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Riassunti libro filosofia classiche dell'india e dell'asia centrale, Sintesi del corso di Filosofia Indiana

Appunti inerenti al programma di filosofie classiche dell'India e dell'Asia centrale dell'anno accademico 2021/2022

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021
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gaiagiardino
gaiagiardino 🇮🇹

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Filosofie e religioni dell’India e dell’Asia centrale A.S. 2021/22
lofi classich del’Indi
Introdzion metodologic
Esiste una filosofia indiana?
Filosofia è un termine di origine greca; gli indiani non chiamano il proprio paese India ma preferiscono espressioni come
“versante dei discendenti di Bharata” o “continente della melarosa.
La filosofia indiana sarebbe un pensiero capace di intuizioni interessanti ma irrimediabilmente aurorale, incapace di
raggiungere gli sviluppi che la luce della conoscenza attribuisce al solo Occidente.
L’ultimo manuale di filosofia indiana è stato scritto nel 1957 da G. Tucci, ma esistono opere successive che però non
propongono risultati comparabili.
Il dibattito sull’orientalismo, che prende spunto dal saggio omonimo di E. Said (1978) ha contribuito a mettere in guardia
gli specialisti in merito a condizionamenti politici e culturali insiti nella prospettiva di studio, e ha fatto sì che si
affermasse la necessità di prestare occhio alle “voci native” quando si tratta di comprendere le culture non occidentali.
La prospettiva dei subaltern studies può fornire utili correttivi a distorsioni etnocentriche:
- l’invenzione della tradizione, che si rivela come una micro comprensione del sistema gerarchico locale;
- l’uso di categorie europee (nazionalismo, fondamentalismo…) si rivela distorto nella realtà asiatica.
Nella filosofia indiana possiamo avvalerci di traducenti?
Se si è convinti che l’India abbia qualche cosa da dire alle menti e ai cuori di tutti gli uomini di oggi, bisogna sforzarsi di
rendere il pensiero indiano presentabile al pubblico non specialista, di “sdoganarlo”.
Darśana “visione” di un dio, di un maestro o di un luogo sacro, suscettibile di arrecare un immediato beneficio.
La scuola del vedānta si appropria di questo terminesignificato di “punto di vista, visione del mondo”.
La produzione di dottrine di ogni scuola vede nella propria impostazione il punto di vista definitivo e autorevole, nelle
altre punti di vista preliminari, che via via si avvicinano gradualmente e asintoticamente alla sola verità assoluta.
Ciò che maggiormente rende il pensiero indiano lontano dalla nozione di filosofia sono:
-rifiuto della dimensione teorica, praticità;
-obiettivo assegnato alla ricerca della felicità (sukha), che può assumere le forme più varie(dal piacere puro e semplice, alla
felicità interiore, alla pace che deriva dalla liberazione dal samsara) in ogni trattato l'autore deve occuparsi di
specificare il prayojana “fine, scopo” della propria opera, la meta verso la quale la propria costruzione intellettuale tende;
-subordinazione del pensiero alla “rivelazione” vedica, la śruti, un postulato;
Un altro punto importante è quello relativo alla sostanziale inscindibilità nel pensiero indiano tra filosofia e religione.
Se è vero che spesso la religione appare superficialmente sovrapposta alla filosofia nel contesto indiano, è altrettanto vero
che sarebbe illecito separarle con un colpo di spada. Come non ha saputo tracciare una distinzione netta tra filosofia e
teologia, così il pensiero indiano non ha mai radicalmente separato filosofia e scienza, né ha mai ritenuto opportuno
distinguere programmaticamente ed epistemologicamente scienza e tecnologia. Sarà dunque necessario, dedicare una
qualche attenzione anche alla produzione di letteratura scientifica.
Infine il criterio di esposizione, che determina l'impostazione generale del manuale, privilegia l'esposizione per generi
letterari e per scuole rispetto all'evoluzione storica, che è pur tuttavia ovviamente presente. I generi letterari e le scuole
verranno fin dove possibile determinati con criteri “emici” =facendo ricorso a categorie riconosciute dal contesto indiano.
I filosofi indiani tendono talora a nascondere sotto una sopravveste di umiltà e riconosciuta devozione nei confronti del
proprio maestro un malcelato e perlopiù meritato orgoglio intellettuale per le proprie acquisizioni.
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lofi classich del’Indi

Introdzion metodologic

Esiste una filosofia indiana? Filosofia è un termine di origine greca; gli indiani non chiamano il proprio paese India ma preferiscono espressioni come “versante dei discendenti di Bharata ” o “continente della melarosa”. La filosofia indiana sarebbe un pensiero capace di intuizioni interessanti ma irrimediabilmente aurorale, incapace di raggiungere gli sviluppi che la luce della conoscenza attribuisce al solo Occidente. L’ultimo manuale di filosofia indiana è stato scritto nel 1957 da G. Tucci, ma esistono opere successive che però non propongono risultati comparabili. Il dibattito sull’orientalismo, che prende spunto dal saggio omonimo di E. Said (1978) ha contribuito a mettere in guardia gli specialisti in merito a condizionamenti politici e culturali insiti nella prospettiva di studio, e ha fatto sì che si affermasse la necessità di prestare occhio alle “voci native” quando si tratta di comprendere le culture non occidentali. La prospettiva dei subaltern studies può fornire utili correttivi a distorsioni etnocentriche:

  • l’invenzione della tradizione, che si rivela come una micro comprensione del sistema gerarchico locale;
  • l’uso di categorie europee (nazionalismo, fondamentalismo…) si rivela distorto nella realtà asiatica. Nella filosofia indiana possiamo avvalerci di traducenti? Se si è convinti che l’India abbia qualche cosa da dire alle menti e ai cuori di tutti gli uomini di oggi, bisogna sforzarsi di rendere il pensiero indiano presentabile al pubblico non specialista, di “sdoganarlo”. Darśana → “visione” di un dio, di un maestro o di un luogo sacro, suscettibile di arrecare un immediato beneficio. La scuola del vedānta si appropria di questo termine→significato di “punto di vista, visione del mondo”. La produzione di dottrine di ogni scuola vede nella propria impostazione il punto di vista definitivo e autorevole, nelle altre punti di vista preliminari, che via via si avvicinano gradualmente e asintoticamente alla sola verità assoluta. Ciò che maggiormente rende il pensiero indiano lontano dalla nozione di filosofia sono: -rifiuto della dimensione teorica, praticità; -obiettivo assegnato alla ricerca della felicità ( sukha ), che può assumere le forme più varie(dal piacere puro e semplice, alla felicità interiore, alla pace che deriva dalla liberazione dal samsara ) →in ogni trattato l'autore deve occuparsi di specificare il prayojana “fine, scopo” della propria opera, la meta verso la quale la propria costruzione intellettuale tende; -subordinazione del pensiero alla “rivelazione” vedica, la śruti , un postulato; Un altro punto importante è quello relativo alla sostanziale inscindibilità nel pensiero indiano tra filosofia e religione. Se è vero che spesso la religione appare superficialmente sovrapposta alla filosofia nel contesto indiano, è altrettanto vero che sarebbe illecito separarle con un colpo di spada. Come non ha saputo tracciare una distinzione netta tra filosofia e teologia, così il pensiero indiano non ha mai radicalmente separato filosofia e scienza , né ha mai ritenuto opportuno distinguere programmaticamente ed epistemologicamente scienza e tecnologia. Sarà dunque necessario, dedicare una qualche attenzione anche alla produzione di letteratura scientifica. Infine il criterio di esposizione , che determina l'impostazione generale del manuale, privilegia l'esposizione per generi letterari e per scuole rispetto all'evoluzione storica, che è pur tuttavia ovviamente presente. I generi letterari e le scuole verranno fin dove possibile determinati con criteri “emici” =facendo ricorso a categorie riconosciute dal contesto indiano. I filosofi indiani tendono talora a nascondere sotto una sopravveste di umiltà e riconosciuta devozione nei confronti del proprio maestro un malcelato e perlopiù meritato orgoglio intellettuale per le proprie acquisizioni.

