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Prova d'informatica d'ateneo E4JOB, Dispense di Elementi di Informatica

Dispense per prova d'informatica d'ateneo e4job

Tipologia: Dispense

2019/2020

Caricato il 04/02/2020

Utente sconosciuto
Utente sconosciuto 🇮🇹

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1. ESSERE DIGITALI CONSAPEVOLI: GOVERNARE IL CAMBIAMENTO TRA SOCIAL MEDIA E
IoT
Perché “cultura digitale”?
L’innovazione digitale è una realtà che crea un paesaggio umano, cognitivo e sociale in rapida
mutazione. Abbiamo computer in casa, computer sul lavoro, tablet, smartphone, applicazioni e vari
oggetti digitali tutti connessi in rete: non si tratta di strumenti neutri.
Questa sola presenza, o pervasività, del digitale in ogni ambito della nostra vita rende necessario, già di
per sé, un approccio consapevole a queste tecnologie in tutti i loro aspetti.
Ancor di più se si considera che il digitale non è solo un elemento costante della nostra vita ma è anche
un fattore trainante e di stimolo dei cambiamenti nelle imprese, nel business, nelle pubbliche
amministrazioni, nei media e nella comunicazione e, conseguentemente, nei mestieri e nelle professioni
praticate e nascenti.
Lo scopo di questo modulo formativo è creare un approccio di base e, per quanto possibile, completo a
queste tecnologie utilizzando un linguaggio che descriva e crei consapevolezza.
La consapevolezza passa sia attraverso la conoscenza dell’uso del digitale inteso anche come
comprensione, per esempio, dei cookies, della geo-localizzazione, del dispiegamento e utilizzo delle
informazioni presenti nei social media, sia attraverso la conoscenza dei cambiamenti, anzi delle vere e
proprie mutazioni, che coinvolgono tutti in prima persona.
È “Cultura” perché si tratta dell’applicazione di pensiero e di pensiero critico, perché oggi non è più
un’opzione scegliere di essere “digitali”, e di conseguenza anche in questo campo è necessario un
“ritorno alla cultura”.
Spesso, in un glossario ampiamente utilizzato e in costante aggiornamento, si parla di “nativi digitali”,
come se i bambini nati dopo il 1990 fossero “naturalmente” acquisitori di queste competenze: come
una madre lingua aggiuntiva.
È più corretto parlare di “soggetti digitali” perché parliamo di persone esposte per grandissima parte
del tempo all’utilizzo, alla pratica e alla visione di media digitali, come tutti noi. Essere esposti alla
pervasività del digitale non si traduce in automatico in “competenza digitale”.
Oltre all’applicazione di un pensiero critico e consapevole è necessaria la responsabilità, perché si
“naviga” tra contenuti e si producono contenuti, perché c’è una centralità nell’utilizzo di questi media e
utilizzarli non ha un impatto solo sui consumi ma anche sulla vita individuale e sociale.
Queste opportunità di relazione e comunicazione creano nuove identificazioni, rappresentazioni di sé e
della realtà, e tutto questo avviene in una rete in cui è ampiamente in gioco l’interattività continua, la
mancanza di confini spazio-temporali in cui siamo sempre e comunque connessi e la labilità del confine
tra virtuale e reale.
Altra caratteristica importante ed essenziale del digitale è la condivisione delle conoscenze. Questa è
una delle opportunità possibili: la condivisione, il mettere in comune.
La nostra giornata su internet comprende numerose attività: cerchiamo informazioni sui motori di
ricerca, acquistiamo i biglietti del concerto che cercavamo, commentiamo lo status di un amico sui
principali social network. Ma quanto sappiamo dei meccanismi che hanno regolato queste operazioni?
Certo, molti di noi non sanno nemmeno come funziona il motore di un’automobile ma sono in grado di
capire se è nelle condizioni di portarci a destinazione; e se non lo è, sanno che un meccanico potrà
aiutarli.
I sistemi digitali, invece, sono abbondantemente utilizzati e per noi totalmente oscuri. A loro ogni giorno
consegniamo informazioni, password, contenuti, nomi, numeri di carte di credito, video.
Utilizziamo il digitale spesso senza essere stati adeguatamente formati per capire e gestire questo
allargamento di opportunità e rischi.
La rete facilita l’accesso a informazione e servizi, la partecipazione a forme di consultazione,
l’interazione. La mancanza di competenze digitali è l’equivalente di ciò che l’analfabetismo ha
rappresentato per i nostri nonni.Nel passato, a chi non sapeva leggere e scrivere era preclusa, nei fatti,
la possibilità di essere un cittadino attivo, oggi, la medesima limitazione la sperimentano coloro che non
utilizzano le ICT e non accedono alla rete.
Essere digitale: dall’identità personale all’identità digitale.
Ma se volessimo rinunciare al nostro “essere digitale” ci sarebbe possibile?
Quanta effettiva competenza abbiamo per decidere quando uscire da una rete digitale nella quale
entriamo, a volte nostro malgrado?
È degli ultimi anni la consapevolezza che il tema è dei più delicati e necessita di un’analisi approfondita
e multidisciplinare tale da produrre risultati che possano essere condivisi e conosciuti dai proprietari
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1. ESSERE DIGITALI CONSAPEVOLI: GOVERNARE IL CAMBIAMENTO TRA SOCIAL MEDIA E

IoT Perché “cultura digitale”? L’innovazione digitale è una realtà che crea un paesaggio umano, cognitivo e sociale in rapida mutazione. Abbiamo computer in casa, computer sul lavoro, tablet, smartphone, applicazioni e vari oggetti digitali tutti connessi in rete: non si tratta di strumenti neutri. Questa sola presenza, o pervasività, del digitale in ogni ambito della nostra vita rende necessario, già di per sé, un approccio consapevole a queste tecnologie in tutti i loro aspetti. Ancor di più se si considera che il digitale non è solo un elemento costante della nostra vita ma è anche un fattore trainante e di stimolo dei cambiamenti nelle imprese, nel business, nelle pubbliche amministrazioni, nei media e nella comunicazione e, conseguentemente, nei mestieri e nelle professioni praticate e nascenti. Lo scopo di questo modulo formativo è creare un approccio di base e, per quanto possibile, completo a queste tecnologie utilizzando un linguaggio che descriva e crei consapevolezza. La consapevolezza passa sia attraverso la conoscenza dell’uso del digitale inteso anche come comprensione, per esempio, dei cookies, della geo-localizzazione, del dispiegamento e utilizzo delle informazioni presenti nei social media, sia attraverso la conoscenza dei cambiamenti, anzi delle vere e proprie mutazioni, che coinvolgono tutti in prima persona. È “Cultura” perché si tratta dell’applicazione di pensiero e di pensiero critico, perché oggi non è più un’opzione scegliere di essere “digitali”, e di conseguenza anche in questo campo è necessario un “ritorno alla cultura”. Spesso, in un glossario ampiamente utilizzato e in costante aggiornamento, si parla di “nativi digitali”, come se i bambini nati dopo il 1990 fossero “naturalmente” acquisitori di queste competenze: come una madre lingua aggiuntiva. È più corretto parlare di “soggetti digitali” perché parliamo di persone esposte per grandissima parte del tempo all’utilizzo, alla pratica e alla visione di media digitali, come tutti noi. Essere esposti alla pervasività del digitale non si traduce in automatico in “competenza digitale”. Oltre all’applicazione di un pensiero critico e consapevole è necessaria la responsabilità, perché si “naviga” tra contenuti e si producono contenuti, perché c’è una centralità nell’utilizzo di questi media e utilizzarli non ha un impatto solo sui consumi ma anche sulla vita individuale e sociale. Queste opportunità di relazione e comunicazione creano nuove identificazioni, rappresentazioni di sé e della realtà, e tutto questo avviene in una rete in cui è ampiamente in gioco l’interattività continua, la mancanza di confini spazio-temporali in cui siamo sempre e comunque connessi e la labilità del confine tra virtuale e reale. Altra caratteristica importante ed essenziale del digitale è la condivisione delle conoscenze. Questa è una delle opportunità possibili: la condivisione, il mettere in comune. La nostra giornata su internet comprende numerose attività: cerchiamo informazioni sui motori di ricerca, acquistiamo i biglietti del concerto che cercavamo, commentiamo lo status di un amico sui principali social network. Ma quanto sappiamo dei meccanismi che hanno regolato queste operazioni? Certo, molti di noi non sanno nemmeno come funziona il motore di un’automobile ma sono in grado di capire se è nelle condizioni di portarci a destinazione; e se non lo è, sanno che un meccanico potrà aiutarli. I sistemi digitali, invece, sono abbondantemente utilizzati e per noi totalmente oscuri. A loro ogni giorno consegniamo informazioni, password, contenuti, nomi, numeri di carte di credito, video. Utilizziamo il digitale spesso senza essere stati adeguatamente formati per capire e gestire questo allargamento di opportunità e rischi. La rete facilita l’accesso a informazione e servizi, la partecipazione a forme di consultazione, l’interazione. La mancanza di competenze digitali è l’equivalente di ciò che l’analfabetismo ha rappresentato per i nostri nonni.Nel passato, a chi non sapeva leggere e scrivere era preclusa, nei fatti, la possibilità di essere un cittadino attivo, oggi, la medesima limitazione la sperimentano coloro che non utilizzano le ICT e non accedono alla rete. Essere digitale: dall’identità personale all’identità digitale. Ma se volessimo rinunciare al nostro “essere digitale” ci sarebbe possibile? Quanta effettiva competenza abbiamo per decidere quando uscire da una rete digitale nella quale entriamo, a volte nostro malgrado? È degli ultimi anni la consapevolezza che il tema è dei più delicati e necessita di un’analisi approfondita e multidisciplinare tale da produrre risultati che possano essere condivisi e conosciuti dai proprietari

