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Un'analisi approfondita della tragedia greca, con particolare focus sulle opere di tre grandi tragediografi: eschilo, sofocle ed euripide. Vengono esaminati i diversi approcci e le visioni di questi autori riguardo al rapporto tra l'uomo e la divinità, nonché le principali tematiche e caratteristiche delle loro tragedie. Inoltre un inquadramento storico-culturale del v secolo a.c., periodo di grandi trasformazioni politiche e sociali che influenzarono profondamente la produzione teatrale dell'epoca. Vengono analizzate nel dettaglio alcune delle opere più celebri di questi autori, come i persiani di eschilo, l'orestea, l'antigone e l'edipo re di sofocle, evidenziandone gli elementi distintivi e l'evoluzione del genere tragico. Questo documento rappresenta un prezioso strumento di approfondimento per gli studenti universitari e gli appassionati di letteratura classica, offrendo una panoramica completa e approfondita sulla tragedia greca e sui suoi massimi esponenti.
Tipologia: Dispense
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una sentenza di Goethe secondo cui “ogni tragicità è fondata su un conflitto inconciliabile. Se diventa possibile una conciliazione, il tragico scompare”. Il conflitto inconciliabile più di tutti è quello tra libertà (responsabilità dell’uomo) e necessità (destino imposto dagli dei). Quella che inizialmente appare come libertà degli uomini è destinata a svelarsi un inganno; dunque la libertà soggettiva non è altro che un’illusione e il protagonista trova il suo unico margine di autonomia nell’accettazione di una norma superiore e imperscrutabile. Ogni tragediografo ha, ovviamente, una visione diversa: Eschilo ha una visione positiva di questo rapporto, l’uomo vedrà nella divinità la giustizia (la storia greca impone ottimismo!), con Sofocle la divinità è incomprensibile, Euripide è del tutto negativo (Guerra del Peloponneso).
trasformazioni che vide prima il passaggio dalla tirannide dei Pisistratidi (561-528 a.C) alla democrazia di Clistene (528-507 a.C), poi la lotta nazionale contro la Persia (490 e 480: prese parte alla guerra contro i Persiani e combattè a Maratona , guidato da Milziade, e a Salamina , a conclusione della quale le città stato Greche vincono e Serse è costretto a ritirarsi in Asia) e infine il decisivo avvio di Atene a diventare la massima potenza del mondo greco. Morì nel 456 a.C. Fu un autore apprezzatissimo, riportò 13 vittorie negli agoni teatrali, e addirittura nel 471 venne invitato dal Tiranno di Siracusa che gli commissinò una tragedia (le Etnee ), per celebrare la città di Etna. Eschilo è dunque da inquadrarsi nel contesto di positività che tutte le città-stato greche vissero dopo la vittoria contro i Persiani. Eschilo e la sua tragedia devono essere inquadrati nel contesto dell’ Atene del V secolo, la quale grazie a una politica egemonica accorta e spregiudicata si era arricchita raggiungendo una posizione egemone. La vita politica, sociale e culturale era improntata ad uno straordinario dinamismo; la ricchezza di Atene aveva alleviato i cittadini dalle più urgenti necessità di sostentamento e aveva favorito la costruzione di monumenti di prestigio straordinario (Pericle). La genialità di Eschilo consiste nel conferire alla tragedia attitudine ad investigare e descrivere un mondo di valori (dal teatro arcaico a quello “ nuovo ”). A lui si devono l’aumento del numero degli attori da uno a due , grazie al quale diviene possibile introdurre il confronto e l’opposizione di individui e idee e l’incremento delle sezioni riservate al dialogo. Inventò maschera e coturno. Introdusse macchine sceniche che contribuirono allo stupore degli spettatori e al loro atteggiamento di συμπαθεια. Una scelta formatasi nella tarda età imperiale ha conservato 7 tragedie di Eschilo. Queste tuttavia non rappresentano che una minima parte della sua produzione, la quale, secondo le fonti, era molto vasta ( circa 90 tragedie ). Di Eschilo possediamo: Persiani (lui partecipa alla battaglia di Salamina) , Sette A Tebe, Supplici, Prometeo Incatenato, La Trilogia Dell’Orestea (Agamennone, Coefore, Eumenidi). La trilogia di Eschilo era incatenata (è l’unico, in Eschilo la vicenda si gioca nel contesto del γενος), cioè si articolava lungo una continuità tematica: ogni tragedia era collegata alle altre e insieme formavano una storia unica, finalizzata a indagare sul problematico esistere dell’individuo lungo la catena della stirpe. In Eschilo il protagonista tragico ignora la sottile investigazione psicologica di epoche posteriori: soltanto con Euripide essa tenderà a proiettare nei singoli momenti della vicenda le passioni che volta per volta insorgono in lui (Medea). Tuttavia già in Eschilo i personaggi sono qualcosa di più che semplici funzioni cognitive della vicenda, anche se la loro evoluzione psicologica si esprime ancora in forma primitiva. Una funzione decisiva appare affidata al coro , un personaggio che parla (attraverso il corifeo o all’unisono) e partecipa ai casi dell’eroe individuandone la portata universale (auralità, fruizione comunitaria e intento educativo): dunque la sua riflessione diventa un’indagine del destino che regge le sorti dell’umanità tutta. Il coro, che rappresenta la comunità, parteggia per l’eroe (positività).
