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riassunto libri esame di indologia, Sintesi del corso di Glottologia

riassunto dei quattro testi per l'esame di indologia con il prof. Franceschini: Lineamenti di storia dell'india antica (S. Piano), lezioni di indologia (L. Piretti), storia dell'india (Rothermund), buddhismo (Franci)

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020
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LINEAMENTI DI STORIA CULTURALE DELL’INDIA ANTICA, Stefano Piano
L’India antica (“subcontinente indiano”), a differenza della Bhārat Yuktarāṣṭra (Unione Indiana), comprende oltre alla
penisola indiana anche i territori dell’attuale Pākistan, Baṅgla Deś, Nepāl, Bhūṭān e *++ri Laṅkā, ma la sua influenza si
estende a tutto il Sud-Est asiatico e all’Indonesia, al Tibet e alla Cina, per arrivare infine al Giappone, passando per la
Corea. La diffusione della cultura indiana nel resto dell’Asia Meridionale si deve soprattutto all’importanza che il
credo buddhista assunse in queste zone, formando scuole buddhiste come il buddhismo chan cinese o quello zen
giapponese, nate dall’integrazione dei precetti della scuola indiana della “meditazione” (dhyāna) con culti locali.
La parola “India” risale ai tempi dello storico greco Erodoto che per primo nominò gli abitanti del Nord dell’India oi
Indoì, dal nome del fiume Indo che caratterizzava la geografia della loro regione e influenzava la loro vita e la loro
economia. Ma egli, tuttavia, non inventò ex novo il nome del fiume Indo, ma lo attinse dalla voce sanscrita sindhu,
appunto “fiume”, che attraverso la mediazione persiana diventa in greco Indòs. Le popolazioni che verso il 1500 a.C.
invasero l’India, però, non denominarono questa terra attingendo dal nome del fiume Indo, ma piuttosto chiamarono
se stessi ārya (“nobili”) e, quindi, questi territori Āryāvarta (“dominio degli Ārya”, India nord-occidentale). Nei
Purāna [corpus letterario di tipo enciclopedico sulla cosmologia. Il loro stesso nome significa “antico” e sono una
delle principali fonti dell’induismo. Insieme alle due epiche Mahābhārata e Ramāyana e agli *āstra costituiscono la
Smṛti (“tradizione”), mentre i Veda la *ruti (“rivelazione”)] invece l’India è presentata come il centro de mondo, che
avrebbe come asse il mitico monte Meru, ed è nominata Jambudvīpa (“terra della pianta jambu”) o Bhāratavarṣa
(da “Bhārata” e varṣa, “versante”), il nome di un re mitico che, secondo la tradizione, sarebbe stato il progenitore di
tutti gli indiani, a partire dalle due famiglie di cugini Pāṇḍava e Kaurava, le cui lotte sono narrate nel Mahābhārata (“il
grande poema dei discendenti di Bharata”, cioè del popolo indiano, opera enciclopedica in 18 parvan e 100 000
strofe, la cui compilazione data IV sec a. C.-IV sec d.C. Essa avvenne secondo la tradizione ad opera del leggendario
autore Vyāsa). Il Mahābhārata, quindi, è sicuramente un’opera dal forte carattere mitologico, ma in realtà cela un
fondo storico riguardante le lotte tra gli ārya, che giunsero dal Nord-Ovest nel 1500 a.C. circa, e la cosiddetta civiltà
vallinda, che la abitava già dall’inizio del III millennio a.C. Gli abitanti autoctoni, i cui discendenti sono
probabilmente i cosiddetti Draviḍa del Sud [alcuni ipotizzano che la civiltà dravidica discenda da quella di Haṛappā,
sulla base di reperti trovati nell’attuale Afghanistan, nella valle del Gange (Est) e nel Gujarāt (Sud), che mostrano
un’ampia espansione della civiltà urbana di Haṛappā, ma anche su indizi linguistici. Infatti, nel Pākistān settentrionale
c’è un’area in cui tutt’ora si parla il dialetto dravidico, con cui le lingue parzialmente ricostruite della civiltà vallinda
mostrano affinità grammaticali. Infine, le caratteristiche fenotipiche ancora oggi evidenti a Sud fanno immaginare
un’origine caucasica e mediterranea delle popolazioni dravidiche, così come di quelle vallinde] erano probabilmente
di stirpe mediterranea e fondarono una fiorente civiltà urbana, che vede in Haṛappā (pañjāb pakistano) e Mohenjo
Daro (piana del Sindh) i due centri più fiorenti. Ciò che sappiamo di questa civiltà lo dobbiamo soprattutto ai reperti
archeologici che, in mancanza di una scrittura decifrata, costituiscono le uniche fonti. Gli scavi che portarono alla luce
la maggior parte dei reperti significativi furono quelli avviati dall’inglese John Marshall nel 1921 e poi ripresi dopo
un’interruzione nel 1946. Da queste fonti è stato possibile ricostruire la storia di queste città: Haṛappā fiorì tra il 2300
e il 1750 a.C. tra i due antichi rami del fiume Rāvi, un affluente dell’Indo; Mohenjo Daro, invece, sorgeva sulle rive
dell’Indo ed entrambe erano cittadelle fortificate, probabilmente più per limitare i danni delle frequenti inondazioni
che, secondo alcuni, furono addirittura la causa della fine della civiltà vallinda. L’architettura di queste città mostra il
progresso tecnologico della civiltà vallinda, essendo dotate di un complesso sistema stradale e infrastrutturale, tra cui
una efficiente rete fognaria. Gli edifici erano per lo più di mattoni, forse cotti, e le abitazioni, che già presentavano
nella loro costruzione l’uso dell’arco a volta, spesso sostenuto da pilastri lignei a base quadrata, avevano coperture a
terrazza, come era in uso presso le civiltà mediterranee e mediorientali (per permettere il deflusso dell’acqua piovana e
consentire di dormire all’esterno in estate). Il ritrovamento più interessante avvenne a Mohenjo Daro, dove nel 1925-
26 fu rinvenuto il cosiddetto “grande bagno”, una vasca dotata di ipocausto e spogliatoi che mostra in modo evidente
l’abilità tecnica posseduta da questa civiltà. Nel complesso la civiltà vallinda, per ciò che si può dedurre dai resti,
appare fortemente urbanizzata e sicuramente sedentaria, in netta opposizione con le popolazioni nomadi che verso il
1500 a.C. penetrarono nel Nord dell’India dal Pañjāb. Se la società vallinda era prevalentemente dedita al commercio
con una forte borghesia mercantile, all’agricoltura e all’industria (il che fa pensare a una società molto pragmatica.
Infatti, gli unici elementi religiosi sembrano essere i sigilli, che contengono anche le poche iscrizioni in nostro
possesso), al contrario i popoli indoari (di provenienza protonordica, detti anche Indo-Europei) erano nomadi,
cacciatori, allevatori di bestiame e guerrieri, conoscevano il carro da guerra e le tecniche di addomesticamento dei
cavalli. Proprio per queste conoscenze in campo bellico essi non dovettero trovare troppa difficoltà nel conquistare le
popolazioni autoctone, distruggendo le prospere e fiorenti città di Haṛappā e Mohenjo Daro. Certamente però qualcosa
della civiltà precedente permase, soprattutto in ambito religioso, emergendo di tanto in tanto anche in epoca classica e
sin dalle Upaniṣad. Dal punto di vista religioso sappiamo poco della società vallinda, ma significativo è un sigillo (J.
H. Mackay, n.420) in cui è rappresentata una figura antropomorfa tricefala e con un copricapo con sue corna, seduta
nella posizione dello yoga e circondata da animali (tra cui una tigre che fa supporre che gli abitanti delle grandi città
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LINEAMENTI DI STORIA CULTURALE DELL’INDIA ANTICA, Stefano Piano L’India antica (“subcontinente indiano”), a differenza della Bhārat Yuktarāṣṭra (Unione Indiana), comprende oltre alla penisola indiana anche i territori dell’attuale Pākistan, Baṅgla Deś, Nepāl, Bhūṭān e Ś́́ ri Laṅkā, ma la sua influenza si estende a tutto il Sud-Est asiatico e all’Indonesia, al Tibet e alla Cina, per arrivare infine al Giappone, passando per la Corea. La diffusione della cultura indiana nel resto dell’Asia Meridionale si deve soprattutto all’importanza che il credo buddhista assunse in queste zone, formando scuole buddhiste come il buddhismo chan cinese o quello zen giapponese, nate dall’integrazione dei precetti della scuola indiana della “meditazione” (dhyāna) con culti locali. La parola “India” risale ai tempi dello storico greco Erodoto che per primo nominò gli abitanti del Nord dell’India oi Indoì , dal nome del fiume Indo che caratterizzava la geografia della loro regione e influenzava la loro vita e la loro economia. Ma egli, tuttavia, non inventò ex novo il nome del fiume Indo, ma lo attinse dalla voce sanscrita sindhu , appunto “fiume”, che attraverso la mediazione persiana diventa in greco Indòs. Le popolazioni che verso il 1500 a.C. invasero l’India, però, non denominarono questa terra attingendo dal nome del fiume Indo, ma piuttosto chiamarono se stessi ārya (“nobili”) e, quindi, questi territori Āryāvarta (“dominio degli Ārya”, India nord-occidentale). Nei Purāna [corpus letterario di tipo enciclopedico sulla cosmologia. Il loro stesso nome significa “antico” e sono una delle principali fonti dell’induismo. Insieme alle due epiche Mahābhārata e Ramāyana e agli Ś āstra costituiscono la Smṛti (“tradizione”), mentre i Veda la Ś ruti (“rivelazione”)] invece l’India è presentata come il centro de mondo, che avrebbe come asse il mitico monte Meru, ed è nominata Jambudvīpa (“terra della pianta jambu”) o Bhāratavarṣa (da “Bhārata” e varṣa, “versante”), il nome di un re mitico che, secondo la tradizione, sarebbe stato il progenitore di tutti gli indiani, a partire dalle due famiglie di cugini Pāṇḍava e Kaurava, le cui lotte sono narrate nel Mahābhārata (“il grande poema dei discendenti di Bharata”, cioè del popolo indiano, opera enciclopedica in 18 parvan e 100 000 strofe, la cui compilazione data IV sec a. C.-IV sec d.C. Essa avvenne secondo la tradizione ad opera del leggendario autore Vyāsa ). Il Mahābhārata, quindi, è sicuramente un’opera dal forte carattere mitologico, ma in realtà cela un fondo storico riguardante le lotte tra gli ārya, che giunsero dal Nord-Ovest nel 1500 a.C. circa , e la cosiddetta civiltà vallinda, che la abitava già dall’inizio del III millennio a.C. Gli abitanti autoctoni, i cui discendenti sono probabilmente i cosiddetti Draviḍa del Sud [alcuni ipotizzano che la civiltà dravidica discenda da quella di Haṛappā, sulla base di reperti trovati nell’attuale Afghanistan, nella valle del Gange (Est) e nel Gujarāt (Sud), che mostrano un’ampia espansione della civiltà urbana di Haṛappā, ma anche su indizi linguistici. Infatti, nel Pākistān settentrionale c’è un’area in cui tutt’ora si parla il dialetto dravidico, con cui le lingue parzialmente ricostruite della civiltà vallinda mostrano affinità grammaticali. Infine, le caratteristiche fenotipiche ancora oggi evidenti a Sud fanno immaginare un’origine caucasica e mediterranea delle popolazioni dravidiche, così come di quelle vallinde] erano probabilmente di stirpe mediterranea e fondarono una fiorente civiltà urbana, che vede in Haṛappā (pañjāb pakistano) e Mohenjo Daro (piana del Sindh) i due centri più fiorenti. Ciò che sappiamo di questa civiltà lo dobbiamo soprattutto ai reperti archeologici che, in mancanza di una scrittura decifrata, costituiscono le uniche fonti. Gli scavi che portarono alla luce la maggior parte dei reperti significativi furono quelli avviati dall’inglese John Marshall nel 1921 e poi ripresi dopo un’interruzione nel 1946. Da queste fonti è stato possibile ricostruire la storia di queste città: Haṛappā fiorì tra il 2300 e il 1750 a.C. tra i due antichi rami del fiume Rāvi, un affluente dell’Indo; Mohenjo Daro, invece, sorgeva sulle rive dell’Indo ed entrambe erano cittadelle fortificate, probabilmente più per limitare i danni delle frequenti inondazioni che, secondo alcuni, furono addirittura la causa della fine della civiltà vallinda. L’architettura di queste città mostra il progresso tecnologico della civiltà vallinda, essendo dotate di un complesso sistema stradale e infrastrutturale, tra cui una efficiente rete fognaria. Gli edifici erano per lo più di mattoni, forse cotti, e le abitazioni, che già presentavano nella loro costruzione l’uso dell’arco a volta, spesso sostenuto da pilastri lignei a base quadrata, avevano coperture a terrazza, come era in uso presso le civiltà mediterranee e mediorientali (per permettere il deflusso dell’acqua piovana e consentire di dormire all’esterno in estate). Il ritrovamento più interessante avvenne a Mohenjo Daro, dove nel 1925- 26 fu rinvenuto il cosiddetto “grande bagno”, una vasca dotata di ipocausto e spogliatoi che mostra in modo evidente l’abilità tecnica posseduta da questa civiltà. Nel complesso la civiltà vallinda, per ciò che si può dedurre dai resti, appare fortemente urbanizzata e sicuramente sedentaria, in netta opposizione con le popolazioni nomadi che verso il 1500 a.C. penetrarono nel Nord dell’India dal Pañjāb. Se la società vallinda era prevalentemente dedita al commercio con una forte borghesia mercantile , all’ agricoltura e all’ industria (il che fa pensare a una società molto pragmatica. Infatti, gli unici elementi religiosi sembrano essere i sigilli , che contengono anche le poche iscrizioni in nostro possesso), al contrario i popoli indoari (di provenienza protonordica, detti anche Indo-Europei) erano nomadi, cacciatori, allevatori di bestiame e guerrieri, conoscevano il carro da guerra e le tecniche di addomesticamento dei cavalli. Proprio per queste conoscenze in campo bellico essi non dovettero trovare troppa difficoltà nel conquistare le popolazioni autoctone, distruggendo le prospere e fiorenti città di Haṛappā e Mohenjo Daro. Certamente però qualcosa della civiltà precedente permase, soprattutto in ambito religioso, emergendo di tanto in tanto anche in epoca classica e sin dalle Upaniṣad. Dal punto di vista religioso sappiamo poco della società vallinda, ma significativo è un sigillo (J. H. Mackay, n. 420 ) in cui è rappresentata una figura antropomorfa tricefala e con un copricapo con sue corna, seduta nella posizione dello yoga e circondata da animali (tra cui una tigre che fa supporre che gli abitanti delle grandi città

