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Riassunto di tutto il programma di STORIA fatto al mio quinto anno di scuola superiore, tratto dal libro "Comunicare storia", Rizzoli education, di Antonio Brancati e Trebi Pagliarani. In preparazione alla MATURITA' è ottimo! Il documento contiene tutta la storia dai primi del Novecento all'età contemporanea.
Tipologia: Appunti
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Alla fine del XIX secolo, l’Europa fu interessata da uno sviluppo tecnologico e industriale che portò incredibili miglioramenti materiali; tali miglioramenti, a loro volta, favorirono la diffusione di stili di vita impensabili qualche decennio prima. Si generò così un clima di euforia e di fiducia nel progresso che portò a definire quel periodo la Belle époque, l’“epoca bella”. I rapidi mutamenti comportarono anche la crisi della fa-miglia tradizionale, il rifiuto delle convenzioni sociali e la diffusione di comportamenti “trasgressivi”, espressione della crisi di valori di chi sembrava aver smarrito il senso della propria identità e le certezze del passato senza avere trovato nuovi punti di riferimento per il presente. Nel contempo, si andò affermando un orientamento che esaltava l’azione violenta e istintiva e che, tradotto sul piano politico, dette come esito rigurgiti di nazionalismo, razzismo, xenofobia e antisemitismo. In un tale clima, si sviluppò il pangermanesimo, orientamento che aspirava a riunire sotto un’unica nazione tutti i popoli germanici e che, dopo l’ascesa al trono dell’imperato-re Guglielmo II (1888) si trasformò nell’esaltazione del-la superiorità della stirpe germanica. Questo clima di pesante intolleranza spinse Teodor Herzl (1860-1904) a fondare il movimento sionista, che mirava a creare uno Stato ebraico in Palestina. Dopo il conflitto franco-prussiano, l’Europa sembrò attraversare un lungo periodo di pace. In realtà crescevano motivi di scontro fra le potenze europee, sia in campo economico sia in quello politico. In Francia le forze repubblicane, radicali e socialiste, salite al potere nel 1899, rafforzarono in senso democratico e laico le istituzioni, ma non seppero placare le spinte nazionaliste alimentate dal desiderio di rivincita verso la Germania. Durante il regno della regina Vittoria (1819-1901), l’Inghilterra si era affermata come la principale potenza industriale e commerciale nel mondo. Nel 1906 con la vittoria elettorale dei liberali e del Partito laburista, si aprì una fase di riforme a favore delle istituzioni parlamentari e della giustizia sociale. Tuttavia non mancavano le tensioni: le donne rivendicavano un ruolo più attivo, mentre rimane-va aperta la questione irlandese. In Germania il rapido e poderoso sviluppo industriale si era accompagnato alla politica estera aggressiva ed espansionistica del nuovo imperatore Guglielmo II (1888-1918), il quale aveva an-che intrapreso una politica interna autoritaria e assolutista. La conseguenza fu il riavvicinamento di Francia e Russia, che stipularono un accordo di reciproca assistenza militare (1893), e di Francia e Inghilterra, le quali siglarono un’Intesa cordiale (1904). Si definì così un sistema di alleanze di due blocchi di potenze contrapposte: da un lato il fronte franco-anglo-russo della Triplice Intesa (1907), dall’altro la Triplice Alleanza tra Germania, Austria e Italia (1882). Il Giappone, che nell’era Meiji aveva imboccato la via dell’industrializzazione, ricorse a metodi autoritari e illiberali per consolidare lo sviluppo economico raggiunto. Sul fronte esterno, avviò una politica imperialista che si indirizzò verso la Cina. All’inizio del XX secolo la Russia era un paese ancora agricolo e povero, dove il forte sviluppo industriale di al-cune grandi città non aveva portato benefici diffusi. Ave-va però favorito la crescita del proletariato, la diffusione delle dottrine marxiste e la nascita del Partito operaio socialdemocratico (1898), al cui interno la corrente rivoluzionaria marxista di Lenin (o bolscevica, cioè “maggioritaria”) prevalse sulla minoranza riformista (o menscevica, “minoritaria”). Nell’illusione di distogliere l’attenzione del popolo dai problemi interni, lo zar Nicola II impegnò il paese in una guerra di espansione verso l’Estremo Oriente, ma si scontrò con gli interessi delle altre potenze europee e del Giappone, da cui fu clamorosamente battuto (guerra russo- giapponese, 1904-1905). La sconfitta alimentò un’ondata rivoluzionaria che si concretizzò in una manifestazione di popolo a San Pietroburgo (“domenica di sangue”, 22 gennaio 1905) e in una serie di scioperi. Queste azioni di lotta, coordinate dai soviet o “consigli”, indussero lo zar a fare alcune concessioni (Costituzione e Duma), che non furono però sufficienti a democratizzare il paese. Gli Stati Uniti consolidarono il proprio apparato produttivo beneficiando anche della massiccia immigrazione. L’aumento della produzione, favorito dalla razionalizzazione del processo lavorativo (taylorismo), facilitò la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi gruppi capitalistici (trust); per arginarne il potere furono emanate misure antitrust e leggi favorevoli ai lavoratori. Lo sviluppo industriale si tradusse presto in un’espansione imperialistica che si indirizzò principalmente verso il Centro America e il Pacifico.
Salito al trono nel 1900, Vittorio Emanuele III affidò il governo all’esponente della Sinistra liberale Giuseppe Zanardelli. Al suo ritiro nel 1903 divenne primo ministro Giovanni Giolitti, il quale, salvo brevi interruzioni, mantenne la carica fino al 1914. Convinto che il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori avrebbe avvantaggiato tutto il corpo sociale, egli rese effettivo il diritto di sciopero e attuò un’avanzata legislazione sociale a tute la delle categorie più deboli. La sua oculata amministrazione del bilancio statale incrementò il valore della moneta italiana e agevolò il risparmio e l’attività industriale, la cui produttività raddoppiò. Giolitti incrementò le opere pubbliche e istituì il monopolio statale nel settore del le assicurazioni sulla vita, fino ad allora gestite da privati. Il suo lungo governo lasciò comunque irrisolti alcuni gravi problemi, in particolare l’analfabetismo e la miseria del Meridione e di alcune regioni del Nord, come il Veneto.
