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La tragedia greca: Eschilo, Sofocle ed Euripide, Dispense di Greco

Un'analisi approfondita della tragedia greca, con particolare focus sulle opere di tre grandi tragediografi: eschilo, sofocle ed euripide. Vengono esaminati i diversi approcci e le visioni di questi autori riguardo al rapporto tra l'uomo e la divinità, nonché le principali tematiche e caratteristiche delle loro tragedie. Inoltre un inquadramento storico-culturale del v secolo a.c., periodo di grandi trasformazioni politiche e sociali che influenzarono profondamente la produzione teatrale dell'epoca. Vengono analizzate nel dettaglio alcune delle opere più celebri di questi autori, come i persiani di eschilo, l'orestea, l'antigone e l'edipo re di sofocle, evidenziandone gli elementi distintivi e l'evoluzione del genere tragico. Questo documento rappresenta un prezioso strumento di approfondimento per gli studenti universitari e gli appassionati di letteratura classica, offrendo una panoramica completa e approfondita sulla tragedia greca e sui suoi massimi esponenti.

Tipologia: Dispense

2023/2024

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IL CONFLITTO TRA LIBERTÀ E NECESSITÀ: Nel tentativo di definire la natura del tragico, va inquadrata
una sentenza di Goethe secondo cui “ogni tragicità è fondata su un conflitto inconciliabile. Se diventa
possibile una conciliazione, il tragico scompare”. Il conflitto inconciliabile più di tutti è quello tra libertà
(responsabilità dell’uomo) e necessità (destino imposto dagli dei). Quella che inizialmente appare come
libertà degli uomini è destinata a svelarsi un inganno; dunque la libertà soggettiva non è altro che
un’illusione e il protagonista trova il suo unico margine di autonomia nell’accettazione di una norma
superiore e imperscrutabile. Ogni tragediografo ha, ovviamente, una visione diversa: Eschilo ha una visione
positiva di questo rapporto, l’uomo vedrà nella divinità la giustizia (la storia greca impone ottimismo!), con
Sofocle la divinità è incomprensibile, Euripide è del tutto negativo (Guerra del Peloponneso).
ESCHILO
VITA E POETICA: Nacque nel 525 ad Eleusi, da famiglia nobile. Si trovò a vivere un’età di radicali
trasformazioni che vide prima il passaggio dalla tirannide dei Pisistratidi (561-528 a.C) alla democrazia di
Clistene (528-507 a.C), poi la lotta nazionale contro la Persia (490 e 480: prese parte alla guerra contro i
Persiani e combattè a Maratona, guidato da Milziade, e a Salamina, a conclusione della quale le città stato
Greche vincono e Serse è costretto a ritirarsi in Asia) e infine il decisivo avvio di Atene a diventare la
massima potenza del mondo greco. Morì nel 456 a.C. Fu un autore apprezzatissimo, riportò 13 vittorie negli
agoni teatrali, e addirittura nel 471 venne invitato dal Tiranno di Siracusa che gli commissinò una tragedia
(le Etnee), per celebrare la città di Etna.
Eschilo è dunque da inquadrarsi nel contesto di positività che tutte le città-stato greche vissero dopo la
vittoria contro i Persiani. Eschilo e la sua tragedia devono essere inquadrati nel contesto dell’Atene del V
secolo, la quale grazie a una politica egemonica accorta e spregiudicata si era arricchita raggiungendo una
posizione egemone. La vita politica, sociale e culturale era improntata ad uno straordinario dinamismo; la
ricchezza di Atene aveva alleviato i cittadini dalle più urgenti necessità di sostentamento e aveva favorito la
costruzione di monumenti di prestigio straordinario (Pericle). La genialità di Eschilo consiste nel conferire
alla tragedia attitudine ad investigare e descrivere un mondo di valori (dal teatro arcaico a quello “nuovo”).
A lui si devono l’aumento del numero degli attori da uno a due, grazie al quale diviene possibile introdurre
il confronto e l’opposizione di individui e idee e l’incremento delle sezioni riservate al dialogo. Inventò
maschera e coturno. Introdusse macchine sceniche che contribuirono allo stupore degli spettatori e al loro
atteggiamento di συμπαθεια. Una scelta formatasi nella tarda età imperiale ha conservato 7 tragedie di
Eschilo. Queste tuttavia non rappresentano che una minima parte della sua produzione, la quale, secondo
le fonti, era molto vasta (circa 90 tragedie). Di Eschilo possediamo: Persiani (lui partecipa alla battaglia di
Salamina), Sette A Tebe, Supplici, Prometeo Incatenato, La Trilogia Dell’Orestea (Agamennone, Coefore,
Eumenidi). La trilogia di Eschilo era incatenata (è l’unico, in Eschilo la vicenda si gioca nel contesto del
γενος), cioè si articolava lungo una continuità tematica: ogni tragedia era collegata alle altre e insieme
formavano una storia unica, finalizzata a indagare sul problematico esistere dell’individuo lungo la catena
della stirpe. In Eschilo il protagonista tragico ignora la sottile investigazione psicologica di epoche
posteriori: soltanto con Euripide essa tenderà a proiettare nei singoli momenti della vicenda le passioni che
volta per volta insorgono in lui (Medea). Tuttavia già in Eschilo i personaggi sono qualcosa di più che
semplici funzioni cognitive della vicenda, anche se la loro evoluzione psicologica si esprime ancora in forma
primitiva. Una funzione decisiva appare affidata al coro, un personaggio che parla (attraverso il corifeo o
all’unisono) e partecipa ai casi dell’eroe individuandone la portata universale (auralità, fruizione
comunitaria e intento educativo): dunque la sua riflessione diventa un’indagine del destino che regge le
sorti dell’umanità tutta. Il coro, che rappresenta la comunità, parteggia per l’eroe (positività).
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IL CONFLITTO TRA LIBERTÀ E NECESSITÀ : Nel tentativo di definire la natura del tragico, va inquadrata

