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Riassunto “PSICOPATOLOGIA DELLO SVILUPPO. MODELLI DI INTERVENTO CON BAMBINI E GENITORI NELLA PRATICA PSICOANALITICA” (Angeli, Panarello, 2018)
Tipologia: Sintesi del corso
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Studiamo la psicopatologia della prima infanzia perché viene considerata un’epoca centrale per comprendere le patologie che emergono dopo. Infatti questi sono anni centrali per i processi evolutivi dell’individuo. Fin dalla nascita, il benessere e i processi evolutivi si fondano su due aspetti, cioè le caratteristiche dell’individuo e il contesto di appartenenza. Premesso questo si possono quindi identificare tre modelli evolutivi differenti, quali il modello del tratto, il modello ambientale o contestuale e il modello interazionale. Il modello dei tratti si fonda sul presupposto che un tratto di personalità evidenziato durante l’infanzia dell’individuo permetta di prevedere il suo sviluppo successivo. Questo tratto potrebbe avere base innata oppure genetica o ancora potrebbe essere acquisito dall’individuo attraverso l’apprendimento. Il tratto non ha un carattere interattivo e non è influenzato dall’ambiente. questo modello porta con sé una serie di problemi metodologici però perché per risalire al tratto di personalità ci si affida a ricerche retrospettive, inoltre i gruppi di ricerca sono ridotti e infine la definizione dei costrutti non è unitaria ma molteplice. Inoltre è impossibile in questo modello riconoscere una relazione causale tra il tratto e il successivo esito psicopatologico perché entrano in gioco molteplici fattori che si inseriscono nella relazione: si parla quindi di interazione tra questi fattori e non di relazione causa-effetto. Per poi rapportare lo stato psicopatologico rivelabile nell’infanzia e l’esito psicopatologico rilevabile nel corso della vita bisogna prendere in causa due situazioni distinte: ci si riferisce a una continuità omotipica nel momento in cui le manifestazioni hanno le stesse caratteristiche cliniche nei due diversi momenti, mentre ci si riferisce a una continuità eterotipica nel momento in cui il quadro clinico si modifica nel tempo. Il modello ambientale si sviluppa sul presupposto che l’ambiente influenzi lo sviluppo dell’individuo e provochi l’insorgenza della psicopatologia. L’ambiente influisce sullo sviluppo dell’individuo attraverso due meccanismi, quali i rischi prossimali e i rischi distali. Quando si parla di rischi prossimali s’intendono dei meccanismi direttamente implicati, come le dinamiche familiari e la relazione madre-bambino; quando invece si parla di rischi distali s’intendono dei meccanismi che aumentano la probabilità di avere dei rischi prossimali, come i fattori sociali quali la povertà ad esempio. Le influenze ambientali - in termini di rischi prossimali - intervengono nello sviluppo cerebrale, quindi considerevolmente nel periodo prenatale e nei primi anni di vita. A proposito
dell’influenza ambientale sullo sviluppo cerebrale possiamo distinguere le expectant experiences dalle dependent experiences : le prime sono iscritte nel nostro patrimonio genetico e sono dei possibili circuiti cerebrali che vengono stabilizzati dalle esperienze ambientali (ad esempio possiamo parlare in questo caso della predisposizione del neonato all’attaccamento che però si stabilizza solo nel momento in cui il bambino interagisce con l’altro e che ha base nella corteccia orbito-frontale), mentre le seconde sono esperienze nuove e impreviste (ad esempio potremmo parlare delle esperienze con i pari che comportano la creazione di nuovi circuiti cerebrali). Per quanto riguarda le influenze ambientali sul comportamento individuali si possono distinguere le influenze condivise (shared) da quelle non condivise (not shared) : le prime riguardano le influenze familiari sui figli (come il clima affettivo, la condizione economica, le regole familiari) mentre le seconde riguardano le influenze vissute in modo specifico dal singolo individuo (come la frequenza scolastica, i compagni e gli amici, un trauma specifico o un ricovero in ospedale). Resta da stabilire quali di queste esperienze influenzino maggiormente lo sviluppo dell’individuo e quindi abbiano un peso maggiore nell’insorgere di una psicopatologia: per il momento non c’è una risposta unitaria, si pensa più che altro a un’interazione tra le varie esperienze, anche se la maggior parte delle ricerche ha privilegiato lo studio delle influenze condivise e solo recentemente si è pensato maggiormente a quelle non condivise. Il modello transazionale o interazionale si fonda sul presupposto secondo il quale lo sviluppo del bambino è determinato sia dalla caratteristiche dello stesso bambino sia dall’ambiente. Avviene quindi una sorta di trasformazione: infatti i tratti e l’ambiente interagiscono e producono comportamenti nuovi e che si trasformano ( modello trasformazionale ). Si definisce modello trasformazione perché ci si riferisce a un pattern interazionale circolare per cui il bambino influisce sull’ambiente e a sua volta l’ambiente influisce sul bambino. Un esempio di questo modello è la comunicazione madre-lattante: i pattern interattivi costituenti sono il continui e reciproco adattamento degli interagenti, la co-regolazione, la condivisione delle espressioni emozionali e i comportamenti ripetuti. La co-regolazione diadica consiste in pattern d’interazione condivisa che tendono a ricorrere e a divenire relativamente stabili, acquisendo un significato condiviso dai due partner. Queste cornici di significato dell’esperienza intersoggettiva costituiscono i frame che sono definiti dalla direzione dell’attenzione di ciascuno dei due partner, dal luogo in cui avviene l’interazione, dalla distanza o lontananza fisica tra i due partner, dall’orientamento posturale reciproco dei partner e dall’attività congiunta. La qualità dell’esperienza soggettiva dipende dalla flessibilità dei frame. Infatti se i frame sono flessibili, i partner possono adattarsi a situazioni diverse e affrontare i cambiamenti che caratterizzano le diverse fasi dello sviluppo; se invece i frame non sono flessibili. Quando si violano le aspettative che si verificano tra i due partner e i fallimenti interattivi che ne possono derivare interviene il principio di rottura e di riparazione. I fallimenti che