I corpu vedic, dall samhit all upanisa

Il Veda = “scienza sacra”, costituisce la summa della civiltà fiorita in India Fonte del diritto, della letteratura d'arte, dell'etica, dei precetti religiosi, della speculazione filosofica, e di competenze più tecniche, quali la grammatica, l'architettura, la medicina e simili. Esso si compone di 4 “raccolte” ( samhita ) e si articola su 4 livelli. Raccolte:

  • inni di lode in onore delle divinità ( Rgvedasamhitä )
  • formule-sacrificali ( Yajur Veda Samhita )
  • melodie cantate ( Sama Veda Samhita )
  • formule di incantamento( Atharva veda samhita ). Livelli:
  • raccolte
  • “testi sacerdotali” ( brahmana )
  • “testi silvestri” ( aranyaka )
  • “testi iniziatici” ( upanisad ). Nella transizione dal 1° al 4° livello si compie anche la transizione dal vedico al sanscrito. In vedico sono composte le samhita ; i brahmana e almeno in certa misura gli aranyaka sono in un sanscrito vedicheggiante; le upanisad sono perlopiù in sanscrito classico. Occorrerebbe in primo luogo evitare la tentazione di considerare il corpus vedico, come espressione culturale preclassica. Il Veda va considerato non il punto di partenza di una civiltà a esso in larga parte posteriore, ma come il punto d'arrivo di una civiltà precedente, soggetto a lunga elaborazione concettuale e letteraria, i cui antecedenti sono perduti.

L samhit, “raccolte”

Nella Rgveda Samhita spiccano, tra le 10.462 strofe di lode che formano 1.017 inni (+ 11 aggiunti in seguito, totale di 1.028), raggruppati in 10 cicli, alcuni sukta (discorsi) a contenuto speculativo, non specificamente connessi alla pratica rituale, alcuni + problematici, altri in cui vi è un intento di glorificazione dell'ordine sacerdotale. Inno 10,121 “inno del non non-essere” riconoscimento dell'impossibilità di determinare con certezza come l'essere sia potuto scaturire dal non essere, tema che rivela a un tempo l'antichità di questo quesito nella speculazione indiana e la sua impostazione in termini razionali assai più che devozionali sin dai primordi. Inno 10,90 ritrae invece il momento in cui l'universo scaturisce dal sacrificio primordiale del macrantropo ( purusa ,= “maschio”, uomo primordiale): il pensiero simbolico sul ruolo cosmico del rito sacrificale trova qui la sua massima espressione, gettando le basi di tante tipologie di esegesi. Inni enigmatici, che mostrano corrispondenze con certe composizioni celtiche irlandesi (le Triadi), specialmente nella sottospecie rappresentata dagli enigmi numerici. Stanno alla base di tutta la produzione esoterico speculativa, dalle upanisad in poi, e costituiscono il 1° esempio di uso consapevole degli strumenti di bottega del poeta, gettando le basi del kavya , la letteratura d'arte. Un caso particolare è quello delle “dispute sul brahman ”( brahmodya ), che stanno alla base di un vero e proprio genere letterario postvedico. Sono immagini enigmatiche di forte contenuto emotivo, che evocano scene di difficile interpretazione e che ricordano a tratti passi biblici sapienziali per l’immediatezza e immunità a una spiegazione razionale. Inno 1,164 è particolarmente enigmatico, e riguarda un tema centrale della riflessione vedica, la natura e l'origine della parola sacra ( väc ), altrove equiparata alla vacca, protagonista di altri enigmi, o addirittura divinizzata. La Sama Veda Samhita , “raccolta della scienza dei canti” ( sáman ) assume un'importanza particolare perché contiene il 1° esempio di notazione e uso musicale di testi della tradizione indiana; la raccolta è appannaggio del sacerdote “cantore” ( udgätar ): si trattava di testi cantati secondo una scala eptatonica, e comprendenti ottomila melodie diverse. La Yajur Veda Samhita “raccolta della scienza delle formule sacrificali” ( yajus ), appannaggio del sacerdote “sacrificatore” , è quella che ci è giunta in modo + diversificato. Dobbiamo infatti distinguere 2 diverse versioni, lo Yajurveda “nero” e quello “bianco”, suddivise in 5 diverse recensioni che corrispondono ad altrettante “raccolte” ( samhita ), alcune delle quali comprendono + di 1 “branca” ( sakha ) di trasmissione.

I brahman, “testi-sacerdotali”

I brahmana accompagnano le samhita ; colmano le lacune, completano i discorsi lasciati interrotti dalle raccolte. →riferimento al brahmano , ma si può rendere anche con “insegnamento relativo al brahman ”, parola che designa la potenza della parola sacra, e che passerà a indicare la forza che sorregge il mondo, dalla quale l'universo dipende per il suo esistere e che a sua volta non dipende dall'universo stesso. →non sono trattati dottrinali: si tratta del 1° tentativo di inscrivere in un quadro complessivo coerente la straordinaria molteplicità, ricchezza e difformità del sacrificio vedico, distinguendolo secondo tipologie semplici. La tendenza a interpretare simbolicamente il dato rituale aumenta e giunge al suo compimento nelle upanisad , in cui ormai, il rito appare completamente interiorizzato; la verità è che non siamo in grado di padroneggiare pienamente la visione del mondo implicita in questi insegnamenti, e che l'opera di esplicitazione non basta a fornirci un quadro chiaro di una cultura che tende a sfuggirci. Ciò che più importava agli autori dei brahmana era la possibilità di stabilire connessioni ( bandhu ) tra atti rituali e forze naturali, un brahmana è semplicemente «la spiegazione di un atto rituale e delle formule ( mantra ) correlate». Il carattere esegetico ed ermeneutico dei brahmana ha portato almeno uno studioso (F. Staal) a considerarli fonti sospette, non perfettamente fededegne: si tratterebbe di tentativi perlopiù maldestri di fornire un’interpretazione in chiave filosofico-religiosa di pratiche rituali che di per sé sarebbero svincolare almeno originariamente da ogni connessione con la sfera del sacro (le radici dell'intuizione di Staal vanno ricercate nell'affermazione oscura del maestro Kautsa , secondo il quale «i mantra non hanno significato»).

  1. Brahmana del Rgveda
    • AITAREYA BRAHMANA 40 letture, incentrato sul sacrificio del soma →8 penati, ciascuna composta da 5 letture.
    • KAUSITAKI BRAHMANA 30 letture, + sistematico, - discorsivo, =interesse sul sacrificio del soma. L’autore cerca di essere stringato, evitando ripetizioni e passi esclusivamente descrittivi
  2. Brahmana del Samaveda Sono i + numerosi, ma anche quelli con + materiale posteriore, volti a legittimare speculazioni di gran lunga posteriori, fenomeno comune anche ad altri settori delle letterature indiane.
    • JAIMINIYA BRAHMANA noto come “ brahmana della scuola dei musici” → molto esteso
    • PANCAVIMSA BRAHMANA → prevalente brevità e tecnicismo
  3. Brahmana dello Yajurveda
    • TAITTIRIYA BRAHMAN(nero) → 3 libri chiamati “ogdoadi” →materiali collegati piuttosto artificiosamente. →ulteriori divisioni del testo, dette “particole” →ripartite in 10 articoli, la cui parola finale viene ripetuta alla fine di ogni sezione, per preservare da possibili corruzioni di dettato.
    • SATAPATHA BRAHMANA(bianco) →“ brahmana dei cento sentieri”, si chiama così perché in una delle sue 2 recensioni conta 100 lezioni; miniera per temi mitologici e rituali, per alcune interessanti speculazioni linguistiche (inquadramento di una parola in una serie per associazione fonetica o morfologica).
  4. Brahmana dell’ Atharvaveda 1 solo testo sacerdotale: “ brahmana del sentiero delle vacche”. 2 parti: la 1^ di 5 capitoli, la 2^ di 6→ seconda parte consiste in parafrasi o citazioni letterali da altri brahmana. Serve a glorificare la necessità per il brahmano perfetto di padroneggiare anche la 4^ raccolta, quella accettata + tardi nel canone.

