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Spiegazione esaustiva e completa riguardante i vari aspetti della tragedia greca. Focus e confronto sui 3 autori più importanti: Eschilo, Euripide e Sofocle.
Tipologia: Appunti
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Se dovessimo ipotizzare il genere letterario più rappresentativo della Grecia antica (dall’età arcaica fino all’età imperiale) dovremmo far riferimento al teatro che nasce con ogni probabilità in Sicilia e ottenne il massimo successo, perfezionandosi, ad Atene. Per teatro facciamo riferimento a generi poetici diversi come la tragedia, la commedia e il cosiddetto dramma satiresco; in particolare si fa riferimento al genere per eccellenza della Grecia antica, e cioè la tragedia, che ha rappresentato al massimo grado lo spirito del mondo greco, pur con tutte le sue differenze e le peculiarità di ogni singola polis. Ancora oggi assistiamo a rappresentazioni, rivisitazioni, reinterpretazioni di tragedie che furono messe sulla scena la prima volta nel V secolo a.C. ad Atene, nel teatro di Dioniso (teatro di riferimento); ci riferiamo quindi all’epoca che va dal V al IV secolo a.C. e che definiamo età classica nel senso etimologico di modello poiché le opere prodotte in questi due secoli furono effettivamente dei modelli per le opere appartenenti agli stessi generi letterari nelle epoche successive. Non dobbiamo dimenticare lo stretto legame tra letteratura teatrale e i rituali, le feste. Le rappresentazioni sceniche, infatti, avvenivano di contesti rituali dedicati soprattutto a Dioniso, dio irrazionale per eccellenza. Le maggiori feste all’interno delle quali venivano rappresentate tragedie o commedie erano le Grandi Dionisie, distinte dalle Piccole Dionisie che si svolgevano nelle campagne della città di Atene e nelle quali vi era la partecipazione del solo pubblico ateniese; vi sono poi anche le Lenee, istituite più tardi e nelle quali erano messe in scena prevalentemente commedie. Tali feste duravano più giorni e vi partecipavano tutti gli abitanti del mondo greco. Per le Grandi Dionisie si fa riferimento al mese di Elafebolione, corrispondente ai mesi di marzo/aprile. Le rappresentazioni teatrali avvenivano anche nell’ambito di agoni, dei concorsi, delle gare; gli autori presentavano al pubblico delle opere che partecipavano ad un concorso letterario vero e proprio, organizzato in modo molto articolato e complesso. Le Grandi Dionisie erano organizzate in più giorni: il giorno in cui si inaugurava l’inizio delle gare poetiche si tene vano degli agoni ditirambici, delle gare di poesia corale (ciò però non è sicuro); il giorno 11 del mese avveniva l’agone comico, gara che vedeva sulla
scena le opere dei commediografi, e in questo caso si rappresentavano 5 commedie che in seguito furono ridotte a 3. Poi già dalla seconda metà del V secolo le commedie verranno inserite alla fine, a chiusura della competizione dei tragediografi, delle cosiddette tetralogie tragiche: letteralmente insieme di 4 opere, una trilogia tragica seguita da un dramma satiresco. Il dramma satiresco era sempre un’opera teatrale che conservava la stessa struttura formale della tragedia ma mutata nel coro perché quest’ultimo era rappresentato da satiri. Questi esseri metà umani metà felini appartenevano al mondo del burlesque e alla rappresentazione del corporale, non dei sentimenti più nobili dell’essere umano. Questa presenza creava un contrasto tra la solennità della struttura, dei personaggi del mito e l’aspetto, il linguaggio, i comportamenti volgari e triviali di tali esseri. Tuttavia, il dramma satiresco sarebbe stato funzionale ad un abbassamento del coinvolgimento emotivo che il pubblico provava durante le rappresentazioni tragiche. Una sorta di abbassamento di tensione, giunta al culmine durante le rappresentazioni delle tragedie, immedesimandosi in ciò che vedeva sulla scena. Tutto il pubblico partecipava alla storia rappresentata ed era direttamente coinvolto visto che poi le emozioni e le reazioni avrebbero influenzato anche la giuria, composta da 10 cittadini (1 rappresentante di ogni tribù attica