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Plinio il giovane - appunti, Dispense di Latino

plinio il giovane appunti dettagliatissimi

Tipologia: Dispense

2020/2021

Caricato il 02/06/2021

lasaggy29
lasaggy29 🇮🇹

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IL PRINCIPE E IL TESTO
IL PANEGIRICO: IL GENERE E I MODELLI
La parola è greca, πανήγυρις, discorso tenuto dinnanzi a un’assemblea
panellenica, senza originario ed esplicito valore di laudatio, ma al massimo con valore
di discorso “ufficiale”, discorso “solenne”. In latino invece assume valore di discorso
elogiativo, orazione eulogetica, in base al modello rappresentato dal Panegirico di
Isocrate. Fondamentale è il Codice di Magonza, contenente una raccolta di dodici
discorsi ufficiali presentati nell’inscriptio come panegirici (parola che però, presente
nel titolo, non compare mai nel corpo dei discorsi), risalenti a redattori di ambiente
gallico e distribuiti cronologicamente tra il 289 e il 389 d. C. Il discorso incipitario è
quello di Plinio (C. Plinii Caecilii Secundi panegyricus Traiano imperatori dictus), ed è
il primo perché dall’ultimo redattore della raccolta fu inteso come modello di tal
genere di eloquenza. Tuttavia, il discorso di Plinio non è propriamente un panegirico,
ma una gratiarum actio consularis, che Plinio, in quanto letterato, non si limitò a
pronunciare ma volle pubblicare. Costituisce un unicum anche dal punto di vista
storico, essendo la sola orazione latina superstite tra Cicerone e il tardo antico.
Non è possibile definire un preciso modello; bisogna far capo a una serie
estremamente composita di apporti: tradizione retorica greca dell’encomio (Isocrate),
di cui (come βασιλικὸς λόγος) esiste una precettistica canonizzata dal retore Menandro
(III sec.); la produzione letteraria ellenistica περὶ βασιλείας; le laudationes funebres; le
orazioni “cesariane” di Cicerone (la pro Marcello); il “panegirico” di Tiberio nelle
opere di Velleio Patercolo (II 94-131); il De clementia di Seneca (che è l’opera i cui
echi sono più insistenti in Plinio).
È nell’età del principato che il panegirico acquisisce un suo spazio specifico e
una sua autonoma veste formale, per avere fortuna, poi, nel tardo antico, negli
ambienti retorici e scolastici della Gallia con personalità quali Sidonio Apollinare.
LA GRATIARUM ACTIO CONSULARIS
Plinio definisce il suo discorso gratiarum actio e l’espressione agere gratias
Principi ricorre in esso e nelle epistole. Frontone poi definisce la propria gratiarum
actio anche laudatio. Questi discorsi erano tenuti e ascoltati nella curia quattro, sei,
otto o anche più volte all’anno a seconda delle coppie consolari che si susseguivano.
Erano pronunciate da uno solo dei consoli, in genere all’inizio della magistratura (ma
è noto anche qualche caso di differimento del discorso alla fine del periodo consolare,
come Frontone nel 143), nei senatus legitimi, alle calende o alle idi di ogni mese. È
opinione corrente che Plinio, consul suffectus con Cornelio Tertullo nei mesi di
settembre-ottobre dell’anno 100, abbia pronunciato questo discorso il I settembre.
Partecipare a questi consessi, durante il primo giorno della carica, era quasi un
publicum officium da parte dei senatori nei confronti dei loro colleghi (per questo
Plinio nel 107 si scuserà con Valerio Paolino, console nei mesi di settembre-ottobre,
per non poter essere a Roma alle calende, cioè il giorno della gratiarum actio del
collega senatore); ma anche se il discorso era brevissimo, essi lo sopportavano con
fastidio, poiché non sfuggiva il carattere solo rituale e cerimoniale dell’occasione. Ma
la gratiarum actio non era per questo solo un atto gratuito, era l’adempimento di un
preciso obbligo connesso al conferimento della dignità consolare, regolato da un
senatus consultum. Plinio parla appunto di imperium senatus e di auctoritas rei
publicae come stimoli al ringraziamento da rivolgere all’optimus princeps, era
insomma un atto ufficiale, pubblico e obbligato (officium consulatus iniuxit mihi ut rei
publicae nomine principi gratias agerem, Ep. III 18 1). La carica di cui l’oratore era
investito dava naturalmente autorità al discorso e conferiva particolari facoltà
espositive: solo i magistrati potevano ricorrere nei loro discorsi all’exemplum, cioè
all’autorità morale della storia. Anche in età repubblicana i consoli rivolgevano
discorsi di ringraziamento e di ossequio ma verso gi dèi e i loro colleghi senatori. La
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IL PRINCIPE E IL TESTO

