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Religioni e filosofie dell'india e dell'asia centrale 2, Dispense di Filosofia

Filosofie classiche dell'India

Tipologia: Dispense

2015/2016

Caricato il 28/10/2016

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"Filosofie classiche dell'India" (capitolo sul veda e sulle scuole classiche)
Introduzione alle scuole sacerdotali Brahamaniche (non esauriscono l'orizzonte della filosofia classica indiana, che
non comprende le scuole:
-di orientamento buddista ("movimento scettico speculativo di orientamento ateo", "Induismo da esportazione". Reli-
gione diffusa in Cina, India, Giappone). Da Buddha (l'illuminato o il risvegliato, colui che si è svegliato alla vera cono-
scenza)
-di orientamento Giaina, da Gina (colui che ha vinto una serie di vincoli che legano l'uomo a meccanismi di schiavitù, il
vittorioso)
L'induismo non ha un fondatore storico e leggendario, è una religione tradizionale. La religione indiana tradizionale ha 3
periodi:
1. religione vedica (vedismo) 1500 a.c.-500 a.c.
2. era volgare o bramanesimo 500 a.c.-500 d.c.
3. induismo 500 d.c.-1900 d.c.
Tra le epoche vi è continuità.
Dal XIX secolo in poi l'induismo cambia in modo convulso sotto l'influenza occidentale (neoinduismo, induismo
riformato......).
Il corpus vedico dalle samhita alle upanishad
Il Veda
Fonte del diritto, della letteratura d'arte, dell'etica, dei precetti religiosi, della speculazione filosofica e di compe-
tenze più tecniche (grammatica, medicina....).
Il Veda (scienza sacra) costituisce la summa della civiltà indiana.
Esso si compone in 4 raccolte, samhita e si articola su 4 livelli:
1. Inni di lode in onore delle divinità (Ragavedasamhità)
2. formule sacrificali (Yajurvedasamhità)
3. melodie cantate (Samavedasamhità)
4. formule di incantamento (Atharvavedasamhità)
I livelli vanno dalle raccolte ai testi sacerdotali (brahmana) a quelli silvestri (aranyaka) per finire con quelli iniziatici (upa-
nishad).
Nella transizione dei livelli si compie anche quella dal vedico (samhità, brahmana e aranyaka) al sanscrito (upanishad).
Il veda non va considerato come il punto di partenza di una civiltà a esso posteriore, ma come il punto di arrivo di una
civiltà precedente, soggetto ad una lunga elaborazione concettuale, i cui antecedenti sono perduti.
Ci sono 6 scuole classiche della filosofia indiana, di stampo sacerdotale. Questa selezione taglia fuori le scuole buddhi-
ste, giainiste e i materialisti (ciarvaca: quelli dalla parola suadente) indiani che hanno un messaggio suadente e conso-
latorio: non esiste rinascita o responsabilità etica, non ci sono dei né freni inibitori per l'uomo, l'unico fine è il piacere e il
soddisfacimento dei bisogni (non esistono dei a cui rendere conto delle azioni, non si viene giudicati in una vita altra, non
esiste nella dopo la morte). Sono edonisti, contrari a ideologie sacerdotali, le offerte ai brahamani non servono a nulla.
Sono demonizzati dall'élite sacerdotali tanto che non abbiamo opere integre, tali opere sono state condannate all'oblio.
Taglia fuori anche la componente islamica (impero islamico sconfitto dai nuovi dominatori inglesi nel 1857, quando la
corona prende il potere politico in india. Il potere era ancora in mano al Muhal (attuale sindaco di Delhi)). Questa sele-
zione taglia fuori le scuole che cercano di adattare il pensiero islamico alla società e cultura indiana (sufismo) e le reli-
gioni di tipo sincretistico che uniscono lati della religione islamica a tratti della religione indiana tradizionale, tali religioni
mediano e combinano la religione islamica con l'induismo (es. sichismo i seguaci dell'UruGram: combinazione dell'islam
con altre caratteristiche della religione indiana tradizionale, combinazione del monoteismo con la rappresentabilità divina
o con il culto del nome divino). Tralascia anche il pensiero cristiano-indiano.
Qual è il terreno comune di queste 6 scuole brahamaniche sacerdotali? (sacerdotali perché tutte considerano una sola
fonte autorevole comune e si definiscono sei Darscena: sei punti di vista, la visione che deriva da questi punti di vista è
specifica e parziale, l'insieme dei sei darscena restituisce la realtà nella sua interezza, questi punti di vista non si negano
reciprocamente, ma non danno una visione della realtà nella sua interezza (come 6 saggi che al buio tastano un elefante
e ognuno ne descrive una caratteristica: "Ha una coda corta", "Ha un naso lungo"... ogni descrizione è parziale e non dà
una descrizione completa dell'elefante, ma mettendole insieme si ha l'elefante nella sua interezza). Ogni Dascena ha un
interesse specifico (interessi fisici, interessi logico, interesse medico, interesse cosmologico, interesse esegetico, inte-
resse ermeneutico).
Tutte le scuole riconoscono come fonte comune il VEDA (conoscenza): FONTE DELL'ETICA, DEI PRECETTI RELI-
GIOSI, DELLA SPECULAZIONE FILOSOFICA, DELLA MEDICINA, E' LA SUMMA DELLA CIVILTÀ INDIANA ANTICA
(parallelo tra la cultura greca e la cultura indiano: per i greci il modello epistemologico di tutte le scienze è la matematica,
mentre per gli indiani è la grammatica). Il Veda è un corpus diversificato di insegnamenti, ma qual è il suo schema? Qual
è la sua struttura di base? (la quadripartizione successiva del veda è artificiale perché spesso non c'è soluzione di conti-
nuità formale tra i diversi livelli, che compaiono spesso raccolti insieme alle fonti manoscritte).
Il Veda si compone di 4 raccolte che si articolano di 4 livelli (struttura tetrastica o quadripartita):
1. Le raccolte che hanno 4 divisioni:
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"Filosofie classiche dell'India" (capitolo sul veda e sulle scuole classiche) Introduzione alle scuole sacerdotali Brahamaniche (non esauriscono l'orizzonte della filosofia classica indiana, che non comprende le scuole:

  • di orientamento buddista ("movimento scettico speculativo di orientamento ateo", "Induismo da esportazione". Reli- gione diffusa in Cina, India, Giappone). Da Buddha (l'illuminato o il risvegliato, colui che si è svegliato alla vera cono- scenza)
  • di orientamento Giaina, da Gina (colui che ha vinto una serie di vincoli che legano l'uomo a meccanismi di schiavitù, il vittorioso) L'induismo non ha un fondatore storico e leggendario, è una religione tradizionale. La religione indiana tradizionale ha 3 periodi:
  1. religione vedica (vedismo) 1500 a.c.-500 a.c.
  2. era volgare o bramanesimo 500 a.c.-500 d.c.
  3. induismo 500 d.c.-1900 d.c. Tra le epoche vi è continuità. Dal XIX secolo in poi l'induismo cambia in modo convulso sotto l'influenza occidentale (neoinduismo, induismo riformato......). **Il corpus vedico dalle samhita alle upanishad Il Veda Fonte del diritto, della letteratura d'arte, dell'etica, dei precetti religiosi, della speculazione filosofica e di compe- tenze più tecniche (grammatica, medicina....). Il Veda (scienza sacra) costituisce la summa della civiltà indiana. Esso si compone in 4 raccolte, samhita e si articola su 4 livelli:
  4. Inni di lode in onore delle divinità** (Ragavedasamhità) 2. formule sacrificali (Yajurvedasamhità) 3. melodie cantate (Samavedasamhità)
  5. formule di incantamento (Atharvavedasamhità) I livelli vanno dalle raccolte ai testi sacerdotali (brahmana) a quelli silvestri (aranyaka) per finire con quelli iniziatici (upa- nishad). Nella transizione dei livelli si compie anche quella dal vedico (samhità, brahmana e aranyaka) al sanscrito (upanishad). Il veda non va considerato come il punto di partenza di una civiltà a esso posteriore, ma come il punto di arrivo di una civiltà precedente, soggetto ad una lunga elaborazione concettuale, i cui antecedenti sono perduti. Ci sono 6 scuole classiche della filosofia indiana, di stampo sacerdotale. Questa selezione taglia fuori le scuole buddhi- ste, giainiste e i materialisti (ciarvaca: quelli dalla parola suadente) indiani che hanno un messaggio suadente e conso- latorio: non esiste rinascita o responsabilità etica, non ci sono dei né freni inibitori per l'uomo, l'unico fine è il piacere e il soddisfacimento dei bisogni (non esistono dei a cui rendere conto delle azioni, non si viene giudicati in una vita altra, non esiste nella dopo la morte). Sono edonisti, contrari a ideologie sacerdotali, le offerte ai brahamani non servono a nulla. Sono demonizzati dall'élite sacerdotali tanto che non abbiamo opere integre, tali opere sono state condannate all'oblio. Taglia fuori anche la componente islamica (impero islamico sconfitto dai nuovi dominatori inglesi nel 1857, quando la corona prende il potere politico in india. Il potere era ancora in mano al Muhal (attuale sindaco di Delhi)). Questa sele- zione taglia fuori le scuole che cercano di adattare il pensiero islamico alla società e cultura indiana (sufismo) e le reli- gioni di tipo sincretistico che uniscono lati della religione islamica a tratti della religione indiana tradizionale, tali religioni mediano e combinano la religione islamica con l'induismo (es. sichismo i seguaci dell'UruGram: combinazione dell'islam con altre caratteristiche della religione indiana tradizionale, combinazione del monoteismo con la rappresentabilità divina o con il culto del nome divino). Tralascia anche il pensiero cristiano-indiano. Qual è il terreno comune di queste 6 scuole brahamaniche sacerdotali? (sacerdotali perché tutte considerano una sola fonte autorevole comune e si definiscono sei Darscena : sei punti di vista, la visione che deriva da questi punti di vista è specifica e parziale, l'insieme dei sei darscena restituisce la realtà nella sua interezza, questi punti di vista non si negano reciprocamente, ma non danno una visione della realtà nella sua interezza (come 6 saggi che al buio tastano un elefante e ognuno ne descrive una caratteristica: "Ha una coda corta", "Ha un naso lungo"... ogni descrizione è parziale e non dà una descrizione completa dell'elefante, ma mettendole insieme si ha l'elefante nella sua interezza). Ogni Dascena ha un interesse specifico (interessi fisici, interessi logico, interesse medico, interesse cosmologico, interesse esegetico, inte- resse ermeneutico). Tutte le scuole riconoscono come fonte comune il VEDA (conoscenza) : FONTE DELL'ETICA, DEI PRECETTI RELI- GIOSI, DELLA SPECULAZIONE FILOSOFICA, DELLA MEDICINA, E' LA SUMMA DELLA CIVILTÀ INDIANA ANTICA (parallelo tra la cultura greca e la cultura indiano: per i greci il modello epistemologico di tutte le scienze è la matematica, mentre per gli indiani è la grammatica). Il Veda è un corpus diversificato di insegnamenti, ma qual è il suo schema? Qual è la sua struttura di base? (la quadripartizione successiva del veda è artificiale perché spesso non c'è soluzione di conti- nuità formale tra i diversi livelli, che compaiono spesso raccolti insieme alle fonti manoscritte). Il Veda si compone di 4 raccolte che si articolano di 4 livelli (struttura tetrastica o quadripartita):
  6. Le raccolte che hanno 4 divisioni:
  • raccolta di inni (ragavedasamità) sono 1017 inni (11 aggiunti in seguito) e raggruppati in 10 cicli (importante l'inno del non-essere che si conclude in modo problematico perché si riconosce l'impossibilità di determinare come l'essere sia scaturito dal non essere): inni di lode in onore di divinità. Visione religiosa che prevede la coesistenza di diverse divini- tà, ma non è un politeismo (denunce in Usa da parte di indiani). L'induismo non è come il politeismo greco, il termine corretto sarebbe enoteismo (enos: uno, teos: dio. Il monoteismo ha un solo dio, dio è uno e uno solo. Nell'eno- teismo dio è uno, ma uno nel senso numerabilità, in questa religione ci sono diverse divinità e di volta in volta cambia la divinità suprema. Per ciascun fedele c'è una precisa divinità suprema e le altre divinità le vengono subordinate). Qui vi sono anche inni enigmatici che mostrano somiglianze con composizioni celtiche irlandesi (imma- gini enigmatiche ad alto tasso emotivo che evocano scene di difficile interpretazione e che ricordano passi biblici sa- pienziali per la loro contemporanea immediatezza e refrattarietà ad una spiegazione razionale). Essi stanno alla base di tutta la produzione esoterico-speculativa presente nelle upanishad e costituiscono il primo esempio di letteratura d'arte.
  • raccolta delle formule di sacrificio (Yajurvedasamità) o raccolta della scienza delle formule sacrificali appannaggio del sacerdote sacrificatore: possono anche essere formule telegrafiche e sintetiche che vengono indirizzate a questa o quelle divinità (formula= pronome che indica l'offerta + destinatario dell'offerta). Esso si distingue in:
  • Yajurveda nero si chiama così perché mescola formule sacrificali pure e semplici altri materiali come dei testi sacer- dotali o insegnamenti relativi al brahman che rappresentano glosse o interpretazioni nei riguardi dei precedenti e che vengono tenuti separati.
  • Yajurveda bianco Generalmente il materiale qui contenuto è costituito principalmente da formule sacrificali (carattere ritmico, prosa arcai- ca).
  • raccolta delle melodie cantate (samaveda samità) o raccolta della scienza dei canti: contengono il primo esempio di notazione musicale nella civiltà indiana (scala a 7 toni, scala eptatonica). Sono strumenti per rendere un inno cantabile (non sono originali dal punto di vista letterario)
  • raccolta delle formule di incantesimo (atharvavedasamità): questi insegnamenti non si riferiscono solo al rituale solenne, al sacrificio di appannaggio sacerdotale, ma contengono anche rimedi spiccioli, riti quotidiani, la cui celebra- zione non comportava il ricorso ad un clero ufficiale + formule per recare un risultato positivo alla persona a cui ven- gono lanciate (innamoramento di una ragazza... esse sono formule di buon auspicio) o formule che recano un risultato negativo alla persona contro cui sono scagliate (formule terribili con valore apotropaico o volte a colpire il destinatario con quale male). I contenuti degli inni si possono raggruppare così:
  • inni medici con valore terapeutico ed esorcistico e con riferimento ad una farmacopea di origine erboristica (atharva- veda come primo trattato di medicina)
  • componimenti volti ad assicurare la longevità
  • testi imprecatori
  • inni volti a soddisfare desideri specifici
  • inni a carattere espiatorio
  • carmi erotici intrecciati o meno con i rituali nuziali
  • inni speculativi a carattere cosmologico o cosmogonico Ci sono prescrizioni terapeutiche di carattere magico (formule pronunciate per curare simili alle formule ritrovate in Ger- mania. Per molti questo conferma la teoria dell'indoeuropeo: Filippo Sassetti nel 500 vede che ci sono somiglianze tra la lingua indiana e il latino. I linguisti del XIX secolo ipotizzano l'esistenza di un origine comune delle lingue indoeuropee o indogermaniche (no basco, no finlandese, no ungherese). Il vedico è lo stato linguistico in cui è stato composto il Veda. La teoria dell'indoeuropeo è che lingue che si somigliano così tanto devono aver avuto un progenitore comune cioè l'indoeuropeo, ma la sua patria ha spesso cambiato collocazione geografica: o Anatolia o steppe dell'Asia o Urali. Da questa patria poi si sarebbero divisi, a causa di due migrazioni, 2 tronconi: uno orientale (lingue indo-iraniche) e uno occidentale. Negli anni 30 questa teoria venne rivista e dissero che ci fu una sola migrazione dall'india verso l'occidente e che le lingue indoeuropee sarebbero il ramo bastardo del sanscrito
  1. Che cosa sono i livelli? Per ciascuna delle raccolte segue un secondo livello dei testi sacerdotali ( brahmana ). Essi elaborano i materiali delle raccolte offrendone un'interpretazione in chiave simbolica (interpretazione di primo livello: perché si compie un certo rito? A cosa conduce?). Sono diversi dal vedico e simili al sanscrito.
  2. Il terzo livello sono i testi che vanno insegnati nella foresta (insegnamenti che è preferibile insegnare in una fore- sta, fuori dal villaggio). Via via le credenziali di accesso agli insegnamenti sono più limitate. Sono scritti in sanscrito classico. Tendenza ad interpretare simbolicamente il dato rituale
  3. L'ultimo livello sono testi iniziatici (upanishad). Qui ci si concentra di più su aspetti allegorici e simbolici e sono scritti in sanscrito classico Vedico come lingua senza grammatica. Sanscrito è una grammatica senza lingua perché è una grammatica iperegolare però è troppo regolare per essere una lingua parlata (lingua liturgica che smarrisce il contatto con una comunità linguistica vivente). Inni vedici sono il punto di arrivo della speculazione filosofica e non quello di partenza perché danno per scontato una serie di conoscenze che non si trovano nel Veda, sono la fine di una speculazione che danno per scontano una cono- scenza mitica andata perduta (componente mitica: non raccontano i miti per filo e per segno, ma accennano ad un qua- dro mitico che si dà per conosciuto e non raccontato per esteso, è difficili ricostruire miti che non sono raccontati per intero, la storia si dà già per scontata). Questi inni piacevano molto ai romantici dell'800 tedesco perché avevano un ca- rattere enigmatico e simbolico.
  1. Kausitarakibrahmana, più sistematico e meno discorsivo del precendente + interpretazione misticheggiane dei miti. I Brahmana del Samaveda sono i più numerosi, ma nei quali si sono inseriti anche molti materiali seriori. I Brahmana dello Yajurveda sono 2
  2. Shatapata Brahamana ("Cento pensieri")= traduzione di Julius Hegelin e lui scrive che ha tradotto questo testo perché gli interessava la prosa e il registro linguistico, però dice che i Brahamana sono una serie di speculazioni senza senso (non aveva strumenti culturali per comprenderli e non aveva interessi culturali, per lui erano farnetica- zione teologiche senza senso apparente).
  3. Taittiriyabrahmana consiste in 3 libri che presentani materiali collegati artificiosamente Oggi non conosciamo la totalità della cultura che viene compresa nei Brahamana, non comprendiamo la complessità di tale cultura, in più si tende a privilegiare la parte speculativa, i Brahamana vengono letti come testi speculativi e non ri- tuali (influsso della scuola del vedanta: leggerli come testi speculativi e non come testi ritualistici). I Brahamana sono come una miscela inestricabile di latte ed acqua, di prassi rituale e di pensiero filosofico e speculativo, sono "la spiega- zione di un rituale e delle formule ad esso correlate". Brahamana del yagiurveda:
  • yagiurveda bianco = testo pulito, senza commenti
  • yagiurveda nero = sporcato con glosse (materiale commentariale, note a margine...) Ci sono recensioni in cui è difficile dire dove finisce il Branahmana e dove comincia la Araniaca (Testi cha vanno inse- gnati nella foresta). Ancora più difficile è dire dove finiscono questi ultimi e cominciano gli upanishad. Gli aranyka o testi silvestri Tali testi sono il naturale proseguimento dei Brahmana. Dal punto di vista stilistico e linguistico si tratta di un conti- nuum (dai testi sacerdotali ai testi silvestri a quelli iniziatici fino alle upanishad: il loro contenuto è lo stesso, ma ciò che li contraddistingue è la progressiva rarefazione del discorso, che tende a perdere ogni contatto con il rituale, dapprima analizzato e glossato nei suoi componenti, poi interpretato in chiave simbolica e sottoposto ad una prima interiorizzazio- ne, infine completamente interiorizzato e destituito di valore a favore di una sua ermeneutica in chiave gnoseologica- soteriologica). Negli aranyaka il contenuto spazia dalla caratteristiche delle samhità ad altre tipiche di un brahmana ad altre riconducibili al sutra. Gli aranyaka devono il loro nome di testi silvestri al fatto di essere destinati, per il carattere riservato degli inse- gnamenti che contengono, all'apprendimento fuori dal contesto urbano, nei boschi. Gli arayaka del Rgveda sono in stile brahmana. Gli arayaka del Samaveda sono in parte compresi nel livello delle samhità, in parte in quello dei brahmana, in parte in quello delle upanishad. Gli arankaya della Yajurveda sono 2:
  1. Taittiriya aranyaka consiste in 10 letture. Solo le prime 6 sono propriamente testi silvestri e si occupano prevalente- mente di rituale (es. recitazione di mantra per evitare la ri-morte)
  2. Aranyakakakanda Non si cono pervenuti arayaka dell'Atharvaveda.

