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Riassunto del libro nello sciame e tratta gli argomenti principali
Tipologia: Sintesi del corso
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È un filosofo sudcoreano che vive in Germania, è docente a Berlino. In questo libro si interroga su ciò che accade quando una società, la nostra occidentale, azzera il privato trasformandolo in pubblico uccidendo privacy ed intimità. Il soggetto capace di annullarsi in una folla che marca per un’azione comune ha ceduto il passo ad uno SCIAME DIGITALE di individui anonimi ed isolati, che si muovono disordinati ed imprevedibili come insetti. Byung-Chul Han vuole mettere in evidenza la crisi dei giorni nostri causata dal medium digitale che modifica in modo decisivo il nostro comportamento, la nostra percezione, la nostra sensibilità il nostro pensiero, il nostro vivere insieme senza che noi fossimo in grado di comprenderlo pienamente. Nello sciame conduce un’analisi piuttosto impietosa sui meccanismi della società digitale, mettendo in luce le deformità dell’informazione e della comunicazione, e le sue ricadute sulla politica e sull’individuo singolo. Il teorico de media Marshall McLuhan aveva osservato: “la tecnica dell’elettricità è in mezzo a noi”. La stessa cosa accade oggi con il medium digitale. Attraverso questo medium digitale si modifica radicalmente il nostro comportamento, la nostra percezione, il nostro pensiero.
Rispettare significa distogliere lo sguardo, mantenendolo distaccato. Oggi è presente una visione priva di distanza, tipica dello spettacolo, che sta a indicare uno sguardo voyeristico. Quindi viviamo in una società del sensazionalismo, senza pathos e senza rispetto. La sfera pubblica si basa totalmente sul rispetto, oggi la distanza totale è la sola a dominare. Oggi domina una totale assenza di distanza, nella quale l’intimità è messa in mostra e il privato diventa pubblico. È la comunicazione digitale che riduce le distanze, anche i social network si rivelano spazi di esibizione del privato. Roland Barthes definisce la sfera privata “quella zona di spazio, di tempo, in cui io non sono immagine”. Però a considerarla così, oggi non avremmo più una sfera privata dal momento che non esiste più una sfera nella quale io non sia un’immagine. I Google Glass trasformano lo stesso occhio umano in una macchina fotografica, di conseguenza non è più possibile alcuna sfera privata. Il rispetto è vincolato dal nome che è la base del riconoscimento che avviene nominativamente. La comunicazione anonima riduce il rispetto, e di conseguenza nome e rispetto sono in stretta correlazione. Alla nominalità sono legate pratiche come la responsabilità, la fiducia. La fiducia può essere definita una fede nel nome. Se si separa il messaggio dal messaggero, la notizia del trasmittente, la notizia dal trasmittente, il medium digitale azzera il nome. Molte sono le cause della shitstorm , essa è possibile in una cultura dove c’è la mancanza di rispetto e l’indiscrezione. La comunicazione digitale rende possibile un istantaneo manifestarsi dello stato d’eccitazione, veicola più stati di eccitazione e per questo il medium digitale è un medium dell’eccitazione. La connessione digitale favorisce la comunicazione simmetrica. Chi oggi prende parte alla comunicazione non consuma solo in modo passivo ma anche attivamente. Questo tipo di simmetria però è pericolosa per il potere: la comunicazione del potere procede dall’alto verso il basso. Il reflusso comunicativo distrugge l’ordinamento del potere. La shitstorm è una specie di reflusso, è un frastuono comunicativo. Il carisma sarebbe lo scudo migliore contro le shitstorms.
È proprio all’interno di gerarchie appiattite che ci si lancia con la shitstorm. La selezone attiva di chi detiene il potere è in certo senso rispettata silenziosamente da chi vi è sottoposto. Il potere come medium comunicativo consiste nell’incrementare la possibilità del “si” rispetto alla possibilità del “no”. Il “sì” è essenzialmente più silenzioso del “no”. Il “no” è più rumoroso. La comunicazione del potere riduce notevolmente il rumore e il frastuono. Come medium di comunicazione, il rispetto esercita un effetto simile a quello del potere. La persona rispettabile viene imitata come un modello. È proprio dove svanisce il rispetto che si sviluppa la shitstorm chiassosa. La shitstorm odierna dimostra che viviamo in una società priva di rispetto reciproco. Come il potere, anche il rispetto è un medium di comunicazione che realizza una lontananza. Anche la sovranità è ridefinita in relazione alla shitstorm, il sovrano è colui che è in grado di generare un silenzio assoluto.