IL PANEGIRICO: IL GENERE E I MODELLI

La parola è greca, πανήγυρις, discorso tenuto dinnanzi a un’assemblea panellenica, senza originario ed esplicito valore di laudatio , ma al massimo con valore di discorso “ufficiale”, discorso “solenne”. In latino invece assume valore di discorso elogiativo, orazione eulogetica, in base al modello rappresentato dal Panegirico di Isocrate. Fondamentale è il Codice di Magonza, contenente una raccolta di dodici discorsi ufficiali presentati nell’ inscriptio come panegirici (parola che però, presente nel titolo, non compare mai nel corpo dei discorsi), risalenti a redattori di ambiente gallico e distribuiti cronologicamente tra il 289 e il 389 d. C. Il discorso incipitario è quello di Plinio ( C. Plinii Caecilii Secundi panegyricus Traiano imperatori dictus ), ed è il primo perché dall’ultimo redattore della raccolta fu inteso come modello di tal genere di eloquenza. Tuttavia, il discorso di Plinio non è propriamente un panegirico, ma una gratiarum actio consularis , che Plinio, in quanto letterato, non si limitò a pronunciare ma volle pubblicare. Costituisce un unicum anche dal punto di vista storico, essendo la sola orazione latina superstite tra Cicerone e il tardo antico. Non è possibile definire un preciso modello; bisogna far capo a una serie estremamente composita di apporti: tradizione retorica greca dell’encomio (Isocrate), di cui (come βασιλικὸς λόγος) esiste una precettistica canonizzata dal retore Menandro (III sec.); la produzione letteraria ellenistica περὶ βασιλείας; le laudationes funebres ; le orazioni “cesariane” di Cicerone (la pro Marcello ); il “panegirico” di Tiberio nelle opere di Velleio Patercolo (II 94-131); il De clementia di Seneca (che è l’opera i cui echi sono più insistenti in Plinio). È nell’età del principato che il panegirico acquisisce un suo spazio specifico e una sua autonoma veste formale, per avere fortuna, poi, nel tardo antico, negli ambienti retorici e scolastici della Gallia con personalità quali Sidonio Apollinare. LA GRATIARUM ACTIO CONSULARIS Plinio definisce il suo discorso gratiarum actio e l’espressione agere gratias Principi ricorre in esso e nelle epistole. Frontone poi definisce la propria gratiarum actio anche laudatio. Questi discorsi erano tenuti e ascoltati nella curia quattro, sei, otto o anche più volte all’anno a seconda delle coppie consolari che si susseguivano. Erano pronunciate da uno solo dei consoli, in genere all’inizio della magistratura (ma è noto anche qualche caso di differimento del discorso alla fine del periodo consolare, come Frontone nel 143), nei senatus legitimi , alle calende o alle idi di ogni mese. È opinione corrente che Plinio, consul suffectus con Cornelio Tertullo nei mesi di settembre-ottobre dell’anno 100, abbia pronunciato questo discorso il I settembre. Partecipare a questi consessi, durante il primo giorno della carica, era quasi un publicum officium da parte dei senatori nei confronti dei loro colleghi (per questo Plinio nel 107 si scuserà con Valerio Paolino, console nei mesi di settembre-ottobre, per non poter essere a Roma alle calende, cioè il giorno della gratiarum actio del collega senatore); ma anche se il discorso era brevissimo, essi lo sopportavano con fastidio, poiché non sfuggiva il carattere solo rituale e cerimoniale dell’occasione. Ma la gratiarum actio non era per questo solo un atto gratuito, era l’adempimento di un preciso obbligo connesso al conferimento della dignità consolare, regolato da un senatus consultum. Plinio parla appunto di imperium senatus e di auctoritas rei publicae come stimoli al ringraziamento da rivolgere all’ optimus princeps , era insomma un atto ufficiale, pubblico e obbligato ( officium consulatus iniuxit mihi ut rei publicae nomine principi gratias agerem , Ep. III 18 1). La carica di cui l’oratore era investito dava naturalmente autorità al discorso e conferiva particolari facoltà espositive: solo i magistrati potevano ricorrere nei loro discorsi all’ exemplum , cioè all’autorità morale della storia. Anche in età repubblicana i consoli rivolgevano discorsi di ringraziamento e di ossequio ma verso gi dèi e i loro colleghi senatori. La

