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Pedagogia Interculturale: Un Approccio Dinamico all'Educazione - Prof. Bartolini, Sintesi del corso di Pedagogia

riassunto completo ed esaustivo

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

In vendita dal 27/08/2019

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CAPITOLO 1. NOVITA’ E CRISI DEL TERZO MILLENNIO
Fino a circa 50 anni fa la vita era vissuta in luoghi ristretti: lavoro, relazioni sociali da vicinato e famiglia,
oggi il processo di globalizzazione ha reso il mondo sempre più complesso: mentre la vita umana
continua a essere spesa principalmente in luogo locale, la realtà è fortemente determinata da aspetti e
fenomeni globali.
Nel tempo delle globalizzazioni si è avverata la profezia di McLuhan che nel 1964 parlava di “villaggio
globale” e aumento dell’interdipendenza; laddove distanza e tempo appaiono compressi, le
globalizzazioni economiche, politiche, tecniche e culturali determinano l’accelerazione del movimento di
persone, merci e idee tra gli stati.
Ovviamente la globalizzazione ha portato a diverse opportunità come lo sviluppo dei sistemi
democratici, il miglioramento dell’assistenza sanitaria e del benessere economico oltre che ad
arricchimento culturale infatti tutte i cittadini possono fruire delle conoscenze sviluppate in altre parti del
mondo e apprendere nuove strategie di coping.
Ma il processo è anche accompagnato da rischi quali la sostituzione della manodopera da parte dei
robot, precarietà lavorativa e diminuzione dell’autostima, insicurezza professionale dovuta
all’affermazione di nuovi fondamentalismi del mercato laddove è lo stesso mercato a dettare le leggi.
La conseguenza di tutto ciò è che si assiste a esseri umani sempre più ripiegati in se’ stessi e che in
assenza di punti di riferimento stabili pongono come guida del loro essere il principio del piacere e della
libertà individuale a scapito della società e del gruppo.
Con la crescita dell’internazionalizzazione dei mercati le migrazioni sono destinate ad aumentare
andando a configurare nuove modalità di agency politica e sfociando in vere e proprie forme di
dissoluzione o frammentazione dei diritti della cittadinanza.
Ad oggi a tutte le categorie professionali sono richieste competenze aggiuntive sul piano cognitivo e
relazionale, tali competenze appartengono soprattutto alla capacità di saper operare in contenti
linguisticamente e culturalmente complessi, specie sul piano educativo.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale si decise di seguire percorsi di pace e di dialogo come
modalità non violente per la risoluzione dei conflitti e in tale prospettiva vennero fondate l’Onu e
l’Unesco. Tale periodo postbellico negli anni Ottanta è stato sostituito dall’età del consumo ovvero si
passò dalla fase del bisogno a quella della pretesa, oggi nei paesi industrializzati viviamo una fase
definita Neoliberalismo.
In tale periodo si cerca di scoraggiare le riflessioni critiche e l’impegno pubblico, si vanno ad affievolire i
valori del vivere civile e si esasperano le divisioni fra Paesi, aree e cittadini ricchi e poveri.
Le scuole di tutto il mondo si trovano a sottostare a logiche di mercato e a manifestazioni di
conformismo politico e culturale rischiando di perdere il ruolo centrale nel formare il pensiero critico e
promuovere società eque.
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CAPITOLO 1. NOVITA’ E CRISI DEL TERZO MILLENNIO

Fino a circa 50 anni fa la vita era vissuta in luoghi ristretti: lavoro, relazioni sociali da vicinato e famiglia, oggi il processo di globalizzazione ha reso il mondo sempre più complesso: mentre la vita umana continua a essere spesa principalmente in luogo locale, la realtà è fortemente determinata da aspetti e fenomeni globali. Nel tempo delle globalizzazioni si è avverata la profezia di McLuhan che nel 1964 parlava di “villaggio globale” e aumento dell’interdipendenza; laddove distanza e tempo appaiono compressi, le globalizzazioni economiche, politiche, tecniche e culturali determinano l’accelerazione del movimento di persone, merci e idee tra gli stati. Ovviamente la globalizzazione ha portato a diverse opportunità come lo sviluppo dei sistemi democratici, il miglioramento dell’assistenza sanitaria e del benessere economico oltre che ad arricchimento culturale infatti tutte i cittadini possono fruire delle conoscenze sviluppate in altre parti del mondo e apprendere nuove strategie di coping. Ma il processo è anche accompagnato da rischi quali la sostituzione della manodopera da parte dei robot, precarietà lavorativa e diminuzione dell’autostima, insicurezza professionale dovuta all’affermazione di nuovi fondamentalismi del mercato laddove è lo stesso mercato a dettare le leggi. La conseguenza di tutto ciò è che si assiste a esseri umani sempre più ripiegati in se’ stessi e che in assenza di punti di riferimento stabili pongono come guida del loro essere il principio del piacere e della libertà individuale a scapito della società e del gruppo. Con la crescita dell’internazionalizzazione dei mercati le migrazioni sono destinate ad aumentare andando a configurare nuove modalità di agency politica e sfociando in vere e proprie forme di dissoluzione o frammentazione dei diritti della cittadinanza. Ad oggi a tutte le categorie professionali sono richieste competenze aggiuntive sul piano cognitivo e relazionale, tali competenze appartengono soprattutto alla capacità di saper operare in contenti linguisticamente e culturalmente complessi, specie sul piano educativo. Dopo la fine della seconda guerra mondiale si decise di seguire percorsi di pace e di dialogo come modalità non violente per la risoluzione dei conflitti e in tale prospettiva vennero fondate l’Onu e l’Unesco. Tale periodo postbellico negli anni Ottanta è stato sostituito dall’età del consumo ovvero si passò dalla fase del bisogno a quella della pretesa, oggi nei paesi industrializzati viviamo una fase definita Neoliberalismo. In tale periodo si cerca di scoraggiare le riflessioni critiche e l’impegno pubblico, si vanno ad affievolire i valori del vivere civile e si esasperano le divisioni fra Paesi, aree e cittadini ricchi e poveri. Le scuole di tutto il mondo si trovano a sottostare a logiche di mercato e a manifestazioni di conformismo politico e culturale rischiando di perdere il ruolo centrale nel formare il pensiero critico e promuovere società eque.