Gl aranyak “testi silvestri”

Dal punto di vista stilistico e linguistico si tratta di un continuum che trapassa dai testi sacerdotali, a quelli silvestri, a quelli iniziatici e alle upanisad →rarefazione del discorso, che tende a perdere ogni punto di contatto con il rituale, viene interpretato in chiave simbolica e sottoposto ad una prima interiorizzazione, infine ( upanisad ) interiorizzato e destituito di valore. Nel caso degli aranyaka il contenuto spazia da caratteristiche proprie di un samhita ad altre tipiche di un brahmana ad altre ancora peculiari di un sutra, dimostrando il carattere composito. Gli aranyaka sono destinati all’apprendimento fuori dal consesso urbano nei rifugi degli eremiti silvestri.

  1. Aranyaka del Rgveda
    • AITAREYA-ARANYAKA 5 libri indicati come aranyaka separati. I primi 3 si distinguono dagli ultimi 2 come altrettante indistinte; lo stile è tipo brahmana , sintetico.
    • SANKHAYANA-ARANYAKA segue il precedente quanto contenuto, consiste di 15 letture.
  1. Aranyaka del Samaveda Sono in parte compresi nel livello della samhita , in parte in quello dei brahmana , in parte in quello delle upanisad. Ricordiamo il “canzoniere da cantare nella selva” e il “canzoniere della parte segreta dell’adattamento”
  2. Aranyaka dello Yajurveda
    • TAITTIRIYA-ARANYAKA dello yajurveda nero→ continuazione del brahmana omonimo, 10 letture
    • ARANYAKA KANDA → ultima sezione della samhita , è lo yajurveda bianco, chiamato “grande aranyaka
  3. Aranyaka dell’ Atharvaveda → non sono pervenuti.

L upanisa, “testi iniziatici”

Il significato letterale di upanisad “ipo-sessione, sub-seduta” non ci aiuta a comprendere il senso del termine. →da Sankara : “mezzo per ottenere la conoscenza dell'identità di atman e brahman , che rappresenta il metodo per sradicare la causa della trasmigrazione”. →interpreti occidentali: metodo di insegnamento delle verità segrete, compiuto nel corso di sedute ai piedi del maestro in atteggiamento riverente da parte del discepolo. →equiparazione con il termine “segreto” e “venerazione”, intesa come venerazione della reale natura delle cose ottenuta mediante l'esplorazione delle segrete corrispondenze tra i fenomeni. Le upanisad sono la migliore dimostrazione che non sempre un criterio tipologico può consentire un inquadramento cronologico. Ormai è diffuso l'uso di considerarne un 1° gruppo che comprende 13 o 14 upanisad antiche a loro volta suddivise in più antiche, meno antiche e medie. Le upanisad successive vengono considerate come medievali, minori e la cui affiliazione risulta tardiva e artificiosa. Classificazione più in voga: del Vedanta comune, dello yog a, della rinuncia, settarie, dedicate a Siva , Visnu e alla Dea. Tutte quelle estranee a questa lista vengono considerate seriori: in tutto sono più di 300, comprese le canoniche. Caratteristica comune si potrebbe individuare nella straordinaria vivacità e immediatezza dei dialoghi e delle immagini, che contrasta piacevolmente con la ponderosi del contenuto, rendendone affascinante la lettura. Alla scuola del Sankara si deve l’equiparazione di upanisad e vedanta , cioè “la fine del Veda ” (perchè ultimo livello) e “il fine del Veda ”(fine ultimo). La dottrina centrale delle upanisad insegna un’equivalenza tra brahman (“forza che sostenta il mondo”), e atman (“soffio vitale” che riempie il corpo facendolo vivere). Questo brahman-atman è qualificabile come un principio divino, conosciuto come isvara o isa (signore). La sua comprensione libera dalla nescienza primordiale ( avidya ) che imprigiona l'essere umano entro un ciclo di nascita, vita, morte, rinascita, nuova vita e ri-morte. L'individuo liberato è colui che non vede più alcuna distinzione tra il proprio atman e il brahman. L'enfasi permette di configurare le upanisad come espressione di una riflessione propriamente allegorica e simbolica, una riflessione volta comunque a privilegiare il mondo interiore rispetto alle pratiche sacrificali esteriori. Una caratteristica importante del brahman-ätman è la sua ineffabilità: è ciò che non viene espresso dal pensiero, ma mediante il quale il pensiero trova espressione ed è definibile in senso proprio solo come “non questo, non quello”. Il pensiero concettuale non riesce a coglierlo: è noto a chi non conosce, ignoto a chi conosce. Questo non impedisce alle upanisad, soprattutto a quelle dello yoga , di occuparsi anche di fisiologia, soprattutto la cosiddetta “fisiologia sottile”, quella che riguarda la dimensione interiore dell'essere umano, che va al di là del corpo grossolano, l'involucro fisico tangibile. Quanto al problema di Dio, le upanisad sono decisamente contrarie a un politeismo ingenuo, dal momento che insegnano a più riprese che gli dèi si fondono armonicamente in un unico Dio supremo (Isvara); una sorta di monoteismo imperfetto, etichettata come enoteismo, un culto rivolto a una divinità particolare, isolata dalle altre del pantheon vedico. Dio è simultaneamente trascendente e immanente, e il suo rapporto con il mondo è tale che egli lo pervade ma non ne viene pervaso, lo comprende ma non ne viene compreso. Modo di argomentare delle upanisad →presente la preoccupazione di mantenere viva una attitudine critica verso il dato religioso e non è estraneo l'influsso di suggestioni buddhistiche. Questo atteggiamento critico, emerge dal fatto che nelle upanisad vengono formulati per la prima volta molti problemi che nelle fasi successive della speculazione indiana riscuoteranno sempre maggiore attenzione: in cosa consiste la realtà da cui tutto trae origine, sostentamento e in cui tutto si dissolve? Conoscendo che cosa ogni cosa può venire conosciuta? Cos'è il brahman? Cos'è l' atman?

I Vedang “membra del veda”; sutra “aforismi”:

I Vedanga trattano la letteratura ancillare, sussidiaria e normativa di vario genere. La letteratura vedica si può suddividere in: 4 veda , 6 vedanga (membra del veda), 4 membra secondarie, 4 veda secondari (medicina, scienza dell’arco, musicologia e politica) giungendo così al numero 18, dotato di valore simbolico di buon auspicio secondo un’interpretazione numerologica. I Vedanga comprendono:

- fonetica, → raggruppa i testi “per ciascun sakha- metrica, → + tardive - grammatica, → poche sono state conservate - etimologia, → poche sono state conservate

