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Seneca e opere., Appunti di Latino

Seneca e opere.

Tipologia: Appunti

2021/2022

In vendita dal 07/10/2022

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Seneca

La vita

Seneca è il massimo esponente romano della prosa filosofica e l’unico poeta tragico latino di cui si siano conservate le opere. Lucio Anneo Seneca, figlio di Lucio Anneo Seneca detto “il Padre”, “Il vecchio” o “il Retore”, apparteneva ad una ricca famiglia di rango equestre. Nacque a Cordoba (oggi Cordova), in Spagna, forse nel 4 a.C. (gli studiosi hanno proposto date che vanno dal 12 all'1 a.C.). Egli studiò a Roma e nomina, nelle sue Epistole a Lucilio, diversi maestri della sua giovinezza: Papirio Fabiano, retore e filosofo; lo stoico Attalo, alla cui scuola (dice Seneca) egli era il primo a en- trare e l'ultimo a uscire; il neopitagorico Sozione, da cui apprese costumi sobri e austeri che conservò per tutta la vita: la rinuncia al vino, ai profumi, a leccornie come i funghi e le ostriche, ai materassi morbidi, ai bagni caldi (considerati indizio di mollezza: Seneca usava solo l'acqua fredda e aveva l'abitudine, che conservò anche da vecchio, di inaugu- rare l'anno nuovo con una nuotata nel Tevere). Fu apprezzato per le sue qualità oratorie, egli però abbandonò la vita contemplativa, a cui lo indirizzavano i suoi maestri di filosofia, egli per non dispiacere a suo padre; intraprese infatti il cursus honorum e rivestì la questura (non sappiamo in che anno). Le sue eccezionali qualità oratorie, subito riconosciute e ammirate, lo destinavano a una brillante carriera. Tuttavia i suoi rapporti con gli imperatori furono difficili fin dall'inizio. Caligola gli fu talmente ostile da progettare di farlo uccidere e da desistere dal suo proposito soltanto perché convinto da una donna, potente a corte, che Seneca era malato gravemente e che sarebbe morto in breve tempo. Più gravi conseguenze ebbe per lui l'ostilità dell'imperatore successivo, Claudio; questi infatti, nell'anno 41 d.C., ossia all'inizio del suo principato, istigato dalla moglie Messalina, lo accusò di adulterio con Giulia Livilla (sorella di Caligola, odiata da Messalina che vedeva in lei una rivale) e lo condannò all'esilio in Corsica. Qui Seneca rimase fino al 49, quando fu richiamato a Roma per intercessione della nuova moglie di Claudio, Agrippina. Tornò a Roma dopo i cinquanta anni, per volere di Agrippina, la quale desiderò che egli diventasse il precettore di suo figlio Nerone (figlio che ebbe nel 37 d.C. da un precedente matrimonio e che venne adottato da Claudio, avvelenato dalla stessa Agrippina per permettere che il figlio lo succedesse come imperatore); così nel palazzo imperiale e iniziava un lungo periodo di servizio al potere e anche di esercizio di esso. Nell'anno 54, infatti, quando Claudio morì e gli successe Nerone, Seneca si trovò a essere consigliere imperiale di un giovane non ancora diciottenne ed ebbe praticamente nelle sue mani il governo dell'impero: le fonti affermano concordemente che nei primi anni del principato neroniano il vero reggitore fu Seneca, insieme con Agrippina e con il prefetto del pretorio Afranio Burro. Ma la sua speranza, espressa nel De clementia, di fare del giovane principe un sovrano esemplare, si rivelò ben presto un'illusione. D'altra parte la collaborazione con un potere dispotico, conseguito e sostenuto con intrighi e delitti, comportava necessariamente l'accettazione di compromessi anche molto gravi. Nel 59 Nerone, già da tempo in rotta con Agrippina (di cui non sopportava più le ingerenze e che si opponeva al suo matrimonio con Poppea Sabina), fece uccidere la madre. Non sappiamo che ruolo abbia avuto Seneca in questo delitto, del quale tuttavia non poté non essere, almeno in qualche misura, complice e corresponsabile. Quel che è certo è che Seneca rimase al fianco di Nerone anche dopo il matricidio. Tuttavia la sua posizione si fece sempre più debole per l'insofferenza di ogni freno da parte del principe e divenne insostenibile dopo che, nel 62, Burro morì e fu sostituito dal nuovo prefetto del pretorio, Tigellino. A questo punto Seneca, adducendo ragioni di età e di salute, chiese a Nerone il permesso di

