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In queste prime lezioni parleremo della filosofia della storia. Noi non possiamo non porci alcune domande filosofiche riguardo alla storia, alcuni perché. Qual è il senso della storia? Perché studiamo storia? Perché è importante? Chiederselo è importante e queste domande non sono retoriche. Che cos’è la storia? Al termine storia si possono attribuire due importanti significati:
Questo perché la storia è maestra di vita. Il motore del progresso, la fonte dell’ottimismo è proprio l’insegnamento che ci dà la scuola. Sbagliando si impara. La coscienza del passato migliora l’uomo. Altri storici, invece, hanno una visione pessimista e antiprogressista. Per loro la storia non è maestra di vita. Secondo loro, nella storia non solo non c’è progresso, ma la storia non insegna nulla, e anzi, è una sorta di decadenza. Per loro gli uomini erano migliori nei tempi andati. Questa è una visione pessimistica e antiprogressista che si può definire anche passatista ( passatismo : quella concezione secondo cui si elogia sempre il passato in quanto è di per sé migliore del presente; è una forma di confusione tra microstoria e macrostoria). Il passatista elogia il passato non perché cerca di dimostrare che era migliore, non ha argomentazioni, lo elogia semplicemente in quanto passato. Il passatista parte dal presupposto che il passato sia sempre migliore del presente, quindi va sempre rimpianto, perché la storia è decadenza. In genere, i passatisti sono le persone più anziane, che rimpiangono i tempi in cui erano giovani. Il passatista in generale, non per forza anziano, è convinto che il passato fosse davvero migliore rispetto al presente. Già i latini ragionavano a questo modo. Per esempio, uno degli autori dell’antica Roma, Catone il Censore, condannava con asprezza i tempi presenti ed esaltava la vecchia Roma monarchica, quella dei primi re, in cui tutti erano dediti solo al lavoro, nessuno aveva ambizioni, tutti erano umili e modesti, le donne erano tutte caste. È il famoso tema del mos maiorum: il culto del costume degli avi, del comportamento degli avi. Per cui il passatista se ne viene sempre fuori con espressioni come O tempora, o mores! (o che tempi, o che comportamenti! Ovvero: dove andremo a finire di questo passo? Queste espressioni sono sempre state usate, anche dai latini, dai cosiddetti laudatori temporis acti (lodatori del tempo passato). Il passatismo è la laudatio temporis acti e la deprecatio tempori (disprezzo del tempo presente). Alcuni storici hanno un’altra visione ancora della storia, che non è né progressista, né antiprogressista. Secondo questa visione il cambiamento c’è, ma in sostanza non c’è nessuna crescita e nessun miglioramento, e viceversa nessun peggioramento. Il miglioramento e il peggioramento sono tutto sommato solo apparenti; oppure sono presenti dei miglioramenti in alcuni aspetti della vita, ai quali però corrispondono altri aspetti in cui c’è degenerazione e peggioramento; quindi, i vari aspetti si bilanciano e non si può affermare che ci sia la prevalenza del miglioramento e viceversa quella del peggioramento.
possiamo dominare meglio. La direzione in cui va il futuro la possiamo conoscere solo studiando ciò che è già accaduto: tutto ciò che è accaduto ritorna, magari in forma diversa ( mutatis mutandi : qualcosa che ritorna in futuro con dei cambiamenti). Tutte le cose essenziali e fondamentali del passato ritornano anche in futuro con alcuni cambiamenti.