Le ondate di indignazione servono a mantenere alta l’attenzione. La società dell’indignazione è priva di compostezza e contegno. Non sono in grado però di strutturare il discorso e lo spazio pubblici, in quanto, per questo scopo sono troppo incontrollabili, imprevedibili, instabili, non costruiscono un noi stabile, è qualcosa di temporaneo. In questo assomigliano agli smart mobs, raggruppamenti spontanei di persone con un fine sociale e politico di protesta. Le ondate di indignazione si sviluppano spesso di fronte a degli avvenimenti che hanno una rilevanza sociale o politica molto ridotta. Da qui deriva la società dell’indignazione che è sensazionalistica (senza pathos e rispetto), priva di compostezza, di contegno, non ammette nessuna comunicazione discreta, nessun dialogo. L’indignazione digitale è ben diversa dal canto d’ira presente, per esempio, nell’illiade, che rappresenta uno stato affettivo: la prima parola dell’iliade è menin cioè ira. L’ira è cantabile, infatti, l’iliade è un canto d’ira. L’ira è narrativa, epica perché produce determinate azioni. È in questo che l’ira si distingue dalla rabbia come espressione delle ondate di indignazione. L’indignazione digitale non è cantabile, non è capace né di azione né di narrazione. La massa indignata di oggi è superficiale e distratta perché le manca qualsiasi gravitazione necessaria per le azioni, quindi, non genera alcun futuro alla causa d’indignazione.
Gustave Le Bon definisce, nel suo libro del 1895 “Psicologia delle folle”, l’epoca moderna come “l’età delle folle”. Nel libro Le Bon profetizza un nuovo futuro potere sociale, quello delle folle, e vede la massa come la manifestazione del nuovo rapporto di potere che sostituirà quello dei re. Di conseguenza, secondo Le Bon, si avrà la crisi della sovranità e della civiltà e la massa verrà vista come distruttrice della civiltà. La nuova folla si chiama sciame digitale ma non è propriamente una folla in quanto non possiede un’anima, uno spirito ma è composto da individui isolati tra loro che non hanno un proprio profilo. Gli individui che si uniscono in uno sciame non sviluppano un Noi. Al contrario della folla, lo sciame digitale non è in sé coerente perché non si esprime con una sola voce e ciò manca anche alla shitstorm, infatti viene percepita per questo come frastuono (perché le manca quell’unica voce). Agli abitanti digitali, quindi, manca la capacità di riunirsi in un’unica voce, di marciare verso una direzione comune. McLuhan fa una distinzione fra l’homo electronicus e l’homo digitalis:
Il medium digitale è un medium di presenza e si contraddistingue perché le informazioni vengono prodotte, inviate e ricevute senza l’intervento di intermediari, quindi, non sono guidate e filtrate da un mediatore in quanto l’azione dell’istanza mediatrice è sempre più abolita. Mediazione e rappresentazione vengono interpretate come mancanza di trasparenza e inefficienza. Un medium elettronico, come la radio, ammette soltanto una comunicazione unilaterale: a causa della sua struttura ad anfiteatro non è possibile alcuna interazione, quindi, la sua emissione, quasi radioattiva irraggia in un’unica direzione. La rete, invece, mostra una topologia completamente diversa da quella dell’anfiteatro perché permette di essere emittenti e produttori attivi. Nel mondo della rete quindi non ci si accontenta di consumare passivamente le informazioni ma si vogliono anche produrle e comunicarle in maniera attiva: siamo al tempo stesso consumatori e produttori di informazioni. Questo doppio ruolo fa crescere ulteriormente le informazioni e il medium digitale non offre solo finestre per l’osservazione passiva ma anche porte attraverso le quali diffondere le informazioni che noi stessi abbiamo prodotto. Proprio per questo i media digitali si differenziano dai mass media come radio e televisione: media come blog, Twitter, Facebook de-medializzano la comunicazione. Oggi la società dell’opinione e dell’informazione si fonda su questa comunicazione de-medializzata: ciascuno produce e diffonde informazioni. La de-medializzazione della comunicazione abolisce ogni tipo di rappresentazione e fa sì che i giornalisti (definiti rappresentanti di un tempo privilegiati, opinion makers) siano superflui e anacronistici perché ognuno, oggi, vuole essere direttamente presente e presentare la propria opinione senza nessun tipo di intermediario. La rappresentazione, quindi, cede il posto alla presenza e alla co- presentazione. La crescita della demedializzazione investe anche la politica e mette in difficoltà la democrazia rappresentativa. Da questa situazione traggono vantaggio i Partiti Pirata, che devono il loro sviluppo proprio alla nascita dei media. La rappresentanza spesso funge come filtro, che produce effetti anche positivi: agisce mediante selezione e rende possibile l’esclusività. Al contrario, la de-medializzazione porta in molti ambiti alla massificazione (spersonalizzazione), quindi, lingua e cultura si appiattiscono. Per i motivi sopracitati, la politica ha bisogno di un potere d’informazione, quindi, di una sovranità sulla produzione e la distribuzione dell’informazione, ma deve anche mantenere una riservatezza che spetta ai dati. Se tutto viene reso pubblico immediatamente, la trasparenza rende impossibile una programmazione lenta e a lungo termine e genere una crescente costrizione al conformismo. Per Peter Handke scrivere è una spedizione solitaria che apre all’ignoto.
Nella comunicazione la componente verbale è assai limitata: la comunicazione umana è costituita da forme di espressioni non verbali come la gestualità, la mimica facciale o il linguaggio del corpo, che le conferiscono tattilità. Con tatto non s’intende il contatto corporeo ma la pluridimensionalità e la poli-stratificazione della percezione umana, cui concorrono altri sensi oltre la vista. Il medium digitale priva la comunicazione della tattilità e della corporeità. Per via dell’efficienza e della
comodità della comunicazione digitale evitiamo sempre di più il contatto diretto con le persone reali e con il reale. Di conseguenza, la comunicazione digitale diviene sempre più priva di corpo e di volto. Il digitale, quindi, riduce il reale e totalizza l’immaginario. Lo smartphone ha la funzione di uno specchio digitale. Attraverso lo smartphone non parla l’altro. Inoltre, lo smartphone bandisce ogni forma di negatività. In passato la controparte, per esempio l’immagine, veniva percepita in modo più diretto e possedeva più negatività, più opposizione rispetto ad oggi. Prima c’era più sguardo attraverso il quale si annunciava l’altro, mentre, oggi, la comunicazione digitale è una comunicazione povera di sguardo, infatti, per il decimo anniversario di Skype viene scritto un saggio in cui si denuncia il fatto che durante una videochiamata non ci si guarda mai veramente negli occhi. Di conseguenza, il medium non fa altro che allontanare sempre di più le persone. Inoltre, il digitare sul touchscreen è un movimento che implica una conseguenza nella relazione con l’altro, in quanto, annulla la distanza che è costitutiva dell’altro. Si può digitare sull’immagine, toccarla direttamente perché essa ha già perso lo sguardo, il volto. Il touchscreen dello smartphone potrebbe essere chiamato schermo trasparente in quanto è privo di sguardo. Il volto online è sempre opaco, messo in ombra. Questa negatività dell’ombra è costitutiva per il desiderio. Lo schermo trasparente non ammette alcun desiderio. La faccia che si espone non è un volto ma è solo una “face” finalizzata all’esibizione che cancella ogni riservatezza tipica dello sguardo. Di conseguenza la faccia non è più una controparte nella comunicazione digitale.