  • astronomia → + tardive
  • rituale* il quale si suddivide in pubblico o solenne e privato o domestico. Ben 4/6 Vedanga riguardano la sfera del linguaggio e della riflessione su di esso dimostrando la centralità della linguistica nella visione del mondo indiana. *La parte del vedanga dedicata al rituale si esprime mediante un genere destinato a grande fortuna nella letteratura grammaticale e speculativa filosofico-religiosa ( darsana ) ovvero attraverso il sutra , l’aforisma (letteralmente “filo”, con riferimento al filo che unisce la collana di perle) un mezzo di espressione che sacrifica la comprensibilità alla concisione, e che il più delle volte richiede un commento di appoggio per poter essere compreso al meglio. → piccolo numero di sillabe, contiene il succo di una dottrina, caratteristiche generali, no pause/digressioni/difetti → la concisione e l’ellissi sono il suo pregio e la sua cifra stilistica. Il commento può essere costituito dalla glossa estemporanea del maestro che illustra il sutra al discepolo che prima lo ha imparato a memoria, ma anche da una glossa composta e tramandata dapprima oralmente, poi messa per iscritto. Anche per motivi tecnici (costo, scarsa reperibilità del materiale scritto) la tradizione indiana ha sempre privilegiato nello scritto la concisione, l’ellissi, lasciando all’esposizione orale la possibilità di un’espressione piana e distesa. L’origine dei sutra va ricercata probabilmente in un ambiente comune a ritualisti e grammatici, con la differenza che sutra rituali→ normativi sutra grammaticali→ descrittivi Al genere dei sutra si riallaccia tutta una serie di generi derivati:
  • le strofe mnemoniche, sorta di sutra versificati;
  • glossa esplicativa di carattere compendioso;
  • il commento più particolareggiato, con particolare predilezione per la composizione nominale e l’uso tecnico della riflessione dei casi per indicare diversi rapporti casuali, temporali, circostanziali;
  • la delucidazione di stile più discorsivo, che esplicita ulteriormente il significato del testo glossato. La gerarchizzazione del rapporto tra testo e commento si può articolare come segue:
  • il 1° supporto dell’aforisma è il commento breve , simile a parafrasi, che chiarisce il procedere dell’argomentazione;
  • interviene la glossa che esamina criticamente il testo base con maggiore indipendenza di giudizio e si presenta come una successione di frasi nominali in prosa con qualche preoccupazione stilistica di concisione → deve chiarire quanto è rimasto inespresso/male espresso nel testo che viene sottoposto ad esegesi. → “glossa in strofe” → se in versi
  • commento esteso è il commento ampio che spesso incorpora la glossa sistematizzando le osservazioni in un disegno interpretativo coerente con gli scopi del suo autore. Difficoltà principale→ la glossa tende ad essere inglobata o nel sutra o nel commento esteso senza che spesso sia possibile scerverare i diversi autori che hanno contribuito alla nidificazione del testo commentato. Se il commento esteso è particolarmente autorevole assurge alla stessa dignità del sutra che commenta.

Uno dei pregi riconosciuti del sutra è la polisemia : da un aforisma di poche sillabe si possono sviluppare pagine di commenti, che possono dare luogo a un’abbondanza di interpretazioni divaricate e inconciliabili tra loro del testo base. Commento esteso → + spazio per la stratificazione delle argomentazioni secondo una dialettica triassica→ prevede:

  1. Punto di vista preliminare→ esposizione di un argomentazione sostenuta da un discepolo;
  2. Punto di vista ulteriore→ argomentazione di un personaggio che è prossimo al maestro ma non è ancora tale;
  3. Conclusione definitiva→ conclusione definitiva del maestro autorevole. Le linee di questa divisione sono poco marcate ed è difficile definirle. I sutra costituiscono il punto di passaggio, dall’ascolto ( sruti ) della voce non umana che insegna il veda ai veggenti e che copre i quattro livelli della scienza sacra si passa alla memoria ( smrti ) di quella verità ascoltata dai veggenti che si esprime in parole umane. Il Veda un quanto ascolto costituisce l’essenza dell’atto rituale, le modificazioni contingenti del rito appartengono alla memoria che è diffusa, mentre l’ascolto è sintetico. ⤷memoria è interpretazione e aggiornamento dell’ascolto e si prefigge lo scopo di rendere accessibili i suoi contenuti, riservati ai membri maschi dei primi 3 gruppi sociali, al 4° e alle donne. ⤷non è innovazione ma glossa prudente; sta così alla base della letteratura di commento. I sutra relativi al rituale si suddividono in:
  • solenni e quotidiani , nella cui categoria rientrano anche quelli dedicati all’edificazione del sito del sacrificio → srauta (relativi all’ascolto)
  • relativi alle norme ( dharma ), proprie a ciascun gruppo sociale e stadio di vita → smarta (relativi alla memoria) Gli “indici” non fanno parte del vedanga , ma si collegano per competenza: contengono l’incipit di ogni inno, il n° di versi… Vidhana → ultimo genere riconducibile a questo ambito → prescrizioni che contemplano gli effetti magici della recitazione della samhita cui si riferiscono. Letteratura ancillare :
  • del Ragveda → abbastanza ramificata e completa
  • del Samaveda → meno completa, sia per problemi di trasmissione, sia per la preponderanza della componente rgvedica in questo tipo di letteratura, sia perché in parte i suoi contenuti vengono recepiti nella sezione dei brahmana
  • dello Yajurveda → la più ramificata (particolarmente per il rituale), non altrettanto completa
  • dell’ Atharvaveda → decisamente diversa da quella delle altre tre, probabilmente più tarda, almeno in parte.

Itihas puran, epic antich stori

I gener letterari

ITIHASA =“così invero fu” indica il genere letterario che noi chiameremmo dell’epica, che nella percezione indiana appare come testimonianza di eventi significativi avvenuti in un passato e tramandati a edificazione dell’uomo che in ogni tempo è chiamato a ricontestualizzare al fine di trarne insegnamento per la propria esistenza. PURANA =“antica storia”, che designa una serie di testi non privi di valore letterario ma in 1° luogo importanti per il loro carattere che è essenzialmente normativo; costruiscono una sorta di geografia sacra con le loro celebrazioni, anche devozione, ritualistico e relativo alla vita dei santi Ciò che conta di + per il fruitore è la possibilità che essi offrono di una guida per i perplessi, capace di consigliarci nelle nostre scelte morali quotidiane, dunque la loro dimensione etica. Il loro carattere prescritto sta alla base della definizione alternativa di questi testi come “ 5° veda ”, che rispecchia la loro funzione di magnificazione di temi presenti già nelle raccolte vediche. Le due raccolte costituirebbero una sorta di cerniera tra ascolto e memoria, partecipando della natura di entrambi, dal momento che amplificano e rendono apprezzabili dall’uomo comune temi espressi nel Veda. Si tratta di testi narrativi che contengono i 4 fini dell’uomo: gratificazione sensoriale, acquisizione dell’utile, perseguimento del dovere e della liberazione.

  • Temi di argomento filosofico: tentativo di armonizzare un sistema sostanzialmente ateo come il samkhya con istanze di tipo teistico; distinzione tra campo e conoscitore del campo, ossia tra principio oggettuale e principio soggettuale, tra oggetto e conoscitore dell’oggetto, ossia puro soggetto; la teoria di un principio divino supremo detto “ purusa supremo”, che assume le caratteristiche di una divinità personale, Krsna che intrattiene un rapporto di devozione intenso e partecipato con il devoto ( Arjuna ); la teoria delle discese sulla terra della divinità trascendente ogni qualvolta si manifesti la necessità di preservare il Dharma periclitante; un complesso rapporto dialettico tra signore supremo e potere di illusione cosmica; la distinzione tra percorso conoscitivo, rituale e devozionale armonizzatili e non concorrenti in quanto tutti subordinati al fine soteriologico.