Una delle maggiori sfide del nuovo millennio fa riferimento ai fenomeno migratori e l’avvento di società più complesse e multiculturali; attualmente nel mondo sono contati più di 200 milioni di cittadini migranti ovvero il 3% della popolazione globale. Ad oggi la migrazione è la questione più fraintesa esistente infatti nei paesi di accoglienza essa diventa spesso il capro espiatorio per mascherare paure, incertezze e problemi comuni riguardo la disoccupazione, il diritto alla casa e la coesione sociale. Nonostante ciò è anche vero che rimangono alte quelle che sono le migrazioni irregolari tanto che gli stati mirano a promuovere leggi sul rafforzo del controllo sulle frontiere e a selezionare élite e professioni più ricercate. S. Bertman ha coniato i concetti di hurried culture e nowist culture per significare come la vita nelle società occidentali sia condizionata dalla fretta, assenza di tempo ed esaltazione unilaterale del presente. Nel mondo si riscontra una sorta di post-geograph ovvero una crescente deterritorializzazione di pratiche non solo economiche ma anche sociali e culturali; esse paiono minare il concetto di stato dando origine a forme post-nazionali di produzione e di distribuzione di beni e servizi. Accanto ai cambiamenti le globalizzazioni creano anche profonde crisi.

  • Crisi economica e finanziaria in quanto la globalizzazione sembra essere alla base dell’aumento dell’iniquità e della povertà nel mondo.
  • Crisi sul piano politico che si palesa soprattutto nel paradosso di voler gestire fenomeni sempre più globali e interdipendenti con l’ausilio di politiche a carattere locale o nazionale.
  • Crisi sul piano culturale intendendo ciò che fa si che un gruppo si riconosca come tale, tracciando dei limiti tra se’ e gli altri. all’interno di un gruppo si costruiscono una serie di scale di valori, leggi e regole da rispettare così come obiettivi da raggiungere. Con la globalizzazione il mondo viene sempre più percepito come instabile e fra i valori più ricercati vi è la liquidità ossia la capacità di muoversi rapidamente e sena preavviso, di non legarsi in modo stabile a nessun luogo.
  • Crisi sul piano dell’identità personale dove mentre in passato la vita era scandita da precise fasi di passaggio ad oggi l’identità è il risultato delle ripetute scelte personali, nell’età moderna si è verificato il crollo della struttura dei ceti sociali e sono sorte le classi. Oggi sia le collocazioni sociali sia i luoghi spaziali dell’identità si fluidificano rapidamente ed il problema è il saper scegliere bene nella quantità di scelte disponibili.
  • Crisi sul piano educativo in cui si assiste ad una forte crisi pedagogica che inizia come crisi delle istituzioni. Il pluralismo ha evocato una forte crisi circa i fini da raggiungere. In passato le mete erano chiaramente definite mentre oggi il compito è quello di scegliere il tracciato meno pericoloso per cambiare velocemente direzione. Pressoché tutte le istituzioni educative e dunque scuola e famiglia reagiscono in maniera impreparata circa la nascita e diffusione delle nuove famiglie dove si assiste a un forte calo e ritardo nei matrimoni, aumento delle famiglie di fatto, aumento delle separazioni e divorzi, famiglie monoparentali e ricostruite.

l’inedita stagione di rapidi cambiamenti che sta vivendo la società democratica rende indispensabile una nuova forma di governo che sappia ristabilire il potere politico e che abbia il coraggio di porre limiti, di saper delineare in maniera chiara confini, obiettivi e strada da percorrere ma prima di tutto ciò è necessario riconoscere il vero valore dell’educazione. Ad oggi tale compito è svolto al meglio dalla pedagogia, essa comincia un difficile percorso di autonomia scientifica nella seconda metà del 900 con il progressivo distacco dalla filosofia. La pedagogia è definita come la scienza dell’educazione in quanto l’unica scienza che abbia per oggetto interamente l’educazione della persona e ne studi finalità, contenuti,metodi e mezzi sostenendola nel difficile compito di costruire una solida progettazione esistenziale. Per poter mostrare tutte le sue potenzialità il soggetto necessita dell’educazione dunque un discorso pedagogicamente fondato dovrà contenere le finalità da raggiungere, i contenuti da utilizzare, il metodo idoneo, i mezzi adatti, il rapporto interpersonale educando-educatore e l’ambiente in cui si attua il progetto educativo. Pedagogia deriva dal greco e significa fanciullo e custode/conduttore infatti designava “lo schiavo che accompagnava il fanciullo a scuola”. Il sostantivo pedagogia compare per la prima volta in Francia nel 1495, successivamente in Germania come Pädagogik da cui prende origine la trascrizione ottocentesca italiana di pedagogia. Essa non si presenta come una scienza puramente teorica ma anche pratica poiché la finalità ultima non è solo quella di conoscere la realtà esterna ma di sapere come modificarla. La pedagogia mira ad agire sul processo educativo per migliorarlo ponendosi il problema dello statuto del sapere pedagogico; in tal modo integra al suo interno le scienze che studiano l’educazione e la realtà educativa stessa in actu exercito ovvero ciò che è valido in un determinato momento, luogo e per una certa persona. La pedagogia contemporanea individua 3 momenti per la formulazione del suo discorso.