gratiarum actio pliniana è invece indirizzata al princeps (Traiano). Nel testo, larghissimo spazio aveva la lode rivolta al principe non solo come contenuto ma anche come ingrediente organizzativo del testo: non vi era argomento che non inducesse l’oratore a elogiare il principe. Sebbene i luoghi più adatti a far ciò fossero l’esordio e la conclusione dell’ actio. Del resto i consoli, nella seduta successiva alla loro designazione, quindi prima di entrare in carica e dunque prima di pronunciare la gratiarum actio (cosa che avveniva il primo giorno del loro incarico), già si facevano promotori di decreti in onore del princeps , talvolta aggiungendo a quelle pubbliche delle gratiarum actiones ufficiose e private (proibite poi da Traiano). La gratiarum actio era un atto prevedibile poiché il progressus nel cursus honorum dipendeva dall’imperatore sia prima sia dopo il consolato. Pertanto il senatus consultum con cui si sanciva l’obbligo della gratiarum actio era relativo a un atto per così dire scontato. C’era tuttavia il rovescio della medaglia: nell’ actio , per decreto del senato, occorreva precisare quello che i boni principes avevano la prerogativa di fare rispetto a ciò che era stato improbamente compiuto dai mali principes. In questo dettaglio si coglie un aspetto di quell’immancabile tensione tra principes e senatores che innervò la vita politica romana durante l’età imperiale: le indicazioni obbligate in merito al programma politico imperiale segnalavano il tentativo (ma era solo un tentativo, come vedremo) dell’assemblea senatoria di influenzare la politica del princeps , passando in rassegna l’attività già svolta. Le gratiarum actiones consulares erano in un primo momento pronunciate e poi raccolte e ampliate (PL. Ep. III 18) e rielaborate. I temi erano gli stessi, sia nella redazione iniziale destinata all’orazione inaugurale della magistratura, sia nella redazione definitiva destinata alla pubblicazione. Tuttavia quest’ulteriore opera di ampliamento non deve far pensare che i discorsi – almeno quello di Plinio – fossero brevi poiché si trattava pur sempre di orazioni chiamate a essere dignae consule, senatu, principe. IL PANEGIRICO DI PLINIO A TRAIANO. Plinio si proponeva due obiettivi: lodare l’imperatore regnante e istruire i futuri prìncipi. In questo il contenuto del Panegirico riveste un carattere di fondamentale coerenza, poiché il raggiungimento del secondo obiettivo consiste ipso facto nel raggiungimento del primo, ossia, lodando l’imperatore si sarebbero istruiti anche i suoi successori. La lode di Traiano è svolta in pratica in forma di exemplum , che – si badi – non era tratto dalla storia trascorsa con l’elogio di un grande personaggio defunto – ma dal presente, con il ritratto dell’allora attuale e regnante imperatore; ciò significa che il presente, con Traiano, aveva già l’autorità della storia e rivestiva carattere di esemplarità. Il presente era già modello. Dunque la gratiarum actio consularis si è consapevolmente risolta in un ritratto ideale, in un encomio a tutto tondo. Oggetto del ritratto è il principe, definito optimus ; ciò ha un senso ben preciso: optimus è un cognomen civile, è il superlativo di bonus , come appellativo di vir o civis ; in questo si recupera il senso della continuità e dello sviluppo armonioso dalle grandi anime della Res publica ( boni cives o boni vires – a tacere degli optimi , vagheggiati da Cicerone, come auspicata classe dirigente romana della declinante repubblica, in sostituzione degli optimates e in opposizione ai pauci potentes ) ai principes ( viri optimi ). L’ascesa al soglio imperiale da parte di Traiano è presentata sotto un duplice aspetto, umano e divino, a tutto vantaggio del secondo. Traiano non ha acquisito la dignità imperiale solo per l’ obsequium , cioè la designazione di Nerva, ma anche e soprattutto per la providentia deorum (a cui egli ha dato sèguito per la res publica vacillante a causa della rivolta dei pretoriani); l’istituzione umana è minimizzata, è esaltata invece l’elezione divina: tutto ciò è per giustificare un potere di fatto assunto con la forza e per fondare ideologicamente la nuova dinastia (la gens Ulpia , provinciale, di séguito alla gens Flavia ). Non è sfuggito, del resto il carattere ambiguo della presentazione pliniana, dal momento che il tema della providentia , pur

