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Questo estratto di un libro esplora il concetto di cura nell'educazione, evidenziando come la cura sia fondamentale per la crescita e lo sviluppo dell'individuo. Il ruolo della cura nella formazione, nella relazione educatore-educando e nell'apprendimento, sottolineando l'importanza di un approccio educativo che valorizzi la relazione, la reciprocità e la crescita personale.
Tipologia: Sintesi del corso
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Capitolo 1: avere cura, l’arte di esistere L’educazione è cosa fondamentale (essenziale per la vita umana perché abbiamo quelle famose due mancanze) verso chi viene al mondo e deve imparare l’arte di esistere, perché quest’ultima non è una cosa innata ma si acquisisce con l’esperienza. Definizione dell’arte di esistere (perché per definire una buona educazione dobbiamo basarci sulla ricerca della qualità ontologica dell’esserci): ha a che fare con le qualità essenziale della condizione umana. Noi abbiamo diverse mancanze, prima tra tutte la mancanza della sovranità dell’esserci, cioè noi non possiamo controllare il venire al mondo, non possiamo controllare il tempo, lo spazio e le dinamiche relazionali. Possiamo solo prenderne atto. La nostra seconda grande mancanza è la dipendenza altrui, siamo dipendenti dagli altri e dal mondo. Noi siamo quello che siamo per la relazione con gli altri, la nostra condizione è dell’essere con, anche quando siamo da soli in realtà siamo in un modo con gli altri. Ciò non vuol dire annullare la singolarità ma vuol dire ammettere che noi ci formiamo attraverso le relazioni di cui ci nutriamo e che nutriamo. Quindi la nostra qualità essenziale (ontologica dell’esserci) è quella della mancanza. Tutti dipendono dall’altro in uno scambio di essere, le relazioni di cura sono quelle che consentono che la dipendenza diventi la spinta per un crescita personale. Proprio perché dipendiamo-da e siamo esseri non finiti che cercano disperatamente la propria forma abbiamo bisogno della dimensione della cura: di ricevere cura e di aver cura. Questo nostro bisogno di cura era chiaro dall’epoca di Socrate e Lisimaco ma si è perso nel pensiero pedagogico filosofico occidentale, fino a Heidegger. Quest’ultimo disse che “la cura è quel modo di essere che accompagna per intero il cammino dell’essere umano; e che il nostro essere è sempre un essere fra le cose e in relazione con gli altri”. Possiamo trovare due dimensioni di cura utilizzando le terminologie di Heidegger: Il prendersi cura che attribuisce alle cose inanimate, l’essere presso le cose utilizzabili L’aver cura che attribuisce al relazionarsi tra esser-ci (con gli altri) La principale differenza tra queste due “cure” è che la seconda fa riferimento ad una cura condivisa. Lo scopo autentico dell’aver cura è custodire e coltivare l’essenza altrui e propria. Il significato intrinseco di cura è “prendere a cuore” qualcosa, occuparsene e preoccuparsene anche e soprattutto in maniera pratica (un agire che mira a precise finalità), la cura richiede pensiero e azione in maniera congiunta. Berenice Fisher e Joan Tronto definirono la cura come “tipo di attività che include ogni cosa che noi facciamo per mantenere, continuare e riparare il nostro mondo così che possiamo vivere in esso nel miglior modo possibile”. Chi ha cura (care-giver) non deve solo occuparsi di chi riceve cura (cared-for) ma anche di tessere e coltivare tutta la rete di cura che c’è intorno al cared-for. Educare (coltivare , allevare) è dunque aver cura dell’altro, aver cura di offrirgli delle esperienze che possano consentire il pieno fiorire della sua umanità. La vita umana viene paragonata ad un corso d’acqua che per diventare fiume deve trovare il suo percorso; e il senso dell’educazione deve essere aiutare a trovare quella mappatura che dà senso al tempo della vita di ciascuno. La cura educativa si assume la responsabilità di coltivare lo sviluppo di ogni dimensione della persona: cognitiva, affettiva, spirituale, etica, estetica e politica. Ogni volta che ci si focalizza solo su un aspetto la missione dell’educazione viene meno. Gli indicatori di una buona cura sono le virtù e il loro nucleo vitale è rappresentato dal rispetto e dalla generosità. L’educatore capace di cura è un educatore generoso (sa condividere), sa avere rispetto (accetta le differenze e l’originalità di ciascuno), sa essere fermo (!=durezza) e delicato (!=debole) allo stesso tempo; un educatore che ha coraggio (sa assumere una
