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LINGUISTICA DIGITALE COMPLETO - SLIDE + APPUNTI + LIBRO
Tipologia: Dispense
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Il dibattito pubblico definito in modo molto generale è da considerare come l’insieme di discussioni che avvengano nella cosiddetta sfera pubblica , intesa come lo spazio sociale nel quale vengono espresse diverse opinioni e vengono discussi problemi di interesse generale. Questo spazio sociale comprende i cittadini, le associazioni, i media, personalità politiche, opinionisti e i cosiddetti decisori, ovvero istituzioni locali, nazionali o sovranazionali che prendono decisioni riguardanti la collettività. Ogni istanza della sfera pubblica può essere considerata come un’arena che dà luogo al dibattito nel quale attraverso la discussione si tenta di giungere ad una deliberazione collettiva. Nella tradizione democratica elitista rappresentativa (Mill e Burke) → si ritiene che solo i decisori debbano avere un ruolo attivo nella sfera pubblica; i cittadini devono limitarsi a votare i decisori attraverso elezioni organizzate dai partiti. Il dibattito pubblico si riduce dunque ad una trasmissione di info, operata dai media, che permette ai cittadini di conoscere e valutare l’operato dei decisori. Nella tradizione democratica forte partecipativa (Rousseau e Montesquieu) → si ritiene che i cittadini debbano prendere parte attiva al dibattito pubblico, partecipando ad associazioni e partiti che hanno il compito di formare il consenso e fare pressione sui decisori per contribuire a determinate scelte politiche. In questa tradizione il dibattito è visto come il luogo in cui l’opinione pubblica si forma attraverso scambi e discussioni. Nella tradizione democratica discorsivo-deliberativa (Habermas) → si insiste sull’importanza in democrazia del dibattito pubblico, il quale viene concepito come l’unico garante razionale della legittimità e dell’efficacia della decisione politica. La discussione pubblica deve coinvolgere tutti i cittadini, con forme di autoorganizzazione come quelle che si trovano nelle piccole associazioni spontanee. Nella tradizione democratica costruzionista (Foucault ma anche Fraser) → si sottolinea come il discorso pubblico sia un luogo di esercizio del potere e come categorie neutre come quella di conoscenza o di expertise nascondano un rapporto di forza. I teorici di questa concezione ritengono dare voce alle vittime di quei rapporti di forza, le persone che normalmente vengono escluse dal dibattito pubblico. In questa tradizione è la persona più che il cittadino che deve prendere la parola nel dibattito pubblico per portarvi la propria esperienza. Negli ultimi anni quando si parla di dibattito pubblico si tende ad opporre una visione elitista e una visione costruzionista. Nel libro la visione sarà quella di una tradizione discorsivo-deliberativa ; dunque, quando parleremo di dibattito pubblico si farà riferimento all’insieme di tutte le discussioni che avvengono ad ogni livello e con ogni mezzo su questioni di interesse pubblico, volte a garantire agli attori della sfera pubblica la possibilità di determinare la politica comune. Adottando un punto di vista linguistico concepiremo le arene del dibattito pubblico e il dibattito in generale non solo come luoghi di scambio, confronto di posizioni, creazione dei rapporti di forza ma anche come luoghi in cui si usano parole nell’ambito di processi comunicativi. Questi processi, che avvengono nel dibattito pubblico, hanno principalmente tre caratteristiche:
1.2.4 Il codice È l’insieme di segni e regole che permette di attribuire un significato al Messaggio, può essere conosciuto in maniera equa da tutti gli utenti (lingua madre), può essere utilizzato da solo in una comunicazione come, per esempio, un testo scritto o può essere combinato con altri codici, come nella comunicazione faccia a faccia dove abbiamo un codice linguistico, uno gestuale, uno vocale, ecc.cc. 1.2.5 Il referente È la realtà comunicata attraverso il messaggio , può avere diversa natura, in quanto i parlanti possono discutere delle loro conoscenze del mondo ma anche dei propri giudizi estetici. 1.2.6 Il messaggio È l’insieme di segni usati nella situazione di comunicazione può essere rappresentato come la risultante della variazione di tutti gli altri fattori (es. “passami il sale” di Tullio De Mauro) 1.3 QUALI SONO LE CARATTERISTICHE DEI PROCESSI COMUNICATIVI PARLATI, SCRITTI E IBRIDI Quando pensiamo al parlato prototipico , abbiamo in mente un processo comunicativo:
facciali, postura ecc.cc.;
feedback sulla ricezione del messaggio;
Questo processo produce un messaggio:
temporale diversa da quella nella quale viene prodotto e recepito;
Tendiamo invece a considerare lo scritto prototipico come:
digitare una tastiera;
contenuti. Questo processo produce un messaggio:
temporale della ricezione di esso;
1.3.1 Consapevolezza ed esclusione I parlanti non hanno tutti la stessa consapevolezza delle differenze che esistono tra le diverse varietà dei processi comunicativi. L’asimmetria tra la consapevolezza di alcuni e quella di altri è il motivo di esclusione dei parlanti più inconsapevoli. Questa situazione si è esasperata con l’avvento della comunicazione mediata dal computer. 1.4 QUALI TIPI DI DISCORSI SI POSSONO DISTINGUERE Dobbiamo ad Aristotele una distinzione fondamentale tra tipi di discorso, egli distingue tra discorsi apofantici , cioè discorsi che vertono sulla conoscenza della realtà e possono essere valutati in termini di verità o falsità e discorsi non apofantici , ovvero discorsi che mirano a stabilire giudizi d’ordine morale ( discorsi assiologici ) affettivi ed estetico ( discorsi apprezzativi ) e infine aggiunge anche il discorso pratico , ovvero ciò che verte su com’è necessario che la realtà cambi e come la si vuole.
che ritengono vero o falso provando a mettersi d’accordo su una visione comune della realtà.
essere considerato tale (Es. “l’area del quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma dei quadrati”; “Ho incontrato Andrea”).
il discorso assiologico per eccellenza è quello dell’etica, ma anche qualsiasi discorso in cui si parla di ciò che si ritiene giusto o sbagliato (Es. “Non credo sia giusto parlare male delle persone a loro insaputa”; “Trovo immorale mentire”).
discorso apprezzativo per eccellenza è quello dell’estetica (Es. “Le opere di Renoir sono bellissime”; “questa torta sembra fantastica”).
per cambiare la realtà. Il discorso pratico per eccellenza è quello della politica (Es. “non possiamo chiudere le scuole durante la pandemia”; “propongo di andare a mangiare una pizza”). È chiaro che la separazione tra tipi di discorso è un’idealizzazione e che nella pratica essi si trovano insieme: nel discorso pratico che serve per andare a mangiare una pizza, per esempio, dovremmo condividere anche conoscenze epistemiche come “Ho già mangiato”, gusti, come “odio il pomodoro” ecc.
Non per tutti i di discorsi è necessario trovare un common ground****. Nella nostra cultura si sente la necessità di esso nel discorso epistemico e quindi a condividere giudizi di verità sulla realtà. La scienza serve proprio a creare un corpo quanto più possibile condiviso di conoscenze accettate dalla comunità. Lo stesso non vale per il discorso apprezzativo , pensiamo, per esempio, alle dinamiche dei gruppi di adolescenti che tendono ad avere gusti uniformi o alle manipolazioni da parte di industrie attraverso le pubblicità che tendono a creare artificialmente un’uniformità dei gusti. Lo stesso si può dire sul discorso morale. A parte tabù condivisi da tutta la comunità e codificati nel diritto (uccidere è sbagliato, l’incesto è immorale ecc.) le nostre culture liberali accettano che su molte questioni morali non ci sia bisogno di un’intesa; quindi, non c’è bisogno di un common ground pienamente condiviso. Il discorso pratico vive su una perenne tensione. Da una parte essendo un discorso in cui si parla di cose che ancora non esistono, perché vanno fatte, si tende ad accettare che sia normale non avere uniformità di giudizio, dall’altra parte però il fatto che si parli di un discorso che deve essere trasformato in azioni, per rispondere ad esigenze concrete è indispensabile che esso porti una deliberazione e pertanto un common ground sul da farsi. Per stabilire un common ground nel discorso pratico si possono seguire diversi metodi: si possono presentare e dibattere diverse posizioni e poi farle votare o sceglierne in modo più autoritario solo una di posizione e imporla a tutto il gruppo. 2.3 COS’È LA PERSUASIONE La persuasione è il processo che permette a un parlante di ottenere che un suo giudizio trovi l’adesione del suo interlocutore e sia quindi aggiunto al common ground. La persuasione può essere presente in qualsiasi tipo di discorso. Possiamo persuadere il nostro interlocutore della verità di qualcosa , sulla bontà di qualcosa , sull’ opportunità di qualcosa ecc. quello che cambia a seconda del discorso è la strategia discorsiva utilizzata. Nel discorso epistemico del dibattito scientifico, si usa la dimostrazione o l’argomentazione scientifica, nel discorso epistemico quotidiano, quello in cui si parla di conoscenze che possono essere vere o false si adotterà modelli simili alla dimostrazione per ottenere un discorso convincente. 2.4 COS’È LA DIMOSTRAZIONE Si parla di dimostrazione in senso stretto per indicare la rappresentazione esplicita del processo di pensiero che permette di dedurre, senza possibilità di errore, la verità di una proposizione a partire dalla conoscenza della verità di altre proposizioni. Una forma di dimostrazione è il sillogismo aristotelico , cioè quella rappresentazione del pensiero costituita da tre enunciati assertivi connessi, in modo tale che assumendo i primi i due come premesse vere, il terzo ne discende come conclusione necessaria (Es. Socrate è un uomo ecc.). la dimostrazione ha caratteristiche discorsive ben precise: Non ci sono domande, ordini, non si fa mai appello né alla soggettività della persona che dimostra, né a quella della persona che riceve la dimostrazione;
La dimostrazione è un processo persuasivo con due caratteristiche molto particolari:
dimostrazione è la verità di una proposizione;
vere. La dimostrazione , quindi, va vista come un processo persuasivo limitato ad alcune scienze, come l’aritmetica perché permettono di avere dei primitivi considerati veri e sono dotate di un sistema formale di regole che consente di dedurre nuove verità da quei primitivi. 2.6 COS’È L’ARGOMENTAZIONE SCIENTIFICA Si può parlare di argomentazione scientifica quando, nei limiti del possibile, si cerca di concludere plausibili realtà a partire dalle premesse, non necessariamente vere ma che si considerano esperibili e validate dai procedimenti sperimentali ripetibili. L’argomentazione scientifica ha alcune caratteristiche discorsive in comune con la dimostrazione :
connettori;
A differenza di una dimostrazione però nell’ argomentazione troviamo:
facendo un’ipotesi circa le cause di un fenomeno a partire dall’osservazione di esso e della conoscenza di una regola generale;
possano smentire l’enunciato e di propone uno alternativo.
