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Libro dalla Comunicazione al Linguaggio Riassunto capitolo 1, Sintesi del corso di Filosofia del Linguaggio

Riassunto capitolo 1 Libro dalla Comunicazione al Linguaggio di Francesco Ferretti

Tipologia: Sintesi del corso

2021/2022

In vendita dal 30/06/2023

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Fedigiulio 🇮🇹

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DALLA COMUNICAZIONE AL LINGUAGGIO
Riassunto Capitolo 1
I pappagalli (e tutti gli altri animali) non producano espressioni linguistiche in senso proprio; cioè
non mettono in connessione il linguaggio con il pensiero.
A ridurla al suo aspetto essenziale, la questione alla base del linguaggio umano è la connessione
tra la fisica dei suoni e la psicologia dei significati: l'opinione comune è che i pappagalli
riproducano soltanto la meccanica del suono ma non il significato che tali suoni rappresentano
perché per avere significati nella testa occorre essere in grado di pensare.
Cordemoy paragona il caso del pappagallo al fenomeno dell’eco: restituisce le stesse parole che gli
vengono dette nello stesso ordine.
Cartesiani di ieri
In una lettera scritta a Henry More nel febbraio del 1649, Cartesio definisce l'idea che gli esseri
umani siano distinti da tutti gli altri animali a causa di una differenza qualitativa dovuta al possesso
dell'anima razionale.
Cartesio aveva in mente il problema delle “altre menti”, la questione cioè di come poter
riconoscere se qualcuno che è in tutto e per tutto uguale a noi rispetto al suo corpo, possa
davvero essere un umano come noi.
Diversamente dagli animali (governati dall’istinto) che agiscono in maniera meccanica e istintiva,
gli umani riescono a far fronte a problemi nuovi perché dispongono della ragione (flessibilità e
agire libero e creativo). Dunque la differenza tra umani e animali dipende dalla relazione tra
pensiero e linguaggio.
Cartesiani di oggi
In uno dei saggi più influenti con cui Chomsky presenta negli anni Sessanta del Novecento il
proprio modello del linguaggio, il linguista americano fa riferimento esplicito alle argomentazioni
di Cartesio e Cordemoy in favore della distinzione tra il linguaggio e i sistemi di comunicazione
animale. Alla base di tale distinzione è l'uso creativo del linguaggio: la possibilità degli umani di
parlare in modo indipendente da stimoli esterni e interni. Questo grado di indipendenza da stimoli
esterni e interni conferisce al linguaggio libertà e creatività, gli attributi decisivi per distinguere le
capacità verbali umane dalla comunicazione animale.
Negli animali, infatti, la comunicazione è controllata completamente dagli stimoli (interni o
esterni). La comunicazione animale è così assimilabile a quella di una macchina.
L’idea di Chomsky è che per capire cosa caratterizzi nello specifico il linguaggio umano bisogna
guardare a ciò che lo distingue dalla comunicazione animale, non ciò che a essa lo accomuna.
Chomsky tira in ballo Wallace per dimostrare che la tesi dell’avvento improvviso del linguaggio
non è in contrasto con la teoria dell’evoluzione. Tuttavia il riferimento a Wallace appare del tutto
inappropriato; perché il modello chomskiano non si accorda con il gradualismo darwiniano.
Ciò che spinge Chomsky a rifiutare il gradualismo si ritrova nel modello teorico che porta avanti: la
Grammatica Universale.
La competenza linguistica umana è retta dai principi della Grammatica Universale (conoscenze
innate alla base dei processi di produzione, comprensione e apprendimento del linguaggio umano).
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DALLA COMUNICAZIONE AL LINGUAGGIO