Anche per queste ragioni nei primi quindici anni del Novecento l’emigrazione italiana, rivolta soprattutto verso l’America, non solo non si arrestò ma superò le 600.000 persone all’anno. A partire erano soprattutto gli uomini, nel pieno della loro capacità lavorativa. Sul piano sociale il fenomeno migratorio provocò la disgregazione delle famiglie e rese più difficile la formazione di nuovi nuclei, ma allo stesso tempo aumentò la possibilità per chi rimase di trovare lavoro; la disoccupazione diminuì e i salari crebbero. Inoltre le rimesse di valuta straniera garantirono allo Stato la liquidità con cui acquistare all’estero le materie prime necessarie all’industria. Fino al 1900 l’emigrazione fu totalmente libera e organizzata con il sistema del viaggio prepagato: in pratica il biglietto di imbarco veniva acquistato dal datore di lavoro che così vincolava a sé l’emigrante il quale, una volta giunto a destinazione, si ritrovava a lavorare in condizioni di semi schiavitù finché non aveva onorato il debito. Solo con la legge Crispi del1888 e poi con la legge del 1901 lo Stato italiano intervenne a regolamentare questa tratta, con norme a tutela degli emigranti sia in porto sia durante la navigazione. Tra le iniziative politiche di Giolitti la più importante fu l’ampliamento del diritto di voto (1912), che venne esteso a tutti i cittadini di sesso maschile di oltre 21 anni (di oltre 30 se analfabeti o se non avevano prestato il servizio militare): il numero degli elettori passò così da 3 milioni e mezzo a 8 milioni e mezzo. Allo scopo di allargare le basi della classe politica italiana, Giolitti cercò l’appoggio di socialisti e cattolici, due forze che non si erano fino ad allora identificate con il sistema parlamentare. La partecipazione dei socialisti di Tura-ti al primo governo Giolitti non fu però possibile a causa dell’opposizione dell’ala massimalista del Partito socialista. L’intesa con i cattolici sfociò in un accordo segreto (patto Gentiloni, 1913), in base al quale i cattolici avrebbero sostenuto alle elezioni i deputati liberali in cambio dell’abbandono della politica anticlericale. All’interno del cattolicesimo italiano, intanto, si veniva precisando un orientamento liberale, aperto a una più attiva partecipa-zione alla vita politica del paese. Il principale esponente di questa linea fu il sacerdote Romolo Murri, fondatore di un movimento che verrà poi chiamato Democrazia cristiana italiana. Anche il sacerdote siciliano Luigi Sturzo cercava di qualificare la partecipazione cattolica alla politica creando un partito di carattere democratico e popolare, auto-nomo dall’autorità ecclesiastica e capace di aggregare i ceti più deboli sulla base dei valori cristiani. In politica estera Giolitti scelse di avvicinarsi a Francia e Inghilterra, il cui appoggio avrebbe potuto favorire un ampliamento coloniale dell’Italia e un suo rafforzamento nel contesto internazionale. In tal modo egli poté preparare diplomaticamente la conquista della Libia (allora parte dell’impero turco). L’avventura coloniale, fortemente richiesta anche dai nazionalisti, iniziò il 29 settembre 1911 e si concluse nell’ottobre 1912 con la pace di Losanna, con cui l’impero ottomano dovette riconoscere all’Italia il possesso di Tripolitania e Cirenaica. L’impresa libica comportò una spaccatura nel Partito socialista tra i riformisti, favore-voli al conflitto, e la maggioranza pacifista, contraria a ogni tipo di guerra imperialistica. Dopo il congresso di Reggio Emilia (1912) alcuni riformisti, guidati da Filippo Turati, rimasero nel Psi; altri, guidati da Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi, dettero vita al Partito socialista riformista italiano. Nel 1914 Giolitti cedette il governo al liberale moderato Antonio Salandra, mentre la situazione sociale si andava inasprendo sulla spinta di una forte protesta operaia e contadina, culminata in uno sciopero generale che si pro-trasse, tra agitazioni e tumulti, per sette giorni (“settimana rossa”, 7-13 giugno 1914).
Iniziata nel 1914 e finita nel 1918, guerra che si pensava durasse poco si è verificata una delle più grandi guerre della storia. Cause principali:
ribaltare il sistema politico con una rivoluzione armata; i menscevichi volevano ribaltare il sistema politico ma senza armi. Rivoluzione di febbraio: a febbraio del 1917 nella capitale Pietrogrado gli operai, gli agricoltori e i soldati scioperano e danno vita ai Soviet (consigli di fabbrica) e alzano questa rivoluzione in tutto il paese. Lo Zar allora è costretto ad abdicare, salgono al governo provvisoriamente i cadetti, i quali vogliono continuare la prima guerra mondiale ma il popolo è stremato, voleva uscire dalla guerra e si oppone al governo borghese. Torna dal suo esilio in Svizzera Lenin (leader dei bolscevichi), sostenitore della riforma agraria, scrive la “Tesi di Aprile” di ideologia marxista in cui spiegava la nazionalizzazione di industrie e banche e come uscire dalla guerra. Con l’arrivo di Lenin i Bolscevichi prendono sempre più distanza dal governo dei cadetti, allora nasce una grande tensione, e scoppia con la Rivoluzione di ottobre del 1917: con un colpo di Stato gli uomini di Lenin occupano il Palazzo d’Inverno dando inizio alla “rivoluzione di ottobre” con la quale i bolscevichi salgono al potere. Lenin viene affiancato da un consiglio dei commissari del popolo ci sono Trotskij e Stalin. Con Lenin al potere viene attuata la riforma agraria, la nazionalizzazione delle banche e delle industrie, l’orario di lavoro di massimo 8 ore, e istituita la “Ceca”: polizia politica che perseguiva chi era contro la rivoluzione quindi non c’era più la libertà di espressione (comunismo di guerra). Nel 1918 la Russia esce dalla prima guerra mondiale con la pace di Brest- Litovsk. Nasce l’armata rossa cioè l’esercito che appoggia i Bolscevichi, e l’armata bianca cioè l’esercito che appoggia i menscevichi. Tra queste due armate scoppia una guerra civile durante la quale viene instaurata un’economia di guerra: in cui i contadini dovevano dare parte del raccolto allo stato, i prodotti alimentari dovevano essere razionati, vengono limitate le libertà politiche e civili e lo stato controlla la produzione. Nel 1921 quando finisce la guerra civile con la vittoria dell’armata rossa, Lenin avvia la NEP (nuova politica economica) IN CUI: esiste la possibilità della proprietà privata ma fino a un massimo di 20 dipendenti, e viene reintrodotto il commercio; viene intrapresa la lotta all’analfabetismo e viene anche attuata una forte repressione di ogni forma di credenza religiosa e un rigido insegnamento marxista nelle scuole. Nel 1922 nasce l’URSS (Unione delle Repubbliche socialiste e sovietiche) in cui il potere legislativo è affidato al Consiglio supremo dell’Unione ; il potere esecutivo è affidato al Consiglio dei commissari del popolo; e il potere giudiziario è affidato alla Corte suprema dei soviet e rimane così fino al 1989. Fino agli anni ’70 il regime teneva nascosti i Gulag (ramo della polizia politica dell’Urss, sistema per reprimere gli oppositori politici dell’unione sovietica), nati con Lenin poi con Stalin trovano uno sviluppo spaventoso. I prigionieri venivano reclusi per motivi politici e i morti sono stati circa 20 milioni. Si viene a sapere dei Gulag solo quando nel 1974 Alexander Solzhenitsyn scrive questo libro su quanto succedeva nei Gulag, questo libro è arrivato in occidente di nascosto.