una sentenza di Goethe secondo cui “ogni tragicità è fondata su un conflitto inconciliabile. Se diventa possibile una conciliazione, il tragico scompare”. Il conflitto inconciliabile più di tutti è quello tra libertà (responsabilità dell’uomo) e necessità (destino imposto dagli dei). Quella che inizialmente appare come libertà degli uomini è destinata a svelarsi un inganno; dunque la libertà soggettiva non è altro che un’illusione e il protagonista trova il suo unico margine di autonomia nell’accettazione di una norma superiore e imperscrutabile. Ogni tragediografo ha, ovviamente, una visione diversa: Eschilo ha una visione positiva di questo rapporto, l’uomo vedrà nella divinità la giustizia (la storia greca impone ottimismo!), con Sofocle la divinità è incomprensibile, Euripide è del tutto negativo (Guerra del Peloponneso).

ESCHILO

VITA E POETICA : Nacque nel 525 ad Eleusi , da famiglia nobile. Si trovò a vivere un’età di radicali

trasformazioni che vide prima il passaggio dalla tirannide dei Pisistratidi (561-528 a.C) alla democrazia di Clistene (528-507 a.C), poi la lotta nazionale contro la Persia (490 e 480: prese parte alla guerra contro i Persiani e combattè a Maratona , guidato da Milziade, e a Salamina , a conclusione della quale le città stato Greche vincono e Serse è costretto a ritirarsi in Asia) e infine il decisivo avvio di Atene a diventare la massima potenza del mondo greco. Morì nel 456 a.C. Fu un autore apprezzatissimo, riportò 13 vittorie negli agoni teatrali, e addirittura nel 471 venne invitato dal Tiranno di Siracusa che gli commissinò una tragedia (le Etnee ), per celebrare la città di Etna. Eschilo è dunque da inquadrarsi nel contesto di positività che tutte le città-stato greche vissero dopo la vittoria contro i Persiani. Eschilo e la sua tragedia devono essere inquadrati nel contesto dell’ Atene del V secolo, la quale grazie a una politica egemonica accorta e spregiudicata si era arricchita raggiungendo una posizione egemone. La vita politica, sociale e culturale era improntata ad uno straordinario dinamismo; la ricchezza di Atene aveva alleviato i cittadini dalle più urgenti necessità di sostentamento e aveva favorito la costruzione di monumenti di prestigio straordinario (Pericle). La genialità di Eschilo consiste nel conferire alla tragedia attitudine ad investigare e descrivere un mondo di valori (dal teatro arcaico a quello “ nuovo ”). A lui si devono l’aumento del numero degli attori da uno a due , grazie al quale diviene possibile introdurre il confronto e l’opposizione di individui e idee e l’incremento delle sezioni riservate al dialogo. Inventò maschera e coturno. Introdusse macchine sceniche che contribuirono allo stupore degli spettatori e al loro atteggiamento di συμπαθεια. Una scelta formatasi nella tarda età imperiale ha conservato 7 tragedie di Eschilo. Queste tuttavia non rappresentano che una minima