delle informazioni che partecipano alla costruzione in rete di una loro identità, per presentarsi ad altre identità con le quali intendono relazionarsi. Possiamo assumere in rete tutte le identità che la nostra fantasia ci permette o possiamo scegliere quella corrispondente alla nostra reale posizione anagrafica attribuendoci i connotati che più la soddisfano. Possiamo essere costretti a identificarci - o meglio autenticarci - con le regole stabilite da leggi dello Stato quando dobbiamo interfacciarci con la PA. Con la gestione digitale delle informazioni è cambiata la velocità con cui ciò che ci appartiene può essere diffuso e impropriamente utilizzato mentre la pervasività della rete trasporta in ogni dove questi dati rendendo possibile la loro esposizione e utilizzazione, indipendentemente dalla nostra volontà. Il nuovo regolamento sulla privacy L’impatto delle tecnologie digitali sul trattamento delle informazioni ha avuto risvolti anche nell’aggiornamento della privacy. Il 4 maggio 2016 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale Europea il Regolamento UE n. 2016/679, relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati. Il testo è entrato in vigore il 24 maggio 2016, ma il legislatore europeo ha concesso agli Stati membri due anni di tempo per adeguarsi alle previsioni del nuovo Regolamento. Il nuovo Regolamento europeo sulla protezione dei dati presenta un insieme di regole in grado di disciplinare gran parte degli aspetti di una privacy attenta al nuovo mondo digitale e al flusso transfrontaliero dei dati. La presa in carica delle caratteristiche imposte dalle tecnologie e dall’economia digitale sono evidenti sia nei diritti esplicitati nel nuovo Regolamento sia nella definizione dei dati trattati. Tra i diritti si definisce in chiaro quello “all’oblio”, nonché alcuni divieti specifici per le attività di profilazione delle persone. Tra le nuove categorie di Dati Personali (art.4 del Nuovo Regolamento):

  • Dati Genetici: tutti i dati personali riguardanti le caratteristiche genetiche di una persona fisica, ereditarie o acquisite, che forniscono informazioni uniche sulla fisionomia o sulla salute dell'individuo.
  • Dati Biometrici: i dati personali ottenuti da un trattamento tecnico specifico, relativi alle caratteristiche fisiche, fisiologiche o comportamentali di una persona, che ne consentono o confermano l’identificazione univoca, quali l’immagine facciale o i rilievi dattiloscopici.
  • Dati relativi alla salute: i dati attinenti alla salute fisica o mentale di una persona, inclusa la prestazione di servizi sanitari, che rivelano informazioni relative al suo stato di salute. Infine il Regolamento impone una maggiore protezione per i minori di 16 anni, in quanto potrebbero essere meno consapevoli dei rischi, delle conseguenze e dei loro diritti in relazione al trattamento dei dati personali, soprattutto con i nuovi media digitali. Per ciò che riguarda la sicurezza, o meglio la violazione dei propri dati personali in possesso dell’organizzazione impresa o società, c’è l’obbligo di notificare l’avvenimento della violazione entro il limite massimo di 72 ore. Noi, nel caso in cui dovessimo subire una violazione dei dati, dobbiamo essere informati se sono compromessi i nostri diritti o le nostre libertà riguardanti:
  • Danni fisici, materiali o morali
  • Danno economico o sociale
  • Perdita del controllo dei dati
  • Limitazione dei diritti
  • Discriminazione
  • Furto o usurpazione d'identità
  • Perdite finanziarie
  • Decifratura non autorizzata
  • Pregiudizio alla reputazione
  • Perdita di riservatezza dei dati protetti da segreto professionale E per concludere, il nuovo regolamento dichiara esplicitamente anche le sanzioni che possono arrivare fino ad un massimo di 20.000.000 Euro o al 4% del fatturato mondiale totale annuo della società in cui è avvenuta la violazione. Spid: sistema pubblico di identità digitale Anche la Pubblica Amministrazione sta agendo per facilitare l’accesso ai vari servizi forniti agli utenti; SPID (acronimo di Sistema Pubblico di Identità Digitale) è il nuovo sistema di login creato per

Se guardiamo a quel che succede in un solo minuto nella rete ci accorgiamo della impressionante mole del fenomeno, peraltro in costante crescita:

  • su Youtube vengono caricate 72 ore di video,
  • su Facebook vengono pubblicati 41mila post e circa 350GB di dati,
  • su Skype ci sono 1,4 milioni di minuti di connessioni, ovvero in un minuto ci sono 1,4 milioni di persone connesse,
  • su Flickr, vengono viste 20 milioni di foto,
  • su Twitter, vengono pubblicati 278 mila messaggi (tweet),
  • su Snapchat vengono condivise 104 mila foto,
  • Amazon ha venduto per 83 mila dollari,
  • Linkedin vede la ricerca di 11 mila professionisti,
  • Pinterest ha 11 mila utenti attivi in un minuto,
  • Instagram riceve 216.000 foto
  • con Google vengono effettuate 2 milioni di ricerche,
  • su Spotify vengono aggiunti 13 nuovi brani musicali,
  • 15 mila brani vengono scaricati da iTunes,
  • vengono registrati 70 nuovi domini web e creati 571 siti,
  • vengono spedite circa 204 milioni di email. Si tratta di stime non puntuali, che vogliono solo trasmettere l’entità del fenomeno ma che documentano bene il senso di sovraesposizione informativa e dell’impatto provocato dall’immissione di questa montagna di dati. Anche per questo, oggi, diventa ancor più necessario assumere consapevolezza della privacy e dell’utilizzo delle informazioni fornite e lasciate in rete. L’impatto del digitale: web reputation Condividiamo le nostre immagini, i nostri pensieri, le nostre parole, ovvero noi stessi, ma spesso non ne controlliamo l’uso. Le insidie si nascondono in ogni password troppo accessibile, nei dati privati inseriti in moduli online, nelle foto pubblicate sui social network troppo disinvoltamente. Se fino a poco tempo fa la fobia più grande era la carta di credito clonata, oggi il pericolo reale e più frequente è il furto d’identità che, oltre a violare la privacy e provocare danni economici e d’immagine, porta con sé retroscena psicologici allarmanti. Imparare a pensare digitale Bisogna imparare a pensare, anche in digitale, per attività di vita quotidiana che prima non erano pervase di tecnologia. Anche dal punto di vista lavorativo, ormai ogni professione e ogni attività prevede l’utilizzo di tecnologie digitali e, parlando più specificatamente di “lavoro nel digitale”, la situazione attuale in Europa prefigura la necessità di inserire 900.000 professionisti ICT entro il 2020 Ci si chiede se l’innovazione digitale crea o distrugge posti di lavoro. Sicuramente li trasforma. L’innovazione ha creato e crea anche dei nuovi ecosistemi professionali: nuovi lavori, nuove startup e nuovi modelli di business nascono ogni anno proprio grazie a colossi dell’innovazione tecnologica. Oggi accanto a mestieri digitali classici, ma in continuo aggiornamento nelle competenze, appaiono nuovi mestieri e professioni digitali:
  • Il Digital copywriterÈ il designer dei contenuti nella rete. Scrive e usa le parole giuste per il messaggio da veicolare. Per il copywriter inglese Roger Horberry: “Il digital copywriter utilizza le parole giuste per dire le cose giuste alle persone giuste in modo da ottenere la risposta giusta”.
  • Il Web analystÈ l’interprete dei dati di navigazione, si occupa dei dati di performance riguardanti un progetto o una campagna digitale.
  • L’E-reputation managerÈ lo scienziato dei dati social. Essere online significa gestire la propria reputazione e quella dei brand e delle aziende per cui si lavora. La reputazione online è un processo che si costruisce con strategie e con il lavoro di diverse figure professionali. In questo processo l’e- reputation manager ha un ruolo chiave, non solo perché conosce i social media ma anche perché ha la capacità di leggere e analizzare i dati e coordinare e approntare strategie.
  • Il SEOIl SEO (Search Engine Optimizator) è un professionista dell’ottimizzazione sui motori di ricerca, ovvero è il professionista che conosce le strade che motori di ricerca portano a un sito.
  • Il Data ScientistLo scienziato dei dati, capace di trasformare in conoscenza l’universo di informazioni (Big Data) prodotte quotidianamente all’interno e all’esterno di una azienda. È capace di gestire l’acquisizione, l’analisi, l’elaborazione, la presentazione, la condivisione e la visualizzazione delle informazioni secondo le esigenze.

Ormai è evidente: le professioni non sono definite, definitive e uniche per tutta la nostra vita lavorativa, ma sono al contrario una continua miscela di competenze apprese e praticate nel tempo, competenze professionali necessarie per agire con il proprio mestiere. Queste competenze poi, devono essere continuamente allineate alle evoluzioni tecnologiche. Si parla di formazione continua, ma la formazione continua di per sé non è sufficiente; il concetto chiaro e definito di competenza è non solo basato sul sapere, ma anche sul saper fare. Questo concetto è valido in ogni contesto lavorativo perché ogni lavoro è ormai pervaso di tecnologia, ma è ancor più valido e applicato nel contesto del digitale e dell’informatica. Tenere il passo con i cambiamenti, tenere il passo con le conoscenze e le competenze digitali permette di essere mutevoli alle esigenze richieste dalle imprese e dalla società nel suo complesso. Avere Competenze Digitali significa conoscere, comprendere, saper utilizzare e saper scegliere. La conseguenza è assumere consapevolezza da cittadino, da consumatore e da lavoratore. L’approccio alla Cultura Digitale deve assumere che:

  • Non si è alfabetizzati digitali una volta per sempre, perché il digitale è in perenne evoluzione.
  • Bisogna fornire e utilizzare gli strumenti culturali e la curiosità giusta per trarre tutti i benefici dati dall’innovazione tecnologica.
  • Il diritto di cittadinanza si trasforma in diritto alla cittadinanza digitale ed è necessario creare un approccio consapevole su tutti gli aspetti.
  • Internet è un’altra rivoluzione che interviene sulla conoscenza e sul sapere, ma deve essere conosciuta e utilizzata al meglio. Le competenze digitali Le competenze digitali si fondano su "abilità di base nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione: l’uso del computer per reperire, valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni nonché per comunicare e partecipare a reti collaborative tramite Internet" (Unione Europea, Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio relativa a competenze chiave per l’apprendimento permanente, 2006/962/CE). Per competenze digitali di base si fa riferimento alle capacità di utilizzare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie dell’informazione e della comunicazione per il lavoro, il tempo libero e la comunicazione. Le competenze digitali di base sono così le competenze richieste a tutti i cittadini per poter pienamente partecipare alla società dell'informazione e della conoscenza ed esercitare i diritti di cittadinanza digitale. La competenza digitale è caratterizzata da tre dimensioni – cognitiva, tecnologica ed etica – e dunque legata alle capacità di:
  • rapportarsi al contesto di vita (mantenere capacità critica rispetto alle informazioni e alle opinioni, saper affrontare le situazioni problematiche);
  • gestire gli eventi del divenire (essere capaci di accogliere i cambiamenti derivanti dall’innovazione tecnologica);
  • essere soggetto sociale (essere parte di una comunità per interagire). Per realizzare una reale società dell’informazione in grado di trarre vantaggio dalle opportunità offerte dalle nuove tecnologie, occorre assicurare un totale accesso da parte di tutti, senza distinzione di:
  • abilità
  • conoscenze
  • età
  • cultura
  • stato sociale
  • stato economico Social media Siete sociali? Dove siete sociali? Quali Social Application utilizzate? Probabilmente siete parte di questi numeri aggiornati al 2015:
  • Gli utenti di Internet sono circa 3,175 miliardi, quasi la metà della popolazione mondiale.
  • Sui social media ci sono oltre 2,206 miliardi di utenti attivi.
  • 3,734 miliardi di utenti sono sul mobile, e rappresentano una penetrazione a livello mondiale del 51%.
  • 1,925 miliardi di utenti utilizzano i loro telefoni cellulari per le piattaforme di Social Media.
  • Gli utenti dei social media sono aumentati di 176 milioni nell'ultimo anno.
  • Una delle principali piattaforme di social media, Facebook, acquisisce mezzo milione di nuovi utenti ogni giorno ovvero sei nuovi profili ogni secondo.
  • Gli utenti che utilizzano i cellulari costituiscono la metà della popolazione del mondo e 2 milioni di smartphone sono venduti ogni giorno a livello planetario.