Esistono diversi aspetti che sono disfunzionali nella prima infanzia. Il primo aspetto riguarda il fatto che adulto e bambino siano alla pari come adulti, quindi che il bambino sia allo stesso livello dell’adulto. Questo modello è scorretto perché parifica la relazione e la rende simmetrica e reciproca: le interazioni adulto-bambino non devono mai essere reciproche. Questa relazione è più simile ai rapporti tra pari come il rapporto amicale o passano contenuti tipici di un rapporto di coppia. In questo modo nello schema interattivo-relazionale ci sarebbero temi coniugali che non sono tipici dell’interazione adulto-bambino. È chiaro che non tutte le relazioni e le interazioni (di questo tipo) erotizzate finiscono nel rapporto sessuale ma inversamente quando un adulto abusa di un bambino in famiglia sotto c’è un rapporto erotizzante. Gli individui che instaurano interazioni alla pari (da adulti) con le proprie figure genitoriali sono bambini che più facilmente si espongono all’abuso o al versante sessuale-erotico. L’altro aspetto dell’asimmetria relazionale è dove adulto e bambino sono alla pari ma come due bambini. Questo è il classico esempio dei genitori amici dei bambini. Non ci dev’essere competizione all’interno dell’interazione adulto-bambino e invece la relazione amicale ogni tanto comporta un senso di competizione. Si tratta in questo caso di un modello disfunzionale perché introduce all’interno della relazione temi che non dovrebbero esserci, cioè la simmetria e la tipicità che in questo caso però non sono funzionali. Nell’arco della vita questi modelli relazionali si susseguono: nelle prime fasi l’asimmetria tra adulto e bambino è il modello preferibile, dall’adolescenza in poi il modello interattivo relazionale va verso l’assetto più simmetrico che si parifica, dall’età universitaria in poi dovrebbe esserci una simmetria e nelle ultime fasi della vita del genitore si ritorna all’asimmetria e si inverte la tendenza nel senso che il bambino si occupa dei bisogni e delle fragilità dell’adulto anziano. Quindi dalla nascita all’adolescenza ci collochiamo nell’asimmetria, dall’adolescenza all’età adulta si passa alla simmetria e infine dall’età adulta in poi si invertono i ruoli ovvero è il “bambino” a occuparsi dell’adulto anziano e si torna perciò all’asimmetria, anche se in termini di ciclo di vita della famiglia questi aspetti si sono un po’ spostati per la questione dell’adolescenza prolungata. Quando valutiamo l’interazione tra un adulto e un bambino dobbiamo avere come primo obiettivo la verifica dell’asimmetria perché questo ci dice se la parte strutturata è confermata. La prima caratteristica fondamentale che devono avere gli adulti che interagiscono con un bambino è la sensibilità: la sensibilità ha a che vedere con il fatto che l’adulto sia uno strumento preciso e affidabile di misura delle segnalazioni del bambino. L’altra è la responsività ed è la capacità dell’adulto di rispondere adeguatamente alle richieste e ai bisogni del bambino. I concetti di sensibilità e responsività sono legati: infatti se si fallisce nella sensibilità è probabile che si fallisca anche nella responsività. Capire il segnale è la base poi si può discutere sulla qualità della risposta data a questo segnale. All’interno dell’interazione, una buona sensibilità e responsività indicano un
adulto che comprende diverse sfumature e struttura il set di sfumature del bambino. Una sensibilità poco adeguata genera il fatto che il bambino non strutturi adeguate competenze che riguardano le proprie sfumature di bisogno: ciò quindi è un problema anche a livello del sé del bambino. Dicevamo che alcuni autori hanno definito alcune delle caratteristiche che soprattutto l’adulto deve avere quando entra in interazione con un bambino. o La prima caratteristica è la sensitivity cioè la sensibilità ovvero la capacità di cogliere le richieste del bambino e di comprenderne il significato. Il concetto di sensibilità rimanda all’idea di un adulto come una sorta di lettore accurato dei segnali provenienti dal bambino, cioè qualcuno che sa capire quando il bambino sta facendo delle richieste. È una delle basi centrali della qualità dell’interazione adulto-bambino: se l’adulto non comprende il significato del segnale, l’interazione avrà delle caratteristiche difficili. Il bambino, in risposta a questa mancanza di sensibilità, potrebbe scegliere una strada in cui continua costantemente a segnalare e a enfatizzare i propri bisogni: si tratta però di una strada che può essere rischiosa perché la presenza di un adulto insensibile potrebbe far sentire il bambino inadeguato a ricevere le cure di cui necessita. Un bambino che ha un adulto poco sensibile potrebbe invece scegliere un’altra strada, cioè arrendersi e smettere di mandare segnali. Il fatto che il bambino non lanci più segnali potrebbe far pensare che il bambino non abbia più bisogno ma non è così, semplicemente si adegua alla mancanza di un adulto che non risponde alle sue richieste. Il problema di questa strada intrapresa dal bambino è che, differentemente dall’adulto, egli se smette di segnalare non può rivolgersi a qualcun altro e quindi può provare e dovrà farcela, cavarsela da solo. La domanda clinica è perché l’adulto non è sensibile, cioè non è in grado di cogliere i segnali del bambino e di rispondere? I motivi possono stare nella storia affettiva della mamma, nella relazione di coppia mamma-papà, nelle caratteristiche del bambino. Certo è che la carenza di sensibilità è un importante fattore di rischio sia per l’interazione adulto-bambino sia per lo sviluppo del bambino stesso. o La seconda caratteristica adattiva che dovrebbe possedere un adulto che interagisce con un bambino è la responsivity cioè la responsività ovvero la capacità dell’adulto di rispondere adeguatamente alle richieste del bambino. L’adulto può provare a rispondere se ha capito la domanda, quindi se c’è una carenza di sensibilità, la responsività non sarà buona. Ma cosa significa essere capaci a rispondere? Una delle caratteristiche adeguate a rispondere al bambino è la capacità dell’adulto di fornire una risposta adeguata all’età del bambino, quindi è come se l’adulto nella sua mente dovesse avere un’idea di cosa ha bisogno e di ciò che sa fare un bambino di quell’età.
