



















Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
riassunto completo ed esaustivo
Tipologia: Sintesi del corso
1 / 27
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!




















Fino a circa 50 anni fa la vita era vissuta in luoghi ristretti: lavoro, relazioni sociali da vicinato e famiglia, oggi il processo di globalizzazione ha reso il mondo sempre più complesso: mentre la vita umana continua a essere spesa principalmente in luogo locale, la realtà è fortemente determinata da aspetti e fenomeni globali. Nel tempo delle globalizzazioni si è avverata la profezia di McLuhan che nel 1964 parlava di “villaggio globale” e aumento dell’interdipendenza; laddove distanza e tempo appaiono compressi, le globalizzazioni economiche, politiche, tecniche e culturali determinano l’accelerazione del movimento di persone, merci e idee tra gli stati. Ovviamente la globalizzazione ha portato a diverse opportunità come lo sviluppo dei sistemi democratici, il miglioramento dell’assistenza sanitaria e del benessere economico oltre che ad arricchimento culturale infatti tutte i cittadini possono fruire delle conoscenze sviluppate in altre parti del mondo e apprendere nuove strategie di coping. Ma il processo è anche accompagnato da rischi quali la sostituzione della manodopera da parte dei robot, precarietà lavorativa e diminuzione dell’autostima, insicurezza professionale dovuta all’affermazione di nuovi fondamentalismi del mercato laddove è lo stesso mercato a dettare le leggi. La conseguenza di tutto ciò è che si assiste a esseri umani sempre più ripiegati in se’ stessi e che in assenza di punti di riferimento stabili pongono come guida del loro essere il principio del piacere e della libertà individuale a scapito della società e del gruppo. Con la crescita dell’internazionalizzazione dei mercati le migrazioni sono destinate ad aumentare andando a configurare nuove modalità di agency politica e sfociando in vere e proprie forme di dissoluzione o frammentazione dei diritti della cittadinanza. Ad oggi a tutte le categorie professionali sono richieste competenze aggiuntive sul piano cognitivo e relazionale, tali competenze appartengono soprattutto alla capacità di saper operare in contenti linguisticamente e culturalmente complessi, specie sul piano educativo. Dopo la fine della seconda guerra mondiale si decise di seguire percorsi di pace e di dialogo come modalità non violente per la risoluzione dei conflitti e in tale prospettiva vennero fondate l’Onu e l’Unesco. Tale periodo postbellico negli anni Ottanta è stato sostituito dall’età del consumo ovvero si passò dalla fase del bisogno a quella della pretesa, oggi nei paesi industrializzati viviamo una fase definita Neoliberalismo. In tale periodo si cerca di scoraggiare le riflessioni critiche e l’impegno pubblico, si vanno ad affievolire i valori del vivere civile e si esasperano le divisioni fra Paesi, aree e cittadini ricchi e poveri. Le scuole di tutto il mondo si trovano a sottostare a logiche di mercato e a manifestazioni di conformismo politico e culturale rischiando di perdere il ruolo centrale nel formare il pensiero critico e promuovere società eque.
Una delle maggiori sfide del nuovo millennio fa riferimento ai fenomeno migratori e l’avvento di società più complesse e multiculturali; attualmente nel mondo sono contati più di 200 milioni di cittadini migranti ovvero il 3% della popolazione globale. Ad oggi la migrazione è la questione più fraintesa esistente infatti nei paesi di accoglienza essa diventa spesso il capro espiatorio per mascherare paure, incertezze e problemi comuni riguardo la disoccupazione, il diritto alla casa e la coesione sociale. Nonostante ciò è anche vero che rimangono alte quelle che sono le migrazioni irregolari tanto che gli stati mirano a promuovere leggi sul rafforzo del controllo sulle frontiere e a selezionare élite e professioni più ricercate. S. Bertman ha coniato i concetti di hurried culture e nowist culture per significare come la vita nelle società occidentali sia condizionata dalla fretta, assenza di tempo ed esaltazione unilaterale del presente. Nel mondo si riscontra una sorta di post-geograph ovvero una crescente deterritorializzazione di pratiche non solo economiche ma anche sociali e culturali; esse paiono minare il concetto di stato dando origine a forme post-nazionali di produzione e di distribuzione di beni e servizi. Accanto ai cambiamenti le globalizzazioni creano anche profonde crisi.
