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Tipologia: Sintesi del corso
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UN GENITORE QUASI PERFETTO di Bruno Bettelheim
Parte prima: Genitori e figli
Questo libro rappresenta un po’ un condensato dei miei sforzi, per scoprire e verificare che cosa occorre per riuscire a crescere bene i nostri figli. Un segno che si è stati educati bene è la capacità di far fronte in modo adeguato alle molteplici sofferenze e gravi difficoltà che si incontrano nella vita, e di farvi fronte soprattutto perché si possiede un solido senso di sicurezza in se stessi. Il fatto di crescere in una famiglia dove i rapporti dei genitori tra loro e con i figli sono improntati a intimità e onestà, rende questi ultimi capaci di formare a loro volta durevoli e soddisfacenti rapporti di intimità con gli altri. Li mette inoltre in grado di trovare soddisfazione e senso nel loro lavoro. Il mio interesse è per i bambini e per l’educazione, voglio capire quali sono i fattori coinvolti nel processo educativo. L’educazione dei bambini divenne per me un problema pratico e immediato, in quanto avevo incominciato a dedicare la mia vita al difficile compito di cercare di porre rimedio ai gravi danni psichici che altri avevano inflitto ai bambini fortemente disturbati che avevo in cura. Per diversi anni visse in casa con me un bambino autistico, che cercai di guarire applicando quello che secondo me erano le pratiche educative corrette, basate sui principi della psicoanalisi. Negli anni quaranta il mio impegno potè estendersi a un numero ampio di bambini affetti da disturbi psichici molto gravi nell’ambito della Sonia Shankman Orthogenic School dell’Università di Chicago, dove quei bambini, oltre a ricevere un trattamento psicoanalitico, venivano ospitati ed educati. Ho tenuto presente i miei quarant’anni di esperienza nel comunicare ad altri come affrontare i problemi che si incontrano nell’educazione infantile. Questi “altri” consistono in due gruppi di persone molto diversi tra loro: da un lato, un numero di madri, intelligenti e fortmente motivate, di bambini e ragazzi più o meno normali, dall’altro il personale dell’Orthogenic School, dedito al recupero di bambini affetti da carenze psichiche molto gravi. In ambedue i casi, i miei sforza hanno sempre mirato a indurre gli adulti a far fronte da soli ai problemi piccoli e grandi che incontravano con i proprio figli o con i loro bambini loro affidati. Non esistono regole condivise , anche se spesso i genitori cercano di imporre le proprie regole, e il figlio, per la sua condizione di maggior debolezza, può non essere in grado di opporvisi. Per tutti questi motivi non intendo offrire in questo libro risposte precise e definitive, ma solo suggerire metodi di approccio atti a rafforzare la tendenza di ogni genitore e di ogni bambino a essere spontanei, a essere se stessi nei loro rapporti reciproci, perchè questo, a sua volta, rafforzerà la capacità del bambino di fronte alla realtà positivamente, nel modo che più gli è congeniale. Il gioco degli scacchi torna utile per illustrare come in ogni interazione complessa si possano programmare in anticipo soltanto poche mosse: ogni mossa infatti deve tener conto della risposta alla mossa precedente. Perciò è molto importante valutare ogni volta la situazione nella sua totalità. Il giocatore principiante , che cerca di seguire i suoi piani senza tener conto delle mosse dell’avversario, va incontro alla sconfitta. Altrettanto succederà a quel genitore che segue un piano predeterminato, basato su spiegazioni o consigli che altri gli hanno dato su come trattare il figlio. Un genitore deve adattare di continuo i suoi sistemi alle risposte del figlio, valutando di continuo la situazione globale via via che essa si evolve. Solo che spesso i bambini, se sono in disaccordo con i genitori, nascondono i propri veri sentimenti per paura delle loro reazioni e questi, di conseguenza, si trovano in una posizione falsa. Il bravo giocatore di scacchi sa preveder in anticipo tutta una serie di possibili mosse e probabili contromosse, ma solo perché ha imparato a riesaminare e a rivalutare la situazione complessiva dopo ogni mossa. Il genitore che è già abituato a fare la stessa cosa nel rapporto con il figlio non avrà quasi bisogno di consigli; saprà come intervenire e continuerà a fare il punto della situazione dopo ogni intervento e dopo ogni reazione del figlio, per capire che cosa occorre fare. Si può dire che un genitore capace di far buon uso dei consigli non ha bisogno di consigli, mentre quello che non è capace di analizzare correttamente la situazione che si è creata non è neppure in grado di applicare in modo intelligente ed efficace i consigli ricevuti. Ecco perché le spiegazioni e i consigli non bastano. Se impariamo a proiettarci nella psiche di nostro figlio, e contemporaneamente cerchiamo di capire quali sono le nostre motivazioni, allora sceglieremo istintivamente la linea d’azione più giusta. Questo libro, dunque, si basa su quello che per esperienza ritengo essere il modo più efficace per aiutare gli altri nell’educazione dei figli: incoraggiandoli cioè a sviluppare un proprio intuito educativo, e ad assumente atteggiamenti appropriati non solo agli scopi che si prefiggono, ma anche al tipo di persone che essi sono (e al tipo di persona che è il figlio); spronarli ad arrivare a una consapevolezza e a un atteggiamento emotivo che risultino positivi sia per il genitore e il bambino individualmente, sia per il
fanno difficili i genitori tendono a pensare di non aver seguito il metodo giusto, altrimenti tutto sarebbe andato liscio. I genitori che si affidano ai manuali del tipo “Come allevare il vostro bambino”, stabiliscono nel loro subconscio un parallelo tra la forma più intima di rapporto interpersonale e l’assemblaggio delle funzioni di una macchina. Può essere di aiuto indicare in che cosa differiscono i concetti di inconscio e di subconscio: il contenuto del subconscio può divenire accessibile attraverso una attenta analisi dei pensieri, sentimenti, motivazione. Tra conscio e inconscio c’è una barriera impenetrabile: ciò che si agita nell’inconscio è ciò che per la coscienza è assolutamente inaccettabile ed è stato quindi rimosso. E’ compito dei genitori offrire una guida ai figli attraverso il loro comportamento e i valori sui quali impostano la loro vita. Nel libro di Robert Pirsig “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” dimostra che quando montiamo un congegno meccanico il fatto di ubbidire alle istruzioni ci priva della sensazione di essere creativi nel nostro lavoro. E’ raro sentirsi davvero contenti di noi stessi e di nostro figlio quando nei nostri rapporti applichiamo consigli pensati da qualcun altro: questo toglie al rapporto quella spontaneità che lo rende un’esperienza umanamente significativa. Quando un genitore decide di consultare un libro sull’educazione dei bambini avrà già preso in considerazione diverse possibili soluzioni al suo problema attuale. In realtà quasi sempre si chiede consiglio nella speranza che esso confermi le idee che già avevamo. L’unica cosa che un genitore in cerca di consigli può fare è scegliere libri sui bambini in cui trova qualche affermazione che sia convincente con le sue idee e poi sperare che anche il resto del libro lo sia. Spesso i libri ci dicono come dovremmo essere con i nostri figli: cioè comprensivi, pazienti e pieni di amore. Ma per quanto ci piacerebbe essere genitori è quasi impossibile mantenere simili atteggiamenti, quando ci si trova in una situazione di crisi. In molte situazioni di conflitto con i figli , il genitore intelligente si ripete che i conflitti sono una parte necessaria, anche se dura da sopportare del processo di crescita e che l’importante è che i figli arrivino a sviluppare idee e valori loro personali. Quello che di solito riesci di aiuto è richiamare alla memoria le volte in cui noi stessi ci siamo comportati come sta facendo ora nostro figlio. In questo modo ci ricorderemo anche di come fossero dolorose per noi da bambini e di quanto ci facesse soffrire il fatto che i nostri genitori non lo capissero, tutti presi come erano dalla loro esasperazione. Oggi il rapporto psicologico tra genitore e figlio si è complicato: non solo il figlio desidera trovare la strada diversa da quella del genitore, ma quest’ultimo desidera essere partecipe della vita del figlio mantenendosi fisicamente attraente ed efficiente, come un giovane, ma nello stesso tempo si aspetta di venire rispettato per la sua maggiore conoscenza della vita. Se ammettessimo dentro di noi che il nostro modo di comportarci con i figli è spesso dettato dalle emozioni, riusciremmo anche a essere più sensibili e ricettivi di fronte alle loro reazioni emotive. Quando le emozioni sono sotto controllo tutti riescono a essere pazienti, ma poi arrivano momenti in cui le emozioni hanno la meglio sulla pazienza di chiunque. Ha ragione Robert Pirsig: è difficile seguire le istruzioni dei libri senza commettere errori. Credere che esista un solo modo di fare le cose esclude la possibilità di qualunque intervento creativo da parte nostra. Il rimedio a tale perdita di spontaneità, che svuota il rapporto tra genitore e figlio è riuscire a comprenderlo a modo nostro e inventare una soluzione che ci corrisponda. La vera comprensione nasce dallo sforzo personale di trovare una soluzione che corrisponda alla nostra personalità e a quella di nostra figlio, ciò è il tema del libro Pirsig.
