nuove tecnologie come il replay e la moviola, e questo ha posto le basi per il protagonismo della TV. Sono nate nuove forme di programmi come i dibattiti (“Processo alla tappa” e “Processo di Biscardi”) e contaminazioni tra sport e intrattenimento come “Quelli che il calcio”, oltre a programmi satirici come “Mai dire gol”. Nella metà degli anni ’90 è iniziata la terza fase, quella dell’interattività, che ha visto la nascita di canali dedicati unicamente allo sport. Il quadro dei programmi informativi dedicati allo sport può essere suddiviso tra pagina sportiva dei TG, anteprima dell’evento, analisi dell’evento, programma contenitore, approfondimento e notiziario. La TV è il medium più adatto a veicolare lo sport: il lessico sportivo da un lato attinge alla lingua comune tecnicizzandone le parole (“servire, insaccare, suggerimento”), dall’altro passa parole al lessico quotidiano o alla politica (“giocare in casa, scendere in campo”). Il linguaggio sportivo è un linguaggio settoriale non specialistico, debole, che si diffonde solo attraverso i mass media; questo linguaggio si specifica nel lessico, con un alto grado di tecnicismo e una rilevante presenza di forestierismi, oltre alla propensione per la creatività e lo stile brillante. Nella televisione il linguaggio dello sport appare variegato, con una bipartizione tra quello più settoriale delle telecronache e quello degli altri programmi di informazione e commento, che
offrono una notevole varietà sui piani della diafasia, diamesia e diastratia, con sostanziale assenza dei poli superiori.
5.2 L’italiano brillante delle telecronache Per quanto riguarda il calcio segnaliamo differenze importanti in base alle reti e ai telecronisti: Marco Civoli per esempio è serio e denotativo, mentre Sandro Piccinini e Fabio Caressa sono più brillanti. Quanto al lessico, i tecnicismi abbondano nell’automobilismo e nel motociclismo, mentre sono minimi nel ciclismo. Il tennis ha più silenzi. Fondamentale nelle telecronache è stato il passaggio a due voci; bisogna inoltre tener presente il legame tra parole e immagini, che comporta continui riferimenti a ciò che si vede, come i deittici spaziali e i segnali discorsivi. La sintassi va verso la brevità e l’incisività, spesso è nominale e c’è ampio ricorso alle esclamative. Il rispetto della norma si evidenzia nel congiuntivo, ma non sono rari nemmeno alcuni tratti tipici del parlato come “te” soggetto, “ci” ridondante e costrutti marcati. Il lessico settoriale sportivo si compone di forestierismi e tecnicismi, che possono essere veri e propri o collaterali (voci comuni usate con un’accezione specifica). I forestierismi sono per lo più anglismi, tranne che per il ciclismo, dove abbondano i francesismi. Sono interessanti alcuni fenomeni di formazione di parole e sintagmi, come l’ellissi della preposizione nei sintagmi “possesso palla, sotto misura” e l’ellissi dell’articolo soprattutto davanti al sostantivo “palla”. Allo stile brillante e alla creatività riportano invece le metafore, molte delle quali sono divenute stereotipi. Tramontato è l’uso di voci letterarie, mentre è in espansione il colloquialismo.
5.3 Tra informazione sportiva e infosportainment Analizziamo la lingua dei programmi di commento che appartengono all’infosportainment: “La domenica sportiva” e “Controcampo” hanno una struttura e un taglio simili, mentre “Novantesimo minuto” è più serio: qui il parlato dei due giornalisti in studio è sobrio e controllato, con espressioni enfatiche e forestierismi, ma pochi colloquialismi. La sintassi è strutturata e più verbale che nominale. “La domenica sportiva” predilige invece il dibattito in studio, con un taglio da talk show: Gene Gnocchi contribuisce a dare comicità, mentre gli ospiti variano molto dal punto di vista sociolinguistico. La conduttrice Paola Ferrari ha un parlato medio e controllato, non tecnico, con qualche colloquialismo e saltuarie dislocazioni a sinistra. Il parlato dei giornalisti è meno sobrio e più differenziato, con tendenza al tecnicismo e stile brillante. Nel parlato degli ospiti spiccano i fenomeni di oralità marcata come il “che” polivalente e gli anacoluti. Una caratterizzazione linguistica più marcata e spostata verso il basso della scala diamesica connota invece il “Processo di Biscardi”, costituito da un confronto tra esperti e addetti ai lavori. Spiccano qui i regionalismi e la spontaneità dialogica che porta dislocazioni e ridondanze, “che” polivalente e incoerenze sintattiche. Il lessico è tipico di una quotidianità “casalinga”.