  1. l’antropologia pedagogica che comprende tutte le discipline dedite allo studio dell’essere umano
  2. la teologia pedagogica che include tutte le riflessioni circa i fini dell’educazione
  3. la metodologia pedagogica che impiega tutte le discipline che concorrono a individuare la comunicazione più efficace che serve a riflettere sugli aspetti generali, particolari e speciali, sui mezzi da impiegare, sull’efficacia e sulle didattiche specifiche. Ovviamente la pedagogia non potrà essere monocromatica ma dovrà necessariamente aderire a diverse visioni di soggetto-persona e per questo sarebbe più corretto parlare di pedagogie. In Italia la pedagogia verte in due direzioni: una improntata verso una visione religiosa ed una verso una visione laica, fra le correnti di pensiero più rilevanti troviamo:
  • il personalismo che ha goduto di apporto di diversi filosofi e pedagogisti laici e cattolici e fra i precursori troviamo sant’Agostino, Tommaso d’Aquino ed Erasmo da Rotterdam. Tale movimento trova le sue origini dall’opera dei filosofi E. Mounier e J. Maritain i quali colgono la gravità della disgregazione sociale in atto in Europa negli anni ‘30. come strategia per il

superamento di tale crisi Mounier prospetta una “terza via” che prosegua lo scopo di superare tanto l’esaltazione dell’individuo tanto quella del mito del collettivismo. Il personalismo nasce come corrente che si oppone a ogni ideologia rigida e dogmatica, esso attribuisce valore alla persona umana definendola in base alla sua capacità di pensare, di decidere e di dialogare. Vi è la consapevolezza che il fanciullo non nasce come persona ma lo diventa mediante l’educazione; il compito dell’educatore è quello di suscitare la persona. Nasce così la pedagogia dell’impegno ed è rivolta alla donna e all’uomo nella sua totalità ed è incentrata sull’amore (mentre l’individualismo centra la persona su se stessa, il personalismo mira a decentrarla, ad aprirla al tu, all’amore).

  • L’empirismo rappresenta la prospettiva che interpreta al meglio le esigenze del rinnovamento scientifico della pedagogia negli anni ‘70. gli autori che vi aderirono scelsero come principale orientamento J. Dewey che valorizza la dimensione logica del pensiero attraverso le fasi costruttive dell’intelligenza. Quando la pedagogia provò a diventare autonoma trovò numerose critiche soprattutto da Kuhn e Popper cha ha introdotto nel metodo induttivo il principio di falsificazione sostenendo che ogni verità scientifica è sempre parziale. Kuhn asserisce che l’andamento reale del processo scientifico non è lineare e cumulativo, non segue una direzione precisa m si muove in modo irregolare e dunque la ricerca scientifica comporta una lotta tra paradigmi e il passaggio dall’uno all’altro comporta sempre aspetti regressivi e progressivi. Feyerabend sottolinea quella che è l’incommensurabilità delle teorie scientifiche.
  • Il problematismo pedagogico è rivolto ad assicurare respiro all’universalità; in Italia Banfi e Bertin delineano un modello di razionalità critica muovendosi su un doppio binario: quello metodologico che conferisce alla pedagogia un carattere scientifico e quello epistemologico che coniuga l’idea trascendentale e quella del possibile. In tale contesto è fondamentale il concetto di ragione intesa come strumento di analisi storico-sociale. Essa deve essere impiegata non solo per comprendere il mondo ma anche per trasformarlo. Lo scenario più verosimile in merito alla storia dell’umanità ipotizza una rete permanente di scambi non solo culturali ma anche genetici tra popolazioni diverse, pertanto è necessario eliminare il preconcetto dell’esistenza di più razze: l’unica razza esistente sulla terra è quella umana. Nel contempo benchè le migrazioni sono sempre esistite, l’essere umano non è ancora riuscito a risolvere adeguatamente la gestione delle diversità. Da una veloce rassegna sui modelli di incontro-scontro adottati nel corso dei millenni emerge un quadro poco rassicurante:
  • eliminazione: lo straniero è visto come una minaccia e lo si cerca di eliminare tramite la violenza o le armi.
  • Assimilazione: lo straniero è concepito come primitivo e si cerca di assorbirlo all’interno della propria cultura.
  • la conoscenza è intersoggettiva ovvero data dall’unità con gli altri soggetti
  • il linguaggio contribuisce a costruire il mondo. In forza a a tali assunti, il pensiero multiculturale contribuisce al superamento del paradigma monoculturale e universalistico. Nel tempo dell’Illuminismo sono riscontrabili i seguenti assunti:
  • la realtà esiste indipendentemente dalle rappresentazioni umane, dal linguaggio e dal pensiero
  • la verità dipende dall’accuratezza della rappresentazione
  • la conoscenza è oggettiva e dipendente dalle caratteristiche etniche e culturali dell’attore sociale
  • il linguaggio è staccato ed indipendente dal mondo Essendo impossibile costruire valori universali dal nulla, al centro del pensiero universalista vi è la concezione etnocentrica del mondo dove la cultura a cui appartiene è l’unica giusta e vera e andrebbe diffusa in tutti i luoghi. Mentre nella concezione multiculturale si trovano tracce sia di idealismo che di relativismo culturale. Solo alla fine degli anni ‘70 Porcher formula le prime ipotesi sull’approccio interculturale e traccia le componenti costitutive del nuovo approccio pedagogico che gli esperti del Consiglio d’Europa definirono “educazione interculturale” o “ interculturalismo pedagogico”. Il principio fondamentale messo in evidenza fu quello di concepire l’educazione come aperta a tutti: l’apertura all’altro diviene un elemento essenziale di ogni pratica pedagogica. Essa implica il coinvolgimento di tutti gli insegnanti di un determinato sistema scolastico. Nella pratica scolastica si richiedono sia la collaborazione interdisciplinare tra i diversi specialisti sia l’inserimento a pieno titolo di argomenti interculturali nella formazione di tutti gli insegnanti, sia nuovi investimenti sul piano dei programmi scolastici, della didattica, dei metodi e delle valutazioni. Lo studio di M. Abdallah-Pretceille costituisce il miglior quadro scientifico circa la nozione di pedagogia interculturale e nella quale si sottolinea l’importanza di definire con chiarezza il concetto di cultura. L’approccio viene elaborato in maniera multidisciplinare, consapevole del fatto che nessun fenomeno umano è giudicabile da un solo punto di vista e ritiene che l’interculturale debba essere costituito attorno a 3 concetti fondamentali:
  1. asse soggettività-intersoggettività dove la caratteristica fondamentale della cultura è il movimento. L’oggettivizzazione tende a presentare le culture come un qualcosa di esterno all’uomo ma in tal modo viene fatto apparire come permanente ciò che in realtà è transitorio. Definendo le identità culturali come assiomi posti a priori si conferisce loro un carattere ideologico e si rischia di razionalizzare. L’individuo in questa prospettiva tende a negare il proprio ruolo attivo nell’elaborazione della propria identità culturale. A fronte di ciò la Pretceille propone un concetto di cultura in cui sono le persone che interagiscono con altre persone e nel contempo è previsto un processo psicologico di