l’inedita stagione di rapidi cambiamenti che sta vivendo la società democratica rende indispensabile una nuova forma di governo che sappia ristabilire il potere politico e che abbia il coraggio di porre limiti, di saper delineare in maniera chiara confini, obiettivi e strada da percorrere ma prima di tutto ciò è necessario riconoscere il vero valore dell’educazione. Ad oggi tale compito è svolto al meglio dalla pedagogia, essa comincia un difficile percorso di autonomia scientifica nella seconda metà del 900 con il progressivo distacco dalla filosofia. La pedagogia è definita come la scienza dell’educazione in quanto l’unica scienza che abbia per oggetto interamente l’educazione della persona e ne studi finalità, contenuti,metodi e mezzi sostenendola nel difficile compito di costruire una solida progettazione esistenziale. Per poter mostrare tutte le sue potenzialità il soggetto necessita dell’educazione dunque un discorso pedagogicamente fondato dovrà contenere le finalità da raggiungere, i contenuti da utilizzare, il metodo idoneo, i mezzi adatti, il rapporto interpersonale educando-educatore e l’ambiente in cui si attua il progetto educativo. Pedagogia deriva dal greco e significa fanciullo e custode/conduttore infatti designava “lo schiavo che accompagnava il fanciullo a scuola”. Il sostantivo pedagogia compare per la prima volta in Francia nel 1495, successivamente in Germania come Pädagogik da cui prende origine la trascrizione ottocentesca italiana di pedagogia. Essa non si presenta come una scienza puramente teorica ma anche pratica poiché la finalità ultima non è solo quella di conoscere la realtà esterna ma di sapere come modificarla. La pedagogia mira ad agire sul processo educativo per migliorarlo ponendosi il problema dello statuto del sapere pedagogico; in tal modo integra al suo interno le scienze che studiano l’educazione e la realtà educativa stessa in actu exercito ovvero ciò che è valido in un determinato momento, luogo e per una certa persona. La pedagogia contemporanea individua 3 momenti per la formulazione del suo discorso.
superamento di tale crisi Mounier prospetta una “terza via” che prosegua lo scopo di superare tanto l’esaltazione dell’individuo tanto quella del mito del collettivismo. Il personalismo nasce come corrente che si oppone a ogni ideologia rigida e dogmatica, esso attribuisce valore alla persona umana definendola in base alla sua capacità di pensare, di decidere e di dialogare. Vi è la consapevolezza che il fanciullo non nasce come persona ma lo diventa mediante l’educazione; il compito dell’educatore è quello di suscitare la persona. Nasce così la pedagogia dell’impegno ed è rivolta alla donna e all’uomo nella sua totalità ed è incentrata sull’amore (mentre l’individualismo centra la persona su se stessa, il personalismo mira a decentrarla, ad aprirla al tu, all’amore).
oggettivizzazione in conseguenza del quale le culture così oggettivizzate esercitano un influsso sulle singole persone.
vuole e condurrebbe così a sorvolare sulle sfumature presenti nella vita culturale. Il rischio maggiore consisterebbe nell’abolire il fondamento stesso dell’intervento educativo.
di essere accettati come tali. La prima nota ufficiale che parla di educazione interculturale proviene dal Consiglio d’Europa che emanò la prima Risoluzione del comitato dei ministri riguardante la scolarizzazione dei figli dei lavoratori emigrati negli stati membri, mirate sia a favorire la loro integrazione all’interno della scuola del paese di accoglimento. Si cercò di riflettere sui problemi dell’educazione dei bambini emigranti e sul modo di mantenere il loro legame con la lingua e cultura di origine così è emersa la necessità di un’educazione interculturale. Venne poi emessa una Raccomandazione relativa alla formazione degli insegnanti per un’educazione basata sulla comprensione interculturale, nella seconda metà degli anni ‘80, il Consiglio d’Europa promosse una serie di sperimentazioni inerenti all’educazione interculturale.