rapportarsi alla dignità consolare (che è tema centrale nel Panegirico ) Traiano mostra il suo modus : egli rifiuta il consolato nel 99 dopo aver ricoperto la carica nei primi quattro mesi del 98 di contro allo smodato Domiziano che aveva ricoperto l’incarico diciassette volte di cu sette consecutivamente. Quando nel 100 Traiano è console per la terza volta, accetta di essere tale solo con altro collega, anch’egli console per la terza volta, Giulio Frontino. Plinio sottolinea questo tratto di “delicatezza” e di “sensibilità” politica. Ma entra in gioco anche il delicato rapporto con il senato. Plinio presenta una consonanza di stile e di vedute: Frontino era stato il primo prescelto dal senato per una commissione che diminuisse le spese pubbliche e nel presentare il suo ossequio al senato compie il primo atto utile a ben meritare da parte dell’imperatore; Traiano riconduce anche lui i sui passi sul rispetto dovuto al senato e sul lustro accordato alla nobilitas. Si tratta, nel II sec., degli eredi, titolari di magistrature, delle grandi famiglie del passato; essendo però pochissimi si elogiano anche coloro i cui meriti superano la rinomanza della loro stirpe; pertanto, Traiano aveva reso omaggio anche alla nobilitas provinciale e recente; del resto Traino era appunto espressione di tale ceto (come Vitorio Marcello, il dedicatario dell’ Institutio oratoria ). Traiano, poi, riteneva i senatori detentori di un potere comune: per i boni homines vi erano magistrature, cariche sacerdotali, incarichi di governo e amministrazione delle province, l’amicizia del princeps ; per ogni singolo senatore, cioè, al di là del potere dell’assemblea e della posizione di potere che ciascuno di loro occupava in essa, vi era la possibilità di raggiungere posizioni di preminenza: i consolari vicini al princpes , i comandanti militari delle province imperiali, i detentori di importanti cariche civili (membri del consilium principis ); la scelta dell’imperatore è sempre ex optimis , gli stessi cioè che durante la precedente stagione di potere, la tirannide di Domiziano, si erano tenuti o erano stati tenuti nell’ombra. Infine, le lodi non delle azioni ma del princeps come persona: si tratta dell’elogio delle virtù personali. Nella premessa fioccano termini quali pietas , abstinentia , mansuetudo , e ancora, soprattutto, modestia , moderatio , e quindi humanitas , frugalitas , clementia , liberalitas , benignitas , continentia , labor , fortitudo. Ma se centrale è l’immagine di Traiano come anti-tiranno, centrale è la virtù della moderatio. Il tiranno, tradizionalmente, era proprio colui che non aveva misura né riusciva a esercitare adeguato controllo di sé e da questo conseguivano l’avidità, la lussuria, la superbia. Traiano si oppone ai principes avidi e rapaces ; è castus : il riferimento è a Domiziano (tuttavia lo si recupera per allusione, non per esplicita menzione), presentato come attorniato dal sospetto, dalla paura e dalla solitudine ( solitudo e vastitas ); Traiano, invece, è talmente affabile che Plinio può rivolgersi a lui come a “uno di noi”, gode cioè della civium celebritas. È proprio la moderatio che consente a Plinio di ricondurre l’immagine del princeps ai Papirii e ai Quintii : i grandi della res publica ; si tratta di un altro aspetto di quell’aggancio tra libertas e principato, a cui tanta importanza sempre diedero gli imperatori nella definizione e presentazione della loro ideologia di potere. STRUTTURA E FORMA DEL PANEGIRICO. Plinio rielaborò i propri discorsi, sia forensi sia d’apparato in vista della pubblicazione. Rielaborò anche la gratiarum actio consularis , ponendo in essa una particolare cura stilistica: con attenzione all’ordine degli argomenti, ai passaggi di frase, all’ ornatus per rendere attraente una tematica non certo nuova. È in questa fase che l’orazione ebbe un adattamento allo schema dell’encomio, schema che prevedeva quest’ordine tematico: res externae (patria, natali, educazione, patrimonio), res corporis (aspetto, forza, abilità, virtù). I modelli di Plinio furono probabilmente Quintiliano e Cicerone. Il primo gli fu maestro, assieme a Niceta di Smirne. Ma l’asse centrale del Panegrico è la vicenda del principato, che scandisce temi e momenti. Gli elementi retorici più costantemente adoperati sono la αὔξησις ( amplificatio ) e la σύγκρισις ( comparatio ). Nella composizione letteraria poi c’è un doppio vincolo stilistico, quello costituito dal genere letterario e quello richiesto