oggettivizzazione in conseguenza del quale le culture così oggettivizzate esercitano un influsso sulle singole persone.

  1. Antinomia identità-alterità ossia la dialettica io-altro, l’autrice considera l’importanza dell’altro non in opposizione ma in interferenza con l’io. L’altro assume il ruolo di specchio come costitutivo della propria identità. La relazione con l’altro può sfociare in disfunzionamenti o crisi, particolarmente significativi per l’approccio interculturale, in quanto consentono di svelare la tendenza ad eleggere ciò che è tradizionale quale valore supremo o la propensione alla cristallizzazione dell’individuo in una delle sue identità. In tale testo l’identità assume un carattere dinamico e plurale nel senso che essa non è mai compiuta ma sempre integrativa del multiplo, è una nozione nello stesso tempo stabile e dinamica, costante ma in evoluzione. Risulta così evidente il carattere paradossale del discorso dell’io sull’altro perché l’altro non si lascia raffigurare: egli è uno sguardo e non una cosa da vedere. L’altro si inscrive in una multidimensionalità che l’antropologo Todorov riconduce a 3 aspetti: - piano assiologico dove si esprime un giudizio sui valori - piano praxeologico dove mi avvicino all’altro e me ne allontano - piano epistemico dove conosco o ignoro l’identità dell’altro su tale base la Pretceille colloca al centro della pedagogia interculturale il processo di acculturazione che ella concepisce come luogo dell’incontro e del rapporto con l’altro
  2. antinomia differenza-universalità dove secondo l’autrice se l’identità affonda le sue radici nella dialettica dell’io e dell’altro nel contempo essa rinvia alla problematica della differenza. Ogni differenza è percepita come minaccia e suscita reazioni di difese, le differenze percepite non corrispondono con le differenze obiettive; il postulato contrario dell’uguaglianza può condurre anch’esso a una forma di rigetto per in-differenza. Per tale motivo al centro della riflessione pedagogica interculturale vi è l’invito a riflettere sui rapporti tra culture e universalità. Le diverse culture sono considerate come metafore e ciascuna di esse esprime lo stesso reale. La Pretceille termina la sua analisi sulla pedagogia interculturale sottolineando come essa non costituisca una risposta ai problemi ma sia piuttosto un approccio per affrontare i problemi al meglio. Grazie a tali riflessioni si è riuscita a superare la v isione monoculturale che esaltava solo specificità e differenze; i l modello universalistico ossia l’idea che valori e scopi fondamentali dell’umanità debbano essere identici dappertutto; le teorie sul determinismo biologico che sottovalutavano il ruolo della cultura; il determinismo culturale che considera l’uomo solo come prodotto della propria cultura; l’ evoluzionismo che analizza, osserva e compara diversi sistemi culturali a partire da uno solo ovvero il proprio e considera i gruppi come primitivi e come tappe antecedenti allo sviluppo; il relativismo culturale che tende a trovare in ogni comportamento umano una giustificazione causale pertinente ed infine anche il multiculturalismo che elabora una teoria delle differenze basata solo su un piano teorico-

vuole e condurrebbe così a sorvolare sulle sfumature presenti nella vita culturale. Il rischio maggiore consisterebbe nell’abolire il fondamento stesso dell’intervento educativo.