Nel tempo delle globalizzazioni si assiste a forti mutamenti spazi-temporali come conseguenza di un profondo processo dissolutivo delle strutture fondamentali della modernità. A motivo delle diverse modalità comunicative, sul piano verbale, paraverbale e non verbale, esistenti nelle diverse aree della terra, è inevitabile che si verifichino incomprensioni, problemi e conflitti. La comunicazione interpersonale esige delle competenze specifiche, culturalmente radicate, rispetto alle diverse forme di espressività. Essa avviene attraverso un codice condiviso: il linguaggio. I significati di segni e suoni del linguaggio sono di natura convenzionale e il legame tra loro è frutto di una convenzione linguistica. La comunicazione interpersonale verbale può essere allora intesa come processo di trasmissione di complessi concettuali di significato tra soggetti dialoganti. A ciò si aggiunge anche la comunicazione non verbale e la comunicazione paraverbale che generalmente ubbidiscono in maniera ancora più forte ai parametri di natura culturale. Nelle diverse culture i messaggi verbali della comunicazione interpersonale faccia a faccia sono accompagnati da codici non verbali e paraverbali che forniscono uno sfondo analogico per le parole digitali come nel caso della voce, della gestualità, del contatto con gli occhi. Il non verbale e il paraverbale sono molto più legati ad esperienze pregresse e alla cultura di provenienza dei soggetti e possono presentarsi a interpretazioni errate. Fra le modalità comunicative più importanti dell’uomo vi sono anche numerose componenti innate e o svincolate dal controllo razionale e impiegate in maniera rilevante nella codifica e nell’interpretazione del messaggio. Esse forniscono informazioni generai sulla persona e grazie a tali elementi i soggetti formulano un primo giudizio sulle persone con cui si trovano ad interagire. Anche l’aspetto esteriore è inteso come forma di comunicazione non verbale in quanto provvede all’autopresentazione. Mentre nel linguaggio verbale le differenze sono palesi si presume che i linguaggi non verbali e paraverbali siano universali. Tutte le volte che le persone si incontrano si produce uno stato emotivo. I membri di un dato gruppo linguistico-culturale generalmente condividono molte aspettative riguardanti le tipologie di rapporti. Il termine “competenza” deriva dal verbo latino competere che significa andare insieme. Oggi una prima difficoltà nasce dal consenso sul concetto di competenza infatti si trovano accezioni anche molto diverse tra loro a seconda dell’ambito in cui ci si trova. Negli ultimi anni il concetto competenza è stato inteso come abilità, capacità, attitudine, saper fare, qualificazione, conoscenza e sapere. Nel settore pedagogico il termine ha sostituito dal 1990 quello di “qualificazione” troppo legato ad un compito o mestiere. Il concetto di competenza implica non solo singoli saperi e conoscenze ma anche la capacità della loro applicazione a fronte di nuove situazioni. Esso non si riferisce a concetti astratti ma a concrete situazioni di vita. In germania il concetto è stato introdotto da H. Roth che ha accostato la competenza alla capacità nonché alla capacità di azione responsabile.
Non esistono studi o approcci allo studio della comunicazione che non mettano in risalto la stretta interconnessione fra comunicazione e cultura. La comunicazione da visibilità alla cultura e contribuisce a definirla; la cultura sopravvive se è comunicata poiché si trasmette mediante pratiche comunicative. Rispetto alla comunicazione interculturale, attualmente nel mondo esistono innumerevoli scritti e pubblicazioni. La paternità è attribuita agli Stati Uniti poiché dopo la seconda guerra mondiale, il Dipartimento di Stato americano fondò il Foreing Service Institute al fine di preparare al meglio i propri diplomativi. Gli Stati Uniti promossero un piano di sostegno economico e di alleanze strategiche con paesi del Sudamerica, Asia e Africa che prevedeva l’invio di finanziamenti, tecnologie, professionisti per l’alfabetizzazione degli adulti, il miglioramento delle condizioni di salute, l’incremento della produttività agricola ecc. una riflessione sulla sostenibilità di ulteriori progetti suggerì l’opportunità di una pianificazione