La terza argomentazione è di un filosofo che si è occupato molto di queste faccende tra la fine del 1800 e il 1900: Benedetto Croce , un filosofo italiano. Benedetto Croce è uno di quei filosofi che sostengono la teoria dello storicismo , una corrente di pensiero che si sviluppa nella filosofia moderna. Lo storicismo è una concezione che attribuisce alla storia un’importanza massima; è un tipo di filosofia secondo la quale la storia è il centro della realtà e della vita. Lo storicismo è quella concezione secondo cui tutto è storia e niente altro che storia. Questa è la frase simbolo dello storicismo, frase detta da Croce. La realtà coincide con la sua storia e non esiste nulla che non sia storia, che non appartenga a questo ambito universale che è la storia. L’uso del verbo essere non è casuale. Se dicessimo “tutto ha storia”, intenderemmo per storia qualcosa che si può conoscere o meno, ma non essenziale per capire questa cosa a cui ci riferiamo (per esempio una città). Dire che le cose hanno una storia significa dire che c’è il passato, ma che non è essenziale, è qualcosa in più che si può conoscere oppure no. Intenderebbe che si può conoscere una cosa senza conoscere il suo passato. Darebbe alla storia un significato di estrinzicità, ovvero che non è parte essenziale. Secondo Benedetto Croce non è così, secondo lui la storia è parte essenziale. Secondo Benedetto Croce e gli storicisti, la storia e l’essere di una cosa sono la stessa cosa, non sono due aspetti separati. L’essere di una cosa non è altro che la sua storia. Ciò che qualcosa è deriva in tutto e per tutto da ciò che questo qualcosa è stato (croce fa l’esempio di un ciottolo di fiume, che ha quella esatta forma perché è stato modellato nel suo passato). Quindi non si può non studiare la storia, perché la storia è l’essere stesso di un qualcosa. Tutto ciò che esiste, altro non è che la sua storia. Essere ed essere storia è la stessa cosa, lo stesso ambito, la stessa dimensione, non c’è nessuna separazione. Invece, se si utilizza il verbo avere, una cosa ha una storia, significa che il passato può
essere separato da ciò che questa cosa è. Ma non si possono separare: passato e presente sono due dimensioni legate strettamente, anzi, sono la stessa cosa, sono lo stesso corso, lo stesso flusso vitale. Ciò che una cosa è, è il risultato, il prodotto di ciò che questa cosa è stata, e tutto sommato è la stessa cosa. La visione hic et nunc è una visione estremamente limitata, è la visione sub specie limitatis (dal punto di vista del momento presente). Quindi, bisogna ampliare lo sguardo su sub specie aeternitatis (dal punto di vista assoluto, dell’eternità, più ampio possibile). Gli storicisti sostengono che il passato, il presente e il futuro sono un tutt’uno. Gli storicisti si attribuiscono il merito di aver capito in che direzione andrà la storia: se non c’è cesura tra ciò che è stato e ciò che è, non c’è nemmeno cesura tra ciò che è e ciò che sarà. La seconda frase di Benedetto croce è ogni storia è storia contemporanea. Questa affermazione non è vera dal punto di vista cronologico, ma è vera dal punto di vista ontologico (relativo all’essere delle cose, onton dal greco: essere, esistenza). L’influsso che gli eventi passati esercitano sul presente non dipende da quanto questi eventi sono lontani nel passato. Le ragioni per cui un qualcosa è quello che è possono essere trovare sia nel passato recente che nel passato remoto. Tutto il passato ha lo stesso valore nel determinare il presente. Con questa seconda frase Benedetto croce vuole contrastare l’equivoco di chi dice di studiare il passato ma non quello troppo remoto, in quanto non attuale. Non bisogna fare l’errore di sminuire l’importanza degli eventi più lontani.
Il termine storia ha due significati: da una parte storia vuol dire ciò che è successo, gli eventi, ma lo stesso temine indica anche lo studio di questi eventi. In latino ci sono due espressioni diverse: da una parte ci sono le res gestae , le imprese, i fatti, questo è l’aspetto ontologico della storia; dall’altra parte c’è l’ historia rerum gestarum , che è il racconto dei fatti, la memoria di ciò che è successo, e questo è l’aspetto gnoseologico della storia (deriva dal termine greco gnosis , che vuol dire sapere, conoscenza). Che rapporto c’è tra le res gestae e le historia rerum gestarum? Inizialmente si potrebbe pensare che il rapporto sia univoco, ovvero che, se non fosse accaduto nulla,
Lo studio della storia ci insegna a selezionare le cose della vita in base alla loro importanza. Quando si parla di storia, sia a livello di macrostoria, sia a livello di microstoria, si raccontano i fatti. Ma non li raccontiamo tutti. Infatti, facciamo una selezione in cui scegliamo gli eventi più importanti e significativi che hanno inciso di più sul nostro essere contemporaneo. Citiamo le grandi cose, i fatti importanti, i grandi uomini. È un problema filosofico capire cosa è importante e cosa non lo è. I filosofi si chiedono: questo personaggio è davvero importante? Cosa ha fatto di cui deve essere ricordato? Gli storici che si sono posti questo problema hanno trovato alcune risposte, che lo studio della storia ci insegna a selezionare le cose della vita in base alla loro importanza, ci fa capire che non tutto ha la stessa importanza. Se si confondono le cose importanti con le cose effimere rischiamo di sprecare parte della nostra vita. La persona matura, infatti, è quella che riesce a capire a quali cose dare precedenza, e che attribuisce meno importanza alle cose effimere, senza però escluderle completamente dalla sua vita. Se si attribuisce tanta importanza alle cose effimere, rischiamo di sprecare la nostra vita. Non tutti attribuiscono agli stessi eventi la stessa importanza, ma ci sono degli eventi o dei personaggi che sono importantissimi oggettivamente e universalmente.
