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Relazione completa della tragedia greca di Eschilo
Tipologia: Dispense
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Ad Atene, nel 535 a.C., Pisìstrato introduce, oppure riorganizza, i concorsi drammatici nelle feste dedicate a Diòniso: la nostra fonte, per questa data, è il Màrmor Pàrium. C i dice che il primo vincitore nei concorsi tragici fu Tèspi , che era originario del demo attico di Ikària e il premio fu un capro. Secondo il mito attico, il demo di Ikària era il luogo in cui Diòniso , per la prima volta, mostrò il vino agli uomini e lo mostrò a un uomo di nome Ikàrio. Poi lo diffuse tra i pastori, ma questi abusarono del vino, un gruppo si ubriacò. E siccome era la prima volta che sperimentavano il vino e anche l'ubriachezza, credettero di essere stati avvelenati. E quindi uccisero Ikàrio. Come si può notare c'è un elemento narrativo, la persecuzione, che ricorre spesso nel mito di Diòniso.
A Tèspi gli antichi attribuirono una serie di attività, di caratteristiche e di innovazioni, alcune delle quali sono però sicuramente leggendarie. Ad esempio, sembra che girasse con un carro (così ci racconta Orazio nell’ Ars poetica , siamo molti secoli dopo): un carro, il cosiddetto carro di Tèspi , con cui trasportava le attrezzature e viaggiava con i suoi attori perché lui era il direttore della compagnia teatrale ; viaggiava tra i villaggi e sembra, anche, che si tingesse il volto con la biàcca e che poi abbia introdotto per primo l'uso della maschera.
Abbiamo poi notizie più sostanziose su due tragediògrafi, Frìnico e Pratìna; notizie che ci appaiono più fondate, notizie storiche.
Erodoto nelle storie racconta che Frìnico mise in scena “La presa di Milèto ”, poco tempo dopo che questo fatto era avvenuto. Si tratta delle vicende che accadono prima dello scoppio delle guerre persiane vere e proprie.
I persiani si scontrano con le colonie greche che si trovavano in Asia Minore e, nel 494, Milèto viene presa e gli abitanti vengono deportati in Babilonia, quindi veramente lontanissimo.
Questo è un fatto che fa soffrire molto i greci della Grecia propriamente detta, perché gli abitanti di Milèto sono loro fratelli. Ecco, solo l'anno dopo, quindi nel 493 a.C., Frìnico mette in scena la presa di Milèto: tutto il teatro scoppia a piangere e, quindi, viene inflitta la multa al poeta, o al corègo , una multa piuttosto salata di 1000 dracme per aver turbato gli spettatori.
Qualche anno dopo, nel 479 a.C., sappiamo che Frìnico mise in scena un'altra tragedia di argomento storico ( le tragedie di solito, avevano argomento mitico, quindi sono un po’ delle eccezioni queste tragedie di argomento storico): però, questa volta, più saggiamente, mette in scena la sconfitta dei persiani e il titolo della tragedia è “Le fenìcie”.
Un altro autore di cui abbiamo notizia è Pratìna e le fonti ce lo presentano come l'inventore del dramma satiresco. Era il quarto spettacolo della tetralogìa: nelle grandi dionìsie, di ogni attore si rappresentavano tre tragedie e un dramma satiresco.
Ci è arrivato per intero un solo dramma satiresco, “ Il ciclòpe” di Eurìpide ; e poi abbiamo delle ampie sezioni de “ I segùgi” di Sòfocle : quindi non abbiamo una quantità di testi tale che ci permetta di fare i confronti o di notare caratteristiche ricorrenti. In ogni caso, è un genere che presenta un legame con la tragedia : basti pensare che era il quarto dramma di una tetralogia e anzi, secondo Wilamòwitz, sarebbe legato alle origini della tragedia.