della valle dell’Indo si fossero spinti fino alla valle del Gange dove vive questo animale), probabilmente itifallica (o forse si tratterebbe della continuazione della cintura?). Ciò ha fatto supporre ad alcuni studiosi sia una conoscenza della pratica dello yoga, sia la raffigurazione di un prototipo preistorico della divinità hindū śiva. I segni che farebbero pensare a una testimonianza di proto-yoga sarebbero la postura, simile alla gorakṣa-āsana o alla bhadra-āsana, posizioni connesse al controllo dell’energia sessuale, mentre coloro che vi vedono una figura preistorica di śiva si basano sugli epiteti del Dio come “signore degli yogin” e “protettore degli animali” ( paśupati ). Inoltre, nell’iconografia classica śiva è talvolta tricefalo e spesso è definito “asceta erotico”. Tuttavia, “Paśupati” connota il dio come protettore degli animali domestici, quindi non quelli raffigurati sul sigillo, al punto che alcuni hanno supposto si tratti piuttosto della Devī, vernata come “colei che distrugge il demone-bufalo” (Mahiṣāsuramardini), che però non è solo suo avversario, ma anche controparte in un’unione dinamica che unisce prakṛti e puruṣa, donna e uomo.  Yoga : la parola, che significa “soggiogamento, disciplina [del corpo e della mente]” ma anche “congiungimento [con il supremo Signore]”, indica sia lo strumento che il fine stessa di una ricerca spirituale. Esso fu codificato nei primi secoli dopo Cristo negli Yoga-sūtra di Patañjali, raccogliendo però i contributi di una tradizione millenaria precedente anche l’arrivo degli ārya, ed è costruito sulla cosmologia del Sāṃkhya-darśana [ Sāṃkhya : uno dei 6 sistemi filosofici cosiddetti ortodossi dell’India, cui si collega tradizionalmente il sistema Yoga. Deve essere annoverato fra i più antichi, sebbene la trattazione sistematica pervenuta, cioè la Sāṃkhyakārikā («Succinta esposizione metrica del Sāṃkhya»), legata al nome di Īśvarakṛṣia, risalga probabilmente non più in là del 4° sec. d.C. Questo breve ma importantissimo testo fu poi oggetto di numerosi commenti nei secoli successivi. Il sistema è ateistico e ammette due principi increati ed eterni, diversi fra loro: la materia (prakṛti), continuamente mutevole, e una infinita moltitudine di anime individuali (puruṣa), eternamente immutabili, ma provvisoriamente legate alla materia e trasmigranti da un corpo all’altro. Solo la convinzione (raggiungibile mediante la riflessione filosofica o la pratica ascetica) che l’anima è di per sé estranea a ogni dolore e miseria, e del pari alla morte e alla rinascita, può far sì che al sopraggiungere della morte corporea l’anima si liberi da ogni legame con la materia, sfuggendo così a una successiva reincarnazione e rimanendo in una condizione eterna di isolamento incosciente], diventando così una visione del mondo. Quando arrivarono, gli ārya si frammentarono in piccoli gruppi, clan o tribù, dando origine a un fenomeno di infiltrazione, più che di conquista vera e propria che si limitò alle regioni settentrionali dell’India. Essi vivevano in villaggi federati in cui grande importanza avevano i consessi degli anziani. Se dal punto di vista artistico la civiltà vallinda mostra notevoli capacità in ambito figurativo, in particolare per quanto riguarda la rappresentazione dell’essere umano in statuette di pietra o bronzo, gli ārya invece eccellevano piuttosto nella poesia, nella musica e nel teatro. Le due principali innovazioni che essi introdussero furono: l’uso del vedico (1), usato dagli antichi veggenti ṛṣi per comporrei gli inni antichi del Ṛg-Veda, e un ordine sociale fortemente stratificato (2), diviso in “categorie sociali” gerarchicamente organizzate in base alla loro funzione. (1) il vedico è una lingua indoeuropea, progenitrice del sanscrito classico, perciò imparentata con l’avestico e con le lingue classiche occidentali (latino e greco antico). Il termine deriva dal termine sanscrito veda , cioè “sapere rivelato”, che indica anche il corpus letterario prodotto dal 1500 a.C. alla metà del I millennio a.C., ritenuto appunto rivelato. I Veda sono costituiti da quattro saṃhitā (raccolte), di cui le prime tre costituiscono la “triplice scienza” (trayi vidyā):

  1. Ṛg-Veda o “Veda degli Inni”,1028 composizioni poetiche laudative, divise in 10 libri detti maṇḍala
  2. Sāma-veda o “Veda delle Melodie”, le cui notazioni melodiche sono il più antico esempio di musica liturgica al mondo
  3. Yajur-Veda o “Veda delle formule sacrificali”
  4. Atharva-veda o “Veda delle formule magiche” Esse sono opere di carattere esegetico e mostrano le prime esigenze filosofiche, sviluppate negli Āraṇyaka, “libri delle selve”, e poi nelle Upaniṣad o “Vedānta”, cioè ultimo libro dei Veda. I Veda hanno valore poetico e rituale e furono ampiamente commentati in quelli che costituiscono i Brāhmaṇa (“manuali per brahmani” o “testi sul brahman”, cioè il versetto sacro detto anche mantra che costituisce la parola imperitura, quindi la Realtà), che fanno del sacrificio il centro e la sostanza di tutte le cose. Il sacrificio vedico, pubblico o privato, si rivolgeva soprattutto al cavallo o alla bevanda soma e solo i brahmani ne conoscevano la sequenza rituale, costituendo in questo modo un’aristocrazia sacerdotale molto prestigiosa. Al contrario, le Upaniṣad rappresentano la prima reazione “laica” a questo ritualismo vedico e allo strapotere della casta, presentano tendenze più speculative, pur rimanendo una tendenza riformatrice interna all’”ortodossia” vedica (al contrario delle correnti jainiste e buddhiste che nacquero nettamente in antitesi alla religione vedica). Di particolare importanza è la contrapposizione Brahman-Ātman qui teorizzata, laddove il primo è l’Anima del mondo che permea tutto, mentre il secondo è l’Anima individuale, anch’essa immersa nel Brahman. La salvezza è, dunque, conseguita non tanto con l’esecuzione di rituali, quanto dal raggiungimento della jñāna, la