La storia si articola in brache, rami, settori. Quando si parla di storia parlare di un tutt’uno è sbagliato perché la storia si suddivide in vari aspetti. La vita umana, la storia, tutto ciò che è successo, è suddiviso in tre aspetti:
476 , data che segna la fine dell’età classica. In quest’anno viene deposto l’ultimo imperatore dell’impero romano d’occidente, Romolo Augustolo. Ciò è dovuto alle invasioni barbariche, poiché l’impero non riusciva più a controllarle e quindi era in crisi. L’impero romano d’occidente era in forte crisi politica e militare. Da questa data ha inizio il Medioevo , che dura poco più di 1000 anni. 1000 , fine dell’ Alto Medioevo e inizio del Basso medioevo. 1492 , fine del Basso Medioevo e data della cosiddetta scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, inizio della storia moderna ‘900 inizio della storia contemporanea La storia moderna è ricca di avvenimenti ed è più veloce. Il Medioevo è considerato un’epoca statica, ma in realtà è ricca di cambiamenti profondi e molto significatici che influiscono sul presente, come per esempio la nascita della borghesia e del capitalismo, la nascita della secolarizzazione e della laicità. Il mondo comincia a cambiare nel basso medioevo. Nell’alto medioevo, invece, successe molto di meno, ma per esempio ci fu la nascita del monachesimo, che tutt’ora esiste, e anche del primo Impero Sacro in Europa, il Sacro Romano Impero (nella prima guerra mondiale finì definitivamente la storia dell’ultimo Impero Sacro, l’impero Austroungarico). L’idea che il medioevo sia senza cambiamenti è falsa, poiché i cambiamenti c’erano, anche se molto lenti, perché gli spostamenti e le comunicazioni impiegavano mesi. Il medioevo è un mondo misterioso, poiché non abbiamo molte informazioni riguardo ad esso.
Perché si parla di storia politica? Perché la storia è fatta di potere , monarchie, repubbliche, eserciti? L’uomo non avrebbe potuto dedicarsi ad altro? Quando si parla di storia politica si parla di potere. Non possiamo fare a meno del potere, senza di esso ci sarebbe solo caos. La libertà di alcuni prevaricherebbe la libertà di altri. Inoltre, non solo gli uomini necessitano il potere, ma lo desiderano. Senza il potere la società degenera. Se l’uomo è per sua natura conflittuale, come fanno gli stati, le leggi, le costituzioni a limitare questa conflittualità? Non è contraddittorio? Da una parte c’è l’uomo come essere bellicoso e dall’altra invece c’è l’uomo come colui che limita, colui che frena
ingiusti, violenti, tirannici. Il potere deve limitare l’anarchia, cercando di creare un freno ai comportamenti peggiori, più dannosi, più violenti, più ingiusti. Quindi la storia è una sorta di oscillazione tra lo scatenamento da una parte e il controllo dall’altra. Da una parte la tendenza è quella di distruggere il potere e di vivere liberi, dall’altra però si constata che questa libertà è impossibile, anzi, ha delle conseguenze tremende e quindi si cerca di costruire una forma di potere che renda la società vivibile, minimamente decente. Il potere, a meno che non sia sanguinario, violento, tirannico, folle, è migliore rispetto alla sua mancanza. La parola potere rappresenta un rifugio, per quanto precario, per quanto parziale, per quanto difettoso. La parola anarchia rappresenta invece violenza. Nella totale anarchia non si vive, gli uomini hanno dimostrato di non saper vivere. Senza potere non si vive. Con il potere gli uomini hanno sempre vissuto e continuano a vivere.