parte della sua produzione, la quale, secondo le fonti, era molto vasta ( circa 90 tragedie ). Di Eschilo possediamo: Persiani (lui partecipa alla battaglia di Salamina) , Sette A Tebe, Supplici, Prometeo Incatenato, La Trilogia Dell’Orestea (Agamennone, Coefore, Eumenidi). La trilogia di Eschilo era incatenata (è l’unico, in Eschilo la vicenda si gioca nel contesto del γενος), cioè si articolava lungo una continuità tematica: ogni tragedia era collegata alle altre e insieme formavano una storia unica, finalizzata a indagare sul problematico esistere dell’individuo lungo la catena della stirpe. In Eschilo il protagonista tragico ignora la sottile investigazione psicologica di epoche posteriori: soltanto con Euripide essa tenderà a proiettare nei singoli momenti della vicenda le passioni che volta per volta insorgono in lui (Medea). Tuttavia già in Eschilo i personaggi sono qualcosa di più che semplici funzioni cognitive della vicenda, anche se la loro evoluzione psicologica si esprime ancora in forma primitiva. Una funzione decisiva appare affidata al coro , un personaggio che parla (attraverso il corifeo o all’unisono) e partecipa ai casi dell’eroe individuandone la portata universale (auralità, fruizione comunitaria e intento educativo): dunque la sua riflessione diventa un’indagine del destino che regge le sorti dell’umanità tutta. Il coro, che rappresenta la comunità, parteggia per l’eroe (positività).

Ogni tragedia ha la propria tematica; ma il problema che domina l’intera opera eschilea è il rapporto tra l’ineluttabilità del destino e la responsabilità dell’uomo (c’erano diverse idee e pensieri diversi). Per Eschilo l’invidia degli Dei non è gratuita né perseguita chi gode di prospera fortuna. L’operato della divinità è diretto dalla giustizia e punisce chi ha trasgredito le leggi. Così il destino non è altro che l’irrevocabilità della sanzione divina, che presto o tardi si abbatte sul colpevole. Così l’uomo sceglie volontariamente la propria sorte: libertà e necessità coincidono (ottimismo). La divinità punisce chi si è macchiato di υβρις (Serse), alla quale segue la τισις (punizione). Nonostante ciò però accade che, in alcuni casi, l’individuo si trovi a dover compiere una scelta in cui entrambe le alternative comportano una colpa o un errore. Eschilo ricorre allora ad un’altra convinzione: il delitto travalica la responsabilità dell’individuo, proiettando la sua contaminazione sull’intero γενος (le colpe dei padri ricadono sui figli - Oreste). Il destino colpisce il discendente del colpevole incatenando pure lui al male, e costringendolo a commettere a sua volta una colpa. Esiste comunque la possibilità di una redenzione definitiva proprio attraverso il dolore, da cui matura l’apprendimento. Sono gli dei a imporre agli uomini una legge dura ma giusta: si impara attraverso la sofferenza (παθει μαθος). Solo chi soffre può riscattarsi.