vedere con la capacità di alternare i turni di dialogo, ha a che vedere con una sorta di circolarità. Il timing è un aspetto temporale dell’azione nel qui e ora. C’è il turno nell’interazione, nelle coccole, negli sguardi e nella comunicazione. C’è un tempo per stare nell’interazione. Essere in interazione può significare anche solo essere presenti e ascoltare, non necessariamente fare qualcosa. L’altra variabile è lo spazio, la distanza: una buona interazione si fonda su una buona posizione e distanza specifica tra i partecipanti all’interazione. La posizione adeguata per un’interazione adulto-bambino è una posizione faccia a faccia, meglio se alla stessa altezza - è l’adulto ad abbassarsi al livello del bambino, in particolare sarebbe meglio se l’adulto non s’inchinasse ma si accucciasse. La posizione reciproca è un aspetto strutturante della qualità dell’interazione: se si sbaglia la posizione reciproca potrebbero esserci in futuro dei problemi interattivi sul piano della comunicazione. Per un neonato la distanza è quella di allattamento. Noi abbiamo quindi degli aspetti di base e strutturanti dell’interazione che sono rappresentati dallo spazio e il tempo al primo livello, poi dalla sensitivity e dalla responsivity al secondo livello e come terzo livello dalla sintonizzazione degli affetti. Per una buona interazione dovrebbero funzionare tutti questi livelli: quando qualcosa va storto, in qualsiasi livello o in più di uno, noi assistiamo a una rottura interattiva, quindi la circolarità delle interazioni s’interrompe. Il tentativo di ripristinare l’interazione che va a buon fine viene chiamato riparazione, in pratica si tratta di risolvere una situazione di difficoltà con l’altro. In tutte le interazioni siamo partecipi di momenti di rottura, però la differenza tra una buona interazione e una che non andrà a buon fine è proprio la capacità di riparare agli errori. Consideriamo le interazioni una delle basi fondamentali dei processi evolutivi a lungo termine dell’individuo: l’ipotesi centrale di questo approccio (interattivo-relazionale) è che la qualità di queste interazioni sia uno dei fattori predominanti che influenza i processi evolutivi a breve e a lungo termine, prendendo in considerazione anche le caratteristiche individuali. Chi ha sperimentato un modello interattivo-relazionale inadeguato tenderà a riprodurlo ogni volta in cui si troverà in interazione con chi ha bisogno di cure. Questo è importante perché sposta il focus dalla patologia dei genitori alle relazioni patologiche che hanno sperimentato i genitori: l’idea centrale con cui venivano studiate le interazioni adulto-bambino fino a 20 anni fa era che adulti con patologie dovessero essere cattivi genitori; indipendentemente dall’individuo si possono trovare adulti che hanno sviluppato relazioni patologiche. Anche adulti che non esprimono una patologia ma che abbiano un funzionamento individuale adeguato non sono al sicuro riguardo al fatto di stabilire un legame non patologico con il bambino. Quindi un genitore con una patologia può essere un buon genitore e un genitore senza patologia potrebbe sviluppare relazioni non adeguate con il
proprio bambino e instaurare con lui una relazione disadattiva che potrebbe portare il bambino a sviluppare una patologia in seguito. Le relazioni patologiche prescindono dall’etichette cliniche individuali perché queste grandi etichette non spiegano tutto il funzionamento della persona. L’idea generale è che un adulto incapace di costruire buone relazioni con il bambino è un adulto che ha sperimentato nella sua storia precoce interazioni non funzionali, non soddisfacenti, inadeguate. Gli adulti inadeguati nei confronti dei bambini sono adulti che hanno dentro di loro un bambino che è stato mal curato. Il problema della trasmissione dei modelli relazionali è che questi si muovono sul modello delle rappresentazioni e non su quello del comportamento. L’esperienza narrata sta nella nostra memoria autobiografica esplicita, la nostra esperienza interattiva sta nella nostra memoria autobiografica implicita, quindi nella memoria implicita sta il comportamento, nell’esplicita la rappresentazione. Nella memoria implicita l’individuo ha immagazzinato esperienze che non ricorda e che non sa raccontare, ma esperienze che si esprimono attraverso le emozioni. Insomma c’è un piano esplicito delle nostre interazioni che riguarda la conoscenza che abbiamo di noi e della nostra storia, ma c’è un piano implicito che agisce senza tenere conto della nostra parte esplicita. I genitori che non riescono a prendersi cura adeguatamente del bambino vorrebbero agire diversamente grazie al loro piano esplicito, ma non riescono a farlo a causa del loro piano implicito. Questo perché ogni volta che c’è un adulto