Dīpavaṃsa. Siddharta (567/57 a.C. – 480 a.C.) nacque probabilmente da una famiglia di principi kṣatriya della famiglia dei Sākiya di Kapilavatthu. Il regno della famiglia di Siddharta era molto ricco per la sua posizione geografica che ne favoriva il commercio, motivo per cui le categorie sociali economicamente più potenti erano quelle mercantili, posto sotto l’influenza del Kośala (Nord-Est, a Nord del regno del Magadha) ma dotato di una certa autonomia. La casta militare, di cui i Sākiya erano il vertice, avevano la supremazia assoluta e Suddhoana, padre di Siddharta (il cui nome benaugurale significa “colui che ha raggiunto il suo scopo”), era il capo famiglia. Si dice che la madre Māyā partorì in un boschetto presso Kapilavatthu e il figlio fu chiamato Siddharta Gautama (quest’ultimo un patronimico). Egli fu tenuto rinchiuso in un palazzo lontano dal resto del mondo per evitare l’avverarsi di una profezia che aveva predetto a suo padre che il figlio sarebbe diventato asceta. Ma all’età di 29 anni chiese a un servo di portarlo di nascosto in città e qui conobbe il dolore dell’esistenza, nella forma della vecchiaia, della malattia, della morte e della sofferenza monacale. Da qui la sua vocazione a diventare asceta e abbandonare il palazzo paterno per errare da mendicante. Dopo aver invano seguito due maestri, dopo sei anni di completa ascesi ebbe l’illuminazione mentre giaceva sotto un albero di pippala e comunicò il sapere acquisito a cinque discepoli, i primi a convertirsi al Buddhismo. Egli morì per avvelenamento, continuando a predicare fino alla sua totale estinzione, dopo aver chiesto al fedele Ānanda di preparagli un giaciglio. La sua dottrina affermava che tutto è dolore, anche la stessa nascita, e la vita è dolorosa perché l’uomo è consapevole dell’impermanenza dell’esistenza. Per uscire dal ciclo saṃsarico di rinascite che riproduce continuamente il dolore è necessario acquietare il desiderio di vivere e di agire, la cui radice è l’avidyā (ignoranza), che altro non è che l’illusione di esistere. Essere consapevoli di ciò è raggiungere il nirvana e estinguersi per sempre attraverso l’ottuplice sentiero della dottrina buddhista. Per entrare a far parte dei discepoli bisognava aderire alla legge dhamma e alla comunità saṃgha , a cui appartenevano tutti i devoti. Dalla predicazione stabile nel periodo delle piogge nacquero monasteri e la creazione di una vita cenobitica. I monaci bhikṣu , la cui vita deve essere estremamente retta, vagano senza sosta chiedendo l’elemosina. Grazie a loro il buddhismo delle origini, Theravāda, si diffuse sin dal III sec a.C. in Ś ri Laṅkā, in Birmania e in tutto il Sud-Est asiatico, mentre grazie alla scuola Mahāyāna raggiunse il Nepāl e il Tibet, per poi giungere in Cina dal IV sec d.C., la Corea e il Giappone (522 d.C.). In India il periodo di massima diffusione fu durante l’impero Gupta, per poi decadere all’epoca di Harṣa. Dinastia Nanda (413-324 a.C.) Le poche notizie in nostro possesso sulla dinastia Nanda ci sono pervenute da fonti indiane ma anche greche e latine (Diodoro Siculo e Quinti Curzio Rufo). Queste ultime, in particolare, parlano di un certo sovrano Xandràmes o Agrammes, che regnava in India quando vi giunse Alessandro Magno e che fu detronizzato da Candragupta, fondatore della dinastia Maurya. Probabilmente i Nanda con Mahapadma strapparono agli Shishunaga il trono del Magadha e grazie al forte esercito espansero il regno a Ovest e a Sud, introducendo un efficiente sistema fiscale e dando impulso all’agricoltura con la costruzione di canali di irrigazione. Su queste basi l’usurpatore Chandragupta fondò l’impero Maurya. Dinastia Maurya (324-185 circa a.C.) Il fondatore di questa dinastia Candragupta-Sandrocottus nel 324 a.C. conquistò il trono di Pāṭaliputra (le fonti greche sull’avvenimento sono Giustino e Plutarco, data la coincidenza del regno del primo sovrano Maurya con la spedizione di Alessandro in India che, però, dopo alcuni iniziali successi nel Nord-Ovest dell’India, raggiunse in fiume Biās (per i Greci Ifasi) e da qui si ritirò in Occidente, dove morì senza riuscire a realizzare il suo sogno di un impero universale. Numerose anche le fonti in sanscrito, come i Pūraṇa, talvolta in disaccordo con i corrispondenti greci). Importantissimo per la creazione dell’Impero Maurya è il contributo del consigliere di Candragupta, il brahmano Kauṭiliya, il massimo genio politico dell’India antica, come riportato nei Pūraṇa. dopo la ritirata di Alessandro, Candragupta guidò la rivalsa indiana di riconquista dei territori del Nord-Ovest caduti prima in mano persiana e poi macedone. Qui, infatti, aveva stabilito il suo dominio Seleuco Nicatore di Siria, sovrano greco, con cui Candragupta stipulò una pace nel 305 a.C., ricevendo poi alla sua corte l’ambasciatore Megastene (dai cui resoconti in greco abbiamo notizie della prosperità dell’Impero Maurya e della sua capitale). Il questo periodo di regno L’impero Maurya raggiunse un’espansione che comprendeva quasi tutta l’India e che Aśoka, terzo sovrano della dinastia Maurya, renderà estremamente fiorente. Il regno di Aśoka (270/69-236 a.C.) rappresenta l’apice dell’Impero Maurya. Egli divenne particolarmente famoso per la sua conversione al Buddhismo, che secondo le fonti avvenne dopo aver visto le sue truppe devastare una città e ucciderne gli abitanti, per la sua pietà religiosa e per la grande tolleranza che egli si impegnò a promuovere. Testimoni della sua fede sono i numerosissimi stūpa che fece erigere, le imprese missionarie che promosse sull’isola di Ceylon e il fatto che nel 250 a.C. indisse a Pāṭaliputra il III grande concilio buddhista. Egli è anche il primo di cui possediamo fonti scritte sicuramente a lui contemporanee, rappresentate dalle numerose iscrizioni e dagli editti, redatti tutti in paleopracrito tranne una bilingue (greco e aramaico) e scritti in kharoṣṭḥī o brāhmi [decifrate da James Prinsep (1799- 1849). La scrittura kharoṣṭhī si è estinta senza lasciare traccia, mentre dalla brāhmi derivano tutte le scritture odierne,

secondo un modello settentrionale sunga e uno meridionale], che testimoniano anche l’enorme diffusione geografica del regno Maurya. In questi editti egli incita i suoi sudditi al compimento di opere buone e alla rettitudine, a compiere pellegrinaggi e a coltivare la via spirituale. In particolare, per incentivare i pellegrinaggi, fece edificare strutture di accoglienza dei pellegrini, servizi medici e forme di assistenza sociale, promosse dalle associazioni religiose. Alla sua morte nel 236 a.C. l’Impero Maurya si frammentò, seguendo due itinerari diversi nelle regioni Settentrionali e in quelle Meridionali che si resero indipendenti. L’ultimo sovrano Maurya, Bṛhadratha, fu assassinato dal generale Puṣyamitra Ś uṅga intorno al 185 a.C. I territori del Nord dopo i Maurya – dinastia Śuṅga (185-80 a.C.) Puṣyamitra difese i territori del Nord dai Greci, la cui sconfitta portò alla fusione dell’arte e della cultura greca con quella di un’India in rinnovamento religioso. In questo periodo, infatti, nacquero le prime correnti bhakta che portarono a una progressiva rinascita del brahmanesimo ora rinnovato. Il regno degli Ś uṇga, il cui centro fu probabilmente Vidiśa, si estendeva sulla media e bassa valle del Gange. In questo periodo maturano quelle profonde modifiche della società già formatesi sotto i Maurya, e di questo sono specchio fedele le testimonianze artistiche prodotte dai nuovi strati sociali cittadini, promotori di grandi opere architettoniche nonché delle arti minori, come nei rilievi del recinto in pietra dello stūpa di Bhārhut (Madya Pradesh settentrionale, circa 100 a. C.). A questa dinastia seguì quella Kāṇva, durante il cui regno l’India conobbe un periodo di profondissima crisi che aprì facilmente a invasioni straniere, tra cui quella di Demetrio di Battriana (183 a.C.), figlio di Eutidemo I [Battriana: territorio corrispondente all’attuale Afghanistān, tra l’Hindu Kush e l’Oxus. Il regno prima unito a quello dei Greci Seleucidi, si rese indipendente nel 206 a.C. Il sovrano più importante fu Menandro, citato anche da fonti buddhiste]. Nel 130 a.C., tuttavia, il regno di Battriana fu conquistato dagli Ś aka (Sciti), popolazioni nomadi che migravano dall’Asia centrale. Questi giunsero in India tra il 100 e il 50 a.C. e le due fasi dello scontro tra Indiani e Ś aka furono l’era Vikrama (58 a.C., gli Indiani vincono sugli Ś aka) e l’era Ś aka (78 d.C., gli Ś aka hanno la meglio sugli Indiani). Parallelamente gli Ś aka combatterono anche con i Parti della Battriana, il cui re più importante fu Vindapharna (greco: Gondophares), il Gàspare che portò i doni a Gesù bambino. A seguito dell’invasione degli Yüe-chi, nel Nord dell’India si installò la dinastia Kuṣāṇa (II sec d.C.), con cui questi territori conobbero nuovamente pace e splendore. Di questo periodo è la cosiddetta “arte del Gandāra”, fusione di temi buddhisti e forme ellenistiche. I territori del Sud dopo i Maurya – dinastia Sātavāhana (metà I secolo a.C. – III secolo d.C.) I territori meridionali conobbero nuovo splendore con la dinastia Sātavāhana che si espande a Est e ampliò i propri traffici con l’Occidente e con le isole orientali. Al declino di questa dinastia questi territori furono nuovamente conquistati da una dinastia del nord: i Gupta. La dinastia Gupta (320-550 d.C.) Parallelamente a una rinascita religiosa e culturale, l’India attraversa un periodo di profonda crisi politica che terminerà con l’ascesa della dinastia Gupta che portò nuovamente splendore e benessere. Nel 320 d.C. Candragupta I fu incoronato al trono del regno del Magadha e subito espanse il suo dominio contraendo un matrimonio con la principessa del regno del Licchavi e con campagne di conquista verso il Bengala e la pianura gangetica. Fu, però, suo figlio Samudragupta (328-376) ad estendere i territori verso Sud, fondando nuovamente un Impero panindiano (combatté contro i Kuṣāṇa, i satrapi delle dinastie indo-scitiche e con i sovrani orientali), pur dovendo arrestarsi presso il regno Vākāṭaka. A lui seguì Candragupta II (376-414), famoso per aver incentivato lo sviluppo delle arti all’interno dell’Impero, che ospitò alla sua corte i nove poeti più importanti della letteratura indiana, tra cui il celebre Kālidāsa e che terminò la conquista dei territori meridionali. Grande prosperità conobbe anche il regno di Kumāragupta (415- 455), il cui potere però iniziò a vacillare verso gli ultimi anni del suo regno per l’arrivo degli Hūṇa a cui l’ultimo sovrano della dinastia Gupta Skandagupta (455-467) riuscì comunque a resistere. Nel corso del VI secolo l’Impero Gupta si frammentò in piccoli stati in lotta tra loro, portando alla decadenza non solo del potere politico, ma anche delle arti e della letteratura. L’età classica della letteratura indiana vide solo altri due importanti mecenati: Harṣa di Sthāṇvīśvara e Yaśovarman di Kānyakubja. Una fase di nuova prosperità si avrà con l’arrivo dei musulmani a partire dall’VIII secolo, che fonderanno ricchi sultanati. La cultura classica (IV-VIII secolo d.C.) vide la diffusione della lingua sanscrita, codificata da Pāṇini nel IV sec a.C., e lo sviluppo della dottrina del rasa (“gusto poetico”) e dei bhāva (“sentimenti” espressi dall’opera d’arte). Fiorirono in questo periodo l’arte drammatica, la poesia lirica ed epica, la narrativa, la letteratura scientifica. Questo periodo fu caratterizzato da una grande tolleranza religiosa che permise lo sviluppo dell’eclettismo religioso, rispecchiato anche nell’architettura dei templi. L’”antichità classica” dell’India ebbe fine con la calata degli Unni, che assestò il colpo di

graduale aggancio delle identità sociali a particolari profili professionali e rituali (le caste). La mediazione fra l’uomo e il sacro, in precedenza operata dai brahmani mediante il sacrificio commissionato dal sovrano a beneficio proprio e del collettivo dei sudditi, si estese alle diverse realtà sociali, dando impulso allo sviluppo di un ricco e diversificato apparato ritualistico destinato ad accompagnare i cicli della vita sia naturale che umana. Sotto questo profilo il b., inteso in senso stretto, si contrappose alle esperienze religiose e spirituali non-mediate come, da un lato, le scuole ascetiche ed eremitiche degli antichi shramana e degli yogi, e dall’altro le più tarde correnti devozionali del movimento bhakti, nonché a vie di salvezza più individualistiche mirate all’ottenimento immediato della rescissione dai legami con il mondo, come per es. il buddhismo e il jainismo. Più in generale, il b. generò nel corso dei secoli particolari istituzioni atte a realizzare il dharma (l’esistente visto come mondo organico) secondo modalità proprie di ciascuna forma di vita. Di particolare rilievo il varnashramadarma, che prevedeva quattro tipologie di comportamento adottabili nel corso dell’esistenza: il celibe dedito allo studio (brahmacari), il capofamiglia (grhastha), il vagabondo nella foresta (vanaprastha) e il rinunciante dedito alla conoscenza e alla realizzazione dell’assoluto (saṃnyasi). A ciò si affiancò la concezione dei quattro purusharta, o fini, al cui ottenimento l’uomo poteva indirizzare le proprie azioni, dei quali i primi tre andavano realizzati nel mondo (kama, il piacere dei sensi; artha, la ricchezza e il potere; dharma, il bene di tutti gli esseri viventi), e il quarto al di là di esso (moksha, la liberazione dal ciclo delle rinascite). Di qui il valore comunque positivo attribuito all’affermazione nel mondo, e quindi il dinamismo dei soggetti politici ed economici indiani, accanto alla consapevolezza che di nascita in nascita ogni individuo avrebbe dovuto avvicinarsi allo stadio supremo del riassorbimento nel brahman trascendente grazie a un comportamento appropriato (sva- dharma). Di qui anche il concetto di pluralità dei modelli etici e, in campo giuridico, dei diritti e dei doveri stabiliti dalla consuetudine e dal consenso locale, in assenza di un codice universale di leggi. Il bisogno costante di ridefinire tali modelli ha prodotto, fra l’altro, una ricca letteratura dal carattere insieme filosofico, religioso e morale, di cui è sommo esempio la Bhagavadgita (ca. 2° sec. a.C.).

