
Filosofie e religioni dell’India e dell’Asia centrale A.S. 2021/22
lofi classich del’Indi
Introdzion metodologic
Esiste una filosofia indiana?
Filosofia è un termine di origine greca; gli indiani non chiamano il proprio paese India ma preferiscono espressioni come
“versante dei discendenti di Bharata” o “continente della melarosa”.
La filosofia indiana sarebbe un pensiero capace di intuizioni interessanti ma irrimediabilmente aurorale, incapace di
raggiungere gli sviluppi che la luce della conoscenza attribuisce al solo Occidente.
L’ultimo manuale di filosofia indiana è stato scritto nel 1957 da G. Tucci, ma esistono opere successive che però non
propongono risultati comparabili.
Il dibattito sull’orientalismo, che prende spunto dal saggio omonimo di E. Said (1978) ha contribuito a mettere in guardia
gli specialisti in merito a condizionamenti politici e culturali insiti nella prospettiva di studio, e ha fatto sì che si
affermasse la necessità di prestare occhio alle “voci native” quando si tratta di comprendere le culture non occidentali.
La prospettiva dei subaltern studies può fornire utili correttivi a distorsioni etnocentriche:
- l’invenzione della tradizione, che si rivela come una micro comprensione del sistema gerarchico locale;
- l’uso di categorie europee (nazionalismo, fondamentalismo…) si rivela distorto nella realtà asiatica.
Nella filosofia indiana possiamo avvalerci di traducenti?
Se si è convinti che l’India abbia qualche cosa da dire alle menti e ai cuori di tutti gli uomini di oggi, bisogna sforzarsi di
rendere il pensiero indiano presentabile al pubblico non specialista, di “sdoganarlo”.
Darśana → “visione” di un dio, di un maestro o di un luogo sacro, suscettibile di arrecare un immediato beneficio.
La scuola del vedānta si appropria di questo termine→significato di “punto di vista, visione del mondo”.
La produzione di dottrine di ogni scuola vede nella propria impostazione il punto di vista definitivo e autorevole, nelle
altre punti di vista preliminari, che via via si avvicinano gradualmente e asintoticamente alla sola verità assoluta.
Ciò che maggiormente rende il pensiero indiano lontano dalla nozione di filosofia sono:
-rifiuto della dimensione teorica, praticità;
-obiettivo assegnato alla ricerca della felicità (sukha), che può assumere le forme più varie(dal piacere puro e semplice, alla
felicità interiore, alla pace che deriva dalla liberazione dal samsara) →in ogni trattato l'autore deve occuparsi di
specificare il prayojana “fine, scopo” della propria opera, la meta verso la quale la propria costruzione intellettuale tende;
-subordinazione del pensiero alla “rivelazione” vedica, la śruti, un postulato;
Un altro punto importante è quello relativo alla sostanziale inscindibilità nel pensiero indiano tra filosofia e religione.
Se è vero che spesso la religione appare superficialmente sovrapposta alla filosofia nel contesto indiano, è altrettanto vero
che sarebbe illecito separarle con un colpo di spada. Come non ha saputo tracciare una distinzione netta tra filosofia e
teologia, così il pensiero indiano non ha mai radicalmente separato filosofia e scienza, né ha mai ritenuto opportuno
distinguere programmaticamente ed epistemologicamente scienza e tecnologia. Sarà dunque necessario, dedicare una
qualche attenzione anche alla produzione di letteratura scientifica.
Infine il criterio di esposizione, che determina l'impostazione generale del manuale, privilegia l'esposizione per generi
letterari e per scuole rispetto all'evoluzione storica, che è pur tuttavia ovviamente presente. I generi letterari e le scuole
verranno fin dove possibile determinati con criteri “emici” =facendo ricorso a categorie riconosciute dal contesto indiano.
I filosofi indiani tendono talora a nascondere sotto una sopravveste di umiltà e riconosciuta devozione nei confronti del
proprio maestro un malcelato e perlopiù meritato orgoglio intellettuale per le proprie acquisizioni.