scelto a sorteggio), che avrebbe dovuto decretare il vincitore di quell’agone. In che modo? Dopo lo svolgimento degli agoni ognuno di questi giudici scriveva su una tavoletta il verdetto e il giorno scelto per il voto si estraevano 5 giudizi; la maggioranza dei giudizi decretava il vincitore che veniva incoronato con una ghirlanda di edera (pianta sacra ad Apollo), premio simbolico ma con grande rilevanza a livello sociale. Una grande differenza rispetto al teatro modern o è che non c’è più quell’aurea di sacralità che vi è nel teatro attico. Qui vi è una partecipazione attiva non legata solo al momento di svago ma anche legata ad un momento di apprendimento, di evasione ragionata, di compartecipazione, di empatia con i personaggi. Prima dello svolgimento della gara si assegnava ad ognuno dei tragediografi un corègo che si sarebbe occupato delle spese per l’organizzazione e la preparazione del coro; questa partecipazione era una delle liturgie presenti ad Atene, finanziamenti che cittadini benestanti prendevano in carico per la città e che erano motivi di vanto. Alle liturgie non ci si poteva sottrarre ma era prevista dal diritto attico la possibilità di rinunciare se si fosse riusciti a dimostrare che esisteva un
il coro e che dialoga con gli attori, riportando il pensiero del coro in una determinata situazione. Per quanto riguarda i metri della tragedia possiamo dire che le parti del coro sono metri lirici, gli stessi della melica corale, funzionali a una resa del coro con il canto e la danza; per le parti dialogate si tratta per lo più di trimetri giambici che però è un metro molto libero, ogni verso può avere qualche differenza rispetto agli altri; precedentemente c’era stato il tetrametro trocaico che a volte continua ad essere usato. Il metro dipende dalle tragedie, dai versi, dalla parte specifica che si deve rappresentare (dialogo serrato o solennità particolare). Non c’è esametro. La tragedia classica è stato il genere letterario più studiato ed analizzato nelle epoche successive e soprattutto nel ‘900, a partire da Freud, poiché i personaggi del mito incarnano ognuno un aspetto, un carattere dell’animo umano. Quando diciamo che la letteratura (e la poesia in particolare) è universale, per quanto riguarda la tragedia lo è ancora di più perché anche le situazioni inverosimili (divinità, oracoli ecc.) rappresentano in generale tutti gli aspetti dell’essere e dell’animo umano, anche quelli irrazionali. Ecco perché tutte queste riprese dei personaggi del mito sono diventate anche dei simboli per spiegare determinate patologie e questo è un ulteriore motivo per cui la tragedia si può considerare il genere poetico più rappresentativo dello spirito greco. Le Dionisie vennero istituite da Pisistrato nel 535 a.C. ed avevano luogo all’inizio della primavera. Erano talmente importanti da comportare la sospensione di tutte le attività lavorative per permettere a chiunque, anche a donne e a cittadini non liberi, di recarsi a teatro. La differenza poteva stare nella posizione da occupare all’interno della cavea (gradinate). La parte centrale di queste feste (rappresentazione di tragedie e commedie) era preceduto da altri rituali che riguardavano proprio la struttura e l’origine della festa. L'inaugurazione di ciò prevedeva nell’8 di Elafebolione una specie di pre-agone, una sorta di anticipazione della gara all’interno del la quale gli attori, i coreuti e i 3 poeti partecipanti avrebbero rappresentato in maniera sommaria il programma delle rappresentazioni. La tragedia è un genere poetico basato sull’alternanza di attori che recitano e di un cirillico che canta, danza e a volta ha un dialogo con gli attori stessi. È un genere rimasto immutato con variazioni incentrate solo sulla presenza e la funzione del coro; ciò che rimane fissa è la presenza