abbandonare ogni attività pubblica e di ritirarsi a vita privata, dedicandosi esclusivamente ai suoi studi. Dal 62, anno del ritiro (che Seneca chiama secessus ), al 65, l'anno della morte, egli realizzò finalmente quella vita contemplativa a cui aspirava fin dalla giovinezza e che tante volte aveva lodato e raccomandato nei suoi scritti, e si dedicò interamente alla riflessione, alla lettura, allo studio e alla composizione delle sue opere. Non riusci tuttavia a mettersi al riparo dall'ostilità di Nerone. Quando infatti, nella primavera del 65, fu scoperta la congiura ordita contro l'imperatore da un gruppo di senatori capeggiati da Gaio Calpurnio Pisone (“La congiura di Pisone”). Accusato di complicità nella congiura di Pisone (non sappiamo se a ragione o meno), è costretto a suicidarsi. Secondo Tacito egli affrontò la morte con coraggio, serenità e nobiltà d'animo, ispirandosi all'esempio delle "morti filosofiche" di Socrate e di altri grandi sapienti del passato. Seneca scrisse molte opere che purtroppo sono andate perdute. A parte orazioni, di cui non resta traccia, abbiamo scarsi frammenti di un trattato dal titolo Moralis philosophiae libri e di altri testi di argomento filosofico, come De matrimonio (che san Gerolamo, nel IV secolo d.C., leggeva ancora), De remedis fortuitorum ("I rimedi contro i casi della sorte"), De amicitia ecc.

Quadro riassuntivo delle Opere

Che si possono dividere in opere in prosa e opere poetiche.

  • Le opere in prosa comprendono i dialoghi, i trattati e le epistole a Lucilio. I dialoghi affrontano questioni filosofiche e in modo particolare il tema del tempo, della felicità della vita e la liberazione dalle passioni. Mentre i trattati affrontano argomenti di filosofia politica, come l’esaltazione del dispotismo illuminato, la questione dei benefici utili ad una serena convivenza civile e i fenomeni naturali, espressione di quella razionalità che permea di se tutor il cosmo. Le epistole a Lucilio sono, invece, incentrate su temi di filosofia morale e riguardano la ricerca della virtù come sommo bene, l’importanza dell’otium letterario, il dominio sulle passioni e la liberazione dalla paura della morte. [Epistulae ad Lucilium: composte tra il 62 e il 65. Sono 124 lettere reali e letterarie (scritte in vista della pubblicazione) raccolte in 20 libri, indirizzate all’amico Lucilio e incentrate su temi di filosofia morale]
  • Le opere poetiche comprendono 10 tragedie (Seneca è l’unico tragediografo latino di cui abbiamo le opere per intero). Le tragedie sono 10 ma due sono pesudosenecane (non attribuibili direttamente a lui). Poi abbiamo l’Apokolokyntosis (=inzzuccamento cioè trasformazione in zucca), un’opera satirica nei confronti dell’imperatore Claudio, suo bersaglio poetico di cui si raccontano le vicissitudini ultraterrene. È scritta nella formula della satira Menippea (Menippo di Gàdara, del III secolo a.C., fu l’iniziatore del genere caratterizzato, a livello formale, dalla mescolanza di versi e di prosa e a livello contenutistico dalla commistione di serio e di scherzoso, in greco “spudoghéloion). Seneca si ispira in particolare alla filosofia stoica, diffusa ad Atene da Zenone di Cizico nel 4 sec a.C., dalla quale recepisce l’amore per la virtù e per la beatitudine della vita perseguibile attraverso la razionalità e le leggi proprie del logos. Non mancano al contempo spunti che sono riconducibili alla filosofia epicurea come la passione per la letteratura, intesa come strumento di educazione morale e l’uso della sententia cioè della frase breve e ad effetto (come aveva fatto Seneca Padre).