Spontaneità e intima soddisfazione sono ingredienti della massima importanza nelle questioni riguardanti l’educazione dei figli, dove sono sempre in gioco complesse emozioni, e dove non possiamo fare a meno di avvertire che l’unica soluzione è quella che nasce da noi.
non ci è mai di molto aiuto. Se dunque è vero che il concetto di normalità possiede una sua utilità statistica, è assolutamente fuori luogo quando si ha a che fare con i profondi sentimenti che uniscono genitori e figli. Pensare ai nostri figli in termini di normalità o devianza dalla norma svilisce l’importanza tutta speciale che essi hanno per noi, nonché l’importanza del nostro rapporto, perché implica che li paragoniamo a degli estranei. Le ricerche di psicologia per stabilire le norme di comportamento per i vari gruppi d’età trascurano di proposito le differenze individuali che fanno di ciascun bambino un essere unico. E’ un fatto di cui i genitori, quando confrontano i loro figli con tali norme, tendono a non tenere conto, soprattutto quando il figlio supera le aspettative della norma. Le norme circa il comportamento degli adolescenti prevedono
la lotta per l’indipendenza, la ribellione contro ogni restrizione, come gli orari per il rientro a casa, e la sfida ai valori dei genitori. Qualunque cosa si intenda per normalità, noi vogliamo che nostro figlio sia diverso, che non corra pericoli. Sapere che il comportamento di nostro figlio è normale per la sua età porta a una tolleranza rassegnata della sua condotta, ma la comprensione e la simpatia che nascono dal ricordo delle nostre esperienze colma la distanza tra noi e nostro figlio e crea tra noi un potente legame emotivo. Questa capacità di immedesimazione scaturisce sia dallo sforzo dettato dal nostro amore di capire che cosa sta dietro il comportamento di nostro figlio, sia dal ricordo che può essere inconscio di nostre esperienze che ora vediamo rispecchiate nelle sue azioni: il fatto di ricordarci se ai nostri tempi avessimo messo in atto i nostri desideri, ci aiuterà a dare a nostro figlio una guida che lui può accettare. Perché bambini e ragazzi si sentono più sicuri e accettano più la guida del genitore, se avvertono che questi agisce con autenticità e soprattutto basandosi su quello che le sue personali esperienze, simili alle loro, gli hanno insegnato.
maggior nemico dell’atteggiamento di comprensione basata sull’empatia che può nascere soltanto dalla riflessione sulle esperienze personali. Affidarci alle regole ci risparmia la fatica di dover riflettere a fondo su ciascun problema e di doverci assumere la responsabilità della sua soluzione. Per evitare di dovere ogni volta rientrare nel merito di ogni questione, alcuni genitori preferiscono stabilire delle regole che di solito riguardano quello che deve fare il figlio. E ci sono dei bambini che preferiscono avere delle regole perché gli consentono loro di prendersela con la regola invece che con il genitore che l’ha stabilita e ora vuole farla rispettare. Le regole però sono nemiche della spontaneità e dei sentimenti positivi. Solo agli individui dalla personalità ossessiva piace agire in base alle regole, perché la loro nevrosi non li lascia liberi di fare altrimenti. Le altre persone traggono poca soddisfazione dal seguire i regolamenti: non provano piacere i bambini nell’ubbidirvi, e non provano piacere i genitori nell’esigere che vangano osservati.
nell’educare i figli, genitore e figlio sono il problema e contemporaneamente la sua soluzione. Quello su cui il genitore può influire è il modo in cui l’evento viene vissuto dal figlio e dunque il significato che esso assume per lui. Il modo in cui il genitore vive un evento cambia tutto per il bambino, perché è in base al vissuto del genitore che egli si crea la propria interpretazione del mondo. Il figlio, cioè, reagisce a quello che ha suscitato l’ansia del genitore, come se si trattasse di una catastrofe o della fine del mondo. L’ansia del genitore induce ansia nel bambino, anche se le qualità dell’ansia sono diverse. Se varie persone reagiscono con gradi diversi di ansia a un medesimo pericolo, allora queste variazioni dipendono non dalla situazione esterna ma dal grado di fiducia o sfiducia che una persona nutre nei confronti della vita, il suo ottimismo o pessimismo oppure dalla sua sicurezza o insicurezza. L’analisi approfondita rivela che questi atteggiamenti si formano molto prima dell’evento in questione. Un esempio è costituito dalla difficoltà che tutti i genitori provano nel separarsi dal figlio quando incomincia ad andare alla scuola materna. L’angoscia da separazione è una delle angosce più importanti dell’essere umano. La nostra esperienza del modo in cui viene gestita da nostra madre questa paura determinerà il modo in cui noi stessi, in seguito, affronteranno l’angoscia da separazione. Vediamo bambini che si abituano facilmente e altri che accettano la nuova situazione solo dopo molto tempo e con grande difficoltà. Tutto dipende dai segnali che il bambino riceve dalla madre; se essi gli comunicano che la situazione è sicura, la accetterà ben presto e trarrà piacere dalla nuova esperienza. Se invece l’iniziale difficoltà del bambino a lasciare la madre susciterà in lei delle reazioni che gli fanno intendere come anche lei sia preoccupata per quello che potrebbe accadere, allora il suo iniziale turbamento ne sarà aggravato. A mantenere in atto il processo è l’ansia della madre, perché essa è a conoscenza di qualcosa di cui il bambino non ha la minima idea: cioè che quella separazione segna l’inizio di un lungo processo che lo condurrà, attraverso le varie tappe della suola elementare e poi delle superiori ed eventualmente l’università, a crearsi una vita sua, autonoma e indipendente da quella dei genitori. Si rivela più utile incoraggiare la madre ansiosa a cercare di ricordare il suo primo giorno di scuola, con le speranze e i timori che aveva suscitato in lei da bambina. Ricordare i suoi sentimenti di allora, compresi quelli che le avevano permesso di superare il momento della separazione, la aiuterà a scoprire da sola come rendere più facile quell’esperienza per suo figlio. Il metodo migliore è aiutare il genitore a richiamare alla memoria le proprie angosce infantili. Così facendo, egli comprenderà il ruolo che queste svolgono nell’atteggiamento suo e del bambino di fronte alla
abbiamo dubbi che il nostro interesse per i suoi risultati scolastici equivalgano all’interesse per lui come persona. E’ la forte delusione che prova nel vedere che a noi sta a più a cuore il suo rendimento che non lui come persona. E può arrivare a detestare la scuola e a odiare lo studio al punto da essere davvero incapace di applicarsi. Il bambino è influenzato dai processi inconsci del genitore, ma è altrettanto vero che il genitore, senza rendersene conto, reagisce in maniera significativa ai processi in atto nell’inconscio del figlio. Perciò i genitori è facile che perdano la pazienza e tendano ad aumentare ancora di più le loro pressioni su di lui. Il conflitto inconscio potrà essere risolto soltanto dal genitore, che dovrà smettere di assillare il figlio perché faccia meglio a scuola e alleviarne la sensazione angosciosa che a lui, al genitore, stia più a cuore il suo rendimento scolastico che non la sua persona. Effetti più distruttivi sul rapporto genitore-figlio ha la cosiddetta FOBIA SCOLARE: il rifiuto da parte del bambino di andare a scuola, perché la sola idea evoca in lui un’angoscia intollerabile. La fobia della scuola può avere cause diverse, la più frequente è il desiderio di non diventare grande, di rimanere per sempre “il piccino” dei suoi genitori. Ci sono bambini che, se vengono obbligati ad andare a scuola, sviluppano gravi sintomi psicosomatici: vomito, nausea che la scuola ispira la bambino, o un’emicrania a rappresentare il fatto che la sua testa non regge all’idea di andare a scuola. In molti casi la motivazione inconscia della fobia scolare è la paura da parte del bambino che andare a scuola significhi perdere l’intimità con la madre. Le cure rese necessarie dallo stato di malattia rappresentano per il bambino un vantaggio, che rende ancora più attraente l’idea di starsene a casa vicino alla mamma. Tutti i tentativi dei genitori per indurre il bambino a frequentare la scuola vengono interpretati dal figlio come una prova che essi vogliono non lasciarlo più essere il loro bambino. In questi casi obbligarlo con la forza è la cosa peggiore che si possa fare. È vero che la scuola provoca un allontanamento tra genitori e figli. Perciò è indispensabile che i genitori convincano il bambino che egli non perderà mai il loro amore. Di fronte a un bambino che ha la fobia della scuola o presenta altre difficoltà scolastiche, i genitori devono imparare a capire che la sua sofferenza è reale d è dovuta a un diffuso senso insicurezza sulla propria importanza, per la persona che è, agli occhi dei genitori. Solo questo tipo di empatia offre qualche possibilità di risolvere questo problema. Un elemento importante che aiuta i genitori a sviluppare dentro di se un atteggiamento di empatia, è il rendersi conto dell’importanza vitale che essi rivestono per il loro figlio. Un rendimento scolastico scadente può dipendere per esempio dal bisogno di affermare la propria indipendenza. L’empatia trasforma un atteggiamento di critica in un atteggiamento di apertura: riusciamo a capire come il bisogno di indipendenza spinga i nostri figli a voler decidere da soli se impegnarsi o meno nello studio.