dall’argomento trattato (doppio vincolo che si realizza con un’alternanza di toni festosi ed altri più attenuati). Con la pubblicazione della gratiarum actio di Plinio (cioè con la sua rielaborazione) abbiamo l’atto di nascita del Panegirico imperiale; una volta rielaborato, il Panegirico fu recitato in forma privata innanzi a un gruppo di amici; un gruppo numeroso ma ben selezionato e attento, pronto a giudicare e a elogiare i passi stilisticamente più severi. Fu poi pubblicato si ritiene nel 101, altri sostengono nel 103 affinché la pubblicazione coincidesse con la celebrazione del trionfo di Traiano per le vittoriose campagne daciche (quelle ritratte nel fascio tortile istoriato della colonna traiana): una previsione del quale è ai capitoli 16-17. Uno studioso francese, il Carcopino, ha ipotizzato che si siano susseguite molteplici edizioni, fino alla fine dell’impero di Traiano, per allusioni a episodi successivi al 101: quest’ipotesi può essere vera poiché nell’intera orazione circola l’impressione che l’ottimo governo traianeo sia già tutto realizzato. Del resto nell’antichità edizioni continue e successive di opere non sono rare. Le opere di Plinio e il suo Panegirico finirono con l’avere ampia circolazione, come pure Frontone avrebbe auspicato per sé scrivendo a Marco Aurelio, in merito alla propria gratiarum actio : “Se non lodo Antonio in maniera tale che il mio encomio non rimanga ben nascosto negli acta senatus , ma circoli ( versetur ) nelle mani e negli occhi degli uomini, compio un atto di ingratitudine anche verso di te”. IL PANEGIRICO TRA IDEOLOGIA E ORATORIA: SIGNIFICATO POLITICO E LETTERARIO Il Panegrico a Traiano è certo il testo che in modo più solenne e sistematico proclama i meriti del nuovo sovrano, in contrasto con le malefatte del precedente imperatore, dipinte in termini estremi e deformanti; principî propri della concezione senatoria della gestione del potere sono proposti pubblicamente da un senatore, cioè da un console in carica, di fronte al senato e all’imperatore, come un programma politico non tanto per il sovrano attuale, che già realizza esemplarmente il modello carezzato, quanto per i sovrani futuri. Ma questa affermazione dell’ideologia senatoria rivela, proprio in questo suo momento apparentemente Più esaltante, la sua inconsistenza di fondo: Plinio sta in realtà rivolgendo un discorso di celebrazione a un autocrate assoluto, che trova conveniente e giusto usare un comportamento conforme a certe regole di correttezza di misura cui è sensibile la tradizione senatoria e che ha interesse a che questa sua scelta sia evidenziata e propagandata proprio dagli stessi esponenti del ceto senatorio, mentre non intende certo in alcun modo dividere con il Senato il proprio potere. Né il senatore Plinio penserebbe davvero di rivendicare per sé e per il suo ceto una compartecipazione al potere che andasse al di là dell’amministrazione di routine: l’epistolario rivela in più punti i modesti limiti dell’autonomia di cui si accontentavano Plinio e i suoi colleghi senatori, e il carteggio con Traiano ce lo mostrerà scrupoloso e deferente funzionario, sinceramente preoccupato che ogni suo atto risulti in tutto conforme alla volontà del sovrano. La forma del discorso panegirico pliniano, questo prodigare tutte le risorse di un’oratoria sovrabbondante e dilatata per compiacere la persona dell’autocrate, per dirgli ciò che egli desidera sia detto di lui, impegnandosi anche nella costruzione di giochi concettistici e virtuosismi verbali di dubbio gusto per esaltarne i singolarissimi meriti, mostra – al di là della sicura sincerità degli entusiasmi dell’oratore e al di là degli oggettivi meriti dell’imperatore – una disponibilità all’adulazione e all’incensamento del sovrano che di per sé rappresenta bene la ristrettezza dei limiti della ritrovata libertas di cui si fa l’esaltazione in questo stesso discorso. Probabilmente le modalità oratorie e l’atteggiamento complessivo non erano troppo diversi da quelli dell’oratoria di celebrazione imperiale praticata sotto Domiziano, e ancor prima, anche se naturalmente erano diversi i singoli motivi di omaggio e veniva meno un motivo caratteristico della celebrazione domizianea quale quello della divinizzazione del sovrano. E la pubblicazione di questo discorso in un impegnativo rifacimento letterario doveva dare ulteriore evidenza e dignità a questo tipo di