STORIA DELL’INDIA, Dietmar Rothermund Cap. I I principi locali indiano riuscirono a scacciare gli Unni verso la metà del VI sec d.C., senza riuscire però a ricostruire un impero indiano. Inizia così il periodo chiamato “Medioevo Indiano”, il cui studio vede il contrapporsi delle idee del nazionalismo indiano induista, che lo interpreta come una fase della storia indiana di grande decadenza, contrariamente a quanto fu invece l’aurea età classica, degli storici marxisti, che contrariamente a quanto affermava Marx (l’India vive nella staticità per il “sistema produttivo asiatico”) cercano di rintracciare elementi che segnalino l’esistenza di un “feudalesimo indiano”, per configurare l’India all’interno del percorso di sviluppo teorizzato da Marx, e degli storici non marxisti che, prendendo come riferimento il feudalesimo europeo, negavano la presenza di simili forme economiche e sociali nel subcontinente indiano. Sicuramente, però, marxisti e non marxisti concordano sul definire il feudalesimo un fenomeno negativo, in cui un sovrano incorporava figure potenti come ministri e re di piccoli regni limitrofi sotto il suo controllo, imponendo loro il pagamento di tributi. Se i grandi regni tendevano ancora a imporre dall’altro il loro potere, al contrario i piccoli sovrani locali necessitavano di rafforzare la propria autorità dal basso, incorporando ed asservendo al proprio controllo figure di spicco come brahmani e ministri, oltre che i principi dei regni circostanti. Dunque, le campagne militari dei grandi re assumevano valore dimostrativo e di rafforzamento dell’autorità, più che di vera conquista, mentre i re di piccoli regni raramente compivano tali imprese, ma costruivano il proprio potere con una rete di rapporti di reciprocità. Di particolare importanza è il rapporto con i brahmani, che il sovrano stipendiava per il loro lavoro come organizzatori della vita culturale del regno, a patto che essi ne legittimassero l’autorità attraverso la diffusione dell’ideologia regale. A loro erano assegnati appezzamenti di terra, come succedeva in Europa con il vassallaggio, e anche lo stile formulare dei giuramenti contenuti nei documenti che sancivano questa alleanza ricorda ampiamente quello dei patti feudali in Occidente, se non per la cosiddetta prashasti , un’ampia introduzione adulatoria del sovrano che fa supporre la pubblica lettura di questi testi ai sudditi del regno per manifestare il potere del sovrano. Proprio per questo i brahmani erano spesso mandati nelle aree del regno in cui c’era maggiore bisogno di rafforzare l’egemonia regale. Questa situazione aumentò con l’aumento dei regni del subcontinente indiano, in cui i brahmani potevano facilmente spostarsi ottenendo di volta in volta nuovi incarichi. Essi, consapevoli del loro ruolo di spicco, non di rado conducevano vere e proprie trattative per la designazione da parte del sovrano e la presenza di formulari simili in regioni diverse fa suppore che essi portassero con sé tale formulario per le trattative per la propria designazione, così da far valere al meglio i propri diritti. A favorire i brahmani era il fatto di non essere legati a un ordine cenobitico, quindi a monasteri fissi, come invece lo erano i monaci buddhisti, ma di errare in continuazione. Inoltre, non potendo dedicarsi all’agricoltura perché non consono alla sua casta, ogni brahmano legava a sé una serie di contadini che dipendevano dal suo sapere e dalle innovazioni che egli introduceva e a cui, a sua volta, egli trasmetteva appunto l’ideologia del sovrano. Quindi, la strategia di incorporazione feudale dell’India medievale poggiava essenzialmente su questo elemento brahmanico, diventando un efficace modello di rafforzamento dell’autorità regale, poi esportato anche nel sudest asiatico. Oltre ai brahmani, anche l’incorporazione dei principi dei regni limitrofi costituiva per i re una strategia fondamentale per espandere il proprio potere senza dover ricorrere a spedizioni militari costose e rischiose. Lo slittamento semantico della parola samanta (“vicino”) è esplicativo in questo senso. Inizialmente questo termine indicava colui che, pur essendo in qualche modo legato al potere di un regno egemone con l’obbligo di versare tributi, manteneva una sua autonomia decisionale, ma presto la cerchia di piccoli re così asservita fu definitivamente incorporata nella sfera di potere del re egemone con l’assegnazione di titoli nobiliari e cariche da ministri. Ciò, però, costituiva anche un rischio, in quanto significava dare potere decisionale sulle questioni del regno a ministri stranieri con interessi anche nel proprio regno. Per far fronte a questo problema il re nominava spesso un gruppo di ministri di sangue reale ( kumaramatya ) che affiancassero quelli stranieri. Ogni sovrano aveva, poi, un proprio maestro di corte, spesso suo educatore in infanzia, che svolgeva la funzione primaria di consigliere del re, ma anche una cerchia di funzionari brahmanici, tra i pochi a conoscere la scrittura e la matematica, al punto che erano assai pochi i bramani con effettive funzioni sacerdotali. L’India antica non aveva templi, ma i luoghi sacri del sacrificio vedico venivano distrutti alla fine di ogni rito. Fu nei secoli VI-VII che sorsero i primi templi rupestri, che divennero la manifestazione oggettiva del potere dei sovrani che ne commissionavano e ne pagavano la realizzazione, ma anche parte di una nuova politica di incorporazione. Spesso il re, consacrando l’intero regno a una divinità, finiva per essere identificato con la stessa e disobbedire al re significava mancare di rispetto al dio in persona. In questo contesto appare ancora più evidente il

prestigiose di potere. In questo modo i sultani che si avvalevano di guerrieri schiavi non avevano bisogno di elaborare particolari strategie di incorporazione, in quanto gli schiavi erano già di loro proprietà. Così, però, ess non riscuotevano tributi e quindi diventava alquanto difficile provvedere al dispendioso mantenimento degli echini. Nacque dunque una forma di feudalesimo militare , un sistema decentralizzato che prevedeva l’assegnazione di lotti di terra ( iqta ) a guerrieri a cavallo che avrebbero dovuto riscuotere le tasse pressi i contadini. I comandanti di cavalleria erano mobili e dove venivano usati erano per lo più stranieri senza legami con le popolazioni locali, perciò non erano interessati a ribellarsi perché sarebbero stati subito soppiantati da altri comandanti. I cavalli in Asia, contrariamente che in Occidente, erano proprietà statale e per il loro costo elevatissimo contribuì alla nascita di un ceto mercantile molto ricco. Con questo peculiare sistema politico e sociale, il condottiero-schiavo Qutbuddin Aibak conquistò l’India settentrionale e nel 1206 fondò il sultanato di Delhi. Il più importante sultano fu Alauddin (1297-

  1. che riuscì a fermare i mongoli che minacciavano costantemente l’India. Le sue campagne militari, tuttavia, necessitavano un’ampia tassazione dei sudditi indù in quello che potrebbe essere definito un feudalesimo di sovrapposizione, cioè in cui un gruppo di dominatori stranieri assoggettava una popolazione locale senza strategie di incorporazione. Tale sistema era evidentemente basato esclusivamente sull’uso della forza, ma Alauddin fu anche il primo ad attuare una riforma amministrativa di stampo centralistico, stabilendo il prezzo dei generi alimentari sul mercato per compensare la riduzione della paga dei soldati. Il suo sultanato fu ricco per i beni dei bottini di guerra, ottenuti da spedizioni lampo nell’India meridionale a scopo dimostrativo. I sovrani indù, per resistere ai sultani musulmani, dovevano per forza adeguare le loro tecniche militari all’uso dei cavalli. Nel XIII secolo il re del regno Kakatiya, Prataparuda, fu l’antesignano della creazione di uno stato cavalleresco indù. L’adattamento della schiavitù militare musulmana alla società indù avvenne attraverso la creazione dell’aristocrazia militare nayak (“capitani di cavalleria”), dotata di feudi. Egli fu il primo a incorporare il potere di questi nuovi feudatari assegnando a ciascuno dei nayak del regno uno dei bastioni della sua capitale, circondandosi di una cerchia di guerrieri a cavallo sotto il suo controllo. quando il Kakatiya fu annesso al sultanato di Delhi, il suo re divenne governatore locale al servizio del sultano. Un nuovo periodo di espansione territoriale fu conosciuto dal sultanato di Delhi con Muhammad bin Tughluk (1325-51) che trasferì la capitale a Daulatabad, a nord del Deccan, per poi tornare nuovamente a Delhi. Egli, per rimpinguare le casse statali fortemente provate dalle spese militari, coniò monete di rame da diffondere come moneta (di fatto senza valore) nel sultanato. Ciò fu il primo motivo della disgregazione del sultanato che alla sua morte, dopo il breve potere si suo cugino, fu conquistato da Timur (Tamerlano). Solo con la dinastia di Lodi Delhi conoscerà un periodo di breve rinascita, fino al 1526 quando un discendente di Tamerlano sconfiggerà Ibrahim Lodi. Dalla disgregazione del sultanato di Delhi ottenne particolare potere il sultanato del Bengala. Quando Tughluk tornò a Delhi, Bahman Shah prese il controllo dell’area settentrionale del Deccan, fondandovi il sultanato Bahmanide. Come i persiani, i sultani bahmanidi erano sciiti, perciò i Safavidi persiani sfruttarono i loro rapporti con i sultani sciiti dell’altopiano indiano per aizzarli contro i sunniti del sultanato di Dalhi. Ciò portò a una profonda compenetrazione di influenze culturali reciproche tra Persia e sultanato Bahmanide, visibile bene nelle arti figurative. L’akmè del sultanato bahmanide si ebbe con il ministro Mahmud Gawan (1461-1481) che conquistò l’India meridionale. Dopo la sua esecuzione, però, il sultanato cadde in profonda crisi, manifestando le tendenze centrifughe da tempo latenti e conseguenza della politica accentratrice di Gawan. Dalla disgregazione del sultanato Bahamanide nacquero quattro nuovi sultanati: Bijapur, Ahmadnagar, Golkonda e Bindar. I sultanati di Bijapur e Golkonda, i più ricchi, per la loro posizione furono sempre in lotta con il vicino regno indù di Vijayanagar (il più potente insieme all’Orissa). Il regno meridionale indù Vijayanagar, fondato tra il 1346 e il 1377 dai fratelli Harihar e Bukka, emerse quando il sultanato di Delhi perse il suo potere. L’influenza dei sultanati su questo regno è particolamente evidente nella diffusione progressiva dell’uso della cavalleria in questa regione, al punto che il re arrivò a definirsi “sultano indù”. La classe dominante del regno era quella dei guerrieri telugu a cavallo, il cui dominio nelle regioni meridionali tamil può essere definito feudalesimo di sovrapposizione. Fin dall’inizio questo fu uno stato cavalleresco, basato sull’esercizio della forza militare e governato da un ceto di capitani di cavalleria e di feudatari militari. Come al nord, anche qui lo stato feudale militare favorì la formazioni di nuovi tipi di città, al contempo sede di guarnigione (presidio militare cittadino), centro amministrativo e luogo di mercato. Nel 1565, tuttavia, l’esercito del re Krishnadevaraya fu sconfitto a Talikota dagli eserciti uniti dei sultani confinanti che saccheggiarono la sua capitale Vijayanagar. Dopo questo evento alcuni nayak rafforzaarono il loro potere, riproducendo il sistema feudale che vedeva un capo egemone circondarsi di nayak a lui fedeli. Vijayanagar continnuerà, così, a essere uno dei centri culturali di spicco dell’India meridionale.