La paura dell’abbandono rappresenta una delle angosce più profonde dell’infanzia e i bambini riescono a immaginarsi mille modi in cui potrebbero ritrovarsi soli e abbandonati. I genitori spiegano loro che non esiste alcun pericolo, ma quando noi siamo sopraffatti dal terrore, le spiegazioni razionali non hanno alcuna influenza sui nostri sentimenti. Il genitore che mantiene le distanze dal nostro terrore non è con noi dentro la situazione, invece il genitore che ci comunica di comprendere la nostra paura, ci dà la sensazione di sapere di che cosa sta parlando. Prendiamo il caso del genitore il cui figlio ha picchiato un compagno. Invece di pensare che è sempre male ricorrere alla violenza fisica, quel genitore non dovrebbe sgridare suo figlio, ma dovrebbe rendersi conto ciò di cui il figlio ha bisogno, cioè di qualcuno che lo aiuti a padroneggiare la collera e lo porti a capire che la violenza non è il modo migliore di affrontare certe situazioni. Perciò si dovrebbe riuscire a raggiungere a pieno il nostro autocontrollo per non compiere azioni del genere. Perché l’amore del genitore svolga la sua funzione positiva, occorre che sia illuminato dalla riflessione. Dobbiamo conoscere e valutare le nostre motivazioni, intendo dire che dovremmo esserne consapevoli, senza cercare di barare con noi stessi o con nostro figlio, raccontandoci di stare agendo esclusivamente per il suo bene. Il modo migliore per convincere i nostri figli che le loro opinioni sono importanti per noi è domandargliele per rifletterci sopra seriamente. E l’effetto più importante di un tale sincero interesse per il punto di vista di nostro figlio è che egli stesso ne verrà facilitato nel considerare a sua volta non arbitrarie le nostre idee su di lui.
L’autore ci racconta che quando era bambino aveva l’impressione che ai suoi genitori interessasse veramente quello che lui aveva da dire. In molti casi, l’effetto della sua risposta era che gli veniva impedito di fare la cosa che aveva pensato. Infatti quando gli veniva rivolta la domanda, Perché?, non si aspettava che le sue ragioni venissero ascoltate con la dovuta imparzialità. La frequenza con la quale gli
veniva chiesto il “perché” anche su questioni che a lui parevano evidenti, l’attribuivo al fatto che gli adulti non erano in grado di capire i bambini. Ciò che rendeva dolorosa quell’esperienza era la costatazione che le sue parole non incidevano minimamente su una decisione che era già stata presa prima ancora di chiedergli di spiegare quello che pensava. L’osservazione del dottore Johnson “Fare domande non è il modo di conversare che si conviene tra gentiluomini” dà voce ai suoi sentimenti infantili circa la presunzione degli adulti che avrebbe dovuto una giustificazione dei suoi pensieri e delle sue azioni. Quando i suoi genitori gli facevano capire di aver riflettuto a lungo su una certa cosa, gli mostravano la loro simpatia anche se non approvavano i suoi progetti, allora gli forniva delle spiegazioni. Voleva essere sicuro che avessero preso in seria considerazione il suo punto di vista: gli bastava questo. Per lui era inaccettabile quando, dopo che mi avevano interrogato, i suoi genitori si comportavano come se quello che aveva da dire non cambiasse nulla. Quando viene domandato il perché ha compiuto una certa azione, il bambino che non lo sa ha l’impressione che dovrebbe saperlo. Perciò le domande dell’adulto possono indurlo a mentire: sentirsi costretto a mentire distrugge il rispetto di sé del bambino, lo fa sentire un impostore, se non peggio. Dunque se non siamo arrivati da soli a formarci un’idea delle possibili motivazioni di nostro figlio, non possiamo prevedere se sarà in grado o meno di rispondere la verità. Se sappiamo in anticipo quale sarà la probabile reazione di nostro figlio e ci sembra di conoscere quali debbano essere state le sue motivazioni, allora interrogarlo non può avere altro senso se non quello di metterlo con le spalle al muro. Riassumendo: se il bambino non sa quali sono le vere ragioni del suo comportamento, interrogarlo lo farà sentire impotente, insicuro ed incerto circa la validità delle sue azioni.
Capacità di proiettare la propria personalità nell’oggetto contemplato e di comprenderlo appieno in tal modo. L’empatia, così importante perché un adulto possa comprendere un bambino, comporta che si consideri l’altro nostro pari rispetto ai sentimenti e alle emozioni che ci muovono tutti, adulti e bambini. Avere una reazione empatica significa sforzarci di metterci nei panni dell’altro, così che i nostri sentimenti ci facciano intuire non soltanto le sue emozioni ma anche le sue motivazioni; significa comprendere l’altro dall’interno. Quando si instaura un rapporto di empatia si prova direttamente quello che prova l’altro, ci si sente dalla parte dell’altro; è quella che chiamiamo un’esperienza vicariante, in cui si esperimenta quello che vuol dire non solo trovarsi al posto dell’altro, ma per così dire nella sua pelle. Non è possibile spiegare con le parole che cosa significa provare certe emozioni, ma se li abbiamo vissuti a nostra volta, sappiamo come deve sentirsi l’altro e allora ci sentiamo molto vicini a lui e lo comprendiamo molto meglio. Per comprendere che cosa muove i nostri figli nel loro intimo dobbiamo affidarci alle nostre reazioni di empatia, così facendo, potremmo dire di capirli veramente e nello stesso tempo scopriremo di capire meglio noi stessi.