Ogni tragedia ha la propria tematica; ma il problema che domina l’intera opera eschilea è il rapporto tra l’ineluttabilità del destino e la responsabilità dell’uomo (c’erano diverse idee e pensieri diversi). Per Eschilo l’invidia degli Dei non è gratuita né perseguita chi gode di prospera fortuna. L’operato della divinità è diretto dalla giustizia e punisce chi ha trasgredito le leggi. Così il destino non è altro che l’irrevocabilità della sanzione divina, che presto o tardi si abbatte sul colpevole. Così l’uomo sceglie volontariamente la propria sorte: libertà e necessità coincidono (ottimismo). La divinità punisce chi si è macchiato di υβρις (Serse), alla quale segue la τισις (punizione). Nonostante ciò però accade che, in alcuni casi, l’individuo si trovi a dover compiere una scelta in cui entrambe le alternative comportano una colpa o un errore. Eschilo ricorre allora ad un’altra convinzione: il delitto travalica la responsabilità dell’individuo, proiettando la sua contaminazione sull’intero γενος (le colpe dei padri ricadono sui figli - Oreste). Il destino colpisce il discendente del colpevole incatenando pure lui al male, e costringendolo a commettere a sua volta una colpa. Esiste comunque la possibilità di una redenzione definitiva proprio attraverso il dolore, da cui matura l’apprendimento. Sono gli dei a imporre agli uomini una legge dura ma giusta: si impara attraverso la sofferenza (παθει μαθος). Solo chi soffre può riscattarsi.
una sorprendente ricchezza lessicale e per la presenza di numerosi neologismi. Costante è l’utilizzo delle metafore. L’uso dei costumi era funzionale all’effetto drammatico. La musica era caratterizzata dall’impiego di nomoi , melodie antiquate specie alle orecchie delle nuove generazioni.
Queste tragedie sono parte di 5 trilogie differenti: solo l’ Oresteia (Agamennone, Coefore, Eumenidi) è la sola ad essersi conservata integralmente:
Clitemnestra che, angosciata da un sogno premonitore, intende così placare lo spirito del marito. Tra le donne della processione c’è Elettra, sorella di Oreste, che subito riconosce la ciocca di capelli e le orme del fratello: i due si ricongiungono e insieme progettano l’uccisione della loro madre e di Egisto. Oreste si reca alla reggia con Pilade sotto mentite spoglie, annunciando a Clitemnestra, che non lo riconosce, la propria morte. La regina manda a chiamare Egisto che viene attirato in una trappola e ucciso. Un servo, precipitandosi fuori dal palazzo, annuncia l’uccisione di Egisto. Clitemnestra, entrando in scena, comprende subito che cosa sta accadendo. Ma arriva Oreste, seguito da Pilade, e comunica alla madre la morte del suo amante. La reazione dolorosa di Cliemnestra irrita il figlio. Disperata, la donna mostra il seno scoperto e invoca pietà; il giovane abbassa la spada e indugia, ma interviene Pilade, che pronuncia l’unica sua battuta in tutta la tragedia, invitando l’amico a non dimenticare i vaticini di Apollo e i giuramenti sacri. Convinto dalle parole di Pilade, Oreste (che afferma che la sua vera madre è Gilissa, la nutrice, mentre Clitemnestra è solo la genitrice) scambia le ultime parole con la madre, la quale minaccia il figlio affermando “guardati dalle cagne furenti di tua madre” (demonizzazione di Clitemnestra – I stasimo). Dopo l’assassinio il giovane viene assalito dalle Erinni, demoni della colpa, che lo perseguitano e lo costringono alla fuga. (Le colpe dei padri ricadono sui figli: Oreste non ha colpa di nulla!)