Molti ritengono che dal momento che l’ argomentazione scientifica è garanzia di rigore e trasparenza , può essere utile poggiare sui metodi della discussione scientifica l’intera discussione pubblica , in particolare quella politica per la quale c’è necessità di trovare un accordo. Esso parte da una promessa però: la politica si basa su norme che le sono estranee, quelle del sapere e della conoscenza; una realtà politica esiste davvero; il re filosofo , la conosce ed è capace, usando i metodi della scienza, di realizzarla. Si tratta però di un presupposto non condiviso da tutti. Aristotele, per esempio, considerava sbagliato pensare che la discussione politica poggiasse esclusivamente sulle norme del sapere e della conoscenza , secondo lui le questioni umane appartengono al dominio della contingenza e quindi, l’attività umana non è giudicabile in termini di verità o falsità, bensì di verosimiglianza. Il che vale per il discorso deliberativo , tipico della politica, quello in cui si decide come si debba cambiare l’assetto delle questioni umane, bisogna fare uno sforzo di i mmaginazione più che di scrutinio della realtà per parlare di ciò che sarà o che dovrebbe essere non può essere giudicato in termini di verità o falsità. Quindi il discorso pratico non può usare gli strumenti della dimostrazione scientifica. Questo non significa che nel dibattito pubblico si possa dire tutto e il contrario di tutto. Aristotele sosteneva che benché il discorso sull’attività umana non potesse essere vero o falso, esso può essere ragionevole e plausibile e per esserlo deve avere due caratteristiche:
analisi discorsiva, del common ground;
Per Aristotele , la retorica è ciò che permette al discorso pratico di persuadere. Essa è un connubio di Lagos, pathos ed ethos.
pratico è differente dall’ argomentazione scientifica. L’argomentazione usata in retorica:
La retorica per Aristotele è intrinsecamente plurale , perché è necessario affinché il discorso sia ascoltato, che la comunità sia d’accordo sulla credibilità dell’oratore; la comunità deve essere d’accordo con le premesse del discorso proposto; per far funzionare il discorso seve adesione emotiva; infine, perché lo scopo della retorica non è la dimostrazione di una verità oggettiva ma l ’accettazione da parte dell’altro di un punto di vista sulla realtà. 2.9 QUALE TIPO DI ARGOMENTAZIONE SI USA NEL DIBATTITO PUBBLICO Definiamo con Van Eermen, l’ argomentazione come: un’attività razionale, verbale, sociale che ha lo scopo di aumentare, o diminuire, presso il ricevente l’accettabilità di un punto di vista controverso. Quest’ attività consiste nella presentazione di proposizioni che hanno lo scopo di giustificare quel punto di vista di fronte a un giudice razionale. Esaminando questa definizione, vediamo che:
quest’ultimo fa parte dell’attività retorica e non appartiene all’argomentazione in senso stretto; esso può amplificarne l’efficacia ma non può essere l’essenza stessa dell’argomentazione.
necessario eliminare l’imperfezione fisiologica della lingua.
un altro. Per esempio → se voglio dissuadere il mio uditorio dal consumo eccessivo di alcool userò l’argomento secondo il quale l’alcool crea eccessiva sonnolenza alla guida per chi usa l’automobile per gli spostamenti, mentre utilizzerò, per esempio, l’argomento secondo il quale l’abuso di alcool fa ingrassare con chi è a dieta.
esempio posso ritenere riuscita la mia argomentazione anche se avrò convinto il mio interlocutore a diminuire il consumo di alcol senza esser riuscito a renderlo astemio. Un’argomentazione a differenza di una dimostrazione potrà essere più o meno efficace.
da premesse di un ragionamento, da argomenti a sostegno, o contro, la validità di quanto si vuol dimostrare. La presentazione di queste preposizioni ha lo scopo di giustificare l’accettabilità di un punto di vista e non di provare la verità di una preposizione.
tradizione, al sentimento, alla morale, ma consiste in un ragionamento che aspira ad essere accettato solo per via di un’attività di ragionamento speculare. Possiamo aggiungere a questa definizione che l’argomentazione può essere esplicitamente dialettica , cioè l’oratore può coinvolgere il suo interlocutore e non limitarsi ad un monologo. Aggiungiamo anche che una buona argomentazione ha come caratteristica quella di essere diligentemente preparata , chi argomenta avrà cura di adattare i suoi temi all’ uditorio ma anche assicurarsi che la tematica, l’obiettivo e il lessico siano perfettamente chiari. 2.10 COS’È LA MANIPOLAZIONE Spesso si confonde la persuasione con la manipolazione, ma persuadere argomentando non vuol dire manipolare. Breton definisce la manipolazione come un atto di persuasione ma che viene fatto all’insaputa di chi viene persuaso. Van dijk più precisamente, definisce la manipolazione come un atto di persuasione nel quale si esercita un abuso di potere , che si fa attraverso la lingua, e che opera una forzatura cognitiva su due livelli: sulla memoria a breve termine e a lungo termine. Sulla memoria a breve termine → la manipolazione sposta l’attenzione di chi ascolta da un oggetto all’altro e quindi porta a far capire male quel che si dice o a distogliere l’attenzione su quel che viene detto. Sulla memoria a lungo termine → la manipolazione produce una sedimentazione di rappresentazioni e credenze personali e sociali diverse da quelle che sarebbero spontaneamente le rappresentazioni e le credenze della persona manipolata. In sintesi, parliamo di manipolazione ogni qualvolta si tenti di persuadere un ricevente a sua insaputa, influenzando le sue rappresentazioni e credenze personali al fine di modificare le decisioni e gli obiettivi che egli persegue.
Ogni individuo della comunità appartiene contemporaneamente a più sotto comunità e ciascuna di queste ha pari dignità e pari diritto di partecipare alla dinamica della lingua comune. In parole povere in condizioni ideali una comunità linguistica non è rappresentabile attraverso una sottounità che sta in cima ma come un modello reticolare brulicante , non formalizzato in strutture sociali definite. Questa è la situazione ideale, quello che succede più spesso invece è stato descritto dal sociologo francese Bourdieu. Il quale ha dimostrato come di fronte a tante varietà di lingue, viene utilizzata una sola nelle occasioni ufficiali e finisce per essere eretta a varietà corretta e sia presa di misura da tutte le altre. Le istituzione, come la scuola, si rifanno spesso complici di questo schiacciamento della diversità linguistica , imponendo la varietà come lingua ufficiale, causando dunque impoverimento della lingua ed esclusione di una parte dei parlanti. La consapevolezza della distanza tra situazione ideale e situazione reale è stata il motore in Italia dell’azione dei numerosi linguisti e insegnanti che hanno lottato per permettere ad ogni cittadino di appropriarsi dell’estensione culturale e linguistica del repertorio presente in Italia, in quest’ottica si lotta per affermare due idee: la cultura popolare e le varietà linguistiche in cui questa si esprime devono essere valorizzate nel panorama culturale e linguistico nazionale, per esempio il grande lavoro fatto per conservare i dialetti, e al tempo stesso si deve permettere alle classi subalterne di appropriarsi pienamente della cultura e della lingua ufficial, lottando contro analfabetismo funzionale, di ritorno e tout court. 3.4.2 L’analfabetismo e l’analfabetismo funzionale L’analfabetismo non è una piaga del passato, se guardiamo all’Italia, per esempio, degli studi ci mostrano come il 70% degli italiani adulti non ha le competenze necessarie per interagire in modo efficace con la società del XXI secolo. Questo significa che non sa orientarsi in testi fitti o lunghi, non capisce strutture retoriche, non sa navigare in testi digitali articolati, ecc. chiaro che l’analfabetismo esclude una lunghissima parte della società da una partecipazione appropriata al dibattito pubblico. Dovrebbe essere altrettanto chiaro che in una sfera pubblica chi ha più mezzi per partecipare al dibattitto debba fare due sforzi: aiutare gli altri a emanciparsi dalla condizione di analfabetismo e contemporaneamente tradurre in modo accessibile le questioni importanti che agitano il dibattito pubblico. L’analfabetismo funzionale viene usato come motivo di esclusione per chi ne soffre, basta pensare che la parola stessa è diventato un insulto nel linguaggio comune. 3.4.3 La settarietà dei linguaggi specialistici Conoscere davvero una lingua vuol dire appartenere al numero più alto possibile di sotto comunità linguistiche che alimentano quella lingua, quindi avere una competenza attiva di tutte le varietà regionali, gerghi e linguaggi settoriali. Ciascun membro della comunità dovrebbe aver accesso a tutta l’estensione del repertorio, non dovrebbero esistere discorsi formulati in italiano che un italofono non possa essere in grado di capire, soprattutto se quei discorsi affrontano temi come economia, politica ecc. la gran parte dei parlanti anche quelli più colti, rinuncia a capire ancor prima di entrare nel dibattito di discorsi tecnico-specialistici e gli specialisti solo raramente fanno lo sforzo di tradurre da una varietà all’altra il contenuto dei discorsi. 3.5 CHI CONTROLLA IL DIBATTITO Esistono ragioni storico-economiche che contribuiscono a compromettere la salute del dibattito pubblico: i fenomeni di gatekeeping , la generalizzazione della propaganda , la mercificazione dei flussi di informazioni. 3.5.1 IL GATEKEEPING Un fenomeno speculare all’esclusione di una parte dei cittadini dal dibattito è la concentrazione dei diritti epistemici nelle mani di pochi attori. Per diritto epistemico si intende il diritto di decidere chi debba sapere cosa. Un esempio importante della concentrazione dei diritti epistemici è il fenomeno del gatekeeping teorizzato da Kurt Lewin, si intende per gatekeeping il processo attraverso il quale avviene la selezione di informazioni, quando un evento accade qualcuno deve decidere se passare l ’informazione a qualcun altro, diverse decisioni devono essere prese tra il momento in cui un evento accade e il momento in cui questo è trasmesso. Chiamiamo gates i luoghi di decisione e getekeepers le persone che prendono le decisioni. I getekeepers sono coloro che controllano i flussi di informazione sulle questioni pubbliche, cioè i rappresentanti di istituzioni ma soprattutto i media. Il fatto che questo potere è concentrato nelle mani di pochi attori determina profonde disuguaglianze nel diritto dell’informazione e all’informazione all’interno della sfera pubblica. 