Per capire la storia politica bisogna distinguere due concetti che sono il concetto di forza e di violenza. Nell’opinione pubblica questi due concetti vengono continuamente equivocati, confusi, anche da parte degli studiosi. È necessario distinguere bene sul piano teorico questi due concetti per capire meglio la realtà, perché altrimenti non capiamo una differenza fondamentale. Serve per capire quali sono le forme di potere più giuste e quelle più ingiuste, e quali sono i personaggi che hanno governato con giustizia. Ci sono delle caratteristiche tipiche della forza e altre tipiche della violenza.
Il violento non è mai capace di ragionare: è sempre spinto da passioni violente. Il logos, invece, non è mai violento. Il pathos, nella sua forza di trascinamento stravolge spesso anche la ragione, questo succede anche nella vita quotidiana: durante una partita un atleta può commettere degli errori perché è trascinato da passioni che sono la disattenzione, la stanchezza, la pressione da parte degli avversari, le provocazioni dei tifosi. Agli atleti si dice sempre “cerca di ragionare, non lasciarti trascinare”. Il pathos trascina, nei casi peggiori anche la ragione è vittima di questo comportamento, nei casi migliori cerca di frenare il pathos. L’uomo per sua natura è dotato di logos. Viceversa, anche colui che è capace di ragionare non sarà mai immune dal pathos: il pathos è umano. Se non ce l’avessimo saremmo delle macchine. Logos e pathos sono sempre mescolati.
L’Impero Romano era diventato fragile e non era più in grado di sostenere le pressioni da parte dei barbari, per questo motivo era giusto che cadesse e che fosse sostituito da una forma di potere più forte. Dopo le invasioni barbariche, che era una situazione di anarchia invivibile, ci fu la formazione dei regni romano-barbarici , che erano dei regni in cui si poteva vedere una sintesi tra la cultura romana e le tradizioni barbariche. In questi regni furono stabilite delle leggi per rendere la società vivibile. Il regno-barbarico più noto è senza ombra di dubbio quello dei Franchi , che nacque nella prima metà del 700. Un re molto importante dei Franchi fu Carlo Martello , che nel 732 fermò l’avanzata dei Musulmani, che provenivano dall’Arabia Saudita. Gli Arabi avevano attraversato lo stretto di Gibilterra e il loro obiettivo era quello di diffondere le idee islamiche. L’Islam, infatti, entrò in Europa dal Sud verso il Nord, ovvero dal Marocco verso la Penisola Iberica, dove avvenne la conversione forzata dei barbari visigoti. Infatti, l’Islam non era una religione pacifista: la loro verità era diffusa con la violenza (può succedere infatti che le religioni abbiano questo aspetto violento: ovvero che in nome della verità assoluta si ricorra a mezzi violenti per poterla diffondere). Gli Arabi, dopo aver conquistato e reso la penisola Iberica islamica, varcarono i Pirenei; nella battaglia di Portiers nel 732 i Franchi, guidato dal loro re Carlo Martello, sconfissero gli Arabi e ne impedirono l’avanzata. Carlo Martello fu in grado di vincere questa battaglia perché aveva un elemento importantissimo: Carlo Martello possedeva infatti la fiducia completa da parte di tutti i suoi soldati. Questa battaglia ha influito molto su come è ora l’Europa perché, se avessero vinto gli Arabi sarebbe stata completamente diversa, in quanto avrebbero introdotto la loro religione nei paesi Europei. Il re dei Franchi, come anche in tutti gli altri regni, non riusciva a controllare tutta la popolazione da solo: è per questo motivo che su tutti i territori egli aveva persone di fiducia, che nominava per poter controllare i territori del regno. Ma come faceva il re ad essere re e ad avere la fiducia dei soldati? Il potere è sempre un allettamento per gli uomini, e si conquista e si mantiene a fatica. Il potere è sempre precario, e per questo motivo deve essere sempre difeso. Il re
emerge perché è il più forte , sia da un punto di vista materiale, poiché era nella maggior parte dei casi il guerriero più abile, sia da un punto di vista psicologico, poiché possedeva carisma, ovvero quella capacità di farsi obbedire e seguire grazie alla propria saggezza. Il re, quindi, aveva questa virtù non tanto fisica, ma più psicologica: aveva intelligenza , saggezza , capacità di parlare , una bella immagine (il suo sguardo era catturante, la sua gestualità affascinante; questa è una caratteristica che non tutti gli uomini possiedono, ovvero quella per la quale, quando aprono bocca, subito vengono ascoltati da tutti). Il re, che era un uomo forte, aveva bisogno di uomini di fiducia a cui poter assegnare le contee (ovvero parte del territorio del regno), oppure le marche (i territori di