Tra la fine del 1918 e il 1920 l’Europa attraversa un periodo di forte instabilità causata dalle difficoltà del dopoguerra. A peggiorare le cose è il diffondersi un’epidemia influenzale (“la spagnola”) che provoca milioni di morti, oltre alle vittime della guerra. La prima guerra mondiale lascia tutti i paesi d’Europa in una profonda crisi che porterà alle dittature, perché si pensava che il dittatore fosse un “uomo forte” che garantiva l’uscita dalla crisi, le uniche eccezioni a non aver adottato la dittatura sono state Francia e Gran Bretagna. L’Italia fa più fatica degli altri paesi a riprendersi nel dopoguerra: deve ricostruire le città e deve passare da un’economia di guerra a un’economia di pace quindi molti italiani decidono di emigrare negli USA i quali non avevano più rapporti con l’Europa, si erano isolati e avevano una politica protezionistica. Gli americani erano abituati a vivere al di sopra delle loro possibilità, in questo periodo facevano da paese guida prendendo il posto della Gran Bretagna. Tra il 1920 e il 1921 una crisi di sovrapproduzione costringe gli USA a cercare nuovi mercati in grado di assorbire le merci invendute. Per risolvere la crisi gli Stati Uniti attuano il “piano Dawes”, un piano di aiuti finanziari concessi ai paesi vinti, soprattutto alla Germania, affinché rilancino la loro economia e paghino le riparazioni di guerra, così che le potenze vincitrici possano a loro volta restituire i prestiti bellici agli USA. Il piano riesce e gli Stati Uniti godono di un incredibile boom economico. La crisi economica in Europa colpisce in particolare i ceti popolari, che reagiscono con degli scioperi. Allo stesso tempo prendono piede anche ideologie nazionaliste, autoritarie e antidemocratiche che individuano nella violenza la soluzione dei conflitti sociali e che spesso si caratterizzano per un acceso antisemitismo. Negli “anni ruggenti” si afferma infatti l’American way of life, contraddistinto dall’alto tenore di vita, dal consumismo, dalla ricerca di svaghi e divertimenti per il tempo libero. Il benessere crescente, i facili guadagni, l’incontrollata produzione industriale e agricola creano negli Stati Uniti UNA NUOVA crisi di sovrapproduzione. Il mercato internazionale si trova nell’impossibilità di assorbire le eccedenze produttive e ciò determina una grave crisi, con conseguenze a catena. A peggiorare le cose il 24 ottobre 1929 crolla la Borsa di Wall Street (cosiddetto Giovedì Nero), le fabbriche chiudono e le banche falliscono. Inizia la depressione, aumenta la disoccupazione e la povertà, la gente muore di fame sulle strade e il presidente Hoover non migliora la situazione. A risolvere la crisi americana è il presidente democratico Franklin Roosevelt che presenta il New Deal, un piano innovativo destinato a segnare il passaggio di un’economia libera a una guidata, tramite l’intervento dello stato ponendo dei limiti alla produzione e controllando la libertà d’iniziativa privata. (Roosevelt adotta un sistema di inflazione controllata svalutando il dollaro per rialzare i prezzi, immettendo cartamoneta e
controllando banche e Borse. Sul piano sociale difende i salari minimi, i contratti di lavoro e la riduzione dell’orario. Realizza lavori pubblici per compensare la disoccupazione e concede aiuti per le aziende in crisi). Per finanziare le misure necessarie ad attuare le riforme, Roosevelt applica una politica fiscale più pesante nei confronti delle classi abbienti e privilegiate e ciò suscita la loro opposizione a questa linea di governo. Ma vince anche la seconda presidenza (1936) con la quale conferma il pieno appoggio delle masse popolari e delle organizzazioni sindacali alla sua politica, basata sulle teorie dell’economista Keynes. (La crisi, però, viene superata solo con la Seconda guerra mondiale). Intanto la crisi si diffonde anche in Europa, dove i finanziamenti americani non arrivano più e l’arrivo di prodotti a prezzi bassissimi provocano il tracollo della produzione con una crisi ancora più grave. Il paese messo peggio è la Germania (inflazione alle stelle) e inizia ad avere quelle che sono le premesse per volere “l’uomo forte”.
