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Riassunto codifica e decodifica
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Riassunto: Codifica e decodifica Stuart Hall La ricerca della comunicazione di massa ha concettualizzato il suo processo in un circuito chiuso o loop. Criticato, per la sua linearità, per il suo concentrarsi sul livello dello scambio del messaggio, e per l’assenza di una concezione articolata dei diversi momenti. Però, è anche possibile concepire questo processo nei termini di una struttura prodotta e mantenuta attraverso l’articolazione di momenti tra loro collegati. Questo secondo approccio ha il vantaggio aggiuntivo di evidenziare meglio come un circuito continuo possa procedere anche attraverso un “passaggio di forme”. L’”oggetto” di queste pratiche sono i significati e i messaggi. È in questa forma discorsiva che avviene la circolazione del “prodotto”. Affinché il circuito sia completo ed efficace, il discorso deve essere tradotto in pratiche sociali. Se nessun “significato” viene assimilato, non ci può essere nessun “consumo”; se il significato non viene articolato in pratica, non ha alcun effetto. Quindi, dobbiamo riconoscere che la forma discorsiva del messaggio ha una posizione privilegiata nello scambio comunicativo. Un evento storico “grezzo”, per esempio, non può essere trasmesso nella sua forma originaria da un notiziario televisivo. Nel momento in cui un evento storico passa attraverso il segno del discorso, diventa soggetto a tutte le complesse “regole” formali mediante le quali il linguaggio produce il significato. Per dirlo in forma paradossale, l’evento deve diventare una “storia” prima di poter diventare un evento comunicativo. Quindi la “forma del messaggio” è un momento determinato anche se, comprende solo i movimenti superficiali del sistema della comunicazione e, dev’essere integrata nelle relazioni sociali in cui avviene il processo della comunicazione nel suo complesso, di cui costituisce solo una parte. Inoltre, anche se sono le strutture produttive della televisione a dar vita al discorso televisivo, esse non costituiscono un sistema chiuso. Philip Elliott ha espresso succintamente questo punto, in un contesto più tradizionale, nella sua analisi del modo in cui il pubblico è allo stesso tempo la “fonte” e il “ricettore” del messaggio televisivo. Quindi la circolazione e la ricezione sono realmente “momenti” del processo produttivo della televisione e sono reinseriti nello stesso processo produttivo, attraverso una serie di 2feedback” indiretti e strutturali. La produzione e la ricezione del messaggio televisivo non sono identici ma sono in relazione: sono momenti differenziati all’interno della totalità formata dalle relazioni sociali del processo comunicativo nel suo insieme. Prima di poter avere un “effetto” il messaggio deve essere percepito come discorso dignificativo e deve essere decodificato come tale. Lo squilibrio tra i codici deriva dalle differenze strutturali, sia di relazione che di posizione, tra emittente e audience, ma dipende anche dall’asimmetria fra i codici della “fonte” e quelli del “ricettore” nel momento della trasformazione in o da una forma discorsiva. Le cosiddette “distorsioni” o “incomprensioni” nascono precisamente dalla mancanza di equivalenza fra le due parti dello scambio comunicativo. Il segno televisivo è complesso in primo luogo è costituito dalla combinazione di due tipi di discorso, visivo e uditivo. Inoltre, si tratta di un segno iconico, secondo la terminologia di Peirce, poiché “possiede alcune delle proprietà della cosa rappresentata”. La “conoscenza” discorsiva è il prodotto non della rappresentazione trasparente del “reale” nel linguaggio, ma dell’articolazione del linguaggio con i rapporti e le condizioni reali. Quindi non esiste alcun discorso intelligibile che non utilizzi un codice. Alcuni codici possono essere così diffusi in determinate comunità linguistiche o culture, e possono essere appresi così presto nella vita dei suoi membri da non sembrare più costruiti ma sembrano esistere “naturalmente”. In questo senso, i segni visuali semplici sembrano aver raggiunto una “quasi universalità”. Il funzionamento dei codici naturalizzati mostra non la trasparenza e “naturalezza” del linguaggio, ma la profondità, la familiarità e la quasi-universalità dei codici in uso, che causano riconoscimenti apparentemente “naturali” e che hanno l’effetto di nascondere le pratiche di codificazione utilizzate. Eco sostiene che i segni iconici “sembrano oggetti del mondo reale perché riproducono le condizioni della percezione di chi guarda”. Queste “condizioni della percezione” sono, comunque, il risultato di una serie di
