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Riassunto alcuni capitoli Teoria sociologica - Ritzer, Stepnisky, Sintesi del corso di Sociologia Avanzata

Riassunto dei seguenti capitoli del libro: Etnometodologia; Teorie dello scambio, della rete e della scelta razionale; Teoria femminista contemporanea; Integrazione micro-macro e integrazionee agency-struttura; Teorie della razza e del colonialismo

Tipologia: Sintesi del corso

2022/2023

Caricato il 29/09/2023

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ETNOMETODOLOGIA
Nell’etnometodologia, il mondo è visto come incessante realizzazione pratica e le persone come attori dotati di
razionalità pratica, e non logica, che serve a svolgere le mansioni della vita quotidiana. L’etnometodologia studia i
metodi che le persone usano abitualmente per crearla. La definizione di etnometodologia= corpo della conoscenza
di senso comune e metodi (serie di procedure e considerazioni) per mezzo dei quali i membri della società
ordinano, dotano di senso e modificano le circostanze in cui si trovano. Il fondatore è Garfinkel. Egli, come
Durkheim, considera fondamentali i “fatti sociali”. Tuttavia, Durkheim li ritiene esteri e coercitivi nei confronti
degli individui, mentre Garfinkel critica quest’immagine di attori vincolati “narcotizzati nella facoltà di giudizio”.
Per contro, l’etnometodologia tratta l’oggettività dei fatti sociali come prodotto delle loro attività metodologiche.
Il nucleo dell’etnometodologia è lo studio dell’organizzazione della vita quotidiana, ossia la società ordinaria.
L’etnometodologia non può considerarsi macrosociologia, ma neppure microsociologia. Né ritiene che l’uomo sia
quasi infinitamente riflessivo e calcolatore; piuttosto, come sostiene Schutz, l’azione è abitudinaria e
relativamente inconsapevole. Gli etnometodologi non si concentrano sugli individui ma sui membri, che non sono
considerati isolati ma come attività di membri. Il loro oggetto di studio sono le pratiche artificiali con cui
producono strutture organizzative su larga scala e struttura interattiva o personale su scala ridotta. Uno dei punti
chiave di Garfinkel sui metodi è che siano accountable, cioè riflessivamente rendicontabili. I resoconti o accounts
sono i modi con cui le persone danno senso al mondo e gli etnometodologi dedicano molta attenzione ad
analizzarli, così come alle pratiche con cui vengono presentati, accolti o rifiutati da altri. Ecco perché si
focalizzano sull’analisi delle conversazioni. Nell’analisi dei resoconti, gli etnometodologi usano una postura di
“indifferenza etnometodologica”: non giudicano la natura dei resoconti ma li analizzano per come sono fruiti
nell’azione pratica e dunque in quanto metodi necessari al parlante e all’ascoltatore per esprimere, comprendere e
accettare o rifiutare tali resoconti. Gli etnometodologi disincantano il lavoro degli scienziati, sottolineando che
tutti i tipi di scienziati, sociologi inclusi, stendono resoconti contenenti interpretazioni di senso comune. Allora, se
le scienze si fondano in gran parte sul senso comune, gli etnometodologi possono studiare i resoconti del
sociologo nello stesso modo in cui studiano quelli del profano. I resoconti sono riflessivi in quanto entrano nella
costruzione dello stato delle cose che rendono osservabili: provando a descrivere le persone fanno, alteriamo la
natura del loro comportamento. Per esempio, i sociologi alterano il comportamento dei soggetti osservati come
conseguenza dell’osservazione che attuano su di loro o come reazione alle descrizioni del loro comportamento.
Diversificazione dell’etnometodologia
L’etnometodologia fu inventata da Garfinkel verso la fine degli anni 40 del 900, ma fu sistematizzata per la prima
volta con la pubblicazione del suo Studies in Ethnometodology del 1967. Nel corso degli anni è cresciuta e si è
diffusa lungo molte direzioni diverse. Nel decennio successivo alla pubblicazione del libro, Don Zimmermann
constatò che vi fossero molte varietà di etnometodologia e Atkinson sottolineò la mancanza di coerenza di questo
approccio.
Studi di ambienti istituzionali
Maynard e Clayman presentano due lavori in particolare che risultano essenziali. Cominciamo dagli studi di
ambienti istituzionali. I primi studi etnometodologi di Garfinkel erano svolti in ambienti casuali e non
istituzionali, come una casa. In seguito, si cominciò a studiare le pratiche quotidiane in una grande varietà di
ambienti istituzionali come tribunali e ambulatori. Un approccio che conobbe il suo picco negli anni 90. Lo scopo
era comprendere come le persone svolgono i propri compiti ufficiali + costruiscono, nel frattempo, l’istituzione in
cui il compito è svolto. Infatti, gli studi sociologi convenzionali di tali ambienti istituzionali si concentrano sulla
loro struttura per spiegare cosa fanno le persone. Invece, per gli etnometodologi gli attori non sono determinati da
forze esterne, anzi le usano per fabbricare i prodotti delle istituzioni. Ad esempio, i tassi di criminalità compilati
da un dipartimento di polizia non rispondono solo a norme eseguite alla lettera, ma si fondano anche sul lavoro
interpretativo di professionisti, i quali utilizzano una serie di procedure di senso comune per decidere lungo il
processo, a partire dalla classificazione dei casi.
Analisi conversazionale
La seconda variante è l’analisi della conversazione, un metodo che mira a comprendere le strutture
dell’interazione conversazionale perché la ritiene definita da criteri in linea con gli elementi fondamentali
dell’etnometodologia. L’analisi conversazionale si basa sul presupposto che le conversazioni siano il pilastro di
altre forme di relazione interpersonale, nonché la forma di interazione più pervasiva. Così le conversazioni sono
usate per comprendere quello che accade tra i due interlocutori. Questo perché il nucleo dell’analisi
conversazionale è costituito dai vincoli di ciò che viene detto. Dunque, le conversazioni sono viste come strutture
sequenziale ordinate internamente. Zimmerman distingue 5 principi fondamentali per l’analisi conversazionale
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ETNOMETODOLOGIA

