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saggio sulla devianza, per esercitazione laboratorio
Tipologia: Tesine universitarie
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In questo saggio analizzeremo il fenomeno della devianza adolescenziale ed in particolare il fenomeno del bullismo, utilizzando il punto di vista della teoria dell’etichettamento in Outsiders di Howard S.Becker in cui afferma che: “ I gruppi sociali creano la devianza stabilendo le regole, la cui infrazione costituisce la devianza; Il comportamento deviante è il comportamento che le persone etichettano come tale .” Ciò che si vuole mettere in luce è l’emergere di questo fenomeno non come una sincronicità di eventi, ma come una sequenzialità e quindi un processo di etichettamento. L’obbiettivo è quello di avere un approccio moderno allo studio dei problemi sociali, del quale il bullismo ne fa parte, e che si trova in una via di mezzo, alternativa, tra la visioni “oggettiviste” e quelle “soggettiviste” della sociologia. Inizieremo definendo cos’è l’etichettamento per Becker e come si può applicare questa teoria avendo un approccio moderno allo studio problemi sociali, per poi cercare di comprendere meglio il fenomeno del bullismo, così come si è manifestato negli ultimi anni, con pericolosi risvolti sociali né semplici né ovvi.
Howard Saul Becker, nato il 18/ 0 4/1928 a Chicago, è uno dei più famosi sociologi statunitensi e il suo contributo alla sociologia della devianza è immane. Inoltre, il libro Outsiders, preso in considerazione nel presente saggio, ha fornito le basi per la teoria dell’etichettamento, egli, infatti, afferma che la nostra identità e il nostro comportamento sono determinati dal modo in cui siamo classificati: “ I gruppi sociali creano la devianza istituendo norme la cui infrazione costituisce la devianza stessa, applicando quelle norme a determinate persone e attribuendo loro l’etichetta di outsiders. Da questo punto di vista, la devianza non è una qualità dell’atto commesso da una persona, ma piuttosto una conseguenza dell’applicazione, da parte di altri, di norme e di sanzioni nei confronti di un colpevole. Il deviante è una persona alla quale questa etichetta è stata applicata con successo; un comportamento deviante è un comportamento che la gente etichetta come tale.” (Howard S.Becker, Outsiders). Per dare un’idea sul quanto questa opera sia stata rivoluzionaria e innovativa per la sociologia, basta leggere l’estratto di un’intervista fatta a Becker a cura di Pier Paolo Giglioli: “ Mi ricordo che poco tempo dopo la pubblicazione di Outsiders andai ad esporre l’argomento del libro a Berkeley, nel Center for Law and Society diretto da Philip Selznick. Alla fine della conferenza, Selznick, che stava in piedi, appoggiato a una parete, fumando un sigaro, mi disse: «Ma Howie, pensa a un comportamento come l’omicidio: nemmeno questo lo considereresti deviante in sé stesso?». Evidentemente non
aveva capito niente della mia tesi. «Chiamalo malvagio, consideralo il male per eccellenza, ma perché usare il concetto di devianza come un’entità intrinseca a un atto?», gli risposi”. L’autore nei primi due capitoli del libro descrive la devianza dandone una definizione. Da una prima interpretazione di tipo medica, che era l’approccio più comune dell’epoca: “ Un’interpretazione meno semplice ma molto più comune identifica la devianza come qualcosa di essenzialmente patologico, che rivela la presenza di una malattia. Tale interpretazione si basa ovviamente su un’analogia medica” (Howard S.Becker, Outsiders). Poi da un’altra definizione, che è quella di Becker, in cui la devianza è creata dalla mancata obbedienza alle norme, create dai gruppi sociali di potere. Non come una qualità implicita del comportamento, ma come la conseguenza dell’applicazione delle norme, Il deviante è una persona alla quale è stata applicata