Quando non riusciamo a evocare una reazione di empatia nei confronti di nostro figlio, dovremmo almeno cercare di provare simpatia per la posizione in cui egli si trova. Possiamo proporgli noi una soluzione. Se ci sforziamo di vedere le cose nel suo punto di vista e quindi offriamo i nostri suggerimenti facendogli capire che il nostro modo di ragionare coincide in parte con il suo e che approviamo, allora il bambino sarà felice di dirci liberamente quello che ha in mente. E’ raro trovare un bambino sicuro di sé e del suo rapporto con il genitore da essere libero da questa forma di ansia. Il bambino vive qualunque critica come rivolta non solo a quello che pensa o che fa, ma alla persona che è. Perciò la maggior parte dei bambini espongono agli adulti i loro pensieri con un certo timore che possano essere trovati carenti o persino con la paura di essere rimproverati. Con una preoccupazione del genere è difficile esporre le proprie opinioni, perciò il bambino le modifica. Il bambino che non dice o modifica le sue ragioni, prova irritazione con se stesso e risentimento per il genitore, perché non riesce a essere sincero e coraggioso come vorrebbe. Nel timore che disapproviamo quello che sta per dirci, cambia idea e risponde alla domanda con un “Non lo so”. Una risposta del genere è neutra e non può farci arrabbiare, ma alcune volte ci fa arrabbiare, perché la prendiamo come un rifiuto di risponderci. In verità “Non lo so” è la descrizione corretta dello stato di confusione in cui si trova nostro figlio e non una scusa o un modo di evadere la nostra domanda. Noi genitori dobbiamo renderci conto di quanto siamo importanti per i nostri figli: non appena avvertono la nostra disapprovazione, subito diventano insicuri circa le loro opinioni. Dunque le nostre domande, che avevamo posto per il desiderio di capire meglio nostro figlio, provocano solo confusione in lui come in noi. Poiché “Non lo so” è una dichiarazione di incompetenza. Se vogliamo che nostro figlio ci dia la versione autentica, dobbiamo comunicargli, con il tono di voce, con l’atteggiamento, con la formulazione stessa delle nostre domande, che prenderemo per buona la sua
nascosto, a livello di fantasie, continua. Il bambino avverte che i suoi genitori si preoccupano per il suo comportamento esteriore, ma non sembrano per nulla interessati alle ragioni che possano averlo indotto a dire parolacce. Molti dei bambini che Bettelheim ha avuto in terapia gli hanno riferito di avere, in risposta al castigo del lavaggio della bocca con il sapone, effettivamente smesso di pronunciare le parolacce ad alta voce, per ripetersele però di continuo dentro di sé. Ci fu il caso grave di un bambino, a cui la totale silenziosa concentrazione sulle espressioni oscene gli impediva qualunque contatto positivo e che finì per chiudersi nel mutismo più assoluto. Ciascun bambino avrà una reazione diversa ai castighi, ma nessun bambino può evitare di sentirsi umiliato dalle punizioni. Anche l’autore ha usato a volte un linguaggio osceno: una volta disse qualcosa di offensivo alla madre che non disse e non fece niente. Lei lo riferì a suo padre che mi prese in disparte e le sue parole gli fecero una profonda impressione, molto di più di qualunque punizione. Era evidente che l’idea di essere costretto a punirlo lo addolorava e l’autore si angustiò, non per l’eventualità di una punizione, ma per avere turbato suo padre che era riuscito a controllarsi. Il rimprovero di suo padre,un avvertimento più che una minaccia, fu sufficiente a fargli capire di avere sbagliato. Quel comportamento diventa sbagliato anche per lui, perché vuol essere amato e stimato dai suoi genitori. E siccome il modo migliore per frasi amare è di fare come dicono loro e di diventare uguali a loro, ecco che egli si identifica con i loro valori. L’unica disciplina efficace è l’autodisciplina che è motivata dal desiderio di comportarsi bene ai loro occhi. Esistono anche fattori esterni capaci di rafforzare il rispetto di sé, uno di questi è il desiderio di meritare o conservare la stima delle persone la cui opinione ci sta a cuore. Il bambino qualunque cosa faccia è convinto di fare la cosa giusta. Perciò quando lo rimproveriamo, dobbiamo di aver cura di chiarirgli sempre come anche noi si sia convinti che, se ha agito in quel modo, è perché secondo lui, era giustificato farlo. Questo è l’unico modo di impostare la discussione che salvaguardi il suo rispetto di sé. Dire a nostro figlio che, pur disapprovando quello che ha fatto, ci rendiamo conto che secondo lui era giustificato, apre una possibilità di dialogo. Il desiderio di essere amato da noi lo induce a comportarsi bene ora che è piccolo, mentre il rispetto di sé lo motiverà da adulto a condurre una vita morale.
Qualunque cosa un bambino faccia le reazioni positive o negative dei genitori influiscono sulla formazione della sua personalità. E’ importante che i genitori sappiano sempre quello che fanno i loro figli. Sono rari i bambini che non abbiamo mai provato la tentazione di appropriarsi degli spiccioli che i genitori hanno lasciato in giro a bella vista. Per esperienza personale l’autore sa che un bambino può rubare ai suoi familiari semplicemente per punire coloro che lo espongono alla tentazione o per scoprire se sono abbastanza attenti d annotare quello che fa e abbastanza coinvolti da intervenire. Le malefatte dei bambini vanno sempre considerare nel contesto del rapporto con la persona a cui sono rivolte. Se non ci sforziamo di capire tutte le sue ragioni, il bambino si convincerà che a noi sta a cuore il denaro rubato e non la sua persona. Bisognerebbe chiarire bene che quello che c’è in casa è a disposizione di ciascuno, ma che lui non deve prendere nulla di nascosto. Le punizioni rappresentano un’esperienza molto traumatica: esse, intese e riconosciute come tali da genitore e figlio, intaccano il desiderio del bambino di identificarsi con noi, nonché il suo rispetto di sé e il suo atteggiamento positivo verso la vita. Per l’autore punire i bambini è sempre un errore; anche quando il bambino stesso ritiene di essersi meritato il castigo, dopo averlo subìto a sempre la sensazione di essere stato trattato ingiustamente. Perché reagiscono così i bambini? Innanzitutto perché le punizioni intaccano il senso di sicurezza, inoltr perché fa parte della natura umana provare risentimento per chi detiene il potere di punirci. Il figlio se potesse capire che l’intento del genitore è di fare il suo bene, allora anche se non condivide il castigo, saprebbe nel suo intimo che le sue intenzioni sono buone e l’immagine del genitore come protettore non ne verrebbe offuscata. Ma il fatto è che il bambino non ha questa sensazione. Solo l’esempio della nostra buona condotta indurrà i nostri figli a integrare nella loro personalità lo stesso tipo di comportamento. Dobbiamo essere convinti che il nostro amore si avverte soprattutto da come rispondiamo ai bisogni dei nostri figli e li aiutiamo a superare le loro difficoltà. Tuttavia fare del nostro meglio per vivere una vita valida, in modo che i nostri figli, vedendo che ne vale la pena, desiderino seguire il nostro esempio.
Tra le esperienze più preziose vi è la possibilità di analizzare, rivivere e risolvere nel contesto del rapporto con i figli i problemi della nostra infanzia. Come ci ricorda T. S. Eliot, solo ripercorrendo tutti i passaggi che ci hanno portato a essere noi stessi è possibile conoscere veramente le nostre esperienze infantili e scoprirne il significato. L’aumentata conoscenza di noi stessi ci porterà ad una modifica del
nostro atteggiamento verso le nostre esperienze e ad una maggiore comprensione dei nostri figli. Purtroppo quasi tutte le nostre prime esperienze sono perdute per la memoria cosciente, perché sono avvenute troppo presto. Ma le possiamo almeno esplorare con l’immaginazione, osservando come nostro figlio risponde nei primi mesi di vita ai propri processi interiori, a noi, a tutto il suo mondo. Comprendere l’origine infantile della nostra ambivalenza, soprattutto nei confronti dei genitori, ci può aiutare a capire meglio nostro figlio quando ci troviamo di fronte alle sue manifestazioni di ambivalenza nei nostri confronti.