Puran: l antich stori

→ strumento dell’educazione religiosa delle donne e dei servitori a cui è vietato lo studio del Veda → si compongono di una miscela di materiali eterogenei: racconti e aneddoti con valore apologetico; leggende e miti eziologici, magnificazioni di santuari, riti e pratiche di devozione spesso radicati in un ambito territoriale specifico; Pare opportuno definirli “biblioteche” piuttosto che “testi enciclopedici” perché: in 1° luogo questa terminologia fa riferimento alla loro natura di testi scritti, se è vero che la loro elaborazione si sviluppò per trasmissione orale, la loro fissazione avvenne per iscritto perché si trattava di materiale a edificazione delle classi che non avevano accesso alla scienza sacra; in 2° luogo accettando questa definizione si chiarisce come sia possibile considerare interpolazioni quelle che sono in realtà vere e proprie opere autonome. Il mito eziologico spiega la diversificazione dei purana in differenti esemplari che raccontano in linea di principio le medesime storie, fa riferimento a un unico purana primordiale di estensione iperbolica (un miliardo di strofe), per successive riduzioni frammentato in un corpus di 400.000 strofe, in diciotto parti. → contengono testi che trattano di miti , siano essi già presenti almeno in forma embrionale nel veda o negli itihasa o del tutto nuovi: tematiche comuni alla trattatistica dei 3 fini dell’esistenza umana: gratificazione, utile, dovere e liberazione. → descrizioni di carattere geografico , che costituiscono una guida per i pellegrini che intendano recarsi presso questo o quel guado sacro, presso questo o quel santuario. → la parte più importante la svolgono le celebrazioni di luoghi sacri o di istituzioni o pratiche venerabili, che costituiscono un genere letterario a parte, che pur rappresenta la componente essenziale di molti purana. I Purana sono:

_- Brahma- o Adi- ;

  • Padma- ;
  • Visnu- ;
  • Vayu- ; Siva- ;
  • Bhagavata- ; Bhavisya- ;
  • Brahmavaivarta- ;
  • Linga- ;_ - Varaha- ; - Skanda- ; - Vamana- ; - Kurma- ; - Matsya- ; - Garunda- ; - Brahmanda- ; → interesse filosofico→ tenendo conto che si tratta pur sempre di una volgarizzazione ingenua, non sostenuta da una vera consapevolezza del reale spessore delle problematiche di scuola. La distinzione purana maggiori e secondari è artificiosa e seriore, come dimostra il fatto che i diversi elenchi spesso comprendono testi che rientrano in entrambe le categorie. Rilievo particolare assumono le concezioni dello spazio e del tempo che danno vita a una cosmologia e a una cronologia destinate a grande fortuna: infatti, pur se nate in ambiente brahmanico, verranno, con opportune modifiche, accettate da più di una scuola estranea all’ambito sacerdotale, giungendo, a delineare una visione del mondo pressoché panindiana.

LO SPAZIO

→ il mondo è eterno, senza principio e senza fine soggetto a cicli periodici di manifestazione e di dissoluzione. La cosmologia puranica si appoggia su concezioni sviluppate dalla scuola del samkhya , che prevede una dialettica incessante tra principio soggettuale cosciente ( purusa ) e principio oggettuale incosciente ( prakrti ). Il fondamento della realtà è chiamato prakrti (principio oggettuale), brahman (forza che sorregge il mondo) o avyakta (non evoluto): nella fase in cui il mondo non scaturisce ancora da questo principio, il mito descrive la figura di Visnu-Narayana il quale soggiace assopito tra le spire del serpente cosmico che si libra sulle acque primordiali. Il suo contraltare è il purusa , il macrantropo o maschio cosmico , talora identificato con Prajapati , il signore degli esseri soggetti a nascita, che a sua volta è la personificazione del sacrificio. Il purusa è chiamato anche “embrione aureo”, e “demiurgo”, Brahma : ha le caratteristiche di un signore supremo, Isvara , e più spesso è detto Narayana. Lo sprigionamento primario corrisponde allo sprigionamento del principio oggettuale che costituisce la 1^ scaturigine dell’universo, cui si sovrappone il modello del mondo come “ uovo di brahma ”, nato a sua volta da un seme che diviene un uovo d’oro splendente come il sole, dal quale Visnu-Narayana nasce come Brahma , il grande avo, di tutti gli esseri. Alla fine di un “giorno di Brahma ” sopraggiunge la notte del demiurgo, durante la quale questi riposa, e parallelamente il mondo va soggetto a un livello inferiore di dissoluzione, un temporaneo riassorbimento, che prelude a una nuova manifestazione, che corrisponde al risveglio di Brahma dal suo sonno notturno. → in questa fase rientrano numerosi miti cosmogonici Alla fine di una vita di brahma ha luogo la grande dissoluzione → “dissoluzione del principio oggettuale”. Livelli di dissoluzione:

  1. Permanente→ che consiste nella continua dissoluzione cui sono soggetti gli esseri mortali;
  2. Di brahma , o soggetta a causa→ che consiste nella distruzione che si verifica alla fine dei un’età del mondo, che corrisponde a un giorno di brahma ;
  3. Del principio oggettuale→ che ha un luogo alla fine diana vita del demiurgo ( prakrti )
  4. Conclusiva→ quando il sé individuale atman viene assorbito nel sé supremo. La dissoluzione segue a ritroso il cammino evolutivo della prakrti , facendo dissolvere la terra nell’acqua, l’acqua nel fuoco.. Prakrti e Purusa infine si dissolvono nel principio supremo, paramatman. Alla base della cosmogonia sta il desiderio dell’uno di moltiplicarsi, desiderio che si riverbera nella brama dell’uomo, soggetto a obnubilamento o ad accecamento, confermando la stretta corrispondenza anche psicologica tra il piano macrocosmico e quello microcosmico. Gli involucri dell’uovo cosmico sono nell’ordine dal più interno al più esterno le acque, il fuoco, il vento, lo spazio, il senso dell’io, l’immanifesto, il principio oggettuale; l’uovo cosmico trova poi un preciso corrispondente microcosmico nel corpo umano detto “uovo fatto dalla polpetta sacrificale”. Il mondo contenuto all’interno dell’involucro costituito dall’uovo di brahma ha al centro il monte Meru , montagna cosmica a forma di tronco di cono con il vertice verso il basso. La parte superiore dell’uovo di brahma si divide in 7 mondi→ corrispondono ad altrettanti cerchi di energia (chakra)
  • terra abitata dagli uomini,
  • mondo intermedio in cui dimorano gli antenati,
  • mondo celeste in cui dimorano gli dei,
  • mondo della luce,
  • mondo degli esseri generati mentalmente dal demiurgo,
  • mondo dell’ardore ascetico
  • il mondo della verità o del demiurgo. , situati in diverse posizioni lungo l’asse della colonna spinale. Al di sopra del mondo della verità stanno altre dimore celesti più elevate, il paradiso di visnu , il mondo di kumara (figlio di Shiva ), di Uma (consorte di Shiva ), e infine Shiva stesso, al di sopra del quale non ci sono ulteriori paradisi. La parte inferiore dell’uovo cosmico a sua volta si suddivide in 7 livelli di regioni sotterranee, l’ultima delle quali chiamata patata , al di sotto della quale si estendono gli inferi veri e propri naraka, ripartiti anch’essi in sette livelli. Anche il mondo umano è suddiviso in 7 continenti anulari concentrici detti “isola”, intervallati da sette oceani anch’essi anulari costituiti da diverse sostanze. Il continente centrale detto “isola della melarosa” si divide ulteriormente in 7 versanti separati da altrettante catene montuose.