carnefice, c’è stato (dentro) un bambino vittima nel passato. I bambini per loro natura fanno emergere nell’adulto il piano implicito. Se le emozioni profonde non hanno funzionato, è più facile che l’adulto attivi il piano implicito di fronte a una richiesta del bambino. L’idea è che le interazioni precoci con gli adulti di riferimento costituiscano per il bambino la sua base (implicita). Infatti in generale i processi di sviluppo si fondano sul modello interattivo costruito con gli adulti. Ci sono però delle variabili che intervengono in questi passaggi e possono influenzarli affinchè non si crei un circolo vizioso intergenerazionale. o Una prima variabile è la resilienza: la resilienza è una caratteristica individuale ed è tecnicamente la capacità di resistere alle avversità. Le persone resilienti sono le persone che si risollevano: la resilienza è una sorta di risorsa individuale che aiuta l’individuo a risollevarsi rispetto alle difficoltà che attraversa o a trovare soluzioni (infatti la resilienza è legata alle capacità di coping ). La resilienza consiste nel dosaggio delle difficoltà e delle risorse a disposizione perché è la capacità di farcela di un individuo, la capacità di resistere. o Un altro aspetto consiste nel bilanciamento tra i fattori di rischio e i fattori protettivi. Dobbiamo tracciare un equilibrio tra i fattori di rischio che possono influenzare in negativo e i fattori di protezione che possono aiutare o ridurre il danno. Quando parliamo di questi fattori (sia di rischio sia di protezione) parliamo di variabili probabilistiche: il fatto di avere fattori di rischio non significa avere sintomi patologici ma essere esposti a sintomi di questo tipo. I fattori di rischio possono influenzare negativamente il percorso di vita del bambino
dell’adulto, quindi è strettamente dipendente dalla qualità delle cure ricevute precocemente dall’adulto quando lui era bambino. La qualità delle cure fornite alle altre persone, in particolare al bambino molto piccolo - si parla di funzione genitoriale -, dipende strettamente anche dal funzionamento di alcune aree dell’adattamento sociale dell’individuo: alcuni studi, ad esempio, ci dicono che le mamme che percepiscono una buona soddisfazione nell’ambito lavorativo migliorano nel rapporto con il bambino. Infatti una sensazione di competenza e di autoefficacia dal punto di vita personale sembra supportare la qualità delle cure che i genitori forniscono ai bambini: questa è una prima area dell’adattamento sociale che influenza la funzione genitoriale. L’altra area che riguarda l’adattamento sociale è il costrutto che ha a che vedere con la percezione che ognuno di noi ha della disponibilità di una rete sociale, riguarda cioè quanto ci sentiamo inseriti in una rete di riferimento che può essere attivata al bisogno. È una caratteristica che sembra legarsi allo svolgimento della funzione di cura perché ha a che vedere con la percezione del fatto che se c’è bisogno sappiamo a chi rivolgerci; infatti essere isolati ed estranei al contesto è un fattore di rischio. Lo svolgimento della funzione di cura, soprattutto verso i figli, dipende anche dalla qualità della relazione di coppia: la qualità della relazione con il partner potrebbe essere un fattore protettivo per lo sviluppo del bambino, infatti agisce come mediatore. Inoltre lo svolgimento della funzione di cura e lo sviluppo del bambino non si sovrappongono alla composizione del nucleo familiare: la capacità del prendersi cura del bambino prescinde dall’appartenenza di genere, eventualmente è legata all’appartenenza di ruolo - non è quindi importante se un bambino sia figlio di una coppia gay o lesbica o se lo sia di una coppia eterosessuale. Quando parliamo di qualità della relazione di coppia dobbiamo avere in mente due livelli: il primo è la funzione coniugale che ha a che vedere con la relazione tra i partner. La relazione coniugale dovrebbe essere una relazione simmetrica e reciproca e l’asse motivazionale che conduce a stabilire relazioni di coppia e a mantenerle è biologicamente l’asse della sessualità e della riproduzione: si tratta appunto dell’asse coniugale. Quando invece una coppia cede alla genitorialità introduce nella configurazione della relazione di coppia l’asse co-genitoriale: in questo caso i due adulti devono convergere entrambi verso il bambino. La funzione co-genitoriale è una funzione irreversibile, a differenza della funzione coniugale che è reversibile. La co-genitorialità è molto studiata perché sembra avere un impatto importante sullo sviluppo del bambino a breve e a lungo termine e soprattutto viene studiata nella transazione alla prima genitorialità. I conflitti della co-genitorialità infatti sono quelli che hanno più incidenza nello sviluppo del bambino.