posizione controcorrente); è onesto (dice sempre il vero e trova un modo di dirlo anche quando la verità è dura e difficile). Capitolo 2: educare all’illusione creativa Innanzitutto cosa è l’illusione? Nel linguaggio comune ha un’accezione negativa legata all’inganno come la definiva Freud, ma per altri pensatori l’illusione ha un valore molto importante a livello evolutivo, è colei che fa nascere le produzioni artistiche e culturali per esempio. L’illusione è molto diversa dall’allucinazione, perché noi possiamo decidere di entrare e di uscire da un’illusione, un po’ come i bambini quando giocando (ludus) fanno finta di essere principesse e cavalieri. Ma in realtà il bambino tende a crearsi illusioni ancor prima di quelle legate al gioco, le crea per riuscire a colmare la mancanza delle figure genitoriali quando si troverà ad affrontare qualcosa da solo aspettando di ricongiungersi con la mamma/il papà (scuola, notte da solo, ecc.); questo processo per il quale il bambino si concepisce come essere a se stante, solitamente succede dopo 3 mesi dalla nascita, con l’aiuto delle illusioni, e viene definito da Margaret Mahler come separazione- individuazione. L’infante si aiuterà con un’oggetto o un’area che Winnicott chiama transizionale per simulare la presenza delle braccia calde dei genitori aspettando il loro ritorno. Il bambino ha bisogno di una piccola transizione, che gli dà la sicurezza di affrontare il vuoto, il bambino lo fa con l’oggetto transizionale. Entra in gioco il concetto di solitudine inteso come capacità di essere soli, per tutta la vita l’essere umano sperimenterà momenti di fusione totale e momenti di distacco che faranno nascere l’individualità personale; concetto che capiamo bene nell’analisi della parola symbolon. Questo concetto diventa molto importante per lo sviluppo del bambino in quando potrà far nascere relazioni sane non basate sulla dipendenza assoluta dall’altro e favorire l’introspezione grazie all’area transizionale. Winnicott teorizza il concetto di area transizionale , come se fosse una terza dimensione tra l’Io e il mondo dove, grazie all’illusione, ci consoliamo per ciò che è andato perduto in quel momento. Accompagna l’essere umano in tutta la sua vita. È un limbo tra il mondo esterno e quello interno (realtà invisibile delle esperienze interiori). L’illusione per i bambini si esprime in attività ludiche, come il gioco simbolico dove imitano gli adulti, mentre per gli adulti in attività culturali capaci di farci uscire dall’identità che mostriamo al mondo. Il teatro è l’esempio lampante di questa identificazione e proiezione in altro da se. L’illusione di essere altro da se quando guardiamo un film o leggiamo un libro è quella che ci collega alle varie età (adolescenziale, adulta e infantile) sradicando l’idea generale che noi viviamo in un’unica dimensione temporale che è quella cronologica sequenziale. In realtà noi viviamo anche il tempo interiore, o Kairos , che sarebbe un vagare avanti e indietro tra le esperienze e le sensazioni. Le esperienze del tempo esteriore generano nuovi oggetti interni che coesistono nel tempo interiore dialogando tra loro ed è questo il motivo per cui sensazioni ed emozioni riaffiorano (in modo rapidissimo e repentino) nel momento in cui ci interfacciamo con una situazione simile nel tempo esteriore. La concezione del tempo è molto difficile da definire anche per gli adulti, non abbiamo un organo di senso capace di recepirlo. I greci e anche i latini distinguevano addirittura 4 tempi: Kronos , quello che riusciamo a programmare a controllare attraverso una segmentazione che però è arbitraria perché l’essere umano ha deciso a quando corrispondono i secondi, i minuti e le ore. È il tempo lineare, sequenziale, anche se ha in sé anche una circolarità, la ripetizione dei giorni, degli anni. Il Kairos è contrapposto al Kronos è pieno di significati, esteso, il connotato di significati fa sì che il tempo del Kairos sia dilatato. Tutto questo è di