Le prime esperienze sono inconsce e dunque inaccessibili alla memoria. Non molti di noi riescono a ricordare con precisione gli incubi notturni, di cui, come tutti i bambini, hanno sofferto durante l’infanzia. Una delle cause principali degli incubi notturni dei bambini è l’azione del loro embrionale Super-io, che cerca di punirli per le loro tendenze “inaccettabili”, quali per esempio gli impulsi sessuali o il desiderio di ribellarsi all’autorità o di eliminare uno dei genitori o un fratellino. In quanto fase primitiva, l’incubo, il brutto sogno, svolge un ruolo importante nello sviluppo della personalità di ciascuno di noi. Allora possiamo comprendere più a fondo che cosa hanno significato certe esperienze per la nostra vita e per i nostro rapporto con i genitori. Esplorare da adulti le proprie esperienze infantili può portare a scoperte e intuizioni molto importanti. Quando ciò accade, quello che genitore e figlio stanno facendo insieme diventa per entrambi un’esperienza significativa; pur partecipandovi da due mondi diversi, le differenze contano meno del fatto che ciascuno è grato all’altro per la nuova consapevolezza raggiunta.
E’ naturale che i nostri figli siano curiosi su come eravamo prima della loro nascita e di solito ci piace raccontare di noi ai nostri figli, perché si sentano più vicini a noi e ci possano capire meglio. Supponiamo che l’infanzia del genitore fosse molto diversa da quella del figlio: ciò accentua il desiderio da parte del genitore di far comprendere al figlio le esperienze che l’hanno formato e rende il suo passato agli occhi del figlio più difficile da capire. I bambini essendo molto più egocentrici degli adulti maturi, tendono per natura a credere di essere la causa di qualunque azione dei genitori. Infatti si chiedono: perché avrà scelto proprio questo momento per raccontarmi queste cose? E possono giungere alla conclusione che la rivelazione sia stata provocata da qualcosa che hanno fatto. Inoltre il bambino che si sente raccontare come i suoi genitore abbiamo sopportato e superato gravi difficoltà, tende a dubitare di essere capace a sua volta di sopportarne di simili e questo lo fa sentire inferiore, se non inadeguato. Per un bambino conta molto di più quello che prova nei confronti di se stesso nel momento presente, che non la storia della vita dei suoi genitori. Raccontare ai figli la nostra storia, se viene fatto con i sentimenti giusti e al momento giusto, può davvero avvicinarci di più. “Fragile: maneggiare con cura” è l’avvertimento che dovremmo sempre tenere presente: significa che dobbiamo considerare attentamente i possibili effetti di quello che raccontiamo a nostro figlio. Perciò è importante avere sempre presente che i bambini possono vedere le cose soltanto dal loro punto di vista, che è molto diverso dal nostro. Se ci ricordiamo di questo dato di fatto, allora tutto andrà per il meglio. Vedremo nostro figlio e i suoi problemi con chiarezza e non attraverso uno specchio oscuro, o deformato dal coinvolgimento con noi stessi e con il nostro passato o dalle nostre ansie circa il futuro. Parte seconda: Lo sviluppo della personalità individuale
In tutti i bambini sono presenti già al momento della nascita, in forma embrionale ma chiaramente riconoscibili, le impronte di quelle che sarà la loro futura personalità. L’atteggiamento del genitore verso il cammino del figlio alla conquista della sua personalità dovrebbe sempre rimanere di rispettosa e gioiosa accoglienza. La partecipazione attiva dei genitori è necessaria perché all’inizio l’identità del bambino si forma esclusivamente in relazione ad essi e la sua identità potrà essere positiva soltanto se è in armonia con l’atteggiamento dei genitori verso di lui. Infatti il bambino ha bisogno di un’atmosfera creata dalla partecipazione dei genitori, per riuscire a conquistarsi un’identità vitale e coerente. Il piacere con il quale i genitori accolgono quello che il bambino è e fa fornisce al bambino quell’amore di sé che rimane la fonte del desiderio di costruirsi una personalità individuale il più possibile coerente alla propria natura. Con grande costernazione di molti genitori, il bambino incorpora nella propria personalità quegli aspetti della loro che lasciano in lui l’impressione più profonda, e non già quelli che loro vorrebbero che interiorizzasse.
fedeli ai propri valori, senza però difenderli troppo attivamente. La spiegazione di questa apparente contraddizione risiede nel fatto che il ragazzo nell’adolescenza ha bisogno di definire se stesso non solo in riferimento ai genitori e in base alla loro approvazione, ma anche contro i genitori, per timore che siano loro a determinare la sua personalità. Per avere la certezza di essere quello che lui vuole essere, l’adolescenza cerca di essere quello che i suoi genitori non vorrebbero che fosse, con l’idea che solo così potrà avere la certezza della propria indipendenza. Ecco perché, nel periodo della ribellione adolescenziale, la cosa migliore è che i genitori siano capaci di accettare la condotta stravagante, sgradevole dei loro figli, pur senza approvarla. Dovrebbero lasciare al figlio adolescente lo spazio per fare i suoi esperimenti. In questo periodo di sperimentazione adolescenziale, i genitori si limitano a rimanere fedeli ai propri valori e senza criticare apertamente quelli in base ai quali il figlio vuole vivere in quel momento. Alla base del loro atteggiamento verso il figlio ci devono essere la convinzione che il ragazzo è buono anche se forse al momento non lo sembra.
proprio corpo, perché nelle cose fisiche i risultati sono immediati. I genitori e gli educatori tendono invece a pensare che i ragazzi possano e debbano trarre il senso del proprio valore, del proprio merito e la stima di sé dal rendimento scolastico. Il bisogno di sfidare i genitori o la società costituisce un fattore importante nella formazione nella personalità delinquenziale, ma in ultima analisi è la mancanza di rispetto per se stessi la causa del comportamento delinquenziale.
Il gioco dovrebbe essere considerato l’attività più seria dell’infanzia scrive Montaigne. Se vogliamo comprendere nostro figlio, dobbiamo comprendere i giochi che fa. Molti genitori si rendono conto della sua importanza e sono ben felici di fornire ai figli giocattoli e materiali. E’ attraverso il gioco che il bambino incomincia a comprendere come funziona le cose: che cosa si può o non si può fare con determinati oggetti; giocando con altri bambini si rende conto le regole di comportamento che vanno rispettate. Ma la lezione mi importante che viene appresa dal gioco è che, anche se si perde, il mondo non crolla. Se si perde una partita, si può vincere la successiva. Attraverso la sconfitta in un gioco il bambino arriva a convincersi di potercela fare nella vita, nonostante i fallimenti ed è importante che i genitori non attribuiscano importanza al fatto di vincere ma al piacere di giocare. Freud considerò il gioco come uno strumento attraverso il quale il bambino raggiunge le sue prime grandi acquisizioni culturali e psicologiche e attraverso il quale si esprime. La terapia del gioco diventa lo strumento principale per aiutare i bambini a superare le loro difficoltà emotive: il gioco è la strada maestra per arrivare a capire il mondo interiore del bambino e possiamo farci un’idea di come vede e interpreta il mondo. Il gioco non serve ai bambini soltanto per padroneggiare i loro problemi di vita, ma spesso è un mezzo per comprendere il mondo. I giochi che i bambini fanno spontaneamente possono davvero essere terapeutici, come quando, per esempio, si prendono cura della bambola o dell’orsacchiotto. I genitori a volte privano i figli della possibilità di dedicare tutto il tempo che vogliono a ripetere sempre di nuovo gli stessi gesti. Un reale ripetitività della forma del gioco segnala che il bambino sta lottando con problemi di enorme importanza per lui e che continua a esplorare e a cercarla.
