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principali carmina Catullo, Traduzioni di Latino

in questo documento ci sono i principali carmina di Catullo con le rispettive traduzioni

Tipologia: Traduzioni

2023/2024

Caricato il 12/10/2023

giorgia-celardo
giorgia-celardo 🇮🇹

18 documenti

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LA DEDICA DEL LIBELLUS
Cui dono lepidum novum libellum
arida modo pumice expolitum?
Corneli, tibi: namque tu solebas
meas esse aliquid putare nugas,
iam tum cum ausus es unus Italorum
omne aevum tribus explicare chartis,
doctis, Iuppiter, et laboriosis.
Quare habe tibi quidquid hoc libelli,
qualecumque; quod, o patrona virgo,
plus uno maneat perenne saeclo.
VIVIAMO MIA LESBIA
Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt;
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
Dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.
A chi dono questo grazioso libretto nuovo, or ora
lisciato con la ruvida pomice?
A te, Cornelio: infatti tu solevi pensare che
valessero qualcosa queste mie inezie, già fin da
allora, quando unico fra gli Italici osasti svolgere la
storia d’ogni tempo in tre libri, dotti, per Giove, e
laboriosi.
Dunque accetta, per quello che è, questo libretto,
qualunque ne sia il valore; e che possa vivere
perenne, o vergine patrona, per più di una (sola)
generazione.
Viviamo, mia Lesbia, e amiamo, e i borbottii dei
vecchi troppo severi tutti [insieme] non stimiamoli
un soldo. Il sole può tramontare e ritornare [a
sorgere]: noi, quando una sola volta è tramontata la
nostra breve luce, dobbiamo dormire un’unica,
perpetua notte. Dammi mille baci, poi cento, poi
altri mille, poi altri cento, poi senza sosta altri mille,
poi [ancora] cento. Poi, quando ne avremo fatte
[= sommate, totalizzate] molte migliaia, li
scompiglieremo [= confonderemo le somme], per
non sapere [quanti sono], e perché nessun
malvagio possa invi-diarci [= gettarci il malocchio],
sapen-do che c’è una tale quantità di baci.
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LA DEDICA DEL LIBELLUS

Cui dono lepidum novum libellum arida modo pumice expolitum? Corneli, tibi: namque tu solebas meas esse aliquid putare nugas, iam tum cum ausus es unus Italorum omne aevum tribus explicare chartis, doctis, Iuppiter, et laboriosis. Quare habe tibi quidquid hoc libelli, qualecumque; quod, o patrona virgo, plus uno maneat perenne saeclo. VIVIAMO MIA LESBIA Vivamus, mea Lesbia, atque amemus, rumoresque senum severiorum omnes unius aestimemus assis. Soles occidere et redire possunt; nobis cum semel occidit brevis lux, nox est perpetua una dormienda. Da mi basia mille, deinde centum, dein mille altera, dein secunda centum, deinde usque altera mille, deinde centum. Dein, cum milia multa fecerimus, conturbabimus illa, ne sciamus, aut ne quis malus invidere possit, cum tantum sciat esse basiorum. A chi dono questo grazioso libretto nuovo, or ora lisciato con la ruvida pomice? A te, Cornelio: infatti tu solevi pensare che valessero qualcosa queste mie inezie, già fin da allora, quando unico fra gli Italici osasti svolgere la storia d’ogni tempo in tre libri, dotti, per Giove, e laboriosi. Dunque accetta, per quello che è, questo libretto, qualunque ne sia il valore; e che possa vivere perenne, o vergine patrona, per più di una (sola) generazione. Viviamo, mia Lesbia, e amiamo, e i borbottii dei vecchi troppo severi tutti [insieme] non stimiamoli un soldo. Il sole può tramontare e ritornare [a sorgere]: noi, quando una sola volta è tramontata la nostra breve luce, dobbiamo dormire un’unica, perpetua notte. Dammi mille baci, poi cento, poi altri mille, poi altri cento, poi senza sosta altri mille, poi [ancora] cento. Poi, quando ne avremo fatte [= sommate, totalizzate] molte migliaia, li scompiglieremo [= confonderemo le somme], per non sapere [quanti sono], e perché nessun malvagio possa invi-diarci [= gettarci il malocchio], sapen-do che c’è una tale quantità di baci.