E perché questo? Perché il corpo è costituito da sàtiri , che sono esseri deformi, sono dèmoni della fecondità, metà uomini e metà cavalli, che sono, in qualche modo, legati a Diòniso e alla sfera della fertilità, alla dimensione selvaggia. E nelle vicende del dramma satiresco accompagnano gli eroi protagonisti dell'azione , dedicandosi a mille attività. Per esempio inseguire qualcosa o qualcuno, pescare, remare. Insomma sono iperattivi ; però, a volte, sono anche molto pigri , perché sono guidati da qualunque vizio, come il desiderio smodato di mangiare, o l’estrema paura, l'estrema curiosità; insomma, sono guidati dall’istinto e questo è un tratto dionisiaco.
Non è un caso, quindi, che l'ambientazione dei drammi satireschi sia, soprattutto, la natura selvaggia e non la città: questo lo deduciamo anche dai titoli. In ogni caso, la trama è di argomento mitologico (anche questo noi lo deduciamo dai titoli) e la vicenda è sempre a lieto fine. Il dramma satiresco vuole far ridere e la sua collocazione, al quarto posto dopo le tre tragedie, doveva avere appunto lo scopo di allentare la tensione.
Tragedie e commedie erano concepite per una sola occasione di rappresentazione: le feste dionisiache. Non c'era la stagione teatrale, non c'erano le repliche: le rappresentazioni erano una tantum.
Però, a partire dalla fine del V secolo a.C., in una situazione in cui si era notata una certa decadenza dell'arte tragica, anche durante negli agòni tragici vennero usate le opere dei grandi commediografi e tragediografi del passato,le palaiài , “le antiche”.
Il fatto che dei testi teatrali vengano ripresi implica degli adattamenti , tipo fattore del teatro; infatti, ancora oggi è così: ogni compagnia teatrale, quando prende un copione già scritto, lo adatta per esempio alle caratteristiche dei propri attori o al pubblico o al contesto generale.
Ad un certo punto, l'aspetto anche scenografico del coro, che è un aspetto piuttosto costoso, perde importanza e viene accantonato; oppure poteva capitare che si prendevano delle scene isolate e venivano recitate in modo semplice, senza allestimento teatrale; venivano recitate in contesti diversi dalle occasioni delle rappresentazioni [originali], quindi non nelle feste dionisiache, ma ad esempio nei simposi, in feste pubbliche , in feste private oppure in occasioni culturali di tipo generico. Questo succede molto spesso a Roma.
Se qualcuno voleva una copia di un qualunque testo nel mondo antico, doveva copiarla a mano: e questo, facilmente, portava ad alterare il testo, anche involontariamente.
Verso la fine del IV secolo a.C., di fronte a questa situazione di mancato rispetto del testo, il governo ateniese , appunto per porre fine a queste alterazioni, decide di fare redigere delle edizioni ufficiali dei testi dei grandi tragici; e questo viene fatto anche per imporre agli attori di adeguarsi al testo , di smetterla di alterare i testi. Quindi vengono redatte le edizioni ufficiali e vengono custodite nel pritanèo di Atene.
Il pritanèo era il luogo in cui , per esempio, erano ospitati, allevati, gli orfani di guerra , dove i vincitori degli agòni atletici potevano mangiare a spese dello Stato. Questo faceva parte del premio che si ricevevano. E dove venivano accolti, ospitati gli ospiti di riguardo; insomma, era un luogo significativo per la città.