Nell’etnometodologia, il mondo è visto come incessante realizzazione pratica e le persone come attori dotati di razionalità pratica, e non logica, che serve a svolgere le mansioni della vita quotidiana. L’etnometodologia studia i metodi che le persone usano abitualmente per crearla. La definizione di etnometodologia = corpo della conoscenza di senso comune e metodi (serie di procedure e considerazioni) per mezzo dei quali i membri della società ordinano, dotano di senso e modificano le circostanze in cui si trovano. Il fondatore è Garfinkel. Egli, come Durkheim, considera fondamentali i “fatti sociali”. Tuttavia, Durkheim li ritiene esteri e coercitivi nei confronti degli individui, mentre Garfinkel critica quest’immagine di attori vincolati “narcotizzati nella facoltà di giudizio”. Per contro, l’etnometodologia tratta l’oggettività dei fatti sociali come prodotto delle loro attività metodologiche. Il nucleo dell’etnometodologia è lo studio dell’organizzazione della vita quotidiana, ossia la società ordinaria. L’etnometodologia non può considerarsi macrosociologia, ma neppure microsociologia. Né ritiene che l’uomo sia quasi infinitamente riflessivo e calcolatore; piuttosto, come sostiene Schutz, l’azione è abitudinaria e relativamente inconsapevole. Gli etnometodologi non si concentrano sugli individui ma sui membri, che non sono considerati isolati ma come attività di membri. Il loro oggetto di studio sono le pratiche artificiali con cui producono strutture organizzative su larga scala e struttura interattiva o personale su scala ridotta. Uno dei punti chiave di Garfinkel sui metodi è che siano accountable, cioè riflessivamente rendicontabili. I resoconti o accounts sono i modi con cui le persone danno senso al mondo e gli etnometodologi dedicano molta attenzione ad analizzarli, così come alle pratiche con cui vengono presentati, accolti o rifiutati da altri. Ecco perché si focalizzano sull’analisi delle conversazioni. Nell’analisi dei resoconti, gli etnometodologi usano una postura di “indifferenza etnometodologica”: non giudicano la natura dei resoconti ma li analizzano per come sono fruiti nell’azione pratica e dunque in quanto metodi necessari al parlante e all’ascoltatore per esprimere, comprendere e accettare o rifiutare tali resoconti. Gli etnometodologi disincantano il lavoro degli scienziati, sottolineando che tutti i tipi di scienziati, sociologi inclusi, stendono resoconti contenenti interpretazioni di senso comune. Allora, se le scienze si fondano in gran parte sul senso comune, gli etnometodologi possono studiare i resoconti del sociologo nello stesso modo in cui studiano quelli del profano. I resoconti sono riflessivi in quanto entrano nella costruzione dello stato delle cose che rendono osservabili: provando a descrivere le persone fanno, alteriamo la natura del loro comportamento. Per esempio, i sociologi alterano il comportamento dei soggetti osservati come conseguenza dell’osservazione che attuano su di loro o come reazione alle descrizioni del loro comportamento. Diversificazione dell’etnometodologia L’etnometodologia fu inventata da Garfinkel verso la fine degli anni 40 del 900, ma fu sistematizzata per la prima volta con la pubblicazione del suo Studies in Ethnometodology del 1967. Nel corso degli anni è cresciuta e si è diffusa lungo molte direzioni diverse. Nel decennio successivo alla pubblicazione del libro, Don Zimmermann constatò che vi fossero molte varietà di etnometodologia e Atkinson sottolineò la mancanza di coerenza di questo approccio. Studi di ambienti istituzionali Maynard e Clayman presentano due lavori in particolare che risultano essenziali. Cominciamo dagli studi di ambienti istituzionali. I primi studi etnometodologi di Garfinkel erano svolti in ambienti casuali e non istituzionali, come una casa. In seguito, si cominciò a studiare le pratiche quotidiane in una grande varietà di ambienti istituzionali come tribunali e ambulatori. Un approccio che conobbe il suo picco negli anni 90. Lo scopo era comprendere come le persone svolgono i propri compiti ufficiali + costruiscono, nel frattempo, l’istituzione in cui il compito è svolto. Infatti, gli studi sociologi convenzionali di tali ambienti istituzionali si concentrano sulla loro struttura per spiegare cosa fanno le persone. Invece, per gli etnometodologi gli attori non sono determinati da forze esterne, anzi le usano per fabbricare i prodotti delle istituzioni. Ad esempio, i tassi di criminalità compilati da un dipartimento di polizia non rispondono solo a norme eseguite alla lettera, ma si fondano anche sul lavoro interpretativo di professionisti, i quali utilizzano una serie di procedure di senso comune per decidere lungo il processo, a partire dalla classificazione dei casi. Analisi conversazionale La seconda variante è l’analisi della conversazione, un metodo che mira a comprendere le strutture dell’interazione conversazionale perché la ritiene definita da criteri in linea con gli elementi fondamentali dell’etnometodologia. L’analisi conversazionale si basa sul presupposto che le conversazioni siano il pilastro di altre forme di relazione interpersonale, nonché la forma di interazione più pervasiva. Così le conversazioni sono usate per comprendere quello che accade tra i due interlocutori. Questo perché il nucleo dell’analisi conversazionale è costituito dai vincoli di ciò che viene detto. Dunque, le conversazioni sono viste come strutture sequenziale ordinate internamente. Zimmerman distingue 5 principi fondamentali per l’analisi conversazionale

I) Dettagliata raccolta e analisi di dati emersi durante gli scambi. Non sono costituite solo da parole, ma anche esitazioni, interruzioni, silenzi, schiarimenti della voce e comportamenti non verbali, tendenzialmente accessibili attraverso la registrazione video II) Ogni dettaglio è visto come realizzazione ordinata disposta dalle attività metodiche degli attori stesi e non dall’etnometodologo III) L’interazione, in generale e la conversazione, in particolare, hanno proprietà stabili e ordinate, che sono le realizzazioni degli attori coinvolti. Le conversazioni sono infatti trattate come oggetti autonomi e separabili dai processi cognitivi degli attori e dal contesto in cui sono inserite IV) La cornice fondamentale di ogni conversazione è l’organizzazione delle sequenze (sequenziale) V) L’andamento dell’interazione conversazionale si svolge partendo dalla turnazione. Qui Zimmerman evoca la distinzione di Heritage tra conversazione formata dal contesto, nel senso che ciò che viene detto in un momento è formato dal contesto sequenziale precedente della conversazione vs conversazione che rinnova il contesto, cioè quando quello che viene detto nel turno attuale diviene parte del contesto per i turni successivi. Dal punto di vista metodologico, gli analisti della conversazione usano registratori o videocamere: questo metodo visuale consente alle info di scaturire dal mondo quotidiano senza essere imposte dal ricercatore, il quale può peraltro esaminare e riesaminare il lavoro di individuazione delle sequenze di una conversazione reale fino al minimo dettaglio. Breaching esperiments Tra le prime ricerche etnometodologiche troviamo gli esperimenti di rottura. L’obiettivo è violare consapevolmente la realtà sociale per far emergere i metodi con cui le persone la costruiscono e ricostruiscono. I presupposti sono: a) la produzione metodica della vita sociale avviene in continuazione b) i partecipanti non sono consapevoli di intraprendere determinate azioni per crearla. Nel corso della sua opera, Garfinkel fornisce una serie di esempi di esperimenti di rottura, la mgpt svolti dai suoi studenti in ambienti casuali, per illustrare i principi fondamentali dell’etnometodologia. Chiese ai suoi studenti di trascorrere del tempo nelle proprie case immaginando di essere ospiti di una pensione. Le reazioni di frustrazione dei familiari indicano quanto sia importante che le persone si comportino in modo coerente con i presupposti del senso comune. Ciò che maggiormente interessava Garfinkel era comprendere come i membri della famiglia provassero ad affrontare la rottura: domandavano allo studente spiegazioni circa il suo comportamento, ma provavano anche a spiegarlo a sé stessi attingendo a motivazioni precedentemente acquisite (es. lite con il fidanzato). Queste spiegazioni sono importanti per i partecipanti poiché li aiutano a sincerarsi che, in circostanze normali, l’interazione si svolgerebbe senza problemi. Il rifiuto delle spiegazioni da parte dello studente suscita nelle familiari emozioni più forti, portandoli a passare dalla comprensione all’attacco (isolano, denunciano o si rivoltano contro il colpevole), poiché ritengono necessarie reazioni più intense per ristabilire l’equilibrio. Questi esperimenti rivelano anche la resilienza della realtà sociale, dal momento che i soggetti si affrettano a normalizzare la rottura, cioè rendere la situazione più accettabile secondo i propri canoni. Realizzare il genere Sebbene il genere sia biologicamente fondato, si tende a pensare che le persone manifestino certi comportamenti come diretta conseguenza della loro struttura biologica. Invece, la sessuazione è una realizzazione pratica. L’etnometodologia ha indagato la questione del genere, che va ricondotta a uno degli esempi di Garfinkel. Negli anni 50, Garfinkel incontrò Agnes, che aveva l’aspetto di una donna e combaciava quasi perfettamente con l’ideale femminile, ma scoprì che era nata maschio e lo era rimasta fino all’età di 16 anni. In seguito, era scappata di casa e aveva incominciato a vestirsi da donna, ma si era accorta che indossare vestiti femminili non bastava, doveva imparare a comportarsi o “passare” per donna, se voleva essere accettata come tale. Garfinkel era interessato alle pratiche del “passare” che consentirono ad Agnes di funzionare come donna in società. Ciò dimostra che non nasciamo semplicemente uomini o donne, ma dobbiamo anche imparare a usare abitualmente pratiche di senso comune che ci consentono di presentarci agli altri come tali. Dunque, anche la categoria di genere può essere intesa come realizzazione di una serie di pratiche situate. Critiche alla sociologia tradizionale Gli etnometodologi criticano i sociologi tradizionali perché li ritengono responsabili di imporre la loro realtà al mondo sociale: innamorati della propria visione del mondo, non riescono a condividere la stessa realtà delle persone che vi abitano. La sociologia tradizionale non è stata sufficientemente attenta e rispettosa nei confronti del mondo quotidiano: ne ha reso inaccessibili gli aspetti più essenziali, concentrandosi su un mondo costruito che li

I suoi principi derivano dall’economia neoclassica (utilitarismo e teoria dei giochi). Friedman e Hechter hanno composto lo scheletro della teoria della scelta razionale. Il suo centro è l’attore dotato di intenzionalità, cioè fini verso cui dirigere la sua azione. Gli attori sono visti come tenutari di priorità o valori. La scelta razionale si osserva nell’azione che compiono per raggiungere obiettivi coerenti con la gerarchia di preferenze. Bisogna però considerare due grandi vincoli all’azione