confine). Assegnava questi territori, chiamati feudi , a uomini con cui aveva un rapporto fiduciario, personale. Gli uomini che ricevevano questi incarichi, in base all’importanza del loro ruolo ricevevano dei titoli nobiliari che indicavano il loro potere: duchi, conti, marchesi. Questi uomini venivano quindi nominati dal re e vivevano in una condizione di prestigio e di ricchezza. Essi riferivano tutto ciò che succedeva nei territori a loro assegnati al re; promettevano al re di non usare il loro esercito né contro il re stesso né contro gli altri feudi. La parola feudo viene dal latino feudus e significa patto. Il feudo era quindi un patto tra questi uomini, i feudatari, e il loro re; il rapporto che vi era tra il re e i feudatari era un rapporto vassallatico-beneficiario , che consisteva nel fatto che i feudatari ricevevano il potere e promettevano di non attaccare il re e gli altri feudi. Questo tipo di sistema, chiamato sistema feudale , era stato instaurato per garantire la pace, ovvero per evitare di entrare in una situazione di anarchia. Il sistema feudale mise in ordine il territorio e permise di ottenere un esercito capace di resistere ai tentativi di invasione da parte degli altri popoli. Questo era un sistema pacifico, stabile, in cui c’era meno paura. Nel sistema feudale il re ha un suo proprio territorio, ovvero la corte. Ovviamente in teoria tutto il territorio del regno è suo territorio, ma egli lo concede ad altri uomini di sua fiducia per poterlo controllare meglio. Il re nominava questi uomini di fiducia, chiamati vassalli (che significa uomini di fiducia), durante una cerimonia, un rito solenne chiamato cerimonia dell’investitura , in cui il re, in segno del rapporto di fiducia, scambiava le spade con il nuovo vassallo. I vassalli, a loro volta, per poter controllare meglio il loro territorio, nominavano altri uomini di fiducia, i valvassori , che a loro volta, sempre per lo stesso motivo,
il monarca politico e spirituale dello stato pontificio, ovvero lo Stato della Chiesa, chiamato anche patrimonio Sancti Petri , che comprendeva l’Italia Centrale, ovvero il Lazio, l’Umbria, le Marche, la Romagna e parte dell’Emila. Questo territorio separava l’Italia in due. L’insieme dei membri della Chiesa, che diffondono i valori cristiani, è il clero , che si distingue in regolare e in secolare , che sono diversi tra loro. Il clero regolare comprende i monaci e i frati; il clero secolare è la gerarchia ecclesiastica con al vertice il papa, e che è formata dai preti, dai vescovi e dai cardinali. Nel Medioevo la religione era molto importante, infatti si pensava che tutto dipendesse dal cristianesimo. C’era quindi una visione teocentrista (teocentrismo è quella concezione secondo cui si pensa che Dio sia il centro dell’Universo e della realtà) e trascendentista (in cui si considerava che la vera vita e la vera realtà non è quella terrena, ma è quella dell’ aldilà ). Per cui, nel Medioevo si viveva in funzione della religione e della fede. Il papa, proprio come i re, non era in grado da solo di controllare tutto il territorio, che perciò era diviso in diocesi. A capo delle diocesi vi erano i vescovi (dal verbo episcopeo , ovvero controllo, sorveglio), che avevano il compito di controllare ciò che succedeva nelle diocesi. A loro volta, le diocesi erano suddivise in parrocchie , a cui a capo vi erano i parroci. Esistevano i vescovi e gli arcivescovi : ai vescovi venivano affidate delle diocesi di campagna, in cui era meno difficile governare poiché la vita era meno complessa; agli arcivescovi, che teoricamente non erano superiori ai vescovi, venivano affidate delle diocesi di città, che erano più difficili da governare in quanto la vita era più complessa, aperta, viva e dinamica. Alcuni arcivescovi vengono nominati dal papa “ cardinali ”, ovvero sono il cardine della chiesa, e, nella maggior parte dei casi, risiedevano a Roma, formando la curia , ovvero la corte del papa. La carica del cardinale era il massimo livello della carriera ecclesiastica. I cardinali hanno il compito di aiutare il papa nel governo della Chiesa. Fuori dallo Stato della chiesa, i vescovi delle diocesi di città, ovvero gli arcivescovi, avevano solamente potere spirituale, mentre all’interno dello stato della chiesa avevano anche potere economico e politico. Dato che la maggior parte degli arcivescovi si trasferiva a Roma per avere più potere, in seguito fu istituito l’obbligo di dimora, che li obbligava a presiedere nelle loro arcidiocesi. (L’equivalente del cardinale nel sistema feudale sono i ministri (dal latino minister , ovvero servo; oggi significa uomo di potere), che lavorano per il re e sono uomini di altissima aristocrazia).