(L’Italia risente molto della rivoluzione russa, ha paura che si potesse presentare anche nel proprio paese). PARTITI in quel momento: Il partito socialista si divide in riformisti (o minimalisti) e massimalisti. I primi sono meno rivoluzionari, disposti ad accordarsi con la borghesia e sono capeggiati da Filippo Turati ; i massimalisti invece sono più rivoluzionari, credono nella presa del potere del popolo con la rivoluzione e sono capeggiati da Gramsci e Togliatti i quali poi fondano il partito comunista di estrema sinistra. Poi c’è il partito popolare di stampo cattolico fondato da don Luigi Sturzo, che proponeva la riforma agraria, e con il quale si supera il problema del non expedit cioè l’impegno dei cattolici in politica. Tutti questi partiti si chiamano partiti di massa cioè permettono la partecipazione di tutte le fasce dei cittadini (invece dopo l’unità d’Italia erano rappresentati solo i borghesi). La città di Fiume, che si trova nel nord della Croazia, dove parlano italiano, non è stata riconosciuta all’Italia dopo la guerra allora D’Annunzio con 2500 uomini conquista la città senza violenza, instaura un governo provvisorio e proclama l’annessione della città all’Italia. Inizia un periodo molto libertino a Fiume e i governi europei quando vengono a saperlo, spingono D’Annunzio ad abbandonare la città e sarà necessario l’intervento di Giolitti (capo del governo), il quale stipula il trattato di Rapallo in cui si dichiarava Fiume una “città libera” e D’Annunzio deve ritirarsi. In questo clima nel 1919 Mussolini , anche se ancora in parte socialista, fonda il movimento dei fasci di combattimento dove vi aderisce soprattutto la classe borghese, di stampo progressista e con azione aggressiva. Mussolini stipula il programma di San Sepolcro, piazza di Milano dove si erano riuniti gli aderenti dei fasci di combattimento, in cui voleva ridimensionare il senato, istituire il suffragio universale (quindi anche le donne), ridimensionare l’orario di lavoro, rendere obbligatorio il servizio militare, e suddividere il pagamento del debito della guerra tra chi se lo poteva permettere in modo tale da non far pagare i più poveri; tutto questo con azione violenta e diretta. I Fasci di Mussolini raccolgono l’appoggio delle forze conservatrici e in vista delle elezioni del 1921 Giolitti si allea con nazionalisti e fascisti nel “blocco nazionale” sperando che con lo “squadrismo” placano il biennio rosso, gli scioperi, le ribellioni ecc. I risultati delle elezioni, però, non premiano i giolittiani, bensì segnano l’avanzata dei fascisti, che entrano in parlamento con 35 deputati, tra cui Mussolini e ottiene successo. Nel novembre dello stesso anno Mussolini trasforma il movimento dei fasci in Partito nazionale fascista (Pnf), con un’organizzazione fortemente centralizzata. La gente vede in Mussolini “l’uomo forte” che può risollevare l’Italia. Nel 1921 collabora con altri governi e realizza la legge Acerbo che reintroduce il sistema maggioritario, che lo aiuterà a prendere potere in seguito. Il fascismo assume i caratteri di un regime forte, accentrato, conservatore, marcatamente a favore della grande borghesia. Con la riforma Gentile si stabilisce che facendo il liceo classico potevi accedere a tutte le facoltà, con il liceo scientifico potevi accedere alle facoltà scientifiche e con ragioneria solo alla facoltà economica. Nel 1922 capisce che è arrivato il momento di prendere il potere, il 27 ottobre marcia su Roma e il re Vittorio Emanuele III al posto di fermarlo lo invita e gli affida l’incarico di capo del Governo. Durante le elezioni del 1924, Mussolini ottiene la maggioranza anche grazie a ricatti, brogli e intimidazioni che suscitano le proteste dell’opposizione e Giacomo Matteotti , che si espone in Parlamento contro i brogli, viene assassinato. In segno di protesta i socialisti abbandonano la Camera perché pretendono la verità su Matteotti (secessione dell’Aventino). Il 3 gennaio 1925 Mussolini fa un discorso in Parlamento e si dichiara responsabile dell’omicidio e instaura la dittatura fascista. Vengono aboliti tutti i partiti, si fa chiamare “Duce” e istituisce la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, per scovare chi si oppone al regime. Con le “leggi fascistissime” si annullano le libertà di espressione, di stampa e di riunione. Parigi è una delle città scelte dagli intellettuali anti- fascisti per contrastare e denunciare il regime. Tra le cariche elettive subentra quella del podestà (sindaci nominati da Mussolini). Mussolini porta avanti l’Autarchia cioè l’autosufficienza della produzione nazionale, un esempio è “la battaglia del grano” ovvero produrre tanto per essere autosufficienti. Sostiene il corporativismo cioè l’idea di un accordo tra operai e imprenditori. Per quanto riguarda la politica estera vuole espandersi ma va contro i rapporti internazionali scatenando una guerra in Etiopia per conquistarla; conclusasi vittoriosamente, la società delle nazioni lo denuncia e applica delle sanzioni economiche all’Italia. In tale situazione, ritrovatosi solo, Mussolini cerca l’alleanza con la Germania di Hitler , che si concretizza nell’ottobre dello stesso anno con l’asse Roma-Berlino. Con questa alleanza, nel 1938 emana anche lui le leggi razziali (nascono libri, manuali scolastici per
tirannico. A partire dagli anni Trenta si moltiplicano le eliminazioni fisiche. Nel periodo tra il 1936 e il 1938 vengono eseguiti una grande quantità di processi e di condanne a morte, anche clamorose, contro cittadini accusati ingiustamente. Questo risultato viene ottenuto anche attraverso la creazione di campi di lavoro forzato, i gulag , pensati come luoghi di “rieducazione” ma usati soprattutto come mezzo di repressione degli oppositori politici. I gulag si trovano nelle zone isolate della Siberia. L’Urss presenta tutte le caratteristiche di uno Stato totalitario , in cui ogni aspetto della vita civile è controllato e censurato da un unico partito che impone una ferrea disciplina. Per garantire tale sistema Stalin ricorre non solo alla repressione, ma anche a un’opera di propaganda condotta grazie al monopolio di tutti i mezzi d’informazione. La forza e la popolarità di Stalin non si limitano entro i confini della Russia perché i governi e l’opinione pubblica degli altri stati guardano con interesse quanto accade nell’Urss, che è diventato in poco tempo un colosso industriale. Infatti proprio con l’avvento del nazionalsocialismo in Germania (1933), i governi, preoccupati di una possibile ripresa dell’ espansionismo tedesco , cominciano a dimostrarsi disposti a collaborare con la Russia e nell’anno successivo l’Urss viene ammessa alla Società delle Nazioni.