Upanishad (etimologia: sedere nei pressi, vicino a qualcuno sedendosi in basso rispetto ad esso + stare se-

duti vicino ad uno che sta seduto più in alto). Simbolicamente sono il mezzo per ottenere una conoscenza che consente di svellere e sradicare ciò che ci porta a rinascere oppure "mezzo per ottenere la conoscenza dell'i- dentità di atman e brahman, che rappresenta il metodo per sradicare la causa della trasmigrazione". Il vacobolo può anche indicare il metodo di insegnamentodelle verità segrete, compiuto nel corso di sedute ai piedi di un maestro in atteggiamento di reverenza da parte del discepolo. Oppure derivare da rahasya: segreto o upasana: venerazione intesa come venerazione della reale natura delle cose ottenuta mediante le segrete corrispondenze tra i fenomeni e soprattutto a equivalenza esoterica individuando la caratteristica principale del genre letterario nella capacità di interesse o di rivelare le relazioni non evidenti, segrete, mistiche tra i piani del micro e del macro cosmo. Le upanishad si possono considerare variamente:

  • medievali
  • minori
  • settarie
  • postvediche
  • non vediche La più classificazione più in voga le suddivide in upanishad
  • del vedanta comune
  • dello yoga
  • della rinuncia
  • settarie
  • Visnu
  • della dea Impossibile riassumere tutto il contenuto di questi testi che sono ricchi ed eterogenei. se dovessimo trovare una caratteristica che accomuni le molte upanishad essa sarebbe la vivacità e l'immediatezza dei dialoghi e delle immagini, che contrasta con la ponderosità del contenuto.

L'equiparazione pura e semplice di upanishad e vedanta è dovuta alla scuola di Samkara: le upanishad sono il vedanta, contemporaneamente la "fine del Veda" (perchè ne costituiscono l'ultimo livello) e "il fine del Veda" (perché ne rappre- sentano lo scopo ultimo che è soteriologico: metodologia della salvezza). Negli upanishad vi è il tema della reincarnazione: reincarnazione continua con passaggi dal mondo umano al mondo animale, tale reincarnazione tiene conto della responsabilità etica delle azioni che l'uomo ha acquisito nella vita prece- dente, che viene chiamata karma. La trasmigrazione appare come un fatto evidente che non ha bisogno di spiegazioni, l'onere della spiegazione ricade su chi non crede in essa (la credenza della trasmigrazione non è diffusa in occidente), la trasmigrazione è un fatto evidente perché si fanno paralleli e analogie con eventi fisici noti (il sole sorge e tramonta, ma noi non abbiamo la certezza matematica che il sole sorga di nuovo, ma abbiamo la ragionevole credenza che il sole sor- gerà e tramonterà, è una probabilità che tende asintoticamente alla certezza. Questo è un ciclo e non un evento lineare). Dagli eventi naturali la cultura indiana muta dea che tutto il mondo (microcosmo e macrocosmo) e la realtà lavori cicli- camente (non ci sono eventi lineari, il tempo lavora per cicli sempre più estesi che comprendono eventi sempre più lun- ghi ed estesi). Periodi di manifestazione e di latenza dell'universo= figura della testuggine:

  1. fase di manifestazione quando la testuggine ha la coda, la testa e le zampe fuori dalla testuggine
  2. fase in cui l'universo è latente e non manifesto quando la tartaruga si ritira nel guscio Gli upanishad sono complessi da studiare: non funziona l'inquadramento cronologico (upanishad vediche sono le 13 più antiche + le upanishad canoniche sono 108 + le upanishad in tutto cono più di 200). Ramana upanishad (Ramana Maharshi: maestro indiano che non ha scritto nulla, ma i suoi upanishad sono stati riportati dai discepoli). Arad Aranica upanishad= upanishad dal grande testo silvestre. L dottrina centrale delle upanishad insegna un'equivalenza evidente e palese una volta scoperta, ma segreta e difficile da individuare, sì da dover essere insegnata ripetutamente, sino a farne convinto il discepolo per comprensione diretta, tra un principio macrocosmico al di là del tempo e dello spazio trascendente e immanente insieme detto brahman e un principio microcosmico che costituisce l'essenza immortale dell'essere umano al di là di ogni contingenza detto atman:
  3. Atman (radice: soffiare, respirare, soffio che dona la vita)= indica un principio che è il nucleo dell'identità di ciascun essere vivente. L'atman è l'essenza di ogni essere vivente e va cercato togliendo il corpo dall'oriz- zonte dell'analisi (il corpo si ammala, cresce, si sviluppa... l'atman è imperituro ed eterno) , si tolgono le incrosta- zioni culturali, si toglie tutto ciò di cui si ha credenza, togliamo vizi e virtù, togliamo il carattere personale (identità sessuale, preferenze, condizionamenti sociali...). Si arriva poi ad un centro di condensazione che rappresenta l'essere vero di ciascun essere vivente (ogni essere vivente ha un'atman, con la differenza che l'uomo può esprimere i suoi pensieri e gli animali no. Ciò che distingue il vivente dal non vivente è la capacità di soffrire, quindi tutti i viventi hanno un'atman). Quando leviamo tutto non mi rimane in mano nulla!! (buddisti: l'essere umano non è un carciofo, in cui se si levano le foglie esterne rimane il cuore, la parte più morbida e tenera, ma una cipolla, in cui se si tolgono gli strati non rimane nulla: dottrina del non sé, del an-atman. Per i buddisti non esiste il sé anche se ciò è una semplificazione: il buddismo antico rifiuta di rispondere all'interrogativo se l'atman esista o no perché la risposta non è di alcun profitto per l'uomo, il Buddha non dà la risposta per questo motivo, non perché lui non la sa. Apologia della freccia= non bisogna rispondere a domande oziose, ma bisogna perseguire lo scopo della liberazione dell'uomo dal dolore, l'uomo deve liberarsi dallo struggente dolore che è con- nesso dalla vita senza perdere tempo con speculazioni inutili. La filosofia indiana ha sempre scopi determinati). Li- berare l'uomo dalla schiavitù della trasmigrazione è lo scopo delle 6 scuole brahamaniche. 2. Brahman (radice: far crescere, ingrassare, ciò che ingrassa un corpo facendolo vivere e prosperare)= termi- ne neutro che corrisponde al termine che indica il demiurgo e richiama il termine sacerdote. E' la forza na- scosta, che non si può individuare, che vivifica e fa prosperare il mondo. Per alcune scuole i 2 principi sono separati (singolo essere e dio sono separati: o scuole dualiste oppure il mondo è il corpo di dio). Per altre scuole i 2 principi sono identici dunque l'atman, l'essenza di ogni essere vivente è il brahman, ovvero la forza che vivifica l'universo (non c'è distinzione tra dio e il mondo, ciascun essere è il mondo, ciascun essere è dio= monismo o pensiero apofatico cioè lavora per negazione, del brahman posso avere definizioni negative, non pos- sono dire che cosa è perché ogni nome è fallace, l'unica definizione possibile è quella di tipo negativo: neti neti= non è così non è cosà). E impossibile riassumere il contenuto degli upanishad (Schopenhauer li ha letti ma erano il risultato di due traduzioni: sanscrito-persiano e persiano-latino). Il culmine del vedanta è ritenuto la filosofia sciancara. La vivacità e l'immediatezza delle immagini e dei dialoghi sono i lineamenti comuni delle upanishad. Gli upanishad non devono essere decifrate solo in chiave vedantica (ermeneutica vedantica si è abbarbicata ad essi e senza di essa gli upanishad non si possono sfruttare). La scuola di sciancara equipara upanishad e vedanta ("la fine del veda" o "il fine del veda")= allora gli upanishad insegnano come porre fine alla rinascita. La dottrina delle upanishad insegna un'equivalenza segreta, che è evidente una volta scoperta e che deve con- vincere il discepolo, è una conoscenza liberatrice (es. 10 uomini che guadano il fiume in piena, uno degli uomini con- ta li conta prima che guadano il fiume. E' una conoscenza liberatrice, che libera la mente). La realtà ontologica e la verità salvifica sono evidenti e a portata di mano, ma abbiamo bisogno di qualcuno (maestro divino, la divinità che ha compas- sione dell'intelletto umano limitato) che ce lo mostri (una scuola che è ferma su posizioni rigidamente ontologiche, in realtà lascia spazio alla dimensione devozionale e teistica). Sono testi ripetitivi poiché ripetono il messaggio fin quando non viene compreso. L'equivalenza che viene ripetuta è quella tra un principio macrocosmico che vivifi- ca il mondo (brahman) e un principio microcosmico (acman). L'esigenza di connettere il dentro e il fuori percor-

ni vere solo quelle monoteistiche, mentre considera il politeismo come barbaro. Questo concetto legge le religioni in ter- mini evoluzionisti). Questa situazione è stata chiamata anche enoteismo (etichetta inventata da Schelling e utilizzata da Mas Muller. La lettura in chiave di enoteismonon pare però un'interpretazione difendibile, perché manca di cogliere la specificità della riflessione upanishadica, che consiste nella volontà di esprimere attraverso immagini emblematiche più che con metodi razionali una concezione del mondo e del divino che sfugge alle categorie concettuali, più mistica che razionale. Dio è simultaneamente trascendente e immanente e il suo rapporto con il mondo è tale che lo pervade, ma non ne viene pervaso, lo compende ma non ne viene compreso. Qui si può adottare l'etichetta di panenteismo la visio- ne secondo la quale tutto è dio, ma dio non è riducibile al mondo. Allegoria: atman è il guerriero che sovrintende al carro, l'intelletto ne è l'auriga, la mente le redini, i sensi i cavalli, gli oggetti le strade da percorrere ). "Quanti sono gli dei?" Ce n'è uno solo, cioè Isvara (oppure l'unica divinità è il Brahman). Ciascun maestro saprà illuminare del- l'essere che è uno quelle caratteristiche che sono più congeniali al suo uditorio, ciò si chiama gradazione dell'inse- gnamento ed è un concetto proveniente dal buddismo: il Buddha diventa onnisciente e sa modulare il proprio discorso sull'uditorio, questa capacità si esplicita in forme evidenti: se parla in un parco e ai limiti del parco corre una strada, la voce del Buddha arriva a tutti gli uditori nel parco, ma l'insegnamento non va sprecato e quindi si ferma ai confini del parco, non arrivando alla strada, Tale insegnamento non è adatto a chi passa lì per caso, ma solo agli ascoltatori attivi che sono lì per ascoltare davvero. Gli dei sono diversi dagli uomini perché non sudano, non puzzano, non toccano per terra quando camminano e la colla- na di fiori messa loro al collo non appassisce. Gli uomini non sono storditi dal dolore come gli animali, né dal piacere degli dei. Solo dalla condizione umana si ha libe- razione (durante o dopo l'esistenza), la reincarnazione è una delle più gettonate, è meglio rinascere uomini che dei o animali. Scuola agivica (quelli dello stile di vita)= determinismo assoluto. La vita umana è un gomitolo attorcigliato, che se viene lanciato da un capo farà curve, ma alla fine si arriverà a vedere l'altro capo del gomitolo. La vita è predeterminata e non esiste libero arbitrio, non c'è responsabilità etica (orizzonte etico scompare). Scuola dei dualistica del vedanta che fa capo a Marva= ci sono 3 distinzioni:

  • dio e mondo
  • dio ed esseri viventi
  • differenze tra esseri viventi C'è un predeterminismo: dio decide se un uomo è dannato o beatificato (queste sono due condizioni eterne). Anche qui non c'è responsabilità etica, ma c'è almeno una divinità da pregare. Gli dei sono dei funzionari che possono ricoprire cariche, che possono essere assunte poi da altri tramite le reincarna- zioni (es. favola delle formiche: un sacerdote ride davanti al re al passaggio di una fila di formiche. Egli ride perché rico- nosce nelle formiche alcuni uomini che prima si erano reincarnati in Indra, re degli dei). Pensiero critico nelle upanishad In tutte le upanishad c'è la preoccupazione di mantenere viva una critica del pensiero sacerdotale brahamanico e verso il dato religioso (verifica empirica o sperimentale). Il buddismo sottopone a critica razionale le asserzioni teologiche (es. le acque di un fiume sacro sono considerate purificatrici tanto che se le ceneri di un uomo sono sparse in tale fiume que- st'uomo non è più condannato a rinascere, ma se fosse vero allora i pesci e le rane che vivono lì non dovrebbero rina- scere, ma rinascono come tutti gli esseri viventi). Questo atteggimento critico e razionale si riverbera sul fatto che nella upanishad vengono formulati per la prima volta, senza che venga data una risposta univoca, molti problemi che nelle fasi successive della speculazione indiana riscuoteranno sempre maggiore attenzione). Nelle upanishad vengono formulati problemi come: in cosa consiste la realtà in cui tutto trae origine, in cui tutto vive e poi si dissolve? La risposta è il Brahman. La manifestazione del mondo, la sua sopravvivenza e la sua dissoluzione sono 3 divinità (Brahama, Visnù, Shiva). Nel mondo indiano la figura del demiurgo è vista con sospetto perché sono divinità inferiori (ad esempio Brahama che ha operato la manifestazione del mondo ha fatto sì che l'uomo vivesse, ma la vita e il mondo sono impastati di dolore, allora forse era meglio non nascere. Pustar è l'unico tempio dedicato a Brahama). L'attenzione si sposta insensibilmente dall'assoluto verso l'individuo, dalla forza cosmica che regge il mondo, brahman, verso il nucleo intimo della personalità umana (che individua il centro del'essere) Questo sé ha attributi specifici: verità, conoscenza, infinito, viene riconosciuto come il sé presente in tutti gli esseri e come uguale al brahman. Conoscendo che cosa ogni cosa può venire conosciuta? La conoscenza suprema non è la conoscenza dei sin- goli saperi parcellizzati (aparaviglia), ma è la conoscenza del sé, chiamata paraviglia (se conosciamo ciò cono- sciamo tutto il conoscibile). La conoscenza del sé è la beatitudine suprema. Tale comprensione permette di rag- giungere la verità che nega ogni tipo di molteplicità (le differenze nel mondo sono più apparenti che reali poiché rimandano ad un'unica realtà ultima). La conoscenza del sé non è cumulabile, ma è puntuale e penetrativa (la conoscenza del sé non si ha mettendo insieme tutte le conoscenze parziali e particolari). La conoscenza del sé si ha attraverso 3 passaggi:
  • ascolto
  • analisi critica e razionale
  • meditazione approfondita (la mente deve ripercorrere il sentiero faticosamente tracciato), che comporta il discerni- mento del principio del bene (preias) da quello del piacevole, scegliendo il primo e tralasciando il secondo. I riti e la loro pratica va tralasciata perché possono portare obiettivi limitati, circoscritti entro l'orizzonte del merito e del demeri- to, interni ad una prospettiva intramondana, mentre la prospettiva delle upanishad esce dal mondo (niverti), tende a volgersi al di là del mondo. Solo la prospettiva ultramondana porta alla liberazione. I piaceri mondani possono essere

il pallido riflesso dei piaceri ultramondani, che deriveranno dalla liberazione. Qui non c'è negazione del mondo, né una condanna del mondo, ma vi è una transvalutazione dei valori. I piaceri mondani non sono da condannare anzi sono un utile mezzo di raffronto per figurarsi il piacere supremo, quella beatitudine ultima di cui costituiscono il pallido riflesso nell'orizzonte intramondano: il mondo è figura e ombra, riflesso distorto ma reale della suprema felicità del- l'essere. La comprensione del sé e la beatitudine rimanda ad una realtà ultima, che sfugge ad ogni concettualizzazione e verbalizzazione. L'unico modo per descrivere la realtà ultima è la via negativa, ma ci sono modi meno efficaci per descriverla, tali modi sono positivi. Le 3 principali caratteristiche positive del Brahmana (attributi essenziali della realtà ultima):

  • essere
  • coscienza
  • beatitudine Il percorso che porta alla realtà ultima non può che essere descritto in maniera poetica come passaggio:
  • dal non essere all'essere (dall'irreale al reale)
  • dalla tenebra alla luce (dall'ignoranza alla conoscenza)
  • dalla morte all'immortalità Il sé è sempre soggetto di esperienza, non può mai essere reificato, le sue vicissitudine spaziano nei 3 livelli della conoscenza ordinaria:
  • veglia
  • sogno
  • sonno profondo Il brahman è ciò dal quale gli esseri nascono, ciò entro il quale una volta nati vivono, ciò entro il quale una volta morti fanno ritorno, è caratterizzato dal suo attributo principale che è la beatitudine. I due principi sono identici: il brahman è uguale all'atman. La liberazione acquisisce l'identità tra atman e brahman al culmine di un itinerario gnoseologico. Sono disponibili 2 percorsi post mortem:
  1. sentiero delle tenebre, il cammino degli antenati che conduce al mondo della luna ed è legato ai meriti rituali
  2. sentiero del fuoco, il cammino degli dei, legato alla gnosi accumulata, che conduce al brahman, al non ritorno, alla salvezza dalla rinascita, al mondo della verità (sede del demiurgo Brahma), è il percorso della liberazione graduale perché scalata in fasi riconoscibili e non immediata
  3. c'è anche il cammino della residenza di Yama, riservata a coloro che non hanno accumulato abbastanza obblighi rituali né abbastanza gnosi salvifica, che conduce ad una rinascita immediata in forme inferiori Utilità dei riti I riti sembrano insensati, perché dei soggetti prendono sostanze preziose, le versano nel fuoco e sembra che vengano sprecate , inoltre si adopera molto combustibile e ospitare e retribuire dei sacerdoti (essi sono retribuiti in vac- che). Perché la gente si sobbarca tali spese? Perché deve esserci la certezza assoluta che il sacrificio sia effica- ce, devo credere che il rito sia obbligatoriamente efficace, non devo solo sperare che il rito o il sacrifico funzio- ni. I sacrifici solenni hanno 2 scopi:
  • ottenere la propria rinascita in un mondo divino
  • ottenere la garanzia della nascita di un figlio maschio, che è l'unico che può fare i rituali funebri per il padre, ma solo tali riti garantiscono un'esistenza post-mortem decorosa. Il massimo è diventare antenati tramite questi riti. Se questi riti non vengono compiuti diventano spettri, fantasmi o un pisciacia (essere fatto a pera che si nutre di secrezioni umane, ma che ha una fame perenne poiché ha una bocca piccola e uno stomaco enorme). Se un padre ha tutte femmine può adottare un figlio maschio che compia i rituali funebri. L'essere trasformato in un antenato configge con il tema della rinascita (è stupendo rinascere maschio brahamano). Come si costruisce la figura dell'antenato? (uomo muore quando viene messo in una stanza fresca e gli si mette un pezzo di burro sulla fronte, se il burro non si scioglie l'uomo è morto)= il cadavere viene messo sulla pira funebre e si dà fuoco, tale fuoco è costituito da 2 fuochi: fuoco praviad (divoratore di carne crudo, mangia la carne trasformandola in cenere) e il fuoco giatavedas che cono- sce le generazioni, che va a cercare la sua genealogia e lo instrada nell'iter per diventare antenato. Tale iter è compli- cato: da 11 anni a 11 giorni ci sono riti post-funebri, che consistono in banchetti in cui si consuma la pinda , una palli- na di riso pressata con sostanze aggreganti, che indica sia il bolo alimentare sia l'embrione senza le parti e gli arti distinte. Questa pinda indica un progresso, un cammino. Durante il consumo del pinda si invitano brahamani che lo devono consumare, anche la moglie e una donna di casa che vuole diventare mamma devono consumare il pinda. L'essenza sottile del pinda va a costituire il corpo dell'antenato, durante questi riti si va a costruire il corpo dell'antena- to. Se tutto ciò viene fatto si ottiene un pita , cioè un antenato. Ci sono 3 generazioni di antenati:
  1. colui che è appena defunto
  2. il padre di chi è appena defunto
  3. il nonno di chi è appena defunto Cosa garantisce che il continuo accumularsi delle generazioni non soffochi la generazione dei viventi? Quanto sono scalzate le 3 generazioni di antenati, quelli vengono mandati nel limbo e rimessi nel ciclo della rinascita. Queste si chia- mano l'epabak (coloro che mangiano unto, hanno dei corpi talmente sottili che mangiano l'unto che si è depositato sulle dita dei sacerdoti dopo che hanno mangiato le palline di riso). Come si arriva dallo stomaco dei brahamani all'antenato? (questa domanda si collega alla critica fatta dai buddisti che dicono che i sacerdoti mangiano sempre).

il mondo va sempre più male, se la gente offrisse più sacrifici il mondo andrebbe avanti più ordinatamente). L'offi- ciante dice che il frutto del sacrificio si propone di tenere in piedi il cosmo, che senza sacrifici verrebbe meno. Con- cetto di interiorizzazione del sacrificio: si rinuncia al sacrificio come spegnimento di vite (forse per influsso del buddi- smo) utilizzando al posto di animali veri dei fantocci con steli di erba cuscia.