I dialoghi

Quintiliano non definisce Seneca un eccellente filosofo, ma lo esalta per la maniera in cui condanna i vizi, infatti la filosofia non ha carattere meramente teorico, ma mira a fornire regole pratiche che possano guidare gli uomini nella vita di tutti i giorni. La scelta dello stoicismo si collega alla volontà di coniugare l’attività teoretica (quindi la vita contemplativa) con la ricerca dell’azione e la volontà di

Consolatio ad Polybium. La Consolatio ad Marciam è la più antica, le altre due vennero composte nel periodo dell’esilio. L'opera più antica è la Consolatio ad Marciam ("Discorso consolatorio rivolto a Marcia"), scritta prima dell'esilio, forse nel 37 (all'inizio del principato di Caligola). Questa ha l’obiettivo di consolare Marcia, donna dell'alta società romana che da tre anni soffriva per la perdita del giovane figlio Metilio. Marcia, inoltre, è la figlia dello storico Cremuzio Cordo, vissuto sotto Tiberio e autore di un’opera in cui venivano esaltati i cesaricidi, e per questo accusato di lesa maestà da due clienti di Seiano (i clientes erano coloro che si ponevano sotto un patrono ed ottenevano favori in cambio di appoggio). Quindi l’opera è percorsa da un forte atteggiamento antitirannico. Sappiamo che tutte queste opere, per l’appunto, intendono consolare i destinatari per la perdita di qualche familiare o, nel caso della consolazione rivolta alla madre, per l’allontanamento del figlio da Roma. Sono testi a metà strada tra la retorica e la parentesi ??? (=ammonimento) e trovano un loro modello nella consolazione che aveva avuto illustri esempi nella letteratura greca e che, nella letteratura latina, era rappresentata, in particolare, da Cicerone il quale scrisse una Consolatio a se stesso in occasione della morte della piccola figlia Tullia. Seneca riprende quegli argomenti utilizzati dai filosofì di varie scuole per consolare chi ha subito un lutto. Egli vuole inoltre dimostrare che la morte non sia un male, svolgendo sia la tesi della morte come fine di tutto sia quella della morte come passaggio a una vita migliore. Conclude l’opera con l'elogio di Metilio e con la sua apoteosi, immaginando che il nonno Cremuzio lo accolga in cielo, nella sede riservata alle anime degli uomini grandi. In quest’ultima parte riprende lo schema tipico del Somnium Scipionis ciceroniano, in quanto Metilio viene accolto da Cremuzio Cordo tra le anime dei grandi, e nello stesso tempo si afferma che per lenire il dolore derivante dai mali presenti, bisogna ricordare il bene che ha caratterizzato il passato. L'opera ha carattere spiccatamente retorico sia nei temi, tradizionali e spesso convenzionali, sia nello stile, molto elaborato e sostenuto, Si rileva, in quest’opera (scritta quando ormai Seneca aveva già superato di quaranta anni) la capacità del Nostro di rielaborare efficacemente e brillantemente i luoghi comuni ed anche la sua perfetta padronanza dei mezzi espressivi che contraddistinguono tutta la sua produzione. Al periodo dell'esilio in Corsica appartengono le altre due Consolationes, scritte rispetti- vamente nel 42-43 e nel 43-44. La Consolatio ad Helviam matrem ("Discorso consolatorio rivolto alla madre Elvia") ha come destinataria la madre dell'autore, che soffre per la sua condanna e per la sua lontananza da Roma. Seneca sviluppa la topica consolatoria elaborata dalla tradizione filosofica greca riguardo all esilio, proponendosi di dimostrare che esso, nonostante le apparenze, non è un male. Egli è stato condannato all’esilio ma dice che il suo animo non è per nulla turbato, ma del tutto sereno in quanto, per il sapiente, ogni luogo è patria e non è privo di nulla perché ha con se ogni virtù. Quindi l’opera tende proprio ad esaltare l’immagine del saggio stoico che può vivere tranquillamente dovunque, essendo cittadino del mondo, capace di fronteggiare ogni situazione difficile con le virtù che possiede. Alla parte argomentativa, di carattere generale, segue lo sviluppo di una serie di temi più specifici e personali: Elvia viene esortata a seguire l'esempio di donne nobili e coraggiose, a cercar conforto negli studi e nell'affetto degli altri famigliari e a pensare che il figlio, pur lontano da Roma, vive sereno, dedito alla filosofia, impegnato nella ricerca e nella con- templazione della verità. L'operetta è tra le migliori di Seneca per il tono improntato ad affettuosa intimità, ma anche e soprattutto a nobile dignità. È evidente che, pur concedendo spazio alla rievocazione degli affetti familiari e all'espressione di sentimenti teneri e profondi, il filosofo vuole trasmettere di sé l'immagine di un uomo che, colpito dalla sventura, mantiene una Consolatio virile e magnanima serenità, in piena coerenza con le dottrine che professa. Troviamo un atteggiamento completamente diverso, invece, nell’opera successiva: la Consolatio ad Polybium , rivolta a un potente liberto dell'imperatore Claudio (I liberti sono ammessi nella gestione