La catena di fornitura L’evoluzione dell’economia globale, la gestione integrata della catena di fornitura anche tra soggetti diversi del business e, soprattutto, la produzione con analisi e previsione della domanda del mercato per evitare la sovrapproduzione e l’abbondanza dell’invenduto in magazzino (Previsione del fabbisogno) hanno richiesto l’attivazione di strumenti che potessero coinvolgere il consumatore finale nel processo. Questo è avvenuto trasformando il cliente e integrandolo nella fase finale della catena di produzione (pensate di nuovo ai bancomat o alle casse automatiche dei negozi). Il cliente partecipa praticamente in prima persona alla fornitura di ciò che richiede o acquista. Il prerequisito fondamentale di questa nuova economia di produzione oggi è: conoscere il cliente. “Invece di concentrarvi su un prodotto per volta e cercare di venderlo a quanti più clienti possibili, concentratevi su un cliente per volta e cercate di vendergli quanti più prodotti vi è possibile nel corso del suo ciclo di vita”. [Peeper&Rogers – The One-to-One Future] “In futuro non sarà importante ciò che sappiamo sui nostri clienti, ma piuttosto quanto conosciamo di ciascuno di essi”. [Peeper&Rogers – The One-to-One Future]. L’orientamento della produzione verso il cliente ha modificato i valori dalla produzione andando dal prodotto/servizio standard al prodotto/servizio customizzato. La mass customaization Mass Customization è il termine coniato al riguardo, traducibile come personalizzazione di massa; descrive la produzione in modo industriale di beni personalizzati secondo i gusti di ogni singolo consumatore. Sembra un ossimoro: massa e personalizzazione, una contraddizione della nozione stessa di comunicazione di massa che è caratterizzata da standardizzazione, rigidità e omogeneità. Per le imprese che operano in Internet, la personalizzazione è il mezzo usato sia per fidelizzare il rapporto col cliente, sia per estendere il proprio potere commerciale. Una tecnica che esisteva per altri scopi ed oggi viene praticata come strategia di marketing è la Clickstream Analysis. Questa tecnica evidenzia:

  • le parti del sito più popolari e quelle meno visitate, il che permette di comprendere i gusti della propria utenza e seguirli per offrire un servizio migliore;
  • i siti di provenienza più comuni tra i propri utenti;
  • i punti di uscita più frequenti; indica le pagine critiche in termini di usabilità o di attrattività. Se la maggior parte degli utenti lascia il sito da una particolare sezione è utile analizzare il perché. Può anche significare infatti che tale sezione non incontra il gusto della media degli utenti, o non è ben strutturata;
  • le chiavi immesse nei motori di ricerca interni dalle quali si capiscono i gusti e le necessità della propria utenza. Il digital marketing La conseguenza di tutto questo è che anche il marketing è cambiato. L’esplosione delle tecnologie digitali, nell’era dell’economia delle informazioni, ha portato a un ribaltamento delle strategie di comunicazione da un modello di tipo push (l’azienda parla e i clienti ascoltano) a un modello di tipo pull (i clienti parlano e l’azienda ascolta) Le attività del marketing digitale attraverso l’uso degli strumenti digitali includono i seguenti passi:
  • L’analisi: l’ascolto è il punto di partenza per lo sviluppo di un ottimo piano di comunicazione digitale: ascoltare e analizzare i concorrenti valutandone il loro posizionamento nelle ricerche sui motori di ricerca e le parole (keyword) utilizzate. Ascoltare e analizzare le parole chiave digitate nei motori di ricerca dai consumatori mentre cercano prodotti e servizi. Monitorare quello che si dice sull’azienda, e il grado di soddisfazione o insoddisfazione. Individuare e mappare gli utenti chiave (key stakeholder) e verificare i contenuti d’interesse, l’aggiornamento, il grado di rilevanza e il ranking nei motori di ricerca.
  • La strategia: studio della domanda, individuazione del target e definizione degli obiettivi sono i passi fondamentali di una analisi. Consentono la costruzione di una strategia di posizionamento online, ovvero la creazione di una immagine coerente, in sintonia con la missione che si è data l’azienda.
  • La costruzione: costruire significa arrivare agli utenti, potenziali clienti, e significa scegliere e individuare i canali e gli strumenti più efficaci, il metodo e il messaggio da comunicare. I social network sono parte di questi strumenti e sono ormai un elemento indispensabile se si vuole utilizzare il Web come strumento di promozione. Diventa necessario quindi presidiare i Social Network più popolari attraverso una strategia di comunicazione e un linguaggio vicino ai clienti, e bisogna essere in grado di rispondere rapidamente a richieste o eventuali critiche.
  • Gli strumenti: può essere utilizzato un blog, che crea uno spazio informale per la comunicazione con gli utenti; può essere l’email, per mantenere un contatto costante con i propri clienti attraverso l’invio di newsletter informative sulle proprie attività e i propri servizi; può essere il sito aziendale, utilizzato per veicolare l’immagine aziendale, ma anche quale vetrina sulla quale illustrare i servizi e i prodotti offerti, utilizzando una foto gallery, animazioni grafiche o tour virtuali capaci di fidelizzare il cliente acquisito o scambiare informazioni con potenziali futuri clienti (attraverso newsletter, guestbook, monitoraggio delle visite, ecc.)
  • La misurazione: è importante misurare l’efficacia del digital marketing progettato e attuato. Essere online offre un vantaggio considerevole rispetto alla pubblicità tradizionale, ovvero la possibilità di monitorare e misurare in ogni momento i risultati raggiunti. Si possono monitorare costantemente gli utenti attraverso le azioni da loro effettuate, le pagine maggiormente visitate, e si monitorano le conversazioni attraverso i differenti mezzi e strumenti di promozione. In questo modo è possibile valutare quali siano gli strumenti più efficaci in rapporto al budget e agli obiettivi prefissati. Il social costumer L’utente su cui agisce il digital marketing rappresenta un nuovo tipo di cliente: il Social Customer. Secondo l’European Social Media and Email Monitor circa il 50% degli utenti utilizza il social network per ricercare informazioni su prodotti e aziende. Questo crea la nuova modalità di relazione da gestire con il Social Customer. Il cliente degli ambienti social infatti:
  • è sempre connesso a Internet,
  • si aspetta risposte in tempo reale,
  • si fida del giudizio degli amici,
  • interagisce con i brand dai propri canali,
  • cerca informazioni sui social network e sul W eb,
  • condivide le proprie opinioni ed esperienze,
  • è membro attivo di gruppi e community del Web. Con un potenziale cliente di questo tipo, i passi effettuati da una social enterprise, ovvero da una azienda che affronta il digital marketing e si propone attivamente nella rete, si esprimono con un processo di comunicazione che comprende le seguenti attività: dialogare, ascoltare, interagire, coinvolgere. Dialogo: il primo passo per un’azienda che implementa questa strategia sui social media è quella di essere presente negli spazi di conversazione in rete e di creare contenuti pensati per la rete. Ascolto: la presenza in rete ha creato un termine specifico: la Sentiment Analysis, utilizzata principalmente per la gestione della reputazione online. Interpreta le conversazioni che si svolgono sui social media e percepisce il sentiment, ovvero i pareri e le opinioni, ma anche le emozioni su un marchio o un prodotto/servizio. Interazione: l’interazione dell’azienda con i consumatori si indirizza verso la creazione di una community dove gli utenti possono interagire, condividere esperienze, creare legami e rafforzare il proprio senso di appartenenza al marchio. Coinvolgimento: l’ulteriore passo fondamentale per l’azienda è il coinvolgimento (l’engagement) del consumatore attraverso iniziative che richiedono una sua partecipazione attiva. In questo caso di parla di Customer Engagement nelle fasi di generazione delle idee e progettazione di un prodotto, nelle attività di marketing e comunicazione e nella co-produzione di prodotti personalizzati. Disruptive: “distruggere” Disruptive, è la parola inglese ampiamente utilizzata quando si parla di impatto dell’innovazione. Alla lettera significa perturbativo, cioè che può “sconvolgere”. Questo termine si riferisce alla capacità di innovare attraverso la distruzione creativa dell’esistente per creare nuovo valore. Uno dei settori che continua a essere profondamente disruptive è proprio quello della tecnologia digitale. L’economista statunitense che ha approfondito maggiormente questa tematica è il professor Clayton M. Christensen, della Harvard Business School, che ha concentrato i suoi studi sul fenomeno dell’innovazione tecnologica e sulle sue modalità di sviluppo. Il modello Disruptive Innovation di Christensen è una teoria che viene usata per descrivere l’effetto delle nuove tecnologie sull’esistenza di una azienda. Christensen ha dimostrato che, ripetutamente, quasi tutte le organizzazioni che “sono morte o sono state rimosse dai loro settori (a causa di nuovi paradigmi nell’offerta al cliente) si sarebbero accorte del rischio, ma non hanno fatto niente e sono intervenute tardi”.
  • 52% è un’utenza con un elevato grado di istruzione (diplomati, laureati). Il cloud Il Cloud Computing è la capacità di elaborare le informazioni tramite server e memorie messe in siti geograficamente distribuiti e accessibili via Internet da parte dei terminali degli utenti. Il paradigma del Cloud (nuvola) risale agli inizi di Internet e ha la sua prima grande realizzazione nei server web accessibili con protocollo ipertestuale, e in particolare con i motori di ricerca. La seconda realizzazione del paradigma è quella operata dai consumatori tramite gli smartphone e gli App store. Oggi, tutti i contenuti utili ai consumatori (musica, foto, video, documenti, …) sono accessibili via Cloud. Circa cinque anni fa è esploso l’interesse sul Cloud Computing per le applicazioni di business e per le applicazioni della pubblica amministrazione. Nasceva il concetto di Cloud pubblico (aperto a tutte le imprese) e Cloud privato (in uso da parte una singola grande impresa, o tipicamente una grande banca, con consociate e filiali). Approfondiremo questa tecnologia nell’Unità 7 del corso. Internet of things L’Internet del futuro vede una vera e propria esplosione delle tecnologie digitali che non solo si dispiegano in modo pervasivo sugli oggetti intelligenti (smart objects), ma richiedono anche una straordinaria quantità di tecnologie centralizzate nel Cloud (la “nuvola”) per consentire l’erogazione delle applicazioni e il controllo dei dispositivi. Il mondo fisico è sempre più connesso con quello digitale e la distinzione tra online e offline diventa ogni giorno più sfumata e indefinita. Si parla da tempo di Internet of things o Internet delle cose, ovvero la connessione in rete di oggetti di qualsiasi tipo purché dotati di accesso alla rete e di energia elettrica. Fino a oggi, l’Internet of things era rimasto confinato a poche soluzioni molto costose e spesso sotto forma di prototipo. Invece adesso i dispositivi mobili giocano un ruolo cruciale nella diffusione reale della rete interconnessa di oggetti. Lo smartphone è sempre più un telecomando vero e proprio di differenti dispositivi domestici: permette di controllare la televisione, navigare i menu della console domestica, controllare la temperatura degli ambienti, verificare l’impianto di videosorveglianza, di controllo e monitoraggio a distanza di qualsiasi cosa. Nell’Internet delle cose persone e oggetti sono in comunicazione tra loro attraverso la Rete. Il menù delle applicazioni generabili è praticamente illimitato. Si va dalle applicazioni per la casa e le città (domotica, smart building e smart cities), a quelle per il risparmio di energia (smart meter, smart grid), per il controllo degli impianti industriali e delle grandi infrastrutture, per la sanità e il benessere. I dispositivi mobili, come gli smartphone, giocano un ruolo cruciale di intermediazione (pivot) tra le persone, il mondo reale degli oggetti intelligenti e quello virtuale presente nelle nuvole distribuite della tecnologia ICT di controllo su questi oggetti. Gli oggetti intelligenti si diffondono in primo luogo tra le cose da indossare e quelle che sono presenti nella casa e nelle automobili. Gli oggetti intelligenti sono controllati dalle persone tramite i loro dispositivi mobili, tipicamente gli smartphone con le tecnologie radio Bluetooth e WiFi. Le applicazioni più visibili e affascinanti sono quelle relative ai sensori personali e da indossare, nonché quelle fruibili con i dispositivi mobili, dai pagamenti di prossimità alla realtà aumentata e virtuale. Grandi benefici sono attesi per il monitoraggio e il controllo dell’ambiente e del cibo, per la logistica e lo stoccaggio delle merci, nonché per il controllo del traffico veicolare e della mobilità. Lo smartphone funge da pivot tra la persona e l’ambiente circostante con i sensori intelligenti. I settori di applicazione delle IoT sono i più diversi. Vediamo quelli più vicini alla vita dell’utente finale. Industria Automobilistica (Automotive) L’industria automobilistica (Automotive) è uno dei settori che maggiormente presenta dinamiche e possibilità dell’IoT: infatti più di altri racchiude in sé sia i trend e le aspettative legate al mondo utenti (servizi di infotainment integrati all’interno del veicolo), sia il mondo dell’automazione industriale e della meccanica (servizi legati alla sicurezza e al post vendita). Le tecnologie IT cominciavano ad essere presenti da tempo nel mondo Automotive. I primi sistemi sviluppati sono stati i sistemi elettronici di anti-bloccaggio (ABS), installati per la prima volta su una automobile italiana (Lancia Thema) all’inizio degli anni ‘80. Ma oggi è diventato evidente l’uso di queste tecnologie con la comparsa di schermate di controllo digitalizzate e sistemi sempre più evoluti di infotainment. Poi, da componente interna, le nuove tecnologie digitali si sono spostate al confine dell’auto, creando dapprima interazioni con il conducente e successivamente con l’ambiente esterno. Il futuro fa pensare a delle Connected Car (auto connesse) con un uso potenziato della tecnologia, del collegamento Internet e della connessione tra device all’interno o all’esterno del veicolo.