deriva dalla sensazione di mettere in atto le nostre funzioni, ci da gioia sentire che il nostro corpo funziona bene. Il piacere che deriva dal sentire che il nostro corpo e la nostra mente sono in funzione e ci rendono i servizi richiesti costituisce la base di ogni sensazione di benessere. L’importanza del gioco risiede nel godimento immediato e diretto che il bambino ne trae, ma il gioco ha anche due altre facce, rivolte l’una verso il passato, l’altra verso il presente e il futuro. Il gioco consente al bambino di risolvere in forma simbolica problemi irrisolti del passato e di far fronte simbolicamente a problemi attuali e costituisce lo strumento più importante in suo possesso per prepararsi ai suoi compiti futuri. Il ruolo del gioco nello sviluppo delle capacità cognitive e motorie è stato analizzato da Groos e da Piaget: attraverso il gioco il bambino esercita i processi di pensiero e viene stimolato anche lo sviluppo del linguaggio. Il gioco assume un importanza decisiva perché, mentre ne stimola lo sviluppo intellettivo, insegna anche al bambino, senza che egli se ne renda conto, gli atteggiamenti psicologici per l’apprendimento, come ad esempio la perseveranza. Attraverso i giochi come le costruzioni, i puzzle, i bambini acquisiscono l’abitudine al pensiero produttivo e ne sperimentano il piacere. Imparano cioè a
comporre costrutti logici, ad un età in cui gli sarebbe impossibile farlo con le parole. Il fatto di ripetere tutte le volte necessarie il tentativo, fino al successo, non solo dimostra ai bambini la necessità di perseverare, ma insegna loro anche ad avere fiducia nelle proprie capacità. Oltre all’abitudine, alla perseveranza, alla pazienza e all’impegno, con questi giochi il bambino acquisisce e affina la capacità di pensiero e di manipolazione. Secondo Einstein per sviluppare la capacità di formare costrutti logici e di creare un immagine personale del mondo servono delle condizioni: il fatto cioè che il bambino ha bisogno di ciò che in tedesco si chiama Spielraum, spazio libero, stanza da gioco, libertà d’azione. Un ambiente in cui si può spaziare non solo con il corpo, ma anche con la mente; dove si possono fare liberamente esperimenti con le cose e con le idee (giocare con le idee). Il bambino quando gioca, esplora e si forma le idee. Come l’adulto creativo ha bisogno di poter giocare con le idee, così il bambino, per potersi formare le idee, ha bisogno di giocattoli, di tempo, di spazio e libertà per giocarci a suo piacimento.
automaticamente il mestiere del padre. I giochi dei bambini riproducevano il lavoro paterno tante volte osservato, in preparazione per il giorno in cui l’avrebbero svolto davvero. Quando in seguito incominciavano ad aiutare il padre in bottega, era più facile per loro diventare bravi in un mestiere svolto tante volte per gioco. Molti studiosi del gioco ne conclusero che il suo scopo principale è l’apprendimento dei ruoli futuri. Oggi si dovrebbe parlare di una più generica anticipazione della condizione di adulto. Attraverso il gioco vengono sviluppate abilità cognitive, sociali e fisiche: il gioco continua a costituire una preparazione per occupazioni future, ma non definisce più il mestiere specifico che il bambino svolgerà nella vita adulta.
modo di compensare le tensioni della vita quotidiana. Attraverso di esse acquista una migliore conoscenza dei contenuti dei suoi processi di pensiero condizionati dal desiderio. C’è differenza tra fantasticheria e gioco: nella fantasia il bambino può essere il tiranno assoluto; quando però incomincia a tradurre in atto le sue fantasticherie nel gioco, deve imparare come anche i sovrani assoluti siano sottoposti alle limitazioni della realtà. Il gioco d’immaginazione getta un ponte tra il mondo dell’inconscio e la realtà esterna. Traducendosi in gioco, la fantasia si modifica via via che i gesti del gioco mettono in luce limiti imposti dalla realtà.
per creare il ponte tra il mondo dell’inconscio e il mondo della realtà. Il gioco d’immaginazione costituisce lo strumento principale per integrare questi due mondi e rappresenta il tramite attraverso il quale il bambino può operare il passaggio dal significato simbolico degli oggetti all’indagine in prima persona delle loro reali proprietà e funzioni. Il gioco è il processo attraverso il quale egli fa la conoscenza delle entrambe le realtà, interna ed esterna, e incomincia ad accettare le legittime esigenze di ciascuna ed inoltre impara a come soddisfarle con vantaggio proprio e degli altri.
Quasi tutti i genitori vorrebbero allevare i figli il meglio possibile e fanno di tutto per incoraggiare in loro quelle capacità e quegli atteggiamenti che a loro modo di vedere contribuiscono alla buona riuscita e alla soddisfazione personale. Perciò il loro atteggiamento nei confronti del gioco, l’importanza che vi attribuiscono, non mancano di passare al bambino: solo se i genitori considerano il gioco infantile con un interesse personale, l’esperienza del gioco fornirà al bambino una solida base sulla quale costruire il rapporto dapprima con loro e poi con il mondo.
più maturi e più complessi (scacchi, calcio), che non in giochi di livello più semplice (costruire torri con i cubi). In realtà il termine “gioco” copre due distinte forme di attività, corrispondenti a due diversi stadi di sviluppo. La lingua inglese mantiene la distinzione usando due vocaboli diversi: play, per indicare il gioco proprio dell’infanzia; game per indicare quello di una fase evolutiva più matura. Potremmo descrivere il gioco infantile (play) come quel tipo di attività del bambino piccolo che è caratterizzato dalla libertà da ogni regola, dall’impiego della fantasia e dall’assenza di finalità al di fuori dell’attività stessa. Il gioco del bambino più grande e dell’adulto (game, cioè gara, partita) è invece competitivo e caratterizzato da regole accettate e spesso imposte dall’esterno. Si parla di “regole del gioco”, ma il gioco infantile non ha regole, se non quelle che il bambino decide di darsi e
altri: partecipando a un gioco era divenuta parte del mondo. Il gioco di Nascondino permette ai bambini di comprendere che ognuno dei partecipanti è importante, è un giocatore da ritrovare durante il gioco, perciò non verrà dimenticato mai.
del mondo esterno, cioè affronta problemi psicologici rappresentando per gioco le difficoltà incontrate nella realtà. Crescendo le differenze difficili del passato servono da preparazione per quelle del presente; questo rende il presente più prevedibile. Rivivendo esperienze del medesimo tipo, impariamo a padroneggiarle ed è questa la ragione per cui i bambini ripetono continuamente nei giochi le esperienze che hanno lasciato su di loro una forte impressione. Dunque attraverso il gioco un’esperienza complessa può essere suddivisa in segmenti affrontabili, ciascuno dei quali può essere rivissuto, compreso e padroneggiato senza angoscia. Il gioco è un’attività a contenuto simbolico che i bambini usano per risolvere a livello inconscio problemi che non sono in grado di risolvere sul piano della realtà, e che consente loro di provare un senso di dominio della situazione.
conquistare la realtà attraverso il gioco, ancora più più importante per il suo sviluppo è la libertà di trasformare gli eventi in cui era stato un oggetto passivo in accadimenti di cui egli stesso detiene il controllo. Poiché il bambino non può prefigurarsi quello che gli succederà, molti eventi, che in realtà non sono dolorosi, lo spaventano e allora cercherà di rivivere successivamente quell’esperienza (a livello di fantasia) nel gioco. Soprattutto gli eventi traumatici si prestano a essere padroneggiati attraverso il gioco.
di immaginazione in tutte le sue forme, tanto più solide saranno le basi del suo sviluppo. L’incontro con la scuola, con i giochi formalizzati e gli sport rafforzeranno la sua conoscenza e padronanza del mondo. Ma perché queste nuove esperienze abbiano un reale significato, occorre che l’esperienza del gioco libero ne abbia già posto le basi. L’importanza che assume il fatto di riprodurre con la fantasia le esperienze difficili della vita reale trova la sua dimostrazione nel gioco della maestra: qui la partecipazione del genitore nel ruolo dello scolaro, può rivelarsi decisiva. I genitori sono gli “allievi” ideali, perché possono mostrare al bambino come anche un adulto possa accettare di imparare da un altro senza sentirsi umiliato.
impiegata al servizio di una patologia difensiva o ossessiva. Si dice che i rituali nel camminare rappresentano una sorta di esperimento di autodominio, una dimostrazione della capacità di dominare le proprie azioni. Questi rituali, infatti, sono opera del bambino, una sua invenzione spontanea. Il senso di potenza che il bambino trae da questa esperienza di dominio delle proprie azioni, lo convince di essere padrone dei suoi padroni.
