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Riassunto di Petronio + classico: La conversazione dei liberti [Satyricon, 41,9-42,4 e 42,6-43,1] Riassunto di Apuleio senza classico
Tipologia: Sintesi del corso
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Vi sono molte questioni aperte per quanto riguarda il Satyricon, infatti dagli estratti frammentari che ci sono pervenuti non sappiamo in che epoca sia stato scritto, né abbiamo identificato con certezza il Petronio che i manoscritti indicano come autore; infatti l’ipotesi più probabile è quella di Gaio Petronio, cortigiano di Nerone che prima era favorito dal principe ma infine venne accusato di aver partecipato alla congiura dei Pisoni e condannato al suicidio MA Tacito negli Annales non fa riferimento al fatto che quel Petronio avesse scritto un romanzo. Ai dubbi sulla paternità si collegano quelli sull’epoca della composizione, che per molti è quella di Nerone. Lo scrittore sembra prendere di mira Lucano, denuncia le velleità del princeps in persona e fa riferimento a personaggi pubblici che hanno lo stesso nome di personaggi di questi anni. Vi è anche la polemica sulla decadenza delle arti e della scuola di retorica nei primi capitoli che vedono Encolpio a colloquio con il retore Agamennone, ma è in sintonia con l’atmosfera neroniana come con quella del II secolo d.C. Inoltre vi sono dei problemi filologici legati alla trasmissione dell’opera: il testo dovette circolare per estratti, che una volta ordinati ammontano a 141 capitoli ma, dato che non abbiamo un vero e proprio finale, non possiamo ipotizzare la lunghezza effettiva. Per quanto riguarda il titolo, ovvero Satyricon libri “libri di cose da satiri”, cioè di argomenti licenziosi in chiave comica, esso fa riferimento al tono e al contenuto del genere cosiddetto priapeo (dal nome di Priapo, dio del sesso). TRAMA- Il romanzo racconta le vicende rocambolesche del giovane Encolpio e del suo innamorato Gitone; queste vicende tra inseguimenti e fughe, naufragi e episodi a sfondo priapeo, si svolgono tra una graeca urbs dell’Italia meridionale (forse Cuma) e a Crotone. Ai due si affiancano molti altri personaggi, come Ascilto (uomo senza morale e senza scrupoli) ed Eumolpo (poeta appassionato di poesia al punto di farsi bastonare pur di recitare dappertutto). GENERE- Il Satyricon è un romanzo variegato nella forma (alla prosa si alternano gli inserti poetici) e nei contenuti (alla vicenda centrale si affiancano racconti estranei alla narrazione e spazi critici di riflessione). Per questa sua varietà non ha precedenti nella letteratura latina ma vediamo come i suoi elementi abbiano radici in esperienze precedenti. È chiaro che la base del Satyricon è stata fornita dal romanzo greco, che però a differenza del romanzo di Petronio presenta personaggi stereotipati e con scarso sviluppo psicologico, tipici della letteratura di consumo. Inoltre nel Satyricon gli amori non hanno carattere puro ma fanno il verso agli amori senza macchia di quei romanzi: per questo alcuni studiosi vedono nel romanzo petroniano una vera e propria parodia del romanzo greco che si fonda sulla critica del moralismo ipocrita sotteso a quel genere letterario. La trattazione del tema erotico si riallaccia alle fabulae milesiae e alla letteratura priapea: nel romanzo sono inserite due fabulae milesiae e tre racconti (un horror, uno sulla magia e un aneddoto) della tradizione novellistica. Alcuni studiosi videro nel continuo viaggio di Encolpio perseguitato da Priapo una parodia dell’Odissea (Odisseo-Poseidone). Infine, l’alternanza di prosa e versi rimanda alla satura Menippaea (Apokolokyntosis). Il prosimetro ha due funzioni: o è giustificato dalla situazione (un personaggio declama un passo poetico) oppure rappresenta uno sfogo tragicomico a commento di una situazione. Dunque tutti questi richiami a modelli letterari sono opportuni perché essi sono visti come lo strumento per creare un’opera nuova con piacere nel narrare (e non sono il fine della narrazione). REALISMO- Il motivo ispiratore del Satyricon è la vita del mondo reale e quotidiano (Petronio vuole raccontare quod facit populus), tanto nei suoi aspetti più bassi (come nella descrizione della