Il difficile dopoguerra mette in evidenza l’incapacità dello Stato liberale di dare una risposta allo stato di precarietà diffuso quasi ovunque dalla pesante crisi economica. Tra il 1920 e il 1930 in molti paesi europei si instaurano regimi dittatoriali , la maggior parte dei quali ispirati al fascismo italiano. Come: in Austria, Ungheria, Iugoslavia, Bulgaria, Romania, Grecia e Portogallo. In Gran Bretagna il sistema democratico resiste alla crisi economica; l’unico problema è la mancanza di lavoro. A fronteggiare la situazione è, inizialmente, una coalizione politica di liberali e conservatori che rimane al potere dal 1918 al 1929. Però la disoccupazione crescente e una grave crisi finanziaria determinano, nel 1931, una svolta politica. Questo governo è costretto a svalutare la sterlina e porre fine al libero scambio, adottando misure protezionistiche. Anche la democrazia francese supera la bufera degli anni Venti e Trenta, ma grazie alla forte struttura industriale e alla bassa spinta demografica, la Francia risente meno della crisi del ‘29. Più forti sono invece le ripercussioni politiche , perché il paese ha un sistema più fragile di quello inglese a causa della presenza dei troppi partiti. Nel 1935 si costituisce il primo Fronte popolare, che è un’alleanza tra socialisti, comunisti e radicali che ottiene un grande successo alle elezioni dell’anno successivo e porta alla formazione di un governo, ha un programma sociale ambizioso ma si rivela incapace di fronteggiare le difficoltà economiche. Il governo del fronte popolare cade nel 1937. La complicata situazione interna e il desiderio di evitare una nuova guerra mondiale spiegano l’ atteggiamento poco reattivo di Francia e Inghilterra. All’inizio del 1900 la Spagna vive una grave arretratezza economica, dovuta soprattutto all’incapacità della monarchia. Il generale Miguel Primo de Rivera attua un colpo di stato e instaura una dittatura. Dopo il successo delle forze democratiche nelle elezioni del 1931, Rivera viene deposto e viene proclamata la repubblica. I repubblicani antifascisti decidono allora di superare le divisioni e unirsi nel Fronte popolare (socialista), che ottiene una schiacciante maggioranza alle elezioni. Però in breve il paese diventa ingovernabile: il generale Francisco Franco organizza un colpo di Stato e dà inizio alla guerra civile (1936). Mentre Italia e Germania inviano consistenti aiuti all’esercito franchista, le democrazie occidentali siglano un patto di “non intervento”. Nel frattempo molti volontari europei e americani accorrono in aiuto dei repubblicani del Fronte popolare, dando vita alle Brigate internazionali. Il loro generoso sacrificio non riesce però a impedire la vittoria di Franco nel 1939 dando inizio alla sua lunga dittatura.
Al riparo da sorprese militari da oriente grazie al patto di non aggressione (Molotov-Ribbentrop) con l’Urss, Hitler decide di invadere la Polonia suscitando finalmente la reazione di Francia e Inghilterra, così il 1° settembre 1939 inizia la Seconda guerra mondiale. I nazisti usano la tattica della guerra-lampo , favoriti dal contemporaneo attacco da est della Russia alla Polonia. L’esercito tedesco vince e si spartisce il territorio con l’Urss e occupa Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio e Lussemburgo, mentre i russi occupano le repubbliche baltiche e la Finlandia. Nel maggio 1940 i tedeschi invadono la Francia, dove insediano un governo in modo tale da poter contare sull’appoggio del maresciallo Pétain. Nel frattempo Mussolini, convinto di poter approfittare di una rapida vittoria, decide l’ ingresso dell’Italia nel conflitto (10 giugno 1940). Hitler avvia l’invasione del Regno Unito ma la “ battaglia d’Inghilterra ” si risolve in un fallimento. Contemporaneamente gli italiani iniziano un’offensiva contro le colonie inglesi nel Mediterraneo e in Africa ma l’attacco si rivela fallimentare allora Hitler invia aiuti e conquistano la Cirenaica. Mussolini, imitando il dittatore tedesco, decide di invadere autonomamente la Grecia , ma anche questo attacco non ha successo e Hitler deve intervenire ancora in soccorso all’alleato occupando la Grecia. Il 27 settembre 1940 Germania e Italia stringono con il Giappone il Patto tripartito , che prevede l’impegno dei tre paesi a creare nel mondo un “ ordine nuovo ”, in base al quale avrebbero dominato sugli altri popoli di “razza”