attivo presso la corte di Teodosio), Claudiano (fine IV sec.), Ciro di Panopoli (prima metà del V sec.). IL VALORE DEL PANEGIRICO COME FONTE STORICA. È un problema che ha una sua storia. l’intenzione programmatica di encomio, la conseguente risonanza d’enfasi, il ricorso obbligato ai travestimenti metaforici, ai tópoi , all’enfasi, sì come alle attenuazioni e ai silenzi, sono tutte caratteristiche in odore di deformazione, di mistificazione, comunque sia sufficienti a soffocare le pulsazioni di vita reale. Il genere panegiristico così si separa inevitabilmente dalla scrittura storica e si allontana fatalmente dalla realtà. Anche Cicerone riteneva che his laudationibus historia rerum nostrarum est facta mendosior. In età tardo-antica il livello più alto di elaborazione polemica contro i panegirici si riscontra negli scritti dell’imperatore Giuliano, a tutto vantaggio dell’elogio filosofico (contro quello retorico), realizzato in alcuni suoi discorsi inseriti in un quadro di programma politico. Ma è nella cultura cristiana che abbiamo una più variegata pluralità di registri della polemica. Agostino ripensando a un suo panegirico indirizzato all’imperatore Valentiniano II se ne vergogna associando il panegirico alla menzogna. Eusebio Gallicano si chiedeva, prima di tracciare l’esaltazione di sant’Onorato, come fare l’elogio di un uomo che aveva sempre detestato gli elogi. La domanda poté trovare risposta nel recupero di un antichissimo tópos : l’ineffabilità derivante dalla pochezza dell’oratore rispetto alla grandezza dell’eroe (la pochezza nasconderà i meriti del santo – come e gli stesso voleva – più che metterli in luce). Ma è con Basilio di Cesarea che si raggiunge la più elaborata ed esplicita polemica nei confronti della panegiristica pagana, compendiata in un principio: le omelie sui santi non dovevano seguire le regole degli encomi; i criteri di questo mondo non possono glorificare colui che è stato martirizzato, né si può esaltare la patria terrena dell’elogiato poiché la vera patria è la Gerusalemme Celeste, né si dovrebbero elogiare gli antenati: le vere lodi del martire sono per le virtù spirituali, per le quali brilla di luce propria e non riflessa dai propri antenati. Quanto al caso di imperatori cristiani celebrati con toni confessionali dai panegiristi cristiani, bastava l’inserimento di una virtù come l’ humilitas a snaturare il quadro di riferimento tradizionale. Insomma, le prese di distanza, le critiche, le manifestazioni di dissenso contribuirono a fissare l’immagine tuttora diffusa del difficile accordo e impossibile incontro tra panegirico e storia. FUNZIONE POLITICA DEL PANEGIRICO Il mestiere dei panegiristi consisteva nell’arte ambigua del lodare: era una professione sottoposta a dei rischi; sebbene fosse ben collaudata, era regolata da leggi non ferree ma utili a fornire un minimo di garanzie. Il vantaggio più importante consisteva nel linguaggio, comune tanto all’imperatore quanto ai panegiristi; era una sorta di etichetta di corte, rassicurante e stabilizzata: la retorica. I panegiristi – come quelli del corpus gallico – riflettevano da vicino il testo originario: estemporaneità e improvvisazione non erano ammesse, sebbene non sia lecito pensare a una censura preventiva o a una qualche forma di controllo da parte dell’imperatore stesso o di qualche censore. L’esempio più significativo è quello dell’anonimo panegirista di Costantino: nonostante i consigli ricevuti da numerose persone sull’argomento d’esordio, l’autore dichiara di non aver voluto cambiare quello da lui prescelto, proprio per non effettuare cambiamenti dell’ultimo momento, ossia per non improvvisare. In realtà l’imperatore amava farsi lodare così come il panegirista amava mostrare la sua arte e la sua doctrina proprio nell’accumulare lodi su lodi per il princeps. Il panegirista sapeva bene quello che bisognava e quello che non bisognava dire. Del resto, si trattava di un personaggio spesso d’alto lignaggio, appartenente alla consorteria di un potente, comunque sia radicato nel palazzo, dove ricopriva funzioni precise; si formava in quegli studi poetici e retorici nei quali avevano tanta parte sia e regole dell’oratoria epidittica (dimostrativa) sia i temi