Oggi le immagini non sono solo riproduzioni ma anche modelli in quanto subiscono un rovesciamento iconico, da parte del medium digitale, che le fa sembrare più vive, più belle, migliori rispetto alla realtà percepita come imperfetta. Le immagini offrono una realtà ottimizzata e annullano proprio l’originario valore iconico dell’immagine. Per questo oggi si è iconoclasti (contrario ad ogni forma di culto per le immagini sacre): proprio a causa del flusso ininterrotto d’immagini. Da ciò deriva la cosiddetta sindrome di Parigi: è un disturbo psichico acuto che colpisce prevalentemente i turisti giapponesi e che porta a soffrire di allucinazioni, derealizzazione, depersonalizzazione, angoscia, vertigini, sudorazione o palpitazioni. Il fattore scatenante di questa sindrome è la grande differenza tra l’immagine ideale di Parigi, che i giapponesi hanno prima del viaggio, e la realtà della città. Si pensa che la tendenza isterica dei turisti giapponesi a scattare foto rappresenti una reazione difensiva inconscia, che mira ad esorcizzare attraverso le immagini il Reale che li spaventa. Le belle foto, infatti, come immagini ideali, schermano la realtà: si parla, in questo caso, di addomesticamento delle immagini, che provoca una progressiva eliminazione della stravaganza. Tramite i medium digitale vengono prodotte molte immagini e questo può essere interpretato come una reazione di difesa e di fuga. Il delirio dell’ottimizzazione investe anche la produzione di immagini: davanti alla realtà, percepita come imperfetta, ci rifugiamo nelle immagini. Si tratta di tecniche dell’ottimizzazione, con l’aiuto delle quali ci opponiamo alla fatticità come il corpo, il tempo ecc... Il medium digitale è de-fatticizzante. Tale medium non ha età, destino e morte. In esso il tempo stesso è congelato: è un medium senza tempo. Il medium analogico, invece, soffre il tempo e la sua forma espressiva è la passione. Barthes, in particolare, collega la fotografia analogica a un’altra forma di vita per la quale è costitutiva la negatività del tempo. L’immagine digitale, il medium digitale, invece si accompagna a una diversa forma di vita, dalla quale sono cancellati tanto il divenire quanto l’invecchiare. L’immagine digitale non sboccia né risplende perché nello sbocciare è iscritta la negatività dell’appassire.
il digitale che è trasparente. L’informazione manca d’interiorità che le consenta di velarsi. Oggi l’informazione è puramente cumulativa e additiva, mentre la verità deve essere esclusiva e selettiva, per questo è più rara. Allo stesso tempo il sapere non è dato, deve essere preceduto da una lunga esperienza e spesso assume una forma implicita. Oggi, nell’epoca delle macchine, l’uomo non è veramente libero perché è vincolato da un rapporto servo-padrone con la macchina che lo costringe a lavorare passivamente. Di conseguenza, il medium digitale produce una nuova topologia del lavoro: il centro è occupato dal lavoratore digitale, quindi, non c’è più alcun centro. Di conseguenza, l’utente e il suo dispositivo digitale costituiscono piuttosto un’unità, operano insieme senza esporsi ad eventuali pericoli. Potere ed informazione non vanno granché d’accordo. Il potere spesso inventa la verità per mettere sul trono sé stesso e insediarsi. Il potere, come il segreto, è contraddistinto da un’interiorità: il medium digitale, invece, è de-interiorizzante. Ai cacciatori d’informazione le istanze del potere appaiono come barriere per le informazioni, infatti, la loro strategia è pretendere trasparenza. Mass media come la radio e la televisione creano un rapporto di potere in cui il destinatario è consegnato passivamente a una voce. La comunicazione, quindi, procede in un solo verso, è una comunicazione asimmetrica, che assomiglia ad un annuncio. Il potere, quindi, rafforza la comunicazione asimmetrica: più alto è il grado di asimmetria, maggiore è il potere. I media digitali, invece, realizzano un rapporto genuinamente comunicativo, ossia una comunicazione simmetrica: il destinatario dell’informazione è al tempo stesso colui che la trasmette, quindi, difficilmente abbiamo rapporti di potere in una comunicazione di questo genere ovvero simmetrica. Persino i contadini, oggi si comportano come i cacciatori con atteggiamenti di impazienza e senza pudore. I cacciatori digitali d’informazione sono impazienti e si servono della trasparenza attraverso i Google Glass, occhiali informatici che collegano l’occhio umano direttamente ad Internet, rendendo chi li indossa onnivedente (con una capacità illimitata di visione diretta). Google glass fanno coincidere totalmente essere e informazione.