3.5.2 La propaganda e la COMMS La propaganda secondo Douglas Walton è una forma di discorso incitativo piuttosto che persuasivo , cioè, diretto a modificare i comportamenti, più che le convenzioni del ricevente. È intrinsecamente e dichiaratamente parziale , che non significa essere disonesta, come non lo è nemmeno l’arringa di un avvocato, la quale sarà inevitabilmente di parte. Benché la propaganda non sia disonesta, esistono diverse forme disoneste e di manipolatorie di propaganda. Abbiamo detto che il discorso diventa manipolativo quando esso non dà al suo ricevente modo di prendere atto e di decidere di resistere alla persuasione o all’incitazione. Nell’ultimo secolo la propaganda è stata profondamente manipolatoria questo anche per via dell’affermarsi di quella forma professionale di manipolazione chiamata comms , o comunicazione professionale. Nata come strumento pubblicitario negli stati uniti la comms si è estesa rapidamente alla comunicazione politica. I discorsi politici sono diventati prodotti da far desiderare piuttosto che posizioni da proporre e difendere nel dibattito pubblico. La comms ha un costo economico importante, solo chi dispone di fortune notevoli può servirsene per proporre e difendere le proprie istanze. I cosiddetti esperti di relazioni pubbliche attivi negli stati uniti nel secolo scorso prendevano a fondamento delle loro pratiche alcuni presupposti filosofici e psicologici in voga nella loro epoca. davano per scontato che le masse non fossero capaci di pensare in modo razionale, che esse si comportassero piuttosto come colonie di microbi, con dinamiche simili a quelli dei virus, inutile quindi per i teorici stabilire una comunicazione razionale con la massa. Gli esperti della comunicazione ritenevano dunque che la propaganda fosse il solo strumento di controllo delle masse. Condizionati dalla psicoanalisi , gli esperti ritenevano come comunicazione efficace quella in grado di parlare all’ inconscio delle folle. Per farlo gli esperti di comunicazione organizzarono per tutto il secolo scorso campagne con opinion leaders in grado di propagare un certo punto di vista. Per far consumare più bacon agli americani, per esempio, Barneys fece commissionare, uno studio sulle prime colazioni che stabiliva che queste dovevano essere più lunghe e sostanziose per essere sane; diramo poi lo studio presso i medici di famiglia che funzionarono da opinion leaders e influencers , ignari di essere al servizio di una trovata commerciale. Su questi presupposti gli esperti di comunicazione delle aziende di tabacco riuscirono a creare grandi campagne che portarono grandiose trasformazioni dei costumi, spingendo le donne a fumare in massa e a rivendicare il fumo come simbolo di emancipazione femminista. L’impatto della comunicazione avviene ancora oggi, su più livelli, direttamente attraverso la manipolazione dei media e degli esperti, come nel caso della pubblicità del bacon e attraverso la manipolazione delle rappresentazioni culturali che vengono usate per diffondere desideri compatibili e associati a determinate posizioni politiche, come nel caso dell’induzione al consumo associata all’idea di progresso e democrazia. L’impatto si produce anche a livello indiretto in quanto le posizioni politiche possono essere considerate come un prodotto da vendere quindi comunicato e imposto attraverso tecniche di comunicazione per le masse.
3.5.3 La mercificazione dell’informazione La mercificazione non è limitata alla comunicazione politica , anche i media, componenti fondamentali del dibattito pubblico, ne sono fortemente condizionati. Nella prima parte del XX secolo la stampa statunitense e quella europea avevano fondato una loro credibilità sui metodi di inchiesta e sulla ricerca di un’oggettività basata sulle 5 “W ”. Nel corso del XX secolo con il bisogno di staccarsi dal controllo dei proprietari politici la stampa ha trovato autofinanziamento nella vendita di spazi pubblicitari. La dipendenza dalla pubblicità ha allargato e frammentato il pubblico della comunicazione giornalistica. A questo pubblico vasto e frammentato la stampa ha offerto contenuti sempre più depoliticizzati , questioni più marginali per il dibattito pubblico, rendendo porose le frontiere tra informazione, intrattenimento e tele realtà. La perdita di credito della stampa del Novecento è stato uno degli elementi che ha contribuito a incrinare la relazione di fiducia tra i cittadini e i media e ad allontanare la gente dall’informazione. In questo contesto, i social media sono stati visti come uno strumento utile per riavvicinare i cittadini alla circolazione dell’informazione. 3.6 COS’È LA MENZOGNA? Il dibattito pubblico verte per lo più sui discorsi pratici della politica, il discorso pratico è quello in cui si parla del “da farsi” , di cose che si vorrebbe che esistessero. Questa caratteristica lo rende più permeabile alla menzogna. L’azione pratica necessita della capacità di immaginare una realtà diversa da quella reale e la stessa capacità è richiesta dalla menzogna. Non è necessario però che il discorso pratico sia menzognero, già Aristotele affermava che, sebbene di un discorso pratico non si possa dire se è vero o falso è possibile valutarne la verosimiglianza. Per Aristotele un discorso pratico ragionevole parte da premesse accettate dai più e arriva, attraverso un ragionamento della cui correttezza tutti possono accettarsi, a conclusioni capaci di ottenere consenso. È proprio questo a distinguere l’immaginazione indispensabile all’azione dalla semplice menzogna. 3.7 PERCHÈ SI È PERSA FIDUCIA NEL DIBATTITO DEMOCRATICO La democrazia si trova in una profonda crisi, essa ha perso tutta la sua energia, il potere non appartiene più al popolo ma a un'oligarchia. Molti politologhi parlano della nostra epoca come un'epoca di post democrazia e questo viene confermato da diversi sondaggi fatte tra le popolazioni francesi e italiane dove non si riconosce la democrazia come il migliore o il meno imperfetto dei sistemi politici , ritendendo, in alcuni casi, utili dei sistemi autoritari. Le radici della crisi democratica sono da trovare soprattutto nella rivoluzione digitale, la quale nasce e si afferma per motivi democratici ma non riesce a contrastare, anzi aggrava la crisi democratica. PARTE SECONDA PERCHÈ ONLINE TUTTO SI COMPLICA Definiamo innanzitutto i termini che ci serviranno per evitare confusione:
telefoniche ecc.
sistema di indirizzi (URL)
alla base di forum, blog, social media ecc.
connessione degli utenti con l’informazione. I social media sono diventati luoghi di produzione e non solo di distribuzione di conoscenze. Internet, il web, i social media sono nati in un contesto culturale e politico preciso e con precisi obiettivi politici e culturali. L’idea iniziale era quella di ridistribuire il potere dell’autorità centrale verso una rete di individui capaci di cooperare. Internet si proponeva come antitesi delle tradizionali reti di comunicazione centralizzate, usate dalle compagnie telefoniche. Queste erano gestite a partire da un nodo centrale estremamente potente, capace di controllo su ogni nodo periferico, internet invece creava un sistema di comunicazione dove ogni nodo della rete aveva lo stesso potere e libertà di comunicazione. i flussi delle reti centralizzate potevano essere monetizzati, perché era estesa nazionalmente. Non si poteva fare la stessa cosa con la rete internet, che arriva oltre i confini nazionali e non potendo supervisionare le comunicazioni che passavano tra i nodi locali non poteva offrire servizi a pagamento. Questo modello di rete distribuita ispirò anche i creatori del web 2.0, dando la possibilità ad ogni utente di pubblicare contenuti , estendendo così il diritto di partecipazione anche a chi non aveva le competenze tecniche necessarie a produrre e mantenere siti, si trattava di un’estensione della democratizzazione del dibattito volta a permettere a chiunque di prendere parte al dibattito pubblico senza mediazioni. La redistribuzione di questo immenso potere di influenza del dibattito pubblico fu ritenuta all’epoca dell’avvento del web 2.0 come la premessa della caduta dei gatkeepers tradizionali e della creazione di verità collettivamente condivise. E nella promessa di democratizzazione che si spiega l’introduzione di pratiche divenute ormai comune, come l’anonimato, che avrebbe permesso alle categorie tradizionalmente emarginate dal dibattito pubblico, di prendere parte al dibattito. L’entusiasmo iniziale per questa estensione della democratizzazione viene stroncato dai rapporti sullo stato del dibattito e dell’informazione online degli ultimi anni, i quali denunciano una crisi profonda causata e potenziata dai social media. Esistono infatti gruppi della disinformazione in rete, il loro intento è quello di hackerare i sentimenti delle persone e fomentare le divisioni nella sfera pubblica. I cittadini non sanno bene cosa sia vero e a chi credere, essi hanno potenzialmente accesso ad una conoscenza infinita ma il nucleo di fatti accertati e accettati diminuisce. Di conseguenza non si fidano nemmeno delle fonti affidabili e tendono a dividersi in comunità di verità, ciascuna delle quali ha la propria realtà narrativa. Diventa chiaro come i principi sui quali si basa la democrazia iniziano a venir meno (fiducia, dialogo informato, comune accordo, ecc.) a causa dei social. Il web 2.0 ha fatto collassare una gran parte della sfera pubblica tradizionale su un’unica piattaforma che ha 3 caratteristiche:
Il fatto che è orizzontale determina una compressione della sfera pubblica; il fatto che è digitale apre al dibattito pubblico un universo sociosemiotico inedito; il fatto che sia commerciale provoca una privatizzazione del dibattito pubblico.