Il potere del regno di l’Orissa, invece, fu favorito dalla sua posizione geografica strategica, il cui valore aumentava se si considerava che da qui proveniva la maggior parte degli elefanti da guerra. Dopo la conquista musulmana, anche questo stato divenne un potenza cavalleresca. Sotto Kapilendra (1434-67) questo regno si estese fino al Bengala a nord e nelle regioni tamil a sud, successivamente riconquistate dai sovrani del Vijayanagar che, mediante la costruzione di templi, cercarono di legittimare la propria sovranità in quelle zone sotto il profilo religioso (Krishnadevaraya). Cap. III Il motivo della rapida ascesa della potenza Moghul fu principalmente l’impiego dell’artiglieria da campo mobile, trainata da buoi o cavalli. Il Gran Moghul Babur , che si riteneva discendente di Tamerlano, sconfisse così l’esercito del sultanato di Delhi nella battaglia di Panipat, pur essendo quest’ultimo numericamente superiore. Gli uzbeki avevano cacciato Babur da Ferghana, sua terra natale, la cui riconquista diventerà uno degli obiettivi che accomuna molti Gran Moghul successivi. Perciò, Babur giunse nella piana di Kabul e da qui organizzò numerose campagne di conquista dell’India. Prese subito Delhi, facendo bottino per finanziare la costruzione di nuovi cannoni per la conquista del Bengala. Egli, però, non era certo l’unico a conoscere l’uso bellico dell’artiglieria, ma sicuramente fu colui che meglio seppe adoperarla, dal momento che spesso molti sovrani indiani la usavano solo per esibire il proprio potere, senza una vera strategia. A Babur succedette Humayun , suo figlio, infrangendo il cosiddetto principio del “darwinismo dinastico” , cioè la pratica per cui non esistevano principi ereditari, ma alla morte di un Gran Moghul ogni principe poteva competere per la corona. Ciò comportava che spesso i principi ereditari affermassero il proprio potere ancora prima della morte del padre, battendosi contro di lui per l’egemonia. Se questo sistema provocava l’eliminazione degli altri contendenti al trono, il resto del sistema sociale rimaneva integro, garantendo una sostanziale continuità nell’occupazione delle cariche. Il fatto che con Humayun ciò non accadde provocò tumulti tra i contendenti al trono che tesero anche un attentato alla vita del nuovo re. Egli si salvò, ma l’afghano Sher Shan dopo poco lo detronizzò e lo esiliò. Humayun fu accolto in Persia, mentre il figlio Akbar , che diventerà il sovrano più importante, crebbe a Kabul da suo zio. Nel frattempo, Sher Shan amministrò bene i territori indiani, rafforzando il sistema monetario e quello delle imposte. Alla sua morte, Akbar divenne Gran Moghul, sconfiggendo il primo ministro di un successore di Sher Shan, l’indù Hemu. Sotto Akbar l’impero conobbe un periodo fiorente e di grande espansione territoriale, durante il quale fu consolidato il potere in India con la conquista del Gujarat e del Bengala. Akbar riuscì anche a mantenere buoni rapporti con il sovrano uzbeko e con lo shah di Persia, a cui strappò Kandahar. Ancora più importante fu, però, l’assetto interno che Akbar diede al suo regno. Egli inserì il sistema dell’assegnazione delle terre, preso dal sultanato di Delhi, in un nuovo ordine gerarchico. Dividendo i funzionari in ranghi, a ogni rango era affidata una certa retribuzione e un certo numero di cavalieri da mantenere e l’assegnazione delle terre da amministrare avveniva in base al rango. In questo modo un passaggio di rango significava uno spostamento territoriale, cosicché un funzionario non potesse imporre un dominio duraturo e trasmissibile ereditariamente. Localmente il potere dei governatori era controbilanciato da altre figure di rango. I criteri di valutazione dei territori da assegnare e, quindi, dal peso fiscale di cui gravare ogni regione costituì un primo scoglio per Akbar, che vi fece fronte tenendo per 10 anni sotto il controllo centralizzato dello stato tutti i territori e rilevando il ricavato di ognuno. Dopo questi 10 anni ripartì il sistema di assegnazioni, adesso maggiormente ponderato sulla rendita di ogni territorio assegnato. L’innovativo sistema amministrativo di Akbar fu in seguito modificato dai suoi successori per far fronte a crisi economiche e inflazione. Il sistema, però, oltre ai beneficiari di assegnazioni fondiarie statali, prevedeva anche la presenza di feudatari zamindar , che pagavano le imposte fondiarie. Per mantenere l’enorme impero era necessario che le imposte fondiarie fossero pagate in denaro e ciò rendeva necessario un efficace sistema monetario. La moneta era la rupia d’argento, il cui valore corrispondeva all’effettiva quantità di argento contenuta in ogni pezzo, ma negli uffici statali queste erano accettate al loro valore intero nominale solo nell’anno della coniazione, il che incentivava la circolazione e non l’accumulazione di denaro. Anche il fatto che l’india non avesse grandi possedimenti di argento favorì lo sviluppo del commercio marittimo. Infine, il regno di Akbar fu caratterizzato da un periodo di pace religiosa, all’insegna di una generale tendenza di integrazione di indù e musulmani. Akbar, infatti, abolì il testatico riservato ai non musulmani (pagamento tasse per testa) e si arrogò il potere di prendere decisioni anche teologiche, attirandosi le ire dei dotti integralisti. Addirittura, egli fondò una propria dottrina, il cui scopo era più che altro quello di incorporare le personalità di spicco. Alla sua morte nel 1605, prese il potere suo figlio Jahangir. Il regno di Jahangir fu caratterizzato da una forte influenza persiana, dovuto al fatto che egli sposò la principessa di Persia. Il suocero di Jahangir, lo shah di Persia, divenne primo ministro, ma il regno di Jahangir non fu nel complesso d grande importanza. Al contrario, suo figlio Shah Jahan fu un prode condottiero, ma anche un committente di opere architettoniche come il Taj Mahal e il Forte Rosso. A lui succedette Aurangzeb , che applicò una politica religiosa che sarà una delle cause della disgregazione dell’Impero Moghul, oltre agli elevati costi bellici delle sue spedizioni militari. Egli stravolse il sistema della gerarchia imperiale di Akbar per poter incorporare i signori dei nuovi territori conquistati. Ciò provocò una forte crisi inflazionaria e un periodo di declino per l’autorità Moghul.

Dal 1765, cioè dopo la battaglia di Baxar, il patrimonio proveniente dai contributi fondiari del Bengala fu a disposizione completa degli inglesi, che precedentemente avevano investito in questi territori con il commercio di tessuti. Se in un primo momento la merce maggiormente acquistata dalle compagnie mercantili europee (non solo inglese, ma anche olandese) sul mercato orientale erano il pepe e le spezie, gradualmente la richiesta si spostò sui tessuti stampati, battuti all’asta in Europa. Il commercio dei tessuti, però, per essere efficiente richiedeva anche il controllo di parte del processo produttivo, derivato dalla necessità di una presenza e un impegno in loco maggiore di quella richiesta dal mercato delle spezie. Ciò, però, gravò pesantemente sul mercato interno inglese che, in questo modo, subiva la concorrenza indiana e metteva in crisi la produzione britannica. Per far fronte a questo problema fu varata una legge per cui non era possibile importare tessuti stampati per il mercato interno, ma solo per la riesportazione. Si poteva, e ciò era quello che accadeva, importare i tessuti bianchi per inserirli nella produzione come semilavorati che completavano il proprio processo di produzione nelle stamperie inglesi. In questo senso, la mancanza di manodopera in Gran Bretagna incentivò la costruzione di grandi macchinari industriali, dando origine alla Rivoluzione Industriale. In India ciò non avvenne mai perché non ci fu mai carenza di manodopera, perciò il Paese rimase a lungo arretrato dal punto di vista industriale. Con il surplus delle fabbriche inglesi, il flusso commerciale con l’India si invertì a vantaggio della Gran Bretagna. Tuttavia, il mercato interno indiano non fu danneggiato da questa inversione del flusso, per la grande competitività dei prezzi possibile in alcune zone a causa della deflazione. Alcune regioni come il Bengala, invece, subirono grandi perdite, dovute alla loro maggiore tendenza all’esportazione. Un altro punto di forza della Compagnia delle Indie Orientali inglese, contrariamente alla corrispondente olandese, fu di non possedere una flotta mercantile di proprietà, che avrebbe richiesto ingenti quantità di denaro per essere mantenuta, ma di affittare le navi necessarie dagli armatori, a seconda della necessità, evitando inutili dispendi economici. I dipendenti della Compagnia delle Indie ( covenanted servants ) erano mal retribuiti, ma dovevano versare un’ingente cauzione che garantiva che ciò che essi si accaparravano in più dei loro salari non danneggiasse la Compagnia. In parte, questo sistema anticipava una moderna burocrazia, con la possibilità di fare carriera grazie alle proprie capacità commerciali. Non erano necessarie particolari competenze di amministrazione territoriale, motivo per cui la Compagnia risultava scarsamente attrezzata per stabilire un dominio fisso sui territori del Bengala. Tra coloro che emersero con questo sistema ci fu anche Warren Hastings , il primo governatore generale dell’India. Questa carica fu istituita nel 1784 per controllare che la politica indiana non limitasse gli interessi commerciali inglesi. Il governatore generale, oltre a essere sotto il controllo del governo di Londra, era affiancato da un consiglio di quattro uomini che potevano in questo modo facilmente metterlo in minoranza in caso di dispute. Nel consiglio che affiancava Hastings era presente un altro importante uomo politico dell’epoca: Philipp Francis. Fu lui a ideare il sistema del permanent settlement , che prevedeva l’eliminazione di tutte le tasse commerciali e il mantenimento esclusivo di quelle fondiarie sulla proprietà, così da incentivare il libero mercato. I proprietari terrieri, inoltre, avrebbero dovuto godere di un diritto di proprietà illimitato (il sistema precedente prevedeva un’assegnazione dei diritti di riscossione delle imposte con le aste). Nel 1700 il Bengala subì una terribile carestia, dovuta al peso dell’esazione fiscale britannica e a uno scarso raccolto, che portò molti contadini superstiti a scegliere un nuovo padrone e spostarsi. Cornwallis , il successore di Hastings, il quale era stato messo sotto processo per le ingiustificate conquiste fatte in India, per far fronte alle lamentele dei proprietari terrieri che perdevano la loro manodopera, adottò il permanent settlement di Francis, non tanto per questioni di principio, ma come misura d’emergenza. Inoltre, egli cercò di migliorare la burocrazia statale, che già con Hastings aveva consolidato l’amministrazione territoriale e diffuso l’amministrazione giudiziaria inglese, che aumentò gli incassi inglesi. in questo sistema la sovranità giurisdizionale rafforzava quella territoriale. Il questo senso il giudice Jones contribuì a integrare il diritto diwani con quello inglese, favorevole ai creditori, e codificò il diritto indù, basato su una forte flessibilità della consuetudine. Pur non sapendolo, con la creazione di un diritto anglo- indiano e il reclutamento dei migliori avvocati locali come giudici, gli inglesi mettevano nelle mani degli indiani un grande potere, quello della conoscenza dei principi liberali inglesi, che essi avrebbero in seguito usato contro gli stessi inglesi per affermare i propri diritti. Nel 1835, quando giunse in India, il primo ministro della Giustizia inglese, Lord Macaulay , intervenne nel dibattito sull’uso dei fondi che gli inglesi avevano messo a disposizione per l’istruzione degli indiani, che contrapponeva la fazione “Anglicista” (sostenitrice della necessità di un insegnamento in lingua inglese e basato sulla cultura inglese, considerata superiore e più adatta a “elevare le giovani menti”) e quella “Orientalista” (che invece sosteneva la promozione degli idiomi locali). La sostanziale vittoria della corrente “anglicista” contribuì alla creazione di una classe indiana colta. Nel 1857 i mercenari indiani della Compagnia delle Indie Orientali congiurarono contro gli inglesi, facendo scoppiare la “Grande Rivolta”. L’importanza dei soldati indiani nelle schiere inglesi (anche se gli indiani non potevano fare carriera e diventare ufficiali per evitare rivolte contro i dominatori) si era già vista nelle guerre contro i sikh sia in quella del 1852 in Myanmar, ma parimenti erano emerse dissonanze culturali tra inglesi e indiani, come il rifiuto degli indù di attraversare il mare secondo i principi delle loro norme castali. Ma la goccia che fece traboccare il vaso fu quando fu introdotto un nuovo tipo di fucile, i cui proiettili dovevano essere lubrificati con grasso animale e tenuti in bocca per caricare l’arma. Sia i soldati indù che quelli musulmani si rifiutarono di farlo, in base alle loro credenze