di un dialogo, il canto (di un singolo o del coro) è la parte variabile. La tematica è sempre il mito (eroi omerici, Edipo e successori, gli Argonauti, Medea); abbiamo solo un caso di tragedia incentrata su un evento storico ed è “I Persiani” di Eschilo; si rileva la presenza marcata anche delle divinità. Il pubblico, quindi, si recava a teatro conoscendo già la storia della vicenda e ciò che permetteva il successo o l’insuccesso di un tragediografo era dato dalla bravura, dall’estro creativo dei poeti che divulgavano al pubblico un messaggio quasi pedagogico, educativo, formativo e talvolta anche politico. L'interpretazione del mito era determinata anche dalle scelte stilistiche, poetiche, a volte anche politiche ed ideologiche dei poeti. La maggior parte dei temi, comunque, riguardava i sentimenti umani: temi universali che giustific ano l’attualità di queste tragedie. Le commedie, invece, avevano riferimenti molto precisi a uomini e a situazioni politiche dell’Atene del tempo che noi non comprendiamo completamente ed ecco perché ne sentiamo una maggiore distanza. Se da un lato sono una testimonianza interessante della situazione politica ateniese, dall’altra sono un po’ complesse perché non ci consentono di cogliere tutte le sfumature che invece il pubblico ateniese coglieva ed apprezzava. Nei giorni successivi a questo pre-agone si svolgevano una serie di cerimonie in cui vi era anche la presenza di cittadini stranieri non ateniesi, a sottolineare l’importanza anche civile e rituale di queste feste. Le Piccole Dionisie erano organizzate in inverno nel mese di Poseidone (dicembre) da tutti i demi (divisioni territoriali dell’Attica). Avevano quindi una dimensione locale limitata ai cittadini della regione e vedevano riproposte sulla scena le tragedie con maggiore successo delle Grandi Dionisie. Le Lenee furono istituite nel 442 a.C. e si svolgevano nel mese di Gamelione (febbraio). Anch'esse di dimensione locale, vedevano la rappresentazione di tragedie già viste e prevalentemente di commedie. Di tali feste abbiamo anche la lista dei vincitori e le posizioni dei vari autori. La dramma turgia è l’insieme di tutti gli espedienti e macchinari, l’organizzazione di una rappresentazione scenica. Poiché il legame con il sacro impediva al pubblico di vedere sulla scena un omicidio
Esodo: canto finale del coro a cui seguiva la sua uscita ma assume una struttura diversa a seconda dei poeti. I più famosi tragediografi ateniesi furono Eschilo, Sofocle ed Euripide e secondo la tradizione tutti e 3 legati in qualche modo alla vittoria ateniese di Salamina nel 480 a.C.. Sono gli unici di cui possediamo delle tragedie integre: di Eschilo vi sono 7 tragedie complete e l’unico esempio di tetralogia legata (legate ad un unico mito), Orestèa; di Sofocle 7 tragedie; di Euripide 17 tragedie e 1 dramma satiresco. Nelle tragedie di Eschilo caratteristica tipica è la cosiddetta ereditarietà della colpa: racconta una vicenda e poi le sue conseguenze nei figli e nei figli dei figli; la colpa di un personaggio protrae le conseguenze; perciò, la colpa dei padri ricade sui figli. Questo concetto va di pari passo con un altro, il pàthei màthos: l’apprendimento attraverso la sofferenza. Gli eroi eschilei apprendono come affrontare meglio l’esistenza, quindi c’è un ravvedimento attraverso la sofferenza che si subisce. Le tragedie di Eschilo vengono accusate di essere troppo difficili, ricche di parole troppo lunghe, composti eccessivi. In effetti era uno stile molto solenne, a volte poetico all’eccesso; tuttavia, era legato ai valori della tradizione e più vicino al suo pubblico contemporaneo. Eschilo fu il primo a introdurre il secondo attore e a distinguere il ruolo del tragediografo da quello di attore. In Eschilo il coro ha un ruolo molto importante: è la voce della città che è garante del rispetto delle leggi dello stato, ma anche della posizione e della volontà di Zeus, protettore per eccellenza della giustizia. “I Persiani”: rappresenta lo svolgimento della battaglia nell’ottica degli sconfitti (i persiani) e questo ha permesso di sottolineare la necessità della libertà e dei regimi politici che garantissero la libertà ai cittadini contro la struttura politica e sociale dei persiani in cui erano evidenti la schiavitù e l’assoggettamento alla classe dominante; come a dire la libertà agevola la vittoria e favorisce la collaborazione fra i cittadini nei confronti di un nemico comune. “Orestèa”: insieme di 3 tragedie (Agamennone, Coèfore, Le Eumènidi) seguite dal dramma satiresco (Pròteo) e con il quale Eschilo ottenne la vittoria durante le Grandi Dionisie. È il racconto del ghènos degli Atridi e delle loro lotte familiari; tali vicende verranno risolte in un ambiente oggettivo (areòpago) e le Erinni si trasformano in Eumènidi, dee benevoli ed accoglienti che proteggono la città, la polis e il ghenos. Intento educativo che