realtà dei liberti) quanto in quelli seri (tematiche letterarie). Ogni aspetto meno nobile della vita viene raccontato con un eccezionale dinamismo vitale e con l’atteggiamento distaccato di un esteta intelligente, che ha la sua morale alternativa e quindi scandalosa, che si oppone ai moralisti ipocriti. Infatti il romanzo petroniano riscatta anche gli argomenti cosiddetti osceni che finiscono di essere tali ma, quando sono visti senza un atteggiamento malizioso, diventano un elemento essenziale della vita. Nella sequenza della cena di Trimalcione (che si estende per 53 capitoli) lo scrittore offre un’analisi dei modi di vivere e di pensare della classe dei liberti arricchiti, di cui Trimalcione è esponente. Egli è un ignorante megalomane ossessionato dalla paura della morte. In questa descrizione Petronio non è interessato tanto alle motivazioni psicologiche che hanno prodotto questo movimento, ma piuttosto agli aspetti psicologici e comportamentali di questo nuovo tipo sociale. LINGUA- La lingua del Satyricon è limpida e semplice ma si innalza in occasione di riflessione e dibattiti su argomenti alti, senza mai perdere quella leggerezza e semplicità che caratterizzano lo stile di Petronio. In particolare, nella cena di Trimalcione l’arte mimetica del realismo petroniano riproduce i gesti e la psicologia dei liberti, e coinvolge anche il loro modo di esprimersi; in tal senso i dialoghi sono espressi nella lingua del parlato, ricca di grecismi (topanta= tuttofare) e di neologismi ibridi, nati dall’unione di greco e latino.
[41] Dopo questa portata, Trimalcione si alzò per andare al gabinetto. Noi, senza il tiranno, conquistata la libertà, cominciammo a provocare le chiacchiere dei convivati. Così Dama, dopo aver chiesto a gran voce delle coppe più grandi, disse: “Il giorno è nulla. Mentre ti giri, diventa notte. Perciò non c’è niente di meglio che dal letto andare dritti a tavola. E poi abbiamo avuto un freddo cane! A malapena mi ha riscaldato il bagno! Ma una bevuta calda è come un vestito. Ho bevuto un bicchiere dopo l’altro e sono proprio andato. Il vino mi ha dato alla testa” [42] Seleuco intervenne nella conversazione e disse: “Io non mi lavo tutti i giorni; il bagno infatti è un lavandaio: l’acqua ha i denti, e il nostro cuore giorno dopo giorno se ne va in acqua. Ma quando ho buttato giù una bella tazza di vino mielato, al freddo gli dico di andare a quel paese. E poi non ho proprio potuto lavarmi; oggi infatti sono stato a un funerale. Un bell’uomo, tanto per bene, Crisanto, ha sputato l’anima. E proprio poco prima mi chiamò da lui. Mi sembra di stare parlando ancora con lui. Ah, Ahimè! Siamo otri gonfiati che camminano. Siamo meno che mosche. Le mosche almeno hanno un qualche valore, noi non siamo più che bolle. (…) Però è stato messo via bene, sul suo letto mortuario, e con dei bei drappi. È stato pianto alla grande- ne ha affrancati un tot-, anche se la moglie lo ha compianto poco. E che dire se non l’avesse trattata come una regina? Ma una donna che sia davvero una donna è razza d’avvoltoi. Non conviene a nessun far loro niente di buono, è esattamente come gettarlo in un pozzo. Ma un amore di vecchia data è un cancro.” [43] Diventò noioso, e Filerote protestò: “Ricordiamoci dei vivi! Lui ha quello che gli si doveva: ha vissuto bene, è morto bene. Che cos’ha da lamentarsi? È venuto su dal niente, e sarebbe stato pronto a raccogliere a morsi un centesimo dallo sterco. E cosi cresciuto per quel che è cresciuto, come un favo.” COMMENTO- In epoca imperiale, soprattutto dall’età di Claudio, il numero dei liberti crebbe sempre più: alcuni di questi, arricchitisi, entrarono a far parte del ceto equestre o più tardi divennero funzionari nelle province. L’ascesa dei liberti, mal vista dagli aristocratici, rappresenta un elemento di dinamismo sociale all’interno di una società di per sé statica e conservatrice. Nonostante le loro ricchezze, i liberti restavano generalmente esclusi dalla gestione del potere politico; infatti molti tentavano di assimilarsi il più possibile, negli atteggiamenti e nello stile di vita, a quella aristocrazia che rimaneva socialmente superiore. Da qui nascce la figura del parvenu , il liberto arricchito ma rozzo