INFINITA’ DI BACI

Quaeris quot mihi basiationes tuae, Lesbia, sint satis superque. Quam magnus numerus Libyssae harenae lasarpiciferis iacet Cyrenis, oraclum Iovis inter aestuosi et Batti veteris sacrum sepulcrum, aut quam sidera multa, cum tacet nox, furtivos hominum vident amores, tam te basia multa basiare vesano satis et super Catullo est, quae nec pernumerare curiosi possint nec mala fascinare lingua. L’AMORE TORMENTO Miser Catulle, desinas ineptire, et quod vides perisse perditum ducas. Fulsere quondam candidi tibi soles, cum ventitabas quo puella ducebat amata nobis quantum amabitur nulla. Ibi illa multa tum iocosa fiebant, quae tu volebas nec puella nolebat. Fulsere vere candidi tibi soles. Nunc iam illa non volt: tu quoque, inpotens, noli, nec quae fugit sectare, nec miser vive, sed obstinata mente perfer, obdura. Vale, puella. Iam Catullus obdurat, nec te requiret nec rogabit invitam. At tu dolebis, cum rogaberis nulla. Scelesta, vae te! Quae tibi manet vita? Quis nunc te adibit? Cui videberis bella? Quem nunc amabis? Cuius esse diceris? Quem basiabis? Cui labella mordebis? At tu, Catulle, destinatus obdura. Mi chiedi quanti tuoi baci o Lesbia mi bastino e avanzino.Quanti sono i granelli di sabbia nel deserto di Libia disteso intorno a Cirene che nutre aroma di silfio fra il tempio di Giove infocato e l’antico sepolcro di Batto,o quante le stelle che spiano nel silenzio notturno i furtivi amori degli uomini,tanti baci baciare è abbastanza a Catullo impazzito d’amore, tanti che i curiosi non possano contarli né fare incantesimi con parole d’invidia. Infelice Catullo, smetti di vaneg-giare, e quel che vedi perduto, stimalo [veramente] perduto. Splendettero un tempo per te ra-diosi giorni, quando accorrevi [sem-pre] là dove la tua donna ti conduceva, amata da me quanto nessun’altra mai sarà amata. Là, allora, avvenivano quei tanti [nostri] giochi amorosi, che tu volevi e che la tua donna non rifiutava. Davve-ro splendettero un tempo per te radio-si giorni. Ora lei non vuole più: anche tu, [per quanto] incapace di dominarti, cessa di volere, e non inseguire [lei] che fugge, e non essere infelice, ma con animo irremovibile sopporta, resisti. Addio, mia cara. Ormai Catullo è deciso, e non tornerà a cercarti né ti chie-derà amore, se tu non vuoi. Ma tu soffri-rai, quando non sarai più desiderata. Scellerata, guai a te! Che vita ti resta? Chi ora verrà da te? A chi sem-brerai bella? Chi amerai tu ora? Di chi si dirà che tu sei? Chi bacerai? A chi morderai le labbra? Ma tu, Catullo, ostinato, resisti Infelice Catullo, smetti di vaneggiare, e quel che vedi perduto, stimalo [veramente] perduto. Splendettero un tempo per te ra-diosi giorni, quando accorrevi [sem-pre] là dove la tua donna ti conduceva, amata da me quanto nessun’altra mai sarà amata. Là, allora, avvenivano quei tanti [nostri] giochi amorosi, che tu volevi e che la tua donna non rifiutava. Davve-ro splendettero un tempo per te radio-si giorni. Ora lei non vuole più: anche tu, [per quanto] incapace di dominarti, cessa di volere, e non inseguire [lei] che fugge, e non essere infelice, ma con animo irremovibile sopporta, resisti. Addio, mia cara. Ormai Catullo è deciso, e non tornerà a cercarti né ti chie-derà amore, se tu non vuoi. Ma tu soffri-rai, quando non sarai più desiderata. Scellerata, guai a te! Che vita ti resta? Chi ora verrà da te? A chi sem-brerai bella? Chi amerai tu ora? Di chi si dirà che tu sei? Chi bacerai? A chi morderai le labbra? Ma tu, Catullo, ostinato, resisti.