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sintesi libro hinduismo a cura di Alberto Pelissero
Tipologia: Sintesi del corso
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Capitolo 1
1. Il concetto di hinduismo Il modo di definire la religione degli Hindu con il termine hinduismo comparve solo nel XIX secolo, nel Bengala, quando gli impiegati della East india Company britannica lo introdussero per riassumere in un solo concetto l’insieme di quelle che loro consideravano le numerose sette religiose degli abitanti dell’India. In realtà si trattava di più religioni con idee talvolta anche molto diverse ma i seguaci di queste religioni vivevano insieme in maniera pacifica, cosa che all’epoca in Europa non era possibile nemmeno tra protestanti e cattolici. Il termine venne ricavato dalla parola “Hindu” che deriva dal persiano e indica al singolare il fiume Indo e al plurale le persone che si trovano sull’Indo, ovvero gli indiani. Nel 711/12 d.C., i conquistatori musulmani si spinsero in India e si stabilirono come coloni nei pressi del corso inferiore dell’Indo; anche loro chiamarono la gente del luogo “Hindu” e la zona “Al Hind”. Fu con loro che l’Islam arrivò in India, ed è dunque di casa da quasi 1300 anni. I musulmani si tennero separati dagli infedeli Hindu, sottolinenando in quanto arabi la loro origine dal popolo del profeta; gli indiani che si convertirono all’Islam vennero chiamati Hindustani. Poiché secondo il diritto musulmano i “non-musulmani” devono pagare una tassa aggiuntiva, la conversione della popolazione non comportava necessariamente un vantaggio economico per i conquistatori. Si convertivano all’Islam coloro che non appartenevano a nessuna casta o coloro che appartenevano alle caste inferiori, puntando così ad una promozione sociale che tuttavia spesso non si realizzava nel modo sperato. Per le classi medie l’onere fiscale aggiuntivo rimaneva entro i limiti tollerabili e il fatto di cambiare religione offriva solo vantaggi limitati; solo per i ceti più elevati degli Hindu un adeguamento all’Islam poteva essere politicamente vantaggioso. E così dal secolo VIII nella parte occidentale dell’India per gli esattori delle imposte ci furono due categorie di uomini: musulmani e Hindu; questi termini indicano i conquistatori e la gente del luogo e più tardi i fedeli e gli infedeli, ma in entrambi i casi indicano i livelli di tassazione.
Molte cause contribuirono poi allo sviluppo della dottrina della rinascita e alla dottrina delle conseguenze delle azioni (karman):
La conseguenza panteistica del monismo è sfruttata dai brahmani nel sacrificio, ma sembra che in pubblico la si voglia tenere lontana. Infatti si potrebbe troppo facilmente scambiare la conoscenza panteistica con l’animismo di quei non arii in India che adoravano divinità con sembianze di piante, pietre, sorgenti, montagne e animali. Il sorgere del pensiero monoteista: non c’era consenso già nel momento iniziale. Il pensiero prevaleva per quanto riguarda i primi passi del pensiero: l’Uno doveva possedere l’essere, e in lui doveva sorgere un desiderio e una coscienza per ideare ogni dettaglio di questo mondo e del suo ordinamento. Se però c’erano un desiderio e una coscienza, doveva esserci anche qualcuno che possedeva l’uno e l’altra: una persona e non un qualcosa di neutro. C’era dunque un’alternativa al brahman senza forma, senza attributi e inconoscibile: un Dio personale con degli attributi, un creatore, ordinatore e conservatore del mondo. Il dio Brahma però non c’era nel veda e il veda rimaneva come sempre l’autorità a cui rifarsi. Tuttavia c’era nel veda un dio senza nome con il titolo di Prajapati: “signore delle creature”. Brahma venne ora identificato con lui. L’idea monoteistica poteva utilizzare anche un secondo elemento del veda: l’idea di un embrione d’oro che si era formato all’origine, nascendo come unico signore della creazione, che poi forma il mondo degli elementi fatti di materia più grossa e le loro leggi naturali e in esso, cominciando dagli dei, dà avvio al processo della creazione di numerosi esseri viventi. Secondo questo modello, il brahman senza forma e la divinità personale si possono considerare come due fasi diversi e che probabilmente si avvicendano l’una all’altra nell’esistenza illimitata di un’unica divinità. Il monoteismo è riconoscibile per il fatto di non adottare il principio del pantheon politeista basato sulla divisione del lavoro, in cui ogni divinità ricopre specifiche funzioni; piuttosto una divinità assume i compiti di tutte. Movimenti di riforma ascetici, materialisti e monastici: L’indebolimento della religione sacrificale vedica fu sfruttato da tre movimenti a partire dal V secolo a.C. :