religiose, venendo perciò puniti. La reazione non attese a farsi sentire e i soldati, uccisi i propri superiori inglesi, marciarono verso Delhi, dove chiesero al Gran Moghul di prendere in mano la situazione. Il malcontento indiano crebbe anche a Nord, dove gli inglesi imponevano gravose imposte. Gli inglesi inizialmente resistettero a fatica, ma alla fine riuscirono a ristabilire l’ordine, anche per l’uso della linea telegrafica Delhi-Calcutta che velocizzava le azioni di repressione e per l’appoggio dei sikh. La rivolta segnò la fine della Compagnia delle Indie Orientali che già dal 1813 aveva perso il monopolio del commercio, per perdere definitivamente ogni diritto di mercato nel 1833. Non era più necessaria la sua funzione di cuscinetto alla luce della nuova stabilità vittoriana. Nel 1858, ristabilito l’ordine, lo stato britannico prese l’India. Il periodo della regina Vittoria (1837-1901) segnò l’inizio della cosiddetta pax britannica, che durerà fino al 1914. Ella nel 1876 ottenne il titolo di imperatrice dell’India e l’anno successivo il viceré (titolo che sostituì quello di governatore generale) lord Lytton organizzò a Delhi una corte imperiale. Egli vietò la stampa di giornali in lingua indiana, per evitare la diffusione di informazioni antibritanniche che alimentassero il nazionalismo indiano e controllare i mezzi di informazione, attirandosi le antipatie del ceto colto, che manifestava sempre più tendenze nazionaliste. Il nazionalismo si declinava in particolare nel malcontento per l’esclusione degli indiani dalle alte cariche amministrative e dall’elitario Indian civil service, solo minimamente limitata dalle norme attuative vittoriane (la subalternità indiana era spesso giustificata con l’ideologia allora dominante del darwinismo sociale). Ma il nazionalismo indiano era anche di tipo economico, accusando gli inglesi di aver sottratto loro la ricchezza. La politica di Lytton in politica estera cambiò quella che era stata fino ad allora la tendenza generale, ovvero il principio della non ingerenza, organizzando una spedizione in Afghanistan a cui sopravvisse solo un soldato. Seppur vigeva un tacito accordo per cui ciò che avveniva in India non doveva influire nei rapporti tra partiti a Londra, il liberale Gladstone usò l’evento per la sua campagna elettorale contro i conservatori, di cui Lytton era parte, facendo sostituire Lytton con il liberale Ripon. Con il trionfo liberale si accrebbero le speranze nazionaliste dei colti indiani, che si rifacevano a modelli culturali britannici, come Stuart Mill e Spencer, per contrastare proprio l’autorità britannica. Le varie correnti del nazionalismo indiano confluirono nel Congresso Nazionale , che si riunì per la prima volta nel 1885 a Mumbai. La prima risoluzione riguardò la politica estera e affermava che gli indiani erano contrari all’espansionismo inglese, ma volevano vivere in pace con i propri vicini. In seguito, a conclusione di ciascuna sessione del Congresso, il giudice nazionalista Ranade tenne delle sedute per discutere una riforma della società indiana. Questo tema, però, non trovava tutti d’accordo, ma si delinearono una tendenza nazional-liberale (Ranade), che si rivolgeva agli organi legislativi anglo-indiani per varare una riforma sociale, e una nazional- rivoluzionaria (Tilak), convinta invece che l’India dovesse liberarsi totalmente dal giogo inglese e riaffermare il suo status originario di stato nazionale. Nel 1892 fu varata una riforma degli organi legislativi centrali, che soddisfò le aspettative dell’ala nazional-liberale del Congresso, mettendo momentaneamente a tacere le spinte rivendicative del nazionalismo indiano. La situazione mutò con il viceré Curzon , l’ultimo del regno della regina Vittoria, che adottò misure impopolari che dettero una nuova spinta al nazionalismo indiano. Tra queste, in particolare, egli divise il Bengala (che includeva anche Orissa, Bihar e Assam. Le prime due nel 1911 costituiranno un’unica regione) in Orientale e Occidentale, creando così una provincia musulmana (Bengala Orientale) e suscitando di conseguenza il malcontento indù. Iniziò dunque un periodo di forte boicottaggio economico e delle istituzioni scolastiche, ma al contempo si acuì la divisione tra le due correnti del nazionalismo del Congresso: i moderati cercavano un compromesso con i liberali inglesi, mentre i rivoluzionari volevano protrarre a oltranza la disobbedienza. Nel 1907 si arrivò alla rottura: gli estremisti abbandonarono il partito e i moderati modificarono lo statuto per rafforzare il loro potere nel Congresso. Nel 1909 fu varata una riforma costituzionale deludente, a dimostrazione del fatto che i moderati inglesi, pur sostenendo a parole e in parte le richieste indiane, non volevano affatto introdurre il parlamentarismo in India. La nuova costituzione introdusse collegi elettorali separati per i musulmani indiani, ma ciò non comportava ancora grandi rischi dal momento che l’organo legislativo indiano non possedeva poteri decisionali, ma solo consultivi. Prima del primo conflitto mondiale l’India conobbe un periodo di generale pace e benessere. Cap. V-VI Nel 1916 Tilak, appena uscito dal carcere, riprese il controllo del Congresso e stipulò un accordo con Mohammed Ali Jinnah , capo della Lega musulmana e nazional-liberale, sulla ripartizione dei seggi nei parlamenti regionali delle province anglo-indiane. In questo periodo nacque una specie di nazionalismo indiano musulmano, sulla spinta del sentimento panislamista e filo-turco (quindi anti-britannico) che animava molti musulmani, e Jinnah si fece portavoce di questa tendenza, pur non essendo apertamente panislamista. Con l’accordo tra Lega e Congresso, nelle province in cui i musulmani erano minoranza essi furono nettamente avvantaggiati, ottenendo più rappresentanti in proporzione alla popolazione musulmana, ma il Bengala e il Punjab rinunciarono a chiedere la maggioranza dei seggi. Il patto avrebbe funzionato se il governo indiano avesse continuato ad avere solo il potere consultivo, rinunciando alle prerogative politiche, ma nel 1917 la situazione cambiò quando il ministro Montagu annunciò che la nuova riforma costituzionale avrebbe dato agli indiani la possibilità di partecipare al potere esecutivo. Nella condizione attuale