  1. Disparità nell’accesso/possesso di risorse, che può portare a risultati insoddisfacenti. Ad essa si collegano anche i costi: nel perseguire uno scopo, gli attori devono tenere presenti i costi delle rinunce. Peraltro, nel caso in cui le loro risorse siano contenute, è possibile che nello sforzo per raggiungere un fine mettano a repentaglio anche le possibilità alternative, esaurendo i mezzi.
  2. Istituzioni sociali, che esercitano un’influenza sistematica sugli eventi sociali: elargiscono sanzioni positive e negative per incoraggiare o scoraggiare certe azioni. Altre due idee fondamentali nella teoria della scelta razionale  Meccanismo di aggregazione = processo per cui singole azioni separate si combinano per produrre l’evento sociale  Importanza dell’informazione nel compiere scelte: la quantità e qualità di info accessibili è variabile e la variabilità ha effetti profondi sulle scelte. Teoria dello scambio Homas Il cuore di questa teoria può essere sintetizzato in alcune proposizioni, una parte riguarda almeno due individui interagenti. Homans sostenne che siano proposizioni fondate su principi psicologici per due motivi a. sono testate empiricamente da persone che chiamano sé stesse “psicologi” b. hanno un legame specifico con l’individuo nella società. Quindi riguardano il comportamento dei singoli umani che è oggetto della psicologia, non gruppi o società, Di conseguenza ammise di essere un “riduzionista psicologico”. Considerava il riduzionismo = processo di mostrare come le proposizioni di una data scienza derivino logicamente dalle proposizioni generali di un’altra. Non pensava agli individui come entità isolate: li riconosceva esseri sociali che trascorrono gran parte del tempo in interazione. Non negava nemmeno l’idea durkheimiana di interazione da cui emerge qualcosa di nuovo, anzi, sosteneva che queste proprietà emergenti si potessero spiegare tramite principi psicologici. Infatti non riteneva necessarie nuove proposizioni sociologiche per spiegare i fatti sociali. Come esempio usò il concetto di norma, che non vincola automaticamente gli individui: si conformano perché percepiscono un vantaggio ed è la psicologia a trattare l’effetto del vantaggio percepito sul comportamento. Delineò un programma per <> alla sociologia. Però provò anche a elaborare una teoria psicologica o sulle “forme elementari della vita sociale”, che cerca di spiegare il comportamento sociale elementare in termini di costi e benefici: come attività di scambio, più o meno gratificante o costoso, tra almeno due persone. Utilizzò il principio psicologico per il quale le persone agiscono in modo da accrescere le gratificazioni. Secondo lui, gli struttural-funzionalisti si erano limitati a creare categorie concettuali, ma una sociologia scientifica ha anche bisogno di una serie di proposizioni generali che spieghino i rapporti tra quelle categorie. Senza, la spiegazione è impossibile e dunque affidò a sé stesso l’incarico di elaborarle; esse costituiscono il fondamento della teoria dello scambio. Nel suo Social Behavior: Its Elementary Forms , riconobbe che la sua teoria dello scambio derivava sia dall’economia elementare (teoria della scelta razionale) + sia dalla psicologia comportamentista. Infatti, rifiutò l’etichetta “teoria dello scambio” per la propria opera, poiché la considerava una psicologia comportamentista applicata a situazioni specifiche. In effetti, cominciò la propria opera riportando l’esempio del paradigma comportamentista utilizzato da Skinner nello studio sui piccioni, in cui troviamo un operante (comportamento del piccione) e un rinforzatore (chicchi) per premiare il comportamento dell’animale. Il piccione viene da Homans presentato come impegnato in una relazione di scambio unilaterale, mentre ritiene gli scambi umani almeno bilaterali: il piccione va rinforzato col mangime, ma lo psicologo non è rinforzato dalle beccate del picione, poiché il primo intrattiene col secondo lo stesso rapporto che avrebbe con l’ambiente fisico. Egli definisce questa dimensione “comportamentismo individuale”, il cui studio andava relegato alla psicologia, mentre il sociologo doveva studiare il comportamento sociale, dove l’attività di almeno due animali funziona da rinforzo o punizione per l’attività di altri e ciascuno esercita un’influenza sull’altro. È significativo il fatto che Homans non ritenga necessaria l’introduzione di alcuna proposizione nuova per spiegare il comportamento sociale, in quanto le leggi del comportamento individuale elaborate da Skinner spiegherebbero anche quello sociale, nella misura in cui si tiene conto delle complicazioni del rinforzo reciproco. Vediamo alcune proposizioni mediante cui Homans spiegava il comportamento umano.

Proposizione del successo Tra tutte le azioni svolte dalle persone, più spesso se ne premia una, più facilmente la persona la metterà in atto. Nel comportamento che rientra nella proposizione del successo  È vero che gratificazioni sempre più frequenti portano ad azioni sempre più frequenti, ma questa reciprocità non può proseguire all’infinito: a un certo punto gli individui non possono più agire con tanta regolarità  Tanto più breve è l’intervallo tra comportamento e ricompensa, quanto più è probabile che quella persona ripeta l’azione in oggetto  È più probabile che suscitino la ripetizione di un comportamento ricompense intermittenti piuttosto che gratificazioni regolari, poiché portano alla noia. Proposizione dello stimolo Se in passato uno stimolo, o serie di stimoli, si è rivelato occasione di ricompensa per l’azione di una persona, allora più gli stimoli attuali sono simili a quello del passato più è probabile che la persona esegua la stessa o una simile azione. Homans era interessato a  processo di “generalizzazione” = tendenza a estendere un comportamento a circostanze simili. Tuttavia, è altrettanto importante il  processo di “discriminazione”: l’attore potrebbe voler svolgere un’azione soltanto a determinate condizioni che si sono rivelate efficaci in passato. Al tempo stesso, se le condizioni per raggiungere il successo sono troppo complicate da realizzarsi, allora potrebbero non essere sufficienti.  Se lo stimolo viene somministrato troppo tempo prima rispetto alla richiesta di un comportamento, quest’ultimo potrebbe non innescarsi  Un attore può sensibilizzarsi eccessivamente agli stimoli. In particolare, se non sono per lui molto rilevanti, potrebbe perdere interesse. Però, tutto questo viene sempre moderato dal livello di allerta e attenzione agli stimoli Proposizione del valore Tanto più una persona considera alto il valore del risultato della sua azione, quanto più sarà propensa a eseguirla. Le persone sono più inclini a mettere in atto il comportamento desiderato, quando determinate ricompense hanno un valore elevato per loro. Ecco perché introduce i concetti di ▪ premio = azioni con valori positivi ▪ punizione = azioni con valori negativi. Homans scoprì che le punizioni non sono un mezzo efficace per costringere le persone a cambiare il comportamento, poiché gli individui possono reagire con modalità indesiderate. È preferibile non ricompensare comportamenti negativi finché scompaiono da soli. I premi possono essere ▫ materiali, come il denaro ▫ altruistici, come aiutare gli altri. Proposizione di deprivazione/sazietà Più spesso, in un passato recente, una persona ha ricevuto un certo premio, meno valore avrà ai suoi occhi ogni sua ulteriore somministrazione. Qui il tempo svolge un ruolo fondamentale: è meno probabile che gli individui si sentano saziati dai premi se sono distribuiti su un arco temporale lungo. A questo punto Homans definisce altri due concetti importanti ▪ costo di ogni comportamento = insieme di premi persi nel perseguire linee di azione alternative ▪ profitto nello scambio sociale = quantità di premi ottenuta in più rispetto ai costi sostenuti. Questo concetto ha suggerito ad Homans di riformulare la proposizione di deprivazione/sazietà: tanto maggiori sono i profitti che la persona ottiene come risultato di un’azione, tanto più probabilmente la eseguirà. Proposizione di aggressione/approvazione Proposizione A. Quando una persona non riceve il premio atteso o riceve una punizione che non si aspettava, si arrabbierà e sarà più probabile un suo comportamento aggressivo, poiché i risultati di questo acquisiranno maggior valore per lei. Homans ammise che quando una persona non ottiene ciò che si aspetta , si dice frustrata. Se la Proposizione A si riferisce solo alle emozioni negative, la proposizione B riguarda emozioni positive.