Nuove funzionalità possono essere: assistenza alla guida, comandi vocali, aiuto contestuale, riconoscimento automatico di parcheggio, pagamento automatico, diagnostica e controllo del motore. Tramite App e smartphone, gli utenti possono interagire con l’automobile da remoto, aprendola o chiudendola, verificando lo stato delle batterie, localizzandola. Home e Building Automation La Home Automation, conosciuta con il termine di Domotica, è stato per anni un settore specialistico in cui sono state proposte soluzioni integrate (per il controllo dell’illuminazione, del riscaldamento, del condizionamento e degli accessi). La disponibilità oggi diffusa di reti wireless a livello domestico, oltre che di smartphone e App in grado di funzionare come centro di controllo, sta provocando un ulteriore cambiamento nel settore. Retail Le tecnologie e le soluzioni IoT nel mondo retail (vendita al dettaglio) permetteranno a catene e distributori di sfruttare i vantaggi derivanti dalla raccolta e dall’analisi di volumi molto più ampi di dati (Big Data) forniti dagli stessi clienti o relativi al loro comportamento. Le soluzioni IoT permettono ai rivenditori e ai commercianti di rendere intelligenti sia le interazioni con i prodotti e i servizi che vengono offerti ai clienti, sia le modalità di consegna. Questa gestione delle relazioni interne ed esterne degli oggetti e degli attori nel settore retail tramite l’IoT ha come risultato sia la possibilità di massimizzare gli spazi e ottimizzare le giacenze, sia di modificare in maniera dinamica i prezzi e di trarre vantaggio, tramite campagne mirate, delle condizioni climatiche e dell’ecosistema di eventi e attività esterni al punto vendita. Sanità Attualmente, sono molte le innovazioni in corso nel settore sanitario, sia sul fronte dell’informatizzazione (cartella clinica elettronica, ricetta elettronica, firma digitale e archiviazione centralizzata dei referti medici, teleassistenza domiciliare) sia per quanto riguarda l’utilizzo della connettività diffusa per nuovi approcci IoT (tracciabilità RFID dei carrelli per la gestione dei farmaci; Mobile&Wearable Health). In questo contesto già ampio e differenziato, emergono per l’ambito sanitario nuove soluzioni IoT che fanno un utilizzo più spinto delle opportunità offerte dall’estesa digitalizzazione di oggetti e processi, unita a connettività elevata e modelli di lavoro innovativi.