  • La pedagogia multiculturale a tutt’oggi rappresenta l’approccio maggiormente noto. La pluricultura rimanda all’effettiva esistenza di etnie e culture differenti e include anche il concetto di irripetibilità e di non compatibilità. In esso si studiando principalmente le differenze negli usi, costumi e tradizioni e tutte queste informazioni offriranno uno spunto per l’educazione al riconoscimento e al rispetto dell’identità culturale altrui. L’intervento educativo si configurerebbe come sensibilizzazione alle molteplici culture ma il rischio principale di tale approccio scaturisce dal considerare le culture in maniera rigida e statica e la pedagogia non può limitarsi a proporre degli interventi a carattere prettamente descrittivo, promuovendo una convivenza, più o meno pacifica.
  • L’approccio della pedagogia interculturale rappresenta una vera e propria rivoluzione copernicana poiché i concetti di identità e cultura non sono statici ma dinamici e sono considerate come opportunità di arricchimento e di crescita personale e collettiva. Questo approccio non è un’invenzione dal nulla ma si costruisce sugli elementi positivi e sui limiti dei modelli precedenti. Con l’aggiunta del prefisso “inter” presuppone la relazione, l’interazione, lo scambio di due o più elementi. Fondandosi sul confronto del pensiero, di concetti e preconcetti, la pedagogia interculturale si configura come pedagogia dell’essere dove al centro è posta la persona umana nella propria interezza a prescindere da nazionalità, lingua, cultura o religione di appartenenza. In sintesi gli aspetti rivoluzionari dell’approccio pedagogico interculturale sono:
  1. con la parola interculturale si implica il riconoscimento dei valori e delle diversità
  2. il paradigma pedagogico interculturale ha permesso di superare le strategie educative a carattere compensatorio dove prende atto dalla continua evoluzione, dalla dinamicità delle singole culture e identità; l’alunno straniero è visto come risorsa
  3. non si tratta di una materia di studio ne di una provincia pedagogica, l’aggettivo interculturale rimanda a una nuova forma mentis
  4. la multiculturalità della società va messa in movimento per sfociare in interculturalità
  5. laddove l’interculturale rimanda alla dimensione pragmatica, all’intervento da attuare si per se’ non esiste ma è più corretto parlare di educazione interculturale.
  6. I documenti del consiglio d’Europa I primissimi impulsi all’implementazione della pedagogia interculturale sono giunti dapprima dagli organismi internazionali quali Onu, che ha da sempre favorito la cooperazione culturale in ambito mondiale e Unesco che si occupa dichiaratamente di educazione perseguendo lo scopo del rispetto dei diritti dell’uomo e le libertà fondamentali. I primi accenni di educazione trasn e multiculturale si trovano in seno all’Unesco nella conferenza generale del 1978 a Parigi dove si sostiene che tutti gli esseri umani hanno il diritto di essere diversi e

di essere accettati come tali. La prima nota ufficiale che parla di educazione interculturale proviene dal Consiglio d’Europa che emanò la prima Risoluzione del comitato dei ministri riguardante la scolarizzazione dei figli dei lavoratori emigrati negli stati membri, mirate sia a favorire la loro integrazione all’interno della scuola del paese di accoglimento. Si cercò di riflettere sui problemi dell’educazione dei bambini emigranti e sul modo di mantenere il loro legame con la lingua e cultura di origine così è emersa la necessità di un’educazione interculturale. Venne poi emessa una Raccomandazione relativa alla formazione degli insegnanti per un’educazione basata sulla comprensione interculturale, nella seconda metà degli anni ‘80, il Consiglio d’Europa promosse una serie di sperimentazioni inerenti all’educazione interculturale.

  1. Pedagogia interculturale in Italia L'Italia ha potuto usufruire delle esperienze e degli errori compiuti all’estero, introducendo direttamente il concetto di pedagogia interculturale. Il sistema scolastico italiano è uno dei pochi al mondo ad avere un carattere strutturalmente inclusivo con un’elevata sensibilità verso la pedagogia trans, multi e/o interculturale. Negli ultimi anni sono stati emanati numerosi documenti ministeriali e fra i più importanti troviamo c.m. 301/1989 Inserimento degli stranieri nella scuola dell’obbligo in cui la scuola in risposta si orienta verso un’attenzione alla persona e ai singoli immigrati e contemporaneamente alla cultura di ciascuno di essi. c.m. 205/1990 La scuola dell’obbligo e gli alunni stranieri dove si introduce per la prima volta il concetto di educazione interculturale. Successivamente vennero date delle indicazioni concrete circa la didattica interculturale anche in riferimento alle singole discipline, promuovere scambi con l’estero, la mobilità studentesca e l’apprendimento di lingue straniere, venne inoltre disciplinata la condizione dello straniero e l’immigrazione. L’articolo 45 prevede la possibilità di chiedere l’iscrizione alle scuole italiane di ogni ordine e grado in qualunque periodo dell’anno scolastico; successivamente nel 2006 vennero date delle linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri che spiega la scelta dell’educazione interculturale e fornisce indicazioni operative. Durante il XXX convegno Scholè di Brescia, Secco fornisce i preliminari per la costruzione del discorso interculturale e propone una pedagogia interculturale sull’essere dell’uomo. Al centro vengono poste le persone e non la loro cultura e quanto affermato implica il riconoscimento delle pari dignità e dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, la negazione del razzismo e del dominio dell’uomo sull’uomo. Secco propone di partire dall’educazione comparata e in tal modo la pedagogia interculturale è rivalutata nel suo ruolo di disciplina composita che si serve dell’apporto di tante altre discipline e configurandosi nel dialogo fra culture ed identità. Bisogna dunque fondare la pedagogia interculturale sulla pedagogia dell’essere.