capacità di elargire premi continueranno a ricevere ricompense dei potenziali leader, che di solito servono a compensare i timori di divenirne dipendenti. Alla fine, gli individui con maggior abilità di premiare emergono come leader e il gruppo si differenzia. L’inevitabile differenziazione del gruppo in leader vs gregari crea un nuovo bisogno di integrazione: vengono mobilitate forze specifiche per reintegrare il gruppo  Per ottenere l’integrazione con gli altri gregari, si mostra la propria debolezza, dichiarando pubblicamente che non si intende più essere leader = auto-deprecazione. Induce alla simpatia e accettazione sociale da parte di altri altrettanto sconfitti nella selezione.  Il capo, a sua volta, a questo punto si prodiga in una sorta di auto-deprecazione al fine di migliorare il livello di integrazione generale del gruppo, ammettendo che i subordinati sono superiori in alcuni campi. Così riduce la sofferenza generata dalla subordinazione e dimostra che non cerca di esercitare controllo totale in ogni area della vita del gruppo. A livello sociale, Blau distinse due tipi di organizzazione sociale. Questo punto segna una differenza fondamentale tra lui e i comportamentisti puri  Nel primo tipo di organizzazione riconosce le proprietà emergenti dei gruppi sociali. Quindi l’organizzazione sorge dai processi di scambio e competizione descritti  Il secondo tipo non è emergente, ma stabilito direttamente per raggiungere obiettivi specifici. Nel discutere questi due tipi di organizzazione, Blau voleva evidenziare i sottogruppi al loro interno. Ad esempio, in entrambi sono presenti gruppo dei leader vs gruppo di opposizione. Inoltre, nel primo tipo emergono dalla struttura dell’organizzazione, nel secondo leadership e opposizione si costituiscono nella struttura dell’organizzazione. In entrambi i casi, la differenziazione tra gruppi è inevitabile e getta le basi per l’opposizione e il conflitto tra leader e gregari nella stessa organizzazione. Blau sapeva che avrebbe dovuto adattare la teoria dello scambio al livello sociale e riconobbe la differenza essenziale tra piccoli gruppi e grandi collettività, mentre Homans l’aveva sempre minimizzata. Così Blau si distanzia dal comportamentismo sociale, riconoscendolo inadeguato come paradigma per strutture sociali complesse. Dunque, per affrontare le strutture più complesse parte dal paradigma comportamentista e si allinea al paradigma dei fatti sociali. Emerson Il 1972 segnò una nuova fase nello sviluppo della teoria dello scambio. Molm e Cook individuarono tre fattori fondamentali i. Emerson era interessato alla teoria dello scambio perché forniva una cornice più ampia per il suo precedente campo di ricerca: rapporto tra potere e dipendenza. Il potere gli sembrava centrale nella teoria dello scambio ii. Emerson volle usare il comportamentismo (psicologia operante) come base per la teoria dello scambio, ma evitando alcuni problemi in cui era incorso Homans: era stato accusato di presupporre un’immagine eccessivamente razionale degli umani, ma Emerson riteneva di poter usare il comportamentismo senza un attore razionale; inoltre, credeva di poter evitare la trappola della tautologia in Homans, che deduceva il comportamento individuale di scambio dal rinforzo che forniva un altro attore, ma in psicologia le reazioni comportamentali sono un tipo di rinforzo, perché rinforzo e reazione non hanno un significato indipendente. iii. Emerson riteneva di poter ovviare all’accusa di riduzionismo elaborando una prospettiva sullo scambio capace di spiegare i fenomeni macro. Emerson volle affrontare la struttura e il mutamento sociale usando relazioni e reti sociali come elementi di costruzione che collegano diversi livelli di analisi. I suoi attori potevano essere individui o ampie strutture. Quindi usò i principi della psicologia operante per una teoria della struttura sociale. I due saggi pubblicati nel 1972 gli permisero di elaborare le fondamenta della sua teoria integrativa dello scambio  Nel primo affrontò le basi psicologiche dello scambio sociale  Nel secondo affrontò le relazioni macro e strutture di rete  In seguito, rese più esplicito il rapporto micro-macro studiando strutture di scambio reticolari (exchange network structures). Sia Emerson sia Cook (la sua allieva più importante) assunsero come punto di partenza le premesse micro della teoria dello scambio. Emerson considerava i benefici prodotti e ottenuti nell’interazione sociale il primo centro di interesse e accettava i principi comportamentisti come punto di partenza, sottolineando tre presupposti fondamentali

I. Le persone che traggono vantaggi dagli eventi agiscono razionalmente affinché si presentino II. Dato che alla fine le persone si saziano degli eventi, questi perdono progressivamente utilità III. I vantaggi ottenuti dalle persone nei processi sociali dipendono dai vantaggi che sono in grado di fornire nello scambio. In questo, la teoria dello scambio indirizza la sua attenzione al flusso dei vantaggi nel corso dell’interazione. Questi tre assunti sono familiari, ma Emerson comincia a indirizzare la teoria dello scambio diversamente: in particolare, nel primo saggio si era occupato di singoli in relazione di scambio con l’ambiente, nel secondo saggio lo scopo principale era costruire una teoria dello scambio sociale in cui la struttura sociale fosse una variabile dipendente. In esso si rivolge infatti a relazioni e reti di scambio. Il fulcro della ricerca di Emerson è lo scambio relazionale tra attori. Una rete di scambio è composta da questi elementi:  Una serie di attori individuali o collettivi  Gli attori dispongono di risorse stimate  Tra attori della rete si presentano opportunità di scambio  Alcune opportunità di scambio si sono sviluppate in relazioni di scambio effettivamente intraprese  Le relazioni di scambio si connettono l’un l’altra in una struttura reticolare. In sintesi, definisce una rete di scambio = struttura sociale specifica formata da 2 o + relazioni di scambio tra attori. L’idea di rete collega lo scambio a fenomeni più macro: ogni relazione di scambio si inserisce in una rete più ampia che consiste in molteplici sequenze di relazioni di scambio connesse. Per connessione si intende che lo scambio in una relazione influisce sullo scambio in un’altra. Potremmo dire ● Rete minimale: quella in cui si hanno due relazioni di scambio diadico A-B e A-C, poiché lo scambio nella prima influenza lo scambio nella seconda. Ma non è sufficiente che abbiano un membro in comune ● Rete di scambio: quella in cui esiste una relazione tra scambi in A-B e B-C. Fa una distinzione importante tra connessioni di scambio positive: lo scambio in una influisce positivamente sullo scambio nell’altra vs negative: lo scambio contribuisce a inibire l’altro. Potere-dipendenza Emerson definiva A) Potere, il livello di costo potenziale che un attore può indurre un altro ad accettare B) Dipendenza, il livello di costi potenziale che un attore accetterà in una relazione. Queste definizioni introducono la teoria dei rapporti di potere-dipendenza, che possiamo sintetizzare nell’affermazione: <<in una relazione di scambio, il potere che un attore può esercitare sull’altro è funzionale alla dipendenza che quest’ultimo ha verso il primo>>. Un grado diverso di potere e dipendenza porta a squilibri nelle relazioni, ma col tempo si attenuano progressivamente approssimandosi a una situazione di equilibrio. Molm ritiene che le dipendenze reciproche tra attori siano i fattori strutturali determinanti nell’interazione e nel potere. Emerson sosteneva che la dipendenza dell’attore A su B è  direttamente proporzionale all’investimento motivazionale di A nei suoi obiettivi, mediati da B  inversamente proporzionale all’accessibilità di tali obiettivi per A, al di fuori della relazione di dipendenza di B da A. Nel caso del potere, per Emerson Il potere di A su B è uguale alla dipendenza di B da A| C’è un equilibrio nella relazione tra A e B quando A dipende da B, tanto quanto B dipende da A|  Quando c’è un disequilibrio di dipendenza, l’attore con meno dipendenza ha un vantaggio di potere. Dunque, il potere è un costrutto potenziale nella struttura di relazione tra A e B e può essere anche usato per acquisire ricompense dalla relazione. Studi sulla relazione potere-dipendenza si sono concentrati sulle conseguenze positive, ossia la capacità di offrire ricompense agli altri. Invece, la studiosa Molm ha deciso di approfondire le conseguenze negative, cioè l’utilizzo repressivo e punitivo del potere; infatti, il potere può derivare sia dalla capacità di premiare, sia dalla capacità di punire. In generale, ha compreso che il potere che punisce è più debole del potere che premia, in parte perché gli atti di punizione produrranno plausibilmente reazioni negative. Tuttavia, la relativa debolezza del potere che punisce può derivare dal fatto che non se ne faccia così ampio ricorso. È stato scoperto che l’uso del potere punitivo è più facilmente riconosciuto lecito quando è usato da coloro che hanno al tempo stesso il potere di elargire ricompense. Una teoria maggiormente integrativa dello scambio