La ricerca ha indagato soprattutto alcuni gruppi clinici perché i gruppi studiati di genitori clinici hanno una serie di fattori di rischio che possono intervenire e colpire la capacità di prendersi cura del bambino. Queste ricerche hanno alcuni limiti: uno di questi è che si occupano quasi esclusivamente delle mamme e non hanno dato grande spazio ai papà e un altro limite è che si sono focalizzate su gruppi di genitori con patologie individuali e non che hanno relazioni patologiche e non sempre esistono dati che, a fianco della patologia individuale del genitore, abbiamo indagato la qualità dell’interazione mamma-bambino. Ci sono molte ricerche che hanno come campioni le mamme con depressione e quelle con dipendenza da sostanze. Abuso di sostanze - Mamme tossicodipendenti. La tossicodipendenza è l’abuso di una o più sostanze che abbiamo un impatto sul funzionamento del nostro corpo, nello specifico sul funzionamento del sistema nervoso e quindi sul comportamento, sulle emozioni, sulla percezione. La tossicodipendenza ha a che vedere con due componenti: una ha accezione psicologica ed è la dipendenza, l’altra ha a che vedere con una sostanza che altera il funzionamento cerebrale dell’individuo, quindi tutto il suo funzionamento. Una caratteristica delle donne tossicodipendenti (prevalentemente dipendenti da eroina e un po’ da cocaina) è un’alterazione del sistema ormonale, che causa loro assenza di ciclo mestruale e assenza della percezione del funzionamento del proprio corpo dal punto di vista ormonale. Questa assenza a livello mestruale aveva generato il pregiudizio che le donne tossicodipendenti fossero sterili: si tratta di una falsa credenza perché le alterazioni ormonali esistono ma non sono tali da compromettere l’incidenza della gravidanza. L’assenza di ciclo mestruale però non allerta queste donne riguardo alla gravidanza. Siamo di conseguenza di fronte a donne che scoprono lo stato di gravidanza in un momento della gravidanza molto avanzato, oltre il limite che la legge pone rispetto all’interruzione volontaria e legale della gravidanza, quindi non è più possibile scegliere se tenere o meno il bambino. Siamo di fronte a gravidanze che per lungo periodo sono andate avanti sotto l’uso di sostanze, quindi siamo di fronte a gravidanze ad alto rischio. Siamo di fronte a gravidanze in cui non è riconosciuto o riconoscibile il padre perché spesso le donne tossicodipendenti fanno uso e abuso della prostituzione. Si tratta quindi di gravidanze troppo brevi nel senso che il tempo che corre tra il riconoscimento della condizione di gravidanza e l’evento del parto - cioè l’incontro con il bambino reale - è poco. L’uso di sostanze in gravidanza genera nel bambino l’assunzione di sostanze: si tratta quindi di bambini che nascono tossicodipendenti, cioè dipendenti dalle sostanze che ha assunto la madre durante la gravidanza. Esiste, a tal proposito, la sindrome di astinenza neonatale: i bambini hanno delle vere e proprie crisi di astinenza da sostanze perché l’assunzione di sostanze s’interrompe con la nascita e loro quindi risentono dell’astinenza. Grazie a questo assorbimento di sostanze, i bambini nascono con una fragilità e con caratteristiche comportamentali differenti, legate all’assunzione di sostanze da parte della madre durante la gravidanza. Si tratta di bambini che sono stati sensibilizzati alle droghe nella costruzione stessa della vita; persino dal punto di vista biologico sono diversi. Si tratta
la donna si pone come salvatrice nei confronti del partner - cosa che non avviene invece per i ragazzi che iniziano ad approcciarsi alle droghe tramite le relazioni con i pari. Il meccanismo di coppia è un meccanismo patologico in cui, una volta sospesi i tentativi di salvezza, l’ingaggio alla tossicodipendenza della ragazza è molto comune. Le donne una volta entrate nella tossicodipendenza vengono impiegate attraverso l’uso del corpo, della femminilità e della sessualità per procurare la sostanza alla coppia. Il quadro peggiora nel momento in cui queste donne rimangono incinte. Queste ragazze sono persone esposte a un grosso numero di patologie fisiche, anche da molto giovani, come l’epatite, la pleurite, la broncopolmonite: sono persone con un sistema fisico (oltre che psichico) fragile, non sano. Si tratta spesso di gravidanze a rischio: spesso infatti avviene un parto prematuro. Di solito si tratta di bambini che nascono prima del tempo (nonostante non sia facile capire quando abbia avuto inizio la gravidanza grazie ai problemi a livello ormonale) e sottopeso. Questi bambini nascono con uno scarso peso perché il bambino non ha avuto un buon sviluppo corporeo e fisiologico nei giusti tempi all’interno dell’utero. Inoltre incombe l’importante tema della sindrome d’astinenza: non avendo chiaro il tipo di sostanza e l’uso che ha fatto la mamma di questa sostanza, la sindrome d’astinenza non si manifesta subito e quindi non è identificabile sin dall’inizio. Si tratta, in ogni caso, di bambini che hanno bisogno di una particolare attenzione e sensibilità: sono bambini biologicamente traumatizzati perché vengono esposti alle droghe già in utero. È come se questi bambini portassero nella loro organizzazione strutturale ed essenziale questo trauma. Dall’altra parte ci troviamo di