LINGUA E STILE, MUSICHE : Giudicato ampolloso e aspro degli antichi, lo stile di Eschilo si caratterizza per

una sorprendente ricchezza lessicale e per la presenza di numerosi neologismi. Costante è l’utilizzo delle metafore. L’uso dei costumi era funzionale all’effetto drammatico. La musica era caratterizzata dall’impiego di nomoi , melodie antiquate specie alle orecchie delle nuove generazioni.

PRODUZIONE : delle 90 tragedie, solo 7 sono arrivate fino a noi. Ottenne 13 vittorie negli agoni teatrali.

Queste tragedie sono parte di 5 trilogie differenti: solo l’ Oresteia (Agamennone, Coefore, Eumenidi) è la sola ad essersi conservata integralmente:

  • Persiani (brano file); a differenza delle altre tragedie, l’argomento è storico. La rappresentazione è ambientata poco dopo la battaglia di Salamina (480 a.C.), presso la reggia persiana di Susa. L’incipit è affidato direttamente al coro, costituito da vecchi persiani rimasti in patria ad attendere notizie circa l’esito della spedizione. Appare sulla scena la regina Atossa, madre di Serse, turbata da un sogno da una visione che preannunciavano la disfatta persiana. La notizia della sconfitta di Salamina giunge con un messaggero, che descrive il disastro, provocando il pianto di Atossa e del coro. Quest’ultimo, sotto richiesta di Atossa, evoca il fantasma di Dario, il quale attribuisce la sconfitta della doppia spedizione (per terra e per mare) alla υβρις e alla baldanza del figlio Serse, che ha addirittura bruciato i templi degli dei mettendo tutti i Persiani in pericolo (non si rende conto della sua responsabilità!), profetizzando la nuova disfatta sul campo di Platea (Dario conosce il futuro, ma non il passato). La sezione corale conclusiva vede Serse appena giunto in patria, con le vesti lacerate, stravolto, che dialoga con il coro e intona canti di tutto e lamenti.
  • Sette contro Tebe ; Eteocle attende dentro le mura di Tebe l’arrivo di un esercito argivo guidato dal fratello Polinice, che gli vuole sottrarre il potere. La sezione centrale del dramma consiste in un lungo dialogo tra Eteocle e un messaggero appena giunto dal campo, il quale annuncia al proprio re il nome dei sette campioni nemici, posti ciascuno presso una delle porte cittadine. Eteocle risponde scegliendo un avversario appropiato da porre contro ognuno degli altri: la settima coppia vede contrapposti i due fratelli. Il coro si duole per la sciagura che sta per abbattersi sulla città e rievoca la triste vicenda di Edipo, origine di tutti i mali dei tebani. Un messo annuncia la reciproca uccisione dei due figli di Edipo. A Tebe viene emanato un decreto che nega la sepoltura Polinice, suscitando l’indignazione di Antigone, sorella dei due, la quale dichiara apertamente la volontà di opporsi a tale legge e onorare con la sepoltura anche Polinice.

Clitemnestra che, angosciata da un sogno premonitore, intende così placare lo spirito del marito. Tra le donne della processione c’è Elettra, sorella di Oreste, che subito riconosce la ciocca di capelli e le orme del fratello: i due si ricongiungono e insieme progettano l’uccisione della loro madre e di Egisto. Oreste si reca alla reggia con Pilade sotto mentite spoglie, annunciando a Clitemnestra, che non lo riconosce, la propria morte. La regina manda a chiamare Egisto che viene attirato in una trappola e ucciso. Un servo, precipitandosi fuori dal palazzo, annuncia l’uccisione di Egisto. Clitemnestra, entrando in scena, comprende subito che cosa sta accadendo. Ma arriva Oreste, seguito da Pilade, e comunica alla madre la morte del suo amante. La reazione dolorosa di Cliemnestra irrita il figlio. Disperata, la donna mostra il seno scoperto e invoca pietà; il giovane abbassa la spada e indugia, ma interviene Pilade, che pronuncia l’unica sua battuta in tutta la tragedia, invitando l’amico a non dimenticare i vaticini di Apollo e i giuramenti sacri. Convinto dalle parole di Pilade, Oreste (che afferma che la sua vera madre è Gilissa, la nutrice, mentre Clitemnestra è solo la genitrice) scambia le ultime parole con la madre, la quale minaccia il figlio affermando “guardati dalle cagne furenti di tua madre” (demonizzazione di Clitemnestra – I stasimo). Dopo l’assassinio il giovane viene assalito dalle Erinni, demoni della colpa, che lo perseguitano e lo costringono alla fuga. (Le colpe dei padri ricadono sui figli: Oreste non ha colpa di nulla!)