così come esso è
indisturbata meditazione sia modi di vedere più profondi, sia la fusione della coscienza individuale con quella assoluta L’analisi filosofica condusse allo sviluppo del sistema samkhya che riconduceva ogni essere a due principi immortali:
tuttavia attraverso la sua semplice attenzione produce e dà forma al processo del divenire
grande, si forma. Poiché la prakrti in sé non ha coscienza, ciò può accadere solo se essa riceve impulso dal purusa, cioè la coscienza di questo si rispecchia per così dire in lei, cosa che poi appare come coscienza individuale. Il semplice contatto percettivo di purusa e prakrti dà avvio ad un processo che crea le condizioni per ogni essere animato e inanimato. Chi riconosce nella loro combinazione questi principi di esistenza ha la possibilità di ripercorrere a ritroso e consapevolmente questo camino evolutivo, per giungere infine di nuovo al sommo purusa che riposa in sé. Questa via di salvezza è un cammino di conoscenza e lo yoga è necessario in due fasi di questo cammino:
meditazione
Il sacrificio si trova al centro del mondo e il suo fumo segue l’asse del mondo attraverso l’ampio spazio, che il dio crea e in cui è presente, fin su nel cielo che è alimentato dal sacrificio. E poiché Visnu raggiunge per primo la fine del sacrificio (il cielo più alto), egli si mostra come il migliore tra gli dei. Ma l’offerta all’inizio del processo cosmogonico non c’era ancora. Perciò la vittima (Visnu) sacrifica se stessa e lo fa nel modo più alto: come sacrificio umano. Egli offre se stesso in se stesso. Per pancaratra e vaikhnasa, il sacrificio è la forza cosmogonica che sta all’origine del mondo a cui è stata data la vita. I pancaratra si sono però già distanziati dalla prassi sacrificale vedica: essi predicano il “non nuocere” agli esseri viventi, e rimettono di nuovo in libertà le vittime del sacrificio. La tradizione locale interpreta il nome Visnu come “ciò che si trova dappertutto”; Visnu riprende l’onnipresenza del brahman dandole un’impronta personale: egli è il principio spirituale negli esseri. Visnu viene anche definito Narayana: il Rgveda aveva associato il passo più alto di Visnu con un luogo nel cielo in cui miele e acqua dolce sgorgano dalla volta celeste e in cui i padri defunti si ristorano. In questo modo Visnu è collegato sia al mondo dei morti, sia alle acque cosmiche. Versioni più recenti del mito raccontano che Visnu, camminando, ha colpito così forte con l’alluce la volta del cielo che l’ha rotta. Il buco così provocato è diventato la fonte da cui scorre acqua dolce dall’esterno nel cielo. I miti della fine del mondo raccontano inoltre del tempo finale, quando il dharma non viene più seguito, le caste si mescolano e il sapere divino va perduto. Allora i sette inferi, la terra, l’aria, il cielo di Indra e il mondo celeste che sta oltre vengono bruciati da una catastrofe cosmica e un’inondazione ricopre tutto; dopodiché Visnu-narayana sprofonda in un sonno cosmico e solo quando si risveglia avrà inizio un’altra creazione. Il mito mostra che Visnu-Narayana è una divinità ambivalente, che è in relazione da un lato a luce e vita, dall’altro al mondo dell’aldilà. Manifestazione e incarnazione Tra il 400 e il 100 a.C. compare l’idea di un corso ciclico della storia; nell’epoca presente il mondo va incontro ad una distruzione purificatrice e infine alla sua nuova creazione. Per i teologi di un monoteismo visnuitico una tale teoria della decadenza doveva costituire un problema: come può un Dio starsene lì passivo, mentre il suo mondo va incontro alla rovina? Essi risposero con la dottrina delle manifestazioni o discese di dio, una dottrina dell’incarnazione che prevede un’intervento divino per la salvezza dell’ordine morale. La lista canonica delle dieci incarnazioni contiene avatar di forma animale, semi-animale e animale; esse sono:
intaccare l’assoluta libertà di dio, che può salvare chi vuole, quando vuole e in qualsiasi condizione
postulato della libertà incondizionata di dio, senza la quale non ci può essere nessuna onnipotenza Si costruirono quindi due schieramenti:
questa lo vuole salvare da un pericolo; egli contribuisce alla propria salvezza per quanto possibile
Suo nemico principale è Ravana, demone dalle dieci teste che rapisce Sita, sua moglie, e la tiene prigioniera nella sua fortezza; Hanumat, suo amico e discepolo, lo aiuta e diventa il modello ideale di chiunque voglia servire dio: come tale egli è diventato un mediatore tra i credenti e il dio Rama e quindi è divenuto lui stesso una divinità sempre più importante. Tulsidas fa poi un libero adattamento del Ramanuja nella lingua popolare della sua regione e per il culto di Rama dell’India settentrionale questo è il testo religioso per eccellenza. Tulsidas riesce a descrivere la pietà infinita del dio Rama-Visnu e a trasmettere i fondamenti del dharma in modo molto efficace. Per lui Visnu occupa una posizione di supremazia sugli altri dei ma anche Rama, la sua incarnazione terrena, è l’essere supremo; egli è veramente dio, apparso sulla terra per la salvezza degli uomini. Alla Bhakti ramaita di Tulsidas è estraneo l’erotismo; la relazione tra uomo e dio corrisponde a quella di un servo con il suo signore e la salvezza si può ottenere con un’intensa Bhakti. Nella religione di Rama vi è anche un’opera che ha come obiettivo quello di ricondurre l’idea teistica di dio al monismo. Si tratta dello Yogavasistha Ramayana, composta verso la fine del XII secolo. Con una serie di racconti tale opera cerca di mettere in discussione la prospettiva teistica della religione di Rama e di suscitare la consapevolezza che mondo e divinità personale sono mera apparenza. Perciò la bhakti non è più di aiuto e solo lo yoga e la conoscenza intuitiva di un’unità superiore conducono alla liberazione e alla pace. Rama riconosce di essere lui stesso il brahman in cui l’anima individuale si dissolve. Nasce così la bhakti ramaitica di tipo nirguna (senza attributi). La tendenza nirguna si è costituita come un ramo della tradizione Visnuita in cui il nome di rama rimane ad indicare il principio superiore, non in quanto nome di una persona, ma come cifra dell’ineffabile. A partire dal XIII secolo in questo ramo si inseriscono anche le idee dei sufi islamici, per le quali Allah è un dio che non si può né nominare, né descrivere. Il movimento religioso che ne risulta, il nirguna-sampradaya, può usare anche altri nomi per dio, considerandoli simbolo dell’ineffabile. Ciascuno dei tre grandi rami in cui si dividono i visnuit, che hanno sviluppato diverse teologie, è oggi suddiviso in numerose tradizioni. Nel visnuismo non c’è un’autorità universalmente riconosciuta che abbia la facoltà di giudicare la validità o falsità di una dottrina. Vi sono strutture gerarchiche solo all’interno delle singole tradizioni dottrinali e in caso di conflitti non vi è repressione ma nasce una nuova tradizione. Lo sivaismo A) gli inizi dello sivaismo e il linga come simbolo Riudrà, nel veda, era noto come divinità pericolosa e portatrice di malattie e di morte; il suo colore è il rosso, rosso brace come il sole al tramonto. E’ un cacciatore errante e il suo territorio sono le montagne e le zone selvagge, per accattivarselo ci si rivolge a lui chiamandolo con intento eufemistico Siva, il benevolo. Lo si teme, poiché porta attorcigliati su di sé dei serpenti, fulmine e veleno, febbre e tosse sono le armi con cui porta via gli animali domestici e gli uomini. Gara, colui che rapisce, è perciò uno dei suoi nomi più noti e il nome pasupati, signore degli animali, allude al fatto che la salute degli animali dipende dalla sua presenza. La sua