  • In ospedale vengono applicati sensori a prodotti disinfettanti e dispenser di sapone per misurare che lo staff medico utilizzi le corrette procedure per la pulizia delle mani.
  • Macchinari sanitari con elevati costi di manutenzione (vedi gli strumenti per la risonanza magnetica) generano elevate quantità di dati sul proprio funzionamento; l’analisi di questi dati può portare a interventi di manutenzione preventiva.
  • Per la teleassistenza, sistemi di misura permettono di controllare da remoto le condizioni del paziente. L’analisi delle informazioni (superamento di soglie critiche rispetto a parametri fisiologici, come peso, pressione, saturazione del sangue, glicemia) consente di prendere decisioni in merito sul trattamento più opportuno. Gli interventi proattivi possono prevenire peggioramenti delle condizioni e ridurre notevolmente la necessità di ricovero in ospedale. Infine, è già presente un ampio utilizzo di Wearable Technologies (tecnologie portabili ed indossabili direttamente dalle persone) con varie tipologie di device che tengono sotto controllo battiti del cuore, temperatura, camminata, velocità, qualità del sonno. Immaginare il cambiamento La stampante 3D In piena visibilità oggi, uno degli oggetti che ultimamente ha stimolato pensieri e idee, non ancora completamente applicate, è la stampante 3D. Un dispositivo in grado di realizzare qualsiasi modello tridimensionale mediante un processo di produzione additiva, ovvero partendo da un oggetto disegnato tramite software e replicandolo nel mondo reale con l’ausilio di appositi materiali. La procedura prevede il posizionamento di uno strato sopra l’altro, procedendo per sezioni trasversali. Si pensi ai mattoncini delle costruzioni: inizialmente si posano i pezzi che compongono la base, poi si procede verso l’alto incastrandoli in modo da ottenere il profilo voluto. Il paradigma che ha modificato il verbo stampare è: non si crea superficie, ma volume. Il compito delle stampanti 3D non è più quello di imprimere un’immagine o un testo su un materiale piano, bensì di dar vita a qualsiasi oggetto in tre dimensioni. Le tecnologie attualmente utilizzate sono di diverso tipo e potenzialità, quello che è interessante esaminare sono le potenzialità che un dispositivo di questo genere può fornire in diversi settori. Inizialmente le stampanti 3D sono state utilizzate tipicamente in ambito industriale. Questo tipo di macchinario può infatti essere impiegato per la realizzazione di prototipi in modo relativamente rapido

all'innovazione di altri. Questo modello dimostra che tutte le innovazioni devono passare attraverso un processo naturale, prevedibile, e talvolta lungo, prima di essere ampiamente adottate Le categorie e le percentuali di appartenenza definite da Rogers sono le seguenti:

  • Gli Innovatori (innovators) (2,5%): hanno un alto livello di istruzione, sono propensi al rischio, hanno il controllo su fonti finanziarie, possiedono abilità specifiche nella comprensione e nella applicazione delle conoscenze tecnologiche e sono esposti a molte fonti di informazione.
  • I primi acquisitori o anticipatori (early adopters) (13,5%): hanno alti livelli di istruzione e una elevata reputazione nella comunità sociale, possiedono la capacità di svolgere una funzione di leadership sociale e hanno esperienze di successo a riguardo.
  • La maggioranza anticipatrice (early majority) (34%): sono soggetti che hanno una forte interazione con i propri pari; spesso hanno posizioni di leadership e hanno la tendenza a seguire un processo di condivisione e scelta prima di adottare una nuova idea.
  • La maggioranza tardiva (late majority) (34%): sono soggetti normalmente scettici, con caratteristiche tradizionaliste, hanno uno status economico basso, sono prudenti e patiscono molto la pressione sociale esercitata dai loro pari
  • I Ritardatari (laggards) (16%): sono individui normalmente isolati e sospettosi, hanno relazioni sociali ridotte (solo con vicini o parenti), applicano un processo decisionale lento e sono dotati di risorse limitate. Rogers suddivide poi il processo di adozione dell’innovazione in cinque fasi, per ognuna delle quali c’è una reazione basata su un parallelo processo decisionale dell’individuo:
  • Consapevolezza (awareness) - fase in cui l’individuo è esposto all’innovazione, ma non detiene informazioni in proposito; si attiva il passaggio della conoscenza nel processo decisionale.
  • Interesse (interest) - fase in cui l’individuo dispone delle prime informazioni e dimostra una attitudine a cercarne di nuove; il passaggio decisionale che viene attivato è quello della persuasione.
  • Valutazione (evaluation) - fase in cui l’individuo applica mentalmente l’innovazione, ovvero la ingloba nei suoi pensieri, accettandola, e si prefigura la situazione futura; è questo il passaggio alla decisione.
  • Prova (trial) - fase in cui l’individuo sperimenta l’innovazione; il passaggio nel processo decisionale è quello della implementazione.
  • Adozione (adoption) - fase finale in cui l’individuo accetta e decide di applicare completamente l’innovazione; passaggio conclusivo del processo decisionale: la conferma. Chiaramente, secondo Rogers, in ogni fase del processo decisionale l’innovazione può essere rifiutata e il rifiuto può essere di tipo attivo o passivo. Il rifiuto attivo si verifica quando l’individuo prende almeno in considerazione la possibilità di adottare l’innovazione, mentre il rifiuto passivo si ha quando il rigetto avviene nelle fasi iniziali del processo decisionale e quindi prima ancora che l’individuo prenda effettivamente in considerazione la possibilità di adottare l’innovazione. Il rifiuto non è da confondere con l’atto di interrompere il ricorso all’innovazione dopo averla adottata. In questo caso si parla di cessazione (discontinuance), ovvero rigetto dovuto ai risultati non soddisfacenti dell’innovazione o all’adozione di un’innovazione migliore che sostituisce quella precedentemente adottata. Ma perché un’innovazione si diffonde e ha successo e un’altra no? L’innovazione, per essere efficace sul mercato, deve essere definita da cinque caratteristiche: vantaggi relativi, la compatibilità, la complessità, la sperimentabilità e l’osservabilità.
  • I vantaggi relativi (relative advantage) dell’innovazione possono essere sia funzionali che psicologici, ma ciò che è importante è che essi vengano percepiti dal consumatore. Può infatti essere irrilevante che siano reali; il metro di valutazione del nuovo prodotto è sempre costituito dalle aspettative individuali. Nel caso di una variante di un prodotto precedente, le aspettative possono essere fondate sulle esperienze avute con quest’ultimo; nel caso di un prodotto nuovo, le aspettative devono necessariamente essere determinate da tutte le esperienze fatte in passato.
  • La compatibilità (compatibility) è la capacità dell’innovazione di risultare coerente con il sistema di valori e con le esperienze passate del potenziale consumatore. Naturalmente, quanto maggiore è la compatibilità, tanto più facile è l’accettazione del nuovo prodotto.
  • La complessità (complexity) è il grado di difficoltà presente nella comprensione e nell’uso dell’innovazione. Per massimizzare l’accettazione, il livello di difficoltà dev’essere il più basso possibile.
  • La sperimentabilità (triability) riguarda la possibilità che il consumatore adotti più facilmente un prodotto che può essere provato, anche più volte, prima dell’acquisto. Questo vale soprattutto per i beni di largo consumo non durevoli, mentre di solito questo genere di prove non può essere effettuato per i beni durevoli, che per essere adottati richiedono l’acquisto.
  • La sperimentabilità spiega perché, nel largo consumo, le imprese seguano spesso la strategia di diffondere dei campioni di prodotto.
  • L’osservabilità (observability), o comunicabilità, è la possibilità che il prodotto offre a ciascun consumatore di comunicare socialmente attreverso il suo uso la scelta effettuata. Visto il processo di adozione dell’innovazione e le sue caratteristiche, diventa scontato affermare che la diffusione dell’innovazione stessa è essenzialmente un processo di comunicazione e che i canali di comunicazione giocano un ruolo fondamentale. I canali sono principalmente di due tipi: la comunicazione personale e la comunicazione attraverso i media. Rogers, su questo, rileva come l’influenza personale sia molto più rilevante di quella dei media. Questi ultimi hanno il potere di informare, ma il loro potere di persuadere è molto più debole di quello della comunicazione personale. Ma se parliamo di canali di comunicazione, dobbiamo considerare anche il sistema sociale in cui sono inseriti. Per determinare il grado di diffusione dell’innovazione entrano di conseguenza in gioco:
  • le norme sociali (ad esempio, quelle vigenti in un sistema organizzativo);
  • la presenza di opinion leader, che influenzano tipicamente le decisioni;
  • l’esistenza di agenti del mutamento (change agents) e di aiutanti del cambiamento (change aides), cioè soggetti che si incaricano di far avanzare l’innovazione all’interno del sistema sociale, svolgendo differenti funzioni come sostenere un bisogno di cambiamento, favorire la circolazione delle informazioni, identificare l’esistenza di problemi che possono essere affrontati con l’innovazione. Ultima considerazione: ogni innovazione si inserisce in un insieme di relazioni con altri prodotti e altre innovazioni, e anche questo è un fatto che influisce notevolmente sui modelli di diffusione. Si possono rilevare, ad esempio:
  • rapporti di interdipendenza tra innovazioni, per cui, anche se sono due innovazioni indipendenti da un punto di vista funzionale, l’adozione di una può favorire l’adozione dell’altra,
  • rapporti di complementarietà, per cui l’adozione di un’innovazione è complementare all’adozione dell’altra,
  • rapporti di contingenza, per cui l’adozione di un’innovazione deve necessariamente prevedere la presenza di un’altra innovazione. Particolarmente congeniali all’innovazione sono le aziende che nascono con l’obiettivo di realizzare un’innovazione specifica, cioè le cosiddette ‘Start-Up’, la cui vita stessa dipende dal successo dell’innovazione proposta. Più complesso é organizzare processi innovativi all’interno di aziende consolidate, che devono mantenere in vita i loro prodotti e servizi esterni o di supporto ai processi interni. L’innovazione digitale, in particolare, viene spesso ad incidere sull’attività dei reparti informatici delle aziende di medie-grandi dimensioni, reparti che curano la manutenzione evolutiva e correttiva del software utilizzato nelle aziende, nonché il funzionamento dei server e delle applicazioni aziendali. Laddove è difficile far convivere la gestione dell’esistente con i processi di innovazione, si ricorre talvolta ad una completa separazione della struttura organizzativa rivolta al mantenimento, sviluppo e gestione dell’esistente da quella dedicata esclusivamente allo studio, progettazione e realizzazione di prodotti e servizi innovativi. Tale pratica prende il nome di Bimodal. Alcune aziende hanno spinto questa pratica fino al punto da creare società distinte, ancorché da loro controllate, per i processi innovativi. La pratica del Bimodal comporta evidenti problemi motivazionali per il personale che rimane a gestire l’esistente, il quale, se non opportunamente motivato, finisce per percepirsi in qualche modo inferiore ai colleghi che sono stati destinati ai processi innovativi. La curva delle tecnologie emergenti Una tecnologia emergente guadagna inizialmente una frenetica attenzione ed è rappresentata da una curva ripidissima fino a una vetta, l'hype, che ben presto declina. È il momento nel quale si passa alla disillusione; di lì a poco queste nuove tecnologie entrano effettivamente in campo e iniziano a essere sperimentate, anche se con differenze notevoli tra ciò che ci si aspettava e ciò che sono nella realtà. In questa fase si raccolgono i primi vantaggi e si constatano le complessità. Ogni tecnologia conosce un momento di gloria nella sua ideazione per poi stabilizzare la sua fama nel momento in cui si afferma sul mercato e le sue funzioni diventano consolidate. Gartner è una società di analisi dei mercati ICT che ha costruito la propria fortuna proprio sulla capacità di analizzare, descrivere e prevedere le mode relative alle tecnologie. In particolare da metà degli anni ‘90 Gartner ha prodotto uno strumento potentissimo, che tutti i manager IT conoscono: l’Hype Cycle (letteralmente: ciclo iperbolico) La curva dell’Hype Cycle, che ha in ascisse il tempo e sulle ordinate il livello di aspettativa, è suddivisa in cinque punti:
  1. Innesco (Trigger): esordio della tecnologia sul mercato.