  • Eumenidi ; Oreste è adesso a Delfi, dove cerca scampo dal tormento delle Erinni. Nel santuario di Apollo il dio si rivolge al giovane e lo incoraggia a recarsi ad Atene, dove un tribunale lo salverà dal reato di matricidio. Questi si avvia. Le Erinni, che nel frattempo sono caduto addormentate, sono svegliate da fantasma di Clitemnestra, che ordina loro di inseguire suo figlio. Giungono così ad Atene, dove Oreste è accolto dalla dea Atena che costituisce sulla collina di Ares un tribunale per giudicare gli omicidi, l’Areopago. Oreste si sottopone al giudizio dei 12 giurati: la votazione è pari, ma il voto decisivo della dea assolve il giovane che così viene purificato. Le Erinni vengono ammansite da Atena che le trasforma in divinità benevoli (Eumenidi). **PS.
  • ATRIDI** Atreo, Agamennone – Menelao (ciclo troiano) - LABDACIDI Cadmo, Polidoro, Labdaco, Laio, Edipo, Eteocle – Polinice – Antigone – Ismene (ciclo tebano)

SOFOCLE

VITA E POETICA : Sofocle nacque intorno al 496 a.C. a Colono da una famiglia agiata, visse soprattutto ad

Atene. Godette della migliore formazione culturale e sportiva. Visse l’epoca delle guerre persiane durante la fanciullezza e adolescenza: 449 Pericle pone fine alle guerre persiane; nel 446 Pericle completa il sistema democratico; nel 441 Sofocle è stratega, accanto a Pericle, nella guerra di Samo; 431 - 404 Guerra del Peloponneso (30 anni di logoramento, le due più grandipotenze sono in crisi e di questa crisi approfitterà Filippo di Macedonia); 430 scoppia la peste ad Atene; 429 Pericle muore di peste; 413 disastrosa spedizione in Sicilia; 411 - 410 dittatura e caduta dei 400 e poi dei 5000; 410 ritorno della democrazia. La vita di Sofocle si stende per tutto l’arco del V secolo ( morì nel 406 a.C circa), vive gli anni dello splendore e della crisi, e la sua lunghissima carriera teatrale coincide con la piena affermazione dell’idea di tragico, intesa come rappresentazione del conflitto inconciliabile tra libertà e necessità. Sofocle rappresenta la generazione intermedia tra quella di Eschilo e quella di Euripide, rappresenta il superamento dell’arcaismo, non può conoscere l’ottimismo del primo. Le fonti antiche informano sulle innovazioni tecniche apportate da Sofocle alla struttura esteriore dalla tragedia: l’ invenzione della scenografia , l’ aumento del numero di coreuti da 12 a 15 , l’ introduzione del terzo attore. Un’altra innovazione apportata da Sofocle riguarda lo scioglimento della trilogia in 3 “opere” indipendenti. Se trilogia di Eschilo si articolava lungo una continuità tematica, nella tragedia sofoclea il protagonista assoluto diventa l’ uomo singolo e non la stirpe: l’eroe di Sofocle deve cercare da sé è in sé il senso della sua esperienza. I protagonisti sofoclei sono dalla divinità irrevocabilmente dannati all’errore e, di conseguenza, al patire, istituendo così il prototipo dell’eroe propriamente tragico (libertà e necessità non coincidono). Non è dato sapere il motivo per cui la divinità ha dannato l’eroe: l’operato del dio è incomprensibile all’uomo. Ad ogni modo il teatro di Sofocle è l’immagine della condizione umana. L’eroe è al centro dell’azione, ma centro dell’azione sta in particolare il suo destino. Nella tragedia sofoclea è evidente il contrasto tra il singolo e la comunità : l’eroe e il coro non riescono a collaborare e a soffrire insieme, come accadeva in Eschilo. L’eroe è solo nell’agire e nel patire e al coro non resta che la meditazione sul suo destino, paradigma di quello dell’umanità. L’eroe sofocleo è spesso un escluso dalla comunità (sia sul piano drammaturgico, è solo, sia sul piano tematico, si oppone alle leggi e al pensiero dei “più”). La magnanimità degli eroi di Sofocle non vale a salvarli: quanto essi sono grandi altrettanto sono sventurati, perché questa condizione è inerente alla loro natura di uomini. Gli dei sono il simbolo delle forze che inevitabilmente travolgono gli eroi e Sofocle vede nell’operare delle stesse divinità il principio della condanna umana. Spesso gli eroi sofoclei sono colpiti da atroci e misteriose sciagure (negatività, non c’è la fiducia nella divinità che punisce l’uomo che ha peccato di υβρις come in Eschilo: c’è l’accettazione del mistero divino). In queste situazioni gli eroi sentono una condanna che diviene simbolo del dolore del mondo. Ma la fine della tragedia, altrettanto misteriosamente com’erano stati i dannati, essi vengono redenti. Gli stessi uomini che dal destino, cioè dagli dei, erano stati tremendamente puniti, si rivelano degli eletti: la loro orrenda caduta era anche un’esaltazione. Così gli dei hanno provveduto alla sorte dell’uomo predestinato, beatificandolo dopo averlo spinto oltre le soglie dell’errore e della disperazione. In questa verità sta il traguardo estremo della religiosità sofoclea, che è il senso della sua tragedia: nonostante l’eroe non capisca il motivo del suo patimento, accetta con dignità la sua condizione.