La prakrti ha bisogno del purusa per potere essere esperita; Il purusa ha bisogno della prakrti per ottenere quella discriminazione (di sé dalla prakrti) che è la molla della liberazione. Perchè il mondo si manifesti bisogna però che dalla prakrti sorgano principi di realtà via via più specifici. 3 tattva preposti alle funzioni mentali :

  • buddhi , l’intelletto, che soppesa le alternative e opera le scelte
  • ahamkara , il senso dell’io cui è legata l’identità personale (mi pianto una spina, provo dolore, no trasmesso)
  • manas , il senso interno che coordina e organizza le percezioni sensoriali di per sé slegate tra loro, trasformando un insieme di sensazioni scoordinate e indipendente le une dalle altre in un quadro coordinato e unitario. Concludono la serie 4 gruppi di 5 tattva ciascuno. 1° gruppo: facoltà di percezione sensoriale→ ha la sua origine nell'ahamkara in cui predomini il sattva.
  • capacità olfattiva,
  • gustativa,
  • visiva,
  • tattile,
  • auditiva. 2° gruppo: facoltà conative→ prodotte dall' ahamkara in cui predomini il rajas
  • capacità fonatoria,
  • di manipolazione,
  • di locomozione,
  • di escrezione,
  • di godimento. 3° gruppo: non + costituito da facoltà o poteri, ma dai 5 elementi sottili, prodotti dall’ ahankara in cui predomini il tamas. →sono detti tanmatra , letteralmente “solo quello”, e costituiscono l'elemento generale comune alle percezioni sensoriali particolari di una stessa specie:
  • suono in quanto tale,
  • tatto in quanto tale,
  • forma in quanto tale,
  • sapore in quanto tale,
  • odore in quanto tale. 4° gruppo: cinque elementi grossolani, ciascuno procedente da un tanmatra , nell’ordine sueposto.
  • spazio→ suono,
  • vento→ tatto,
  • fuoco→ forma,
  • acqua→ sapore,
  • terra→ odore. Teoria della causalità Teoria della causalità o “dottrina dell’effetto esistente” → sostiene che l’effetto sia reale e preesistente nella causa → a questa vi si oppongono teorie della causalità che ritengono che l’effetto non possa preesistere nella causa ma sia un che di completamente nuovo; se l’effetto preesistesse nella causa non si potrebbe parlare affatto di un processo di causazione nè si potrebbe spiegare come mai per produrre un effetto sia necessaria una causa specifica. Cause ammesse: generica specifica non materiale efficiente Le ragioni che il samkhya aggiunge per sostenere questa teoria sono:
  • se l’effetto fosse non esistente nella causa materiale, nessuno sforzo da parte dell’agente potrebbe portarlo all’esistenza: non si può cambiare il blu in rosso o il dolce in salato→quando un effetto viene prodotto da una causa di realtà ciò avviene solo perché si manifestano le condizioni favorevoli nel suo prodursi
  • esiste una relazione invariabile tra causa ed effetto
  • solo determinati effetti possono essere prodotti da determinate cause: la causa efficiente è in grado di produrre un effetto perchè ne ha la capacità, e tale può essere inerente a un effetto che sia già potenzialmente presente nella causa

La teoria si presenta sotto 2 orientamenti: Dottrina della trasformazione del reale Dottrina della manifestazione o trasformazione illusoria Quando il processo di causazione ha luogo si verifica una effettiva trasformazione della causa nell’effetto es. da argilla a vaso Ritiene che la trasformazione della causa in effetto sia solo apparente, illusoria. es. al buio si scambia una fune(causa) per un serpente Prove dell’esistenza della prakrti e del purusa Il samkhya pensa che la prakrti debba essere considerata la causa ultima del mondo, che possa dare conto dell'infinita varietà del reale, e che vada al di là della fisica atomistica per giungere a un principio causale unitario, una causa incausata, eterna, ubiqua, capace di spiegare non solo la manifestazione del mondo fisico ma anche tutti i fenomeni interiori, emotivi e mentali. La conoscenza di questo principio avviene per inferenza, nei modi seguenti.

  • tutti i tattva sono limitati e interdipendenti→presuppone alla loro origine una causa ultima illimitata e indipendente.
  • i tattva possiedono caratteristiche che fanno si che possano produrre piacere, dolore o indifferenza→ causa ultima
  • ogni effetto è riconducibile a una causa che lo contiene implicitamente: mondo come effetto→deve avere una causa.
  • un effetto sorge da una causa e ritorna in essa una volta distrutto (vaso fatto di argilla torna a essere argilla alla rottura) Argomentazioni analoghe sono addotte per provare l'esistenza dei guña →non vanno concepiti come “qualità” della prakrti , ma puramente e semplicemente come ciò di cui è fatta; quando sono in equilibrio dinamico il mondo è non manifesto, in fase di dissoluzione; quando l'equilibrio si spezza, il mondo appare. Purusa →pura consapevolezza indipendente dai suoi mutevoli contenuti, non necessitato di dimostrazione perché innegabile nel suo imporsi immediato.
  • gli oggetti di esperienza composti di parti e sono finalizzati alla fruizione di un soggetto cosciente→ purusa.
  • tutti gli oggetti, compresa la mente e l'intelletto, devono essere soggetti al controllo di un principio cosciente per raggiungere il loro scopo: un carro non porta da nessuna parte se non è guidato da qualcuno che conosce l'itinerario
  • gli oggetti suscitano piacere, dolore o indifferenza, il che presuppone l'esistenza di un soggetto consapevole che possa esperire tali sensazioni intime Teoria della conoscenza Ammette solo 3 mezzi di conoscenza valida:
  • percezione → conoscenza diretta di un oggetto attraverso uno dei sensi →2 tipi di percezione: immediata(priva di modificazioni mentali) →preverbale; la percezione del “questo” mediata (accompagnata da queste) →verbale; giudizio discriminante; valutazione del “questo è”
  • inferenza → un termine percepito porta alla conoscenza di un termine di una relazione non percepito, attraverso la conoscenza di una universale pervasione tra i due che si esprime come un’infallibile concomitanza →2 tipi di inferenza: positivo → “con il precedente” che si basa sull’osservazione della concomitanza di 2 fenomeni → “percepito a partire dalla comunanza” si basa sulla somiglianza del termine medio con fatti universalmente e invariabilmente attribuibili al termine maggiore negativo→ “con il restante” provare qualcosa eliminando ogni possibile alternativa
  • testimonianza autorevole → costituita da un’affermazione autorevole che ci fornisce conoscenza su oggetti che non possono essere percepiti né inferiti Teoria dell’errore L’errore gnoseologico si produce attraverso un meccanismo noto come “dottrina della non apprensione”. L’errore costituisce un caso di omissione o mancata osservazione. L’errore è una conoscenza incompleta che sorge da una mancata discriminazione. Soteriologia Il desiderio di sottrarsi alla sofferenza costituisce la molla del processo che conduce alla liberazione che dipende dal superamento dell’ignoranza, specialmente quella che consiste nella non conoscenza che non esiste un reale rapporto di relazione tra purusa e prakrti. Occorre superare la non discriminazione di questa semplice verità, la cui conoscenza diretta coincide con la liberazione. Consiste nella consapevolezza che il purusa trascende tempo, spazio e causalità, ogni relazione insomma che invischia la prakrti in una rete di connessioni reciproche. Se ne contemplano 2 tipi: la liberazione mentre si è ancora in vita e la liberazione conseguente alla morte del corpo.

Etica Lo yoga è la cessazione delle fluttuazioni della mente e procede attraverso 5 livelli della vita mentale detti “terre mentali”.

  1. irrequieta
  2. torpida
  3. distratta
  4. concentrata in un punto
  5. cessata Ogni stadio esclude gli altri; i primi 3 non conducono allo yoga e vanno superati per accedere gradualmente agli ultimi 2. La mente si presenta come uno specchio d’acqua privo di increspature, in grado di riflettere le luce del purusa senza alcuna distorsione. Le 8 membra dello yoga sono: 1 Astinenze→ 5 yama (divieti) → non violenza, veridicità, astensione dal furto, dal rapporto sessuale, non attaccamento 2 Osservanze 3 Posture 4 Controllo del respiro 5 Ritrazione sensoriale 6 Concentrazione 7 Meditazione 8 Attenzione concentrata Le prime 5 si definiscono “pratica esterna”, le altre 3 “pratica interna” e sono strettamente solidali tra loro, configurandosi come le tre fasi di un unico processo. La pratica dello yoga porta al conseguimento di alcuni poteri sovranormali che vengono considerati altrettanti ostacoli sulla vita dell’ascesi. Ruolo di Dio Dio (Isvara) è l’essere supremo, eterno, onnipervadente, onnipotente, onnisciente, e rappresenta un eccellente oggetto di meditazione per lo yogin , che configura il proprio iter di perfezione come una sorta di indiamento o deificazione. Dio si distingue dall’asceta, che giunge a liberarsene solo al termine di un lungo e faticoso processo di purificazione. Le prove dell’esistenza si possono così riassumere:
  • la testimonianza autorevole delle fonti riconosciute come valide
  • il principio di continuità applicato ai gradi di conoscenza e di potere
  • il processo stesso di apparente associazione e dissociazione tra il purusa e la prakrti, che può essere riconducibile solo a un principio intelligente e non può inerire al purusa e alla prakrti in sé che sono inconciliabili e incapaci di dissociarsi spontaneamente. La dedizione nei confronti di un Dio siffatto, animato dalla volontà di spazzare via gli ostacoli che si frappongono al conseguimento dei desideri dei suoi devoti, consente all’asceta di raggiungere il limite estremo delle proprie capacità.