messaggio. Questo porterà il ricevente ad interpretare il messaggio attraverso processi di inferenza, portando la propria interpretazione del messaggio lontano da quelle che erano le intenzioni del mittente.
consapevole (tono di voce, prossemica, espressioni facciali). Ciò lo porterà a creare un messaggio la cui interpretazione dovrebbe poter essere guidata da questi codici, che in realtà non sono a disposizione del ricevente e che le emoticon possono rimpiazzare marginalmente.
interna al processo di comunicazione è ricca di informazioni. Il tipo di esitazioni che il mittente può avere nel comunicare il messaggio, forniscono informazioni importanti per definire il suo atteggiamento verso le emozioni di quello che dice. Queste informazioni mancano nello scritto tradizionale, dove però una pianificazione adeguata può essere d’aiuto (usare connettori, avverbi, descrizioni esplicite dei suoi stati d’animo). Nei processi comunicativi online non avviene la pianificazione degli informazioni sul suo atteggiamento e quindi il ricevente, riceve un messaggio che privo di segnali espliciti non ha come interpretarlo correttamente.
interrompendolo per prendere la parola e chiedere chiarimenti. Questo lo porterà a creare messaggi che possono risultare oscuri, perché non smussati dalla negoziazione delle conversazioni, perché non sistemati via via dal feedback.
produrrà quindi messaggi dove il contenuto e la forma sono informali, senza che però il ricevente abbia modo di distinguere tra quanto detto sovrappensiero e quanto detto dopo una riflessione.
toccano argomenti delicati, produrre offese e insulti di cui resterà traccia.
avranno di natura un carattere pubblico se postati sui social. Lo scollamento tra realizzazione e percezione della comunicazione mediata dai computer può causare mancanza di consapevolezza da parte degli utenti, la quale è la maggiore causa di incomprensioni sui social. Possiamo aggiungere una maggiore considerazione dicendo che la conversazione mediata dai computer si sta facendo di nuovo parlata grazie a tutte quelle forme di tecnologia che permettono comunicazioni parlate come telefonate fatte sui social media, videochiamata, riunioni online, storie Instagram ecc. 4.4 LA CIRCOLAZIONE LINGUISTICA SI È ACCELERATA Le lingue non sono illimitate con l’uso si consumano. I linguisti passati hanno ben dimostrato come l’impiego ripetuto di una parola tenda a renderla prevedibile, poco informativa, più una parola è utilizzata più il suo significato si sbiadisce, più una parola è usata, più essa tende ad aumentare esponenzialmente di frequenza. Esiste di fatto, un’inerzia naturale nella dinamica delle lingue che spinge verso una massimizzazione del ricorso a un numero ristretto di parole già di per sé frequenti e generali. Questo rende la distribuzione delle parole nei testi non omogenea. Se l’inerzia naturale agisse da sola, le lingue si ridurrebbero con il tempo a codici costituiti da pochi segni con significati molto generali. Nella dinamica normale però l’inerzia naturale è corretta dal bisogno di espressione del parlante che volendo esprimere un significato di una parola ormai sbiadita dal suo uso, può appellarsi ad un sinonimo, rivitalizzando la lunga. La rivoluzione digitale ha introdotto nell’uso della lingua due novità: la prima è lo sfruttamento intensivo che lingua subisce , la seconda riguarda una meccanizzazione dei processi sempre più diffusi di scrittura. Ora si scrive e si legge continuamente, rapidamente e distrattamente, altrettanto rapidamente e distrattamente gli utenti prendono posizioni nei dibattiti sui social, senza pensare o ponderare le parole, scegliendole tra un numero ristretto di termini. L’abuso di questo numero ristretto di parole può portare ad un’ accelerazione dei processi di erosione dei significati. COME IL WEB PRIVATIZZATO IL DIBATTITO PUBBLICO 5.1 PERCHÈ LO SVILUPPO DI INTERNET E DEL WEB È STATO LASCIATO ALLE INDUSTRIE Si riteneva che a diffondere internet prima e il web poi dovessero pensarci le industrie, senza intervento statale. Questo approccio era quello che avrebbe aggirato facilmente la difficoltà di regolamentare una rete distribuita, capace di estendersi rapidamente e facilmente al di là dei confini nazionali. Questo contesto spiega perché le potenze pubbliche abbiano rinunciato a regolamentare e accompagnare la rivoluzione digitale, lasciandone il governo alle industrie private che negli anni hanno acquisito un enorme potere, generando quelli che oggi sono definiti i giganti del web (FB, Twitter.). queste piattaforme sono snodi essenziali della sfera pubblica e agenzie di pubblicità. In quanto snodi essenziali della sfera pubblica dovrebbero rispondere a logiche istituzionali e in quanto agenzie di pubblicità rispondono a logiche commerciali. Da qui ne deriva quello che definiamo come privatizzazione del dibattito pubblico****. 5.2 COSA SONO LA PROFILAZIONE E IL MICROTARGETING L’accesso forniti ai servizi forniti dai giganti del web si paga in due modi: dati personali e attenzione. Google, fb ecc. assicurano il loro fatturato attraverso la vendita di spazi pubblicitari. Questi sono personalizzati: ogni utente vede una pubblicità diversa, in base ai suoi gusti, questo è possibile grazie alle tecniche di profilazione e microtargeting. I gusti, le preferenze degli utenti del web sono identificati attraverso algoritmi sofisticati che analizzano le ricerche sul web, ma non solo, anche ciò che scrivono nelle e-mail non criptate, ciò che dicono davanti ai dispositivi collegati online ecc. così facendo gli algoritmi arrivano a definire un profilo dell’utente. Questa profilazione permette di svolgere operazioni di microtargeting , ciò permette al sistema di selezionare le pubblicità che più di altre hanno la probabilità di attrarre l’attenzione di ogni utente. Questo modello economico ha portato i giganti del web a ottenere e conservare dati personali, a costruire banche dati molto potenti in cui ognuno di noi è schedato, delle volte può succedere che le piattaforme facciano un uso non autorizzato dei propri dati, come il caso di Cambridge Analytica. Che si è servita dei dati di FB per profilare possibili elettori anti Trump per allontanarli dalle urne. 5.3 COSA SONO LE BOLLE DI FILTRAGGIO Ancora più interessante per la comprensione della crisi del dibattito pubblico è l’insieme di conseguenze provocate dalla cosiddetta economia dell’attenzione. Le piattaforme digitali hanno bisogno di catturare la nostra attenzione e mantenerci connessi per avere più tempo per poterci esporre ai contenuti pubblicitari, per farlo ci espongono ai contenuti adatti al nostro profilo. Questi contenuti sono determinati da complessi processi algoritmici, in grado di prendere decisioni automatizzate su quali contenuti privilegiare o penalizzare per ciascun utente. L’uso di questi algoritmi ha lo scopo di esporre ogni utente ad un ecosistema personalizzato di informazioni, chiamato bolla di filtraggio. Queste bolle di filtraggio finiscono a segregare l’utente in echo chambers , spazi informativi in cui l’utente è esposto unicamente a contenuti che confermeranno le sue opinioni e la sua visione del mondo. come funziona questa segregazione? Per esempio, due utenti con due profili diversi, uno investitore e l’altro militante ecologista, cercheranno su Google la
parola BP , avranno due risultati differenti il primo è probabile che torvi informazioni su quote di investimento della British Petroleum e l’altro informazioni sullo svezzamento degli idrocarburi. L’insieme delle nostre ricerche non fa altro che confermare per ciascuno utente un sistema di valori e una percezione della realtà. Questo processo cresce a mano a mano con le nostre ricerche. 5.4 PERCHÈ IL WEB FAVORISCE SEGREGAZIONE, ESTREMIZZAZIONE E POLARIZZAZIONE Le bolle di filtraggio finiscono per segregare ogni utente nelle cosiddette echo chambers. A contribuire alla chiusura degli utenti su questi spazi è anche l’azione combinata della creazione di una comunità web e la pratica diffusa della condivisione. Le esigenze della comunità hanno un impatto importante sulla circolazione dei contenuti web, dal momento in cui ogni utente è autore e editore e ad accelerare la diffusione di questi contenuti interviene pure un’esigenza di coesione di questa comunità: alcuni contenuti, per esempio, saranno condivisi per mero senso di appartenenza alla comunità. All’interno degli echo chambers certe posizioni possono estremizzarsi perché gli utenti non hanno la possibilità di smussare il loro punto di vista. È importante tenere conto di come segregazione ed estremizzazione possono avere a che fare anche con la selezione dei temi da porre al centro del dibattito, se nella sfera pubblica tradizionale il compito di stabilire i temi del dibattito pubblico era riservato ai partiti politici(esempio); nella sfera pubblica de l web 2.0 questo viene fatto dagli algoritmi che definiscono i temi e le priorità , mostrandoci solo ciò che considerano importante per noi. L’ovvio risultato è una disgregazione del dibattito pubblico: eliminando i temi di discussione comuni, non solo si rimuoveranno le opportunità di confrontare le proprie idee ma ciascuno parlerà di cose diverse. Segregazione ed estremizzazione portano con sé faziosità e animosità: chiusi nelle bolle, tendiamo a considerare l’altro come un pericolo ed attribuirgli caratteristiche negative. 5.5 COS’È LA VIRALITÀ L’economia dell’attenzione non solo produce segregazione ma ha anche un impatto importante diretto e indiretto sul tipo di contenuti che circolano in rete. L’impatto diretto sta nell’obiettivo commerciale delle piattaforme di coinvolgerci a cliccare e condividere, perché più gli utenti sono aperti e connessi, più produrranno metadati utili alla profilazione e al microtargeting. Gli utenti tendono ad essere coinvolti da contenuti:
Esistono altre spinte che si aggiungono a questo meccanismo di far circolare determinati contenuti. L’architettura delle piattaforme digitali ha potenziato il fenomeno, creando miliardi di canali individuali, ciascuno dei quali può essere spinto a far circolare negatività senza il rischio di alienare una parte del pubblico. Questo succede perché anche i media tradizionali, vedendo le loro entrate economiche diminuite dall’avvento dei social media, finiscono per obbedire alla stessa logica commerciale che regola il flusso di contenuti sui social media, cercando di ottimizzare quindi ogni mezzo che possa attirare i lettori. Infine, si aggiunge il fenomeno di “ totemizzazione ” della viralità (Gabriele Marino e Mattia Thibault). La viralità ormai viene ricercata a prescindere da qualunque ricaduta economica, da tutti. Questa totemizzazione è una conseguenza di quella che viene considerata come una confusione culturale profonda tra popolarità e legittimità. È chiaro quindi che in questo contesto fake news , tesi complottistiche e discorsi d’odio, avranno più probabilità di essere virali; infatti, possiamo considerare che le fake news sono di media condivise milioni di volte a fronte delle 50-100 condivisioni di articolo postato da un giornalista professionista. 5.6 COS’È IL DISORDINE DELL’INFORMAZIONE Per disordine dell’informazione si intende sia la confusione linguistica informativa involontaria che può dipendere dalle difficili condizioni semiotiche e comunicative imposte dal web 2.0, che va sotto il nome di misinformazione , sia la manipolazione deliberata dell’informazione, che va sotto il nome di disinformazione. MISINFORMAZIONE:
Tra le manifestazioni di disinformazione si tende molto spesso a focalizzarsi solo sulle fake news , quando in realtà queste sono solo la punta dell’iceberg di un ecosistema fatto di discorsi d’odio, tesi complottistiche ma anche bots, haters ecc. 5.7 COSA SONO LE FAKE NEWS E I DEEP FAKE La falsificazione , che è da sempre una tentazione del discorso politico, con il discorso online ha fatto un passo in avanti, infatti grazie al web 2.0 la falsificazione ha potuto toccare gli strati fisici e logici di internet; quindi, si parla non solo di diffondere notizie false ma anche identità false, dati false, immagini false, ecc. come il fenomeno delle deep fake news che consiste nella creazione di immagini e video completamenti falsi che implicano però le immagini di personalità note. L’esistenza di questa falsificazione strutturale porta a un offuscamento del confine tra vero e falso. Sempre più persone, secondo sondaggi svolti, tendono a credere che alcune fake news riportino notizie vere. 5.8 COS’È LA PROPAGANDA COMPUTAZIONALE Le piattaforme digitali beneficiano di un regime quasi monopolistico che ne fa dei colossi di concentrazione del potere, esse dunque sono esposte e di conseguenza espongono tutto il dibattuto pubblico che ospitano a ogni tipo di manipolazione politica e geopolitica. Possiamo distinguere due tipi di manipolazione del dibattito pubblico sui social media:
La prima riesce a trionfare sui social, sfruttando la ridotta vigilanza epistemica dell’utente. Usando un arsenale di strumenti come: vaghezza semantica, metafore evocative, decontestualizzazioni ma anche grazie, per esempio, al microtargeting arriva a convincere il pubblico a aderire al punto di vista del manipolatore. La manipolazione disruptiva ha tra gli obiettivi dichiarati non quello di convincere il pubblico di qualcosa ma di distruggere la fiducia dei cittadini nel dibattuto pubblico democratico e di spezzare i legami che formano il tessuto sociale. Questo processo manipolatorio è promosso da alcuni uomini politici, media ecc. ma si serve soprattutto della cosiddetta propaganda computazionale.
e complesso usato nel quotidiano dalle classe più agiate, quelle che avevano il diritto in passato di esprimere i rappresentanti politici. Il politichese poteva anche essere usato da uomini o donne politici come detentori di un sapere tecnico più elevato per intimidire il ricevente. Il politichese emergeva da un hummus culturale elitista in cui si tendeva a separare il sapere tecnico da quello comune, gettando così le basi per una concezione tecnocratica del dibattito pubblico. Una terza ragione del suo uso deriva dal fatto che si poteva fare un uso manipolatorio, per presentare in modo poco chiaro proposte o decisioni potenzialmente controverse. Per tutti questi motivi il politichese rientra in quelle logiche di esclusione delle persone meno colte, di cui abbiamo già parlato. 6.3.1 Dal politichese allo stile populista Il politichese per la sua asetticità e neutralità costituisce uno stile estremamente diverso da quello più immediato tipico delle classi popolari, le quali si trovavano a non veder legittimato nel dibattito pubblico il loro modo di parlare. Nella concezione costruzionista della democrazia → il dibattito pubblico non può essere limitato a chi detiene sapere e potere, ma deve coinvolgere tutti i cittadini. Tutti i cittadini devono avere il diritto di portare nel dibattito il loro punto di vista, attraverso un discorso spontaneo che racconti il loro quotidiano nel modo più semplice possibile. Quest’espressione è detta esperienziale , deve essere rispettata e accolta così com’è. Nella comunicazione costruzionista della democrazia, dunque, si dà largo spazio non solo a nuovi protagonisti del dibattito pubblico, ma pure a modi nuovi di esprimersi più vicini al quotidiano della popolazione. Abbiamo dunque uno scontro tra due mondi, tra due rappresentazioni diverse della democrazia. Questo scontro in Italia nei primi anni Novanta, da un lato, degli eredi della tradizione democristiana, e dall’altro, dai primi leghisti, promotori di questo stile populista. Esistono diversi indici che permettono di calcolare la leggibilità di un testo, cioè quanto questo sia scorrevole, e la sua comprensibilità. Per l’inglese, l’indice più noto è quello di Flesch che calcola la leggibilità in base al numero di sillabe per parola e del numero di parole per frasi. Per l’italiano esiste l’indice Gulpease che adatta l’indice di Flesch proponendo una misura della leggibilità di un testo segnalata dal rapporto tra il numero di frasi, quello di lettere e quello di parole. L’accessibilità del lessico invece è definibile a seconda dell’appartenenza o meno delle parole usate al lessico di base di una lingua. De Mauro distingue:
il politicoso è uno stile elementare imita quello popolare con un obiettivo preciso: creare l’illusione che il politico sì vicino alla gente, parli la loro lingua. 6.4 PERCHÈ LA SEMPLICITÀ DELLO STILE POPULISTA È MANIPOLATORIA Nel discorso populista gli autori usano parole concrete piuttosto che astratte che appartengono ad un vocabolario di base. Permettendo così al populista di simulare uno stile colloquiale e di creare una pericolosa illusione di immediacy pragmatica. Cioè, i discorsi sono caratterizzati da un’intimità tra i parlanti, in secondo luogo da emozioni condivise ma anche da una volontà di fornire contributi chiari, pertinenti, utili e veri. Bisogna però essere coscienti del fatto che anche sé un messaggio ha tutte le caratteristiche formali esterne dei messaggi prodotti nell’ immediacy pragmatica non è necessario che esso sia anche cooperativo. Di fatto, il discorso populista è breve, semplice, accessibile, però non è per nulla cooperativo anzi è manipolatorio perché abusa di vaghezza, di allusioni a referenti non esistenti, di presupposizioni e insinuazioni. 6.5 PERCHÈ I SOCIAL MEDIA FAVORISCONO LO STILE POPULISTA Per diversi motivi lo stile populista si adatta bene ai social media, innanzitutto esiste sul web un ibridazione tra quanto è pubblico e quanto privato : uno stile che simuli l’immediatezza degli scambi privati può risultare conveniente a una comunicazione pubblica che non si svolge a livello formale. In secondo luogo, il collasso della sfera pubblica su un’unica piattaforma ha eliminato tutte le formalità dell’intermediazione tra arene diverse del dibattito. Inoltre, il limite di caratteri imposto dai social fa sì che i contenuti presentati in forma breve e semplice, siano favoriti. Infine, lo stile più soggettivo ed emotivo del linguaggio populista è privilegiato dalle pratiche di condivisione dei social. Questo dimostra come il discorso colloquiale adotto dai populisti si adatta ed è incentivato dal mezzo che si usa per diffonderlo.
7. “MA DI COSA STIAMO PARLANDO?” COME RICONOSCERE LA MANIPOLAZIONE DEL RIFERIMENTO 7.1 COSA SONO IL RIFERIMENTO E LA COREFERENZA L’operazione che consiste nell’introdurre un referente, cioè la cosa di cui si parla, nel discorso, è detta operazione di riferimento. Il riferimento è un’operazione tutt’altro che banale e trovare le parole giuste è una condizione necessaria ma non sufficiente per riferirsi alla realtà. Le parole , infatti, da sole non hanno un riferimento. Un nome pronunciato da solo è una denotazione in quanto permette di evocare nella nostra mente un concetto, questo avrà un’ intensione , ossia un certo numero di proprietà e avrà un’ estensione , cioè, potrà applicarsi ad un certo numero di entità della realtà e non ad altre. Tuttavia, pronunciato al di fuori di ogni contesto non sarà capace di creare un riferimento alla realtà. Perché una parola abbia un riferimento occorre che essa sia usata in un processo intenzionale che permetta a un parlante, in un contesto preciso, di indicare un’entità esterna al linguaggio e introdurla nel discorso. Facciamo un esempio, immaginando che a casa mia ho un gatto di nome Mustique :
Potrò dire di stare usando l’espressione referenziale “il gatto ” per indicare un’entità esterna al linguaggio e introdurla nel discorso. I miei interlocutori attribuiranno all’espressione “ il gatto ” lo stesso referente. È chiaro anche se io utilizzerò quella frase in un contesto diverso, l’espressione avrà un referente diverso. Dunque, le parole da sole non bastano per introdurre referenti nel discorso, anche esse devono essere inserite in un processo contestuale dove si crei una relazione tra un’espressione linguistica, un’entità extralinguistica, e almeno due parlanti che si accordino di identificare con quell’espressione, l’entità extralinguistica. Un fenomeno strettamente connesso al riferimento è la coreferenza , ovvero il processo che permette di segnalare che due espressioni referenziali distinte usate nello stesso discorso indicano una stessa entità extralinguistica, uno stesso referente. Esempio:
Il pronome “ lo ” è coreferente del sintagma nominale “ il gatto ”, indicano lo stesso referente. La coreferenza può farsi anche per ripresa associativa , cioè, usando espressioni che non si riferiscono direttamente ad entità introdotte nel discorso, ma per associazioni di idee a entità che appartengono al frame attivato da qualche riferimento precedente. Esempio:
La possibilità di interpretare l’espressione referenziale “ il controllore ” e di attribuirla alla persona che lavora a bordo del treno, dipende dalla presenza nel discorso precedente del sintagma “ il vagone ”, che attiva il frame del treno. Anche lo coreferenza ha bisogno di un contesto per funzionare.