inferiore. Successivamente Hitler predispone l’invasione dell’Urss perché nonostante l’alleanza stipulata nel 1939, è il regime sovietico di Stalin il principale nemico ideologico del nazismo. Nel 1941 i tedeschi si avvicinano a Mosca e Leningrado ( Operazione chiamata Barbarossa) , ma vengono bloccati dall’arrivo dell’ inverno , che dà il tempo all’Armata Rossa (esercito russo) di organizzarsi. I successi delle potenze dell’Asse allargano eccessivamente il fronte, rendendo difficili i contatti e i rifornimenti. Nel dicembre del 1941 inizia la svolta della guerra, quando i russi ricevono il prezioso sostegno del governo americano. In cui Roosevelt si convince della necessità di sconfiggere il nazifascismo perché i Giapponesi sferrano un attacco a sorpresa alla base navale americana di Pearl Harbor che fa infuriare gli Stati Uniti, i quali dichiarano ufficialmente guerra a Giappone, Germania e Italia. Gli Stati Uniti mobilitano in poco tempo 14 milioni di uomini e inviano sostentamenti su tutti i fronti. I primi segni di speranza si hanno sul fronte russo, a Stalingrado , dove la popolazione, resistendo eroicamente all’assedio per 180 giorni, permette all’esercito sovietico di contrattaccare e costringe l’armata tedesca alla resa (1943). Nella ritirata le truppe italo-tedesche vengono annientate dal freddo e dalla fame. In Italia il regime fascista è sempre più debole. Dopo lo sbarco in Sicilia nel 1943, deciso da Roosevelt e Churchill nella conferenza di Casablanca , Mussolini viene arrestato (24-25 luglio 1943) e il compito di fare un nuovo governo è affidato al maresciallo Badoglio. Hitler, si insospettisce degli avvenimenti allora invia in Italia dieci divisioni. Quando l’ 8 settembre viene reso noto l’ armistizio con gli anglo-americani, l’esercito italiano, che non è stato preavvertito né da Badoglio né dal re, è in preda al caos. L’esercito tedesco prende il controllo delle regioni non ancora liberate (azione chiamata “ Piano Alarico ”) e Mussolini, liberato dai tedeschi, viene posto a capo della Repubblica sociale italiana, con sede a Salò. L’Italia, guidata a questo punto da due governi (quello dei “repubblichini” di Salò e quello di Badoglio a Brindisi), diventa un campo di battaglia, scoppia una guerra civile. La lotta contro i nazifascisti è condotta anche dalla Resistenza , organizzata dalle forze antifasciste, costituita da movimenti di diverso orientamento politico riuniti nel Comitato di liberazione nazionale (Cln) e nel Corpo volontari della libertà (Cvl). In senso generale “resistenza” indica lo sforzo necessario a contrastare un’azione ma qui assume un significato ben preciso: lotta di liberazione del territorio nazionale da un oppressore. (La Resistenza si affianca agli Alleati e assume un peso fondamentale nella rinascita democratica dell’Italia nel dopoguerra). A settembre le truppe anglo-americane arrivano a Napoli, ma si arrestano sulla “ linea Gustav ”. Dopo aver ripreso l’avanzata nella primavera del 1944, gli Alleati liberano Roma e Firenze ma si fermano sulla linea gotica. Il 25 aprile 1945 le regioni del nord insorgono, poco dopo gli anglo-americani superano la linea gotica, liberano Milano e i tedeschi si arrendono. Durante la conferenza di Teheran (1943) Roosevelt, Churchill e Stalin decidono di aprire un nuovo fronte in Francia. Allora gli anglo-americani sbarcano in Normandia , liberano la Francia e marciano determinati verso Berlino, dove contemporaneamente i sovietici lanciano da est una inarrestabile controffensiva. Nonostante i tracolli militari Hitler continua a credere nella vittoria, ma dopo l’entrata in guerra di anglo-americani e sovietici, l’occupazione sovietica di Berlino e la liberazione dell’Italia, la resa della Germania è inevitabile. Mussolini viene fucilato il 28 aprile e Hitler si suicida il 30 aprile. Il crollo dei regimi fascista e nazista sancisce la fine della Guerra in occidente, ma non sul Pacifico, dove il Giappone non dà segni di cedimento. Il presidente americano Truman decide quindi di stroncare la resistenza giapponese facendo sganciare la bomba atomica sulle città di Hiroshima e Nagasaki (6-9 agosto 1945). Anche il Giappone è quindi costretto a firmare la resa.
Il “nuovo ordine” concepito da Hitler per l'Europa prevedeva la riduzione in schiavitù degli slavi e l'eliminazione degli ebrei. Dopo aver tentato varie soluzioni alla cosiddetta “questione ebraica” , a partire dal 1941, con l'espansione del fronte orientale, si affermò l'idea della “soluzione finale” , cioè dello sterminio totale. I nazisti organizzano con attenta crudeltà deportazioni in massa nei campi di concentramento e di sterminio (i lager), dove circa sei milioni di ebrei trovano la morte stroncati dai lavori forzati, dalle torture, dalla fame, dagli esperimenti medici oppure eliminati nelle camere a gas e i loro cadaveri distrutti nei forni crematori. Nei lager non venivano internati solo gli ebrei ma anche zingari, comunisti, neri, omosessuali, dissidenti politici, testimoni di Geova e malati fisici e mentali.