clemenza salvava dalla morte, ma saperlo nelle vicinanze non dava tranquillità e divenne così la seconda grande divinità del monoteismo indiano. Il più importante simbolo del culto di Siva è il fallo, che mostra la sua ambivalenza in quanto semina morte ma gli si attribuisce anche la capacità della riproduzione. Inizialmente il fallo era rappresentato realisticamente come pene da cui da cui dio usciva fuori ma poi, sotto l’influsso brahmanico, fu raffigurato in modo più astratto e si mostra il fallo del dio come pilastro eretto che costituisce l’asse del mondo attorno a cui ruota tutta la vita. Il fallo si leva verso il cielo come risultato della fecondazione e come nuova vita. La successiva trasformazione sivaitica di questa simbologia vede rappresentati nel membro eretto di Siva due ambiti: uno cosmico e uno fisico. Quello cosmico è espresso nella forma più esterna del linga e non si può vedere, poi segue la parte visibile che rappresenta il mondo spirituale al di là dello spazio e del tempo. Infine la sommità del linga è convessa e mostra il limite oltre il quale esiste solo la coscienza di Siva, pura, senza oggetto e che dimora in sé. Più tardi a questa simbologia cosmica del linga se ne aggiunge una fisica che si ispira all’idea del kundalini yoga. Secondo questo, lo yogin si sforza di non spargere il suo seme, e con esso la propria forza vitale, ma di incanalarlo attraverso la forza del respiro in una via del corpo chiamata susumna. Quindi il linga rappresenta sia il cosmo, sia il processo di liberazione raggiungibile attraverso lo yoga.
B) i pasupata e lo sivaismo puranico Considerato incarnazione di Siva e perciò chiamato Lakulisa, il signore che porta le clave, questo dio aveva quattro discepoli che fondarono altrettante linee, grazie alle quali lo sivaismo si è diffuso in india. Le dottrine sivaitiche si trovano complete nel commento di Kaudinya, in cui la dottrina dei pasupata viene completamente sviluppata. Il nome pasupata deriva dall’accostamento dualistico tra l’anima individuale ed eterna e il signore, il solo capace di sciogliere il vincolo che lega l’uomo alla materia. Kaudinya riprende la dottrina del samkhya, subordinando però i suoi principi più alti, purusa, identificato qui con l’anima, e prakrti, la natura, al dio superiore e personale Siva. La mitologia di Siva mostra questo dio come distruttore di demoni e come distruttore che alla fine di un’era dà inizio al grande incendio del mondo. Anche il terzo occhio, che egli porta sulla fronte sopra il naso, appartiene a questa simbologia di distruzione: se Siva lo apre, ne esce un fuoco incandescente che distrugge tutto. Tutti questi aspetti distruttivi caratterizzano Siva come un dio che con l’occhio della coscienza brucia le tentazioni del piacere mondano. La salvezza che egli porta ha però a che fare con l’ascesi e con il rifiuto del mondo e ciò lo distingue da Visnu, che invece approva il mondo e ama le sue creature. Nell’India del sud si è sviluppata un’altra immagine di Siva: prima che la sua danza distruggesse il mondo, egli si è mostrato come inventore della musica e della danza e questo aspetto di dio più amichevole nei confronti degli uomini ha conferito allo sivaismo un volto amabile. Un secondo importante incremento il culto di Siva lo ebbe grazie a Parvati, la sua consorte: l’accostamento di questa dea pacifica con tutte le divinità popolari avide di sangue costituì per lo sivaismo un enorme potenziale. La dea fu inclusa in Siva come sua parte, così questo si presentò esternamente a livello iconografico come “signore che per metà è donna”; la parte sinistra del suo corpo è raffigurata in modo femminile. Quando anche il dio Ganesa fu accolto nella famiglia di Siva come figlio di Parvati e gli fu attribuito il potere di eliminare tutti gli ostacoli, lo sivaismo guadagnò un’ulteriore e importante dimensione umana. Se all’inizio lo sivaismo riprese gran parte della sua teologia dal visnuismo, nel IV secolo cominciò a manifestare una propria indipendenza. I sovrani videro in Siva, distruttore dei potenti demoni, un modello per la lotta contro i loro nemici. C) scuole