Le differenze hanno grande valore perché rendono più ricca e articolata la vita, perché rinnovano e aprono nuove forme di esistenza e comunicazione. Tutte le scienze dell’uomo ne sono la prova: la biologia, l’antropologia, la psichiatria ed infine la pedagogia, perché ci ricorda che il bambino è altro dall’adulto, è simbolo e matrice di un altro uomo, più vero, più naturale, un uomo che si nutre di solidarietà ed empatia. Perciò necessitiamo di una formazione alla differenza, decostruendo i pregiudizi, tutelando la pluralità della società basata sui diritti. È necessaria un’espressione più reale delle differenze con il dialogo. Dialogo che si deve sviluppare in un contro e un pro: contro i pregiudizi, l’emarginazione, le gerarchie, il razzismo, il bullismo, l’omofobia e pro alla varietà di cultura, al dialogo, al confronto. Perché se non la scuola chi? Capitolo 5: educare all’empatia all’accettazione del limite Il grande errore genitoriale e pedagogico che i bambini dell’occidente è quello di volerli proteggere dal negativo, così tanto da proteggerli dal rispetto dell’idea di limite ma anche dal limite stesso. Così i nostri bambini crescono credendo che gli sia tutto dovuto, incapaci di essere sensibili perché la sensibilità è prerogativa di chi è forte. Come prima cosa bisogna delineare bene i significati di certi stati emotivi che vengono fraintesi e considerati “debolezze”. Essere fragile o sensibile non ha lo stesso significato che diamo agli oggetti, non vuol dire essere deboli, ma vuol dire possedere una speciale sensibilità/la capacità di commuoversi. Stesso errore viene applicato anche ai sentimenti che potremmo definire “positivi”, come la resilienza che, ovviamente fa riferimento alla capacità di essere forti rispetto alle batoste della vita, ma non senza cambiare in virtù del dolore che abbiamo vissuto. Così come succede a quelle persone che sperimentano le malattie che non hanno sintomi visibili, come l’isteria; usciranno di nuovo sani da quell’esperienza ma ne saranno trasformati dal punto di vista psichico. L’empatia ci rende fragili nel senso che ci permette di comprendere ciò che abbiamo in comune con gli altri. L’empatia, associata erroneamente alla simpatia e alla pietà, è una conoscenza ambivalente e paradossale che ci permette di comprendere la mente impenetrabile di un altro essere umano, e non è una dote innata ineffabile e indefinibile; infatti per provare empatia occorre scavare nella propria mente e far affiorare una condizione analoga emozionalmente a quella di un altro, facendo questo molte volte possono riaffiorare anche i propri difetti, gli aspetti meno belli del proprio carattere ovvero i nostri limiti, che in questo modo riusciamo ad accettarli. Limiti che capiamo bene ripensando alla tenera età o all’anzianità, fasi della vita nelle quali abbiamo costantemente bisogno di cure altrui. Limiti di tipo biologico come quelli che derivano dalla paura o dalla gioia. Quegli stessi limiti che in realtà sono intrinsechi nella nostra condizione di essere umano perchè non siamo padroni né dei ricordi né dei sogni né della nostra identità. Educare all’empatia significa educare anche all’imperfezione in un mondo in cui siamo portati a negare le ombre, la fragilità, tante volte anche la realtà, in cui troviamo strategie per anestetizzarci dalle emozioni, in cui costruiamo relazioni basate solo sulla superficialità. Il perfezionismo è un altro problema della nostra società, legato indissolubilmente alle imperfezioni, nel quale noi siamo portati a non mostrare le nostre fragilità ed è proprio da qui che nascono quelle malattie psichiche come l’anoressia, la bulimia o anche il disturbo della personalità narcisistica che danneggia noi e le nostre relazioni. Ciò che crea tutto questo è l’atteggiamento iperprotettivo, che rende incapaci di misurare le proprie forze, di attraversare le ombre e il negativo. La chiave, la soluzione è educare ad accettare la fragilità e l’imperfezione , equilibrare vicinanza e lontananza emozionale ed accettare che non arriveremo mai conoscere fino in fondo l’altro, solo così potremo crescere adulti del futuro coscienziosi del fatto che la fragilità umana fa parte di quella condizione ambivalente