3. COMPETENZE INTERCULTURALI

Nel tempo delle globalizzazioni si assiste a forti mutamenti spazi-temporali come conseguenza di un profondo processo dissolutivo delle strutture fondamentali della modernità. A motivo delle diverse modalità comunicative, sul piano verbale, paraverbale e non verbale, esistenti nelle diverse aree della terra, è inevitabile che si verifichino incomprensioni, problemi e conflitti. La comunicazione interpersonale esige delle competenze specifiche, culturalmente radicate, rispetto alle diverse forme di espressività. Essa avviene attraverso un codice condiviso: il linguaggio. I significati di segni e suoni del linguaggio sono di natura convenzionale e il legame tra loro è frutto di una convenzione linguistica. La comunicazione interpersonale verbale può essere allora intesa come processo di trasmissione di complessi concettuali di significato tra soggetti dialoganti. A ciò si aggiunge anche la comunicazione non verbale e la comunicazione paraverbale che generalmente ubbidiscono in maniera ancora più forte ai parametri di natura culturale. Nelle diverse culture i messaggi verbali della comunicazione interpersonale faccia a faccia sono accompagnati da codici non verbali e paraverbali che forniscono uno sfondo analogico per le parole digitali come nel caso della voce, della gestualità, del contatto con gli occhi. Il non verbale e il paraverbale sono molto più legati ad esperienze pregresse e alla cultura di provenienza dei soggetti e possono presentarsi a interpretazioni errate. Fra le modalità comunicative più importanti dell’uomo vi sono anche numerose componenti innate e o svincolate dal controllo razionale e impiegate in maniera rilevante nella codifica e nell’interpretazione del messaggio. Esse forniscono informazioni generai sulla persona e grazie a tali elementi i soggetti formulano un primo giudizio sulle persone con cui si trovano ad interagire. Anche l’aspetto esteriore è inteso come forma di comunicazione non verbale in quanto provvede all’autopresentazione. Mentre nel linguaggio verbale le differenze sono palesi si presume che i linguaggi non verbali e paraverbali siano universali. Tutte le volte che le persone si incontrano si produce uno stato emotivo. I membri di un dato gruppo linguistico-culturale generalmente condividono molte aspettative riguardanti le tipologie di rapporti. Il termine “competenza” deriva dal verbo latino competere che significa andare insieme. Oggi una prima difficoltà nasce dal consenso sul concetto di competenza infatti si trovano accezioni anche molto diverse tra loro a seconda dell’ambito in cui ci si trova. Negli ultimi anni il concetto competenza è stato inteso come abilità, capacità, attitudine, saper fare, qualificazione, conoscenza e sapere. Nel settore pedagogico il termine ha sostituito dal 1990 quello di “qualificazione” troppo legato ad un compito o mestiere. Il concetto di competenza implica non solo singoli saperi e conoscenze ma anche la capacità della loro applicazione a fronte di nuove situazioni. Esso non si riferisce a concetti astratti ma a concrete situazioni di vita. In germania il concetto è stato introdotto da H. Roth che ha accostato la competenza alla capacità nonché alla capacità di azione responsabile.

Non esistono studi o approcci allo studio della comunicazione che non mettano in risalto la stretta interconnessione fra comunicazione e cultura. La comunicazione da visibilità alla cultura e contribuisce a definirla; la cultura sopravvive se è comunicata poiché si trasmette mediante pratiche comunicative. Rispetto alla comunicazione interculturale, attualmente nel mondo esistono innumerevoli scritti e pubblicazioni. La paternità è attribuita agli Stati Uniti poiché dopo la seconda guerra mondiale, il Dipartimento di Stato americano fondò il Foreing Service Institute al fine di preparare al meglio i propri diplomativi. Gli Stati Uniti promossero un piano di sostegno economico e di alleanze strategiche con paesi del Sudamerica, Asia e Africa che prevedeva l’invio di finanziamenti, tecnologie, professionisti per l’alfabetizzazione degli adulti, il miglioramento delle condizioni di salute, l’incremento della produttività agricola ecc. una riflessione sulla sostenibilità di ulteriori progetti suggerì l’opportunità di una pianificazione preliminare più accurata. Nel corso del tempo tale disciplina è stata riconosciuta come ambito specifico fra gli studi sulla comunicazione. Tali studi sono poi confluiti nel settore delle cosiddette “competenze interculturali”, concetto anch’esso nato negli Stati Uniti negli anni ‘50. uno dei ricercatori più autorevoli è sicuramente G. Hofstede considerato tra i fondatori di tale disciplina, esso sottolinea come le parole “famiglia”, “lealtà” e “puntualità” abbiano significati diversi in relazione al contesto culturale di riferimento. L’autore indica chiaramente molte differenze sostanziali circa i valori culturali di un gruppo rispetto a parametri quali spazio e tempo. Nel complesso le principali differenze sono intraviste nell’interpretazione relativa al segno, all’oggetto o all’azione. Quando entrano in gioco differenze culturali e diversi codici linguistici verbali e non possono insorgere ulteriori incomprensioni e conflitti a più livelli:

  • pensiero e linguaggio: la struttura e il vocabolario di una lingua influiscono in modo rilevante sulla modalità di pensiero e di percezione della realtà
  • linguaggio non verbale: il sorriso in Europa significa l’essere d’accordo oppure l’aver compreso quanto viene detto ma in Giappone ascoltare sorridendo può significare che chi ascolta si limita a sorridere e mantenere il silenzio per non offendere l’altro; guardarsi negli occhi può significare un gesto di attenzione in alcuni contesti culturali mentre in altri è visto come mancanza di rispetto verso gli altri
  • segnali e simboli: ad esempio in Cina il color bianco è segno di lutto mentre in Europa è usato dalla sposa come segno di purezza
  • modalità di espressione: l’utilizzo di segni verbali e non verbali dipende da “regole comunicative” condivise in una culturale Nel 2007 A. Fantini realizza un’ampia analisi critica delle pubblicazioni e delle scale di misurazione circa le competenze interculturali. Egli considera tali competenze come un “complesso di abilità atte a
  • Kelley e Meyers mostrano la Ccai che misura la resilienza emotiva cioè la capacità di far froonte alle ambiguità, la capacità di porsi con inventiva di fronte agli stress emotivi del contesto di lavoro interculturale, acutezza percettiva e senso di identità personale.
  • Làzàr, Huber-Kriegler, Lussier, Matei e Peck nel 2008 tracciano una scala per misurare le competenze interculturali dei formatori, elaborando le 3 dimensioni più note: sapere come conoscenza del mondo legata alla memoria; saper fare come utilizzare la lingua in modo funzionale ed infine il saper essere nel senso di saper comprendere. Mentre la pedagogia multiculturale rimanda all’effettiva esistenza di etnie e culture differenti, include il concetto di irripetibilità e di non componibilità di ciascuna cultura, l’approccio interculturale si colloca tra universalismo e relativismo ma li supera aggiungendo la possibilità di dialogo, confronto e interazione. Ma i limiti esistenti sono molteplici:
  • spesso si tratta di un approccio individualista, espressione della cultura occidentale
  • vi è il grosso rischio della stigmatizzazione laddove si presentano aspetti stereotipati
  • correlata a ciò vi è la scarsa considerazione della dinamicità di ogni cultura, della specificità di ogni persona umana, delle differenze legate al genere…
  • non offrendo spazio adeguato ai risultati di recenti ricerche sono focalizzati solamente gli aspetti relativi alle differenze culturali e sottovalutate o ignorante le diversità socioculturali Le critiche di Giaccardi riguardano la visione assunta da tale approccio che è indicativa della sua natura prettamente strumentale, la cornice temporale e culturale in cui è formulata tiene poco conto degli apporti di altre materie. Ovviamente non tutte le pubblicazioni incorrono in tali errori o lo fanno nello stesso modo. Un modello promettente è stato elaborato da Deardoff nel 2006 che definisce l’educazione interculturale come la capacità di interagire in modo efficace e adeguato in situazioni interculturali, essa è supportata da specifici atteggiamenti e particolari caratteristiche affettive. L’acquisizione delle competenze indicate è definita come un processo continuo e dinamico ma tuttavia anche in questo caso sono presenti concetti quali la tolleranza che rende la visione prettamente occidentale. Il centro studi interculturali di Verona ha provato a riconoscere gli elementi che favoriscono le competenze personali e fra queste abbiamo rispetto, sopportazione dell’ambiguità, capacità di elaborare riflessioni personali e di esprimere riflessioni proprie. La libertà e la capacità di esprimersi, la volontà e la facoltà di ascoltare ciò che altri dicono sono elementi fondamentali. Il dialogo interculturale contribuisce all’integrazione politica, sociale, culturale ed economica. Oggi occorre pervenire alla ridefinizione delle competenze interculturali: è necessario ribadire l’importanza di transitare dalle competenze multiculturali a quelle interculturali laddove l’altro non è solo l’osservato, descritto e conosciuto ma entra a far parte di un dialogo dinamico e interattivo.

La culturalità e l’identità di ogni persona cambiano in continuazione, oggi diviene necessario essere preparati a governare e a gestire bene i molti cambiamenti. Nel tempo delle globalizzazioni ogni singola persona e ogni gruppo umano necessitano urgentemente di competenze interculturali così da individuare bene cosa è bene lasciare rispetto a ciò che è necessario conservare, promuovere e sviluppare ulteriormente. Conflitti e aggressività sono ineliminabili in natura e nell’esistenza degli esseri umani e talvolta sono anche indispensabili alla crescita. Molto spesso nelle società occidentali il conflitto è associato alla violenza e gestire bene un conflitto equivale ad accettare passivamente l’aggressività o le idee altrui. In educazione occorre evidenziarne l’aspetto dinamico, promuovendone la modalità giusta e propositiva per lo sviluppo della personalità. Tra gli aspetti positivi del conflitto Johnson indica lo stimolo intellettivo ovvero la capacità di riflessione, argomentazione e di eterocentrarsi, la promozione di una relazione più intensa e significativa con gli altri. A loro giudizio la strategia migliore per gestire bene il conflitto è la negoziazione in modo da coniugare bene il proprio punto di vista con quello dell’altro secondo la logica dell’ e e non dell’ o poiché è necessario individuare i fatti che suscitano il conflitto ed essere disponibili a discutere per superarlo, confrontandosi discutendo sul problema e non sulla persona, ricercare soluzioni che diano vantaggi ad entrambe le parti. Un’altra modalità efficace è la controversia ovvero sviluppare tesi opposte su un argomento. In un contesto educativo familiare si rivela efficace anche il metodo del negoziato che si divide in due modalità, quello distributivo dove la sconfitta di una parte costituisce la vittoria per l’altra parte e quello integrativo dove vincono entrambe le parti. Solitamente il secondo permette di trasformare il conflitto in maniera nuova e creativa. Fra le competenze interculturali necessarie rientra anche il riconoscimento delle emozioni, il concetto di emozione deriva da impulso ed agire. Gli stoici mostrano come il reprimere rabbia aiuti a vivere meglio, anche Darwin ha dedicato uno dei suoi testi fondamentali alla gestione delle emozioni, ciò che renderebbe l’uomo veramente tale. Le emozioni sono intese come stato affettivo di breve durata accompagnato da manifestazioni organiche e contrassegnato da specificità ed intensità quantitativa ed esteriore. L’emozione condivide la funzione regolativa dei diversi processi psichici e svolge una funzione primaria di motivazione e guida della persona nella sua attività mentale e nel comportamento. Purtroppo nelle società occidentali le emozioni sono concepite in termini di controllo e vi è assegnato un ruolo di subalternità e marginalità. Spesso non si considera che emozioni e sentimenti sono il tramite più adatto e preciso per comunicare contingenze di rapporti, relazioni tra l’io e gli altri tra l’io e l’ambiente. Perciò in famiglia e a scuola e nella società civile diviene più che mai necessario e urgente acquisire modalità atte a riconoscere emozioni e sentimenti e a gestirli in maniera propriamente umana. Non essendo innata la capacità di gestire le emozioni va appresa e praticata in tutti i contesti di vita.