del potere da Claudio) per consolarsi per la morte di un fratello, ma in realtà il filosofo non fa altro che servirsi dell’occasione luttuosa come pretesto per ottenere il perdono (rivolgendo al sovrano una vera e propria subblica), quindi la revoca dell’esilio. In essa l'elemento encomiastico assume un rilievo assolutamente. Egli, infatti, non elogia solo il liberto Polibio e il fratello morto, ma soprattutto Claudio, di cui esalta le imprese militari (proprio in quegli anni c’era stata la riconquista della Britannia). Egli affida alla giustizia e alla clemenza dell'imperatore la sua speranza di ottenere la grazia, e nella parte finale lo introduce a parlare (è la figura della prosopopea, già utilizzata nella Consolatio ad Marciam per dare la parola a Cremuzio Cordo), facendogli rievocare grandi personaggi della casa giulio-claudia che avevano saputo far fronte, con esemplare forza d'animo, a gravi lutti familiari. Il tema dominante nella consolationes è quello del dolore che appartiene alla natura dell’uomo. Il dolore non può essere, dunque, evitato ma abbandonarsi ad esso costituisce una colpa perché la ragione e il giudizio devono allenare alla sofferenza in quanto un’anima esercitata e preparata di fronte alla sventura soffre di meno. Trattandosi di una consolatio mortis , nella parte argomentativa troviamo i luoghi comuni della consolatio già incontrati da Seneca nella Consolatio ad Marciam: l'ineluttabilità del destino e la dimostrazione razionale che la morte non è un male e che è insensato compiangere chi non è più in vita, in quanto aut beatus aut nullus est ("o è felice o non esiste più" e quindi non prova alcuna sofferenza). Alcuni studiosi ritengono che quest’opera non sia effettivamente di Seneca a causa dell'atteggiamento adulatorio e l'incoerenza rispetto alla posizione che troviamo nella Consolatio Ad Helviam. Tuttavia non viè nessun elemento che avvalga questa ipotesi, nata dal desiderio di difendere il filosofo dalle accuse di debolezza morale, di piaggeria e insincerità. A. Alfonso traina affermaI: “la Consolatio ad Polybium è, a modo suo, un'opera sincera: non nel senso che il suo autore credesse a tutto quello che scriveva, ma in quanto era la confessione di una sconfitta morale» (A. Traina).