dell’ideologia imperiale. Il carattere ufficiale dei panegirici non implicava dunque un controllo preventivo, poiché i panegiristi erano parte integrante dell’apparato e già sapevano quale fosse il codice di genere. Il loro esercizio oratorio era dunque di propaganda? Pur dovendosi distinguere caso per caso, c’è chi ritiene che i panegiristi sarebbero stati tutti usati in qualche modo come tramite per annunciare i programmi e le politiche imperiali, sia in ambito civile sia religioso, evitando particolari e dettagli che potessero distrarre dall’argomento centrale. Ma c’è anche chi è invece dell’opinione (meno persuasiva però) che i panegiristi fossero essenzialmente funzionali alla hidden audience (“pubblico nascosto”, “privato”) rappresentata dal pubblico studentesco delle istituzioni scolastiche galliche, e pertanto i panegirici non sarebbero stati opere di propaganda ma un importante strumento di controllo intellettuale politico nell’educazione e formazione della gioventù e di condizionamento delle future classi colte da parte del governo centrale. L’ipotesi alternativa è utile ma sposta il problema senza risolverlo: prima che nei suoi effetti secondari, il panegirico va spiegato in base al contesto in cui nasce e in cui viene recitato, l’ambiente di corte o comunque sia ambienti imperiali. Erano dunque strumenti di propaganda? È possibile adoperare questo termine? Il pubblico a cui si rivolgeva il panegirico – numeroso o ristretto che fosse – non era di massa e per quanto potesse fungere da cassa di risonanza, la grandissima maggioranza dei sudditi restava al di fuori di questo particolare canale di comunicazione oratoria. Se anche poi una folla di funzionari e notabili si fosse impegnata a diffondere nelle città, nei vici , nei pagi , i temi solennemente recitati dai panegiristi, tali contenuti avrebbero perduto il fascino della parola ben detta, dell’incanto cerimoniale, della solennità dell’occasione ufficiale d’incontro. Si sarebbero ridotti a ben poca cosa. In una società priva di partiti politici, della stampa, di canali mediatici, il rapporto tra l’imperatore e la massa di sudditi si presentava in forme consolidate e ripetute dove spiccavano i toni ricorrenti delle virtù imperiali. Non si poteva fare propaganda con le modalità del panegirico (ricco di sfumature, allusioni, intenzionali silenzi, studiate reticenze, discorsi obliqui) che erano tuttavia, nelle forme comunicative del tardo-antico, elementi rilevanti e tipici del contesto in cui nascevano e per il quale venivano formulate, un contesto che fungeva da crocevia tra rito, cerimonia, liturgia politica, nel quale si fondevano presentazione e autorappresentazione, narcisismo e ostentazione. L’EPISTOLARIO DI PLINIO IL GIOVANE: AUTOBIOGRAFIA INTELLETTUALE E RITRATTO DI UN’EPOCA. Plinio afferma di aver costituito la sua raccolta di epistole (sotto invito di Septicio Claro, dedicatario dell’epistola prefatoria, che lo aveva esortato a pubblicare le lettere “meglio curate”) senza un piano definito, a prescindere cioè dalla successione cronologica. Abrogò infatti tutte le date e concentrò tutte insieme, nel X libro, le lettere relative a un solo corrispondente (l’imperatore Traiano). Una raccolta del genere, diffusa dall’autore in vita, non può che avere un fine autobiografico consapevolmente conseguito. Plinio precisa di aver agito così poiché non componeva un’opera storica: eppure, proprio nel negarla rievoca quell’opera di storia, della quale la sua raccolta di epistole costituiva come un surrogato, e nel far questo ricorda il giudizio di Cornelio Nepote in merito all’epistolario ciceroniano: non multum desideret historiam contextam eorum temporum. Del resto, contro Aquilio Regolo, che (in aperta polemica con Plinio) aveva dichiarato superata l’eloquenza ciceroniana dalla eloquentia saeculi nostri egli, in una lettera a Voconio Romano, rispondeva: est enim nihi cum Cicerone aemulatio nec sum contentus eloquentia saeculi nostri. È infatti il grande modello ciceroniano che domina la sua mente: in questa impresa editoriale e più in generale in tutta la sua esistenza pubblica (politica e letteraria): fin dall’esortazione di Septicio Claro a pubblicare le epistole in quanto “meglio curate” emerge il modello ciceroniano, poiché anche l’Arpinate aveva

