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Riassunto capitolo 1 Libro dalla Comunicazione al Linguaggio di Francesco Ferretti
Tipologia: Sintesi del corso
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I pappagalli (e tutti gli altri animali) non producano espressioni linguistiche in senso proprio; cioè non mettono in connessione il linguaggio con il pensiero. A ridurla al suo aspetto essenziale, la questione alla base del linguaggio umano è la connessione tra la fisica dei suoni e la psicologia dei significati: l'opinione comune è che i pappagalli riproducano soltanto la meccanica del suono ma non il significato che tali suoni rappresentano perché per avere significati nella testa occorre essere in grado di pensare. Cordemoy paragona il caso del pappagallo al fenomeno dell’eco: restituisce le stesse parole che gli vengono dette nello stesso ordine. Cartesiani di ieri In una lettera scritta a Henry More nel febbraio del 1649, Cartesio definisce l'idea che gli esseri umani siano distinti da tutti gli altri animali a causa di una differenza qualitativa dovuta al possesso dell'anima razionale. Cartesio aveva in mente il problema delle “altre menti”, la questione cioè di come poter riconoscere se qualcuno che è in tutto e per tutto uguale a noi rispetto al suo corpo, possa davvero essere un umano come noi. Diversamente dagli animali (governati dall’istinto) che agiscono in maniera meccanica e istintiva, gli umani riescono a far fronte a problemi nuovi perché dispongono della ragione (flessibilità e agire libero e creativo). Dunque la differenza tra umani e animali dipende dalla relazione tra pensiero e linguaggio. Cartesiani di oggi In uno dei saggi più influenti con cui Chomsky presenta negli anni Sessanta del Novecento il proprio modello del linguaggio, il linguista americano fa riferimento esplicito alle argomentazioni di Cartesio e Cordemoy in favore della distinzione tra il linguaggio e i sistemi di comunicazione animale. Alla base di tale distinzione è l'uso creativo del linguaggio: la possibilità degli umani di parlare in modo indipendente da stimoli esterni e interni. Questo grado di indipendenza da stimoli esterni e interni conferisce al linguaggio libertà e creatività, gli attributi decisivi per distinguere le capacità verbali umane dalla comunicazione animale. Negli animali, infatti, la comunicazione è controllata completamente dagli stimoli (interni o esterni). La comunicazione animale è così assimilabile a quella di una macchina. L’idea di Chomsky è che per capire cosa caratterizzi nello specifico il linguaggio umano bisogna guardare a ciò che lo distingue dalla comunicazione animale, non ciò che a essa lo accomuna. Chomsky tira in ballo Wallace per dimostrare che la tesi dell’avvento improvviso del linguaggio non è in contrasto con la teoria dell’evoluzione. Tuttavia il riferimento a Wallace appare del tutto inappropriato; perché il modello chomskiano non si accorda con il gradualismo darwiniano. Ciò che spinge Chomsky a rifiutare il gradualismo si ritrova nel modello teorico che porta avanti: la Grammatica Universale. La competenza linguistica umana è retta dai principi della Grammatica Universale (conoscenze innate alla base dei processi di produzione, comprensione e apprendimento del linguaggio umano).
La Mettrie riconosce a Cartesio il merito di aver considerato gli animali come macchine, ma se gli umani sono animali e gli animali sono macchine, allora anche gli umani sono macchine. Da ciò La Mettrie dice che le scimmie, pur avendo un grado superiore di intelligenza rispetto ai pappagalli, non parlano perché non hanno gli organi adeguati al proferimento della parola. Questo però non significa che sono del tutto inabili al linguaggio. Dunque per lui dagli animali all’uomo non c’è un passaggio brusco. È solo con Darwin, con la pubblicazione dell'’Origine delle specie’, tuttavia, che il tema della continuità tra umani e altri animali ha potuto contare, utilizzando la selezione naturale, sul solido apparato concettuale di una teoria propriamente scientifica. La differenza tra uomini e animali è solo di grado (quantitativa) non di qualità (umani come animali tra gli altri animali). Discutendo il tema dell'origine del linguaggio, Cartesio dice due cose molto interessanti ai nostri fini:
dipendere dalle proprietà simboliche delle parole (come i simboli si riferiscono alle entità che designano). Il riferimento alla realtà esterna è un elemento cruciale della natura simbolica del linguaggio umano. Il caso più famoso a tale riguardo è costituito dai richiami d'allarme dei cercopitechi verdi. Questi animali producono richiami diversi a seconda dell’animare a cui si riferiscono e la cosa interessante è che ogni richiamo è associato a una specifica risposta comportamentale. Quello dei cercopitechi non è un caso isolato: anche altre specie di scimmie sono in grado di produrre vocalizzazioni acusticamente distinte in risposta ai diversi eventi esterni. Come le scimmie reso studiate da Gouzoules. Il comportamento delle scimmie, piuttosto che determinato dal contenuto informativo delle vocalizzazioni, dipenda dallo stimolo visivo della scena osservata. Per escludere ciò Gouzoules e colleghi hanno portato avanti degli esperimenti in cui si facevano sentire questi richiami in assenza di una scena visiva corrispondente. I risultati di questi esperimenti hanno confermato che le scimmie producono comportamenti di risposta anche quando non sono fisicamente presenti l'individuo che emette il grido e il suo aggressore. Conclusione: le grida delle scimmie possono essere interpretate come “rappresentazioni che si riferiscono agli oggetti e agli eventi esterni”. È l’associazione tra l’espressione proferita e l’entità designata che spiega la comunicazionale animale A rendere simboliche le espressioni umane sono due fattori:
La capacità di una scimmia di utilizzare il simbolo giusto non è ancora un criterio sufficiente per sostenere che la scimmia conosce il nome dell'oggetto (solamente la scimmia sa cosa fare per ottenere quell’oggetto). Sherman e Austin hanno dimostrato di sapere la differenza tra il chiedere qualcosa e la semplice associazione di un simbolo con qualcosa. Quindi riconoscono la distinzione tra la comunicazione finalizzata al raggiungimento dei propri fini e la comunicazione che sfrutta le proprietà delle unità del sistema. Gli scimpanzè sono dunque capaci di nominare gli oggetti sfruttando le relazioni che i simboli hanno con gli altri simboli. E quindi sono in grado di usare i simboli in quanto simboli, ovvero comprendono effettivamente ciò che dicono Savage-Rumbaugh ha insegnato a Sherman e Austin a comunicare tra loro. Il primo nodo da sciogliere in questa direzione era verificare se le scimmie erano in grado di comprendere il significato veicolato dal lessigramma (simboli astratti che corrispondono a diverse parole). In una prima serie di esperimenti veniva utilizzato un lessigramma per informare la scimmia del tipo di cibo nascosto in un contenitore e l’animale riceveva il cibo solo se utilizzava il lessigramma appropriato. Il punto rilevante della questione è che la scimmia poteva selezionare il lessigramma giusto in due modi molto diversi:
senza il linguaggio non c'è pensiero. Questa posizione, definita da Tooby e Cosmides Modello Standard delle Scienze Sociali (MSSS), mostra che gli animali che non parlano non possono pensare, se per avere pensiero occorre il linguaggio. Tuttavia i due hanno mostrato che il MSSS è un paradigma teorico destituito di qualsiasi fondamento empirico. È necessario chiarire come è possibile che gli umani siano insieme biologia e cultura. Il linguaggio rappresenta il banco di prova privilegiato di questo tentativo di sintesi. Alla base del modello di Tomasello è la capacità delle scimmie di cogliere l'aspetto intenzionale della comunicazione. Esse dispongono in effetti di un lettore della mente. Per Tomasello, il linguaggio umano ha caratteristiche specifiche che lo rendono un sistema di comunicazione totalmente diverso da quello utilizzato dalle grandi scimmie. Secondo alcuni autori, l'evoluzione delle capacità cognitive dei primati deve essere interpretata in un'ottica di “competizione sociale”. La competizione è una potente spinta selettiva per la costruzione di cervelli sempre più sofisticati nella gestione dei rapporti sociali; Senza una risposta adattativa adeguata a tali spinte, non avrebbe mai potuto emergere il linguaggio. Nel linguaggio umano ciò che più interessa il parlante e l'ascoltatore non è tanto cosa viene detto, ma perché viene detto qualcosa. È qui che la differenza tra le menti competitive (scimmie) e le menti cooperative (umani). Solo una mente pronta alla cooperazione, infatti, è capace di riconoscere che chi parla sta fornendo informazioni a vantaggio dell'ascoltatore. Infatti le grandi scimmie non sanno assumere che l’altro sta parlando a loro beneficio; vogliono sapere cosa l’altro possa desiderare per sé (perché indicano sempre per fini egoistici). A prova del fatto che le grandi scimmie non sono capaci di riconoscere atti altruistici di comunicazione, Tomasello e colleghi hanno proposto un esperimento in cui uno sperimentatore aiutava lo scimpanzè a scegliere il contenitore con il cibo indicandoglielo. Le scimmie non seguivano l’indicazione. Lo sperimentatore ora gareggiava con la scimmia per cercare il cibo, cercando di raggiungere un contenitore posto in alto. In questo caso la scimmia comprendeva il comportamento umano, ed è come se inferisse qualcosa del tipo: “Quello vuole afferrare il secchio; allora dentro dovrà esserci il cibo”. Ma rimaneva comunque incapace di inferire che lo sperimentatore volesse fargli avere questa informazione. Il linguaggio umano è fortemente legato all'atto “altruistico”. Poiché le grandi scimmie sono guidate da un atteggiamento competitivo, esse sono in grado di fare richieste agli altri, ma non riescono a offrire l'informazione descrittiva utile alle esigenze degli altri: le loro espressioni, in altre parole hanno un carattere imperativo ma non dichiarativo. Gli umani mettano in atto attività cooperative condivise, ovvero guidate da un fine congiunto È possibile attribuire agli scimpanzè attività di cooperazione di questo tipo? Tomasello pensa di no e fa l’esempio della caccia degli scimpanzè al colobo rosso nella foresta Tai: ogni scimmia lavora per sé, in una modalità I-mode (senza rispettare il fine congiunto). A riprova di ciò è il fatto che questi animali siano incapaci di uno sguardo che, permettendo una visione d’insieme delle relazioni cooperative, consente ai partecipanti lo scambio reciproco dei ruoli. In linea con Darwin, Tomasello considera l’altruismo un fatto biologico; ma tipico ed esclusivo della biologia umana. Mentre è disposto a riconoscere nelle scimmie antropomorfe forme di
altruismo relative ai “beni” e ai “servizi”, le scimmie non sono capaci, infatti, è lo scambio di informazioni altruistico. Per valutare il modello di Tomasello bisogna capire se davvero la cooperazione condivisa è un carattere specifico della natura umana.