vivere con un elevato tenore di vita. Il filosofo, pur non negando la fondatezza di queste accuse, risponde che lui non ha ancora raggiunto la perfezione, che tende alla sapienza e alla virtù, e che quando parla della virtù non sta parlando di se stesso, anzi rimprovera soprattutto se stesso, in quanto egli biasima i vizi. Sempre in merito alle ricchezze, dice che non le ama e quando se ne separa non soffre, ma preferisce possederle perché questo può costituire un modo per applicare meglio la virtù, in un campo di azione più vasto. De provvidentia - collocazione cronologica incerta Nel de provvidentia affronta il problema, caro allo stoicismo, della provvidenza come forza che organizza e muove il cosmo. Quindi è un’opera connessa con la concezione stoica del divino. Il mondo è un tutto ben strutturato ed organizzato e allora il poeta si chiede, se esiste una provvidenza, una grande mente che governa l’universo, perché le sventure possono toccare ai buoni. La risposta è che esse sono una prova attraverso la quale gli uomini possono esercitare la loro virtù. L’opera è dedicata all’amico Lucilio (il destinatario delle Epistole), in quanto egli aveva chiesto a Seneca perché i buoni sono colpiti dai mali. De brevitate vitae (la brevità della vita) Probabilmente nel 49, una volta tornato dall’esilio, scrisse il De brevitate vitae. Seneca qui tratta la questione del tempo e dice che la vita non è breve, ma sono gli uomini a renderla tale ( vita, si uti scias, longa est- la vita, se sai farne buon uso, è lunga). Infatti il suo valore non sta nella quantità, ma nella qualità perché nessuna vita è veramente breve se riempita di significato, e ovviamente la qualità della vita dipende sopratutto dalle scelte etiche che uno compie. Quelli che si lamentano della brevità della vita e vivono dissipando il tempo in occupazioni inutili sono i cosiddetti “occupati” , cioè indaffarati, affaccendati (come li chiama Seneca), solo il saggio è in grado di usare consapevolmente i giorni che il destino gli ha messo a disposizione. Sostiene che chi occupa il suo tempo in attività differenti dalla ricerca della saggezza e della verità non raggiungerà mai l’ autarkeia, l’autosufficienza, cioè la libertà da qualsiasi condizionamento esteriore, che gli permette di raggiungere la pace e la serenità. È dedicato all’amico e prefetto dell’annona (che si preoccupava dell’approvvigionamento del grano della città di Roma) Paolino. De Otio In quest’opera dedicata ad Anneo Serena, si occupa del problema dell’impegno e disimpegno politico, quindi della superiorità della vita contemplativa o di quella attiva (egli sostiene la superiorità della vita contemplativa). Ovviamente il saggio deve occuparsi della vita politica quando le circostanze glielo consentono in quanto, a volte, non può agire secondo i suoi precetti. Questa dottrina storica coincide con quella epicurea che sosteneva il disimpegno i politico, a meno che le circostanze non gli impongano una partecipazione attiva alla vita politica. Infatti il De otio , è stato scritto nel 62, poco dopo il suo ritiro dalla vita pubblica (oppure è immediatamente antecedente al ritiro), dunque aveva potuto constatare di persona che a volte il potere imperiale non permette di esercitare le virtù secondo i principi della sua dottrina filosofica, di conseguenza era meglio ritirarsi. Anche stando in disparte l’uomo può giocare al bene comune. I temi Filosofia vista come strumento terapeutico-> Nei Dialoghi Seneca non vuole proporre una filosofia stratta, ma vuole offrire ai suoi contemporanei e posteri rimedi pratici per i mali dell’anima, un’arte del vivere, non grado di smascherare in falsi valori. Questi falsi valori, negli uomini, scatenano li affectus (paura, desiderio ecc…) che impediscono il raggiungimento dell’equilibrio interiore e la felicità. Allora, come già detto, vediamo un dialogo tra il filosofo e il destinatario, afflitto da qualche malattia dell’anima (paure, angosce…) ed il poeta cerca di rimuoverle tramite ammonimenti ( admonitio ). Dunque il poeta vuole persuadere il “malato” a cambiare vita e allontanarlo dagli errores che compiono gli uomini nella loro vita. Uno di questi errori è sentirsi in balia della fortuna e senza difese, ignorando la precarietà dell’esistenza umana. Un altro è temere la morte: Seneca sostiene che essa non è una punizione una lex naturae di cui facciamo esperienza ogni giorno (come dice nelle epistulae ad Lucilium ). Allora, come detto nel de brevitate vitae , la vita appare breve solo a chi la impiega in futili impegni. Seneca invita i destinatari a cercare la realizzazione di se stessi nella