di cui siamo personificazione e quindi dobbiamo crescere adulti forti e deboli, resistenti e sensibili, semplicemente umani. Capitolo 6: marginalità a scuola, come agire Per marginalità si intendono allievi normodotati, e con potenzialità cognitive molto evidenti, ma fortemente problematici a livello comportamentale, sociale ed affettivo. Sono le persone più propense ad essere lasciate indietro, che la società emargina più facilmente. Sono difficili da motivare, a cui la scuola non sembra interessare e che avrebbero bisogno di un apprendimento improntato anche sulla sfera operativo-concreta invece che solo sull’aspetto teorico-nozionistico. Questi alunni hanno bisogno di imparare ad essere costanti, ad impegnarsi su una stessa attività per tanto tempo, a diventare competitivi in un ambito. Gli ambiti di azione sono principalmente 3:
disciplinari come l’antropologia, la sociologia, la filosofia, l’arte, la storia e ovviamente la pedagogia sono innegabili. Parlare di letteratura vuol dire parlare di lettura, ed è con questo passaggio che si parla di educazione alla lettura con connotato formativo. La lettura è di per se educativa in quanto promuove l’incontro di nuove narrazioni, nuovi orizzonti e nuovi modi di conoscere se stessi, sollecitando la tensione “dell’io che sono” con quella “dell’io che voglio essere”. La lettura non va intesa solo con il fine dell’insegnamento della lingua ma anche e soprattutto come esercizio compiuto del pensiero, come capacità di elaborazione cognitiva. In quest’ottica la letteratura diventa importante come strumento di valutazione critica capace di orientare bambino e ragazzo nell’analisi e nell’interpretazione della realtà. _“leggere non vuol dire solo decodificare i segni tracciati sulla carta, ma soprattutto, significa vivere infinite storie e vite, riflettere sulle vicende e comprendere meglio noi stessi. Se poi abbiamo la fortuna di leggere assieme ad altri la comunicazione diviene un mezzo di conoscenza collettivo” __ Chambers L’educazione alla lettura si deve basare sul perché leggere e sul cosa far leggere piuttosto che sul come si legge. Dentro ai libri di sono storie che possono da chi i bambini attingono per crescere. La formazione del lettore è un compito che l’educatore deve assumersi anche perché è stato studiato che in ambienti dove non ci sono libri, che non incentivano la lettura i bambini è molto difficile che si appassionino ad essa. E le case sono ambienti sempre più di questo tipo, quindi la scuola deve farsi carico di questa missione**. La lettura deve essere incentivata come valore, come cultura, come strumento per imparare cose nuove, pensare e crescere._** Se ci pensiamo la nostra vita è come un racconto (Jerome Bruner) e in una giornata di racconti ne sentiamo tantissimi, perché appartengono al genere umano, questo rende la lettura intrinseca nella cultura nonché un potentissimo strumento. La scuola ha cercato di non far perdere la parte sociale della lettura per esempio proponendo zone in cui sedersi in cerchio per leggere. E i bambini come leggono? Prima di leggere con la mente e con il pensiero loro leggono con il corpo, quando mettono qualcosa in bocca lo stanno leggendo. Mentre per i bambini più grandi la lettura ad alta voce di come ci si può riempire la vita (e non di esempi riempitivi della vita) è fondamentale, offe un universo di storie, un serbatoio di immagini mentali. La voce è un altro strumento partecipe dell’attività di lettura, permette di cogliere la sintassi del racconto e l’articolazione del pensiero. Quando gli adulti leggono ai bambini gli trasmettono proprio questo, non stanno raccontando solo una storia, ma trasmettono anche l’idea di lettura che questo bambini poi utilizzeranno a loro volta. Questa è una pratica percepita come un sono che dura nel tempo al di là del contenuto della storia. Educare alla lettura, al piacere del racconto significa educare l’essere umano nella sua completezza Capitolo 9: educare alla scrittura come espressione del sé “La narrazione è l’atto con cui in una determinata situazione qualcuno racconta qualcosa ad un altro” e si articola in eventi pianificati con una certa disposizione in modo da far emergere un senso. Così la narrazione e la scrittura diventano occasioni per comprendere eventi e storie di vita. Ha un valore profondo per i processi formativi perché attraverso la narrazione esperienze diverse e lontane possono essere messe in relazione tra loro e anche in relazione con chi ascolta così che si possa immedesimare in esse. La narrazione permette la rielaborazione delle esperienze a 3 livelli: racconto, comprensione e costruzione del loro significato.