Il contadino heideggeriano è un soggetto, termine che significa originariamente essere sottoposto/a. Il contadino si sottomette al nomos della terra: l’ordinamento terraneo produce soggetti. Oggi si crede di non essere oggetti sottoposti ma progetti di sé stessi. Certamente lo sviluppo del soggetto in progetto c’era già prima del medium digitale, ma quest’ultimo, in quanto medium di progetto, l’ha rafforzato. Quindi: ogni forma d’essere e di vita sollecita, nelle sue fasi critiche, forme espressive che trovano la loro realizzazione soltanto in un medium nuovo. Ciò significa che solo il medium digitale porta a compimento il processo tramite cui il soggetto si avvicina al progetto. Flusser ritiene necessaria una nuova antropologia del digitale. Per Flusser, l’uomo è un artista che progetta mondi alternativi e per questo scompare la differenza tra arte e scienza in quanto entrambi sono un progetto. Nell’universo digitale si perdono tutte le grandezze fisse, non esistono soggetti ed oggetti perché non esiste un nucleo che possa fungere da soggetto di qualche oggetto e viceversa. I primi anni dell’era del digitale erano dominati da uno spirito di positivismo, caratterizzato da una grande utopia. Flusser, inoltre, porta continuamente la comunicazione in rete su un piano religioso, credendo che la società digitale sarebbe stata definita come una società pentecostale, in cui l’uomo sarebbe stato libero dal sé e avrebbe prodotto uno spazio di risonanza. La comunicazione digitale rende possibile l’esperienza di una prossimità che rende felici, di un attimo che rende felici (kairos). In realtà questo messianismo della connessione
in rete non si è mai avverato: la comunicazione digitale, piuttosto, erode la società, il noi, distrugge lo spazio pubblico e aggrava l’isolamento dell’uomo. La comunicazione digitale, di conseguenza, è dominata dal narcisismo e non dall’amore per il prossimo. Il progetto, nel quale il soggetto si libera, si rivela una forma di costrizione: sviluppa costrizioni sotto forma di prestazione, auto ottimizzazione e auto-sfruttamento. Oggi viviamo, quindi, in una fase storica in cui la libertà stessa produce costrizioni. Più libertà vuol dire più costrizione. Viviamo in una società della prestazione che porta all’isolamento
Nel corso del digital turn, perdiamo definitivamente la terra, l’ordinamento terraneo. L’ordinamento digitale totalizza proprio l’elemento calcolistico o additivo. L’ordinamento terraneo poggia su un fondamento fermo. La sua legge si chiama nomos. L’ordinamento digitale congeda definitivamente il nomos della terra. Heidegger è stato l’ultimo grande sostenitore dell’ordinamento terraneo. È formato da muri e confini, ha un carattere fermo, a differenza del digitale che è flessibile e mobile. Le categorie dell’ordinamento terraneo (spirito, azione, pensiero o verità) vengono sostituite dalle categorie dell’ordinamento digitale. Al posto dell’azione subentra l’operazione, che non è preceduta da alcuna decisione in senso enfatico: l’indugiare o il titubare, che sarebbe costitutivi dell’agire, vengono percepiti come un disturbo delle operazioni che danneggia l’efficienza. Il pensiero non è una categoria del digitale perché cede il posto all’elemento calcolatorio. I procedimenti di calcolo presentano un’andatura diversa rispetto al pensiero, in quanto sono assicurati contro ogni sorpresa, interruzione o avvenimento. La verità sembra anacronistica (=non corrisponde alle esigenze o caratteristiche del proprio tempo) rispetto alla trasparenza e vive della negatività dell’esclusione. Con la verità viene anche posta la falsità: una decisione produce contemporaneamente il vero e il falso. Al contrario della verità, la trasparenza non è narrativa. La luce, invece, è un medium narrativo. Anche prossimità e lontananza rientrano nell’ordinamento terraneo: il digitale annulla entrambe in favore dell’assenza di distanza. L’assenza di distanza è una grandezza positiva: le manca la negatività che caratterizza la prossimità. Il positivo, che allontana ogni negatività e dolore, rende impossibile ogni esperienza. Il dolore è il medium dello spirito: lo spirito è dolore