ricerca della virtù; la carriera politica, come tutti i materiali, secondo Seneca, appartiene agli indifferentia (non sono nè bene nè male, e di cui l’uomo non deve essere schiavo). È importante avere cura della propria interiorità, del proprio animus , sede della ratio , perché solo tramite la meditatio (dedicarsi alla propria vita contemplativa) si può essere d’aiuto agli altri e a se stessi, raggiungendo l’autarkeia (padronanza di se) e la libertà interiore. Egli non si ritiene un sapiens, ma uno dei proficientes , coloro che stanno progredendo verso il perfezionamento morale. È anche un adfectator sapientiae , cioè si ispira alla saggezza. Il percorso verso La Sapienza è arduo, e come nel suo caso, è facile essere accusati di incoerenza. I trattati non differiscono molto dai dialoghi perché l’autore si rivolge sempre ad un autore con il quale intesse sempre una discussione e il procedimento è sempre argomentativi e dialettico e sono presenti sempre argomentazioni da parte di altri personaggi fittizi insieme ad aneddoti tratti dalla storia romana e greca. Il de clementia fu scritto fra il 55 e il 56 d.C. quando Seneca si torvo ad aiutare l’imperatore Nerone nella gestione del potere e volle offrirgli (con questo trattato) un modello ideale di comportamento che costituisse una guida utile all’imperatore Nerone utile all’esercizio del potere. Il modello di riferimento è la repubblica di Platone ma a differenza di quanto sostiene Platone e dopo di lui Cicerone la virtù ideale non è la giustizia ma la clemenza che è appunto la moderazione, la mitezza, l’indulgenza che il sovrano deve mostrare nei confronti dei sudditi. La clemenza è la caratteristica fondamentale del rex iustus perché è capace di rendere più ben accetto il sovrano da parte del popolo. In quanto un atteggiamento dispotico e tirannico, nascendo dalla crudeltà, procura ribellione è insoddisfazione, mentre il sovrano clemente riceve affetto, devozione e fedeltà. Certamente è una posizione di subordinazione e dipendenza che il popolo ha nei confronti del sovrano. È anche un modello utopistico e irrealizzabile perché il sovrano agisce a prescindere da un codice di leggi ben definito (tutto dipende dalla sua volontà e libertà). La correttezza delle sue scelte dovrebbe derivare esclusivamente dalla coincidenza della sua figura con quella del filosofo stoico. Le Naturales quaestiones (questioni naturali) Sono scritti in 7 libri, scritti negli anni del ritiro e dedicati a Lucilio. Essi trattano di scienze naturali e affrontano problemi legati alla natura, allo scopo di liberare gli uomini da timori superstiziosi. Nel mondo antico occorre ricordare che la fisica (quindi le scienze naturali), insieme alla morale e alla logica era una parte della filosofia. Gli argomenti trattati sono divisi nel seguente modo:

  1. Nel primo libro si tratta dei fuochi celesti (arcobaleni, aloni, meteore ecc…);
  2. Lampi, tuoni e fulmini;
  3. Acque terrestri;
  4. Piene del Nilo, poi della pioggia, grandine e neve;
  5. Venti;
  6. Terremoti;
  7. Comete. Lo scopo non è quello di fornire informazioni di carattere divulgativo, l’intento è piuttosto morale: vuole liberare gli uomini dalla paura che nasce dall’ignoranza dei fenomeni naturali (in questo ha un atteggiamento simile a quello di Lucrezio) e quindi insegnare il corretto uso degli strumenti e degli altri beni messi a disposizione dalla natura. I suoi intenti sono dichiarati esplicitamente nelle prefazioni e negli epiloghi dei singoli libri e si rivelano anche in digressioni di carattere moralistico. Vengono criticati coloro che invece di dedicarsi allo studio di fenomeni naturali si occupano di altro oppure coloro che usano i mezzi offerti dalla natura per accrescere i vizi e la corruzione. Al di sopra di tutto c’è una fiducia nel progresso scientifico: l’uomo, progredendo nella conoscenza della natura, migliora anche la sua conoscenza del divino. De beneficis È un trattato in 7 libri dedicato a Ebuzio Liberale su come elargire e ricevere i benefici, come fondamento della convivenza civile e della vita sociale (ovviamente Seneca si ispira a fonti greche prevalentemente storiche). Il filosofo lamenta il progressivo e sempre più diffuso manifestarsi