6.1 Un macrogenere trasversale Oggi la TV satellitare offre una scelta incredibile di programmi: gli adulti mostrano di gradire i generi tipici della TV per bambini, come i serial per famiglie (“I Cesaroni”) o i cartoni animati dal linguaggio trasgressivo (“South Park”). In effetti sia la paleotelevisione pedagogica che la neotelevisione ibrida e trash rappresentano un modello per i bambini: un modello psicologico, sociologico e linguistico, relazionale e comunicativo. La TV per bambini usa un linguaggio definibile come parlato costruito: in origine essa offriva modelli testuali ben definiti, ma concepiti in astratto rispetto ai destinatari. Ora invece è venuto meno lo scopo educativo: la TV satellitare recupera una proposta comune per bambini e ragazzi, come “Boomerang” e “Disney Channel”, con una programmazione ciclica.
marcata, mentre nel lessico troviamo forme elative, ma anche tecnicismi e pochi diminutivi; presente anche il linguaggio giovanile.
6.4.2 Le serie animate per “grandi” I cartoni animati destinati a un pubblico adulto riscuotono successo anche tra i piccoli. I “Simpson” sono stati creati nel 1989. La loro serie rivale, “I Griffin”, ha invece suscitato polemiche per la violazione del buon gusto e del limite etico nel trattare temi come nazismo, sesso, pedofilia, alcolismo e terrorismo. In questi due programmi è fondamentale è la tipizzazione del linguaggio dei protagonisti: l’italiano dell’uso medio è presente nell’uso di “lui, lei, loro” soggetti, mentre è raro l’uso del dativale “gli” e del “ci” attualizzante. Nelle sporadiche occorrenze di sintassi marcata domina la dislocazione a destra, e sono frequenti anche il “c’è” presentativo e le frasi scisse. Il congiuntivo resiste, mostrando adesione alla norma. Molto frequenti sono i colloquialismi, mentre gli eufenismi servono ad attenuare il turpiloquio. La creatività dei traduttori si rivela nei neologismi (“Bagarospo”, incrocio di “rospo” e “bagarozzo”), mentre non si riscontrano regionalismi o voci dell’italiano popolare. Più accurato è il parlato delle madri, e adeguatamente caratterizzati sono anche i bambini: Stewie Griffin, un neonato, si esprime in maniera surreale, con espressioni estremamente ricercate, mentre lo stile adolescenziale è rappresentato da Bart Simpson, che usa moduli tipici del parlato giovanile ma anche termini ricercati. Il giovanilese al femminile è rappresentato da Meg Griffin, che ricorre a colloquialismi al limite con il turpiloquio, a neologismi e metafore. In definitiva, la testualità destinata ai ragazzi si presenta vicina a un livello di lingua normativo, e ciò si vede nell’uso del sistema pronominale, ma anche nel sistema verbale. Il repertorio lessicale delle trasmissioni esplicitamente dedicate alla prima infanzia è ricchissimo e strettamente legato a quello della letteratura per l’infanzia.
La lingua della TV di oggi è molto varia. L’italiano televisivo si presenta come un continuum di varietà diamesiche, di afasiche, diastatiche e diatopiche. Si può individuare un polo più alto, un parlato serio-semplice, proprio dell’informazione e della divulgazione, mentre per la fiction si parla di parlato recitato. Al polo opposto stanno l’italiano sciatto e trascurato di alcuni reality e il sub standard delle persone comuni. In questa direzione si colloca la crescente presenza del dialetto, che spesso compare in situazioni di code mixing e code switching. Il romanesco ha un ruolo particolare. La differenza di stili però non può essere ricondotta solo a una differenziazione tra i generi: i caratteri fondanti della neotelevisione, tra cui la concorrenzialità, la fidelizzazione del pubblico e la contaminazione dei generi, sono potenti spinte alla ricerca di un’espressività non sempre brillante. Il confronto diacronico ha evidenziato delle linee evolutive precise. Non sono molte le parole create dalla TV e passate nell’uso comune, mentre al lessico settoriale televisivo appartengono termini ormai estremamente diffusi. Molte invece sono le espressioni italiane che la TV rimette nell’uso comune con un uso potenziato, e, di solito, semanticamente appiattito: si tratta soprattutto delle forme elative, delle insistenze aggettivali e di quelle prefissali come “super-, iper-, stra-, mega-“. La TV inoltre contribuisce ad aumentare la diffusione di segnali discorsivi e fatismi, di espressioni alla moda e genericismi. La lingua televisiva va verso una continua modernità e vivacità, grazie anche alla sinergia con il codice iconico. L’immagine è un linguaggio sempre più potente, con funzione illustrativa, esplicativa ed espressiva. L’auspicio di questa analisi è che i telespettatori possano osservare in maniera più critica i linguaggi televisivi, e che gli operatori della televisione possano dedicare qualche attenzione in più alla lingua.