fronte a mamme che hanno un alto numero e impatto di fattori di rischio nella loro storia di vita, quindi ci troviamo dinnanzi ad adulti che in virtù di questa storia clinica avranno particolari difficoltà a stabilire la relazione primaria con il bambino perché le interazioni pescano nella storia pregressa. Uno dei temi molto studiati all’interno di questo contesto è quello di evitare le separazioni precoci tra mamme e bambini ed evitare al bambino nuove tappe di legami e separazioni molto ravvicinate nel tempo. Esistono per questo delle strutture che accolgono subito dopo il parto la mamma e il bambino e si occupano sia dei disturbi relativi alla dipendenza sia di quelli relativi alla personalità della madre e anche dello sviluppo e della crescita del bambino: si tratta di vere e proprie comunità. Siccome i percorsi comunitari sono percorsi lunghi, parliamo di bambini che nascono in comunità e vivono i primi anni in comunità: si tratta quindi di un modello d’intervento che conduce comunque a fattori di rischio. Sono infatti bambini che hanno un concetto di privacy particolare, che non hanno il concetto di festa a casa di un amico. Sono bambini che vanno incontro a un ambiente che non è l’ambiente tipico dei soggetti sani. Il punto che costituisce uno dei fattori di più alto rischio per questi bambini è l’imprevedibilità dell’altro e del contesto perché questi fattori fanno sentire il bambino in pericolo, allerta, a disagio: per questo motivo è molto importante che sia il contesto sia
l’agente interagente (la madre in particolare modo ma anche gli operatori “comunitari”) non cambino e mantengano una sorta di stabilità all’interno del contesto di sviluppo del bambino. Adolescenza - Mamme adolescenti. Di solito queste mamme appartengono a sottogruppi sociali e culturali a basso livello socioeconomico e scolare. Le esperienze sessuali di queste ragazze sono precoci, con più partner, con uomini più grandi (spesso all’interno di una situazione abusante più o meno esplicita). All’interno di questo contesto di conseguenza ci sono due generazioni di minori a rischio: le mamme adolescenti e i bambini che nascono da queste donne. Si tratta di ragazze con una storia scolastica difficile, con difficoltà di inserimento e con deficit di apprendimento e indice di abbandono scolastico precoce. Di conseguenza queste ragazze hanno una bassa scolarizzazione. Una percentuale di queste adolescenti ha anche deficit cognitivi, ritardi mentali lievi, quindi sono ulteriormente a rischio: si tratta di pochi casi, non è la regola. Contrariamente a quanto appena detto, troviamo anche mamme provenienti dalla popolazione high level , cioè ad alto livello sociale: insomma una quota di gravidanze in adolescenza riguarda situazioni normali negli alti livelli della popolazione. È molto importante inoltre sapere che a volte queste gravidanze sono doppiamente a rischio perché le mamme sono sia adolescenti sia tossicodipendenti! In questo caso il riconoscimento della gravidanza arriva tardi perché lo sviluppo fisico e ormonale di queste mamme (il ciclo ad esempio è molto irregolare o non è ancora iniziato) non è ancora terminato (anche a causa delle condizioni in cui vivono). Ormai però è troppo tardi per poter interrompere (legalmente) la gravidanza e di conseguenza la madre non ha il tempo di potersi preparare psicologicamente alle conseguenze della gravidanza perché il tempo è limitato fino alla nascita. Si tratta anche di gravidanze nate dalle prime esperienze sessuali: la madre infatti non è ancora capace di conoscere il suo corpo e la sua risposta sessuale, non sa come funziona il suo corpo. Allo stesso tempo non sa conoscere l’altro. Ci vuole infatti tempo per conoscersi e conoscere l’altro e di conseguenza per entrare in confidenza con la sessualità. Si tratta di ragazze adolescenti che devono ancora completare lo sviluppo affettivo ed emotivo-relazionale e quello cognitivo che vi funge da sostegno e che ancora non sanno come gestire lo sviluppo del proprio corpo. Tutti questi processi tipici dello sviluppo in adolescenza vengono interrotti da qualcosa di tipico, invece, dell’adultità, cioè la gravidanza. Il parto è un’importante transizione per la donna perché si passa da qualcuno che fa parte di lei (una parte di lei sia a livello fisico che mentale) a qualcuno che non ne fa più parte (almeno a livello fisico). Si verifica il passaggio a un corpo ora vuoto: molte madri dopo il parto si sentono vuote e vedono il bambino come un estraneo. La gravidanza è un passaggio complesso dal punto di vista fisico e, se è difficile per una donna, figuriamoci per una ragazzina! É difficile anche perché spesso la ragazza madre e il padre del futuro bambino non hanno una vera e propria relazione di coppia oppure hanno una relazione che sembra stabile ma che dopo il parto diventa instabile. E quando il partner è un altro adolescente la situazione è doppiamente difficile!
quando si è di fronte a una mamma depressa e di conseguenza a una relazione depressiva - entra in inversione dei ruoli (cioè cerca lui di rispondere in modo da riportare la mamma a “uno stato normale) e, se non basta alla fine, si allinea: questo costituisce il principale fattore di rischio per la relazione madre-bambino e per lo sviluppo del bambino stesso.