Il gioco come abbiamo visto riveste per il bambino un’enorme importanza: nel gioco la spontaneità e l’autodirezione costituiscono le qualità essenziali. I bambini hanno certamente bisogno di scaricare la propria aggressività, ma per fare questo è sufficiente dargliene il permesso regalando loro giocattoli adatti allo scopo. Il genitore non potrà mai rispondere “a mano armata” del figlio con le prediche o con gesti aggressivi. Ci sono poi genitori che mostrano reazioni eccessive ai giochi con le armi. Di solito si tratta di persone molto più preoccupate delle proprie emozioni circa l’aggressività, che non delle necessità di aiutare il figlio a controllare la propria. Il fatto che un bambino giochi con le armi è indicativo delle sue scelte future, in secondo luogo è ragionevole aspettarsi che, se un bambino, giocando alla guerra, si sente più forte e riesce a scaricare le sue tendenze aggressive, meno ne rimarranno accumulate il lui quando sarà adulto. Di conseguenza il bambino riuscirà a controllare i sentimenti aggressivi. Il problema sta nell’essere in grado di controllare l’aggressività invece di esprimerla, la soluzione migliore è che i genitori facciano il possibile per evitare al figlio l’esperienza della frustrazione. La terza obiezione riguarda la aura che i nostri figli possano diventare persone violente: il bambino sa che gli piace giocare con le armi ma, se nella mente dei suoi genitori questo fa presagire che diventerà una persona violenta, la sua immagine di sé rischia di subire una grave distorsione. Inoltre nel bambino la voglia di giocare con fucili e pistole è motivata dal bisogno di sentirsi capace di difendersi da solo. Non si deve imporre mai di giocare ad un gioco ad un bambino, ma sarà lui a decidere se e quando farlo. La cosa più importante per il benessere presente e futuro del bambino, è ciò che i suoi genitori pensano di lui, l’intima convinzione che il
loro figlio continuerà ad essere una bella persona anche da grande. Questo gli dà quella sicurezza interiore che è necessaria per non avere bisogno di essere aggressivi con gli altri.
costituiscano una preparazione all’occupazione dell’età adulta. Sono molte le persone che hanno avuto la possibilità di organizzare liberamente la propria esistenza, per le quali i giochi infantili hanno avuto un profondo significato nel porre le basi di quello che sarebbe poi diventato per loro un interesse di vitale importanza. Per un bambino trarre soddisfazione dall’attività che sta svolgendo costituisce la miglior garanzia che anche da grande amerà le attività che intraprende. Perché il gioco gli dia un tale senso di piacere e di autostima, il bambino ha bisogno della conferma costante dei genitori circa l’importanza di quello che fa.
passato, ma si prolunga anche nel futuro. Il gioco delle bambole per esempio costituisce per la bambina un anticipazione della sua futura condizione di madre e può identificarsi con essa. E’ un peccato per i maschi avere scarse possibilità di giocare alle bambole e ai quali viene preclusa la possibilità di affrontare a livello simbolico questo gioco. Se i genitori riescono ad accettare che il figlio giochi con le bambole, gli offriranno uno strumento prezioso, che arricchirà la sua esperienza.
il potere di toccare nell’intimo il genitore. Succede spesso a chi ha dei figli di partecipare emotivamente alle loro gioie e ai loro dolori a scuola o sul campo sportivo. A quel punto la personalità di nostro figlio si è già in parte formata: l’adolescente lotta per liberarsi della nostra influenza. Le esperienze dell’adolescente possono evocare in noi esperienze analoghe, ma noi non possiamo più identificarci con lui come facevamo solo pochi anni prima. Quando riusciamo a identificarci con nostro figlio che gioca, ecco che quel gioco assume per entrambi un senso. Se il figlio è già grandicello le cose possono essere un po’ diverse. Di solito è alla riuscita a scuola che i genitori affidano le oro speranze di riuscita nella vita per i figli. Per questo motivo oggi molti genitori impongono ai figli un’intellettualizzazione precoce, anche se nella vita c’è una stagione per ogni cosa: se spingiamo un bambino a dare prestazioni che non è pronto a dare, il più delle volte otterremo l’effetto opposto. Un bambino piccolo, se viene spinto troppo precocemente a impegnarsi in attività di tipo scolastico, impara solo per far piacere ai genitori; ma più avanti quando si troverà in conflitto con loro potrebbe essere tentato di usare l’insuccesso a scuola come arma per ferirli. Quindi è dunque preferibile ritardare il momento dell’apprendimento di tipo scolastico finchè il bambino non ha raggiunto la maturità intellettuale sufficiente a fargli trovare significative in se stesse le materie che deve apprendere. E’ molto più soddisfacente che il genitore partecipi ai giochi che il figlio ha scelto da solo e per se stesso. I genitori che investono emozioni positive nei giochi dei loro figli infondono in loro la sicurezza che da grandi saranno in grado di far fronte ai compiti della vita adulta. Tale sicurezza scaturisce nel bambino dalla soddisfazione dei stare facendo un gioco bello, importante e ricco di senso. I bambini si rendono conto a partire dalla propria esperienza di quanto siano importanti alcuni lavori, come quello dell’insegnante, del sacerdote, del medico o dell’infermiere. Infatti tutti i bambini svolgono questi mestieri perché possono così soddisfare le loro curiosità circa il loro corpo. Il gioco assume un significato molto più profondo sia per il bambino sia per il genitore, perché facilità l’identificazione reciproca.
Certamente i genitori sono felici quando vedono i loro figli intenti a giocare. Il più delle volte però i genitori si comportano in maniera incoerente: alle volte il genitore che non sta facendo niente di importante, quando il figlio gli chiede di giocare con lui, cortesemente acconsente; se però sta facendo qualcosa che esige concentrazione, di solito la risposta alla richiesta del figlio sarà: “Dopo. Ora ho da fare”. Il “Dopo” del genitore alle orecchie del figlio suona come un rifiuto definitivo. Ma vediamo che cosa succede quando il bambino è tutto assorto nel suo gioco e i genitori si dispongono per esempio a uscire: lo chiamano e gli dicono di vestirsi. La risposta del bambino è identica a quella che sarebbe la nostra in una situazione analoga: “Dopo. Ora ho da fare”. Benchè non si possa dire che sia un criterio molto giusto, molte persone giudicano gli altri e loro stessi, non
Il bambino familiarizza con gli oggetti e con le loro proprietà maneggiandoli nel gioco. Maneggiando il cibo, impara a conoscerlo e lo fa realmente suo. Il primo rapporto del bambino si ha con la madre nel momento della poppata dove possono scatenarsi la competizione positiva e negativa: l’una è desiderabile e l’altra è distruttiva. La loro competizione ha solo connotazioni felici e pone le basi di un buon rapporto con gli altri, e infatti rafforza la stima di sé. L’altra fonte dalla quale il bambino piccolo trae la sua autostima è l’esperienza di essere un soggetto agente: cioè di essere in grado di maneggiare gli oggetti. Il più il bambino diventa grande, più il rafforzamento dell’autostima dipende dalla riuscita in situazioni di competizione. E’ in questa fase che i giochi competitivi assumono la massima importanza, come esperienze in sé e per lo sviluppo della personalità. Attraverso questi giochi il bambino può dimostrare a se stesso e agli altri come è bravo: vincendo, otterrà l’ammirazione degli altri e questo accrescerà la sua autostima. La competizione costituisce l’essenza di questo tipo di giochi e la vittoria sull’avversario ne è il fine desiderato. Uno dei giochi più comuni consiste nel fissarsi negli occhi, e chi ride per primo perde; oppure si fa a chi riesce a trattenere il respiro più a lungo. Sembra che a prima vista lo scopo di queste competizioni sia vincere il compagno, ma a ben guardare ciò che viene messo alla prova, è la padronanza di se stessi.