3. FISICA

Le fonti

Si fonda sul sutra attribuito al maestro Kanada. La fisica atomistica del vaisesika darsana , si fonda sulle particolarità che permettono di differenziare le 7 categorie del reale: sostanza qualità attività generalità particolarità inerenza non esistenza

La dottrina

Si rivela come una scuola più scientifica che filosofica, più analitica che sintetica: si cura di fornire minuti criteri di esame e interpretazione del reale, la cui pluralità gli appare irrinunciabile, non sacrificabile in nome di un'ideale di perfezione formale. Il suo interesse è prevalentemente tassonomico (classificatore), per mostrare che anche in ambiente sacerdotale la classificazione del reale può essere perseguita come obiettivo concettualmente valido. Il fatto che nella sua stagione tarda sia stato apparentato indiscibilmente con il nyaya non è imprevisto, perché sin dai suoi esordi era percorso da una preoccupazione epistemologica. Teoria della conoscenza I mezzi di conoscenza valida riconosciuti sono 2 Percezione e Inferenza. Memoria o ricordo e conoscenza intuitiva sono tipi di conoscenza corretta cui non corrisponde un pramana autonomo. La percezione mette in contatto il soggetto con le seguenti categorie: sostanza, qualità, attività, generalità. Le sostanza, aggregati di atomi, sono dunque percepibili, al contrario di questi ultimi.

All’inferenza sono ricondotto anche la comparazione, la tradizione, la testimonianza verbale autorevole, e inoltre la comunicazione gestuale non verbale, l’implicazione, l’inclusione, l’inesistenza. La validità di un’affermazione contenuta nel Veda è un’inferenza riconducibile all’autorità di quanti sono autorizzati a trasmetterla. Pertanto sia nyaya sia il vaisesika rifiutano la teoria epistemologica della purva mimamsa (scuola) che considera il suono eterno e il Veda una fonte autorevole in senso assoluto. Il significato delle parole nelle frasi è il presupposto della conoscenza, pertanto anche la conoscenza verbale è di tipo inferenziale. 4 forme di errore conoscitivo→ dubbio, cognizione erronea, cognizione indeterminata, sogno. Le categorie Il termine che solitamente si traduce con categoria è padartha = “significato di una parola”, un oggetto suscettibile di essere pensato e di ricevere una denominazione, il che comprende tutti gli oggetti esperibili. Le 16 categorie del nyaya sono sostanzialmente un inventario degli argomenti logici fondamentali, hanno dunque valore strumentale più che descrittivo; le 6 categorie del vaisesika si propongono di fornire un’analisi epistemologica degli oggetti della conoscenza. Sostanza -sostrato delle qualità con le quali intrattiene una relazione di inerenza specificata come inesistenza antecedente → le qualità non esistono prima di essere inerenti alla sostanza; -denota la caratteristica dell'auto esistenza delle cose eterne, condizionate nel tempo e nello spazio e distinguibili tra loro in base a differenti proprietà; -può essere eterna o non eterna: sostanze composte→ dipendenti e transitorie, eterocausate e eterodistrutte sostanze semplici→ indipendenti ed eterne, non soggette a causazione e distruzione -si dividono in corporee(dotate di dimensioni definite, attive e mobili) ed elementari (causa materiale dei prodotti del mondo) → le prime 4 sono sia corporee che elementari

  • sono terra, acqua, fuoco, aria, sé, mente, → sperimenta piacere, dolore, desiderio, avversione, volizione e conoscenza → sé individuale e sé supremo spazio etereo, → sostrato di produzione del suono e rende possibile la congiunzione e la disgiunzione degli atomi tempo e spazio direzionale →serve a costruire il sostrato comune degli eventi inquadrati secondo il duplice parametro Qualità -ciò che inerisce nella sostanza, non può a sua volta essere caratterizzata da ulteriori qualità e non è causa di congiunzione o disgiunzione -la fisica ne contempla 17 forma, sapore, odore, tatto, misura, numero, separatezza, congiunzione, disgiunzione, lontananza, prossimità, nozione, piacere, dolore, desiderio, avversione e sforzo; il 1° commento del Vaisesikasutra ne aggiunge 7 peso, fluidità, umidità, disposizione, merito, demerito e suono. -quelle che appartengono a sostanza esterne→ considerate eterne quelle che appartengono a sostanze non eterne→ considerate transitorie -ogni sostanza ha delle qualità particolari -la qualità merito definito “non visto” rappresenta il potere invisibile che fonda l’ordine cosmico e consente si sè di fruire le proprie esperienze passate; risolve tutte le difficoltà logiche del sistema spiegando i fenomeni altrimenti inesplicabili. Attività -ciò che inerisce nella sostanza, priva di qualità e causa diretta e immediata di congiunzione o disgiunzione, altrimenti detta movimento, appartiene alla sostanza in via transitoria -si potrebbe considerare come una qualità accidentale -comprende 5 tipi: verso l’alto, verso il basso, contrazione, espansione e movimento in genere -spazio etereo, tempo, spazio direzionale e sé sono privi di attività perché incorporei Generalità -è onnipervadente in tutti gli oggetti della propria classe, ha natura sempre identica ed è causa della nozione di concordanza -una generalità non può esistere in un’altra generalità, per evitare il regresso all’infinito -ha uno status ambiguo, la cui ragione è riscontrabile nella differenza tra distinzione naturale→ “classe” distinzione avventizia→ “attributo avventizio, instabile” Particolarità per^ Kanada^ dipende dal pensiero, per^ Prasastapada^ è una realtà ontologica indipendente -gli oggetti si distinguono per mezzo delle parti che li compongono, e quando si arriva ai costituenti semplici non ulteriormente scomponibili in parti si conclude che ognuno di questi ultimi sia dotato di una particolarità che li distingue da tutti gli altri Inerenza per^ Kanada^ è la relazione tra causa ed effetto, per^ Prasastapada^ è la relazione esistente tra due cose inseparabili (contenente e contenuto) -si distingue dall’identità per la sua inseparabilità, perchè le due cose in rapporto non sono la stessa cosa
  • è necessaria e si distingue dalla congiunzione che è avventizia -non è causata dall’azione dei suoi membri e non cessa con la loro separazione come avviene con la congiunzione -è eterna(se fosse prodotta si avrebbe un regresso all’infinito) , non è percepibile, ma solo inferibile