Non da ultimo, il business plan è uno strumento per raccogliere fondi e informare/convincere i potenziali finanziatori e/o gli stakeholder coinvolti nel business. E proprio per questo è necessario utilizzare:

  • un linguaggio commerciale per comunicare concetti specialistici a non-specialisti,
  • messaggi semplici per comunicare contenuti complessi. Nella stesura del business plan è utile farsi alcune domande puntuali sull’iniziativa:
  • Identificati gli obiettivi, quali sono i principali fattori di successo dell’iniziativa e quali criteri di misurazione vengono proposti? I fattori critici per il successo (CSF Critical Success Factors) dell’iniziativa devono essere individuati e riconosciuti, se proviamo a pensare ai CSF direttamente correlati a una generica funzione di produzione di automobili potremmo elaborare una tabella con questi contenuti: CSF Indicatore Metrica Fonte Motivo Costi Costo unitario Costi diretti/num. auto prodotte Sistema Informativo Aziendale (SIA) Analisi delle prestazioni per verificare la competitività del processo di produzione Qualità Difetti in produzione Num. tot. di difetti riscontrati in produzione/num. auto prodotte Sistema Informativo di produzione e qualità Analisi della qualità della lavorazione e dei controlli Difetti riscontrati nelle officine assistenza Num. difetti su auto con meno di 4 anni / num. auto vendute ultimi 4 anni Sistemi informativi post-vendita Analisi della qualità dei controlli interni Approvazione clienti Valore da 1 a 10 Interviste a campione Qualità percepita dai clienti Confronto con la concorrenza Molto migliore, migliore, uguale, inferiore, molto inferiore Test e interviste Analisi margini di miglioramento Confronto Molto migliore, migliore, uguale, inferiore, molto Test Misura dei miglioramenti

con produzione passata inferiore Rispetto ambientale Rifiuti da smaltire Tonnellate rifiuti/num. auto prodotte Sistema Informativo Aziendale (SIA) Immagine esterna Materiale riciclabile Tonnellate materiale riciclabile/num. auto prodotte Sistema Informativo Aziendale (SIA) Immagine esterna Consumo energia elettrica Megawatt/num. auto prodotte Sistema Informativo Aziendale (SIA) Efficienza energetica Una volta individuati, questi fattori devono essere continuamente monitorati e misurati con indicatori chiave di performance (KPI Key Performances Indicator); solo ciò che è misurabile e verificabile è controllabile. Proviamo a pensare a degli indicatori per una impresa di trasporto: Area KPI Metrica Fonte Efficienza Saturazione parcheggi Num. posti occupati/num. posti parcheggi Registrazione parcheggi Utilizzo autotreni Num. medio giorni utilizzo / giorni totali disponibilità Libro matricole autotreni Routing autotreni Km percorsi con carico / Km percorsi totali Libro matricole autotreni Saturazione autisti Ore di viaggio / Ore disponibili Paghe Utilizzo treni Prodotti trasportati in treno / Tot prodotti da consegnare Sistema Informativo Aziendale Costo unitario di trasporto Costi totali trasporto / prodotti trasportati Sistema Informativo Aziendale Qualità Qualità mezzi Giorni di fermo per guasto / giorni lavorativi Sistema Informativo Aziendale Errori di consegna Consegne errate / Consegne totali Sistema Informativo Aziendale Danni Prodotti danneggiati / prodotti da consegnare Sistema Informativo Aziendale Servizio Tempo consegna Tempo medio tra ritiro da magazzino e consegna Ordini, bolle consegna Puntualità consegne Prodotti consegnati in ritardo / Prodotti consegnati Ordini, bolle consegna