con successo l’etichetta, un comportamento deviante è un comportamento che la gente etichetta come tale, quindi frutto di un processo. In seguito, passa a stipulare una tabella, che se vista come cambiamenti di diversi stadi sull’asse del tempo, aiuta a visualizzare la devianza come un processo, ne identifica quattro modelli: Il conforme , colui che non è percepito come deviante ed è obbediente alle norme, falsamente accusato che è colui percepito come deviante ma obbediente, poi il pienamente deviante percepito come tale ed effettivamente trasgressivo ed infine il segretamente deviante che è trasgressivo di fatto ma non percepito come deviante. Questa stessa tabella, nell’approccio moderno allo studio dei problemi sociali, più avanti descritto, è applicata sostituendo il “problema sociale” al “deviante” ( Howard S. Becker e gli “approcci moderni” nello studio dei problemi sociali ). Nei capitoli successivi studia il mondo dei fumatori di marijuana, sul come si passa da fumatori principiati ad occasionali, fino ad esperti. Per poi analizzare la cultura del gruppo deviante dei musicisti da ballo, che pur non essendo illegale come attività si ritrovavano ad essere ai margini della società. È importante precisare che Becker utilizza un campione di cinquanta interviste, in parte prese da suoi colleghi e in parte fatte da lui in prima persona, perché all’epoca era un musicista Jazz e siccome l’uso della marijuana faceva parte di quella cultura ha potuto analizzare con il metodo dell’osservazione partecipativa entrambi i mondi. A questo punto Becker analizza chi ha il potere di creare e far applicare le norme; quindi, osserva come vengono applicate, ed indentifica la categoria degli imprenditori morali che si dividono in due tipi: chi crea le leggi ( crociato delle riforme ) e chi le fa applicare. Nel capitolo finale conclude con una rilettura di quella che lui stesso definisce: teoria dell’etichettamento.
Facendo un passo indietro nella storia, uno dei padri fondatori della sociologia, Emile Durkheim, nei suoi studi afferma che la devianza non è la caratteristica di un dato comportamento “negativo”, bensì è la decisione finale di un processo sociale, in cui la comunità si erge a giudice e in base ai suoi canoni definisce cosa è giusto e sbagliato e quindi cosa è normale o meno, sposando in pieno la teoria dell’etichettamento di Becker.
la stessa colla mia persona. Nessuno mi voleva nella squadra di pallavolo nell’ora di ginnastica e restavo fuori squadra più volte fin quando l’insegnante non mi piazzava lui da qualche parte per includermi nei giochi ei miei sfortunati compagni di squadra esclamavano: «No non è giusto, proprio qua?» e poi si avvicinavano e mi dicevano: «Se perdiamo le prendi»”. Ricapitolando, il bullismo è un fenomeno sociale riconducibile a un processo interno alla scuola e quindi a una carriera deviante come intesa da Becker, e non a una serie di azioni individuali guidate da disturbi mentali, oppure da una sincroniocità di eventi casuali. L’etichetta del bullo: I bulli sono generalmente capri espiatori nelle disfunzioni del sistema sociale e sono essi stessi vittime, dei miti e delle rappresentazioni collettive di cui il bullismo è ammantato. E quindi spesso tornano nei luoghi comuni e nelle frasi tipo: il bullismo è una parte normale della crescita; coinvolge solo i bambini; è solo fisico; peggiore sui maschi che sulle femmine; bisogna intervenire solo sul bullo; le vittime vanno aiutate come un malato; si verifica solo in certe scuole, di solito povere. Quindi a questi luoghi comuni va sostituito il nuovo modo di pensare, soprattutto quello che lo vede come un processo. Il primo passo di una scuola che lotta contro il bullismo e la violenza è la creazione di una cultura positiva in cui tutti gli studenti sentono di vivere nel benessere, e sono incentivati a operare per il sostegno di ogni altro.