sottolinea come la giustizia venga sempre garantita all’interno della città da un’istituzione che funziona, che ha origine divina e che ha come garante gli dèi stessi. Una delle figure femminili più singolari che ricorre in questa trilogia è quella di Cassandra, sacerdotessa figlia di Priamo e bottino di guerra di Agamennone. All'inizio della tragedia è silenziosa, a metà esplode in un’angosciante invocazione ammettendo che nella reggia sarà commesso un delitto poiché ha avuto una visione della propria morte e di quella di Agamennone, con la successiva vendetta di Oreste; dai racconti degli altri personaggi si sentono le grida di persone che vengono colpite a morte e poi in scena compaiono i cadaveri di Cassandra, Agamennone. Il coro diche che su questa famiglia si abbatterà il demone della vendetta. Cassandra pur essendo sacerdotessa aveva la maledizione di non essere mai creduta e le versioni per giustificare ciò sono diverse: quella più ricorrente vede Cassandra aver ricevuto tale dono da Apollo stesso, dio della profezia; in cambio, però, le aveva chiesto il suo amore. Il rifiuto di Cassandra le avrebbe provocato la punizione di non essere mai creduta. Questa versione è interessante perché è uno dei tanti miti che raccontano delle violenze e dei maltrattamenti di donne da parte di eroi o divinità maschili. Euripide nacque a Salamina (Atene) e sappiamo che si tenne lontano dalla vita politica sebbene nelle sue tragedie si possono ravvisare dei riferimenti a tutte le problematiche interne alla democrazia nell’epoca di Pericle. Morì in Macedonia (408 - 407): quando Aristofane rappresentò le Rane (405), Euripide era già morto. Euripide interpreta le emozioni, i sentimenti, le vicende umane in maniera più moderna rispetto agli altri due. Veniva condannato perché aveva messo sulla scena personaggi umili, non degni dei grandi personaggi del mito, e il fatto che ne “Le Rane” di Aristofane viene decretato vincitore Eschilo ci lascia supporre che le tragedie di Euripide erano un po’ troppo innovative. Euripide è il più giovane dei tre e fu influenzato dalle nuove teorie dei sofisti che erano dei retori, dei filosofi e dei pensatori molto esperti nella costruzione dei discorsi e che fecero dell’arte di usare la parola in maniera efficace, astuta e funzionale il fine della loro poesia; dimostrarono che tante verità potevano essere capovolte se esaminate da un certo punto di vista, dimostrarono che si poteva dire tutto e il contrario di tutto, e che in qualche modo era evidente il relativismo di tanti concetti prima dati come certezze assolute. Nel teatro di Euripide il coro perde la sua importanza centrale e
che gli eroi tradizionali non sembrano rivelare più in maniera così evidente. Questa antitesi tra personaggi maschili e femminili è il frutto di quell’analisi dello spiegare queste contraddizioni della vita umana e attraverso la quale mette in evidenza le contraddizioni della realtà ed anc he l’insufficienza delle motivazioni religiose e culturali a lui contemporanee. Ecco perché il teatro più moderno ma è anche il meno compreso ed apprezzato dai contemporanei di Euripide. Questo autore apparve meno incisivo sul pubblico: le sue tragedie non hanno un coro che rappresenta la voce della polis; nelle tragedie di Eschilo e nella maggior parte delle tragedie di Sofocle le vicende mettono bene in luce quali siano le posizioni del pubblico e quindi della città di Atene, ma in generale del mondo greco. Per quanto riguarda le tragedie di Euripide, invece, raramente riuscì ad immedesimarsi nei personaggi o nelle situazioni: il pubblico non trovava le risposte, sebbene sofferte o piene di dolore, che invece individuava nelle tragedie degli