che senza essi resterebbero totalmente isolati e l’isolamento contribuirebbe a un sistema sociale più frammentato; gli individui privi di legami deboli si troverebbero poi isolati in un gruppo saldamente unito e non avrebbero info su ciò che accade negli altri gruppi e nella società più ampia. Dunque, i legami deboli servono a prevenire l’isolamento e garantire una maggiore integrazione degli individui. L’analisi delle reti sociali è una disciplina relativamente giovane e in continuo sviluppo, ma la teoria delle reti sociali sembra girare su una serie di principi coerenti I. Quanto a contenuto e intensità, i legami tra attori sono solitamente simmetrici II. Gli individui vanno analizzati nel contesto della struttura di reti più ampie III. La strutturazione dei legami sociali induce a vari tipi di reti non casuali e, da un lato, sono transitive: se c’è un legame tra A e B e tra B e C, ci sarà anche un legame tra A e C, così la rete coinvolgerà tutti e tre gli elementi; dall’altro ci sono limiti all’esistenza e intensità dei legami, ossia si possono sviluppare anche cluster, insieme di reti, con vincoli distinti che li mantengono separati IV. L’esistenza di insiemi implica la possibilità di collegamenti trasversali tra singoli individui e tra insiemi V. Vi sono legami asimmetrici tra elementi di un sistema, quindi le risorse scarse sono distribuite in modo diseguale VI. La distribuzione diseguale di risorse scarse implica collaborazione e competizione. Alcuni gruppi si alleano per acquisire risorse scarseggianti in modo collaborativo, altri competono e lottano. Dunque, la teoria delle reti è dinamica: la struttura del sistema muta allo spostarsi dei pattern di coalizione e conflitto. Per fare un esempio, Mizurchi si era dedicato alla questione della coesione tra aziende in rapporto al potere e sostiene che storicamente la coesione è stata definita in due modi  Soggettivo , una funzione del sentimento di appartenenza dei singoli membri al gruppo, cioè il fatto che ritengano i propri interessi vincolati a quelli del gruppo. Qui l’enfasi è posta sul sistema normativo e la coesione è prodotta dalla sua interiorizzazione o dalla pressione del gruppo  Oggettivo , la solidarietà si può considerare un processo oggettivo e osservabile, indipendente dai sentimenti individuali. Mizurchi è da questa parte. L’autore vede un comportamento simile come conseguenza di ciò che chiama “equivalenza strutturale”: gli attori strutturalmente equivalenti sono coloro che hanno relazioni gli uni con gli altri nella struttura sociale. Dunque, l’equivalenza tra aziende, anche se non vi è alcuna comunicazione tra esse, spiega che si comportano allo stesso modo perché stanno nella stessa relazione con qualche altra entità nella struttura sociale. Mizurchi conclude che nell’interpretazione dell’analogia dei comportamenti, l’equivalenza strutturale svolge un ruolo paragonabile a quello della coesione. Un approccio più integrato all’analisi delle reti sociali Burt è stato il primo tra i teorici delle reti a cercare di elaborare un approccio integrato alternativo a un determinismo strutturale. Ha cominciando introducendo una scissione presente nella teoria dell’azione tra  orientamento atomistico: presuppone che le alternative siano valutate in maniera indipendente da attori separati in modo che ciascuno dia il proprio giudizio indipendentemente da quello altrui;  orientamento normativo: è definito da attori separati all’interno di un sistema con interessi interdipendenti come norme sociali generate da attori che socializzano gli uni con gli altri. Burt elabora una prospettiva che aggira la scissione: non è una sintesi tra due modi di intendere l’azione, bensì una terza via che faccia da ponte. Quella di Burt è una prospettiva strutturale che attinge consapevolmente dalle altre due, ma diverge su un criterio fondamentale, il postulato della valutazione marginale. Il criterio che questa prospettiva assume è l’interconnessione tra status dell’attore e serie di ruoli generata dalla divisione del lavoro: un attore valuta l’utilità di azioni alternative, in parte considerando le condizioni personali e in parte confrontandosi con quelle degli altri. Così vede il proprio approccio come estensione logica della prospettiva atomistica e limitazione della teoria normativa. Gli attori si trovano in una struttura sociale, la quale definisce le loro analogie sociali che, a loro volta, modellano le percezioni dei vantaggi. Nel contempo, la struttura sociale vincola in modo differenziato nella capacità di svolgere azioni. Le azioni intraprese sono una funzione congiunta di attori che perseguono interessi al limite della loro capacità e sia gli interessi sia le capacità sono modellati dalla struttura sociale. Al tempo stesso, le azioni svolte nel vincolo socio-strutturale possono arrivare a modificare la struttura sociale e le modifiche apportate sono la base della possibilità di creare nuovi vincoli che gli attori dovranno affrontare. Teoria dello scambio reticolare

La teoria dello scambio reticolare combina la teoria dello scambio + l’analisi delle reti sociali. Lo scopo è conservare i vantaggi e ovviare alle lacune: ⌂ l’analisi delle reti ha un modello forte di struttura (reticoli di relazioni) e costituisce rappresentazioni complesse delle interazioni a partire da diagrammi semplici. Però ha una concezione vaga di cosa siano le relazioni ● la teoria dello scambio ha un modello forte di relazioni tra attori, ma una concezione debole delle strutture sociali in cui operano: ha il vantaggio di essere un modello semplice di attori che fanno scelte basate su benefici possibili; tuttavia, considera le strutture sociali principalmente come esito di scelte individuali e non determinanti delle scelte. L’idea fondamentale che regge la teoria dello scambio reticolare è che ogni interazione avviene in un contesto di reti di scambi sociali più ampie: ciò che si scambia è meno importante rispetto alle forme, dimensioni e connessioni delle reti in cui avvengono gli scambi. Essa si concentra innanzitutto sulla questione del potere, infatti una premessa di base è che più opportunità di scambio sono a disposizione di un attore, maggiore è il suo potere. Si presuppone che queste opportunità siano direttamente collegate alla struttura della rete. Di conseguenza gli attori si differenziano per l’abilità nell’accumulare e controllare utili. Emerson iniziò la ricerca sugli scambi reticolari quando realizzò che la teoria dello scambio sociale si centrava esclusivamente sui rapporti tra due persone. Iniziò a trattare questi rapporti come interconnessi. Rispetto al suo intento originario, in realtà, la sua ricerca dimostrò che anche la struttura sociale potesse essere una variabile indipendente: non soltanto la struttura era determinata dalle relazioni di scambio ma queste, a loro volta, erano determinate dalle strutture sociali. Yamagishi, Gillmore e Cook proseguirono su questa linea, collegando la teoria dello scambio e quella delle reti, ma ritenendo che il potere non si può studiare appieno prendendo in considerazione solo la dimensione diadica, poiché è fondamentalmente un fenomeno strutturale sociale. Una teoria realmente adeguata deve tenere insieme l’analisi delle relazioni di scambio e l’indagine dei legami tra queste relazioni: per fare ciò, gli autori svilupparono l’idea di Emerson degli scambi positivi e negativi, così da fare predizioni circa la distribuzione del potere nelle reti. Esaminarono la possibilità di combinare l’analisi delle reti sociali e la teoria dello scambio, considerando la compatibilità tra il modo in cui i due approcci vedono attori e strutture. La conclusione fu che la visione delle teorie fosse simile perché  presuppongono implicitamente che gli attori perseguano razionalmente la resa massima dei propri interessi  hanno una visione simile di struttura. X. La differenza principale è che la teoria dello scambio vede le relazioni sociali che costituiscono la struttura solo in quanto relazioni di scambio effettive: non è sufficiente una semplice connessione, ci deve essere uno scambio. Invece, l’analisi della rete tende a includere ogni genere di relazione, che lo scambio avvenga o meno e il tipo di connessione precisa è irrilevante. Teoria della scelta razionale Grazie a Coleman la teoria della scelta razionale è divenuta una delle più importanti nella sociologia contemporanea. Egli fondò una rivista, Rationality and Society , dedicata alla diffusone di studi orientati secondo la prospettiva della scelta razionale. Pubblicò, in seguito, Fondamenti di teoria sociale , basato su questa prospettiva e divenne, infine, presidente dell’American Sociological Association, opportunità che lo portò a pronunciare un discorso per diffonderla ulteriormente, “La ricostruzione sociale della realtà”. Innanzitutto, voleva che la sua teoria (che preferiva denominare paradigma dell’azione sociale) fosse interdisciplinare, poiché la considerava l’unica in grado di produrre un’integrazione paradigmatica. Essa partiva da un approccio di individualismo metodologico e si configurava come base micro per spiegare fenomeni macro; infatti, si interessa ai livelli macro e i loro collegamenti con l’azione razionale. È altrettanto interessante comprendere che cosa non riteneva corretto  dimensione metodologicamente olistica: non ricorre agli attori le cui azioni generano un sistema  visione dell’azione come meramente espressiva  visione dell’azione come irrazionale  un’azione provocata esclusivamente da forze esterne. Fondamenti della teoria sociale