Atene. Godette della migliore formazione culturale e sportiva. Visse l’epoca delle guerre persiane durante la fanciullezza e adolescenza: 449 Pericle pone fine alle guerre persiane; nel 446 Pericle completa il sistema democratico; nel 441 Sofocle è stratega, accanto a Pericle, nella guerra di Samo; 431 - 404 Guerra del Peloponneso (30 anni di logoramento, le due più grandipotenze sono in crisi e di questa crisi approfitterà Filippo di Macedonia); 430 scoppia la peste ad Atene; 429 Pericle muore di peste; 413 disastrosa spedizione in Sicilia; 411 - 410 dittatura e caduta dei 400 e poi dei 5000; 410 ritorno della democrazia. La vita di Sofocle si stende per tutto l’arco del V secolo ( morì nel 406 a.C circa), vive gli anni dello splendore e della crisi, e la sua lunghissima carriera teatrale coincide con la piena affermazione dell’idea di tragico, intesa come rappresentazione del conflitto inconciliabile tra libertà e necessità. Sofocle rappresenta la generazione intermedia tra quella di Eschilo e quella di Euripide, rappresenta il superamento dell’arcaismo, non può conoscere l’ottimismo del primo. Le fonti antiche informano sulle innovazioni tecniche apportate da Sofocle alla struttura esteriore dalla tragedia: l’ invenzione della scenografia , l’ aumento del numero di coreuti da 12 a 15 , l’ introduzione del terzo attore. Un’altra innovazione apportata da Sofocle riguarda lo scioglimento della trilogia in 3 “opere” indipendenti. Se trilogia di Eschilo si articolava lungo una continuità tematica, nella tragedia sofoclea il protagonista assoluto diventa l’ uomo singolo e non la stirpe: l’eroe di Sofocle deve cercare da sé è in sé il senso della sua esperienza. I protagonisti sofoclei sono dalla divinità irrevocabilmente dannati all’errore e, di conseguenza, al patire, istituendo così il prototipo dell’eroe propriamente tragico (libertà e necessità non coincidono). Non è dato sapere il motivo per cui la divinità ha dannato l’eroe: l’operato del dio è incomprensibile all’uomo. Ad ogni modo il teatro di Sofocle è l’immagine della condizione umana. L’eroe è al centro dell’azione, ma centro dell’azione sta in particolare il suo destino. Nella tragedia sofoclea è evidente il contrasto tra il singolo e la comunità : l’eroe e il coro non riescono a collaborare e a soffrire insieme, come accadeva in Eschilo. L’eroe è solo nell’agire e nel patire e al coro non resta che la meditazione sul suo destino, paradigma di quello dell’umanità. L’eroe sofocleo è spesso un escluso dalla comunità (sia sul piano drammaturgico, è solo, sia sul piano tematico, si oppone alle leggi e al pensiero dei “più”). La magnanimità degli eroi di Sofocle non vale a salvarli: quanto essi sono grandi altrettanto sono sventurati, perché questa condizione è inerente alla loro natura di uomini. Gli dei sono il simbolo delle forze che inevitabilmente travolgono gli eroi e Sofocle vede nell’operare delle stesse divinità il principio della condanna umana. Spesso gli eroi sofoclei sono colpiti da atroci e misteriose sciagure (negatività, non c’è la fiducia nella divinità che punisce l’uomo che ha peccato di υβρις come in Eschilo: c’è l’accettazione del mistero divino). In queste situazioni gli eroi sentono una condanna che diviene simbolo del dolore del mondo. Ma la fine della tragedia, altrettanto misteriosamente com’erano stati i dannati, essi vengono redenti. Gli stessi uomini che dal destino, cioè dagli dei, erano stati tremendamente puniti, si rivelano degli eletti: la loro orrenda caduta era anche un’esaltazione. Così gli dei hanno provveduto alla sorte dell’uomo predestinato, beatificandolo dopo averlo spinto oltre le soglie dell’errore e della disperazione. In questa verità sta il traguardo estremo della religiosità sofoclea, che è il senso della sua tragedia: nonostante l’eroe non capisca il motivo del suo patimento, accetta con dignità la sua condizione.
Trachinie, Edipo Re, Elettra, Filottete, Edipo A Colono. All’interno dell opere, Antigone , Edipo Re ed Edipo a Colono si riallacciano al ciclo tebano (Labdacidi - vedi sopra).
illegittimo e non avendo ricevuto spiegazioni dei genitori, turbato, partì da Corinto e andò a chiedere notizie all’oracolo di Delfi. Apollo gli rivelò che avrebbe dovuto uccidere il padre e sposare la genitrice. Atterrito Edipo non ritornò a Corinto e prese una strada diversa. Ma ecco che si scontra con Laio e in una lite lo stesso Edipo senza riconoscere il padre lo uccide. Poi prosegue il cammino, libera i tebani dall’incubo della sfinge e in premio ne ottiene la signoria di Tebe e la mano della vedova del morto signore. Da Edipo e Giocasta nascono Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene. A Tebe scoppia una pestilenza: l’oracolo di Delfi afferma che si debba rintracciare il reo dell’uccisione di Laio. Edipo si dedica alla ricerca fino a quando scopre come l’oracolo di Apollo si sia compiuto. Forsennato, mentre Giocasta si toglie la vita, egli si acceca e chiede di essere espulso da Tebe.
una eletta: la sua caduta era anche un esaltazione. Sofocle non si pone la domanda del perché gli dei abbiano travolto insieme a Creonte anche Antigone, sebbene abbia onorato la pietas, perché il tragediografo è convinto che la risposta è incomprensibile agli uomini. Virtù supreme degli uomini sono la venerazione degli dei e il rispetto del limite umano.
quest’ultima, nonostante l’identico legame di sangue, non appoggia Antigone e si oppone alla sua decisione di trasgredire alla legge di Creonte e di seppellire Polinice. È la normalità di Ismene ad esaltare la grandezza di Antigone. ANTIGONE E CREONTE (267): entra la guardia, che conduce Antigone, sorpresa a cospargere di terra il corpo di Polinice. La guardia viene congedata: davanti al re, la giovane afferma che nessun decreto umano può opporsi alle leggi non scritte e immutabili degli dei. Questa logica è incomprensibile per Creonte, secondo il quale Polinice è solo un nemico di Stato, un traditore della patria.