preliminare più accurata. Nel corso del tempo tale disciplina è stata riconosciuta come ambito specifico fra gli studi sulla comunicazione. Tali studi sono poi confluiti nel settore delle cosiddette “competenze interculturali”, concetto anch’esso nato negli Stati Uniti negli anni ‘50. uno dei ricercatori più autorevoli è sicuramente G. Hofstede considerato tra i fondatori di tale disciplina, esso sottolinea come le parole “famiglia”, “lealtà” e “puntualità” abbiano significati diversi in relazione al contesto culturale di riferimento. L’autore indica chiaramente molte differenze sostanziali circa i valori culturali di un gruppo rispetto a parametri quali spazio e tempo. Nel complesso le principali differenze sono intraviste nell’interpretazione relativa al segno, all’oggetto o all’azione. Quando entrano in gioco differenze culturali e diversi codici linguistici verbali e non possono insorgere ulteriori incomprensioni e conflitti a più livelli:
La culturalità e l’identità di ogni persona cambiano in continuazione, oggi diviene necessario essere preparati a governare e a gestire bene i molti cambiamenti. Nel tempo delle globalizzazioni ogni singola persona e ogni gruppo umano necessitano urgentemente di competenze interculturali così da individuare bene cosa è bene lasciare rispetto a ciò che è necessario conservare, promuovere e sviluppare ulteriormente. Conflitti e aggressività sono ineliminabili in natura e nell’esistenza degli esseri umani e talvolta sono anche indispensabili alla crescita. Molto spesso nelle società occidentali il conflitto è associato alla violenza e gestire bene un conflitto equivale ad accettare passivamente l’aggressività o le idee altrui. In educazione occorre evidenziarne l’aspetto dinamico, promuovendone la modalità giusta e propositiva per lo sviluppo della personalità. Tra gli aspetti positivi del conflitto Johnson indica lo stimolo intellettivo ovvero la capacità di riflessione, argomentazione e di eterocentrarsi, la promozione di una relazione più intensa e significativa con gli altri. A loro giudizio la strategia migliore per gestire bene il conflitto è la negoziazione in modo da coniugare bene il proprio punto di vista con quello dell’altro secondo la logica dell’ e e non dell’ o poiché è necessario individuare i fatti che suscitano il conflitto ed essere disponibili a discutere per superarlo, confrontandosi discutendo sul problema e non sulla persona, ricercare soluzioni che diano vantaggi ad entrambe le parti. Un’altra modalità efficace è la controversia ovvero sviluppare tesi opposte su un argomento. In un contesto educativo familiare si rivela efficace anche il metodo del negoziato che si divide in due modalità, quello distributivo dove la sconfitta di una parte costituisce la vittoria per l’altra parte e quello integrativo dove vincono entrambe le parti. Solitamente il secondo permette di trasformare il conflitto in maniera nuova e creativa. Fra le competenze interculturali necessarie rientra anche il riconoscimento delle emozioni, il concetto di emozione deriva da impulso ed agire. Gli stoici mostrano come il reprimere rabbia aiuti a vivere meglio, anche Darwin ha dedicato uno dei suoi testi fondamentali alla gestione delle emozioni, ciò che renderebbe l’uomo veramente tale. Le emozioni sono intese come stato affettivo di breve durata accompagnato da manifestazioni organiche e contrassegnato da specificità ed intensità quantitativa ed esteriore. L’emozione condivide la funzione regolativa dei diversi processi psichici e svolge una funzione primaria di motivazione e guida della persona nella sua attività mentale e nel comportamento. Purtroppo nelle società occidentali le emozioni sono concepite in termini di controllo e vi è assegnato un ruolo di subalternità e marginalità. Spesso non si considera che emozioni e sentimenti sono il tramite più adatto e preciso per comunicare contingenze di rapporti, relazioni tra l’io e gli altri tra l’io e l’ambiente. Perciò in famiglia e a scuola e nella società civile diviene più che mai necessario e urgente acquisire modalità atte a riconoscere emozioni e sentimenti e a gestirli in maniera propriamente umana. Non essendo innata la capacità di gestire le emozioni va appresa e praticata in tutti i contesti di vita.