operazioni altamente codificate, pur se virtualmente inconsce: la decodifica. Questo è vero tanto per l’immagine fotografica che per quella televisiva, che per qualunque segno. La linguistica utilizza spesso la distinzione fra “denotazione” e “connotazione”. Il termine “denotazione” è largamente equiparato al significato letterale è riconosciuto in maniera quasi universale, la “denotazione” è stata spesso confusa con una trascrizione letterale della “realtà” nel linguaggio, e quindi con un “segno naturale”, prodotto senza l’intervento di un codice. La “connotazione”, dall’altro lato, è utilizzata per indicare significati associativi meno fissi e quindi più convenzionali e trasformabili, che necessariamente dipende dall’intervento dei codici. In pratica, nel discorso, la maggior parte dei segni mescolano sia gli aspetti denotativi che connotativi. Ci si potrebbe quindi chiedere a che scopo venga conservata questa distinzione. Si tratta soprattutto di una questione di valore analitico: i segni sembrano acquisire il loro pieno valore ideologico, ovvero sembrano aprirsi all’articolazione con discorsi e significati più ampi, al livello dei significati “associativi” perché qui i “significati” apparentemente non sono fissati dalla percezione naturale e la fluidità di significati e di associazioni può essere sfruttata e trasformata più pienamente. Quindi è al livello connotativo del segno che le ideologie situazionali alterano e trasformano il significato. Potremmo dire che il suo valore ideologico è fortemente fissato dal momento che è così universale e “naturale”. I termini “denotazione” e “connotazione”, quindi, sono solo degli strumenti analitici per distinguere, in particolari contesti, non fra la presenza/assenza dell’ideologia nel linguaggio, ma fra i diversi livelli ai quali le ideologie e il discorso si intersecano. Possiamo fare un esempio sul discorso pubblicitario; qualunque segno visivo, in pubblicità, connota una qualità, una situazione, un valore o un’inferenza, che è presente come implicazione o come significato implicito a seconda della posizione connotazione. Nell’esempio di Barthes, il golf indica sempre “un indumento caldo” e quindi l’attività/valore “tenere caldo”. Ma è anche possibile, a livelli più connotativi, che significhi “l’arrivo dell’inverno” o “un giorno freddo”. I livelli connotativi dei signifacanti, secondo Barthes, “sono in stressa comunicazione con la cultura, la conoscenza, la storia ed è attraverso di loro, per così dire, che il mondo circostante invade il sistema linguistico e semantico. Sono, per così dire, i frammenti dell’ideologia”. Il cosiddetto livello denotativo del segno televisivo è fissato da alcuni codici molto complessi. Il suo livello connotativo, pur se a sua volta delimitato, è più aperto, soggetto a trasformazioni più attive, che sfruttano i suoi valori polisemici. I codici connotativi non sono uguali fra loro. Qualunque società/cultura tende, con diversi livelli di chiusura, ad imporre le sue classificazioni del mondo sociale e culturale e politico. Il modo più comune di “mapparli” è di collocare il nuovo in qualche campo delle “mappe della realtà sociale problematica”. Diciamo dominanti, non “determinati” perché è sempre possibile ordinare, classificare assegnare e decodificare un evento all’interno di più di una mappa. Ma diciamo “dominanti” perché esiste una struttura di “letture preferite” che hanno un ordine istituzionale/politico/ideologico intrinseco e sono a loro volta divenute istituzionalizzate. Inoltre, dal momento che queste mappe sono “strutturate come dominanti” ma non chiuse, il processo comunicativo non consiste nell’assegnazione non problematica di ogni elemento visivo ad una data posizione all’interno di una serie di codici pre-organizzati, ma in regole performative che cercano attivamente di imporre o promuovere un campo semantico rispetto all’altro e di condurre gli elementi dentro o fuori dai loro quadri di significato appropriati. Terni: con la parola lettura indichiamo non solo la capacità di identificare e decodificare un certo numero di segni, ma anche la capacità soggettiva di porli in una relazione creativa fra di loro e con altri segni. La nostra polemica, verte sulla nozione di “capacità soggettiva”. Questo ci conduce alla questione del fraintendimento. I produttori televisivi che scoprono che i loro messaggi “non riescono a passare”, si preoccupano spesso di dipanare gli intoppi nella catena comunicativa, facilitando così l’”efficacia” della propria comunicazione. Abbiamo precedentemente sostenuto che dal momento che non esiste alcuna corrispondenza necessaria fra la codifica e la decodifica, la prima può cercare di “indirizzare”, ma non può prescrivere o garantire la seconda. La codifica avrà l’effetto di fornire alcuni dei limiti. Se non ci fossero questi limiti, il pubblico