Il riconoscimento di peculiarità, attitudini e desideri del proprio figlio è compito educativo che trascende l’adozione; alla coppia è richiesto di saper accettare il passato del bambino, un bambino che sicuramente ha vissuto e vive dei periodi critici perché, abbandonato da adulti conosciuti, deve adeguarsi ad aspettative di adulti sconosciuti. Sul piano educativo si tratta di un processo molto delicato, di un’impresa congiunta che veda coinvolti genitori e figli. Tale equilibrio dinamico che vede coinvolti genitori e figli diviene ancora più importante nel caso dell’affido, nel senso che oltre al legame con la famiglia affidataria sarà fondamentale curare il rapporto positivo con la famiglia di origine, evitando di formare nicchie educative. La situazione delle famiglie straniere molto variegate è un altro aspetto da valutare infatti la scelta e l’attuazione del progetto migratorio rappresentano fattori destabilizzanti per tutti i membri della famiglia, un momento di crisi dove ogni famiglia si trova difronte al compito di individuare nuove strategie di coping efficaci per le nuove sfide. Fra i fattori più stressanti abbiamo: il progetto migratorio dettato da spontaneismo oppure troppo rigido, il passaggio dalla famiglia allargata alla famiglia nucleare che comporta disorientamento, la distanza dalla lingua e dagli affetti per cui spesso sono i figli a fungere da mediatori. In sintesi anche chi non emigra è esposto a valori e modalità comportamentali molto diversi. La famiglia del XXI secolo sarebbe contraddistinta dal trasferimento delle sue funzioni educative ad altre istituzioni con la conseguente perdita del suo fondamentale ruolo di intermediazione tra individuo e società, tra sfera privata e pubblica, tra natura e cultura. Occorre riflettere sulle modalità idonee a riconoscere rischi ed opportunità che attengono in maniera particolare al ruolo educativo della famiglia; occorre cominciare dall’educazione nell’ambiente domestico. La sociologia conferisce alla famiglia un carattere primordiale dimostrabile su diversi piani:

  • per l’origine della società umana infatti la società nasce quando nasce la famiglia
  • per il suo costante riprodursi
  • per la singola personale
  • la famiglia è primordiale anche perché costituisce la matrice del processo di civilizzazione Sul piano giuridico, il fondamentale ruolo della famiglia è stato riconosciuto dall’Onu nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 e trova riscontro nella legislazione dei maggiori paesi del mondo. In famiglia è necessario promuovere una corretta educazione alla conoscenza etnica, solo dopo aver acquisito stabilità e piena consapevolezza delle proprie radici, il soggetto riuscirà a dialogare proficuamente con persone di lingua, cultura, religione e modalità comportamentali differenti. È necessario ribadire alcuni principi educativi generali: il gruppo famiglia va considerato come capitale sociale laddove ogni membro diventa sensibile alle diversità dentro e fuori la famiglia.

Dopo una prolungata esperienza clinica in Inghilterra Bettelheim da dei suggerimenti per promuovere un ottimale sviluppo della personalità: al centro dovrebbe esserci il rispetto della personalità dei figli e a tal fine i genitori dovrebbero vivere secondo i propri valori fornendo delle direttive e aiutando il bambino a sviluppare fiducia in se’ stesso e nel mondo. Importanti ingredienti educativi saranno: l’empatia e l’essere d'esempio. L’ambiente domestico è da considerare come luogo privilegiato per la realizzazione di alcuni principi, innanzitutto per eliminare pregiudizi e stereotipi è necessario imparare ad individuarli e a gestirli opportunamente. Per il clima di fiducia e per l’intensità emotiva la famiglia è da ritenersi uno dei luoghi privilegiati per l’educazione ai sentimenti e all’interno della stessa occorre coltivare e promuovere la disposizione a legarsi affettivamente ad altre persone,a cose, attività e idee. Importante è anche l’educazione all’ascolto, al dialogo, alla comprensione e in forza di ciò l’educazione domestica può essere volta alla pace e alla gestione non violenta del conflitto. Imparare a gestire opportunamente i conflitti e l’aggressività non è da considerare solo come impulso negativo ma opportunamente incanalata e veicolata è propositiva all’inserimento sociale. Fra gli ambiti da attuare in famiglia vi è anche l’educazione al pluralismo, alla legalità e al rispetto dei limiti così da poter raggiungere l’autonomia di pensiero e la criticità. All’interno del nucleo domestico si lasciano soddisfare meglio anche il bisogno di attaccamento nonché quello di fiducia in se’ stessi, nelle proprie potenzialità e nel mondo esterno. In famiglia la separazione non dovrà essere recepita in maniera negativa ma come esigenza fondamentale di ogni soggetto. Il fanciullo necessita dell’esperienza della separazione dalla persona principale di riferimento perché solo in questo modo potrà affrontare serenamente i successivi distacchi legati all’ingresso a scuola, per giungere alla piena capacità di fare da se’. Importante è che i genitori sappiano corrispondere adeguatamente ai bisogno di attenzione emozionale profonda e di congruenza. Il bisogno di ricevere attenzione, di essere accettato per quello che si è e non per quello che si ha o che si fa. Soprattutto in contesto migratorio occorre corrispondere anche al bisogno di congruenza come armonia tra il proprio se’ ed il mondo esterno. La congruenza permette di riconoscere il più possibile dei propri sentimenti e delle proprie sensazioni come parti del proprio se’. Specie per l’educazione in famiglia l’appagamento dei bisogni di partecipazione attiva e di continuità svolge un ruolo importante; la partecipazione attiva implica la possibilità di influire attivamente sul mondo esterno.Molto vicino e collegati ad essi ci sono anche i bisogni di struttura, giustizia e di legalità. Per quanto attive al bisogno di continuità è indispensabile avere dei parametri di riferimento che non vengano proposti in maniera discontinua o contraddittoria. Per i coniugi ciò comporta essere in grado di cogliere opportunamente il valore della libertà coniugando con la responsabilità e la capacità di pensare con la propria testa assieme all’umiltà del confronto. La famiglia necessita di avere forme di sostegno e aiuto sul piano giuridico, economico-finanziario, psicologico; aiuti concreti sul piano socioeconomico e giuridico al fine di attuare un politica d’inclusione