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Riassunto libro di Byung Chul.
Tipologia: Sbobinature
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Il digitale ha assunto un ruolo sempre più pervasivo nelle nostre vite. Di certo la pandemia ha accelerato il nostro passo verso un modo sempre più digitale: tutto d’un tratto e non per un breve periodo è stato l’unico strumento che abbiamo avuto per entrare in contatto con le persone della nostra vita. L’uso che facciamo della tecnologia deve farci porre delle domande. Il filosofo Byung-Chul Han nel suo saggio fornisce un’analisi di questo strumento di cui embricammo non poter fare più a meno. Siamo assuefatti dai social e da Internet, i quali ci inebriano, rendendoci completamente ciechi (l’autore li definisce come i nuovi panottici – da Panopticon - digitali che sorvegliano continuamente l’utente). Questo comportamento determina la crisi dei giorni nostri. Rispettare significa “distogliere lo sguardo”. Il rispetto costituisce i fondamenti della sfera pubblica. Oggigiorno, con l’avvento della tecnologia, non si ha più la distinzione come avveniva un tempo tra sfera pubblica e privata, perché quest’ultima viene messa in mostra, diventando a sua volta pubblica. Alla base del rispetto c’è la distanza → essere in grado di riconoscere che siamo tutti diversi, ovvero distanti (tra me e la persona che ho davanti c’è una distanza, nel momento in cui riconosco la differenza si innesca il sentimento del rispetto di quello che ho davanti poiché è diverso da me). L’accettazione della presenza dell’altro come diverso da me costituisce il fondamento della sfera pubblica, cioè della vita sociale. SE VIENE MENO LA DISTANZA, IL SENTIMENTO DI APERTURA VERSO L’ALTRO, LA SFERA PUBBLICA, SI SGRETOLA. I social network annullano le distanze tra gli individui, creando una vetrina per l’utente, favorendo quella che il filosofo chiama “esibizione pornografica dell’intimità e della sfera privata”. D’altra parte però i social favoriscono la comunicazione anonima. Non siamo certi di chi siano davvero le persone con cui interagiamo sul web. Utilizzare profili falsi è molto semplice perché nessuno verifica l’identità degli utenti. Tutto ciò, può scatenare le Shitstorm , vere e proprie bufere online con commenti di incitamento all’odio, tipiche del digitale. Questa assume forza man mano che le persone ne prendono parte online. Scindere l’individuo dal nome fa sì che il messaggio possa iaggiare senza che una persona sia responsabile di quelle parole (il nome si azzera, dunque tutti si sentono liberi di dire tutto). Una soluzione potrebbero essere le ondate di indignazione. Tuttavia, a causa della loro natura fluida (astratte), nascono e muoiono velocemente, pertanto non sono in grado di sorreggere la sfera pubblica. Le ondate di indignazione, inoltre, si identificano minimamente con la società, dunque non sono volte ad una costruzione di un Noi stabile mirato alla cura della società nel suo complesso, bensì soltanto ad una cura della propria persona. La massa indignata di oggi è superficiale e distratta: non è in grado di unirsi per combattere un problema. A questo proposito l'autore differenzia anche l’ira dalla rabbia: la prima può portare anche ad azioni volte a cambiare una determinata situazione, mentre la seconda è un’espressione che indica ondate di indignazione fini a loro stesse (non generano alcun cambiamento). Un’altra caratteristica della rete è la simmetria. Tutti siamo allo stesso tempo fruitori e creatori di contenuti, immagini