prezioso di ore e momenti della giornata che gli altri invece destinano a più umili cure. Anche qui abbiamo un pezzo autobiografico sotto forma di epistola. È ammirevole il quadro che risulta da questo intreccio di memorie pliniane. Ne viene fuori l’immagine di un ceto dirigente di grande competenza, serietà, addestramento al lavoro come fatica quotidiana, come imperativo che non può trascurasi in nessun momento della giornata (ritorna l’archetipo catoniano: duritia , industria !); un ceto che ha appreso l’uso razionale del tempo e lo ha spinto all’estremo. Il giovane Plinio è ben consapevole di queste virtù della sua classe, e dichiara con malcelata fierezza di averne dato così ampiamente conto per suscitare emulazione. Le lettere di Plinio esibiscono anche un altro scenario: mostrano come nel complesso l’aristocrazia romana e provinciale si godano la prosperità e la sicurezza raggiunte senza complessi e senza problemi e considerino la letteratura e la cultura solo come un’occupazione piacevolmente decorativa. Anzi, su questo piano il quadro della società e della vita letteraria delineato da Plinio, non appare sostanzialmente diverso da quello delineato da Stazio nelle Silvae o da Marziale nei suoi epigrammi adulatori e gratulatori: come nella politica così nella pratica della letteratura il cambiamento di regime è stato netto per gli spiriti più originali e indipendenti, per tutti coloro che sotto Domiziano sentivano insoddisfazione e insofferenza per lo stato presente e non potevano esprimerla: ma gran parte dell’aristocrazia, già resa omogenea alle finalità del principato, come pure la maggior parte della popolazione, visse probabilmente Il mutamento di regime più come un positivo sviluppo della situazione precedente che come una vera rottura rispetto a essa. Il fatto che l’area di omogeneità con la politica del principe si estendesse ormai a tutte le componenti dell’aristocrazia, svuotava per tutti la problematicità delle scelte. Plinio è incantato, ingenuamente commosso, dalla quantità e dalla qualità della produzione letteraria del suo tempo e dedica ampia parte delle sue lettere a dar testimonianza di questa fioritura, che gli appare eccezionale. In effetti, dalle sue lettere, vediamo che la società alta continuava, come al tempo di Domiziano, a dedicare interesse a tutti i generi di composizione letteraria, anche a generi preziosi e rari, e che la pratica delle recitazioni in cerchie private o uditorî più ampi era fittissima. E continuava una pratica diffusa anche se occasionale e poco incisiva, di mecenatismo Il riconoscimento dell’attività letteraria come valore o come ragione di prestigio sociale appare in ulteriore crescita. Scuole oratorie e vivaci centri culturali si formano nelle province occidentali e sempre più la produzione letteraria latina convive con quella greca, che sta conoscendo una vivace ripresa. Ma l’epistolario di Plinio rivela anche con grande evidenza quanto tutta questa fervida attività culturale avesse di salottiero, di superficiale, di meramente ostentatorio. Era questa una dimensione che la cultura letteraria aveva sempre avuto nella società alta di Roma, almeno dalla fine della Repubblica. Ma ora, sotto il nuovo regime che ha saputo neutralizzare le tensioni problematiche che avevano finora agitato la cultura più consapevole, questa produzione amatoriale e vacua, estetizzante e civettuola, tende a diventare, salvo le grandi eccezioni di Tacito e Giovenale, tutta la letteratura: si prepara già l’atmosfera che caratterizzerà la vita culturale dell’età di Adriano e degli Antonini. Testi di riferimento Sed magis praedicanda moderatio tua, quod innutritus bellicis laudibus pacem amas: nec quia pater tibi triumphalis, vel adoptionis tuae die dicata Capitolino Iovi laurus, idcirco ex occasione omni quaeris triumphos. Non times bella, nec provocas. Magnum est, Imperator Auguste, magnum est stare in Danubii ripa, si transeas, certum triumphi; nec decertare cupere cum recusantibus: quorum alterum fortitudine, alterum moderatione efficitur. Nam ut ipse nolis pugnare, moderatio; fortitudo tua praestat ut neque hostes tui velint. Accipiet ergo aliquando Capitolium non mimicos currus, nec falsae simulacra victoriae; sed imperatorem veram ac solidam gloriam reportantem, pacem, tranquillitatem, et tam confessa hostium obsequia, ut vincendo

nemo fuerit. Pulchrius hoc omnibus triumphis. Neque enim umquam, nisi ex contemptu imperii nostri factum est ut vinceremus. Quod si quis barbarus rex eo insolentiae furorisque processerit, ut iram tuam indignationemque mereatur; nae ille, sive interfuso mari, seu fluminibus immensis, seu precipiti monte defenditur, omnia haec tam prona, tamque cedentia virtutibus tuis sentiet, ut subsedisse montes, flumina exaruisse, interceptum mare, illatasque non classes nostros, sed terras ipsas arbitretur. Traduzione Ma la tua moderazione deve essere tanto più esaltata, se tu cresciuto tra glorie militari ami la pace: e tu – per il fatto di avere un padre trionfale o essendosi nel giorno della tua adozione dedicato un lauro a Giove Capitolino – tuttavia non cerchi trionfi da ogni occasione. Non temi le guerre, né le provochi. È cosa straordinaria, o Augusto Imperatore, è cosa straordinaria rimanere fermi sulla riva del Danubio, certo del trionfo, qualora lo attraversi, e non desiderare di combattere con chi si rifiuta: due cose di cui una proviene dalla temperanza , l’altra dalla moderazione ; la moderazione fa in modo che da parte tua tu non voglia combattere; la tua temperanza fa in modo che nemmeno i nemici lo vogliano. Il Campidoglio accoglierà finalmente non carri posticci, non simulacri di falsa vittoria; ma accoglierà l’imperatore che riporta vera e solida gloria, pace , tranquillità e le soddisfazioni rese in tal modo dai nemici, talché nessuno fu necessario vincere. Ciò che è più bello di tutti i trionfi. Infatti non è mai accaduto che vincessimo a prezzo del dispregio della nostra potenza. Che, qualora qualche re straniero dovesse giungere a tal punto di insolenza e di furore, da meritarsi la tua ira e il tuo sdegno, qualora anche sia difeso o dal frapposto mare o da immensi fiumi o da ripide montagne, proverà tutte queste cose così deboli e così fragili rispetto alle tue virtù, da credere che i monti si siano spianati, i fiumi disseccati, il mare tolto via, e spinte contro non solo le nostre flotte ma addirittura le nostre terre.