che è un’esperienza fondamentale per la socializzazione del bambino. L’apprendimento più sicuro deriva da un patto che il bambino stipula con se stesso: “mi controllerò, in modo che i miei genitori mi vorranno più bene e io potrò essere orgoglioso di me stesso”. Il punto di partenza è quello, come afferma Piaget, che il patto che facciamo con noi stessi deriva dai desideri degli altri e dal nostro desiderio di compiacerli. In realtà lo sviluppo umano presuppone l’integrazione di due tipi di esperienze: quella di compiacere se stessi e poi di compiacere anche gli altri. Il bambino trasforma il suo gioco solitario in un’attività a due, in cui ciascun partecipante fa scattare la reazione dell’altro. Ma in questo caso nessuno perde, anzi sono entrambi vincitori. Ripetere più volte questa esperienza riconferma nel bambino la convinzione che dare piacere e ricevere piacere sono due aspetti correlativi dell’esistenza.
i bambini passano una fase in cui giocano da soli dandosi regole da seguire: la difficoltà è autoimposta e l’effetto dell’esperienza è l’esaltazione del sé. Lo sviluppo della personalità avviene su di piani: il sé individuale si sviluppa in relativo isolamento, mentre il carattere si forma solo nell’interazione con gli altri. Ubbidire a una regola autoimposta stimola lo sviluppo del rispetto di sé e del senso di padronanza su se stessi, mentre ubbidire alle regole di un gioco formale organizzato favorisce la trasformazione dell’individuo in un essere sociale. Esistono poi giochi ai quali si può giocare sia da soli sia con altri; in ogni caso è sempre presente una componente di competizione con se stessi ed è sempre in gioco la propria autostima (giocare a palla contro il muro, esercitarsi al tiro al bersaglio, giocare a golf, saltare la corda).
dimostrare il proprio valore attraverso la dimostrazione della propria superiorità sugli avversari. I videogiochi affascinano i bambini perché si basano sulla combinazione di abilità e di fortuna. Vincere o ottenere un buon punteggio in questi giochi costituisce una dimostrazione di bravura. Ma a livello inconscio la vittoria è considerata un segno del favore del destino, un’idea che rafforza il senso di sicurezza. I videogiochi li utilizzano le persone o gruppi di età che più si sentono insicuri, come gli adolescenti e i giovani.
grado altrimenti interferisce nelle capacità di concentrazione, progettazione e previsione, che sono in ogni momento necessario. Gli scacchi rappresentano l’esempio più noto di gioco dell’intelletto. Il noto campione di scacchi Richard Reti è arrivato ad affermare che questo gioco simboleggia la vittoria della mente sulla materia. Gli scacchi contengono una componete competitiva e aggressiva, ma obbligano il giocatore a resistere alle sue tendenze aggressive attraverso l’impiego di doti come l’ingegnosità, la concentrazione e la pazienza. Le regole degli scacchi favoriscono lo svolgimento di partite interessanti per entrambi i giocatori, in quanto prevedono che al giocatore più debole sia concesso il vantaggio di riammettere nel gioco uno o più pezzi. Gli scacchi fanno appello soprattutto alla razionalità dell’uomo e possiedono anche una ricchezza di significati simbolici che agiscono direttamente sull’inconscio del giocatore. Il gioco insegna pertanto in modo simbolico come
sia importante conoscere e mettere a frutto i nostri talenti e il nostro posto nella società. Tutti questi giochi fanno capire la necessità di conoscere e di seguire le regole loro proprie.
Il gioco libero o strutturato soddisfa i più svariati bisogni. I giochi competitivi, in quanto comportano una dimensione sociale, contribuiscono a sviluppare e ad arricchire questa abilità Il bambino piccolo cerca giocando, di alleviare le tensioni interiori; se questo non risulta possibile nella realtà, evade nella fantasia, cercando di ottenere nell’immaginazione ciò che la realtà gli ha negato. Tale esistenza immaginaria deve svolgersi nell’ambito di una famiglia, perché il bambino non sa concepire in altro modo la vita. In una fase successiva però fantasticare non gli basta più. Con l’affinarsi delle sue capacità manipolatorie, i cubi vengono disposti secondo un piano più complesso e altri oggetti, bambole e mobiletti, vengono disposti dentro questa struttura. Il bambino impara così ha utilizzare gli oggetti che la realtà gli offre in modo sempre più appropriato. Finchè si tratta di un gioco solitario il bambino può modificare tutto in qualunque momento, ma le cose cambiano quando il desiderio di avere una famiglia ideale e una vita in cui tutto è sotto il suo controllo, viene attuato nel gioco con altri bambini. Nel costruire la loro casetta segreta i bambini dovranno tenere conto non solo dei materiali a disposizione, ma anche delle preferenze di ciascuno. Il bambino impara a collaborare, perché si rende conto che altrimenti il gioco non sarà possibile. Il bambino avrà imparato a rispettare le regole del gioco sociale. Tutto il processo di apprendimento avviene, progredendo dalla fantasia al rispetto della realtà, dal semplice al complesso, dal gioco solitario alla partecipazione di altri.
dei parallelismi esistenti tra gioco e apprendimento, ma anche dell’importanza che essi rivestono se si vuole che le materie scolastiche di tipo astratto vengano assimilate. Quale che siano i suoi meriti reali, perché un’attività intellettuale possa essere goduta e apprezzata a pieno occorre che essa offra anche soddisfazioni di carattere fantastico o addirittura magico. Gli adulti di solito non si rendono conto di come l’apprendimento della lettura, che essi considerano una attività razionale, possa essere padroneggiato veramente solo se il bambino all’inizio vive la lettura sia come una attività soddisfacente a livello di fantasia, sia come uno strumento magico molto potente. Il fatto che ai genitori piaccia leggere costituirà per il figlio un forte incentivo a emularli; se per loro leggere è importante, lo sarà anche per i figli. Al primo incontro, la capacità di leggere e scrivere appare qualcosa di magico, non qualcosa che abbia un’utilità pratica: alle origini leggere e scrivere serviva a fini magici e religiosi. Per secoli il potere della parola scritta rimase un segreto che conferiva speciali privilegi ai pochi eletti che lo conoscevano. Il vero valore della lettura, per i nostri antenati, risiedeva nel suo potere esclusivo quasi magico, di aiutare coloro che non possedevano la chiave a ottenere la salvezza eterna. I primi libri che vengono letti ai bambini di oggi contengono ancora eventi magici da convincerli che imparando a leggere avranno accesso al soprannaturale. Le storie ricche di contenuti che stimolano la fantasia forniscono al bambino soddisfazioni immaginarie che gli dimostrano il valore di imparare a leggere. Oggi tanti bambini stentano a imparare a leggere, perché la lettura ha perduto il sostegno che le derivava dal suo potere di stimolare e soddisfare la fantasia sui temi che per il bambino costituiscono problemi urgenti e non riesce più a parlare all’Es attraverso il suo significato magico. Il forte investimento emotivo dei genitori comunica alla lettura una forza di attrazione speciale per il bambino, in quanto può rappresentare un legame che lo unisce ai genitori. Spesso alla base di molti precoci fallimenti scolastici stanno appunto diverse paure: il bambino crede che, non imparando quello che gli insegnano a scuola, ritarderà la perdita di questi piaceri infantili.
bisogni e le tensioni inconsce. Vediamo più da vicino che cosa si può imparare e si impara giocando. Trascinati dalla libera reciprocità inerente a vari giochi, i bambini imparano a entrare con agio nei ruoli che le varie situazioni esigono: imparano ad aspettare il proprio turno, imparano a prendere l’iniziativa quando è il caso e soprattutto imparano qualcosa di cui si sente la mancanza nella nostra società, cioè a perdere con grazia senza sentirsi dei falliti, perché capiscono che nel gioco come nella vita non si può essere sempre primi. E’ facile per esempio per un bambino imparare ad accettare di perdere, se nel gioco chi perde