e informazioni. Non c’è alcuna gerarchia, ognuno ha potere di commentare e dire la propria. Ciò che viene a mancare è la figura del mediatore. Tale fenomeno prende il nome di de-medializzazione. Nella società odierna, la mediazione è interpretata come una mancanza di trasparenza, di filtraggio: oggi non siamo solo fruitori passivi di informazioni, bensì ne siamo i produttori attivi (si parla di prosumer). Siamo al tempo stesso produttori e consumatori. Questo doppio ruolo fa sì che le informazioni siano sempre di più. Un esempio sono i social come Twitter o Facebook, i quali de-medializzano la comunicazione. I giornalisti nonché opinion makers e sacerdoti dell’opinione, un tempo privilegiati, oggigiorno perdono completamente di importanza, risultando piuttosto superflui perché ciascuno vuole presentare la propria opinione senza alcun intermediario. La de-medializzazione genera la massificazione in molti ambiti in cui lingua e cultura si appiattiscono. Essa investe soprattutto in ambito politico, mettendo in difficoltà la democrazia rappresentativa (viene messo in difficoltà il principio della rappresentanza). Se da un lato la politica, in quanto ad azione strategica, necessita di informazioni, d’altra parte, non può rinunciare alla riservatezza (che si ricollega alla caratteristica strategica, se tutto viene reso pubblico immediatamente, questa verrà molto probabilmente a mancare). Lo psicologo Le Bon in “ Psicologia delle folle ” (1895) afferma che stiamo entrando nell’ età elle folle , epoca in cui il comando passa in mano al popolo, sfociando in una crisi della sovranità e al declino della civiltà.
Byung-Chul Han sostiene che la nuova folla dei nostri giorni è uno sciame digitale che ha caratteristiche ben diverse dalla folla comune. — Folla : ha un’anima e uno spirito che unisce i singoli. Non dispongono di un profilo individuale che li caratterizzi singolarmente, essi costituiscono un tutt’uno. La folla si raduna in vari luoghi fisici ed è grazie ad essa che gli individui sono in grado di creare un Noi capace di generare un cambiamento (le azioni di massa sono sinonimo di potere) — Sciame digitale : manca l’anima e lo spirito della folla, è composto da individui isolati/hikikomri e non si esprime con una sola voce (come accade nella shitstorm - > percepita infatti come frastuono per le troppe voci). L’homo digitalis conserva la sua identità privata anche all’interno dello sciame. Lo sciame digitale è la rete, gli utenti non si riuniscono in uno spazio fisico come l’uomo delle folle, perché manca loro la spiritualità del riunirsi. Danno vita ad un assembramento tramite dispositivi (es. Smart mobs). I media elettronici (radio) radunano gli uomini, mentre quelli digitali li isolano. Byung-Chul critica Hardt e Antonio Negri, affermando che le loro categorie di studio sono superate nella società odierna. I due parlano infatti di impero e moltitudine. L’idea di moltitudine di questi due autori è quella di una classe capace di agire comune, mentre l’impero è visto come una modalità di sfruttamento esercitato da alcuni a discapito di altri. Ma la moltitudine di oggi segue la logica dell’autosfrutamento: non c’è più necessità di un sistema che sfrutta perché ognuno sfrutta se stesso nella società contemporanea, credendosi libero. Il socius di un tempo si trasforma in solus : la moltitudine cede il posto alla solitudine. Oggigiorno, ognuno pensa a se stesso e al proprio tornaconto personale. La comunicazione umana è costituita da forme di espressione non verbale come