Le Epistole a Lucilio Epistulae morales ad Lucilium L’opera filosofica più importante della produzione di Seneca è l’epistolario indirizzato a Lucilio. Un giovane cavaliere, un funzionario imperiale sensibile alla letteratura e alla filosofia. Le epistole sono scritte secondo il modello delle epistole filosofiche indirizzate dagli epicurei agli amici discepoli. Dalla lettura delle stesse si può facilmente capire che non erano destinate ad uso privato ma alla pubblicazione. Infatti questo è il primo epistolario letterario in latino poiché a differenza di quello Ciceroniano, fu concepito dall’inizio in vista della pubblicazione. L’autore sceglie le epistole non solo perché sono un mezzo per instaurare un’intimità più profonda con l’amico e discepolo Lucilio ma anche per ammaestrare in generale tutti quanti gli uomini e i posteri. Infatti Seneca stesso afferma di essersi ritirato per scrivere e giovare non solo a se stesso e all’amico Lucilio ma anche ai posteri. Esso parte da episodi della vita quotidiana sui quali l’autore riflette per trarne spunti di riflessione morale. Ad esempio nell’epistola 54 Seneca descrive un attacco di asma che l’ha colpito e gli ha provocato una grave crisi respiratoria e riferisce all’amico tutte le riflessioni sulla morte che quel fatto gli ha ispirato. Non c’è una sistematicità nella trattazione ma ogni argomento sembra seguire l’altro in maniera piuttosto spontanea senza un preciso progetto iniziale. Questo accade sia all’interno delle singole lettere sia nella disposizione dell’intera raccolta. Le epistole hanno l’andamento tipico del sermo (conversazione familiare, informale) e quindi il filosofo sembra semplicemente conversare con l’amico lontano e il tono della narrazione è semplice, colloquiale e dimesso. Sono inserite nell’epistolario che comprende circa 124 lettere distribuite in 20 libri, solo le epistole di risposta di Seneca a Lucilio. Si tratta di un espediente letterario, una sorta di finzione anche se non possiamo dire con certezza che le lettere siano fittizie del tutto e che l’autore usa per dare l'impressione di un vivace dialogo con l’amico Lucilio. Le ultime lettere invece assumono più propriamente la forma di un trattato. Abbiamo sempre il tipico andamento diatribico con le domande rivolte ad un interlocutore o ad un “tu” non ben precisato. Spesso sono rivolti dubbi, esortazioni, domande ed obiezioni. Questa disposizione serve a drammatizzare il discorso che in questo modo viene coinvolto emotivamente. Il modello che Seneca utilizza è Epicuro benché egli sia uno stoico e non teme comunque di citare il suo più terribile avversario. Per lo più si rifà ad Epicuro dal punto di vista formale e non contenutistico, anche se sposa alcuni principi che sono propri della filosofia epicurea come l’otium letterario, la liberazione dalle passioni e dalla paura della morte. C’è comunque un filo conduttore all’interno delle epistole, le prime hanno carattere parenetico (ammonimento) e sono un’esportazione a praticare la filosofia rivolta a chi non ha ancora intrapreso questa scelta; nel terzo libro visto i progressi fatti da Lucilio, Seneca abbandona questo tipo di ammaestramento e passa ad un tipo di insegnamento più impegnativo. Prende spunto dalla vita quotidiana per impartire esempi morali. Le tematiche ricorrenti nell’epistolario sono: -libertà del saggio dai condizionamenti esterni che avviene mediante il secessus (allontanamento dalla vita politica, infatti le lettere sono scritte dal 62-65 a.C. quando Seneca si era ormai allontanato dalla corte di Nerone) -l’otium litteratum e quindi la ricerca filosofica e morale -la ricerca della sapienza che si persegue attraverso la filosofia come strumento per liberarsi tanto dalla bramosia di ricchezza e di potere, quanto dai desideri e dagli impulsi irrazionali -la fugacità del tempo