Il sistema dell’attaccamento è un sistema relazionale orientato al raggiungimento di un importante traguardo evolutivo, cioè quello della salvaguardia e della protezione. Il legame di attaccamento serve all’essere umano per garantirsi la protezione dai pericoli, per proteggersi dai pericoli fisici e ambientali: il sistema dell’attaccamento non è un legame affettivo ed emotivo - o meglio non lo è al principio -, ma un legame che ha basi biologiche e si fonda sulla vicinanza fisica, sulla protezione fisica. Gli aspetti emotivo- relazionali si inseriscono dopo, in un momento successivo; dapprima è un legame che si stabilisce per garantire al bambino la sopravvivenza. Per cui è indipendente dal legame biologico e affettivo tra il bambino e l’adulto che deve proteggerlo, l’importante è che l’adulto svolga il suo ruolo di protezione, a prescindere che si tratti della madre o del padre o di un altro caregiver che non ha legame biologico con il bambino. La prima forma di sopravvivenza è la sopravvivenza fisica: in primo luogo abbiamo bisogno di essere vivi, poi - ma solo poi - ci possiamo chiedere come ci sentiamo. Il bambino da subito, dalla nascita ha bisogno di mandare segnali al suo ambiente di riferimento tutte le volte in cui la sua sopravvivenza fisica è a rischio e quindi ha bisogno di una o più figure di riferimento che lo proteggano: di conseguenza ci troviamo di fronte a un bambino piccolo che segnala il pericolo e uno o più adulti che proteggono il bambino. La protezione è fisica e avviene tramite la vicinanza spaziale. I pericoli fisici sono una sorta di anticipazione dei pericoli psichici degli adulti. Una figura di attaccamento per essere tale dev’essere in grado di capire il segnale del bambino (potremmo dire essere sensibili), cogliere il senso del pericolo e rispondere a questo proteggendo il bambino (potremmo dire essere responsivo). Questo in sintesi riguarda la costruzione del legame di attaccamento: cioè il legame di attaccamento si stabilisce ogni volta che il bambino si sente in pericolo. Il legame di attaccamento inizialmente era definito come un costrutto tutto o niente: o c’era o non c’era perché o il caregiver rispondeva oppure no. Tant’è che Bowlby inizialmente aveva ipotizzato che tutti quei bambini che non costruivano legami di attaccamento avrebbero poi sviluppato in età più adulta una psicopatologia. Noi invece oggi sappiamo che l’attaccamento non è un costrutto tutto o niente, ma che, a seconda della segnalazione del bambino e della risposta dell’adulto, adulto e bambino costruiscono uno specifico legame di attaccamento. Il legame di attaccamento ha caratteristiche diverse a seconda del bambino e dell’adulto, cioè a seconda delle differenze individuali: in sostanza il legame di attaccamento si
costruisce con delle differenze che dipendono dal bambino e dall’adulto che deve proteggerlo. Lo stesso bambino può costruire legami di attaccamento diverso con i diversi adulti che si occupano di lui, come lo stesso adulto può costruire legami di attaccamento diversi con i differenti figli o con le differenti persone di cui si prende cura. La qualità del legame di attaccamento dipende da quegli specifici bambini e adulti in relazione: si tratta infatti di una qualità intrinsecamente relazionale. La qualità del legame di attaccamento ha un impatto di rischio o di protezione che è strettamente connessa all’ambiente in cui genitore e bambino si trovano, perché ai cambiamenti di contesto una certa qualità di attaccamento potrebbe non avere le stesse buone caratteristiche che aveva nell’altro ambiente. Attaccamento sicuro. I comportamenti dell’adulto fanno sì che il bambino si senta di nuovo al sicuro, dopo aver vissuto l’esperienza del pericolo. Se questo schema si ripete la gran parte delle volte in cui il bambino si trova in pericolo, il bambino si sentirà sicuro che l’adulto interverrà per toglierlo dal pericolo. Così si sviluppa l’attaccamento sicuro. Infatti l’attaccamento sicuro si costruisce da un’esperienza del bambino di protezione ripetuta tutte le volte che lui ha segnalato un pericolo. In questo modo il bambino inizia a imparare che tutte le volte che lui si sente in pericolo c’è qualcuno che lo protegge: in generale inizia a imparare che nella vita quando si chiede protezione in qualche modo la si ottiene. Il bambino comincia anche, da una parte, a crearsi un modello mentale che guida la sua idea di relazione e, dall’altra parte, inizia a costruirsi un modello mentale di sé: della serie “io sono un bambino che merita di essere protetto quando ne ho bisogno”. Questo è il motivo per cui l’attaccamento sicuro è quello preferibile perché da una parte veniamo protetti e quindi il legame favorisce lo sviluppo e dall’altra parte perché consente all’individuo di costruire l’idea di se stesso e anche dell’altro, - quest’ultimo come qualcosa che dà benessere. Questo schema però ha una funzione protettiva solo in una condizione di ambiente stabile. L’attaccamento sicuro è il modello di attaccamento più adattivo e protettivo dentro a un contesto affettivo-relazionale stabile: se il contesto invece si stravolge non è detto che le aspettative del bambino di protezione siano soddisfatte e quindi non è detto che l’attaccamento sicuro sia il modello migliore. Attaccamento evitante. Ci sono altri modi per adattarsi al contesto, diversi da quello costituito dall’attaccamento sicuro. Infatti il bambino se l’adulto non risponde in maniera adeguata può continuare a segnalare andando incontro al rischio che l’adulto diventi una fonte di pericolo perché si spazientisce, intraprendendo una strada negativa. La strada positiva invece viene intrapresa quando il bambino impara a segnalare sempre meno e impara in sostanza a cavarsela da solo. In questo caso si tratta di bambini che di fronte alla segnalazione di pericolo hanno ricevuto da parte dell’adulto un messaggio che indica il fatto di cavarsela da soli. Sono quindi bambini che imparano a non segnalare troppo e a cavarsela da soli: sono bambini con attaccamento evitante, che manifestano presto un’autonomia di fronte al pericolo. In realtà sembra che questi bambini se la