Per Kafka (scrittore tedesco) la lettera era un medium disumano in quanto implicava l’intercettazione, da parte di fantasmi durante il tragitto, della comunicazione postale. L’umanità, nel tentativo di controllare tale fenomeno, avrebbe inventato la ferrovia e l’automobile per eliminare l’azione dei fantasmi tra uomo e uomo. I fantasmi kafkiani, nel frattempo, hanno inventato internet, gli smartphone e sono fantasmi digitali più voraci, spudorati e chiassosi. L’internet delle cose produce nuovi fantasmi: le cose, che un tempo erano mute, cominciano a parlare senza l’intervento umano e questa comunicazione automatica fra le cose nutrirà sempre di più i fantasmi. Il mondo viene come guidato da una mano spettrale. Forse i fantasmi digitali provvederanno a far finire tutto fuori controllo. Il racconto “La macchina si ferma” di Foster anticipa questa catastrofe, ovvero, sciami di spettri portano il mondo alla rovina. La storia della comunicazione può essere descritta come la storia di una progressiva illuminazione della pietra. Per Heidegger la pietra ritorna spesso e proprio come esempio prediletto della “mera cosa”: è qualcosa che si sottrae alla visibilità. La pietra come cosa è un’antagonista della trasparenza:
d’informazioni non apporta alcun miglioramento perché nella grossa quantità sono presenti molte falsità che rendono il mondo sempre meno chiaro e rende la comunicazione sempre più cumulativa. Riconducibile all’affaticamento informativo è la depressione, che è una patologia narcisistica. Il soggetto narcisistico- depressivo percepisce solo l’eco del suo ego e ciò lo porta ad annegare in sé stesso. Questo è quello che sta succedendo alla nostra società: la nostra società sta diventando sempre di più narcisistica e i social network, come Facebook o Twitter, incrementano questo sviluppo perché sono media narcisistici. Nella sintomatologia dell’IFS rientra anche l’incapacità di sopportare le responsabilità. La responsabilità è un atto connesso a determinate condizioni mentali e anche temporali e presuppone impegno. Di conseguenza viviamo in una società che non è solo narcisistica ma non fa altro che scappare da quelle che sono le sue responsabilità.
Barthes descrive la fotografia come un’emanazione del referente: la sua essenza è la rappresentazione. Da un oggetto reale, che c’era un tempo, sono partiti dei raggi che impressionano la pellicola e ora la fotografia conserva le tracce quasi materiali del referente reale. Essa è inseparabile dal suo referente, cioè l’oggetto reale che rappresenta. La fotografia è custode della verità proprio perché, secondo Barthes, la verità della fotografia consiste nel fatto di essere vincolata all’oggetto reale a cui si riferisce. Barthes quando afferma che la fotografia ha qualcosa di tautologico fa riferimento al dipinto di René Magritte con il motto “Questa non è una pipa”: nella foto la pipa è sempre una pipa, inesorabilmente. Perché rivendica in modo enfatico la verità per la fotografia? Probabilmente perché intuisce che la fotografia digitale, invece, mette in dubbio la verità della fotografia e pone fine all’era della rappresentazione, alla fine del Reale, in quanto in essa non è più presente un rimando al referente reale. La fotografia digitale è una fotografia che si avvicina alla pittura, è un’iper-fotografia che presenta un’iper-realtà in cui il Reale è ancora presente ma soltanto come citazione e frammento. L’iper-realtà, utilizzata dalla fotografia digitale, non serve a rappresentare ma a presentare qualcosa. La crisi della rappresentazione fotografica ha un corrispettivo nella sfera politica. Gustave Le Bon nella “psicologia delle folle” osserva che i rappresentanti in Parlamento sono gli esecutori della massa lavoratrice, quindi, la rappresentazione è forte ed è immediatamente connessa ai suoi referenti perché difende gli interessi della massa lavoratrice che viene rappresentata. Oggi il rapporto di rappresentazione è gravemente disturbato, come nella fotografia. Infatti, oggi, il sistema economico-politico è diventato autoreferenziale perché non rappresenta più i cittadini o la sfera pubblica, quindi, i rappresentanti politici non sono più percepiti come esecutori del popolo ma come esecutori del sistema, divenuto autoreferenziale. Inoltre, le masse, che un tempo potevano organizzarsi in partiti ed associazioni, ora si frantumano in sciami di singoli chiassosi, ossia negli isolati hikikomori digitali perché non costruiscono più uno spazio pubblico e non partecipano ad alcun discorso pubblico. Gli individui isolati, che non agiscono politicamente, quindi, si contrappongono al sistema politico e portano alla disgregazione del Noi politico.