La natura relazionale del fenomeno risulta un elemento imprescindibile che, insieme all’intenzionalità (volontà del bullo di nuocere alla vittima), alla reiterazione degli atti e allo squilibrio di potere (forza fisica e psicologica del bullo sulla vittima), ci permette di comprendere al meglio questo comportamento da bullo. Come abbiamo detto. Per molti anni il bullismo è stato studiato esclusivamente da un punto di vista descrittivo, mettendo in evidenza i tratti individuali del bullo e della vittima, tralasciando spesso gli aspetti interattivi di gruppo e le ricadute sugli attori sociali e l’ambiente circostante. Questa dimensione relazionale del bullismo coinvolge, oltre il gruppo dei pari, anche i contesti familiari: vi è quindi l’esigenza di indagare in modo più approfondito i rapporti tra genitori, vittime e bulli. Facciamo un passo indietro, a partire dagli anni Cinquanta lo stesso Becker sposta lo studio delle condotte devianti su un “modo nuovo”, che egli stesso definirà “teoria interazionista della devianza” per poi arrivare ad ulteriori sviluppi con “la teoria dell’etichettamento” in Ousiders, che nella prima parte del saggio abbiamo riassunto. In tal senso, l’analisi beckeriana cerca di focalizzarsi su chi applica l’etichetta e a chi viene applicata, sulle conseguenze e sulle circostanze che favoriscono (o meno) il successo dell’impresa definitoria. Lo stesso vale per ciò che concerne la produzione dei problemi sociali. In termini generali un problema sociale consiste in uno o più eventi, tratti o situazioni interconnessi definiti come «minacciosi» e considerati come qualcosa per cui bisogna attivarsi, per cui si sente di dover agire, di dover fare qualcosa come ricorda Kai Erikson (Erikson 1962: 309). Considerando il bullismo come un problema sociale, allora, Il superamento dei modelli deterministici e uni-causali in favore di quelli interazionisti e costruttivisti consente di
ripensare al comportamento dell’adolescente e al suo sviluppo come la risultante della reciproca influenza di molteplici fattori: biologici, culturali, relazionali, situazionali, sui quali egli agisce attivamente. Lo sviluppo è considerato frutto dell’interazione tra l’individuo e il suo ambiente solo secondo i recenti modelli interazionisti e costruttivisti, che valutano un soggetto attivo colui che, grazie alle sue capacità cognitive, risponde agli stimoli ambientali ed elabora le proprie esperienze. La teoria interazionista risulta funzionale anche per l’adolescente deviante, il quale è chiamato a ridefinire continuamente il nesso tra fattori di rischio e comportamenti devianti.
Con l’approccio proposto in questo saggio siamo di fronte a una terza forma che è una via di mezzo tra approcci puramente oggettivisti e puramente soggettivisti, quindi un costruzionismo di tipo contestuale che posiziona la costruzione sociale di devianza e crimine in contesti culturali e strutturali reali. Si pensa che Becker sia stato antesignano proprio di quest’ultima prospettiva. Ricapitolando, quando viene criminalizzato, l’individuo è imprigionato, stigmatizzato e considerato pericoloso di default. L’identità, ascritta come un badge d’ufficio, un’etichetta, un emblema identitario, viene attribuita al sé, viene “indossata” dal sé. L’individuo “interiorizza” l’identità a lui ascritta. Quindi, avendo assorbito l’identità a lui attribuita ed avendola incorporata nella sua identità personale, egli si comporterà in accordo con tale assimilazione, mettendo in scena tale attribuzione. Le nostre identità dettano dove possiamo andare, dove ci sarà permesso accedere o dove saremo accettati, e dove invece rischiamo di sentirci minacciati ( Diana Olivieri. Aspetti evolutivi della devianza: introduzione alla formazione dei talenti quale possibile strategia di prevenzione della delinquenza giovanile) Detto ciò, e grazie a quanto esposto fino ad adesso abbiamo un quadro completo per comprendere che, se il bullismo viene trattato con la consapevolezza che è un processo sociale di etichettamento e stigmatizzazione, e studiato con approcci moderni costruttivisti per i problemi sociali, ci si rende conto che è possibile intervenire con maggiore efficienza ed efficacia, sia sulle caratteristiche del singolo individuo, ma anche sull’ambiente culturale e sociale in cui è inserito.
Cirus Rinaldi. (2018). Howard S. Becker e gli “approcci moderni” nello studio dei problemi sociali. Durkheim E., Suicide, Free Press, New York 1897-1951. Giuseppe Bruno, Natale Bruno, Cristiana Cardinali, Eugenio Fortino, Vincenza Gallo, Rita Minello, Diana Olivieri. (2017). Devianza e adolescenza. Atti di Convegno. Howard S. Becker. (1963). Outsiders, studies in the sociology of deviance.