Ogni volta che un papa moriva, veniva eletta la carica di pontefice da parte dei 130 cardinali nominati dall’ex papa, che si riunivano in una sala chiusa a chiave, nel conclave. Essendo il papato una monarchia, i cardinali erano sottoposti a pressioni esterne, e quindi venivano chiusi a chiave per non avere alcuna distrazione e per non ricevere pressioni dall’esterno). Nel conclave si eleggeva quindi il nuovo papa. Il concilio è l’assemblea che comprende tutti i vescovi ed è un’assemblea straordinaria, che avviene in circostanze eccezionali e che segnala una situazione di crisi.
La risposta al problema che si aveva nel sistema feudale, ovvero a come fare in modo di evitare che i regni fossero in guerra tra di loro, e chi mettere al vertice della piramide del sistema feudale che riuniva più regni, fu trovata quindi proprio nella Chiesa, con il sistema politico del Cesaropapismo , in cui il papa deve aiutare il Caesar a tenere sotto controllo tutto. Dal punto di vista del potere temporale, il papa non era la soluzione per risolvere questo problema; era la soluzione dal punto di vista spirituale. Questa soluzione fu trovata dal re dei Franchi Carlo Magno. Se vogliamo raggiungere la pax universalis e la pax gentium , che è appunto lo scopo della storia politica, è necessario dare un vertice alla piramide feudale, quindi i re devono essere i vassalli di un altro uomo, e quindi è necessario creare IL potere monarchico universale: fu questa la teoria di Carlo Magno. La differenza tra regno e impero : il regno è un territorio singolo separato dagli altri e che quindi è potenzialmente in guerra con gli altri regni, un territorio quindi dove la pace non è garantita; nell’impero i re sono vassalli dell’imperatore, e ciò garantisce la pace universale. Infatti, l’imperatore è uno solo, perché nell’impero il potere è nelle mani di una sola persona. L’imperatore deve garantire la pace universale. Solo considerando i regni un beneficio concesso dall’imperatore si raggiunge la pax universalis. Carlo Magno si basa sull’esempio storico dell’Impero romano. Però, l’Impero romano ha fatto fatica a garantire la pace, questo perché non era stato in grado di sedare completamente la sete di potere degli uomini. Il potere dell’impero si tramandava ereditariamente. Inoltre, la fondazione dell’Impero romano era stata un misto di forza
In realtà però, quando la religione diventa anche politica non si vive mai bene (teocrazia), e un esempio di questo è l’Islam. Infatti, la politica mette a rischio la purezza dei valori cristiani. IL 25 DICEMBRE 800 CARLO MAGNO VENNE INCORONATO DAL PAPA A SAN PIETRO COME IMPERATORE DEL SACRO ROMANO IMPERO. Venne incoronato mentre era inginocchiato su un disco rosso di porfido, che ora risulta essere sopraelevato rispetto al marmo circostante in quanto non viene calpestato dai visitatori. Alla morte di Carlo Magno, nell’ 814 , il sacro romano impero venne lasciato in eredità al figlio primogenito: Ludovico il Pio. Alla morte di Ludovico il Pio, invece non si rispettò la ius primogeniture , ma l’impero venne suddiviso tra i suoi tre figli: Carlo il Calvo , che ricevette la Francia ; Ludovico il Germanico , che ricevette la Mittel Europa , ovvero i territori di tradizione tedesca (Austria, Germania, Ungheria, parte della Svizzera, Danimarca); Lotario , che ricevette la Svizzera e l’Italia centro- settentrionale, la parte più piccola. Quindi l’impero si divise. Questi territori dovevano proteggersi dai barbari: ad est dagli slavi e dagli ungari; a sud dagli arabi musulmani; a nord dai barbari provenienti dall’Islanda e dalla Scandinavia. Il progetto di Carlo Magno fu chiamato la RENOVATIO IMPERII, ovvero il rinnovamento dell’Impero romano sotto il papa. Il progetto di Carlo Magno si trasforma poi nella TRANSLATIO IMPERII. Infatti, dopo la morte di Ludovico il Pio, il sacro romano impero si era suddiviso definitivamente in due: Francia e Mitteleuropa, che acquisiscono identità propria. A partire dal X secolo, il centro dell’impero infatti non è più la Francia, da cui era nato, ma si sposta in Mitteleuropa (infatti le famiglie più importanti di quel periodo provenivano tutte da lì, come per esempio gli Svevi , da cui proveniva Federico II, e gli Ottoni ). Tra questi due nuovi imperi, Francia e Mitteleuropa, ci sono stati dei rapporti. Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo, escludendo Lotario, decisero di incontrarsi a Strasburgo , città di confine, e decidono di firmare il GIURAMENTO DI STRASBURGO nell’ 843 (è importante perché è il simbolo dell’atto di pace: i due eserciti si incontrarono per fare un giuramento di pace, promettendo di essere uniti nella lotta contro i barbari. In questo giuramento viene pronunciato lo stesso testo sia in tedesco che in francese (se l’impero fosse stato anche di fatto, il giuramento sarebbe stato recitato in latino, urbis et orbis lingua , ovvero la lingua eterna), che fa seguito al TRATTATO DI VERDUM dell’ 842 (in cui si mette per iscritto che i due imperi non si faranno mai guerra.
Fin dalla nascita del sistema feudale l’EREDITÀ DEI FEUDI aveva rappresentato un problema: i feudi venivano lasciati in ereditarietà, secondo la ius primogeniture. Veniva lasciato solamente al figlio primogenito con lo scopo di mantenere tutta la ricchezza, e quindi non suddividerla. Gli altri figli, invece, intraprendevano la carriera militare (ovviamente, appartenendo a famiglie importanti, non svolgevano il ruolo di un semplice soldato, ma erano ufficiali dell’esercito) oppure la carriera ecclesiastica. Quindi, non sempre coloro che intraprendevano la carriera religiosa avevano una vocazione, spesso infatti era una scelta di famiglia, ed è proprio da questo che derivano i vizi della chiesa. Le donne invece venivano fatte sposare a un uomo il più possibile benestante; c’era infatti la “ricerca di un buon partito” a cui far sposare le figlie, ovvero un uomo che possibilmente era un figlio di un feudatario. Attraverso il sistema dell’ereditarietà dei feudi nacque l’ aristocrazia, chiamata anche nobiltà , che rappresenta la classe sociale che si trova al vertice della società e che era la più ricca e la più elevata tra tutte. Questa classe sociale si tramandava il patrimonio di padre in figlio, e questo patrimonio consisteva in una ricchezza rurale (da rus, che significa campagna), fondiaria, si tramandavano infatti ville, castelli, campi, boschi, terreni, oltre che ovviamente i soldi. Questa classe sociale nasce quindi con la disgregazione dell’impero. L’eredità dei feudi, secondo la ius primogeniture, era un problema perché il rapporto vassallatico-beneficiario tra vassallo e re era appunto tra il vassallo e il re, e non tra il re e il figlio del vassallo. Infatti, dopo la morte del vassallo, il feudo sarebbe dovuto ritornare al re, che avrebbe dovuto poi scegliere una persona di sua fiducia a cui affidarlo. Attraverso l’ereditarietà dei feudi, non vi era più il rapporto fiduciario tra il re e il neo-vassallo: i feudi iniziarono perciò ad essere autonomi. Si crearono così diversi tipi di nobiltà, in base al potere che si ereditava (infatti venivano ereditati anche i ruoli meno importanti, come per esempio quelli di valvassore e valvassini), che sono chiamate nobiltà di primo rango, di secondo rango e così via. Quindi, gli eredi dei poteri non avevano più un rapporto personale fiduciario con il re, ed è proprio questo il problema: non essendoci più un rapporto fiduciario tra re e vassalli, le truppe dei vassalli non avevano più fedeltà nei confronti del re.