Proprio perché la narrazione presuppone la presenza di due persone entra in gioco anche la dimensione dell’ascolto dell’altro, la possibilità che si ha di educare ad un ascolto attivo ed autentico del sé e degli altri. Duccio Demetrio definisce il pensiero autobiografico come espressione del bisogno di raccontarsi, si ricostruire tramite il racconto proprie esperienze di vita, forse perché si ha il bisogno di ricercare nuovi significati in quelle esperienze e allo stesso tempo di condividerle. L’ingresso nella scuola rappresenta per i bambini il momento di apprendimento più significativo della vita; e le pratiche di narrazione di sé permettono di educare alle competenze autoriflessive, di ascolto, di memoria e di consapevolezza. Inoltre porta a vivere la scuola come un luogo di ascolto, sicuro e accogliente e a favorire l’unione del gruppo classe contro i fenomeni di esclusione e conflittualità. In particolare permette: La libera espressione in un contesto di ascolto e sospensione del giudizio Favorisce l’espressione scritta Promuove l’atteggiamento autoriflessivo Facilita l’ascolto rispettoso e partecipato Valorizza le storie di vita di ognuno Migliora le relazioni nel gruppo classe Progetto tipo: Memorie di casa Capitolo 10: media literacy, coding e cittadinanza digitale. Apprendere e costruire con le tecnologie Così come la scrittura si oppose al linguaggio parlato considerato “naturale” anche le tecnologie oggi si oppongono alla scrittura; ma se negli anni quest’ultima da innaturale è diventata naturale anche se biologicamente parlando non lo è, anche la tecnologia può fare questo “salto” così che possiamo vedere le tecnologie non come aiuti esterni ma come agenti di trasformazione delle nostre strutture mentali e corporee in positivo. Non c’è logica nel considerarle dannose alla luce degli studi neuro cognitivi sulla plasticità sinaptica del cervello, secondo i quali saremmo capaci di adattarci agli strumenti che utilizziamo più spesso. I computer potrebbero incrementare nei bambini e negli adulti il potere di sperimentare, elaborare ed esprimersi. Perché quando si studia il coding si impara a individuare problemi e a risolverli, si impara a suddividerli in più semplici e si diventa capaci di migliorare i propri progetti nel tempo, per non parlare della capacità di sviluppo del pensiero critico e della creatività. Inoltre si impara a sviluppare il proprio pensiero, la propria espressività e la propria identità. Anche quando si impara a programmare, con il coding, si diventa migliori pensatori (proprio come con la scrittura). Ciò che ha rappresentati una criticità fu il modo in cui vennero introdotte le nuove tecnologie, relegate in stanze apposite e rese una materia come un'altra soggetta a programma ministeriale. In questo modo abbiano neutralizzato la forza e la formazione che queste tecnologie potevano offrirci. Per ovviare al problema la commissione europea ha creato un framework DipCompEdu per la progettazione di percorso formativo all’altezza dei mutamenti sociali degli ultimi anni. Al suo interno di sonno più di 20 competenze che tutti gli educatori devono avere. Uno degli obbiettivi cardine è lo sviluppo del media literacy. Immergersi meglio ambiente digitali a scuola, se fatto in modo attivo è utile per la formazione di cittadini pienamente consapevoli, così che anche se non diventeranno tutti programmatori sapranno usare il pensiero creativo derivato dall’apprendimento attraverso le nuove tecnologie. “Quando i bambini imparano a usare le tecnologie digitali per esprimersi e condividono le loro idee attraverso il coding, iniziano a cedere sé stessi in modo