La dottrina

Il nyaya =ciò tramite il quale la mente viene condotta a una conclusione; è il sistema di realismo logico, che considera l’esistenza degli oggetti esterni indipendentemente da ogni conoscenza a essi relativa. La logica è il principale campo di interesse del nyaya , ma non l’unico. L’atto conoscitivo implica 4 fattori: conoscitore, conoscibile, atto conoscitivo e mezzo di conoscenza( pramana ). Ogni conoscenza rivela la realtà : la logica non crea la verità, si limita a investigarla, scoprirla e interpretarla; si configura come una trattatistica della realtà, un tentativo di inventariare il reale attraverso strumenti conoscitivi adeguati. La conoscenza rivela la vera natura delle cose ( tattva ), che alla sua luce appaiono così come sono e non in modo contrario. La non conoscenza altrimenti detta errore o conoscenza falsa è la conoscenza di una cosa come non è. La liberazione si ottiene attraverso una conoscenza autentica della realtà, che a sua volta si può conseguire solo se si comprende in cosa consista la conoscenza, e dei 4 fattori. Le categorie 16 categorie dello nyaya comprendono in massima parte elementi gnoseologici, come risulta dal loro elenco:

  1. mezzi di conoscenza valida permettono di conoscere la verità e di evitare l’errore
  2. conoscibile è la realtà→^ gli oggetti sono: sé, corpo, sensi, oggetti dei sensi, cognizione, mente, attività, difetti mentali, rinascita dopo la morte, esperienza di piacere o di dolore, sofferenza, liberazione.
  3. dubbio è uno stato di incertezza, in cui la mente vaga tra 2 o + punti di vista conflittuali relativamente a un medesimo oggetto; sorge nel momento in cui sono presenti diverse alternative su un oggetto senza che una cognizione ben definita riesca a operare una scelta.
  4. scopo è l’oggetto desiderabile o indesiderabile, per conseguire o per evitare il quale il soggetto intraprende un’attività.
  5. esempio è un fatto indiscutibile che illustra una regola generale; deve essere accettato da entrambe le parti che si confrontano in un pubblico dibattito.
  6. conclusione definitiva è la dottrina accolta come autentica da un sistema di pensiero, con argomentazioni valide.
  7. membra del sillogismo sono le 5 componenti dell’inferenza che costituisce uno dei 4 mezzi di conoscenza valida.
  8. riduzione dell’assurdo è un metodo indiretto di pervenire a una conclusione esponendo l’assurdità della tesi contraria; è una forma di supposizione utile per conseguire indirettamente una conoscenza valida pur attraverso uno strumento conoscitivo di per sé non valido.
  9. conoscenza decisiva è quella che si ottiene attraverso uno dei mezzi di conoscenza valida, solitamente è preceduta dal dubbio e richiede un’attenta considerazione preliminare di tutti i pro e i contro possibili.
  10. dibattito è una discussione condotta con l’uso dei mezzi di conoscenza valida e del ragionamento ipotetico, in cui le argomentazioni esposte prendono la forma di inferenza.
  11. eristica è una discussione insincera in cui le parti si confrontano animate dal desiderio di spuntare la vittoria l’una sull’altra anziché dalla brama di accertare la verità.
  12. cavillo entra in gioco quando in una discussione si prefigge non tanto di sostenere una tesi, quanto esclusivamente di sconfiggere la tesi dell’avversario, adottando un metodo puramente distruttivo.
  13. ragioni logiche fallaci è suscettibile di invalidare un ragionamento inferenziale quando viene denunciata come tale; indica ciò che si presenta come una ragione valida ma si rivela all’analisi come fallace.
  14. travisamento deliberato è una risposta sleale a un’argomentazione dell’avversario, che si basa sul fraintendimento volontario della sua formulazione, che viene distorta facendole assumere un significato che non era quello inteso da chi l’aveva pronunciata; serve a sfuggire una difficoltà dialettica aggirandola invece di affrontarla apertamente; se ne distinguono 3 tipi: verbale, comune e figurato.
  15. obiezione futile è una risposta sleale basata su una falsa analogia, che sfrutta futilmente la somiglianza o la dissimiglianza tra due cose per controbattere un’argomentazione sensata.
  16. punti di immobilizzazione è ciò che determina la sconfitta in un dibattito; si divide in 2 varietà principali: miscomprensione (comprensione errata) e mancanza di incomprensione

Teoria della conoscenza: i mezzi di conoscenza valida La conoscenza o consapevolezza, altrimenti detta cognizione, è la manifestazione degli oggetti così come sono, allo stesso modo in cui la luce di una lampada rivela gli oggetti presenti in una stanza. Esperienza/Conoscenza presentativa →valido (conforme all’oggetto) → prama →non valido (non conforme all’oggetto) → aprama Memoria/Conoscenza rappresentativa →valido→ solo se rappresentativa di una precedente conoscenza presentativa valida →non valido La conoscenza è autentica quando corrisponde al suo soggetto, altrimenti è falsa. Mezzi di conoscenza valida: Percezione: conoscenza valida, definita, autentica e non soggetta ad errore, che si produce quando una facoltà sensoriale entra in contatto con il proprio oggetto; quella di una figura a distanza è soggetta a dubbio, indefinita, pertanto non è vera percezione.

  • ordinaria/mondana → indeterminata→ conoscenza di un ogg e delle sue diverse caratteristiche, senza giudizio → determinata
  • straordinaria → determinata→ definita ed esplicita, non si da senza una percezione indeterminata che la precede Inferenza: conoscenza susseguente a una conoscenza precedente; si basa sul concetto di concomitanza invariabile o tecnicamente “pervasione” che intercorre tra ciò che va dimostrato e la ragione, rapporto che lega un pervaso ad un pervasore.
  • per sé comprende 3 termini e 3 proposizioni e spesso viene equiparata al sillogismo occidentale anche nella terminologia specifica
  • per gli altri comprende 5 termini e 5 proposizioni Paragone: fonte della nostra conoscenza della relazione tra un nome e le cose nominate; si verifica quando una fonte autorevole ci dice che una certa parola denota una determinata classe di oggetti, sulla base di tale descrizione applicata a un oggetto appropriato. Testimonianza verbale autorevole: consiste nella comprensione del significato dell’affermazione verbale che provenga da una fonte riconosciuta come autorevole; la sua validità dipende dal fatto che la fonte conosca la verità e sia animata dall’intenzione di comunicarla, ossia da un principio di fiducia nell’autorevolezza della fonte. Cosmologia Il conoscibile comprende: sé, corpo, sensi, oggetti dei sensi, cognizione, mente, attività, difetti mentali, rinascita dopo la morte, esperienza di piacere o di dolore, sofferenza, liberazione. Bisogna aggiungere che investe anche alcune categorie del vaisesika ossia sostanza, qualità attività, generalità, particolarità, inerenza e insistenza; alcuni appartengono al mondo fisico, altri no (sé e mente). Soteriologia Il sé (atman) è concepito come una sostanza dotata di qualità, una sostanza plurale perché ci sono tanti sé quanti corpi, indistruttibile, eterna, onnipervadente, non limitata da tempo e spazio. Il sé è distinto dal corpo. È il sostrato della nozione di “io”, il fruitore dei meriti e dei demeriti. Proprio perché la coscienza è una qualità del sé non è inseparabile da esso: la coscienza sorge solo quando il sé è collegato al manas e il manas è collegato ai sensi, altrimenti il sé non è cosciente. La liberazione è uno stato di assoluta negazione del dolore e della sofferenza, in cui il sé si presenta come sciolto da ogni legame con il corpo e i sensi. Viene paragonata a uno stato di sonno profondo senza sogni. Per ottenere tale liberazione occorre acquisire la conoscenza delle cose così come sono, e percepire il sé come distinto dal corpo, dalla mente, dai sensi e simili, attraverso le tre fasi dell'ascolto attento dell'insegnamento, della riflessione ragionata su di esso e della meditazione approfondita in merito Teologia La liberazione può essere conseguita solo in forza della grazia di Dio. Questi può essere definito come un sé particolare, che costituisce la causa ultima della manifestazione e del riassorbimento ciclico del cosmo. Non crea il mondo a partire dal nulla, ma ordinando variamente le entità eterne a lui coesistenti entro un mondo etico in cui i diversi sé fruiscono i meriti e i demeriti derivanti dalla propria condotta.