Le operazioni di riferimento sono necessariamente imperfette e questo perché tra la realtà e la lingua esiste uno scarto che non è aggirabile, la realtà è infinita e infinitamente mutabile, la lingua e le capacità linguistiche dei parlanti sono finite. Quindi avremo da un parte, rappresentazioni della realtà fatte con la lingua vaghe e parziali, dall’altra le parole e i segni della lingua in genere sono potenzialmente ambigui e plastici. 7.2.1 Cos’è la vaghezza Quando si usa una rappresentazione linguistica , la realtà non è riprodotta in ogni minimo dettaglio, la rappresentazione della realtà è vaga. Facciamo un esempio:
In questa frase il parlante non specifica il gusto, la quantità, la provenienza, il luogo dell’evento e così via. È il contesto che permette di determinare le parole vaghe e quindi di identificare i loro referenti. 7.2.2 Cos’è la parzialità Ogni rappresentazione linguistica è parziale , cioè di parte, quindi ogni rappresentazione presenta la realtà dal punto di vista del parlante. La parzialità delle rappresentazioni è determinata dal posizionamento affettivo o ideologico che lo porta a scegliere espressioni referenziali capaci di mettere in evidenza alcuni aspetti e non altri. La scelta di pertinentizzazione che farò esprimerà in modo implicito cosa sia più propenso a mettere in evidenza di una personae, quindi, il mio posizionamento ideologico. 7.2.3 Cos’è l’ambiguità La gran parte delle parole sono ambigue , l’ambiguità può essere dovuta a omonimia o a polisemia. Un esempio di parola omonime è la parola “ tasso ” indica al tempo stesso una misura e un animale, senza che tra i due significati ci sia relazione. Sono polisemiche invece le parole che hanno due o più significati in relazione più o meno stretta tra loro che si precisano solo contestualmente. La parola “collo”, per esempio, cambia a seconda che si parli di corpi umani, bottiglie o camice. 7.2.4 Cos’è la plasticità I significati delle parole sono plastici , ovvero capaci di cambiare e di adattarsi ai contesti. Come il significato della parola inglese “ mouse ” che indicava solo l’animale fino a qualche decennio fa, ora indica il puntatore di un pc. La plasticità permette di riadoperare le stesse parole per significare una realtà perennemente cangiante è una realtà molto importante per le lingue ma richiede che i parlanti si mettano d’accordo sull’estensione di significato che essi danno alle parole. 7.3 IL RIFERIMENTO È UN’OPERAZIONE SOCIALE Abbiamo visto che perché ci sia riferimento è necessario creare una relazione tra segno linguistico, realtà, parlante e ricevente, il riferimento è quindi un’operazione sociale. I parlanti devono mettersi d’accordo sul significato che danno alle parole per aggirare la difficoltà che vengono dalla vaghezza e dalla parzialità delle rappresentazioni e dall’ambiguità e plasticità delle parole. L’accordo tra partecipanti è spesso implicito: i parlanti tendono a non specificare ciò che intendono con le parole che usano, dando per scontato che i loro interlocutori siano coinvolti nello stesso processo di riferimento. I parlanti non sono consci della potenziale ambiguità delle parole e questo può portare a malintesi non intenzionali e a manipolazioni intenzionali. 7.4 QUANDO LA VAGHEZZA DIVENTA MANIPOLATORIA La vaghezza delle parole è fisiologica e la loro detrminizzazione si fa in contesto. Per contesto intendiamo tre cose: Il core common ground condiviso dai partecipanti ad uno scambio;
Esempio:
L’interlocutore che condivide con noi lo stesso core common ground nel quale diamo per presupposto che egli abbia una sola camicia blu, capirà senza difficoltà. Se però pronunciassimo la stessa frase in una situazione in cui il nostro interlocutore ha a disposizione più di una camicia blu, la vaghezza dell’espressione non sarebbe accettabile. Si può accettare l’’uso di un’espressione vaga solo a due condizioni:
dell’interlocutore. Se è vero che tutte le parole sono vaghe, è vero anche che esistono parole più vaghe di altre. Da un punto di vista tecnico diremo che la vaghezza di una parola è inversamente proporzionale alla sua intensione e direttamente proporzionale alla sua estensione. La parola “ coso ” la cui intensione è estremamente ridotta e la cui estensione è assai ampia è più vaga della parola “treppiede” la cui intensione è ricca ma l’estensione invece è ridotta. Un nome proprio la cui intensione è massima e la sua estensione è minima è un’espressione non vaga. Se ragioniamo in questi termini ci rendiamo conto che sono potenzialmente vaghe anche:
Per quanto tendenzialmente vaghe, nei contesti in cui queste espressioni permettessero di identificare un referente , esse sarebbero accettabili. Per esempio:
L’espressione temporale “ in passato” inizialmente vaga, precisa il suo senso nel contesto della frase, dal quale si comprende che il parlante intende il lasso di tempo precedente al suo trasferimento a Lille. Può anche essere che i parlanti condividono un core common ground esteso e stabile da rendere identificabili i riferimenti anche quando questi sono codificati con espressioni molto vaghe. All’interno di una famiglia, per esempio, si usano espressioni per le quali i membri di essa non hanno difficoltà a identificare i riferimenti, esempio:
Il parlante si permette di evitare di precisare che sulla piazza di cui parla c’è una chiesa dando giustamente per scontato che le capacità di accomodamento del suo interlocutore, permetterà a costui di ricostruire l’informazione. Tuttavia, queste operazioni possono creare terreno anche alla manipolazione e dare luogo a caratterizzazioni e connotazioni abusive. 7.11 QUANDO ACCOMODAMENTO E AGGIORNAMENTO SONO ABUSIVI Accomodamento e aggiornamento possono portare il ricevente a dover accettare di dare per presupposte nel common ground connotazioni peggiorative , negative o positive del referente di cui si parla, che egli non condivide necessariamente. Per esempio nella frase: → Mia sorella ha un bambino di quattro anni. il moccioso non fa altro che fare capricci. Se si usa come coreferente della parola “ bambino ” il sintagma nominale definito “il moccioso ” non solo ci si riferisce al bambino già citato, ma lo si connota anche come noioso e capriccioso. Quando la coreferenza si fa per ripresa associativa, porta inoltre, ad accettare di considerare come un’unica realtà referenti profondamenti diversi. Questi li intendiamo come slittamenti del referente. Un esempio è dato dalle espressioni “ stranieri ”, “ migranti ” e “ clandestini ” che, pur disegnando realtà diverse, sono spesse usate abusivamente come coreferenti. Infine, le operazioni di accomodamento e aggiornamento che la referenza richiede possono portare a far fondere tra loro quadri concettuali molto diversi, con lo scopo di imporre un insieme di credenze su un referente. Un caso è sicuramente la fusione del quadro concettuale legato all’immigrazione con quello connesso alla sicurezza, che, associati sempre più frequentemente nel discorso comune hanno generato a condizione che quelle migratorie siano questioni di sicurezza e non di diritti umani, accoglienza, solidarietà ecc. 7.11.1 Perché la manipolazione della coreferenza è particolarmente subdola L’operazione di caratterizzazione e connotazione di un referente che passa per la coreferenza è un’operazione implicita. In quanto tale essa può oltrepassare facilmente la vigilanza epistemica del ricevente. Un caso emblematico è quel del discorso sui migranti, in cui la parola “ clandestino ” è utilizzata per conferire alla parola “ immigrato ”, imponendo così una caratterizzazione del referente come persona che vive nell’illegalità. Le caratterizzazioni e le connotazioni tendono ad imporsi nel discorso per via di un effetto di priming****. Per priming si intende la tendenza inconsapevole dei parlanti a riprodurre nel proprio discorso strutture sintattiche e scelte lessicali di altri. Anche se il ricevente si rendesse conto della caratterizzazione imposta dal referente, la difficoltà di resistere è particolarmente alta. Per opporsi, il ricevente dovrebbe fermare il parlante , obiettare sula scelta del termine e in qualche modo andare a ridiscutere il contratto di cooperazione che è a monte di ogni scambio e che richiede che il ricevente dia per scontato che il suo interlocutore stia proponendo contributi pertinenti e veri. Quest’operazione ha un costo cognitivo e sociale molto alto, quindi spesso chi non è a suo agio con un modo di rappresentare la realtà preferisce astenersi dal puntualizzare, contribuendo però al crearsi comunità chiuse, in cui un certo modo di vedere le cose non è mai messo in discussione. 7.12 PERCHÈ I SOCIAL MEDIA FAVORISCONO LA MANIPOLAZIONE DEL RIFERIMENTO Le caratteristiche semiotiche e sociolinguistiche dei social media hanno il potenziale di rendere più vago di quanto non si pensi il senso delle parole che vi si usano. Dal punto di vista semiotico i social creano una falsa illusione di prossimità tra i parlanti e quindi, la falsa illusione di condividere un contesto capace di guidare l’interpretazione. Questa illusione di prossimità con gli altri membri della comunità web fa sì che chi scrive su un social media tenda a dare per scontato più di quanto sia opportuno che il proprio interlocutore ricaverà dal contesto elementi capaci di ridurre la vaghezza di quanto si dice. Inoltre, sui social si scrive e si legge rapidamente e distrattamente. Questo vuol dire che manca il tempo necessario allo scrivente per formulare un messaggio che non sia troppo vago e al ricevente per trovare nel contesto situazionale o nel common ground condiviso con lo scrivente elementi capaci di ridurre la vaghezza di quanto legge. Dal punto di vista sociolinguistico la creazione di comunità virtuali, fa sì che troppo spesso il core common ground condiviso dai parlanti sia estremamente fragile. I social amplificano in maniera importante la capacità di alcune caratterizzazioni e connotazioni parziali di diventare dominanti nel discorso pubblico, per almeno tre ragioni riescono a farlo. Il fatto che i social siano fruiti distrattamente e rapidamente diminuisce le probabilità che il ricevente sia cosciente e in grado di resistere ad una certa rappresentazione posta in modo manipolatorio. La voracità della diffusione dei testi prodotti sui social rende la loro abilità di imposizione di un certo punto di vista più potente. Infine, essendo, i social un campo di battaglia tra diverse propagande, attraverso la tecnica dell’ Astroturfing e bots si può amplificare la diffusione di una certa rappresentazione dei referenti e spacciarla per egemone. Sui social diventa ancora più flagrante la permeabilità delle catene coreferenziali alla manipolazione. La scrittura sui social provoca fisiologicamente una maggiore instabilità dei referenti. Dal momento che questi tendono a cambiare frequentemente, a essere nominati in modi diversi da parlanti diversi, i riceventi di uno scambio online sono più propensi ad accomodare la loro comprensione e a adattarsi a tentare di stabilire coreferenze tra elementi molto distanti, nel tentativo di capire ciò di cui l’interlocutore parla. La coesione delle comunità web è prodotta dal discorso. In un comunità web. È estremamente costoso da un punto di vista sociale mettere in discussione il contratto di cooperazione alla base dello scambio per resistere a caratterizzazioni, connotazioni e slittamenti anche per le loro condizioni di fruizione dei messaggi che vengono letti distrattamente. Infine, la discussione sui social essendo un misto tra asincrona e sincrona, molti lettori ricevono i contenuti di una discussione solo quando questa è finita rendendo ancora più difficile resistere alle manipolazione accettate dalla comunità.