PRODUZIONE : Una selezione antica ha salvato in forma integrale sette tragedie: Aiace, Antigone,

Trachinie, Edipo Re, Elettra, Filottete, Edipo A Colono. All’interno dell opere, Antigone , Edipo Re ed Edipo a Colono si riallacciano al ciclo tebano (Labdacidi - vedi sopra).

illegittimo e non avendo ricevuto spiegazioni dei genitori, turbato, partì da Corinto e andò a chiedere notizie all’oracolo di Delfi. Apollo gli rivelò che avrebbe dovuto uccidere il padre e sposare la genitrice. Atterrito Edipo non ritornò a Corinto e prese una strada diversa. Ma ecco che si scontra con Laio e in una lite lo stesso Edipo senza riconoscere il padre lo uccide. Poi prosegue il cammino, libera i tebani dall’incubo della sfinge e in premio ne ottiene la signoria di Tebe e la mano della vedova del morto signore. Da Edipo e Giocasta nascono Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene. A Tebe scoppia una pestilenza: l’oracolo di Delfi afferma che si debba rintracciare il reo dell’uccisione di Laio. Edipo si dedica alla ricerca fino a quando scopre come l’oracolo di Apollo si sia compiuto. Forsennato, mentre Giocasta si toglie la vita, egli si acceca e chiede di essere espulso da Tebe.