Nel III secolo a.C., il faraone di Alessandria, Tolomèo Evèrgete (che è un discendente di Tolomèo, che era il generale di Alessandro Magno, che prende il possesso dell'Egitto dopo la morte di Alessandro Magno) vuole avere anche lui ad Alessandria delle copie dei testi tragici. Questo perché Alessandria era diventata il centro della cultura greca. Si fa portare delle copie ad Alessandria, in modo non troppo onesto in realtà, perché lui dice agli ateniesi “Io mando, adesso, degli ambasciatori, dei delegati; voi mi date le vostre copie, quelle autorizzate, quelle ufficiali delle tragedie; io vi lascio un pegno, vi lascio 15 talenti d'argento; poi queste copie autorizzate ufficiali vengono ad Alessandria; noi facciamo una [nostra] copia e poi ve le restituiamo e voi mi ridate i 15 talenti d'argento”. Ma, in realtà, lui fa arrivare gli originali [=le copie ufficiali] ad Alessandria, fa realizzare delle copie di pregio su papìro , ma poi fa portare ad Atene le copie pregiate su papìro [tenendosi le copie ufficiali], lasciando agli ateniesi i 15 talenti d'argento. Evidentemente, secondo lui, era un prezzo che
La vita Eschilo nasce nel 525-524 a.C. nel demo di Eleusi nei pressi di Atene, quasi coetaneo di Pindaro. I due autori condividono l’amore per lo stile levato\sublime , le profonde convinzioni religiose, la preferenza per il linguaggio metaforico. Entrambi pensano che eventi eccezionali siano da considerare segno della volontà divina che vanno descritti e indagati. Per Pindaro questi fatti eccezionali sono le vittorie sportive mentre per Eschilo sono gli eventi della storia e del mito. Entrambi sono convinti che Zeus abbia istituito l’ordine attuale del mondo e che quest’ordine sia da lui garantito. Esaltano Dìke , la giustizia, di cui è garante Zeus, che è un concetto già espresso da Solone.
Eschilo assiste a molti eventi storici importanti tra cui la cacciata del tiranno Ippìa nel 510 a.C : che porta all’inizio della democrazia e le guerre persiane 490-480\479 a.C. alle quali partecipa combattendo con orgoglio per difendere la sua patria. In seguito va a Siracusa dove è invitato da Ierone I che è un tiranno che ama ospitare personalità culturali di rilievo. Oltre a Eschilo ospita anche Simonide, Bacchilide e Pindaro, che cantano le sue vittorie atletiche. Torna ad Atene dove continua la sua attività con successo ma infine si ritira in Sicilia a Gela dove morirà nel 456 a.C. a 69 anni.
Pare che lui stesso abbia dettato il proprio epitafio che ci è pervenuto in “Una vita di Eschilo” di un anonimo autore. Così dice l’epitafio: “Questa tomba in Gela ricca di messi, racchiude Eschilo figlio di Euforione. Il suo nobile valore lo potrebbero raccontare il bosco di Maratona e il persiano dalle lunghe chiome che l’ha sperimentato.” Come si può notare, sempre che l’epitafio sia di Eschilo, l’autore non si vanta dei propri successi negli agoni drammatici ma delle occasioni in cui ha difeso la propria patria.
Eschilo- la poetica Eschilo fu autore, attore e regista. Scrisse moltissimo e partecipò a numerosi agoni. Gli antichi riferiscono che scrisse 90 drammi ma a noi sono arrivati 79 titoli e soltanto 7 tragedie integre più moltissimi frammenti. I titoli delle tragedie integre sono: I persiani, che è l’unica di argomento storico I sette contro Tebe Le supplici Il Prometeo incatenato L’Orestea, l’unica trilogia che è composta da tre drammi: Agamennone, Coefore e Eumenidi
Il problema centrale dell’azione tragica proposta da Eschilo è riflettere sul rapporto tra responsabilità e castigo, tra azione e colpa , e del perché della sofferenza dell’uomo. Nella letteratura di epoca precedente le risposte erano state queste: nei lirici semplicemente l’uomo è destinato alla sofferenza e alla morte, in quanto essere umano, oppure secondo il mito di Prometeo riferito da Esiodo, l’intera umanità sconta un errore originario.
Ma Eschilo si chiede se non ci sia un margine di responsabilità individuale e se non sia quindi possibile evitare l’errore. Ecco la tragedia di Eschilo è fondata sulla ricerca della verità dunque non
c’è un’esposizione didascalica della verità come potrebbe fare un autore che pensa di possedere, conoscere la verità ma Eschilo appunto la cerca e quindi c’è una teodicea.
Teodicea da “theos” ovvero dio + “dike” ovvero giustizia. È la parte della filosofia che si occupa della presenza del male nel mondo e riflette sul libero arbitrio e sulla giustizia punitiva di Dio. La teodicea di Eschilo è una ricerca, la ricerca del rapporto tra la responsabilità umana e la volontà divina.