processo di disobbedienza, corroborato dalla situazione di crisi economica che in quegli anni attraversò il mondo intero. Quando il prezzo del frumento e poi del riso dimezzò, lasciando a mani vuote i contadini indiani che dovettero continuare a pagare le tasse, la situazione peggiorò drasticamente. Irwin, spaventato da una possibile insurrezione contadina, stipulò un accordo con Gandhi (patto Gandhi-Irwin, 1931): Gandhi si impegnava a sospendere la sua campagna e accettava il confronto nella Tavola Rotonda, mentre Irwin permetteva a Gandhi di trattare da pari. Nel settembre 1931 si tenne la tavola rotonda a Londra, ma Gandhi non riuscì a conseguire alcun risultato. Intanto, a Irwin seguì Willingdon , che al contrario del suo predecessore attuò una politica dura e repressiva, il che fece aumentare notevolmente il consenso del Congresso Nazionale nelle elezioni del 1934. Nelle elezioni regionali, gli inglesi ampliarono il diritto di voto ai contadini più benestanti, sperando che essi votassero il partito agrario conservatore. Essi, invece, sostennero il Congresso, sperando che questo varasse dei provvedimenti locali per far fronte alla crisi. Ciò non avvenne per la politica di Nehru all’interno del Congresso, il quale mirava piuttosto a una riforma costituzionale che sancisse l’indipendenza indiana. Gandhi riuscì a mediare e il Congresso ottenne comunque largo consenso nella maggior parte delle regioni anglo-indiane, mentre in quelle a maggioranza musulmana si affermarono dei partiti locali. All’interno del Congresso, però, si acuivano le divisioni tra la fazione di Bose, che sperava che la guerra che stava per scoppiare avrebbe dato all’India la possibilità di cercare degli alleati antibritannici e interlocutori in Europa, e quella di Gandhi. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il nuovo viceré Linlithgow firmò la dichiarazione di guerra contro i tedeschi anche in nome dell’India, ma senza consultare i governi indiani. Pur essendo d’accordo con una risoluzione antinazista, i leader del Congresso non tollerarono questo oltraggio e promossero atti di satyagrahi individuali, oltre alla formazione di numerose direzioni generali all’interno dei ministeri (tutto ciò sarebbe diventato parte dell’apparato politico della nascente Unione Indiana). Quando nel 1942 entrarono in guerra i giapponesi, mettendo a rischio il vantaggio inglese nel conflitto, gli inglesi chiesero il sostegno indiano, mandando il labourista Cripps , amico di Nehru, per trattare. Cripps, però, si scontrò con Linlithgow e tornò in Inghilterra sconfitto. Sempre nel 1942 Gandhi offrì la risoluzione “Quit India”, con cui invitava gli inglesi a lasciare l’India, dato che gli indiani non avrebbero collaborato al fianco degli inglesi nella guerra e l’India diventava un avamposto difficile da gestire per la sua posizione vicino al Giappone. La reazione di Londra fu dura e Linlithgow fece arrestare i capi del Congresso e per reazione i giovani del partito diedero inizio alla “rivoluzione di agosto” , durante la quale si distrussero le linee telegrafiche e si danneggiarono molti edifici inglesi (la violenza si rivolse agli oggetti, non alle persone). Ma la situazione mondiale era cambiata e ora la Gran Bretagna si sentiva forte dei successi avuti in Europa dagli Alleati, così dopo aver represso la rivoluzione di agosto, Linlithgow attribuì a Gandhi la responsabilità dell’accaduto. In risposta, egli iniziò un lungo periodo di digiuno, ignorato da Linlithgow. Nel 1943, tuttavia, Linlithgow dovette lasciare l’India e fu sostituito dal generale Wavell , consapevole dei problemi che avrebbe comportato la smobilitazione dell’esercito anglo-indiano. Si poneva adesso il problema della spartizione e della definizione territoriale dell’India. L’Inghilterra propose di far decidere ai vari principati per l’indipendenza o per la creazione di nuove entità politiche che unissero più province ( Balkan Plan ), ma Nehru preferì una divisione tra India e Pakistan. Il problema della scissione costituirà un dramma per l’India, dal momento che, pur essendoci regioni a netta maggioranza islamica, i musulmani e gli indù vivevano insieme e diventava difficile circoscrivere arbitrariamente due aree distinte ( diaspora musulmana ). In questo senso, appare evidente la difficile se non impossibile attuazione del disegno di Jinnah della “teoria delle due nazioni”. Lo stesso Jinnah negli anni 30 era stato sostenitore della diaspora musulmana e della tutela della minoranza islamica all’interno dell’India, scontrandosi con l’allora presidente della Lega, Iqbal, che aveva avanzato richieste per la creazione di uno stato musulmano indipendente nel nord-ovest dell’India. Nelle elezioni del 1936/37 Jinnah sperò di riuscire a ottenere il consenso dei musulmani alla Lega, ancora partito della diaspora, ma il suo piano fallì perché anche il Congresso presentò candidati musulmani, ottenendo una maggioranza schiacciante, e nelle due regioni a maggioranza musulmana vinsero esponenti di partiti locali. Jinnah, profondamente sconfitto, cercò modo per diventare leader del nazionalismo musulmano almeno nel Punjab e in Bengala e lo trovò nella teorizzazione di due nazioni, un’astuta mossa strategica che riscattava Jinnah dal tradimento dei musulmani della diaspora alle elezioni. Nel 1944 Gandhi fu scarcerato e concesse a Jinnah il Pakistan, a patto di discutere le condizioni generali della divisione. Tuttavia, il Mahatma non seppe trattare con Jinnah, chiedendo solo un accordo interstatale di pace, non la formazione di una coalizione di governo che unisse Lega e Congresso. Nel 1945 Wavell chiese a Londra il permesso di formare un governo indiano provvisorio e alla fine Churchill acconsentì, sicuro che il piano sarebbe fallito. Nello stesso anno in cui fu convocata un’assemblea a Simla con il Congresso e la Lega musulmana, in Inghilterra le elezioni furono vinte dai labouristi, il che comportò una parziale apertura nei confronti della rivendicazione indiana. I laburisti fecero sapere che l’“offerta Cripps” era ancora valida, senza però stilare una vera e propria dichiarazione di intenti. A Simla Jinnah chiese che fosse la Lega a esprimere tutti i ministri musulmani del governo, per evitare si ripetesse ciò che era avvenuto dieci anni prima. Il Congresso Nazionale rifiutò e Jinnah iniziò una strenua politica di veto che, insieme al supporto del governo inglese, gli permise di ottenere la separazione di Pakistan e India. Lo stesso Wavell stilò una lista di ministri, sottoponendola all’esame di Jinnah, che la rifiutò. Nel 1946 Wavell indisse elezioni e ne uscì

rafforzato Jinnah, contrario alla formazione di un governo provvisorio finché non avesse avuto garanzie sulla creazione dello stato indipendente del Pakistan. Per paura il governo di Londra nel 1946 mandò una Cabinet Mission, da cui Wavell fu escluso. Esasperato dalle tensioni tra Londa e l’India e ignorando le richieste di Jinnah, Wavell incaricò Nehru di formare un governo provvisorio, a cui si oppose fermamente Jinnah, proclamando per il 16 agosto 1946 la “giornata dell’azione diretta” che sfociò in un vero e proprio massacro nella città di Calcutta, da cui il capo del governo bengalese Suhrawardy cercò di cacciare gli indù. Le tensioni tra Nehru e Jinnah misero in crisi Wavell, che fu perciò sostituito da Louis Mountbatten. Questo chiese a Londra pieni poteri per poter gestire la situazione difficile e una dichiarazione di intenti di Churchill sull’Indipendenza, che credeva gli avrebbe semplificato la vita in India (la data fu fissata prima per il 1948, poi per l’anno precedente). Jinnah accettò che un giudice inglese stabilisse il tracciato della frontiera in base ai dati del censimento e alla fine giunse a un accordo con Mountbatten. Parimenti il viceré inglese cercò il consenso di Gandhi e lo ottenne. Nel 1947 Mountbatten proclamò l’indipendenza dei due stati separatamente e assunse, su richiesta di Nehru, il titolo di governatore generale dell’India per il periodo di transizione, mentre lo stesso titolo fu assunto in Pakistan da Jinnah. Ciò permise all’India di fronteggiare la violentissima crisi che si scatenò dopo la separazione, soprattutto nel Punjab, e che si acquietò solo quando Gandhi e Suhrawardy trovarono un accordo. Il 26 gennaio 1950 nacque la Repubblica Indiana ed entrò in vigore la sua carta costituzionale. La maggior parte delle province anglo-indiane, in ogni caso, volle essere annessa all’India, tranne gli stati Hyderabad (in cui un capo musulmano governava su una maggioranza indù) e Kashmir (in cui un capo indù dominava su una popolazione musulmana). Alla fine, l’Hyderabad dovette cedere alle pressioni indiane e fu annessa all’India, essendo geograficamente circondata da territori indù, ma diversa era la questione in Kashmir la cui posizione geografica si trovava al confine tra India e Pakistan. Quando parte dell’esercito pakistano invase il Kashmir, il maharaja chiese aiuto all’India che, a sua volta, pretese in cambio dell’aiuto l’annessione del Kashmir all’India. Per risolvere la situazione di violenza che si era creata, Nehru propose un referendum e invocò l’aiuto delle Nazioni Unite, a cui Gandhi era contrario. Il referendum, però, voleva dire esprimersi sulla validità della teoria delle due nazioni, ma per l’India affermare questa netta separazione avrebbe significato esiliare tutti i musulmani della diaspora. In questo contesto di forte tensione politica, quando Gandhi si adoperò per un’equa spartizione dell’erario degli ex territori britannici tra i due nuovi stati, il suo gesto fu da alcuni interpretato come un atto di tradimento ed egli fu assassinato nel gennaio 1948. Anche Jinnah morì a settembre dello stesso anno. La situazione interna del Pakistan era altrettanto critica per la mancanza dell’obbligo di leva, che avrebbe provveduto a un’equa rappresentanza delle province del Paese. Dopo la rivolta del 1857 gli inglesi erano stati sostenuti dai sikh e dai musulmani punjabi. Dopo la separazione i primi decisero per l’annessione all’India, gli altri invece costituirono la maggioranza nell’esercito pakistano, divenendo anche gli effettivi detentori del potere politico. In politica estera, invece, il Pakistan prese le sue decisioni sempre in opposizione alle posizioni assunte dall’India, alleandosi con gli Stati Uniti e con la Cina nella speranza di ottenere aiuti nella guerra contro lo stato indiano. Nel 1965 il Pakistan attaccò l’India per riconquistare il Kashmir (guerra indo-pakistana) , ma fu sconfitto. La conseguente rinuncia alle armi in cambio del ritiro delle truppe indiane dal Pakistan indebolì il potere del presidente Ayyub Khan , riaccendendo le rivendicazioni di indipendenza del Pakistan Orientale (attuale Bangladesh) e costringendo Ayyud Khan a rimettere il potere nelle mani dell’esercito del Punjab. Nel 1971, dopo tentativi violenti del Pakistan di sottomettere il Bengala e una controffensiva indiana, il presidente pakistano Zulfiqar Ali Bhutto fu costretto a concedere l’ indipendenza del Bangladesh. Il Pakistan fu costretto dall’India a rinunciare all’appoggio straniero, risolvendo in modo bilaterale le questioni tra i due stati. Già nel 1995 l’India voleva eseguire dei test nucleari, ma fu dissuasa dagli Stati Uniti. Ma il conflitto si inasprì nuovamente nel 1999, quando a seguito della corsa di entrambi agli armamenti nucleari i militari vollero dimostrare che la parità nucleale non escludeva conflitti con armi convenzionali. L’attacco sferrato con armi convenzionali dai pakistani a postazioni indiane nel Kashmir dimostrò che l’India come Paese nucleare fu e sarà sempre a rischio di un’escalation nucleare, pagando il prezzo della propria affermazione internazionale. Riassunto delle relazioni tra India e Pakistan: le relazioni tra i due Paesi sono state conflittuali fin dall’agosto del 1947, quando il Pakistan nacque nei territori indiani divenuti indipendenti con l’intento di creare una nazione per tutti i musulmani presenti nel subcontinente indiano. Il processo di partizione non fu indolore: costò circa mezzo milione di morti, innescò il trasferimento in massa di milioni di persone e diede origine a diverse controversie territoriali. Tra queste ultime la più rilevante, specie alla luce del livello di conflittualità che ne è scaturito, è quella che interessa la regione del Kashmir: annesso all’Unione Indiana per scelta del maharaja indù Hari Singh che lo governava, ma con una maggioranza musulmana, il Kashmir è infatti da allora oggetto di una contesa pluridecennale che conta ben tre guerre (1947-48, 1965 e 1999) e il regolare riaccendersi di episodi di violenza. Entrambi i paesi ne rivendicano la sovranità e attualmente la regione è divisa in tre parti (una amministrata dall’India, una dal Pakistan e la terza dalla Cina), secondo quanto è stato definito dall’ Accordo di Simla che concluse il secondo conflitto indo-pakistano. La contesa sul Kashmir non è tuttavia la sola che mantiene i rapporti tra i due vicini sul livello di massima allerta. Diversi