-la necessità di esercitarsi a morire attraverso la meditatio mortis, infatti egli sostiene che chi ha realizzato il vero scopo dell’esistenza, cioè la virtù, è pronto a morire in qualsiasi momento in quanto ha conquistato l’autarkeia (=autosufficienza), propria del saggio -la solidarietà e il rispetto verso tutti gli uomini, anche gli schiavi, che in quanto dotati di ragione fanno parte del logos universale. Dunque l’otium e il secessum sono il messaggio morale cardine delle Epistole. Seneca si presenta come un uomo che ha fatto questa scelta troppo tardi, dopo aver errato a lungo e che cerca di recuperare il tempo perduto. Egli ha finalmente capito che solo nella sapienza risiede la vera gioia e i veri valori e che essa si può realizzare solo impegnandosi nella lotta contro le passioni che aggrediscono l’uomo e lo privano della pace dell’anima. Seneca non parla esplicitamente delle sue esperienze degli anni del successo e del potere né delle delusioni successive, polemizza contro chi attribuisce ai filosofi atteggiamenti di contestazione e di opposizione ma non nomina mai Nerone. Rievoca affettuosamente i tempi della sua adolescenza e i suoi maestri, poi ricorda il padre, uomo per il quale ha rinunciato alla sua idea di togliersi la vita dopo il concepimento di una grave malattia. Infine cita anche l’affetto verso la moglie Paolina. Si presenta come intento alla ricerca del vero bene (cioè la virtù) e raccomanda a Lucilio di liberarsi dai falsi giudizi e di astenersi da ogni occupazione frivola. Inoltre invita ad evitare il contatto con la folla e di limitarsi alla compagnia di pochi amici per favorire il dialogo con i filosofi del passato. Infine afferma che non conta quanto si vive ma come si vive. Dice anche che la morte non deve essere temuta da nessuno in quanto è la liberazione dei mali dell’esistenza. Altra tematica ricorrente è la divinità che è il logos storico che permea di sé tutto ciò che esiste e la cui presenza può essere avvertita dall’uomo nella sua interiorità. Lo stile della prosa senecana Lo stile delle epistole è simile a quello dei dialoghi e dei trattati, anche se qui assume spesso movenze intime e confidenziali. In tutta la sua produzione Seneca parla in prima persona e si rivolge a un destinatario o interlocutore fittizio e si impegna in un dialogo vivace e appassionato con l’intento di persuadere razionalmente il destinatario e di coinvolgerlo affettivamente. Lo stile dell’epistolario è l’asianesimo caratterizzato dalla presenza di uno stile ricercato, complesso ed elaborato, ben lontano dalla precisa architettura del periodo, ricca di subordinate che è propria dello stile di Cicerone. Il filosofo ricorre a numerose figure retoriche soprattutto quelle di ripetizione come l’epifora, l’anafora, l’ossimoro, l’omoteleuto, il poliptoto. Dal punto di vista sintattico sono frequenti la paratassi e il parallelismo. Particolarmente ricorrente è la sententia cioè la frase ad effetto di cui già Seneca padre aveva dato numerosi esempi. Il fatto che l’ampio periodo che caratterizzava lo stile ciceroniano si spezzi in frasi brevi, spesso giustapposte mediante l’asindeto, lo rende una sorte di sonda dell’animo capace di penetrarne i segreti, le contraddizioni che lo lacerano, parlando al cuore degli uomini ed esortandoli al bene. Il fine di Cicerone era quello del docere cioè ammaestrare l’oratore invece doveva delectare, quello Seneca è di suscitare emozioni (pathos) oltre a persuadere attraverso il ragionamento. Questo cambiamento di stile è il riflesso del cambiamento di un’epoca che dimostra come sia cambiato anche il modo di concepire l’impegnò del filosofo. Seneca riporta nell’ambito filosofico tutti gli espedienti proprio dell’oratoria. Caligola e Quintiliano giudicato negativamente lo stile di Seneca: Caligola definisce il suo periodare come un insieme di parti giustapposte senza nessuna coesione interna,