sivaitiche a partire dal X secolo Lo sivaismo del Kasmir - nella tradizione dello sivaismo si sono sviluppate diverse correnti; nel sivaismo del kasmir sorsero due varianti, una dualistica e una monistica. La differenza consiste nella valenza da ascrivere alla natura dell’anima: questa si può identificare e fondere con Siva, oppure può come Siva essere immortale, onnisciente e beata, rimanendo però ferma nella pura contemplazione di ogni avvenimento, in modo tale che solo Siva resta il signore del mondo. Come nel Samkhya si tratta di un dualismo strutturale, dal momento che ammette più anime immortali. Lo sivaismo del kasmir ha preparato la strada allo saktismo: all’interno di un monismo trascendente ha accolto una triade di principi spirituali: Siva, sakti e l’anima, dove l’anima è oscurata dalla sporcizia materiale ed è limitata nelle sue capacità. Il processo di liberazione da questa condizione di sporcizia conduce al riconoscimento della completa e definitiva un’unità dell’anima con Siva. Lo saivasiddhanta - nel sud dell’India si sviluppò uno sivaismo dualistico caratterizzato da un’impronta più emotiva che teorica, che insiste sulla diversità di divinità e anima, poiché solo questa garantisce a lungo la somma felicità che si sperimenta nella relazione della Bhakti. I nathayogin - è inoltre da ricordare la scuola dei nathayogin, che diede particolare importanza al controllo del corpo, cercando, attraverso lo hathayoga e l’esercizio della forza di volontà, di purificarlo dall’interno e di renderlo immortale. I virasaiva - la scuola sivaitica dei virasaiva impose il totale superamento delle caste e l’uguaglianza dei sessi. I suoi esponenti riconoscono riconoscono la dottrina monistica del sankara e delle upanisad, riferendola però a Siva come principio supremo. Avevano inoltre una condotta di vita basata su alcune norme:
Gli sivaiti vedono in questo processo di velamento della coscienza un modo di agire proprio di Siva che essi chiamano “lo scomparire”. Esso fa sì che le creature non riconoscano il dio Siva in tutte le cose, perché lui si è sottratto alla loro percezione. Questo è possibile grazie all’aiuto di maya, che separa i mondi puramente spirituali da quelli materiali. Ne risulta che l’individuo, privato della sua originaria onniscienza e onnipotenza divina, diviene viandante in un mondo dal volto molteplice, in cui non è più in grado di percepire la presenza di Siva. In questa dimensione, in cui maya ha causato il velamento della coscienza cosmica, Siva si manifesta in tre forme: come creatore, conservatore e distruttore del mondo. Si tratta di una creazione secondaria nell’ambito di maya, che è separata dalla vera creazione mediante l’illusione e l’estraniamento. Tutto nel mondi di maya è fugace, anche le tre manifestazioni di Siva, dai nomi noti: si tratta di Brahma, il creatore del mondo, Visnu, il conservatore del mondo e Siva, il distruttore del mondo. VISNUISMO: anche nella teologia dei visnuiti ci sono tre divinità, Brahma, Visnu e Siva, con la stessa funzione; esse sono considerate manifestazioni parziali di Visnu con compiti limitati nell’ambito dell’organizzazione degli avvenimenti ciclici del mondo. I teologi di entrambe le religioni hanno quindi integrato gli dei principali delle altre religioni subordinandoli al proprio. SIVAISMO: per gli sivaiti è chiaro che in questa vita non ci si può salvare, se non si adora Siva; questa è cioè l’unica possibilità di superare la barriera di maya salendo a dio. VISNUISMO: per i visnuiti la grazia di Visnu non è vincolata ad alcuna condizione e se lui vuole salva anche chi adora un altro dio. Per quanto riguarda la struttura del cosmo c’è ancora una differenza da notare: nel mondo di Visnu non ci sono mondi puri al di là di maya; la struttura del mondo ha diversi piani, fatti di materia grossolana sotto e poi via via sempre di materia più chiara e sottile. Così ci sono sette cieli, fino al mondo del brahman e oltre vi è lo stesso Visnu SI TRATTA DI RELIGIONI DIVERSE NONOSTANTE EMERGANO ALCUNE SOMIGLIANZE. Capitolo 3: lo hinduismo oggi Cosa si intende oggi per hinduismo?