Eschilo si serve sempre di personaggi e vicende mitiche quindi di valore esemplare tranne che nei Persiani dove tratta un argomento storico dove tuttavia in questo caso si tratta di una vicenda esemplare in quanto vicenda famosissima che ha avuto conseguenze molto rilevanti per tutti i Greci.
Secondo Eschilo la vera giustizia è fondata sulla misura , sulla ricerca della misura come diceva Apollo Delfico,” meden agan ”, nulla di troppo, questa è l’iscrizione sul tempio di Delfi.
Gli esseri umani tuttavia possono essere toccati da “athe” che è l’accecamento quindi non riuscire più a vedere o capire dove sia il senso della misura e quindi praticare la ubris ovvero la violenza, la tracotanza, la presunzione. Pensare di poter superare i limiti imposti dalla natura e dagli dei.
E la conseguenza dell’accecamento e quindi del superamento dei limiti è la punizione degli dei che puniscono per correggere quindi l’apprendimento avviene attraverso la sofferenza : il “ pathei matos .”
Eschilo amava usare le trilogie perché esse consentivano di trattare una storia di un gruppo , una storia collettiva, di una famiglia, e non la storia di singoli eroi come in seguito farà Sofocle.
Quindi la storia di un gruppo permette di riflettere sulle dinamiche del comportamento umano tanto più che le colpe dei padri ricadono sui figli. Quindi queste dinamiche non si esauriscono spesso nella vita di una sola persona.
Nel fare questo Eschilo tratta temi universali : la famiglia, il diritto, il rapporto tra potere e libertà, se gli dei si occupino degli esseri umani e per fare questo Eschilo fa procedere l’azione piuttosto lentamente perché grossomodo sia tempo di riflettere sulle azioni.
Il linguaggio è molto alto, ricco e difficile, ricco di immagini e metafore che richiedono un’ interpretazione. E poi nel portare le vicende nella scena, Eschilo cerca di riportare effetti scenografici spettacolari per esempio un corteo trionfale con carri e cavalli, un carro alato, costumi sontuosi. Questo per colpire l’immaginazione dello spettatore.
Anche questa tragedia ottenne il primo premio. Faceva parte di una tetralogia che comprendeva opere tra loro connesse dal punto di vista della trama. Cioè Laio, Edipo e il dramma satiresco sfinge era legato a questa vicenda. È un argomento famosissimo. Gli antefatti li troviamo nelle prime due tragedie, Laio ed Edipo.
Antefatti
Edipo è il re di Tebe, ha una moglie Giocasta e ha saputo da un oracolo che il figlio che nascerà lo ucciderà e sposerà la propria madre. Nasce in effetti un bambino che verrà in effetti affidato ad un pastore perché lo uccida. Il pastore non ha il coraggio di farlo e quindi gli buca i piedini e lo lega abbandonandolo su un monte affinché sia mangiato dagli animali. Oppure secondo un’altra versione del mito lo affida ad un pastore che lui conosceva di un’altra città. Fatto sta che il bambino finisce presso la coppia che regna a Corinto e che non ha figli. Questa coppia lo cresce ma tutti dicono di lui che non è figlio del re. Edipo allora va ad interrogare l’oracolo e questo risponde che lui ucciderà il padre e sposerà la madre. Quindi Edipo preso dall’orrore si allontana da Corinto e arriva alla base della rocca di Tebe. Qui incontra un viandante su una lettiga con degli schiavi; discutono per la precedenza ed Edipo lo uccide, senza sapere che quello era suo padre Laio. Dopo di ché salendo su verso Tebe, riesce a riesce a risolvere l’enigma della sfinge e si getta da una rupe e quindi arriva in città. Qui siccome lui ha liberato Tebe da un grande flagello cioè la sfinge, gli viene concessa la mano della regina dato che è rimasta vedova. E quindi Edipo sposa effettivamente la propria madre Giocasta. E hanno quattro figli: due maschi e due femmine. I maschi sono Eteocle e Polinice e le due femmine sono Antigone e Ismene. Ad un certo punto sulla città di Tebe arriva un pestilenza. Edipo che è un bravo sovrano cerca di capire il motivo e alla fine scopre quello che realmente è successo. Quindi Giocasta si uccide, Edipo si acceca e in pratica c’è un miasma che ricade sui quattro figli.
