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SOFOCLE E IL TEATRO E LA TRAGEDIA GRECA
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Sofocle, Antigone Antigone è la figlia di Edipo re di Tebe e sorella di Eteocle e Polinice entrambi morti dopo essersi uccisi reciprocamente nella guerra che aveva visto contrapposte Argo e Tebe. Antigone decide di dare la giusta sepoltura a entrambi i fratelli compreso Polinice, il quale aveva combattuto contro la sua patria spargendo sul cadavere una manciata di polvere, gesto bastevole ad assolvere l’obbligo religioso. La ragazza si oppone così alla volontà del nuovo re, lo zio Creonte, espressa mediante un editto che vieta di seppellire i nemici. “ Non pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza, che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte ed incrollabili degli dei. Infatti, queste non sono di oggi o di ieri, ma sempre vivono, e nessuno sa da quando apparvero”. Antigone si appella alle “non scritte le leggi degli dei”, che reclamano l’uguaglianza di tutti gli uomini. Una volta scoperta Antigone, viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta e in seguito alle profezie di Tiresia e le suppliche del coro, Creonte sceglie di liberarla ma ormai è troppo tardi perché Antigone si è impiccata. Questo atto estremo conduce al suicidio anche il figlio di Creonte promesso sposo di Antigone e la madre Euridice, lasciando Creonte da solo. L’Antigone mette in scena le problematiche, le difficoltà e le esigenze proprie del periodo in cui venne rappresentata: l’Atene del V secolo a.C., sotto il governo democratico guidato da Pericle, dove solo gli uomini liberi partecipavano attivamente alla vita democratica della polis, escludendo donne e schiavi. Sofocle illustra in questa tragedia l’eterno e attuale conflitto tra autorità e potere, il contrasto tra Antigone e Creonte si riferisce infatti alla disputa tra leggi divine e leggi umane. Le prime dette “agrapta nomina” fanno parte di un corpus di leggi non scritto, ritenuto di origine divina, e sono difese da Antigone; Creonte, invece, si affida al “nomos”, ovvero alle leggi della polis. Il punto di forza del ragionamento di Antigone si fonda sul sostenere che un decreto umano, ossia il nomos, non possa impedire di far rispettare una legge divina. Al contrario, il divieto di Creonte è l’espressione di una volontà tirannica, basata sul principio della “legge del sovrano”. Creonte appare chiuso nelle sue idee, geloso della propria immagine e timoroso di apparire debole di fronte ad una donna. Solo alla fine della tragedia, Creonte riconosce i suoi errori, ma tale ammissione non corrisponde all’evoluzione del personaggio, bensì solo ad un riconoscimento della catastrofe cui è stato condotto dal proprio comportamento. In una società come quella dell’antica Grecia in cui la politica è esclusivamente maschile, il ruolo di Antigone ha molteplici significati, che gli consentono di restare un esempio di complessità drammaturgica e anche attuale. La ribellione di Antigone non riguarda infatti soltanto la sottomissione al nomos del re, ma anche il rispetto delle convenzioni sociali, che vedevano la donna sottomessa e rispettosa della volontà maschile, come testimoniano le parole della sorella Ismene: «Bisogna riflettere su questo, e cioè che siamo nate donne così da non poter lottare contro gli uomini». «Obbedirò a chi comanda. Non ha senso fare cose troppo grandi». Anche Creonte dice “mai da me i malvagi nemici della patria riceveranno più onore dagli uomini giusti” Creonte dichiara perciò “ bisogna sostenere le disposizioni dell’autorità e a nessun costo lasciarsi vincere da una donna, è pur sempre preferibile soccombere un uomo se è necessario, almeno nessuno dirà che siamo più deboli di una donna ” e Antigone risponde “ io sono fatta per condividere l’amore non l’odio” Antigone ci mette in un certo senso anche di fronte alle nostre responsabilità individuali, perché indipendentemente l’uomo è libero di operare la scelta del cosa fare. Antigone esprime la libertà e la fierezza contro la volontà dispotica dell’uomo, e lo scontro morale tra le due leggi dell’uomo e della divinità, ha un esito devastante non solo per l’eroina ma anche per l’ordine istituito dalle polis che ne rimane delegittimato. La tragedia sofoclea è il dramma di tutti i protagonisti che ne escono distrutti, rappresenta un mito ed acquista un valore simbolico universale in cui si possono ritrovare un’infinità di storie reali che interpellano anche il presente e il futuro oltrepassando la particolarità di una storia specifica. Il mito
di Antigone può rappresentare la forza della libertà della coscienza contro il potere in qualunque forma esso si esprima, perché anche in un regime non tirannico l’uomo si può trovare solo innanzi ad un potere non legale o che opera per finalità illegali e dal quale può sentirsene sopraffatto sia il suo destino personale, familiare e professionale. Antigone rappresenta chi ha la determinazione e il coraggio necessari perché non prevalga la violenza dell’arbitrio e della prevaricazione, rappresenta nel senso più ampio l’affermazione della dike, ossia di una giustizia che prevale sulle leggi ma anche che si muove a difendere le leggi giuste dello Stato. Antigone infatti dice alla sorella Ismene “ ti vuoi impegnare, intendi aiutarmi ?” e di Ismene disse “ obbedirò a chi detiene il potere, agire al di là dei propri limiti è insensato, non ho la forza di agire sfidando la città” rappresentano quindi l’una chi ha il coraggio di sfidare il potere, e l’altra che non ha questo coraggio e preferisce stare dalla parte del più forte e cerca nella propria debolezza la giustificazione morale del proprio agire.