Svami Vivekanda, ha fondato la Ramakrishna mission nel 1897; questa accetta tutte le religioni, unificandole però attraverso l’idea della loro unità nel sommo brahman. Questi movimenti di riforma hanno anche risposto alla critica dei cristiani criticando a loro volta il comportamento degli sfruttatori cristiani. Verso la fine del XIX secolo l’Arya Samaj, per aumentare il numero dei propri membri, praticò per mezzo di un rituale chiamato “purificazione” la riconversione di indiani che prima erano passati al cristianesimo o all’islam. Ciò ebbe come conseguenza il fatto che anche i musulmani cominciarono campagne per la conversione tra i ceti sociali sottoprivilegiati. La lotta per le maggioranze era ora in pieno corso. In india ci sono stati musulmani già dall’inizio dell’VIII secolo; erano numerosi, desiderosi di raggiungere il potere, e le loro classi più elevate si sentivano superiori agli Hindu per quanto riguarda religione e cultura. Tutto questo provocò il malcontento di una parte degli Hindu nel movimento di indipendenza indiano. Ci si voleva liberare dal dominio degli inglesi, ma senza avere di nuovo quello dell’islam. Gli esponenti della Hindu Mahasabha miravano a fondare uno stato in cui finalmente potesse esplicarsi di nuovo l’essenza degli Hindu. Il paese doveva diventare la terra in cui domina il dharma e questa terra non poteva essere divisa. Questo territorio è considerato come sacro e come terra destinata per la salvezza degli Hindu; musulmani, ebrei e cristiani in india dovevano essere ospiti ma non forze politiche che potessero avere importanza. La linea più moderata di Gandhi e Nehru non ha potuto però evitare la divisione dell’India e perciò per i nazionalisti Hindu obiettivi essenziali sono rimasti non raggiunti. Con il procedimento prima descritto, in base a cui di calcolavano Hindu tutte le persone che non si dichiaravano musulmane, cristiane, buddhiste, jaina o parsi, si ottenne il risultato statistico di quasi un 80% di Hindu nella nuova india. In questo modo le persone definite come Hindu divennero uno dei più importanti elementi di coesione nazionale dell’India. Nel 1948 si costituì un “consesso centrale per la promozione della signoria di Rama; nel 1951 fu fondato come partito politico la “lega popolare indiana” e nel 1964 nacque il “consiglio centrale di tutti gli Hindu”. Dal 1991 - quando la campagna pubblicitaria del Bharatiya Janata Party chiese in nome del culto di Rama la demolizione della moschea di Ayodhya, ottenendo questo risultato nel 1992 - il cosiddetto fondamentalismo Hindu è diventato in india una forza politica dominante. L’hinduismo nazionale offre la possibilità di lasciare alla molteplicità la propria dignità e tuttavia di credere in un’unità superiore. Per giustificare un tale modo di procedere, ci si può richiamare alla dottrina dell’advaita Vedanta monistico, il quale afferma che tutto ciò che si vede ed è molteplice, compresi gli dei, non è altro che apparenza e che solo il brahman possiede un essere eterno. L’advaita Vedanta offre una dottrina soddisfacente dal punto di vista intellettuale, in grado di risolvere le posizioni antitetiche di singole religioni in un’entità superiore. Un tale monismo però cozza contro dei limiti, quando si imbatte in una teologia monoteistica. Il dio dei monoteisti non è infatti un astratto senza forma bensì una persona. Nel XX secolo l’hinduismo politico si è poi trasformato: l’hanno dapprima favorito i visnuiti, e infatti alcuni decenni più tardi le due grandi trasmissioni televisive che avevano per soggetto il Ramayana e il Mahabharata furono mandate in onda per un anno ogni domenica, con un contenuto altamente politico e decisamente visnuitico. Con la caduta del partito del congresso, il crollo della coalizione civica e la vittoria politica del Bharatiya Janata Party si è imposto un movimento il cui obiettivo è quello di consolidare il potere con l’aiuto di un nuovo sentimento di unità definito religiosamente. Oggi si mostra un interesse nuovo e forte per la fusione sincretistica delle due religioni monoteiste, lo sivaismo e il visnuismo. Simbolo di questa unione è l’immagine del dio Harihara, una figura che presenta nella sua metà destra Siva, nella sua metà sinistra Visnu e sui lati gli animali cavalcati da entrambi gli dei. Sintomatico della tendenza a riunire diversi filoni della tradizione religiosa è anche la recente concentrazione di diverse divinità nella cella di un tempio, e lo si può vedere soprattutto nei templi che sono sorti o sono stati ristrutturati dopo il 1995.