La conferenza di Yalta (febbraio 1945) creò i presupposti per la spartizione dell’Europa in due zone di influenza sotto il controllo di Stati Uniti e Unione sovietica. Nel 1944 i Paesi alleati si erano incontrati a Bretton Woods per far fronte ai problemi di natura economica causati dalla guerra. Furono istituiti la banca mondiale e il fondo monetario internazionale (Fmi) e siglato un accordo sul commercio internazionale (Gatt). Per garantire la pace a livello mondiale, nel giugno 1945 fu creata l’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu). I paesi alleati istituirono anche un tribunale militare internazionale per punire i responsabili dei crimini di guerra che vennero processati a Norimberga (1945-1946). Durante la conferenza di Potsdam (1945) emersero però i primi contrasti, in particolare in merito all’applicazione del principio di autodeterminazione per i paesi dell’Europa orientale che dovevano
l’eccessiva burocratizzazione finì per decretarne il fallimento. In politica estera Breznev cercò di intrattenere rapporti più distesi con l’Occidente (accordi sulla limitazione delle armi missilistiche, 1972), mentre nei paesi satelliti dell’Est soppresse ogni dissidenza in nome della teoria della sovranità limitata. Quando in Cecoslovacchia, nel 1968, Dubcek cercò di attuare un programma di democratizza-zione (“primavera di Praga”), l’Urss intervenne militarmente. La repressione sovietica venne condannata dall’opinione pubblica mondiale e l’Urss cominciò da allora a perdere il suo ruolo guida del movimento comunista internazionale. Negli Stati Uniti il nuovo presidente Lyndon Johnson lanciò il programma della “grande società” (lotta alla povertà e leggi per l’emancipazione dei neri). Il diretto intervento americano nella guerra del Vietnam suscitò tuttavia proteste in tutto il mondo e favorì la perdita di prestigio degli Usa. Nel 1968 fu eletto presidente il repubblicano Richard Nixon, che seppe dare vita a una politica moderata e pragmatica, che portò all’avvicinamento alla Cina. Il pragmatismo di Nixon si espresse anche in politica eco-nomica, quando nel 1971 dichiarò che gli Stati Uniti non erano più in grado di assicurare la convertibilità del dollaro in oro, determinando così la fine del Gold Exchange Standard. Durante il suo secondo mandato Nixon pose fine alla guerra del Vietnam, dove nel 1976 fu proclamata la Repubblica socialista del Vietnam. La fine dell’intervento americano non significò però il raggiungimento della pace, inquanto il Vietnam invase la Cambogia (filocinese), dove si era affermata la feroce dittatura dei Khmer rossi. Negli anni Ottanta si verificò un inasprimento delle relazioni Usa-Urss. Nell’Europa orientale la crisi economica e i numerosi problemi interni fecero crescere l’avversione contro i regimi comunisti. In Polonia scioperi operai avevano portato alla nascita del sindacato autonomo Solidarnosc (1980), che richiese libere elezioni. I dirigenti comunisti, per evitare che potesse ripetersi quanto era accaduto a Praga nel 1968, cedettero il campo ai militari, che attuarono un colpo di Stato (1981). Nel 1982, intanto, in Unione Sovietica veniva eletto segretario del Pcus Michail Gorbaciov, sostenitore della necessità di un cambiamento della vita politica ed economica del paese e di un rilancio della distensione in campo inter-nazionale. L’attività del nuovo leader si basò su due princìpi, indicati con i termini russi glasnost (“trasparenza”) e perestrojka (“ristrutturazione”). Fu così che in Polonia si giunse alle prime elezioni libere, nel 1989, che segnarono la vittoria di Solidarnosc e l’instaurazione del primo governo non comunista del dopoguerra nell’Europa dell’Est. Nella Germania orientale una rivolta pacifica fece crollare il regime comunista. Il 9 novembre 1989 la caduta del muro di Berlino permise il libero transito della popolazione ver-so l’Occidente e segnò simbolicamente la fine della guerra fredda. Nel 1989 il regime comunista crollò anche in Ungheria, in Romania e in Cecoslovacchia, che nel 1993 si divise in Repubblica ceca e Repubblica slovacca. Nel 1990 caddero anche i regimi comunisti di Bulgaria e Albania. Analoga politica di distensione fu perseguita dagli Stati Uniti, il cui nuovo presidente George Bush si incontrò con il leader sovietico a Malta (dicembre 1989). Intanto l’ascesa di Boris Eltsin, fautore di un’economia di mercato, metteva incrisi Gorbaciov, contro cui esponenti del governo, del Parti-to comunista e parte dell’esercito tentarono senza successo un colpo di Stato (19 agosto 1991). Nel frattempo si moltiplicavano le spinte secessioniste delle repubbliche: nel 1991 si dichiaravano indipendenti l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, seguite da Georgia, Armenia, Ucraina e Bielorussia e così via fino alla creazione della Comunità di stati indipendenti (Csi, dicembre 1991), che segnava la fine dell’Urss.
Superate le difficoltà legate alla ricostruzione del dopo-guerra, le economie occidentali conobbero tra gli anni Cinquanta e Settanta un periodo di rapida e intensa crescita economica che gli storici hanno definito “età dell’oro”. Determinato in grande misura dagli aiuti erogati dal piano Marshall, il boom economico interessò soprattutto i settori industriale e terziario, sostenne la crescita demografica e assicurò un aumento dell’occupazione e delle retribuzioni. Il benessere diffuso a fasce sempre più ampie di popolazione consentì la crescita del risparmio e l’acquisto di una maggiore quantità di beni di con-sumo. La scelta era ampia: dall’automobile alla televisione a una vasta gamma di elettrodomestici. Lo sviluppo interessò altri settori della vita sociale come i trasporti, i mezzi di comunicazione, la ricerca scientifica dall’esplorazione aero-spaziale alla medicina (vaccino contro la poliomielite, 1952-1954; struttura a doppia elica del Dna,1953). Contro questa nuova società occidentale del benessere e dei consumi si ribellò un’intera generazione di giova-ni che ne criticò storture e squilibri. Le prime manifestazioni giovanili scoppiarono nel 1964 a Berkeley, in California, per contestare il conservatorismo delle istituzioni universitarie. Negli stessi anni si intensificò anche l’azione di movimenti che lottavano per i diritti civili dei neri. Inoltre, settori sempre più vasti dell’opinione pubblica protestavano contro la guerra in Vietnam, considerata contraria alle tradizioni della democrazia americana. La rivolta giovanile si estese all’Europa e raggiunse il suo apice nel 1968, anno in cui si verificarono a Parigi agitazioni studentesche ispirate ai princìpi dell’antiautoritarismo, dell’avversione al capitalismo e all’imperialismo americano. Dal 1969 prese avvio il movimento di rivendicazione femminista. Dai primi anni Settanta e per buona parte degli anni Ottanta i paesi occidentali entrarono in una fase di recessione, caratterizzata dal contemporaneo manifestarsi di stagnazione e inflazione (“stagflazione”). Gli interventi necessari per fronteggiare la crisi fecero aumentare vertiginosamente la spesa pubblica; emerse così il
pesante co-sto sopportato dagli Stati per mantenere i livelli esistenti di Welfare State. L’Inghilterra di Margaret Thatcher e l’America di Ronald Reagan affrontarono la crisi eco-nomica con un intenso programma di liberalizzazione, di riduzione cioè dell’intervento pubblico nell’economia. Queste politiche “neoliberiste” furono avviate in un contesto economico in mutamento, definito “terza rivoluzione industriale”, di cui furono protagoniste le nuove tecnologie informatiche.