  • Come procurare le risorse necessarie allo svolgimento dell’attività (sede, fornitura di prodotti e servizi strategici e/o tecnologici)? Il risultato di questa analisi può essere l’individuazione e il coinvolgimento di Partner esterni o interni all’iniziativa e al business. Quali aspetti innovativi garantisce il successo dell’iniziativa? Rispondere a quest’ultima domanda sull’iniziativa significa applicare i concetti e le caratteristiche dell’innovazione, ovvero verificare e analizzare fino a che punto l’idea è efficace e potenzialmente vincente al punto tale da diventare persino un cambiamento di paradigma (Paradigm shift). L’espressione è stata introdotta da Thomas Kuhn per indicare un passaggio radicale del modo di affrontare un problema scientifico. Più in generale può essere usata per indicare un cambio radicale nel modo di vedere un qualsiasi fenomeno. Per esempio l’avvento del cellulare e poi quello dello smartphone hanno radicalmente cambiato l’idea di telefono. Il contenuto di un business plan si compone di tre parti:
  1. una parte introduttiva in cui si presenta l'idea e le sue qualità principali;

ANALISI INTERNA

STRENGTH WEAKNESSES Elementi Azioni Elementi Varietà delle risorse culturali, storia, terri- torio ed enogastro- nomia Expo Milano 2015 ri- chiamerà più stranieri sul territorio italiano Potenziare informa- zione e accessibilità Pacchetti vacanza che abbinano Expo a tour nel territorio Risorse insufficienti per salvaguardare il patrimonio artisti- co/naturale Vincoli al cambia- mento ANALISI ESTERNA OPPORTUNITIES THREATS Elementi Azioni Elementi Brand Italia co- nosciuto e ap- prezzato nel mondo Sfruttare Crisi economica Target turistico di massa Ampliamento del target di riferi- mento grazie alla crescita dei Paesi emergenti Ampliare la quota di mercato posse- duta Pubblicizzare il brand Italia nei Paesi emergenti, presidiarne i canali distributivi Italia percepita come un paese ad alta criminalità Offerta poco compe- titiv rispetto ad altri Paesi a seguito di adozione moneta forte Euro Peggioramento dell’immagine italiana La fattibilità Il Business Plan si completa con uno studio di fattibilità, che permette di analizzare e verificare aspetti specifici legati alle possibilità di realizzare l’idea o il prodotto. Ci sono tre dimensioni della fattibilità da prendere in considerazione. Fattibilità economica La fattibilità economica stabilisce la convenienza in termini di rapporto tra costi e benefici. Vengono valutati i costi di investimento iniziali e i costi di gestione e per quanto riguarda i benefici, vengono presi in considerazione sia quelli di natura tangibile e misurabile, sia quelli di natura intangibile che non possono essere misurati in termini economici ma possono essere evidenziati e resi visibili in miglioramenti di processo e di lavoro. A questi si aggiunge una valutazione dei rischi che possono rendere incerte le stime di costi e benefici. Fattibilità tecnica La fattibilità tecnica verifica che il progetto sia valido dal punto di vista tecnico, ovvero viene verificato se ci sia stata una sottostima della complessità o se siano state effettuate delle ipotesi non valide e tecnologicamente infattibili. Allo stesso modo viene verificato che la soluzione ipotizzata o il progetto in essere sia realistico rispetto ai livelli di costo ipotizzati a priori. In questo studio di fattibilità tecnica è utile anticipare i problemi e verificare le soluzioni, spesso creando prototipi di un eventuale prodotto o sistema. Fattibilità organizzativa La fattibilità organizzativa è altrettanto importante. Spesso il fallimento dei progetti (o anche la presenza di maggiori costi o di tempi più lunghi) dipende da un insufficiente supporto organizzativo.

Analizzare la fattibilità organizzativa significa verificare fattori quali: limitate competenze interne, insufficiente impegno (committment), tempi di intervento e impegno non giusti (momenti sbagliati). Quando si verificano situazioni di impatto organizzativo con riscontri negativi, spesso si genera un aumento dei tempi previsti e un conseguente aumento dei costi. L’analisi di fattibilità organizzativa deve quindi valutare la possibilità per l’organizzazione di partecipare attivamente alla realizzazione del progetto e di poter effettivamente adottare e integrare la soluzione. Il rischio Un ultimo elemento, ma di importanza essenziale nell’analizzare una possibilità, un’iniziativa, un’idea di impresa, è determinare i rischi e saperli riconoscere, analizzare e valutare opportunamente. Il rischio è definito come l’incertezza del risultato: se positivo può diventare una opportunità, se negativo possiamo definirlo minaccia. Il rischio è un possibile evento che potrebbe causare un danno o una perdita, o compromettere la capacità di raggiungere gli obiettivi. Un rischio è misurato dalla probabilità di una minaccia, dalla vulnerabilità a quella minaccia e dall’impatto che potrebbe avere nel caso si verifichi. Il rischio può essere definito anche come l’incertezza del risultato e può quindi essere usato per misurare la probabilità di un risultato positivo o negativo. Il trattamento dei rischi richiede l’identificazione e il controllo dell’esposizione al rischio, e avviene in due fasi distinte:

  • L’analisi dei rischi: in cui si individuano i rischi e si raccolgono le informazioni sull’esposizione al rischio in modo da prendere le opportune decisioni per una loro adeguata gestione, stimando le possibili conseguenze sul valore e sui risultati attesi.
  • La gestione dei rischi: in cui si monitorano e si controllano i rischi individuati, si valutano e si identificano i modi e gli strumenti con cui ridurne le conseguenze. Vengono altresì definite le priorità di intervento basandole sulla gestione dell’incertezza, sulla possibilità di accadimento del rischio e analizzando l’impatto sugli obiettivi in caso di accadimento. Il trattamento del rischio è un processo circolare che prevede un ciclo continuo di analisi e gestione con la seguente sequenza di azioni:
  • Identificazione del rischio.
  • Valutazione dell’impatto.
  • Valutazione della probabilità di accadimento.
  • Definizione del livello di tolleranza e di accettabilità.
  • Identificazione degli strumenti di risposta per la gestione del rischio.
  • Implementazione delle risposte definite al rischio.
  • Verifica dell’efficacia delle risposte associate al rischio.
  • Revisione del rischio. Il rischio ha a che fare con la possibilità che il valore atteso di una variabile possa essere diverso (in meglio o in peggio) rispetto a quanto previsto. Nel mondo dell’innovazione digitale i principali rischi sono dovuti alla forte concorrenza e alla velocità con cui cambia la tecnologia. Per molte iniziative il problema può anche essere il continuo cambiamento delle policy di sicurezza o di norme legate alla privacy. Talvolta la cultura aziendale italiana è restìa ad effettuare questa attività in maniera anticipatoria in quanto spesso non si riescono a calcolare i benefici di riduzione del rischio soprattutto in termini economici. I rischi sono associati ad eventi futuri incerti che possono influenzare il raggiungimento degli obiettivi aziendali, siano essi strategici, operativi, finanziari o di compliance. È necessario gestire il rischio, sia per provarlo a trasformarlo in opportunità, sia perché valutare capire e sfruttare l’impatto o l’esito dei rischi è indubbiamente meglio che non considerarli, evitarli e agire come se non esistessero. 3. GESTIRE UN PROGETTO Il progetto Studiare, viaggiare, costruire, creare. Ogni progetto, che sia legato a bisogno, desiderio, esigenza, necessità o lavoro, deve essere identificato, pianificato e verificato nel suo percorso. Ma cos’è un progetto? Quali sono gli elementi che lo caratterizzano? Un progetto consiste in un insieme di azioni, svolte in modo coordinato e spesso da più persone, al fine di raggiungere in un tempo determinato un particolare obiettivo comune e univoco.