Negli USA, durante gli anni 70, esisteva un sistema interattivo di tv via cavo chiamato QUBE (Question your tube). Il termine question fa riferimento alla possibilità dell’interazione: il sistema dispone di una tastiera che consente una scelta, per esempio, tra più capi d’abbigliamento
presentati. Flusser distingue le decisioni all’interno del sistema QUBE dalle decisioni esistenziali. A ogni decisione si ricollega un dubbio, ma, grazie al sistema QUBE, è possibile scomporre le decisioni in scelte, la cui efficacia è immediata. Di conseguenza, Flusser immagina una democrazia del futuro (una democrazia de-ideologizzata) in cui contano solo sapere e competenza. In questa democrazia i politici saranno sostituiti da esperti che amministrano e ottimizzano il sistema. Flusser, inoltre, lega il sistema QUBE a una forma di vita utopistica, nella quale il tempo libero e l’impegno politico coincidono. La politica, quindi, assumerebbe l’aspetto che oggi associamo ad un social network: il pulsante “mi piace” è la scheda elettorale digitale, internet o lo smartphone sono i nuovi seggi e la rapida digitazione sostituisce il discorso. Ogni decisione politica coincide con una decisione esistenziale e scivolano sul piano di una decisione d’acquisto priva d’impegno e di conseguenze. Sullo schermo del QUBE viene abolita persino la differenza tra votare e acquistare: si vota come si compra. La musa è lo shopping e il suo soggetto non è l’homo ludens ma l’homo oeconomicus. Il comprare non presuppone nessun discorso perché il consumatore compra ciò che gli piace e segue le sue inclinazioni individuali. Egli non è un cittadino perché non ha responsabilità nei confronti della comunità ma è solo un consumatore, un utilizzatore passivo.
La fiducia è un atto di fede che, nell’era delle informazioni facilmente disponibile (era digitale), diventa obsoleto. La possibilità di raccogliere in modo semplice e rapido le informazioni è nociva per la fiducia. Questa crisi della fiducia è causata anche dai media perché la connessione in rete facilita la raccolta di informazioni e la fiducia, come pratica sociale, perde sempre più di significato e cede al controllo. Quindi, dove le informazioni possono essere procurate in modo facile e veloce, il sistema sociale passa dalla fiducia al controllo e alla trasparenza. Deriva proprio da questi cambiamenti la logica dell’efficienza. Attraverso il controllo, la possibilità di protocollare l’intera vita sostituisce integralmente la fiducia. La società della sorveglianza digitale presenta una peculiare struttura panottica. A differenza del panottico benthamiano (costituito da cellule isolate l’una dall’altra e detenuti che non possono comunicare tra loro ed esposte alla solitudine per migliorarsi), gli abitanti del panottico digitale si connettono e comunicano intensamente l’uno con l’altro e il controllo totale non è reso possibile dall’isolamento spaziale e comunicativo ma dalla connessione in rete e dall’iper-comunicazione. Gli abitanti del panottico digitale non sono in prigione ma vivono nell’illusione della libertà, quindi, nutrono il panottico digitale d’informazioni, esponendo e illuminando volontariamente se stessi. L’auto-illuminazione è più efficace dell’illuminazione da parte degli altri. In questo l’auto-illuminazione coincide con l’auto- sfruttamento. Inoltre, nell’auto-illuminazione, l’esibizione pornografica e il controllo panottico coincidono. Di conseguenza, la società del controllo si compie là dove i suoi abitanti rinunciano alla propria sfera privata e intima per esporsi senza pudore e quindi, dove libertà e controllo diventano indistinguibili. Il mercato della sorveglianza nello Stato democratico presenta una prossimità considerevole allo stato di sorveglianza digitale. Nella società in cui Stato e mercato si confondono sempre di più, le attività di Google o Facebook assomigliano sempre di più a quelle dei servizi segreti. Con il passaggio alla versione 6 di Internet, oggi, il numero di siti web disponibili è illimitato. È possibile, quindi, assegnare a ogni cosa, nella quotidianità, un indirizzo Internet. Di conseguenza, questo internet delle cose porta a compimento la società del controllo. In questo