contesto. Il modello di attaccamento che il bambino stabilisce è tipico della relazione con quell’adulto specifico. Questo è vero anche al contrario nel senso che lo stesso genitore con figli diversi o con diversi individui di cui si prende cura può stabilire legami di attaccamento diversi. Alcuni autori hanno però individuato due modelli di attaccamento che costituiscono dei fattori di rischio, cioè che possono essere legati a caratteristiche disfunzionali del bambino in altre aree dello sviluppo: sono modelli non particolarmente adattivi. Uno di questi è l’attaccamento disorganizzato. Attaccamento disorganizzato/disorientato. In questo caso ci troviamo di fronte a un adulto che è maggiormente imprevedibile rispetto all’adulto che sviluppa un attaccamento ambivalente e che, nel tentativo di proteggere il bambino, espone quest’ultimo a un fattore di rischio. Emerge una risposta più imprevedibile e che contiene qualcosa di pericoloso: un esempio è la mamma che, nel momento in cui consola il bambino che piange, piange anche lei. Questo modello è pericoloso nel senso che il bambino pensa che sia successo qualcosa di grave a cui l’adulto non sa far fronte (inoltre il bambino non sa a chi altro rivolgersi per far fronte alla sua sensazione di pericolo). Si tratta di una condizione in cui l’adulto è spaventato come il bambino e questo rende ancora più spaventato il bambino tant’è che il bambino si disorienta, diviene disorganizzato. In questa situazione, gli adulti vengono chiamati spaventati/spaventanti. Questo perché di fronte alle richieste di protezione del bambino, gli adulti si spaventano così tanto che fanno ancora più paura al bambino. In questo senso il bambino si disorganizza, si disorienta e quindi si costruisce dei modelli mentali grazie ai quali penserà che le relazioni non sono esperienze protettive e non saprà mai di essere meritevole in termini di protezione. Questo tipo di esperienza relazionale è confondente, tant’è vero che consideriamo questa relazione poco protettiva e come una relazione che disorienta il bambino e che gli fa percepire una fonte di pericolo e di paura che deriva dalla figura di attaccamento e che è causata dall’inadeguatezza dell’adulto. Il bambino si ritrova così molto confuso perché non sa da chi ottenere protezione. Questo tipo di attaccamento, come risultato, sembra connesso nell’adulto al meccanismo della dissociazione, ai disturbi dissociativi. Il meccanismo di dissociazione sembra intervenire perché la fonte di protezione costituisce anche quella di pericolo. Questo tipo di attaccamento - nonostante faccia comunque parte degli attaccamenti insicuri - è precursore di future psicopatologie, a differenza dell’attaccamento evitante e di quello ambivalente che costituiscono solo dei fattori di rischio. La funzione psicopatologica e disadattiva di questo pattern di attaccamento - parliamo di quello disorganizzato - è spesso legata a una situazione vissuta dal caregiver durante il suo sviluppo, come potrebbe essere stato vittima di maltrattamento o abuso oppure aver subito un trauma. Attaccamento misto. È un misto, un mix di quelle che sono le strategie dell’attaccamento evitante e ambivalente allo stesso tempo.
I disturbi (patologici) dell’attaccamento. Sono disturbi che insorgono al di sotto dei cinque anni di vita perché la relazione d’attaccamento è precoce (si struttura entro il primo anno di vita e tra il primo e il secondo anno di vita). Le patologie dell’attaccamento sono a insorgenza precoce perché quella è la fascia critica di sviluppo del legame di attaccamento. Sono disturbi tipici di una relazione specifica, cioè si possono verificare soltanto dentro a una relazione con una specifica figura adulta. Infatti non possiamo generalizzare le caratteristiche di una relazione a tutte le relazioni. La definizione dei disturbi dell’attaccamento va a individuare due classi: una classe caratterizzata dall’assenza di attaccamento, cioè dal fatto che il bambino non mostra i segnali tipici di un legame specifico con qualcuno (per esempio non piange alla separazione, non cerca la figura di attaccamento quando ha bisogno) quindi non ha le reazioni che fanno pensare che lui sia legato a qualcuno - parla di pattern inibito; l’altra classe riguarda le situazioni in cui il bambino in situazione di rischio è indiscriminato nella richiesta di protezione, cioè chiede a tutti la protezione, ovvero non ha l’esclusività della relazione con nessuno - si parla di pattern indiscriminato o disinibito. L’idea generale è che il bambino non abbia stabilito un legame con un interlocutore che dovrebbe garantirgli protezione ogni volta che sente di averne bisogno. Area indiscriminata: attaccamento indiscriminato. Il bambino è indiscriminato nella richiesta di protezione, non manifesta i comportamenti tipici del legame esclusivo con una persona (per esempio la ricerca dell’altro, la mancanza, la protesta alla separazione). È un disturbo dei bambini che non hanno punti di riferimento: questi bambini si attaccano a tutti, ma a nessuno di specifico. Ciò diventa un fattore di rischio quando questi bambini incappano in adulti mal intenzionati! I bambini con attaccamento indiscriminato non hanno una relazione vera e propria con nessuno, ma perché succede questo? Una delle ragioni potrebbe essere che il bambino non ha avuto sufficientemente tempo per costruire un legame intimo e significativo con qualcuno, che non abbia sperimentato cure significative durature nel tempo sempre dalla stessa persona. Insomma nella relazione che questo bambino ha costruito mancano la ripetitività e la continuità: ne sono un esempio i bambini istituzionalizzati e i bambini che cambiano spesso la situazione familiare. Il bambino in sostanza si lega a tutti e a nessuno per non soffrire della perdita. Però se non ci si è mai legati a nessuno, non si sarà capaci di instaurare relazioni e nuovi legami con la crescita. Il tema centrale di questo disturbo è il tempo: solo chi sperimenta l’attaccamento potrà perdere i legami e costruirne di nuovi. L’attaccamento indiscriminato è paradossalmente la scelta più adattiva in un contesto pericoloso che cambia sempre, il costo però di questa scelta è non avere un legame fisso. Questo attaccamento è un fattore di rischio in quanto espone il bambino alla probabilità che persone a cui egli chiede protezione siano per lui un ulteriore fattore di rischio (ad esempio le brutte compagnie in adolescenza). Questi bambini si espongono troppo facilmente, non mostrano