la gestualità, la mimica facciale o il linguaggio del corpo. Il medium digitale priva tutto ciò (Byung-Chul introduce il concetto di Hans, il cavallo intelligente che riusciva a dare la risposta esatta a domande di calcoli battendo gli zoccoli per terra, smetteva poi di batterli soltanto guardando l’espressione di chi gli stava di fronte e percependo una certa tensione perché in realtà, non era in grado di contare). A causa della comodità e dell’efficienza della comunicazione digitale, evitiamo sempre di più il contatto con l’Altro. Lo smartphone costituisce uno spazio narcisistico nel quale specchiarsi, disimpara a pensare in maniera complessa, esige rapidità, indebolendo le capacità di rapportarsi alla negatività della vita reale (la positività è propria del digitale). La comunicazione digitale è una comunicazione povera di sguardo (esempio Skype Sherry Turkle). Grazie al medium digitale oggi produciamo enormi quantità di immagini. Al giorno d’oggi, però, le immagini non sono soltanto le riproduzioni fedeli di un qualcosa, ma costituiscono dei veri e propri modelli ai quali ispirarci. Ci rendono migliori, più belli, più vivi. La realtà è percepita come imperfetta (Sindrome di Pargi - > colpisce i Giapponesi e consiste nella notevole differenza tra città idealizzata e città per come è realmente), mentre le immagini rappresentano la perfezione. L’individuo si rifugia nelle immagini perfette per sfuggire all’imperfezione della realtà. Esse, inoltre, non hanno età: il tempo è congelato, è permanente, a differenza della fotografia analogica che si rovina col tempo (viene attaccata dalla luce, si impallidisce). Dall’agire al giocare con le dita Il verbo della storia è agire , ovvero far cominciare qualcosa di nuovo, come afferma Hannah Arendt. Byung- Chul descrive l’homo digitalis come colui che non agisce. Il termine “digitale” rimanga al dito “digitare” che, soprattutto, conta. Secondo Flusser oggi l’uomo vive il fenomeno dell’atrofia delle mani: i dispositivi fanno sì che le mani si atrofizzino. Egli vive una vita immateriale, non dovrà più maneggiare e lavorare nulla, perché non avrà più a che fare con cose materiali ma solo con quelle immateriali. L’uomo del futuro immateriale non sarà un lavoratore, ovvero un homo faber , bensì un giocatore, ovvero un homo ludens. Diversamente da ciò che ipotizza Flusser, però, la vita immateriale ovvero digitale non dà tempo all’ozio: a Flusser resta sconosciuto il principio della prestazione , tale principio toglie al gioco ogni elemento ludico e lo trasforma ancora in lavoro. Oggi non abbiamo altro tempo all’infuori di quello lavorativo: anche il riposo non è nient’altro che una modalità del lavoro, il rilassarsi diventa il suo prodotto. I dispositivi digitali producono una nuova costrizione, una schiavitù, ci sfruttano in modo ancora più efficiente delle macchine di un tempo perché esse sono onnipresenti e trasformano ogni luogo in un posto di lavoro. Prima, invece, il lavoro veniva circoscritto grazie all’immobilità delle macchine, dunque c’era una suddivisione tra vita privata e lavorativa. Mentre adesso, ciò non sussiste più, generando un rapporto quasi ossessivo con lo smartphone. L’era del digitale, inoltre, tende a contare qualsiasi cosa, mentre in passato, la storia veniva raccontata. Prima l’amicizia veniva raccontata, mentre oggigiorno gli amici su Facebook vengono soprattutto contati, così come le simpatie vengono contate sottoforma di “like”. Tutto ciò che non è contabile perde di importanza, cessando di esistere.