8. “MA COSA STIAMO DICENDO?” COME RICONOSCERE LE MANIPOLAZIONI DELLA PREDICAZIONE 8.1 COS’È LA PREDICAZIONE Parlare vuol dire anche dire qualcosa a proposito dei referenti che introduciamo nel discorso. Quest’operazione si chiama predicazione. Nella nostra educazione linguistica scolastica siamo abituati a considerare la predicazione come un’informazione codificata dal verbo. Esempio → Mario e Giovanna stanno per partire Questa idea che la predicazione sia un’operazione codificata unicamente dai predicati verbali appartiene ad una lunga tradizione che risale a Platone. Era già chiaro, ad Aristotele, che la predicazione è un fenomeno più persuasivo: la descriveva come una generica relazione tra sostrato (un referente) e un apporto (ciò che si dice da quel sostrato), che può essere codificata in diversi luoghi dell’enunciato se non del discorso. Una parte della linguistica moderna definisce come predicato qualunque elemento linguistico, che sia un verbo, un aggettivo, un avverbio, un connettore , che designa una proprietà o una relazione. Adottando questa definizione , diremo che la predicazione è codificata anche nelle frasi subordinate di modo finito o infinito (es. Nonostante stiano per partire, Mario e Giovanna sono ancora davanti alla tv), nelle predicazioni nominali( es. Mario e Giovanna sono in partenza) e aggettivali(es. La partenza di Mario e Giovanna è imminente) e che essa può essere condensata nei nomi di evento (es. La partenza di Mario e Giovanna mi ha sorpreso), nei modificatori aggettivali ( la tanto chiacchierata partenza di Mario e Giovanna), avverbiali(es. la sorprendentemente imminente partenza di Mario e Giovanna), e circostanziali( es. Con grande stupore di tutti Mario e Giovanna sono in partenza). Dal punto di vista sintattico c’è la possibilità di codificare la predicazione attraverso strumenti linguistici vari e numerosi
facendo si che il parlante possa incassare le predicazioni le une dentro le altre e predicare qualcosa a proposito di altre predicazioni. Esempio → Da quanto mi han detto, la partenza di Mario e Giovanna è, con mio grande rammarico, imminente. Si predica di Mario e Giovanna che essi partano (“partenza di”), della loro partenza che è prossima (“è imminente”), dell’imminenza della partenza che rammarica il parlante (“con mio rammarico”), che il rammarico è grande (“grande rammarico”), che qualcuno ha comunicato l’imminenza della partenza al parlante (“mi han detto”) e che è sulla base di quella comunicazione che il parlante può predicare che la partenza di Mario e Giovanna è imminente (“da quanto mi han detto”). Infine, la predicazione permette di rappresentare stati (es. il libro è sul tavolo), eventi (es. la penna è caduta) e caratteristiche (es. Mario è insonne) ma attraverso una predicazione nelle frasi si può rappresentare l’atteggiamento del parlante nei confronti di quanto predica (es. Con mia grande sorpresa la penna è caduta). 8.2 COSA VUOL DIRE FARE USO ECONOMICO DELLE PREDICAZIONI In condizioni ideali un parlante propone in maniera esplicita di aggiungere al common ground una certa predicazione di cui è più o meno certo; il suo interlocutore la discute e decide se aggiungerla al common ground oppure no. C’è una sola situazione nella quale queste condizioni ideali sono rispettate: dimostrazione e argomentazione scientifica. In questi contesti, il parlante rappresenta in maniera univoca ed esplicita le sue predicazioni, precisando quanto essa sia certo di queste predicazioni. Nella discussione comune, non ci si può permettere di essere espliciti su tutto: il costo cognitivo e il tempo di trasmissione dello scambio, sarebbero ingestibili per i parlanti. Quindi per questo i parlanti tendono a non esplicitare alcune evidenze, a non esplicitare il loro grado di certezza ecc. 8.3 PERCHÈ LA PRESUPPOSIZIONE È UNO STRUMENTO DI ECONOMIA DISCORSIVA Per presentare una serie di predicazioni un discorso abbiamo due opzioni: coordinare frasi assertive semplici ciascuna delle quali codifica una predicazione. Esempio → Tu sei tornato, l’ho scoperto, questa scoperta mi ha reso felice. Nella frase, il parlante presenta tre predicazioni diverse, “Tu sei tornato”, “l’ho scoperto”, “questa scoperta mi ha reso felice” e le presenta come tre informazioni asserite, cioè come info che egli indica esplicitamente di voler aggiungere al common ground. Oppure, si possono incassare sintatticamente le predicazioni le une nelle altre (es. la scoperta del tuo ritorno mi ha reso felice; il fatto di scoprire che tu fossi tornato mi ha reso felice; scoprire che tu sei tornato mi ha reso felice.) negli esempi il parlante distingue tra predicazioni asserite (“questa scoperta mi ha reso felice”) e predicazioni presupposte , ovvero predicazioni già presenti nel common ground e che possono per questo essere date per scontate (“Tu sei tornato”, “ l’ho scoperto”). La distinzione tra info asserite e presupposte permette di presentare alcune informazioni come più preminenti e altre meno preminenti. Questa gerarchizzazione permette di guidare il ricevente nell’ottimizzazione del suo sforzo cognitivo e di focalizzarsi solo sull’informazione ritenuta più importante. Sono diverse le strutture linguistiche che permettono di codificare in maniera esplicita le predicazioni da dare per presupposte:
è fuori la porta”;
presupposto, come per esempio, “Rimpiango che Piero sia sposato” (P.F.), “Ho smesso di fumare” (C.S.);
della frase, come per esempio, “Con chi è sposato Piero?”