  • Edipo a Colono ; Edipo, vecchio e cieco, è giunto con Antigone nel bosco di Colono. Egli dichiara la propria identità e chiede ospitalità ai vecchi del luogo. In attesa che giunga il re Teseo, Ismene informa dello scontro per il potere scoppiato tre fratelli: Edipo maledice i figli ( pathos ), affermando che si sarebbero uccisi a vicenda. Edipo riceve da Teseo il consenso incondizionato e la promessa di aiuto contro ogni possibile minaccia. Creonte invita Edipo a tornare a Tebe ma, in seguito al suo deciso rifiuto, rapirà le figlie. Teseo interviene prontamente e le riporta al padre. Il messaggero narra la sparizione prodigiosa di Edipo alla presenza del sovrano.
  • Antigone ; Morto Edipo, i due fratelli decisero di regnare su Tebe un anno ciascuno. L’accordo tuttavia fu violato e Polinice dovette lasciare la città. Quando vi fece ritorno, la predizione paterna si avverò: nella battaglia decisiva tra l’esercito invasore, guidato da Polinice, e i tebani, guidati da Eteocle, i due fratelli si uccidono a vicenda. Sovrano della città è diventato Creonte, fratello di Giocasta, ed egli ha ordinato che il corpo del traditore Polinice rimango insepolto in pasto alle fiere. Antigone non accetta questa decisione: se Creonte agisce così per salvare lo Stato, la giovane appoggia le leggi non scritte degli dei e i vincoli di sangue. Del Corno afferma che Antigone e Creonte si dividono il ruolo di protagonisti ; Hegel ha visto nel contrasto tra Antigone e Creonte il conflitto tra due diritti , quello della famiglia e quello dello Stato. Forse è meglio vedere la contrapposizione tra due diverse visioni della vita , l’una religiosa, l’altra razionale. Sofocle, insieme ad Antigone, difende la tradizione, le leggi immutabili, il divino (Guerra del Peloponneso, nostalgia dei valori tradizionali). Dopo che Antigone ha esposto nel prologo la propria decisione alla mite sorella Ismene, incapace di capirla, Creonte duramente proclama la ragione di Stato. Sopraggiunge una guardia, portando la notizia che uno sconosciuto ha simbolicamente sepolto con un velo di polvere il cadavere di Polinice. Creonte infuria e il coro riflette sullo smisurato ardire di cui è capace l’uomo (non appoggia, come in Eschilo, l’eroina). Ritorna la guardia, conducendo Antigone sorpresa a ripetere il suo atto di pietà sul morto (Antigone sa di andare incontro alla morte, nonostante ciò e inflessibile). I due protagonisti sono ora di fronte, incapaci di capirsi. Creonte (non dev’essere condannato, rappresenta la ragion di Stato!) decide che Antigone verrà sepolta viva in una caverna a morivi d’inedia ( esthio , una radice è ed- , significa morire di fame ). Invano Enone, figlio di Creonte e promesso sposo della fanciulla, cerca di pregare l’animo del padre. Nonostante ciò Antigone viene condotta al suo sepolcro. E così ora che si avvia verso la morte non compresa dalla sorella, non compresa dal coro, non compresa dal fidanzato che la difende per amore e non perché condivide il suo pensiero, si accorge di morire non realizzata come donna , prende coscienza della propria solitudine (non cantò l’imeneo per lei). Eppure proprio perché sola e sofferente, si leva ancora sugli altri e trionfa. La tragedia di Antigone finisce qui, inizia quella di Creonte. Il vate Tiresia gli prospetta l’orrore che il suo gesto provoca nella divinità. Egli si reca di persona a liberare Antigone, tuttavia è troppo tardi perché la giovane si è impiccata. Enone si trafigge sul cadavere dell’amata, Euridice, madre di Enone, si toglie anch’essa la vita. A Creonte non rimane che un atroce disperazione. Antigone, così, che del destino è stata tremendamente punita, si rivela infine

una eletta: la sua caduta era anche un esaltazione. Sofocle non si pone la domanda del perché gli dei abbiano travolto insieme a Creonte anche Antigone, sebbene abbia onorato la pietas, perché il tragediografo è convinto che la risposta è incomprensibile agli uomini. Virtù supreme degli uomini sono la venerazione degli dei e il rispetto del limite umano.

PS. PROLOGO (343): L’Antigone si apre con il dialogo tra Antigone e Ismene (fuori dal palazzo di Tebe):

quest’ultima, nonostante l’identico legame di sangue, non appoggia Antigone e si oppone alla sua decisione di trasgredire alla legge di Creonte e di seppellire Polinice. È la normalità di Ismene ad esaltare la grandezza di Antigone. ANTIGONE E CREONTE (267): entra la guardia, che conduce Antigone, sorpresa a cospargere di terra il corpo di Polinice. La guardia viene congedata: davanti al re, la giovane afferma che nessun decreto umano può opporsi alle leggi non scritte e immutabili degli dei. Questa logica è incomprensibile per Creonte, secondo il quale Polinice è solo un nemico di Stato, un traditore della patria.