  1. Nelle Upanishad (seconda esegesi nega ogni validità all'aspetto ritualistico grossolano esteriore della prassi sacrifi- cale) il sacrificio viene definitivamente interiorizzato, portano a compimento l'ultimo livello di trasferimento che tra- sforma il sacrificio in sacrificio interiore. Il sacrificio viene sublimato trasformandosi in sacrificio di sé, in sacrificio dei frutti dell'azione (sacrificio di sé simile al primo trasferimento: circolo ermeneutico). Qui si bruciano i semi dell'igno- ranza nel fuoco interiore della conoscenza (si rendono questi semi sterili): l'ignoranza è senza inizio, ma può avere fine e può essere sconfitta dalla conoscenza che è definitivamente acquisita, la conoscenza ha un effetto indelebile sull'ignoranza e la distrugge in mondo definitivo. Tutte le forme di vicariato e di mediazione sono levate di mezzo perché tutto sta nella sfera interiore del singolo soggetto. L'interiorizzazione del sacrificio è una critica al sacrificio esteriore (no intermediazione della classe sacerdotale...), tutto sta in capo ad un meccanismo interiore che squalifi- ca ogni comportamento rituale esteriore. Vedanga, "membra del Veda"; sutra "aforismi: letteratura ancillare, sussidiaria e normativa di vario genere Letteratura vedica:
  • 4 veda
  • 6 vedanga
  • 4 upanga "membra secondarie"
  • 4 upaveda "veda sencondari" I vedanga conprendono:
  1. fonetica
  2. metrica
  3. grammatica
  4. etimologia
  5. astronomia
  6. rituale:
  • pubblico o solenne
  • privato o domestico La parte del vedanga dedicata al rituale si esprime tramite i sutra, aforismi (genere letterario che avrà successo nella letteratura grammaticale e in quella filosofica). Questo è un mezzo di espressione che sacrifica la comprensibilità alla concisione e che molte volte richiede un commento di appoggio per essere compreso al meglio. Un sutra deve consiste- re in un piccolo numero di sillabe, contenete il succo di una dottrina, avere caratteristiche generali, non prevedere pause o digressioni: la concisione è l'ellissi sono il suo pregio. L'origine del sutra va ricercata in un ambiente comune a ritualisti e grammatici con la differenza che:
  • sutra rituali sono normativi
  • sutra grammaticali sono descrittivi Al genere dei sutra si riallaccia tutta una serie di generi derivati:
  • strofe mnemonica
  • glossa esplicativa
  • commento
  • delucidazione, stile più discorsivo che esplicita ancora il significato del testo glossato Ci sono vari supporti all'aforisma:
  1. commento breve, è una parafrasi che chiarisce, esplicitandolo, il procedere dell'argomentazione
  2. glossa, chiarisce quanto è rimasto inespresso o male espresso nel testo sottoposto ad esegesi, si tratta di osserva- zioni critiche che spesso possono sembrare senza un principio ordinatore soggiecente
  3. commento esteso che spesso incorpora le glosse sistematizzandone le osservazioni in un disegno interpretativo coerente con gli scopi dell'autore La caratteristica del sutra è la sua polisemia : da un aforisma di poche sillabe possono svilupparsi pagine e pagine di commenti, che possono dare luogo ad una miriade di interpretazioni inconciliabili tra loro e il testo di base. I sutra costituiscono il punto di passaggio per cui dall'ascolto della voce non umana che insegna il veda ai veggenti e che copre i 4 livelli della scienza sacra si passa alla memoria (smrti) di quella verità ascoltata dai veggenti che si esprime con parole umane. Gli insegnamenti della memoria ri-narrano quella rivelazione, quell'ascolto, portandolo sempre più a di- sposizione di tutti. Il messaggio è lo stesso tanto nell'ascolto quanto nella memoria; vi la differenza di intensità: l'ascolto è diretto, la memoria è mediata. Per questo è indispensabile una rigida cesura cronologica o contenutistica tra l'ascolto o rivelazione e la memoria o tradizione. Il veda in quanto ascolto costituisce l'essenza dell'atto rituale, le modificazioni del rito pertengono alla memoria. La smrti è interpretazione e aggiornamento della sruti, si prefigge lo scopo di rendere ac- cessibili i contenuti della sruti. La smrti non è innovazione, ma glossa prudente. I sutra relativi al rituale (più antichi) si dividono in:
  • solenni
  • quotidiani
  • sutra per l'edificazione del sito del sacrificio
  • sutra relativi alle norme proprie di ciascun gruppo sociale e di ogni stadio della vita
  • Riti in onore degli antenati

Ithasa e Purana: epica e antiche storie Il genere letterario Ithasa: così invero fu, epica, che appare come testimonianza di eventi significativi avvenuti in un passato pri- mordiale e tramandati a edificazione dell'uomo che in ogni tempo è chiamato a ricontestualizzarli al fine di trar- ne un insegnamento. Spesso il termine è associato a Purana: antica storia (carattere essenzialmente normativo e costituiscono una geografia sacra con le loro celebrazioni anche devozionale, ritualistico e agiografico. Forse offrono una guida per i perplessi, di un viatico capace di consigliarci nelle nostre scelte morali quotidiane, dunque c'è una di- mensione etica). In questi testi la parte narrativa è alternata ad una parte normativa. Il loro carattere prescrittivo sta alla base della definizione alternativa di questi testi come "il quinto Veda", che rispecchia la loro funzione di magnificazione. Ithasa e Purana costituirebbero una sorta di cerniera tra sruti e smrti, tra ascolto e memoria, partecipando della natura di entrambi, dal momento che amplificano e rendono apprezzabili dall'uomo comune temi espressi in forma più criptica ne Veda. Si tratta di testi narrativi che contengono come parte integrante insegnamenti relativi ai 4 fini dell'uomo:

  • gratificazione sensoriale
  • acquisizione dell'utile
  • perseguimento del dovere
  • liberazione Ithasa: Ramayana e Mahabharata Il Ramayana è la fonte della letteratura d'arte e della devozione. Il Mahabharata funge da modello per i trattati sui 4 fini dell'esistenza umana. Ramayana : "viaggio di Rama", ascritto al vate Valmiki. Il poema è una sorta di miniera di temi mitici che verrano ripropo- sti nella letteratura d'arte successiva. Il Ramayana è definito come "poema ornato primordiale" (poema ha un nucleo situabile tra il VI e il III secolo a.c. e redazione completa tra il I e II secolo d.c. La critica occidentale tende a distinguere due fasi nella composizione: un nucleo più antico e un'aggiunta seriore in cui via via da una figura di Rama con tratti eroici si passerebbe ad una vera e propria divinizzazione del protagonista, non più semplice monarca umano, ma "di- scesa sulla terra" della divinità suprema Visnu). Le parti propriamente normative del Ramayana, quelle con valenza filosofica, sono disperse nel poema anziché rag- gruppate in punti nevralgici, come avviene nel Mahabharata: la vicenda di Rama costituisce un exemplum del governo esemplare, che viene infatti definito "regno di Rama" (concezione occidentale dell'età dell'oro). Mahabharata non fa riferimento ad avvenimenti avvenuti in un passato primordiale tale da sfumare nel mito, ma a una eredità sempre presente, che ha trovato espressione poetica in un passato lontano, di cui gli eredi moderni devono fare tesoro nel proprio tempo, recuperandone e riattualizzandone quanto vi resta di vivo ed essenziale per l'epoca presente. L'opera è ascritta a Vyasa. Il poema sarebbe sorto per accrescimento cumulativo a partire da una recensione concisa in 8500 strofe, denominata Jaya (vittoria), passando ad una versione intermedia di 24000 strofe detta Bharata, per culminare con la redazione defi- nitiva in 100000 strofe, il Mahabharata (grande poema dei Bharata), in 18 grandi libri suddivisi in 100 parti più piccole. La sua redazione definitiva è databile tra il VI e il VII secolo d.c. Il nucleo etico del messaggio del poema è che tra la norma personale e quella comune a tutti debba prevalere la prima: "è meglio compiere, anche in modo imperfetto il proprio dovere, che adempiere il bene il dovere altrui" dal momento che "dedicandosi con gioia al proprio dovere, l'uomo consegue la perfezione". Non bisogna dimenticare che non è questo l'argomento principale del testo, che si incentra soprattutto su insegnamenti relativi alla soteriologia, proponendo un'ar- monizzazione tra diverse possibili vie di salvezza, quella conoscitiva e quella etico-ascetico-rituale, che sfocerebbero in una superiore sintesi che le comprende trascendendole nella via devozionale. Il Bhagavadgita non è solo un trattato di etico o un testo devozionale, ma è anche un'opera di grande poesia (origine di un vero e proprio genere letterario, quello delle gita, i canti). Dal punto di vista dottrinale esso comporta una sintesi tra diverse scuole, sostanzialmente tra Samkia e vedanta, ma si tratta di un samkia peculiare, definito "epico" per distinguerlo dal samkia classico. La differenza tra i due è che nel primo è prevista la molteplicità non solo del principio soggettuale, il purusa, ma anche del principio oggettuale, la prakrti, che per il secondo invece è unica e vale per tutti i purusa. Altri temi di argomento filosofico affrontati nel Bhagavadgita sono:
  • tentativo di armonizzare un sistema sostanzialmente ateo con istanze di tipo teistico
  • la distinzione tra "campo" e "conoscitore del campo" (ossia tra principio oggettuale e principio soggettuale, tra oggetto e conoscitore dell'oggetto)
  • la teoria di un principio supremo detto purusottama che assume le caratteristiche di una divinità personale, Krsna, che intrattiene un rapporto partecipato e intenso con il devoto
  • la teoria delle "discese sulla terra" della divinità trascendente ogniqualvolta si manifesti la necessità di preservare il dharma
  • un complesso rapporto dialettico tra il signore supremo e potere di illusione cosmica
  • la distinzione tra percorso conoscitivo, rituale e devozionale armonizzabili in quanto tutti subordinati ad un fine sote- riologico

tivi sono: il giorno, la quindicina di luna crescente e quella di luna calante che costituiscono il mese lunare, il semestre del corso settentrionale e quello del corso meridionale del sole rispetto all'equatore che insieme costituiscono l'anno so- lare. Il tempo umano è alla base della misurazione del tempo divino che costituisce un multiplo misurabile con precisione. Le sei scuole