autori precedentemente citati; può essere anche questo il motivo del numero decisamente inferiore delle vittorie delle sue tragedie rispetto ai suoi predecessori. Sicuramente le sue tragedie sono quelle maggiormente distorte per fini comici. “Ippolito portatore di coron a”: rielaborazione di “Ippolito velato” (troppo scabrosa poiché Fedra rivela la propria passione amorosa per il figliastro Ippolito, costretto poi a nascondersi il volto per la vergogna). In questo caso ottenne la vittoria ma il pubblico, anche qui, rimase sconvolto poiché dietro la vergogna di Ippolito c’era la presenza delle divinità; questa passione era stata indotta in Fedra da Afrodite che aveva deciso di vendicarsi perché Ippolito mostrava devozione solo nei confronti di Artemide. Il cuore della trama, dunque, rimane ma viene eliminata questa rivelazione diretta e scabrosa della confessione, del dialogo tra i due personaggi. Il teatro di Sofocle è incentrato su figure uniche, tant’è che si parla di Umanesimo sofocleo intendendo la centralità dell’uomo , dell’essere umano, dell’eroe o dell’eroina solo/a al centro della scena ad affrontare questioni gravi, dolorose e provare a risolverle con la propria grandezza d’animo. Sofocle introdusse il terzo attore, permettendo una divisione dei ruoli molto più netta. Alcune tragedie di Sofocle sono chiamate tragedie a dittico, sono organizzate in 2 parti: una prima in cui è presente il protagonista e una seconda che riguarda le vicende dei personaggi dopo la morte del protagonista; una di queste è proprio Antigone che, dopo la morte della protagonista appunto, continua e vediamo lo
svolgimento di diverse vicende. In realtà sono delle tragedie che rivelano il peso delle azioni compiute dai protagonisti, che continuano ad avere delle conseguenze, ad agire in maniera attiva e concreta sugli altri personaggi. In questo senso la struttura delle tragedie di Sofocle è moderna rispetto a quella delle tragedie di Eschilo poiché presuppone un’organizzazione della trama e dei dialoghi avvincente anche dopo l’assenza del protago nista. Bisogna dire che le eroine rappresentate sulla scena sono delle donne straordinarie che mostrano un coraggio sovrumano e che incarnano delle caratteristiche estremamente positive anche quando compiono delle azioni che esulano dalla legge o che si allontanano dalla norma. Antigone stessa dimostra un coraggio straordinario attraverso un discorso importante: è il discorso centrale di tutta la tragedia perché dimostra la bontà delle proprie scelte, le argomenta e rivela una capacità dialettica eccezionale ponendo l’accento su questioni che magari erano dibattute anche all’interno della città; in questo caso si tratta di stabilire se siano superiori le regole della città o quelle imposte dai sentimenti, dalle relazioni familiari e dagli affetti. A Sofocle è stato attribuito anche l’aumento dei coreuti da 12 a 15, con il coro che assume una funzione importante e strategica; tuttavia, è sempre un altro personaggio che solitamente agisce in funzione dell’eroe o dell’eroina. Un concetto tipico del teatro sofocleo è l’ironia tragica: i personaggi agiscono, si muovono sulla scena e intraprendono scelte mirando un certo obiettivo, di solito obiettivo centrale di tutta la tragedia. Il problema è che queste azioni compiute dal protagonista vanno in una direzione completamente diversa. Perché si parla di ironia? Perché il pubblico è consapevole che le azioni del protagonista sono completamente errate perché dovrebbero portarlo al chiarimento, alla scoperta della verità e invece lo allontanano sempre di più dal conseguimento della verità stessa. In Edipo re, quando lo stesso Edipo capisce di essere effettivamente lui la persona che ha assassinato Laio, che in realtà era suo padre, e che si è unito con sua madre Giocasta, non si uccide ma si acceca. Questo è significativo perché è una sofferenza quasi superiore alla morte stessa: Edipo si acceca per togliersi quella vista che non gli aveva mostrato la realtà, la verità; Giocasta, invece, si impicca. Questo procedimento, indagato anche da Nietzsche, è centrale nelle tragedie di questo autore.