TEORIA FEMMINISTA CONTEMPORANEA

La teoria femminista = sistema di idee generalizzato di ampio respiro, che osserva la vita sociale e l’esperienza umana dal punto di vista femminile. La centratura sulla donna va intesa in due sensi

  1. il punto di partenza di tutte le indagini sono le situazioni ed esperienze che vivono le donne all’interno della società
  2. il fine è descrivere e valutare criticamente il mondo dal punto di vista specifico delle donne. La teoria femminista si distingue dalla mgpt delle teorie sociologiche perché è il risultato di un lavoro elaborato da una comunità interdisciplinare: sociologhe e sociologi femministi incorporano le sue scoperte. Domande fondamentali del femminismo La svolta verso la teoria femminista contemporanea trae le sue radici dalla domanda “E le donne?”, ossia dove sono le donne nelle diverse situazioni che vengono investigate e cosa significano quelle situazioni per loro? Queste domande hanno caratterizzato metà del secolo scorso, producendo una conclusione generale: le donne sono presenti nella mgpt delle situazioni oggetto di studio, ma è stato deliberatamente scelto di escluderle. Quando sono state presenti, hanno occupato ruoli molto diversi da quelli che la tradizione assegna loro (mogli e madri passive), contribuendo a creare, insieme agli uomini, il mondo sociale che hanno vissuto. Tuttavia, nella mgpt delle circostanze, i ruoli femminili sembrano meno prestigiosi di quelli maschili e la loro invisibilità è solo uno degli indicatori di questa disuguaglianza. La seconda domanda fondamentale è “Perché la condizione delle donne è così com’è?” Nel tentativo di fornire una risposta, la teoria femminista ha prodotto una teoria sociale generale ed uno dei suoi maggiori contributi è proprio lo sviluppo del concetto di “genere”. Infatti, a partire dagli anni 70, si inizia a cogliere la distinzione tra  attributi biologicamente legati al maschile e al femminile = sesso  comportamenti socialmente appresi, associati a mascolinità e femminilità = genere. Le qualità essenziali del genere continuano ad essere oggetto di dibattito, in seno al quale troviamo correnti di pensiero diverse, ma un comune punto di accordo riguarda la definizione di genere = costruzione sociale, ossia qualcosa che non deriva spontaneamente dalla natura, ma viene creato da individui come parte dei processi che animano la vita dei gruppi sociali di cui facciamo parte. Una terza questione riguarda la domanda “Come possiamo cambiare e migliorare il mondo sociale per renderlo più giusto per tutti?” L’impegno alla trasformazione sociale nel nome della giustizia è un tratto distintivo della teoria sociale critica, la quale comprende elementi conoscitivi che si agganciano attivamente alle questioni cruciali con cui hanno a che fare gruppi di persone diversamente collocate in specifici contesti storici, politici e sociali caratterizzati da ingiustizia. In sociologia questo impegno è condiviso da
  • femminismo
  • marxismo
  • neo-marxismo
  • tutte le teorie sociali sviluppate in favore delle minoranze razziali, etniche o sessuali
  • teorie delle società postcoloniali. Affinché la teoria sviluppata da femministi e femministe possa iscriversi tra le teorie critiche, è necessario che essi si domandino continuamente se e fino a che punto il loro lavoro è in grado di migliorare le vite delle persone oggetto di studio. Con il tempo, la cerchia di femministe che affrontavano tutte queste domande si è ampliata includendo, in tutto il mondo, un numero crescente di studiose con formazione diversa e dando così vita a una quarta domanda: “E le differenze tra donne e donne”? Sviluppando tale questione si è giunti alla conclusione generale che l’invisibilità, le disuguaglianze e le differenze di ruolo rispetto agli uomini, sono fortemente condizionate dalla situazione sociale in cui vivono le donne: classe sociale; razza; età; stato civile; religione; etnia; luogo in cui vivono; orientamento sessuale. Ad ogni modo, la teoria femminista non si occupa esclusivamente delle donne e ha come obiettivo la creazione di una teoria di medio raggio delle relazioni di genere. La formulazione delle suddette domande e le loro risposte

hanno prodotto in realtà una teoria universale della vita sociale in quanto alle sue possibilità di applicazione ed è comparabile, in questo senso, alla rivoluzione del pensiero attuata da Marx: ha dimostrato che quegli individui che ritengono di avere in mano la verità assoluta e universale sulla società, di fatto riflettono le esperienze di chi politicamente o economicamente governa il mondo sociale e che sia invece possibile osservare il mondo assumendo anche il punto di vista degli operai, ovvero coloro che sono sistematicamente subordinati sia politicamente sia economicamente. Analogamente, oggi, le domande teoriche fondamentali del femminismo stanno producendo una trasformazione radicale, dimostrando che ciò che è stato finora considerato assoluto ed universale riflette solo esperienze di una frazione della società dotata di potere: gli uomini come padroni. Però la conoscenza del padrone può essere relativizzata se riscopriamo il punto di vista delle donne che, per quanto subordinate, sono state indispensabili nel sostenere e ricreare la società in cui viviamo. È così che il femminismo

1. relativizza quel patrimonio di conoscenza 2. decostruisce i sistemi stabili di conoscenza, mostrando i loro bias maschilisti e le politiche di genere che li alimentano e li promuovono. Decostruire la conoscenza vuol dire, per l'appunto, scoprire ciò che si nascondeva dietro a un sapere presentato come naturale e stabile. Purtroppo però, anche il femminismo dal suo canto sta facendo fronte a due forze relativizzanti e de- costruenti (a) donne di colore e donne delle società postcoloniali + donne operaie + donne lesbiche, che si confrontano con le leader femministe che sono frequentemente bianche, di classe sociale privilegiata ed eterosessuali, mettendo in discussione l’esistenza di una prospettiva femminile unitaria (b) crescente letteratura postmodernista che solleva dubbi sul concetto di genere e del Sé individuale, mettendo in discussione la validità di parlare da un punto di vista femminile. Ciononostante, rimane vitale in sociologia perché, empiricamente, metà della popolazione mondiale, si riconosce, interagisce con gli altri e viene definita dalle macrostrutture come “donna”. Cornice storica: femminismo, sociologia e genere La prospettiva femminista è una caratteristica costante della società occidentale. Nonostante le donne fossero subordinate pressoché ovunque e sempre, nel mondo occidentale espressioni di protesta pubblica si rilevano a partire dal 1600. Verso la fine del 1700 comincia a comparire un’elaborazione di scrittura femminista che si è fatta impresa collettiva, con un numero di partecipanti sempre più consistente. Gli scritti femministi sono strettamente collegati all’attivismo sociale o momenti di emancipazione nella storia moderna occidentale, che hanno permesso di raggiungere risultati importanti. Storicamente, la teoria femminista si è infatti sviluppata di pari passo con l’attivismo femminista e, negli Usa, questi grandi periodi di mobilitazione sono spesso interpretati come “ondate” successive di mobilitazione collettiva.