Così le jati rispecchiano la concorrenza di diversi gruppi per avere parte a risorse limitate e potere sociale. Il sistema delle caste in questa duplice forma accomuna ancora oggi gli Hindu in una struttura sociale preesistente, però li separa anche rigorosamente in diverse classi. Secondo l’appartenenza ad unità sociali separate in questo modo, ha luogo l’avvio alla socializzazione nelle rispettive forme religiose; e poiché ancora pochi soprattutto tra i poveri sono in grado di leggere, l’educazione religiosa si svolge per lo più attraverso miti e leggende tramandati oralmente. Alla pluralità della società corrisponde quella delle divinità: si può scegliere a quale divinità presentare i propri desideri e a quale rivolgere le proprie preghiere, anche se questa scelta spesso è limitata dalla tradizione della famiglia. Sull’altare domestico si trova innanzitutto la divinità familiare, a cui compete il bene delle generazioni che si susseguono; c’è poi la divinità scelta per il proprio sacrificio. La donna si adatta nel rituale familiare alla religione del marito, portando comunque con sé la propria divinità; se si è convinti che ci sia un solo dio supremo, si sa allora che tutti gli altri dei possono essere solo creature del più alto e appartenere ad un piano inferiore nella gerarchia degli esseri. B) la religione popolare La religione popolare in india è tutt’altro che unitaria: a seconda della regione in cui ci si trova, predominano divinità diverse che si differenziano per nome, mito, temperamento. Solo una cosa hanno in comune: esse sono potenti. Ciò che fa paura non è cambiato nei secoli; ciò che si desidera riguarda la vita e il corpo: placare la fame, estinguere la sete, scacciare la malattia e tenere lontana la morte. Per la religione popolare sono importanti:
pericoli della strada.
fredda”. Essa è la dea del vaiolo, spesso porta la morte, ed è sovente raffigurata a cavallo di un asino. Anche Manasa può procurare morte o salvare, raffiguarata come un serpente e alla quale si attribuisce il potere del veleno dei serpenti. Sashti invece incarna quel potere che decide della vita o della morte di un neonato. Che le dee siano particolarmente temute è un fatto che ha a che vedere con un’antica percezione del femminile come qualcosa di pericoloso; la terra come prototipo di tutto il femminile chiarisce già questa ambivalenza, che all’aspetto materno del femminile - la fertilità, il partorire, la protezione - contrappone la negazione della possibilità di mangiare, la sepoltura e il divorare le proprie creature.
famiglia.
famiglia, le loro case. Essi diventano divinità minori che vigilano sul loro villaggio e sono chiamati ksetrapala.
possono avere influenza sulla vita quotidiana di un villaggio.
paesaggio abitato dagli uomini. Lo yaksa kubera, che abita nel nord ed è signore di tutti i tesori, è considerato re degli yaksa. I naga, i “serpenti”, sono raffigurati come cobra con un numero di cappucci che può variare da uno a sette, a seconda della loro importanza, possono avere il volto, il busto o l’intera figura umani e hanno il loro regno nel mondo degli inferi chiamato patalaloka. Le differenze più importanti tra la religione popolare e le altre religioni dell’India sono:
D) il pellegrinaggio Il pellegrinaggio nelle città sante non è un dovere vincolante per un Hindu, ma viene propagandato dai sacerdoti del tempio come qualcosa in grado di favorire in modo particolare la salvezza. Durante il pellegrinaggio, i pellegrini possono provare esperienze religiose profonde nei luoghi santi, prima conosciuti solo tramite racconti. Luoghi sacri sono sorti presso gli eremi di famosi santi o di importanti azioni di incarnazione divine come Krsna o Rama e nei luoghi in cui la potenza divina si è manifestata spontaneamente con miracoli. Essi sono sorti anche in luoghi che devono la loro fama alla particolare bellezza della natura o alla forza purificatrice di fiumi sacri. Un tempo i pellegrinaggi comportavano spesso grandi sacrifici, diventando perciò già durante il viaggio una forma di rigido esercizio ascetico; il viaggio stesso si rivelava come una terapia di liberazione, che purificava il corpo e apriva l’anima. Oggi è diventato per lo più turismo religioso; tuttavia la componente religiosa resta straordinariamente forte. Dopo la purificazione nella vasca del tempio si aspetta in coda con i fedeli per vedere dio, portargli un dono e dire una preghiera.