Nel clima del dopoguerra i partiti di sinistra erano molto forti, tuttavia alle elezioni amministrative del 1946, le prime in cui votarono anche le donne, si affermò la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi. Il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 decretò la fine della monarchia; venne quindi eletta l’Assemblea costituente per redigere la Costituzione dell’Italia repubblicana, che entrò in vigore il 1° gennaio 1948. Nel 1947 venne firmato a Parigi il trattato di pace, con cui l’Italia dovette cedere territori a Francia, Iugoslavia e Grecia e concedere l’indipendenza all’Albania. Il clima politico internazionale della guerra fredda ebbe riflessi anche in Italia. Il 18 aprile 1948 si tennero le prime elezioni politiche della repubblica, che videro la vittoria della Dc e la sconfitta di socialisti e comunisti, uniti nel Fronte popolare. Tale risultato sancì l’inizio del predominio democristiano (centrismo) e la rottura dell’unità sindacale: accanto alla Cgil, legata al Pci, nacquero Cisl e Uil, di orientamento rispettivamente demo-cristiano e socialdemocratico. Sostenuti dagli Stati Uniti con il piano Marshall (che, tra il 1948 e il 1953, consentì il primo rilevante sviluppo industriale dell’Italia) i governi centristi vararono una riforma agraria, istituirono la Cassa per il Mezzogiorno, riorganizzarono l’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri), fondarono l’Ente nazionale idrocarburi (Eni) e l’Ina-Casa, per il rilancio dell’edilizia popolare. L’emarginazione delle sinistre generò un sistema politi-co che si reggeva su due grandi partiti di massa di cui solo uno (la Dc) governava. Nel corso della terza legislatura (iniziata nel 1958) la Dc di Amintore Fanfani e Aldo Moro si avvicinò al Partito socialista. Ciò avveniva proprio mentre nella sinistra italiana erano in corso impor-tanti mutamenti: la condanna dello stalinismo, messa in luce dalle crisi polacca e ungherese, determinò il distacco dal Pci del Psi, che si avvicinò alla Dc. I primi governi di centro-sinistra (1962-1963) realizzarono alcune impor-tanti riforme, tra cui la nazionalizzazione dell’energia elettrica (con la nascita dell’Enel) e l’istituzione della scuola media dell’obbligo. La formula del centro-sinistra esaurì però ben presto la sua spinta propulsiva e già nel-le elezioni politiche del 1968 si registrò un notevole avanzamento del Pci. Nel corso degli anni Cinquanta e fino ai primi anni Sessanta l’Italia visse una straordinaria crescita, che fece parlare di “miracolo economico”. Fondata sul potenzia-mento dell’industria, la crescita poté contare sull’allargamento dei mercati internazionale e interno, la diffusione di nuove tecniche di vendita e il costo contenuto dell’energia. Tra gli aspetti positivi del boom vanno ricordati l’aumento dei salari e dell’occupazione femminile; tra quelli negativi, lo spopolamento delle campagne, l’e-migrazione della manodopera dal Sud verso il Nord, la speculazione edilizia, il degrado urbano e la disomogeneità di sviluppo del paese. Verso la fine del 1967 esplose, anche in Italia, la conte-stazione studentesca. Manifestazioni spontanee si diffusero nelle scuole e nelle università e si formarono gruppi extraparlamentari che rifiutavano il riformismo in nome di una soluzione rivoluzionaria. Nel 1968 si aprì una lunga fase di lotte operaie e sindacali (“autunno caldo”) che rivendicavano miglioramenti salariali e contrattuali. Nello stesso periodo iniziò l’offensiva terroristica, che si proponeva di usare la violenza come arma politi-ca, mentre la crisi petrolifera del 1973 metteva in difficoltà l’economia del paese. Per far fronte a questa difficile fase il segretario del Pci Enrico Berlinguer propose lavia del “compromesso storico”, basato su un’alleanza di governo con la Dc, ma il principale sostenitore Dc di questo storico avvicinamento, il presidente del partito Aldo Moro, fu rapito e ucciso dalle Brigate rosse (marzo-maggio 1978).
Nel 1945 gli Stati del Medio Oriente già indipendenti e riconosciuti come membri dell'Onu (Arabia Saudita, Egitto, Iraq, Libano, Siria, Yemen del Nord e Transgiordania) si costituirono nella Lega araba. Contraria alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina, la Lega araba si oppose alla risoluzione dell'Onu che sanciva la creazione di uno Stato israeliano (ebraico) a fianco di uno palestinese (arabo) (29 novembre 1947), con Gerusalemme posta sotto un’amministrazione internazionale, e perciò, dopo la proclamazione dello Stato di Israele (15 maggio 1948), la Lega araba gli dichiarò guerra (prima guerra arabo-israeliana, 1948-1949), ma fu sconfitta dallo Stato di Israele. Con la prima guerra arabo-israeliana si aprì la questione profughi: circa 750.000 palestinesi lasciarono i loro luoghi di residenza e si rifugiarono negli Stati arabi, dove vennero smistati in campi profughi; le Nazioni Unite si occuparono dell’assistenza alimentare, sanitaria e sociale. Nel 1956 Nasser (primo ministro egiziano) procedette con la nazionalizzazione del canale di Suez, questa decisione causò l’intervento armato di Francia e Gran
è stata interrotta da un colpo di Stato; in Libia e in Siria le proteste popolari si sono trasformate in guerra civile che ha portato alla fine del regime di Gheddafi e trascinato il paese in una grave crisi politica ed economica. Causa di tensioni e scontri in molti paesi arabi è stata anche, fin dal 2006, la presenza dell’organizzazione jihadista sunnita poi definita Stato islamico (Is), nata da una costola di al Qaeda in Iraq. L’Is è stato capace di conquistare in breve tempo vastissimi territori in Iraq e in Siria, paese nel quale si combatte, dal 2011, una sanguinosa guerra civile. L’intervento delle potenze occidentali (2014) e della Russia in Medio Oriente ha limitato in modo significativo la presenza dello Stato islamico, fino a debellarlo definitivamente nel corso 2017. Nei suoi oltre 10 anni di vita lo Stato islamico ha intrapreso una sanguinosa campagna terroristica in Europa , nella quale hanno perso la vita centinaia di civili.