  • radici classiche o prima ondata di attivismo femminista anni 30 dell’800-1920 caratterizzata dalla lotta delle donne per a) ottenere il diritto di voto b) prendere parte ai processi politici. È segnata da due date importanti: il 1848, quando a Seneca Falls si tenne il primo congresso per i diritti delle donne e il 1920, quando il diciannovesimo emendamento diede alle donne il diritto di votare. - teoria femminista contemporanea o seconda ondata di attivismo femminista 1960-1990 → si fa urgente la necessità di tradurre i diritti politici fondamentali in uguaglianza tra uomini e donne, anche dal punto di vista economico e sociale, in particolare ripensando le relazioni tra uomini e donne.
  • terza ondata di attivismo femminista → si usa per descrivere le reazioni critiche di vari gruppi (donne nere e latine, lesbiche, operaie, donne del Sud del mondo e donne che vogliono vivere la loro adultità nel XXI secolo) agli argomenti del femminismo della seconda ondata. Fin dall’inizio della disciplina, le donne furono molto attive. Tra di esse, le femministe della prima ondata si diffusero attorno al mondo nel 1830. In particolare, Martineau è stata un’attrice importantissima nella storia della sociologia. La sua opera è stata riscoperta soltanto in seguito all’impatto della seconda ondata femminista. Cornice storica del femminismo

istituzionalista

  • Femminismo internazionalista Disuguaglianza di genere Collocazione delle donne nella mgpt delle situazioni diversa e meno privilegiata, cioè iniqua, rispetto a quella degli uomini
  • Femminismo liberale
  • Femminismo della scelta razionale Oppressione di genere La condizione delle donne deve anche essere compresa considerando relazione di potere diretto uomo- donna: le donne non sono solamente diverse o in una condizione di svantaggio rispetto agli uomini, ma sono anche oppresse e vengono attivamente controllate, subordinate, plasmate, usate e abusate
  • Femminismo radicale
  • Femminismo psicoanalitico Oppressione strutturale Il modo in cui le donne vivono la differenza, disuguaglianza ed oppressione, varia a seconda del modo in cui la società configura l’oppressione strutturale + i vettori dell’oppressione e del privilegio: collocazione complessiva nel sistema capitalistico, patriarcale e razziale
  • Femminismo socialista
  • Teoria dell’intersezionalità Questione del genere Cosa si intende realmente con la categoria “donna”? Come è prodotta e come si conserva? ⌂ Femminismo postmoderno Quando si analizza la suddetta tabella bisogna utilizzare delle cautele poiché ⃝ definisce posizioni teoriche, ma non la collocazione di teorici e teoriche specifici, infatti un certo teorico può scrivere nel corso della sua carriera assumendo di volta in volta una prospettiva diversa ⃝ la teoria sociologica in generale e quella femminista in particolare sono dinamiche, quindi cambiano nel tempo ○ negli ultimi anni abbiamo assistito a un costante movimento verso la sintesi, nel tentativo di comprendere come gli elementi di queste diverse teorie si completino l’un l’altro ○ è avvenuto un cambiamento di obiettivo: la teorizzazione femminista si è spostata dalla denuncia dell’oppressione femminile allo studio delle strutture e pratiche oppressive che impattano sulle vite della mgpt della popolazione mondiale, perciò donne ma anche uomini

○ si è sviluppata una tensione tra le interpretazioni che si occupano della cultura e i significati intesi soggettivamente e quelle che si occupano delle conseguenze materiali del potere. ⃝ Alcune delle teorie della mappa sono al momento relativamente sopite: hanno offerto contributi sostanziali nel passato, ma attualmente non vengono più sviluppate. Diversamente, altre come l’intersezionalità sono in grande crescita. In generale, la teoria femminista sta cominciando a essere praticata come “scienza normale”: i suoi presupposti sono dati per scontati come punto di partenza per la ricerca empirica. Differenze di genere Le teorie delle differenze di genere stanno attualmente vivendo una stagione di riscoperta e rielaborazione. Le “teorie delle differenze di genere” = teorie che individuano e spiegano le conseguenze dei modi in cui donne e uomini sono o non sono uguali nei comportamenti e nelle esperienze di vita. Esse affrontano un problema conoscitivo fondamentale: la “questione essenzialista” = tesi secondo cui le differenze fondamentali tra uomini e donne sono dati di fatto e non possono essere cambiati, immutabilità che va rintracciata in tre fattori

1. biologia 2. necessità istituzionale che uomini e donne ricoprano ruoli diversi 3. necessità mentale per gli esseri umani di ragionare secondo categorie di “Alterità” che contribuiscono al processo di definizione del Sé come di qualcosa di diverso dall’“Altro”. Le teorie femministe e della sociologia femminista che più si avvicinano all’argomentazione essenzialista sono le teorie sociobiologiche: la sociologa Rossi ha esplorato la tesi secondo cui sarebbe la stessa biologia umana a determinare molte differenze sociali tra uomini e donne. Nel complesso, però, la risposta femminista alla sociobiologia ha visto una ferma opposizione! Teorie della differenza sessuale Differenza sessuale è un termine che si attaglia a una serie di indagini filosofiche (di stampo esistenziale, fenomenologico) sulla questione della costituzione degli umani in quanto esseri sessuati, cioè personalità che si conformano o resistono a rappresentazioni culturali e simboliche del maschile e femminile. Le teorie della differenza sessuale si contrappongono nettamente alla sociobiologia, intendendo la differenza come processo che la cultura maschile crea e utilizza per costituire e confermare sé stessa. Nel migliore dei casi questa cultura spinge l’esperienza e le coscienze femminili ai margini estremi della struttura concettuale e, nel peggiore, crea un costrutto della donna come “Altro”, un essere oggettivato a cui sono attribuiti tratti che rappresentano l’opposto del maschio agente e soggetto attivo. Dunque, questa teoria esplora le implicazioni di tali processi per la libertà ed emancipazione femminile. Nella sua forma classica, la teoria della differenza sessuale nasce in Francia come risposta femminista alle idee maschiocentriche diffuse in filosofia, letteratura e psicanalisi. La prima comparsa avviene grazie al Secondo sesso di de Beauvoir, un esistenzialismo femminista (parte di un più ampio e ambizioso progetto da condividere con Sartre). L’esistenzialismo sostiene che gli umani si distinguano per la loro “essenza” che segue la loro esistenza: cioè, le persone sono libere o condannate a creare sé stesse. Per l’individuo l’altra persona conferma la propria esistenza e nel tempo stesso limita la propria libertà e allora la sfida di ciascuno è assumersi le responsabilità della libertà, che significa rifiutare il bisogno di conferma dell’altro. In questo senso de Beauvoir dichiara << Non si nasce donna, lo si diventa>>. Tuttavia, per le donne, così come per i membri delle minoranze o categorie sociali escluse, questo viaggio esistenziale è più difficile poiché il dominatore, in questo caso maschio, ha cercato di definire l’essenza della donna tramite stereotipi che le negano la libertà di scegliere chi diventare e tendendo a fare di loro un perpetuo Altro che esiste solo per riconoscer il padrone. De Beauvoir suggerisce che le donne scoprano chi sono nei termini dei loro stessi atti di definizione, un appello raccolto ed elaborato da un successivo gruppo di femministe francesi che include Irigaray e Witting. Esse attingevano alle opere di Saussure, Lacan e Derrida, per sostenere che la qualità dell’Alterità che costituisce l’esperienza di tutte le donne va individuata nell’ambito del simbolico, in particolare del linguaggio. Patendo dall’analisi lacaniana, si considerano il simbolo e il linguaggio come costituiti dalle differenze e riprendendo Freud, che postula che all’interno dell’inconscio non vi siano simboli di differenza sessale, ma solo il fallo come significate del sesso, il maschile e femminile nascerebbero come posizioni rispetto al fallo. La differenza sessuale si baserebbe quindi sui modi diversi in cui donne e uomini si pongono rispetto ad un linguaggio fondato sul simbolismo e le fantasie del potere maschile. Queste teoriche promuovono l’emancipazione femminile facendo riferimento all’esperienza preverbale, in particolare materna, per una nuova possibilità simbolica. La recente riscoperta può essere vista come tentativo di tracciare un nuovo percorso tra le immagini statiche del genere come costruzione sociale e il