esempio, “E stato Luigi a rubare il telefono”. La predicazione presupposta è presentata come meno preminente e di conseguenza indicata come un’informazione che l’interlocutore non deve decidere se accettare o meno. Questo è accettabile solo se:
Delle volte la presupposizione è usata per introdurre ambiguamente determinate informazioni nel common ground oltrepassando la vigilanza epistemica dell’interlocutore. In questi casi, la presupposizione è usata per distrarre il parlante da alcuni aspetti dell’informazione presentata che vengono imposti senza possibilità di discussione nel common ground. Ricordiamo che l’atto di resistere a una manipolazione operata attraverso la presupposizione richiede che l’interlocutore blocchi la conversazione, esponga la presupposizione e la sfidi. Questo atto di esposizione e sfida di una presupposizione è cognitivamente e socialmente molto costoso per l’interlocutore, per questo, in linea generale, i parlanti tendono ad accettare le preposizioni di un enunciato e ad accomodarvisi, lasciandosi in alcuni casi manipolare. 8.5 QUANDO LA PREDICAZIONE È IMPLICITA La lingua offre anche strumenti per introdurre predicazioni del tutto implicite. Le predicazioni che sono comunicate implicitamente nel contesto, senza essere dette esplicitamente, sono chiamate implicature. Esistono implicature convenzionali, cioè, associate sistematicamente all’uso di alcune forme linguistiche:
casa (implicato));
Chi è muscoloso non è intelligente (implicato));
Esistono poi le implicature convenzionali che emergono nel contesto del processo linguistico. Per capire come funzionano dobbiamo introdurre una nozione che è quella di principio di cooperazione , questo si articola in quattro massime:
I parlanti coinvolti in uno scambi si attendono che il loro interlocutore fornisca contribuiti pertinenti, veri, informativi il giusto, chiari e perspicui. Esempio:
Capire il ruolo che svolge il discorso nei processi comunicativi è fondamentale per diverse ragioni. Innanzitutto, enunciando una predicazione in un contesto situazionale non ci si limita a descrivere un fatto, ma si esercita un’azione con effetti potenziali sul contesto. In secondo luogo, il luogo, il contesto enunciativo, il cotesto monologico e dialogico, l’intertesto costituiscono elementi essenziali per la comprensione dei singoli enunciati che vi vengono prodotti. Infine, la dimensione testuale, cioè come si concepiscono le connessioni tra i fatti e di conseguenza tra le predicazioni che li descrivono è condizionata dal punto di vista del parlante. Confusione e manipolazione devono avere la massima considerazione da chi vuole orientarsi nel dibattito pubblico. Per farlo c’è bisogno di capire quali sono e quale ruolo svolgono gli elementi costitutivi. 9.2 QUAL È IL POTERE DI ENUNCIATO Quando una predicazione viene introdotta in un discorso si dice che essa viene enunciata. Austin descrive l’enunciato come un atto molto complesso che non si limita a descrivere la realtà circostante, ma che interagisce con essa e che in qualche modo la modifica. Ogni enunciato realizza contemporaneamente:
Esempio:
Il parlante compie lo stesso atto locutorio , ma compie quattro atti illocutori diversi → asserisce, domanda, esclama, ordina , otterrà quindi quattro effetti perlocutori differenti → modifica il common ground condiviso con il suo interlocutore, aggiungendo informazione nel primo caso, ottenendo una risposta nel secondo caso, condividendo la propria meraviglia nel terzo caso e nel quarto caso ottenendo l’obbedienza di Luigi. Questa capacità degli enunciati di cambiare il common ground e ottenere effetti sulla realtà, si chiama potere performativo degli enunciati. 9.3 COS’É UN TESTO COERENTE Gli enunciati sono per lo più preceduti e seguiti da altri enunciati il cui insieme costituisce un testo , il quale può essere definito come una sequenza coerente e coesa di enunciati. Questa sequenza è coerente quando presenta:
Un testo presenta isotopia quando un numero molto delle parole che lo compongono fa riferimento ad uno stesso dominio semantico. Presenta un obiettivo illocutorio globale quando è possibile identificare un’intenzione illocutoria globale che caratterizza tutto il discorso. Presenta una struttura retorica globale quando è possibile distinguere al suo interno una o più sequenze nucleari che codificano le informazioni più importanti e sequenze secondarie che servono a spiegare, preparare, contrastare le sequenze nucleari. La coesione del testo è la manifestazione formale della coerenza: un testo appare coeso perché l’isotopia è generalmente segnalata dalle catene di coreferenza e la struttura retorica globale di un testo è segnalata da connettivi : congiunzioni, avverbi, frasi, nomi che permettono di esplicitare le relazioni retoriche tra le diverse sequenze. 9.4 COS’È UN DIALOGO COERENTE Coerenza e coesione caratterizzano anche i dialoghi, i quali presentano anche essi una o più isotopie, una finalità dialogica globale , una struttura dialogica globale e sono costruiti nel rispetto di regole e restrizioni conversazionali. In un dialogo si seguono una serie di sequenze costituite da uno o più turni in ciascuna delle quali si affronta una delle questions under discussion di quel dialogo. Per questions under discussion si intende ciascuno degli argomenti che si affrontano così come ciascuna delle metediscussioni che si possono avere a proposito del dialogo. In u dialogo ci si aspetta che ogni question under discussion si discute fino a che i parlanti non giungano ad una posizione condivisa. Un dialogo presenta una finalità dialogica globale quando è chiara la ragione per la quale i partecipanti si impegnano in un dialogo. Esempi:
Un dialogo presenta una struttura dialogica globale quando è possibile identificare la funzione di ogni mossa dialogica rispetto alle mosse precedenti e seguenti in vista del raggiungimento della finalità globale del dialogo. Un dialogo rispetta le regole e le restrizioni della conversazione quando i parlanti onorano il sistema di attese e limitazioni che ogni mossa dialogica crea sulle mosse successive: una domanda apre una sequenza che ci si attende concluda con una risposta, un saluto con un saluto e così via. 9.5 QUANTO È PERVASIVA LA DIMENSIONE INTERTESTUALE A qualche livello ogni testo prodotto in una cultura presenta tracce di altri testi che lo hanno preceduto, o in altri termini che abbia con loro una relazione di intertestualità. Essa si realizza facendo riferimento alla struttura sintattica di un altro testo. I nostri discorsi sono impregnati di una dimensione intertestuale, qualche semplice esempio:
riferimento a quanto è stato appena enunciato dal suo interlocutore). 9.6 QUANTO CONTA LA DIMENSIONE DISCORSIVA PER LA COMPRENSIONE DEGLI ENUNCIATI Il contesto enunciativo, il cotesto monologico e dialogico, la dimensione intertestuale costituiscono elementi essenziali per la comprensione dei singoli enunciati. Per esempio → Guarda che io me la prendo!
Questa frase avrà significati completamenti diversi se pronunciata durante un litigio o davanti ad una bicicletta. Ugualmente indispensabile per la comprensione di un singolo enunciato è la condivisione tra i parlanti di una parte di conoscenze enciclopediche, su com’è fatto il mondo, quali relazioni esistono solitamente tra gli eventi, quali atti abitualmente si compiono attraverso il discorso. Per esempio → Da italiani, possiamo dire di aver mangiato davvero bene stasera: un locale pulito, servizio piacevole e personale gentilissimo. Il cibo è di qualità e mi sono sentito a casa! Bravi continuare così. Per identificare l’isotopia è necessario conoscere qualcosa dei rituali di ristorazione che esistono nella nostra cultura.; per riconoscere l’obiettivo illocutorio generale e inferire che l’interlocutore vuole dare un consiglio, è indispensabile sapere che quali siano le attese che si hanno entrando in un ristorante e che nella nostra cultura tessere l’elogio di un luogo può anche suggerire a qualcuno di recarsi. Infine, bisogna sapere che nella nostra cultura sentirsi a casa in un ristorante è sinonimo di mangiare bene. 9.7 PERCHÈ SI DIVAGA La prima condizione di coerenza discorsiva è che in un testo siano riconoscibili una o più isotopie. Per produrre un testo complesso in cui si parli in maniera esaurienti di cose coerenti fra loro non è così semplice come può sembrare. Le interruzioni, le digressioni, i repairs (sequenze discorsive che servono a non parlare del topic del discorso ma metalinguisticamente dell’interazione stessa) offrono occasioni ripetute per le quali perdere il filo durante il discorso, quindi si rischia di divagare. Se non si riesce a esaurire le diverse questions under discussion che si avvicendano nel dialogo, significa, nel caso di un dibattito persuasivo o deliberativo, fallire l’obiettivo del processo comunicativo. Il perché si divaga può essere visto quando nel difendere la propria posizione durante un dialogo, ci si preferisce allontanare dal dibattito divagando manipolatoriamente, cambiando argomento, non restando sul punto, o addirittura attaccando il suo interlocutore. 9.8 QUANDO SI FALLISCE L’OBIETTIVO ILLOCUTORIO DI UN TESTO O LA FINALITÀ DI UN DIALOGO Esistono processi comunicativi, come la conversazione fatica (conversazione senza scopo, utile solo a tenere aperto il canale di comunicazione), che hanno lo scopo di tenere i parlanti impegnati in una comunicazione, ma non tutti i processi comunicativi sono puramente fatici. In molti tipi di discorso è fondamentale per la buona riuscita di un processo comunicativo che i parlanti sappiano qual è lo scopo finale della loro conversazione. Per costruire un discorso complesso, diretto e realizzare un fine illocutorio serve una buona competenza discorsiva. Il risultato è che delle volte i parlanti si lanciano in una conversazione senza domandarsi quale traguardo illocutorio vogliono raggiungere, generando così una comunicazione disordinata ed emotiva che i parlanti più accorti spesso riescono a dominare molto facilmente. 9.9 QUANDO SI DECONTESTUALIZZA Per poter dire di aver capito un enunciato occorre comprendere non solo quanto esso dica ma anche quale sia la funzione di quell’enunciato nell’economia del discorso, capire perché il parlante l’abbai prodotto. Estrapolare un enunciato dal suo cotesto e contesto enunciativo può falsare il significato originale di esso. Si può dire che un enunciato è stato decontestualizzato in due casi: ogni qualvolta il ricevente lo abbia capito senza fare sufficiente attenzione al contesto e senza quindi comprendere quale ruolo esso svolgesse nel contesto; ogni qualvolta sia stato estrapolato senza precauzioni dal suo contesto e riprodotto altrove. 9.10 QUANDO SI MANIPOLA LA COERENZA DI UN TESTO Non bisogna fare l’errore di credere che la chiarezza sulle relazioni che esistono tra le diverse informazioni fornite in un testo sia accessoria: una gran parte della posizione ideologica di un parlante risiede proprio nel in cui egli vede e presenta le relazioni tra gli eventi del mondo. esempio del discorso di Claude Junker 2017 → oggi proteggiamo più efficientemente le frontiere esterne dell’Europa. Questo vuol dire che la protezione delle frontiere esterne dell’Europa- e non, per esempio, il successo di politiche di accoglienza, inclusione ecc.- è considerata da Juncker una prova del successo delle politiche in materia di immigrazione dell’Unione Europea. Le relazioni retoriche possono essere segnalate in modo esplicito dai connettivi oppure lasciate implicare al lettore. La mancata esplicitazione delle relazioni retoriche tra le parti di un testo può essere fonte di confusione e manipolazione, in assenza di segnali chiari, l’interpretazione di un testo diventa più impegnativa, i riceventi sono tentati di intendere le relazioni come vogliono e il parlante può approfittare di questa vaghezza per non assumersi la responsabilità di precisare il suo modo di vedere le cose. 9.10.1 Quando l’argomentazione è fallace Esiste un tipo di manipolazione che riguarda in maniera specifica il discorso e il dialogo argomentativo, si tratta delle fallacie argomentative. Una fallacia argomentativa è un discorso argomentativo che ha l’apparenza di un’argomentazione ben costruita con una struttura di premesse e conclusioni, ma tale che la conclusione non discende dalle premesse. Tra le fallacie, quelle più comuni sono:
due varianti: 1) l’avvelenamento dei pozzi che consiste nell’insinuare che esiste una relazione tra il carattere di una persona e le idee che sostiene; 2) il tu quoque che consiste nel rifiutare un argomento di qualcuno sulla base di un’incoerenza con suoi atti o affermazioni interiori;
nefaste;
osservazione su un campione troppo piccolo;
causa-effetto;
è peggiore;