volta, non ci sono più masse animate da ideologie, ma ci sono singoli, isolati o meglio hikikomori digitali che non partecipano più alla vita pubblica e politica. IL SISTEMA QUBE (DAL CITTADINO AL CONSUMATORE) Negli anni ’70 esisteva negli Stati Uniti un sistema interattivo chiamato QUBE (question your tube). Il termine question richiama la possibilità del poter scegliere tra le alternative presentate: per esempio, venivano mostrati dei candidati per il posto di direttore di una scuola elementare. Con un tasto ci si poteva esprimere per un candidato in particolare. Flusser afferma che, tramite questo sito, sarebbe possibile prendere decisioni “esistenziali” in maniera rapida ed efficace. Flusser, inoltre, collega il sistema ad una forma di vita utopistica, nella quale il tempo libero e l’impegno politico coincidono. La politica, quindi, assumerebbe l’aspetto che oggi associamo ad un social network: il pulsante “mi piace” è la scheda per votare il partito preferito. “Per gli abbonati al sistema QUBE l’ozio è già il luogo di decisioni efficaci”. Però, il pensiero di Flusser rimane pur sempre utopistico: è impossibile pensare che una scelta politica, rientrante tra le decisioni esistenziali di qualsiasi individuo, venga banalizzata e ridotta ad un semplice “like” su una piattaforma. Si ridurrebbe ad una decisione priva di impegno, paragonabile a quella quando si fa shopping. Così come si compra, l’ndividuo sceglie ciò che gli piace. A questo punto, votare e comprare avrebbero luogo sul medesimo schermo, ossia sullo stesso piano di coscienza. L’attività di governo si avvicinerebbe al marketing: il sondaggio politico assomiglierebbe ad una ricerca di mercato. PANOPTICON BENTHAMIANO VS PANOPTICON DIGITALE La fiducia è un atto di fede che, nell’era delle informazioni online, viene a mancare. La possibilità di raccogliere in modo semplice e rapido le informazioni è nociva per la fiducia. (Ciò avviene anche a causa dei social). Ogni click effettuato in rete viene registrato, si è sempre tracciati. Al posto del big brother, c’è il big data. Il panottico di Bentham è diverso da quello digitale, perché esso è costituito da individui isolati gli uni dagli altri, i detenuti non possono comunicare tra loro, mentre gli abitanti del panottico digitale, si connettono e comunicano tra loro: il controllo è causato orario grazie alla connessione in rete e l’iper-comunicazione. Gli abitanti del panottico digitale non sono prigionieri: vivono nell’illusione della libertà. Nutrono il panottico digitale di informazioni, esponendo e illuminando se stessi. L’auto-illuminazione è più efficace dell’illuminazione da parte di altri - > è presente un parallelismo fra sfruttamento e auto-sfruttamento: quest’ultimo è più efficace dello sfruttamento esercitato da altri perché in questo modo ci si crede liberi. Auto-sfruttamento e auto-illuminazione pornografica coincidono nel panottico digitale: la società del controllo si compie là dove i suoi abitanti si confidano per un bisogno interiore; non ci si preoccupa di violare la propria sfera privata, lo si fa a prescindere pur di elevare la propria persona. Libertà e controllo diventano indistinguibili. Viviamo dunque in una società che ci sorveglia costantemente, i grandi di Internet sfruttano i nostri dati personali al fine di trarne un guadagno personale. Tale controllo viene esercitato anche dall’Internet delle cose, ovvero dagli oggetti che ci circondano e che sono in grado di parlare. PSICOPOLITICA A metà degli anni ’70, il filosofo Foucault rivisita il concetto di “potere”, visto fino a quel momento come un potere coercitivo esercitato da un unico sovrano (sviluppato dunque in maniera verticale). Egli smontò questa interpretazione, introducendo un potere orizzontale, che mirasse al miglioramento della vita del singolo. Tale modello si rispecchia nel carcere o altre strutture volte al miglioramento degli atteggiamenti del singolo (modello del Panopticon di Bentham). Questa nuova forma di potere prese il nome di “ biopotere ” che di conseguenza portò alla nascita della biopolitica. Nell’epoca dell’immateriale, per la raccolta di dati non ci si basa più su metodi tradizionali quali le statistiche, bensì questi vengono forniti in maniera diretta dagli utenti. A tal proposito, Byung-Chul sostituisce la biopolitica Faucoultiana con lo psicopotere e la psicopolitica. Questa agirebbe direttamente sulla psicologia e sulla mente delle persone. Si tratta di un potere intelligente, che seduce e gratifica. Al giorno d’oggi nessuno si sente davvero sorvegliato o minacciato, ciò costituisce il meccanismo della “libertà percepita”. In altre parole, si crede di essere liberi, ma in fondo, non lo si è davvero. Si è costantemente sorvegliati in una società apparentemente “trasparente”: il flusso di informazioni a portata di tutti rendono il singolo individuo “trasparente”, in altre parole esposto al controllo dei poteri più alti.