  • La critica principale è che non sembrerebbe chiaro da dove derivino i requisiti per l’accountability e questo porta l’interazionismo femminista ad essere eccessivamente volontaristico, anche in considerazione del fatto che gli individui, durante le loro interazioni individuali, finiscono per lo più a dare vita a comportamenti molto simili nel loro “fare il genere”.
  • Si tratta di un approccio che, secondo alcuni sociologi, si centra eccessivamente su come il genere venga riprodotto, senza prendere sufficientemente in considerazione le pratiche di resistenza, ossia di “disfare” tali modelli di genere.
  • Un’ulteriore critica rimprovera a questo approccio di trascurare la dimensione corporea o “embodiment” di coloro che fanno la differenza di genere
  • Dorothy Smith critica la “fare” (fare il genere) poiché semplifica eccessivamente e parifica le differenze tra genere, classe e razza. La teoria del “fare il genere” ha avuto ulteriore successo poiché è molto vicina alla tesi della filosofa postmodernista di Butler, secondo cui il genere = una performance. Disuguaglianze di genere Secondo le teorie femministe della disuguaglianza di genere, la collocazione di uomini e donne all’interno della società è diseguale: a parità di sesso, razza, classe sociale, etnia, religione, nazionalità, livello di istruzione e qualsiasi altro fattore socialmente rilevante, le donne ✗ percepiscono meno risorse materiali ✗ godono di uno status sociale inferiore ✗ hanno meno potere e meno opportunità di realizzarsi rispetto agli uomini. Si tratta di disuguaglianze sociali radicate nell’organizzazione della società e non nelle differenze biologiche. Infatti, tutti gli esseri umani aspirano alla libertà di potersi realizzare e al tempo stesso sono sufficientemente malleabili per riuscire ad adattarsi ai vincoli e alle opportunità delle situazioni in cui si trovano. Dire che esistono delle disuguaglianze di genere significa affermare che uomini e donne non hanno le stesse possibilità di poter realizzare sé stessi nelle medesime circostanze. Tutte le teorie delle disuguaglianze di genere ritengono che sia le donne sia gli uomini accetterebbero abbastanza di buon grado la rimozione degli ostacoli che impediscono la realizzazione di • situazioni sociali più egualitarie • strutture sociali più egualitarie. Si contrappongono ai teorici delle differenze di genere poiché questi ultimi presentano differenze molto più stabili e incarnate nella personalità e, pertanto, anche meno suscettibili di essere cambiate. ① Femminismo liberale → è la maggior espressione della teoria delle disuguaglianze di genere. Sostiene che le donne possono invocare l’effettiva uguaglianza con gli uomini, in base al fatto che (a) sono esseri umani dotati di capacità di agire in modo ragionevolmente morale (b) disuguaglianze di genere = esito di un modello sessista di divisione del lavoro (c) l’uguaglianza di genere può essere prodotta trasformando la divisione del lavoro attraverso la ristrutturazione delle istituzioni fondamentali di una società: legge, lavoro, sistema educativo, mezzi di comunicazione di massa e famiglia. Negli USA, le idee fondamentali della teoria del femminismo liberale sono strettamente connesse con la storia dell’attivismo femminista, che le ha incorporate con successo nella vita sociale di tutti i giorni. Il principio fondante del femminismo liberale afferma che uomini e donne sono uguali. Nel 1848, durante la famosa riunione sui diritti delle donne a Seneca Falls, le donne erano considerate soltanto cittadine di seconda classe: non potevano far parte delle giurie popolari, né ricoprire incarichi pubblici; non potevano praticare la legge o la medicina; se sposate, non potevano possedere proprietà a proprio nome; il marito aveva diritto a punirle fisicamente. Nasce così la “Dichiarazione dei sentimenti”, ispirata a una revisione della Dichiarazione di Indipendenza , come pretesa radicale attraverso cui si affermano le 4 credenze su cui poggia tutto il femminismo liberale I. Tutti gli esseri umani sono dotati di alcune caratteristiche fondamentali ✔ capacità di ragionare ✔ capacità di agire secondo principi morali

✔ capacità di realizzarsi come persone all’interno della società II. È possibile assicurare a tutti il pieno esercizio delle suddette capacità per mezzo del riconoscimento dei diritti universali III. Le disuguaglianze tra uomo e donna assegnate al loro sesso = costruzione sociale che non ha alcun fondamento in natura IV. Il cambiamento sociale verso un mondo più egualitario è possibile attraverso appelli sistematici, attraverso l’uso dei poteri governativi, ad un pubblico che appare ragionevole. Il fatto che i tentativi di rimuovere queste barriere abbiano incontrato una forte resistenza è spiegato in termini di sessismo dalle femministe liberali = sistema di atteggiamenti e pratiche discriminatorie collegate per mezzo di un comune denominatore che è la tutela dei privilegi dell’esperienza maschile con la simultanea svalutazione di quella femminile. La teoria femminista contemporanea si è espansa fino ad includere un femminismo globale che osteggia il razzismo nelle società del nord America + lavora per i diritti delle donne ovunque esse siano; il fatto che le donne abbiano oggi accesso alla sfera pubblica rappresenta una delle maggiori conquiste del femminismo liberale. In una serie di opere ormai classiche, le sociologhe femministe liberali svilupparono tre intuizioni sulla distinzione della vita sociale in pubblico e privato: 1. La dinamica del mondo privato limita la capacità di agire delle donne, pertanto la loro partecipazione alla sfera pubblica; 2. La sfera pubblica in quanto tale è organizzata attorno a presupposti di genere che collocano le donne in condizioni svantaggiose; 3. Negoziare l’interfaccia di pubblico vs privato è forse la più importante e duratura tra le barriere interposte all’uguaglianza economica femminile. Una caratteristica particolare della sociologia femminista liberale contemporanea è il tentativo di comprendere le interazioni di queste sfere nelle vite delle donne, iniziato già precedentemente con l’analisi della divisione del lavoro secondo il genere, considerato un’ideologia e pratica che separa il mondo nelle due sfere. Dunque, tutt’oggi l’ideologia patriarcale e il sessismo che pervade la cultura di massa, ***** da un lato, determinano ancora limitazioni nella sfera pubblica, per le donne, che nei suoi settori vengono costantemente discriminate, marginalizzate e molestate. Gli uomini hanno invece un accesso privilegiato alla sfera pubblica che è la più remunerativa in termini di denaro, status, potere, libertà e fonte di autostima ***** dall’altro, sottopongono le donne, nella sfera privata, a un “vincolo temporale” poiché quando rientrano a casa dal proprio lavoro retribuito, sono costrette a iniziare il “secondo lavoro” caratterizzato da faccende domestiche e cura, infuso da un’ideologia di maternità vissuta interculturalmente. È così che la capacità delle donne di essere competitive nella carriera professionale viene preclusa dai bisogni della sfera privata. Una tematica ricorrente nell’analisi femminista liberale è la questione del raggiungimento della parità nel matrimonio. La formulazione classica di questa tematica è esposta da Bernard nel suo The Future of Marriage in cui presenta il matrimonio come al tempo stesso a) sistema culturale di ideali e credenze b) organizzazione istituzionale di ruoli e norme c) complesso di esperienze interattive per singole donne e singoli uomini. Dunque ➢ culturalmente, il matrimonio è idealizzato come destino e fonte di realizzazione femminile: una benedizione che mescola impegno domestico per le donne + responsabilità e vincoli per gli uomini, delineandola quale associazione egualitaria tra moglie e marito ➢ istituzionalmente, il matrimonio conferisce al ruolo di marito l’idea dell’autorità maschile, legandola a quella di libertà, valore sessuale e potere dell’uomo; contemporaneamente, obbliga la donna all’accondiscendenza, alla dipendenza, alla svalutazione di sé e alla gestione domestica. È così che sul piano esperienziale, esistono 2 matrimoni

  1. Matrimonio dell’uomo → crede di essere vincolato e carico di responsabilità, mentre di fatto detta le norme e rivendica autorità, indipendenza e il diritto di reclamare sulla moglie servizi domestici, emotivi e sessuali
  2. Matrimonio della donna → da una parte sostiene la credenza culturale dell’appagamento di questa realizzazione femminile, dall’altra la sua esperienza quotidiana la vede normativamente dipendente e priva di potere, nell’obbligo di garantire servizi domestici, emotivi e sessuali al marito e, nel frattempo peggiora gradualmente la propria condizione, allontanandosi sempre di più dalla giovane che era prima.