Il riconoscimento di peculiarità, attitudini e desideri del proprio figlio è compito educativo che trascende l’adozione; alla coppia è richiesto di saper accettare il passato del bambino, un bambino che sicuramente ha vissuto e vive dei periodi critici perché, abbandonato da adulti conosciuti, deve adeguarsi ad aspettative di adulti sconosciuti. Sul piano educativo si tratta di un processo molto delicato, di un’impresa congiunta che veda coinvolti genitori e figli. Tale equilibrio dinamico che vede coinvolti genitori e figli diviene ancora più importante nel caso dell’affido, nel senso che oltre al legame con la famiglia affidataria sarà fondamentale curare il rapporto positivo con la famiglia di origine, evitando di formare nicchie educative. La situazione delle famiglie straniere molto variegate è un altro aspetto da valutare infatti la scelta e l’attuazione del progetto migratorio rappresentano fattori destabilizzanti per tutti i membri della famiglia, un momento di crisi dove ogni famiglia si trova difronte al compito di individuare nuove strategie di coping efficaci per le nuove sfide. Fra i fattori più stressanti abbiamo: il progetto migratorio dettato da spontaneismo oppure troppo rigido, il passaggio dalla famiglia allargata alla famiglia nucleare che comporta disorientamento, la distanza dalla lingua e dagli affetti per cui spesso sono i figli a fungere da mediatori. In sintesi anche chi non emigra è esposto a valori e modalità comportamentali molto diversi. La famiglia del XXI secolo sarebbe contraddistinta dal trasferimento delle sue funzioni educative ad altre istituzioni con la conseguente perdita del suo fondamentale ruolo di intermediazione tra individuo e società, tra sfera privata e pubblica, tra natura e cultura. Occorre riflettere sulle modalità idonee a riconoscere rischi ed opportunità che attengono in maniera particolare al ruolo educativo della famiglia; occorre cominciare dall’educazione nell’ambiente domestico. La sociologia conferisce alla famiglia un carattere primordiale dimostrabile su diversi piani:
Dopo una prolungata esperienza clinica in Inghilterra Bettelheim da dei suggerimenti per promuovere un ottimale sviluppo della personalità: al centro dovrebbe esserci il rispetto della personalità dei figli e a tal fine i genitori dovrebbero vivere secondo i propri valori fornendo delle direttive e aiutando il bambino a sviluppare fiducia in se’ stesso e nel mondo. Importanti ingredienti educativi saranno: l’empatia e l’essere d'esempio. L’ambiente domestico è da considerare come luogo privilegiato per la realizzazione di alcuni principi, innanzitutto per eliminare pregiudizi e stereotipi è necessario imparare ad individuarli e a gestirli opportunamente. Per il clima di fiducia e per l’intensità emotiva la famiglia è da ritenersi uno dei luoghi privilegiati per l’educazione ai sentimenti e all’interno della stessa occorre coltivare e promuovere la disposizione a legarsi affettivamente ad altre persone,a cose, attività e idee. Importante è anche l’educazione all’ascolto, al dialogo, alla comprensione e in forza di ciò l’educazione domestica può essere volta alla pace e alla gestione non violenta del conflitto. Imparare a gestire opportunamente i conflitti e l’aggressività non è da considerare solo come impulso negativo ma opportunamente incanalata e veicolata è propositiva all’inserimento sociale. Fra gli ambiti da attuare in famiglia vi è anche l’educazione al pluralismo, alla legalità e al rispetto dei limiti così da poter raggiungere l’autonomia di pensiero e la criticità. All’interno del nucleo domestico si lasciano soddisfare meglio anche il bisogno di attaccamento nonché quello di fiducia in se’ stessi, nelle proprie potenzialità e nel mondo esterno. In famiglia la separazione non dovrà essere recepita in maniera negativa ma come esigenza fondamentale di ogni soggetto. Il fanciullo necessita dell’esperienza della separazione dalla persona principale di riferimento perché solo in questo modo potrà affrontare serenamente i successivi distacchi legati all’ingresso a scuola, per giungere alla piena capacità di fare da se’. Importante è che i genitori sappiano corrispondere adeguatamente ai bisogno di attenzione emozionale profonda e di congruenza. Il bisogno di ricevere attenzione, di essere accettato per quello che si è e non per quello che si ha o che si fa. Soprattutto in contesto migratorio occorre corrispondere anche al bisogno di congruenza come armonia tra il proprio se’ ed il mondo esterno. La congruenza permette di riconoscere il più possibile dei propri sentimenti e delle proprie sensazioni come parti del proprio se’. Specie per l’educazione in famiglia l’appagamento dei bisogni di partecipazione attiva e di continuità svolge un ruolo importante; la partecipazione attiva implica la possibilità di influire attivamente sul mondo esterno.Molto vicino e collegati ad essi ci sono anche i bisogni di struttura, giustizia e di legalità. Per quanto attive al bisogno di continuità è indispensabile avere dei parametri di riferimento che non vengano proposti in maniera discontinua o contraddittoria. Per i coniugi ciò comporta essere in grado di cogliere opportunamente il valore della libertà coniugando con la responsabilità e la capacità di pensare con la propria testa assieme all’umiltà del confronto. La famiglia necessita di avere forme di sostegno e aiuto sul piano giuridico, economico-finanziario, psicologico; aiuti concreti sul piano socioeconomico e giuridico al fine di attuare un politica d’inclusione