Riassunto Capitolo 1

I pappagalli (e tutti gli altri animali) non producano espressioni linguistiche in senso proprio; cioè non mettono in connessione il linguaggio con il pensiero. A ridurla al suo aspetto essenziale, la questione alla base del linguaggio umano è la connessione tra la fisica dei suoni e la psicologia dei significati: l'opinione comune è che i pappagalli riproducano soltanto la meccanica del suono ma non il significato che tali suoni rappresentano perché per avere significati nella testa occorre essere in grado di pensare. Cordemoy paragona il caso del pappagallo al fenomeno dell’eco: restituisce le stesse parole che gli vengono dette nello stesso ordine. Cartesiani di ieri In una lettera scritta a Henry More nel febbraio del 1649, Cartesio definisce l'idea che gli esseri umani siano distinti da tutti gli altri animali a causa di una differenza qualitativa dovuta al possesso dell'anima razionale. Cartesio aveva in mente il problema delle “altre menti”, la questione cioè di come poter riconoscere se qualcuno che è in tutto e per tutto uguale a noi rispetto al suo corpo, possa davvero essere un umano come noi. Diversamente dagli animali (governati dall’istinto) che agiscono in maniera meccanica e istintiva, gli umani riescono a far fronte a problemi nuovi perché dispongono della ragione (flessibilità e agire libero e creativo). Dunque la differenza tra umani e animali dipende dalla relazione tra pensiero e linguaggio. Cartesiani di oggi In uno dei saggi più influenti con cui Chomsky presenta negli anni Sessanta del Novecento il proprio modello del linguaggio, il linguista americano fa riferimento esplicito alle argomentazioni di Cartesio e Cordemoy in favore della distinzione tra il linguaggio e i sistemi di comunicazione animale. Alla base di tale distinzione è l'uso creativo del linguaggio: la possibilità degli umani di parlare in modo indipendente da stimoli esterni e interni. Questo grado di indipendenza da stimoli esterni e interni conferisce al linguaggio libertà e creatività, gli attributi decisivi per distinguere le capacità verbali umane dalla comunicazione animale. Negli animali, infatti, la comunicazione è controllata completamente dagli stimoli (interni o esterni). La comunicazione animale è così assimilabile a quella di una macchina. L’idea di Chomsky è che per capire cosa caratterizzi nello specifico il linguaggio umano bisogna guardare a ciò che lo distingue dalla comunicazione animale, non ciò che a essa lo accomuna. Chomsky tira in ballo Wallace per dimostrare che la tesi dell’avvento improvviso del linguaggio non è in contrasto con la teoria dell’evoluzione. Tuttavia il riferimento a Wallace appare del tutto inappropriato; perché il modello chomskiano non si accorda con il gradualismo darwiniano. Ciò che spinge Chomsky a rifiutare il gradualismo si ritrova nel modello teorico che porta avanti: la Grammatica Universale. La competenza linguistica umana è retta dai principi della Grammatica Universale (conoscenze innate alla base dei processi di produzione, comprensione e apprendimento del linguaggio umano).

La Mettrie riconosce a Cartesio il merito di aver considerato gli animali come macchine, ma se gli umani sono animali e gli animali sono macchine, allora anche gli umani sono macchine. Da ciò La Mettrie dice che le scimmie, pur avendo un grado superiore di intelligenza rispetto ai pappagalli, non parlano perché non hanno gli organi adeguati al proferimento della parola. Questo però non significa che sono del tutto inabili al linguaggio. Dunque per lui dagli animali all’uomo non c’è un passaggio brusco. È solo con Darwin, con la pubblicazione dell'’Origine delle specie’, tuttavia, che il tema della continuità tra umani e altri animali ha potuto contare, utilizzando la selezione naturale, sul solido apparato concettuale di una teoria propriamente scientifica. La differenza tra uomini e animali è solo di grado (quantitativa) non di qualità (umani come animali tra gli altri animali). Discutendo il tema dell'origine del linguaggio, Cartesio dice due cose molto interessanti ai nostri fini:

  • La prima è che il linguaggio umano deve la sua origine alle imitazioni e alla modificazione, aiutata dai gesti, dei vari suoni naturali, delle voci degli altri animali, e delle grida istintive dell'uomo;
  • La seconda è che l'avvento del linguaggio è fortemente connesso alla peculiarità dei sistemi cognitivi di cui dispongono questi animali. L’abilità di ripetere i suoi per imitazione è legata a capacità cognitive di cui godono le scimmie in grado di interpretare l’espressione sonora attribuendole un significato. L'idea di Darwin a proposito dell'origine del linguaggio è che le capacità verbali umane trovino fondamento nei sistemi cognitivi che la nostra specie condivide con altre specie a noi strettamente imparentate: il fatto che il linguaggio sia tipico degli animali, non esclude che altri animali avrebbero potuto svilupparlo se le spinte selettive li avessero portati a dover comunicare in maniera più efficace.
  • Le grandi scimmie possono apprendere il linguaggio? § MAMA, PAPA, UP, CUP: questo è tutto ciò che lo scimpanzè Viki aveva imparato a proferire dopo sei anni di adozione da parte dei coniugi Keith e Catherine Hayes. I quattro vocaboli che Viki riuscì a pronunciare dopo un intenso e lungo tirocinio linguistico-verbale furono un risultato disastroso per le ambizioni del progetto dei coniugi Hayes La produzione dei suoni tipici del linguaggio verbale non è riproducibile dalle grandi scimmie perché, molto semplicemente, le scimmie non hanno l'apparato fonatorio adeguato. Secondo Lieberman la produzione dei suoni è connessa all’abbassamento del tratto sovra-laringeo, una caratteristica specifica dell’Homo sapiens Chiedersi se una scimmia è in grado di acquisire e utilizzare il linguaggio umano è una cosa diversa dal chiedersi se essa è in grado di riprodurre i suoni del linguaggio verbale: quello che conta per derimere la questione è capire se la scimmia sia in possesso dei processi di interpretazione (l’”ingegno superiore”) che governano la comprensione di ciò che effettivamente le viene detto. Il tentativo di insegnare alle scimmie il linguaggio umano attraverso un codice gestuale (lingua dei segni) ha segnato fortemente il dibattito sulla comunicazione tra esseri umani e scimmie. § Era dunque in grado di comporre simbolici in modo fa trasmettere un significato, in un senso logico: è quello che i linguisti definiscono sintassi. Lucy e di Ally, scelte all’età di tre anni per verificare se fossero in grado di capire frasi composte da combinazioni di segni nuovi.

dipendere dalle proprietà simboliche delle parole (come i simboli si riferiscono alle entità che designano). Il riferimento alla realtà esterna è un elemento cruciale della natura simbolica del linguaggio umano. Il caso più famoso a tale riguardo è costituito dai richiami d'allarme dei cercopitechi verdi. Questi animali producono richiami diversi a seconda dell’animare a cui si riferiscono e la cosa interessante è che ogni richiamo è associato a una specifica risposta comportamentale. Quello dei cercopitechi non è un caso isolato: anche altre specie di scimmie sono in grado di produrre vocalizzazioni acusticamente distinte in risposta ai diversi eventi esterni. Come le scimmie reso studiate da Gouzoules. Il comportamento delle scimmie, piuttosto che determinato dal contenuto informativo delle vocalizzazioni, dipenda dallo stimolo visivo della scena osservata. Per escludere ciò Gouzoules e colleghi hanno portato avanti degli esperimenti in cui si facevano sentire questi richiami in assenza di una scena visiva corrispondente. I risultati di questi esperimenti hanno confermato che le scimmie producono comportamenti di risposta anche quando non sono fisicamente presenti l'individuo che emette il grido e il suo aggressore. Conclusione: le grida delle scimmie possono essere interpretate come “rappresentazioni che si riferiscono agli oggetti e agli eventi esterni”. È l’associazione tra l’espressione proferita e l’entità designata che spiega la comunicazionale animale A rendere simboliche le espressioni umane sono due fattori:

  • Fattore interno alla mente. Deacon, utilizzando la nozione di “interpretante” di Pierce, sostiene che le parole non sono semplici suoni. Ad attribuirgli la capacità di riferimento è un processo di interpretazione che avviene nella mente;
  • Fattore esterno alla mente. Occorre chiamare in causa il carattere sistemico dei simboli: alla base dello statuto simbolico dei simboli è il fatto che, per riferirsi al mondo, le parole devono potersi riferire tra loro (le parole sono in relazione con tutte le altre della stessa lingua). Solo gli esseri umani sono capaci di utilizzare i simboli in senso proprio (perché parlano una lingua): le scimmie non sono in grado di farlo perché non dispongono delle strutture cognitive adeguate, ma soprattutto perché nelle loro comunità non esiste un sistema simbolico preesistente alla loro nascita che possono utilizzare dopo averlo appreso. Sherman e Austin. L'obiettivo di Savage-Rumbaugh era quello più generale di capire se le scimmie fossero in grado di utilizzare i simboli in senso proprio. Il punto teorico della questione è di provare a raggiungere l'essenza del linguaggio: la capacità di comunicare all'altro qualcosa che non conosce insegnando a Sherman e Austin a usare, tra loro, l'uso referenziale dei simboli così come accade nella comunicazione umana in senso proprio. Per capire se le scimmie comprendono davvero il significato dei simboli di cui si servono occorre capire se sono in grado di utilizzare i simboli in modo spontaneo e non come risposte meccaniche a stimoli determinati. Un primo modo per rispondere alla domanda fa perno su una duplice capacità d'uso dei simboli: l'uso richiestivo e l'uso nominale. L’uso richiestivo è interpretabile nei termini dell’associazione meccanica tra parola e oggetto

La capacità di una scimmia di utilizzare il simbolo giusto non è ancora un criterio sufficiente per sostenere che la scimmia conosce il nome dell'oggetto (solamente la scimmia sa cosa fare per ottenere quell’oggetto). Sherman e Austin hanno dimostrato di sapere la differenza tra il chiedere qualcosa e la semplice associazione di un simbolo con qualcosa. Quindi riconoscono la distinzione tra la comunicazione finalizzata al raggiungimento dei propri fini e la comunicazione che sfrutta le proprietà delle unità del sistema. Gli scimpanzè sono dunque capaci di nominare gli oggetti sfruttando le relazioni che i simboli hanno con gli altri simboli. E quindi sono in grado di usare i simboli in quanto simboli, ovvero comprendono effettivamente ciò che dicono Savage-Rumbaugh ha insegnato a Sherman e Austin a comunicare tra loro. Il primo nodo da sciogliere in questa direzione era verificare se le scimmie erano in grado di comprendere il significato veicolato dal lessigramma (simboli astratti che corrispondono a diverse parole). In una prima serie di esperimenti veniva utilizzato un lessigramma per informare la scimmia del tipo di cibo nascosto in un contenitore e l’animale riceveva il cibo solo se utilizzava il lessigramma appropriato. Il punto rilevante della questione è che la scimmia poteva selezionare il lessigramma giusto in due modi molto diversi:

  1. riproducendo, per imitazione meccanica, lo stesso lessigramma prodotto dallo sperimentatore
  2. selezionando il lessigramma per averne compreso il contenuto informativo, questo modo di produrre lessigrammi appropriati richiede che la scimmia sia capace di leggere le intenzioni comunicative dello sperimentatore Sherman e Austin manifestavano “sorpresa” e “disappunto” nel caso in cui ricevevano dallo sperimentatore un'informazione sbagliata. Lo scambio comunicativo tra gli scimpanzè e lo sperimentatore debba essere interpretato in riferimento alla comprensione del contenuto informativo veicolato dai lessigrammi. Il secondo passo della ricerca era provare a far interagire le scimmie con scambi comunicativi reciproci. Nei test sperimentali una delle due scimmie osservava lo sperimentatore mentre nascondeva il cibo e doveva dire all’altra, che non aveva assistito alla scena, il tipo di cibo nascosto dallo sperimentatore, attraverso la Keyboard. L'idea di base dell'esperimento era che la scimmia che aveva assistito al nascondimento del cibo comunicasse l'informazione giusta all'altra. Ora, poiché la scimmia che aveva assistito alla scena avrebbe potuto sfruttare tale informazione esclusivamente a proprio vantaggio, tuttavia, il compito richiedeva che, per ricevere il cibo nascosto, entrambe le scimmie dovessero utilizzare il simbolo giusto. gli scimpanzè oltre a comunicare tra loro comunicano sapendo di comunicare. Per provare che le due scimmie erano in grado di usare simboli in senso proprio, Savage-Rumbaugh ideò una nuova situazione sperimentale. Privata della Keyboard con cui era solita comunicare, una delle due scimmie veniva portata in una stanza in cui assisteva al nascondimento del cibo da parte dello sperimentatore. Subito dopo quest’ultimo lasciava cadere sul pavimento gli involucri con in bella mostra il logo della confezione del cibo. Non appena Austin notò l’etichetta sul pavimento, la raccolse e la mostrò Sherman che utilizzò la Keyboard per produrre il lessigramma giusto.

senza il linguaggio non c'è pensiero. Questa posizione, definita da Tooby e Cosmides Modello Standard delle Scienze Sociali (MSSS), mostra che gli animali che non parlano non possono pensare, se per avere pensiero occorre il linguaggio. Tuttavia i due hanno mostrato che il MSSS è un paradigma teorico destituito di qualsiasi fondamento empirico. È necessario chiarire come è possibile che gli umani siano insieme biologia e cultura. Il linguaggio rappresenta il banco di prova privilegiato di questo tentativo di sintesi. Alla base del modello di Tomasello è la capacità delle scimmie di cogliere l'aspetto intenzionale della comunicazione. Esse dispongono in effetti di un lettore della mente. Per Tomasello, il linguaggio umano ha caratteristiche specifiche che lo rendono un sistema di comunicazione totalmente diverso da quello utilizzato dalle grandi scimmie. Secondo alcuni autori, l'evoluzione delle capacità cognitive dei primati deve essere interpretata in un'ottica di “competizione sociale”. La competizione è una potente spinta selettiva per la costruzione di cervelli sempre più sofisticati nella gestione dei rapporti sociali; Senza una risposta adattativa adeguata a tali spinte, non avrebbe mai potuto emergere il linguaggio. Nel linguaggio umano ciò che più interessa il parlante e l'ascoltatore non è tanto cosa viene detto, ma perché viene detto qualcosa. È qui che la differenza tra le menti competitive (scimmie) e le menti cooperative (umani). Solo una mente pronta alla cooperazione, infatti, è capace di riconoscere che chi parla sta fornendo informazioni a vantaggio dell'ascoltatore. Infatti le grandi scimmie non sanno assumere che l’altro sta parlando a loro beneficio; vogliono sapere cosa l’altro possa desiderare per sé (perché indicano sempre per fini egoistici). A prova del fatto che le grandi scimmie non sono capaci di riconoscere atti altruistici di comunicazione, Tomasello e colleghi hanno proposto un esperimento in cui uno sperimentatore aiutava lo scimpanzè a scegliere il contenitore con il cibo indicandoglielo. Le scimmie non seguivano l’indicazione. Lo sperimentatore ora gareggiava con la scimmia per cercare il cibo, cercando di raggiungere un contenitore posto in alto. In questo caso la scimmia comprendeva il comportamento umano, ed è come se inferisse qualcosa del tipo: “Quello vuole afferrare il secchio; allora dentro dovrà esserci il cibo”. Ma rimaneva comunque incapace di inferire che lo sperimentatore volesse fargli avere questa informazione. Il linguaggio umano è fortemente legato all'atto “altruistico”. Poiché le grandi scimmie sono guidate da un atteggiamento competitivo, esse sono in grado di fare richieste agli altri, ma non riescono a offrire l'informazione descrittiva utile alle esigenze degli altri: le loro espressioni, in altre parole hanno un carattere imperativo ma non dichiarativo. Gli umani mettano in atto attività cooperative condivise, ovvero guidate da un fine congiunto È possibile attribuire agli scimpanzè attività di cooperazione di questo tipo? Tomasello pensa di no e fa l’esempio della caccia degli scimpanzè al colobo rosso nella foresta Tai: ogni scimmia lavora per sé, in una modalità I-mode (senza rispettare il fine congiunto). A riprova di ciò è il fatto che questi animali siano incapaci di uno sguardo che, permettendo una visione d’insieme delle relazioni cooperative, consente ai partecipanti lo scambio reciproco dei ruoli. In linea con Darwin, Tomasello considera l’altruismo un fatto biologico; ma tipico ed esclusivo della biologia umana. Mentre è disposto a riconoscere nelle scimmie antropomorfe forme di