  • cosmologica (sankia)
  • ascetica (yoga o sescuarasamkia)
  • fisica
  • logica (niaia)
  • prima esegesi
  • seconda esegesi Una delle scuole di esegesi, ovvero la cutramimansa è atea. I suoi seguaci sono atei, sono più realisti del re, il loro po- stulato è sostenere che il rito è comunque efficace. Le divinità sono ridotte al loro semplice nome, la realtà degli dei fini- sce a meri destinatari del sacrificio. Gli dei non si possono opporre al sacrificio, il sacrificio è efficace di per sé, non di- pende dalla volontà esterna della divinità. Questa scuola non riconosce il libero arbitrio della divinità. Coppie: la prima è atea, più antica, la seconda è più recente e recepisce una parte della dottrina della prima. Tra le cop- pie non c'è opposizione, ma c'è continuità. Di solita la seconda cerca di completare la prima. Tali coppie sono:
  • samkia- yoga
  • logica-fisica
  • prima esegesi- seconda esegesi La scuola cosmologica (Samkia) Samkia vuol dire numero, enumerazione, elenco delle categorie che costituiscono la realtà (scuola tassonomica). E' un modo ordinato di organizzare la realtà. Questa scuola mossa da una volontà di catalogazione del reale. E' una scuola dualista: il mondo come ciò che risulta dall'opposizione tra due principi, uno maschile e uno femminile. Il principio maschile è chiamato purusa (maschio di qualunque animale):
  • principio maschile
  • cosciente
  • inattivo Il secondo principio è prakrti ed è femminile (fondamento, base o archetipo o natura):
  • principio femminile
  • incosciente
  • attivo
  • a fasi alterne riassorbe il mondo in sé o lo rende manifesto Questo principio a fasi alterne rende manifesto il mondo e lo riassorbe a seconda che i suoi principi costitutivi (caratteri- stiche e qualità) siano in equilibrio (il mondo è latente, riassorbimento del mondo) o squilibrati (mondo è reso manifesto ed è presente). Queste tre qualità hanno un colore simbolico (bianco, rosso e nero) e sono:
  • ( satva ) luce, luminosità, leggerezza (principio ascendente). Se non ci fosse, non ci sarebbe la luce e nulla sarebbe osservabile. Questo principio dona chiarezza. Abbiamo dei cibi satvici che sono leggeri. Personalità satvica che tende alla conoscenza, è un tipo celebrotonico.
  • ( rajas ) principio dinamico e attivo, è un dinamismo cieco non illuminato dalla coscienza e dalla volontà (volontà spa- smodica di muoversi). Se non ci fosse non ci sarebbe possibilità di mutamento. Questo principio dona mutamento e dinamismo. Abbiamo alimenti rajastici eccitanti, che danno tono muscolare. Personalità somatotonica (tipo dinamico)
  • ( tamas ) tenebra, principio di inattività, di inerzia, principio greve. Se non ci fosse il mutamento sarebbe troppo coatto e nulla sarebbe osservabile (garantisce continuità ad un processo che se no sarebbe convulso). Questo principio dona stabilità relativa. Abbiamo alimenti tamastici che sono pesanti. Personalità viscerotonica (tipo pigro e non sve- glio intellettualmente) Samkia epico e prefilosofico e Samkia classico e filosofico in senso stretto, tra i due vi è una differenza: per entrambi il prakrti è una sola ed è il fondamento della realtà, che è pubblica e condivisa (universo è pubblico, realismo duro). Per il samkia classico il mondo è pubblico, comune e condivisibile e i principi coscienti indivi- duali (purusa) sono caratteristici di ogni persona (la realtà è unica che è la prakrti, ma ci sono tanti purusa e qui c'è anisomorfismo). Il samkia epico c'è isomorfismo cioè ci sono tanti purusa e tanti prakrti (l'universo non è veramente pubblico, ma per pigrizia intellettuale noi crediamo di percepirlo come pubblico, ognuno è in contatto con un proprio universo privato che si differenzia da tutti gli altri, a ogni purusa corrisponde una prakrti). Il sa- mkia epico è una scuola realistica ma non ritiene che la realtà esteriore sia condivisibile con altri purusa, è una realtà interiore e non condivisibile. Come fonti siamo messi male. La letteratura è perduta e ci sono solo i nomi dei maestri. Il primo testo che ci è arrivato è già un trattato sistematico (IV-V secolo). Il sutra va letto alla luce di un commento, le sutra sono le linee essenziali di una dottrina, dove si predilige la concisione, serve per memorizzare un argomento che è spiegato nelle glosse. Spesso il sutra non si capisce perché il commento non aiuta (spesso). Le camicà sono strofe mnemoniche, sono quasi il manuale, sono l'esposizione esplicita, estesa e trattatistica. Le Samkiacamicà sono del V o VI secolo della nostra era. Importante è il commento di Ganapada e c'è un maestro Ga- lapada, ma sono lo stesso maestro o sono due diversi? (uno stesso maestro può scrivere per diversi punti di vista per

elasticità intellettuale e non per incoerenza, può scrivere per una scuola realista e dualista e per una scuola monista e idealista). C'è un Samkiasutra che è apocrifo (XV-XVI secolo) perché scritto troppo tardi e quindi non è aderente alla dottrina pro- prio perché tardo. Nella sua fase recente tale scuola cambia perché abbandona la sua impostazione ateistica, in favore di un'impostazione blandamente teistica per andare d'accordo con la scuola sorella. L'unica scuola autenticamente filosofica, per alcuni, sarebbe il Samkia (speculazione razionale che non ha agganci con temi contigui) e quindi il Vedanta sarebbe gravato da un'ipoteca teologica (scuola mistica)= queste etichette non sono adeguate, la filosofia e la teologia sono contigue e connesse molto più di quanto avvenga nell'occidente. Per altri il culmine della speculazione indiana è il Vedanta (di Sciamkara), alla base di ciò c'è motivazione storica precisa: riferimento ad un evento del 1898 quando in occasione di una delle sessioni del parlamento mondiale delle religioni (a Chicago), prende la parola un personaggio che conquista l'uditorio, che è un giovane brahamabo bengalese con il nome di Bidekananda (intellettuale al quale interessa il resoconto della descrizione intellettuale dell'esperienza mistica, egli è un mistico intellettuale), egli è l'erede diretto di un maestro che si chiama Avakrisna (mistico naturale, che ha delle espe- rienze mistiche con il divino, in cui spesso ha un ruolo passivo, cade in trance). Quando Bidekananda si presenta a Chi- cago, non era invitato ufficialmente, e dapprima sconvolge e poi conquista il pubblico, costituito da curiosi, da persone desiderose di farsi stupire dall'aspetto esotico di alcune religioni, il pubblico è un pubblico americano di Wasp, perché esordisce in questo modo: "voi siete orgogliosi di aver messo su questo parlamento, siete fieri della vostra tolleranza, ma io non so cosa farmene della vostra tolleranza, io voglio il vostro rispetto perché la mia cultura è più antica della vostra". Egli fa passare l'idea che il Vedanta Sciankariano sia la punta di diamante della speculazione filosofica indiana e del pensiero sacerdotale indiano, questa idea è ancora presente. Il pensiero più originalmente indiano è il Samkia e il Vedanta è una costruzione teologica che serve per rimettere al loro posto i buddhisti (scopo apologetico della dottrina sacerdotale contro il buddismo). Il Samkia non ha nessun interesse teologico. Il samkia è una scuola dualista (perché crede in due principi contrapposti), realista (il mondo è reale) e pluralista (la prakrti è una sola mentre il purusa sono tanti). Indaga le caratteristiche del reale e si propone di fornirne la descrizione esaustiva (quali sono i principi costituitivi della realtà? Il mondo è vario e bisogna ricondurlo a un numero ragionevole di principi da cui far derivare la varietà del mondo e dell'esperienza). TATTVA= "il fatto di essere quello", è un principio di realtà, è una sommatoria di caratteristiche empiriche, tran- seunti e semplificando questa varietà dovremmo arrivare al principio di realtà (imperituro). E' una categoria che serve per indicare una pluralità di manifestazioni riconducibile ad un solo principio (es. vaso è riconducibile al principio di realtà terra. La terra è legata ad un odore ed è greve, pesante, concreta. La terra è presente). Un tattva pro- duce alcuni risultati, ed è presente ad i suoi effetti (caria) di fronte ai quali si pone come causa (è inoltre sempre presente nelle sue collocazioni nell'universo o negli esseri segnati da certe qualità sue caratteristiche), è qualcosa che pervade tutto quanto, è il termine ultimo a cui possono essere ricondotte tutte le manifestazioni che a esso si possono ricondurre e di cui è il componente principale, ma non l'unico (ci sono componenti accessori che fanno capo ad altri principi di real- tà), è onnipervadente,perché costituisce il il terreno ultimo al quale si possono ricondurre le varie manifestazioni, di cui si costituisce il componente principale, ma non l'unico. I tattva sono i principi di realtà di cui è fatto il mondo, ed essi sono:

  • purusa è un principio maschile, cosciente e non attivo, è il puro soggetto, è colui che è sempre testimone e non può essere mai reificato (il purusa è un soggetto e mai un oggetto, è soggetto di una percezione e di un processo intellet- tivo, il tentativo di fornirne una descrizione tende a reificarlo). E' l'entità che trasmigra da un'esistenza all'altra (sussu- me in sé caratteristiche proprie dell'atman, ma il purusa è la stessa cosa dell'atman? Alcuni dicono si (purusa e atman sono la stessa realtà), altri no (i purusa sono tanti e gli atman boh, come si concilia l'unità dell'atman, e quindi del brahman, con la pluralità dell'esperienza e con le diverse individualità?), altri ancora hanno una via di mezzo. E' l'enti- tà che trasmigra portando con sé i residui dell'azione, portando con sé il peso dell'azione (Karman). Il purusa è del tutto indipendente e assolutamente non coinvolto dal dispiegarsi della prakrti.
  • prakrti è pura oggettivazione, non è mai soggetto, ma sempre oggetto di percezione o di processo intellettuale, è sempre l'osservato, oggetto dell'osservazione. Qual è il loro rapporto? Il purusa è indipendente e non coinvolto dal dispiegarsi della prakrti (osservatore non modifica il fenomeno osservato). L'unico rapporto è che l'osservato si lascia osservare dall'osservatore, il purusa assiste al dispie- garsi del mondo, sia al ritrarsi del mondo in sé, qui il purusa osserva la tenebra primordiale (ciclo della prakrti viene os- servato dal purusa, che è un principio imperituro non soggetto a limitazioni di tempo e spazio. Anche la prakrti è imperitu- ro e non limitato da tempo e spazio anche se sottoposto ad un ciclo nel quale i semi del mondo sono conservati nella prakrti). Il purusa osserva impassibilmente i cicli della prakrti, senza modificare la sua natura. In termini macrocosmici il mondo è soggetto a cicli, questi cicli si hanno anche a livello microcosmico, in cui l'uomo sperimenta la tenebra primor- diale nel sonno senza sogni (contemplazione come fonte di beatitudine). C'è un rapporto tra purusa e la prakrti? NO, il purusa osserva la prakrti e il loro rapporto finisce lì. La schiavitù consiste nell'erronea attribuzione al purusa di un rapporto tra purusa stesso e la prakrti, la libera- zione consiste nel processo conoscitivo che conduce a riconoscere che tale coinvolgimento tra purusa e prakrti è del tutto illusorio. Il percorso gnostico che dall'ignoranza conduce alla conoscenza salvifica è tutto interno alla prakrti: si tratta di un processo puramente mentale, nel corso del quale il purusa, testimone impassibile, assiste dapprima al suo illusorio coinvolgimento con la prakrti, poi allo svelamento che porta la componente intellettuale della prakrti a riconoscersi come totalmente altra e non riconducibile al purusa. Similmente la prakr-
  • buddhi, parte dell'attività mentale che soppesa delle alternative e opera le scelte
  • ankara, senso dell'io, identità personale, percezione di sé con determinate caratteristiche individuali, appro- pria le esperienze ad un centro di personalità in cui il soggetto si identifica
  • manas, senso interno, un sesto senso che opera coordinando i messaggi sensoriali che arrivano dai 5 sensi esteriori e trasformando le percezioni indipendenti e scoordinate in un quadro ordinato e coerente, ha una funzione di coordinamento dei dati sensoriali (la percezione sensoriale funziona così: i sensi sono porta aperte sulle percezioni e su percezioni specifiche. Questi messaggi sensoriali non sono simultanei ma consecutivi, i canali sono saturati uno per uno. Il manas è unico e prende pezzo per pezzo le percezioni sensoriali coordinandole e dan- doci l'impressioni che esse siano contemporanee e non consecutive. Non percepisco in modo sinestetico il mondo, questa è un'illusione perché il manas lavora bene. La pratica meditative serve per rallentare il manas e fino a rendere la sua attività percepibile e per far sì che il soggetto si accorga che le sue percezioni sono consecutive). E' il senso interno che coordina le percezioni sensoriali. Ci rimangono 20 tattva, divisi in 4 gruppi e ad ogni gruppo corrispondono 5 elementi principali:
  • gruppo delle facoltà di percezione sensoriale, qui predomina il principio luminoso e si dicono sensi conosci- **tivi:
  1. capacità di percepire odori (olfatto)
  2. capacità di percepire forme (tatto)
  3. capacità di percepire colori (vista)
  4. capacità di percepire gusti (gusto)
  5. capacità di percepire suoni (udito)**
  • sensi conativi, sensi che ci permettono di agire e di fare qualcosa, qui predomina la facoltà dinamica (rajas) **infatti la facoltà dinamica ci permette di agire e di manipolare il mondo (facoltà conative):
  1. capacità fonatoria, legata alla lingua
  2. capacità di manipolazione, di maneggiare oggetti, legata alle mani
  3. capacità di locomozione, legata ai piedi
  4. capacità di escrezione, legata all'ano
  5. capacità di godimento, legata agli organi sessuali**
  • gruppo costituito dai 5 elementi sottili, prodotti dall'ultimo tipo di ankara, ovvero il tamas (ci spostiamo verso una sempre maggiore materialità, essi sono detti tanmatra, letteralmente "solo quello"). Questi costituiscono l'eleme- nto generale comune rispetto alle percezioni particolari: **1. suono in quanto tale
  1. tatto in quanto tale
  2. forma in quanto tale
  3. sapore in quanto tale
  4. odore in quanto tale**
  • **gruppo che comprende i 5 elementi grossolani, ciascuno di essi procede dal suo elemento sottile:
  1. spazio (dal suono)
  2. vento (del tatto)
  3. fuoco (della forma)
  4. acqua (del sapore)**
  5. terra (dall'odore) Gli elementi che costituiscono la realtà tangibile e reale sono:
  • vento
  • fuoco
  • acqua
  • terra
  • spazio (il suono si trasmette nello spazio): non tutte le scuole ne descrivono l'esistenza (es. materialisti dicono che lo spazio non esiste e quindi hanno problemi a spiegare come si trasmette il suono). A questo si collega la domanda se il suono sia eterno o meno: ciascuna scuola ha una sua teoria, che non ha nessun terreno comune con altre teorie. Teoria della causalità Satkaryavada= dottrina dell'effetto esistenze, dottrina dell'effetto preesistente. L'effetto preesiste nella causa, è implicito e contenuto nella causa. L'effetto è reale e preesiste nella sua causa (a questa teoria si oppongono altre teorie dei buddisti e del nyaya-vaiscescica che dicono che l'effetto sia diverso e nuovo rispetto alla causa e che si chia- mano asakariavada (dottrina dell'effetto non esistente o dottrina del cominciamento perché l'effetto è un quid nuovo che ha inizio a partire dalla causa) che dicono che l'effetto preesistesse non si potrebbe parlare di causazione o perché non si potrebbe spiegare come mai per produrre un effetto sia necessaria una causa specifica, ogni causa produce una ca- tena causale che ha un determinato e specifico effetto. Inoltre se il vaso è già implicito nell'argilla perché il vasaio si pre- occupa di creare il vaso? Poi se l'effetto è dentro la causa essi sarebbero un tutt'uno e non si potrebbero distinguere nemmeno linguisticamente. Queste sono dottrine del cominciamento: l'effetto p qualcosa di nuovo rispetto alla causa). Argomentazioni del samkia per giustificare il samkariavada:
  • se l'effetto fosse non esistente nella causa materiale nessuno sforzo dell'agente potrebbe portarlo all'esistenza. Quan- do un effetto viene prodotto da una causa in realtà ciò avviene solo perché si manifestano le condizioni favorevoli al suo prodursi.
  • quando noi diciamo "un effetto viene prodotto da una causa" affermiamo una proposizione impropria. Non è vero che un effetto nuovo viene prodotto dalla causa, ma in realtà si ha un effetto quando si manifestano le condizioni che por- tano all'effetto stesso (nulla si può produrre che non sia già implicitamente presente nella causa)
  • relazione invariabile tra la causa materiale e il suo effetto. Dal momento che una causa non può produrre che l'effetto al quale è legata da tale relazione, e il contenuto di tale relazione non può essere vuoto, allora l'effetto preesiste nella causa per venire manifestato
  • solo determinati effetti possono essere prodotti da determinate cause. Se l'effetto non preesistesse nella causa un vasaio potrebbe produrre un vaso anche da del latte.
  • la causa efficiente può produrre un effetto perché ne ha la capacità e tale capacità può essere solo inerente a un effet- to che sia già potenzialmente presente nella causa, in attesa delle condizioni giuste per manifestarsi.
  • se l'effetto non preesistesse nella causa dovremmo affermare che qualcosa che non esiste viene ad essere, il che è assurdo (Parmenide: il non essere non può giungere all'esistenza, ciò che non è esistente non può pervenire all'esi- stenza. Dottrina della non-nascita= il non essere sta sempre nel regno del non essere e l'essere sta nel regno dell'es- sere e il divenire è un nemico e viene negato, nel senso che bisogna negare ai fatti di comune esperienza qualunque realtà ontologica, l'essere è svincolato da questa, che è solo apparenza)
  • causa ed effetto sono lo stato implicito e quello esplicito di una stessa realtà (l'effetto è totalmente riconducibile alla causa e non c'è nulla di nuovo rispetto alla causa) Quali sono le cause? Quali sono i tipi di causa?
  • causa generica, comune
  • causa specifica
  • causa materiale e inerente
  • causa non materiale
  • **causa efficiente (obiettivo del processo causale) Ci sono 2 orientamenti:
  1. dottrina della trasformazione illusoria (vedanta sciankariano), la trasformazione della causa nell'effetto è** apparente e illusoria (come una fune che viene scambiata per un serpente, qui la fune è la causa del serpente perché se non ci fosse la fune nessuno potrebbe scambiare la fune per un serpente. Non si può dire che il serpente sia fatto della fune perché il serpente non c'è, la fune non è la causa materiale del serpente. la fune è la causa del serpente perché sotto certe condizioni di percettibilità può essere scambiata per un serpente. Il serpente non è mai reale, viene sempre immaginato e poi l'immaginazione viene riconosciuta come tale. Il serpente è solo illusorio). **Allora il processo di causazione è inesistente così come l'effetto, anche il divenire viene negato.
  2. dottrina della trasformazione reale, quando il processo di causazione ha luogo si ha una reale trasformazio-** ne della causa nell'effetto. L'effetto ha caratteriste qualitative diverse dalla causa e quindi il processo di causazione è reale ed effettiva Come si dimostra l'esistenza della prakrti e del purusa? La prakrti è la causa del mondo, che è reale, ultima nel senso di una causa sottile non soggetta a percezione che possa dare conto dell'infinta varietà del reale e che va al di là della fisica atomistica del nyaya-vaiscescika, per giungere ad un principio causale unitario. La cosmologia del samkia parte dalla dimensione mentale per arrivare agli elementi grossola- ni, è una cosmologia che ritiene reali e sullo stesso piano i fenomeni mentali e fisici. Il principio di realtà e la causa in- causata, eterna e ubiqua che spiega i fenomeni fisici e mentali è la prakrti (è ciò che esso stesso non causato è la causa di tutti gli effetti osservabili). La conoscenza di questo principio avviene per via inferenziale: I. tutti i principi di realtà sono limitati e dipendenti (interdipedenza: per i buddisti vuol dire che nel flusso dell'espe- rienza non è possibile isolare niente separatamente da qualunque altra cosa, tutto ciò che si verifica è legato a tutto il resto, il flusso dei fenomeni non può essere artificiosamente spezzato. Menandro, un re leggendario interroga Ma- gasena, un monaco buddista: il re Menandro ritene che il linguaggio descrive perfettamente la realtà, Magasena gli insegna il contrario, ovvero che il linguaggio pasticcia il reale. Il monaco gli chiede cosa è un carro: le parti del carro non sono separatamente del carro e le parti del carro non sono il carro, il carro è solo un nome convenzionale per indicare le parti organizzate che lo compongono. Il linguaggio è un modo convenzionale ed empirico che serve per descrivere la realtà, ma non arriva mai al suo nocciolo, che non è esprimibile dal linguaggio perché è il flusso dei fenomeni che non può mai essere isolato) , il che presuppone alla loro base una causa illimitata e indipendente. Questo è un ragionamento ipotetico che non conduce mai ad una certezza epistemologica (mentre lo fa l'inferenza, ottimismo gnoseologica della scuola logica). II. i principi di realtà hanno caratteristiche che possono produrre: dolore, piacere o indifferenza e quindi biso- gna trovare una causa ultima a queste esperienze, ovvero la prakrti III. ogni effetto è riconducibile alla causa, che lo contiene implicitamente e il mondo è un effetto la cui causa è la prakrti IV. un effetto sorge dalla sua causa e ritorna alla causa quando viene distrutto. Dunque un effetto va ricondotto ad una causa specifica, e questa ad una causa generica, fino a raggiungere una causa ultima (per non anda- re nella regressione all'infinito bisogna postulare una causa ultima ovvero la prakrti) Argomentazioni analoghe sono usate per dimostrare l'esistenza dei guna, che sono i componenti della prakrti e che ve- gono percepiti solo nei loro effetti (essi non sono qualità della prakrti, ma puramente e semplicemente come la prakrti è fatta)= bisogna spiegare l'animofromismo e la loro differenza di comportamento tra quando sono in equilibrio e quando sono in squilibrio. I guna sono soggetti ad un mutamento continuo: nella fase di manifestazione dell'universo i guna si
  • Negativo, avita (che adopera esempi negativi) consiste nel trovare qualche cosa eliminando qualsiasi altra alternati- va (ragionamento per esclusione). “il suono può essere definito come una qualità una volta dopo aver constatato che non può essere un’attività, una sostanza, una relazione, una qualsiasi altra categoria..” non ci si arriva quindi per via diretta ma per via negativa Ricorda: la logica indiana è sempre contenutistica (formalizzata ma non formale).
  • Testimonianza verbale autorevole (Shabda). Per le scuole sacerdotali è la parola del Veda (il Veda è vero per de- finzione), ma ci sono altri modi per intendere tale testimonianza: uno che parla di un argomento che conosce bene (maestro con trasmissione non interrotta che ha discepoli), chiunque ha una competenza riconosciuta in qualsiasi materia e di una qualsiasi parte dello scibile, e se non contestata, è una fonte autorevole. Il veda non può essere smentito. Essa è costituita da un'affermazione autorevole che ci fornisce conoscenza su oggetti che non pos- sono essere né inferiti né percepiti. Si tratta di una conoscenza verbale, in cui intervengono fattori costituiti da significante, significato e oggetto denotato dal significato. La comprensione della frase richiede la com- prensione delle parole che la costituiscono. La parola, testimonianza verbale autorevole è un ambito della cono- scenza che non ricade sotto la percezione e nemmeno sotto l’inferenza. Vi rientra tutto il campo dell’etica (è solo il veda che mi dice cosa è bene e cosa è male). La frase veicola un significato unitario. La linguistica indiana è frasale, l’unità minima di significato è infatti la frase. La testimonianza mondana è soggetta a errore (mondana= derivante da una persona, come il maestro) mentre la testimonianza del veda non è soggetta a errore. Il vedanta è quello che riconosce più fonti di conoscenza. Questi tre mezzi di conoscenza sono quelli riconosciuti dal Samkia (gli altri prahamana sono la somma di questi 3). Altre scuole riconoscono altri mezzi di conoscenza valida. Mezzi di conoscenza valida ulteriori sono:
  • Paragone o analogia (upamana, sub pensiero, pensiero subordinato). Un cittadino si reca in campagna e vuole anda- re nella foresta, ma il contadino gli dice di stare attento perché può incontrare un bovino selvatico, il cittadino sa solo com'è fatta una vacca normale e il contadino glielo descrive come una grande vacca dallo sguardo cattivo. Il cittadino nella foresta riesce a riconoscere un bovino selvatico e riesce a salvarsi grazie alla descrizione del contadino. L'analo- gia è una combinazione dei 3 mezzi di conoscenza valida precedenti (non è un mezzo di conoscenza autonomo e quindi alcune scuole non lo inglobano nei mezzi di conoscenza valida): c'è una parte di percezione viziata da un pre- giudizio (descrizione), c'è la parola autorevole del contadino (somma di dati percettivi, somma di dati autorevoli, ma mancano i dati inferenziali)
  • Presunzione (egli è grasso, ma non lo vedo mangiare di giorno allora mangia di notte): ci sono due dati percettivi che vengono combinati. Qui si arriva ad una probabilità epistemologica non ad una certezza (egli è grasso magati perché ha dei problemi ormonali).
  • Non cognizione (anupamakti) è un processo conoscitivo che accerta la non esistenza di un oggetto di analisi. Es. sco- lastico: sul tavolo non c'è un vaso, ciò che mi permette di affermarlo è questo mezzo. Il niaia dice che l'inesistenza del vaso sul tavolo è una realtà ontologica. La coscienza deve usufruire della mediazione dei sensi e dell'organo interno. Noi siamo soggetti a limitazione e quindi non conosciamo tutta la realtà anche se il purusa è omnipervadente. Mente come specchio d'acqua che può essere può o meno riflettente Conoscenza valida comprende 3 fattori:
  • soggetto conoscente purusa
  • oggetto di conoscenza
  • mezzo di conoscenza (prahamana, modificazione dell'intelletto che consente al soggetto di conoscere) La teoria dell'errore che è importante nella gnoseologia indiana a pari della teoria della conoscenza. L’errore conoscitivo è un fatto d’esperienza comune che dalla filosofia indiana viene considerato come degno di rifles- sione. Secondo il samkia l’errore gnoseologico si pronuncia tramite la dottrina della mancata apprensione, della non apprensione (errore gnoseologico si produce attraverso un meccanismo detto "dottrina della mancata appren- sione"). Eccone le implicazioni:
  • Errore= caso di omissione, mancata osservazione (errore in quanto non si comprende che relazione c'è tra soggetto e predicato). L'errore è una conoscenza incompleta che sorge da una mancata discriminazione. Esempio scolastico dello scambio di una fune per un serpente. La genesi di un giudizio erroneo consiste nella manca- ta apprensione dell’assenza di una relazione tra il questo percepito e il serpente (solo oggetto di memoria evocativa, il serpente è solo evocato dalla memoria quando la fune viene per esso scambiata, che è il questo percepito invece). Tra i due non c’è relazione effettiva (tra soggetto e predicato della frase). Nel non vedere ciò consiste l’errore, che è conoscenza incompleta che sorge da una mancata discriminazione. Altre dottrine sull’errore...
  1. Dottrina dell’apprensione reale, per la quale l’oggetto erroneamente ipotizzato è reale
  2. VS un insieme di dottrine, definite con il nome di dottrina dell’apprensione irreale, in cui l’oggetto (cioè l’oggetto er- roneamente ipotizzato) dell’errore non è reale! In questa dicotomia resta fuori il vedanta shankariano. Per il quale l’oggetto dell’errore è inesprimibile, indecidibile come reale o irreale. È come un deus ex machina quest’”inesprimibile”, “ineffabile”, per la filosofia shankariana. Soteriologia, ciò che conduce alla liberazione e alla salvezza