Quando negli anni 50 scoppiò la Guerra Fredda, l’India, che aveva da poco ottenuto l’indipendenza, rifiutò di schierarsi con una delle due parti, per non perdere l’autonomia appena conquistata. La sua posizione di Paese non allineato, quindi, si delinea come un tentativo di affermarsi come Stato autonomo, non disposto ad accettare ingerenze neocoloniali. In questo senso è possibile anche comprendere meglio il rifiuto indiano del trattato di non proliferazione nucleare , che avrebbe portato alla classificazione di Paesi di serie A, provvisti di bomba atomica, e di serie B, disarmati. In questo senso, l’iniziale “ambiguità nucleare” indiana fu presto sostituita dalla netta adesione al modello nucleare, come apparve evidente nel 1998, quando fu compiuta una serie di test nucleari che fecero sentire la presenza dell’India sullo scacchiere internazionale. In quegli anni il desiderio di indipendenza politica dalle potenze coloniali non caratterizzava solo l’India, ma nel 1954 Nasser, Nehru e Tito diedero vita a un movimento di Paesi non allineati , in cui i tre personaggi politici vedevano ognuno una diversa speranza: per Nehru di non dover dipendere dagli USA né dall’URSS, per Tito di limitare l’ingerenza sovietica e per Nasser di trovare solidarietà per le sue iniziative di politica estera e interna (come dimostrò il sostegno della coalizione alla lotta di Nasser a fianco del popolo arabo in Palestina nel 1956). Questa coalizione, a cui si aggiunsero via via altri Stati, si riunì nel 1961 nella Conferenza di Belgrado , in cui Nehru subì dure critiche riguardo al suo non impegno nella liberazione di Goa dal dominio portoghese. Parallelamente, prese vita un movimento di solidarietà afroasiatica , composto da tutti gli Stati che avevano appena ottenuto l’Indipendenza dalle potenze occidentali e che si impegnavano a sostenere le lotte di liberazione delle altre colonie in Africa e in Asia. Il movimento, di cui faceva parte anche la Cina, considerata una potenza antimperialista anche se nel 1954 aveva annesso il Tibet prima indiano con un trattato che conteneva 5 principi di coesistenza pacifica, si riunì per la prima volta nel 1955 a Bandung. Tuttavia, il movimento perse il suo senso negli anni 60, quando la maggior parte delle ex colonie erano ormai indipendenti. A testimonianza di questa disgregazione c’è l’attacco cinese all’India nella guerra sino-indiana del 1962 che, a conseguenza del contrasto tra Cina e URSS, rafforzò le relazioni tra India e Unione Sovietica. Per far fronte a questo conflitto con la Cina, l’India chiese aiuto agli americani, compromettendo il suo ruolo di guida dei Paesi non allineati. Con la morte di Nehru nel 1964 morirono anche le ambizioni indiane di affermarsi a livello mondiale, preferendo concentrarsi sulla costruzione dell’egemonia regionale. Nel 1971 l’India strinse un patto con l’URSS , cercando il suo appoggio nel processo di nascita del Bangladesh. La proposta del Bangladesh di creare la SAARC (South Asian Association for Regional Cooperation) fu accettata India, Pakistan e Sri Lanka durante un incontro tenutosi a Colombo nel 1981. Nell’agosto del 1983 , i leader adottarono la Dichiarazione sulla cooperazione regionale Sud- Asiatica durante un vertice che si tenne a Nuova Delhi e nel 1985 si tenne a Dacca il primo vertice della SAARC, in cui l’unione fu ufficialmente sancita. Tuttavia, negli stessi anni l’India intervenne in Sri Lanka, sperando di portare una pacificazione tra la minoranza tamil e il governo singalese. L’ IPKF , le truppe inviate in Sri Lanka, divennero un esercito di occupazione, incapace di disarmare i ribelli tamil e, infine, dovette ritirarsi. Il rapporto con gli Stati Uniti è stato sempre molto ambiguo, ma incrinato dagli sforzi indiani di ottenere la pace in Indocina. Con la presidenza Johnson finì il periodo di pace del presidente Kennedy e la guerra in Vietnam vide l’India schierarsi con l’URSS. Sotto la presidenza Nixon Indira Gandhi chiese aiuto al presidente americano per far fronte all’ondata di profughi provenienti dal Pakistan Orientale, ma questi rifiutò e addirittura mandò una portaerei nel golfo del Bengala quando l’India intervenne militarmente. Lo scacchiere internazionale nel contesto della Guerra Fredda, però, richiese all’India di cercare il supporto degli USA, intensificando i rapporti sociali tra i due Paesi, ma non le relazioni politiche. Gli Stati Uniti non accettavano, tuttavia, le aspirazioni indiane di ruolo di primo piano sulla scena mondiale e sanzionarono pesantemente i test nucleari nel 1995. La situazione cambiò parzialmente con la presidenza Clinton e nel 2001 gli USA cercarono l’appoggio indiano nella lotta al terrorismo che seguì l’attacco delle torri gemelle, revocando le sanzioni imposte nel 1998 a India e Pakistan, sperando in una pacificazione. Ma i due conflitti in Afghanistan hanno posto definitivamente fine a una possibilità di conciliazione e di risoluzione della questione del Kashmir. LEZIONI DI INDOLOGIA, Laura Piretti Letteratura del Trivarga Nel periodo tra il 500 a. C. e il 500 d. C. (millennio post-vedico) l’India attraversa un periodo di grande fioritura economica, sociale e artistica, nonché una sostanziale riforma religiosa del culto vedico alla luce delle innovazioni introdotte dai movimenti eterodossi come il buddhismo e il jainismo, in particolare una maggiore apertura all’universalismo. Sempre da un punto di vista religioso, la precedente Realtà Assoluta di cui parlano le Upaniṣad è gradualmente sostituita da divinità personificate che nel loro complesso costituiscono un induismo molto settario. In questo contesto di prosperità e rinnovamento si sviluppa la cosiddetta “ letteratura del trivarga ” che, insieme alla sistemazione dell’epica, alla creazione della letteratura filosofica dei sei darśana e alla letteratura kāvya, dà vita a una fase imponente della produzione letteraria indiana.

L’idea dei tre varga e del mokṣa ( puruṣārtha ) come fine dell’uomo sulla terra e dopo la morte si affianca a quella che vuole la vita terrena scandita da quattro āśrama (brahmacarin, gṛhastha, vānaprastha, saṃnayāsin), contenuta nel dharmasūtra e nel gṛhyasūtra della smṛti vedica *, in quanto ciascuna di queste quattro fasi della vita prevede scopi differenti. A ognuno dei tre varga corrisponde una letteratura, cioè un corpus di trattati che regolano e sistematizzano il raggiungimento del rispettivo puruṣārtha. Anche se teoricamente esiste una gerarchia dei tre varga (dharma, artha e kāma), nella trattatistica questa spesso è messa in discussione dall’importanza che ogni corpus letterario dà al varga cui si riferisce, affermandone spesso la preminenza sulle altre due. L’esigenza di un equilibrato rapporto fra i varga e la necessità che la pratica dell’uno non avvenga a discapito dell’altro è molto sentita e dibattuta nella letteratura del trivarga. Dharma  termine panindiano, usato sia nell’induismo che nei movimenti eterodossi, derivato dalla radice sanscrita dṛh (sorreggere), è perciò “ciò che sostiene tutto il vivere di un individuo”, in base alla casta di cui fa parte. Il dharma può dunque essere definito come l’insieme delle norme che regolano le azioni degli individui, sia in senso individuale (condotta personale), sia nel vivere comune (diritto privato o civile), la legge morale che guida ogni azione. Artha  termine derivante dalla radice sanscrita (raggiungere), indica lo “scopo”, quindi il “vantaggio”, l’“utile”, e può essere definito come il raggiungimento dei beni necessari alla vita. È importante in questo senso sottolineare che la povertà nell’induismo ha profonde connotazioni religiose, in quanto testimone di cattive azioni in vite precedenti, e connessa all’incapacità di accumulare di ricchezza, appunto l’artha. Oltre a prescrivere l’ottenimento dei mezzi di sussistenza materiali, l’artha dà grande importanza anche all’ottenimento dei mezzi necessari alla vita spirituale, in questo senso artha e dharma sono strettamente connessi. A livello sociale esso è “il dharma del re” e coincide con il bene dello stato. Se, quindi, il dharma è la legge, l’artha è la politica , l’applicazione della legge. Kāma  termine che indica il godimento dei mezzi di sussistenza ottenuti con l’artha, inteso non solo come piacere sessuale, ma come nobile scopo della vita dell’uomo, il fine di ogni attività. Nel Ṛgveda è il primordiale “desiderio” cosmico che creò l’universo, ma anche il dio dell’Amore (cfr. Cupido e Eros). (mokṣa)liberazione , fine ultimo dell’uomo, raggiungibile dopo la morte (perciò non incluso nei tre varga) *La letteratura sūtra o smṛti, coeva allo sviluppo dei movimenti eterodossi, rappresenta il tentativo dell’ortodossia vedica di mantenere i suoi dogmi, adattandoli ai tempi mutati. La letteratura smṛti chiude il periodo vedico e pone le basi per la trattazione classica. Non si tratta più infatti di śruti (rivelazione), ma di “tradizione” (appunto smṛti), pur ottenendo valore dalla sua vicinanza con la śruti. Dal punto di vista stilistico tale letteratura, prodotta all’interno delle scuole vediche, ha una prosa aforistica, molto concisa e adatta all’apprendimento mnemonico. Essa è, quindi, chiamata sūtra , se si vuole sottolineare la forma in cui essa è redatta, o veḍāṅga (“testi ausiliari dei Veda”), se si vuole evidenziare il loro contenuto. I Veḍāṇga è, dunque, un corpus che supporta i Veda partendo dall’esigenza sacerdotale di fissare un’ortodossia del sacrificio e scongiurare errori che avrebbero conseguenze catastrofiche. Tale corpus contiene sei raggruppamenti che forniscono ai brahmani gli strumenti per un rito efficace: kalpa (cerimonie), śikṣā (fonetica), vyākaraṇa (grammatica), nirukta (etimologia), chandras (metrica) e jyotiṣa (astrnomia). Di particolare importanza sono i kalpa-sūtra, che trattano del rituale e che comprendono la trattazione dei riti pubblici śrauta-sūtra , di quelli privati gṛhya-sūtra e dei doveri sociali e del diritto dharma-sūtra (quest’ultimo corpus sarà alla base della letteratura dharma-śastra). Nei Gṛs e nei Dhs è contenuta l’idea che la vita dell’indù appartenente alle prime tre caste (brahmana. kṣatriya, vaiśya), che nel loro insieme costituiscono gli dvija (“nati due volte”, la seconda con la cerimonia di iniziazione dell’upanayana), sia scandita da quattro fasi āśrama [> śrama, “adoperarsi”]. Il termine upanayana significa letteralmente “prendere vicino”, nel senso che un guru prende con sé il giovane brahmacarin facendolo discepolo. Esiste anche un rito di iniziazione femminile, che però non prevede l’uso di mantra (formula: nella lingua vedica significa anche inno, preghiera, ma nelle successive fasi della religiosità indiana riprende il significato, probabilmente originario, di formula magica, la cui efficacia non dipende dalla partecipazione interiore del soggetto che la pronuncia). Nei dharmasūtra si parla di fanciulle di casta brahmanica che studiano i Veda, ma con la decadenza della posizione sociale delle donne nel periodo classico, che diventano esclusivamente le compagne del gṛhastha che lo assiste nei sacrifici domestici, questa usanza cadde sempre più in disuso, al punto che nel Manuvadharmaśastra le donne sono equiparate agli śūdra e lontane dalla sfera del sacro, anche se teoricamente non ci sono reali impedimenti a che una donna riceva un’educazione. Parimenti si è anche discusso se il primo āśrama riguardi solo la prima casta o tutte quelle dvija. Sicuramente anche gli kṣatriya e i vaiśya ricevevano un’educazione, ma diversa da quella dei brahmani: in un caso di tipo militare, nell’altro commerciale.

  1. Brahmacarin (studente) dharma : il giovane brahmacarin vive presso un guru imparando i Veda e sottoposto a una rigida disciplina che include la castità
  2. Gṛhastha (capo famiglia) dharma, artha, kāma : l’uomo prende moglie, ha figli (obbligo procreazione, Kāma) e si dedica a coltivare i culti domestici e la vita in società (Artha, dovere specifico di questa fase)