altruismo relative ai “beni” e ai “servizi”, le scimmie non sono capaci, infatti, è lo scambio di informazioni altruistico. Per valutare il modello di Tomasello bisogna capire se davvero la cooperazione condivisa è un carattere specifico della natura umana.

  1. La prima considerazione da fare è che c'è molto più altruismo fuori dall’Homo sapiens di quanto Tomasello sia disposto a concedere
  2. La seconda considerazione da fare è che c'è molto più egoismo dentro l’Homo sapiens di quanto Tomasello non sia disposto ad ammettere: gli esseri umani sono, a suo avviso, i rappresentanti di una specie prepotente. Da queste due considerazioni di ordine generale emerge con chiarezza che nella nostra mente convivono sistemi di elaborazione che ci rendono pronti a collaborare con gli altri e sistemi che ci spingono costantemente a sospettare degli altri e a competere con loro. Gli esperimenti su Sherman e Austin permettono di dire che l’altruismo informativo sia posseduto anche dalle scimmie. Utilizzando 7 bonobo e 4 scimpanzè che avevano partecipato a progetti specifici di comunicazione con umani, e 6 scimpanzè che avevano solo avuto contatti con umani relativamente a compiti sulla risoluzione di problemi cognitivi, un primo risultato della ricerca è che le scimmie allevate in un ambiente culturale comunicativo avevano prestazioni migliori nella capacità di utilizzare l'informazione che gli veniva fornita per risolvere un determinato compito: un risultato del genere contrasta con la tesi di Tomasello secondo cui gli scimpanzè non riescono a utilizzare l'informazione che gli viene offerta perché non si aspettano che qualcuno possa fornirgliela. Utilizzando i dati della Greenfield sullo sviluppo del linguaggio nei bambini e quelli di Savage- Rumbaugh con le grandi scimmie, è stato mostrato che in un contesto appropriato e con il giusto tipo di insegnamento le grandi scimmie utilizzate nella ricerca condividevano con gli umani la capacità di utilizzare frasi dichiarative. La capacità di produrre-comprendere asserzioni è una questione di grado e non di qualità (ogni tentativo di operare una cesura netta tra umani e grandi scimmie è votata al fallimento). Le prestazioni delle grandi scimmie nei compiti di comunicazione dipendono, oltre che dai sistemi cognitivi di cui dispongono questi animali (l’”ingegno superiore”), anche dal particolare ambiente culturale in cui queste scimmie sono state allevate. I neoculturalisti sono portati a dover presupporre il linguaggio come un'entità che preesiste alle menti individuali (l’invasione del codice simbolico nella mente avviene sia per le scimmie sia per gli esseri umani). Una posizione di questo tipo ha ricadute dirette sul tema dell'origine del linguaggio: i neoculturalisti sono portati a dar conto dell'avvento del linguaggio nei termini di un fatto improvviso e inaspettato. Tuttavia, in una prospettiva in cui si studia il passaggio dalla comunicazionale animale a quella umana, dire che la differenza tra queste due dipende dall’avvento improvviso di una capacità qualitativamente differente da tutte le altre contrasta sia con i principi darwiniani sia con il buon senso epistemologico.