Trama
Eteocle e Polinice sono gli eredi di Edipo. Edipo si è allontanato da Tebe e i due fratelli dovrebbe regnare a turno , sei mesi per uno. Ma Eteocle che è re per il suo semestre non vuole cedere il potere e quindi Polinice lo attacca insieme a sei alleati. Da qui il titolo: poiché Tebe ha sette porte, e davanti a ciascuna porta si affrontano sei eroi tebani più Eteocle, e all’esterno ci sono Polinice che si scontra con Eteocle più sei suoi alleati. Polinice ed Eteocle si scontrano e muoiono entrambi. In questa tragedia la responsabilità del male ha origine dalla colpa del padre e anche dalla colpa del nonno. Le colpe dei padri ricadono sui figli. Ma c’è anche un elemento di responsabilità personale cioè Eteocle e Polinice non riescono ad accordarsi. Eteocle non esita nella sua decisione di mantenere il potere e Polinice attacca il paese dove è nato, quindi sono entrambi responsabili.
Questa tragedia faceva parte di una trilogia legata. Le supplici era la prima tragedia e poi seguivano gli egizi e le danaidi che non ci sono pervenuti. Dunque noi non riusciamo a comprendere fino in fondo lo sviluppo della trama perché ci manca la parte centrale e la conclusione.
Le supplici sono le 50 figlie di Danao e sono le Danaidi. Si trovano sulla spiaggia di Argo dove tentano di convincere il re di Argo, Pelasgo, ad aiutarle. Infatti esse sono promesse spose dei 50 figli di Egitto , ma non hanno alcuna intenzione di sposarsi. E quindi chiedono asilo a Pelasgo.
Pelasgo dunque si trova in dilemma: accoglierle o suscitare l’ira dei 50 figli di Egitto con una possibile guerra oppure cacciarle violando così i doveri dell’ospitalità e quindi provocare il suicidio delle ragazze. Pelasgo consulta il popolo e decide di accoglierle però arrivano i figli di Egitto sulla scena e le costringono a seguirli.
Noi conosciamo il mito da altre fonti: noi sappiamo che le Danaidi saranno costrette a sposarsi e nella prima notte di nozze uccideranno i loro mariti tranne una, Clitemnestra , che non ucciderà il marito. Qui le Danaidi hanno una colpa ovvero quella di rifiutare il matrimonio che è quello che normalmente una donna deve fare nella vita secondo la mentalità greca.
La tragedia faceva parte di una trilogia che comprendeva Il Prometeo liberato che deve seguire quello incatenato Il Prometeo portatore di fuoco che probabilmente precedeva gli altri due
Ma anche quest’ordine non è sicuro: forse il Prometeo portatore di fuoco era invece la terza tragedia. La tragedia pare molto arcaica da tanti punti di vista, ad esempio da quello lessicale. Sembra che nella trama non venga rispettata l’identificazione tipica di Eschilo tra Zeus e Diké , motivo per cui molti hanno dubitato della paternità eschilea di questa tragedia
Il vero problema è che se noi di una trilogia possiamo leggere solo una tragedia, abbiamo una visione parziale della vicenda. Non è detto che questa identificazione tra Zeus e Diké non avvenisse nella conclusione della vicenda.
Trama Prometeo viene punito perché ha rubato il fuoco a Zeus, per restituirlo agli uomini. La punizione consiste nell’essere incatenato ad una rupe da Kratos e Bia , la forza e la violenza, e da Efesto , il dio fabbro. Questi hanno il compito di incatenare Prometeo, il cui fegato dovrà essere mangiato da un’aquila, anche se in questa tragedia alla fine succede qualcos’altro.
Passano dei personaggi che gli fanno visita e dialogano con lui.