Tutte le scuole sacerdotali hanno come faro della speculazione filosofica la sosteriologia: non conta la descrizione della realtà (filosofia non si occupa del funzionamento della realtà), ma conta la liberazione dell'uomo dal ciclo delle rinascite (i materialisti non sono compresi in questo ragionamento, ma non sono immuni dal fine sosteriologico perché per loro non esistono dei, ma la retribuzione delle azioni avviene in terra tramite il potere costituito (per loro il potere statale è legge inerrabile, il potere costituito sostituisce gli dei in terra e non ammette opposizioni) Il desiderio di sottrarsi ad una triplice sofferenza è insito in ogni essere umano e le 3 sofferenze sono:

  • derivate dall'interno
  • derivate da altre cause esterne dovute ad altri essere viventi
  • derivate da cause esterne inorganiche La liberazione consiste in un processo conoscitivo, bisogna superare ignoranza e nescenza. La concezione di base dalla struttura filosofica indiana è la scuola del Samkia (fondamento della filosofia india- na). La liberazione consiste in un processo conoscitivo, bisogna superare ignoranza e nescenza. L'ignoranza consi- ste nella non-conoscenza che tra purusa e prakrti non ci sono relazioni (convinzione erronea che ci sia una re- lazione effettiva tra purusa e prakrti). C'è una differenza epistemologica e di punti di vista (la liberazione si ha quando non si vede più la connessione tra purusa e prakrti, la schiavitù si ha quando si vede tale connessione che però è illusoria), tra i due principi non ci sono connessioni perché purusa è puro soggetto, non può essere mai reificato o reso oggetto, mentre il prakrti è puro oggetto. Così si arriva al vedanta (purusa=atman). Piacere-dolore, merito-demerito: sono di pertinenza della prakrti, il purusa non è mai coinvolto ("Al di là del bene e del male" passo upanishadico ripreso da Schopenhauer, qui la conoscenza va al di là di bene e male e l'esperienza conoscitiva va al di là dell'esperienza etica). La verità semplice che va raggiunta per la liberazione è che tra purusa e prakrti non hanno niente in comune (conoscen- za della discriminazione tra purusa e prakrti= liberazione). Il purusa trascende ogni connessione con la prakrti. Ci sono 2 liberazioni:
  • liberazione mentre si è in vita, prima che il suo corpo muoia (essi sono liberati in vita): questa liberazione è molto rara, perché è raro che il fardello delle attività e delle scelte morali venga azzerato in vita (molto più spesso la responsabili- tà delle scelte morali viene azzerata dopo la morte oppure non viene azzerata e il soggetto deve rinascere)
  • liberazione senza corpo, liberazione dopo la morte dell'organismo fisico La molla per ottenere la liberazione scatta in pochi individui e solo pochissimi di essi potranno raggiungere la liberazione in vita. La liberazione trascende l'etica e porta a delle conclusioni: il liberato non è più soggetto a vincoli etici, il liberato in vita ha trasceso la differenza tra bene e male (non è più legato al merito del bene e al demerito del male) Il samkia inizia da una posizione atea per approdare ad una posizione blandamente teistica. All'inizio non crede all'esistenza di un Isvarà (signore supremo) che sovrintende al gioco dialettico dei tre guna all'interno della prakrti. Il sa- mkia vuole delle prove sull'inesistenza di dio:
  1. dio non può essere la causa ultima del mondo, perché dio è eterno, immutabile e imperituro mentre il mondo è peri- turo e mutevole. Ma la causa non può avere caratteristiche diametralmente opposte rispetto all'effetto (una causa immutabile non può avere un effetto mutevole).
  2. se c'è totale alterità tra dio e mondo allora la causa del mondo è la prakrti, caratterizzata dall'inesauribile mutamento intrinseco al gioco dei guna, che fanno e disfano universi (i guna sono mutevoli e in trasformazione proprio come il mondo)
  3. dal momento che la prakrti non è intelligente, allora si può dire che ci sia un principio cosciente che la governi, cioè un purusa esente da ogni difetto, che coincide con la concezione di dio. Ma proprio perché è un purusa, che ha ruo- lo puramente conoscitivo, non può agire sul mondo, non può agire sulla prakrti e non ha niente a che fare con la prakrti (non può esserci una causa che sta dalla parte del purusa e un effetto che sta dalla parte della prakrti). Gui- dare la prakrti non è uno scopo di dio perché dio non ha desideri o scopi da raggiungere perché è illimitato e perfet- to
  4. il mondo è pieno di sofferenza e non si può dire che dio si impegni a mostrare la perfezione e il bene degli esseri con la creazione del mondo (gli esseri provano più sofferenze che esperienze positive)
  5. la credenza in dio è incoerente con la realtà dei principi coscienti individuali, che dovrebbero essere considerati sue parti, ma allora dovrebbero condividerne i poteri, ma ciò non si constata. I singoli purusa non possono essere parte di dio perché se no avrebbero le stesse caratteristiche di dio, ma così non è (i singoli esseri non sono eterni, perfetti, imperituri.....) Dio non esiste e è la prakrti che manifesta il mondo per il bene degli esseri come il latte che sgorga dalla vacca per nutrire il vitello (immagine non va bene perché la vacca è cosciente ed è un purusa e il latte scorre perché la vacca prova amore nei confronti del vitello). Il samkia seriore crede in un dio che è libero da sempre, crede in un purusa diverso dagli altri, cioè non sotto- posto alla schiavitù della credenza della connessione tra purusa e prakrti e quindi libero. Dio non è mai preda dell'illusione della connessione tra purusa e prakrti (esempio scolastico dio è un purusa la cui sola prossimità induce la prakrti ad agire come la calamita attrae la limatura di ferro. Il purusa non fa niene attivamente per far iniziare l'attività nella prakrti, ma la prakrti è spinta ad agire solo dalla sua vicinanza).