Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Un genitore quasi perfetto: l'educazione dei figli, Sintesi del corso di Pedagogia

Questo documento offre una panoramica generale dei temi più importanti che un genitore deve affrontare nell'educazione dei figli. Approfondire lo studio sul manuale di B. Bettelheim

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 18/02/2020

matematicale
matematicale 🇮🇹

3.5

(2)

2 documenti

1 / 19

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
Un genitore quasi perfetto - Bettelheim
CAP 4: Le nostre ragioni e le loro
Il fine dell’educazione è quello di dare a nostro figlio gli strumenti per capire chi vuole essere
e quindi di diventare una persona contenta di e della propria vita. Nostro figlio dovrebbe
poter essere in grado di fare nella vita ciò che per lui è importante, di creare rapporti
soddisfacenti e imparare a sopportare le tensioni che la vita gli darà. Sotto questo punto di
vista i genitori rappresentano non solo i maestri più influenti, ma coloro per mezzo dei quali
lui si orienta nel mondo. Li osserva per capire cosa fanno e come lo fanno e con quali
sentimenti. Quindi i genitori gli indicano chi essere e come esserlo.
Il fattore decisivo è come un genitore si muove in una certa situazione. Per un genitore è
impossibile, sul momento, giudicare quali eventi saranno gli eventi decisivi per un bambino.
Un genitore passabile è quello le cui azioni, reazioni, approvazioni e disapprovazioni sono
temperate da una rispettosa considerazione per il modo in cui il bambino percepisce le cose.
Cerca di integrare i due punti di vista (quello proprio e quello del bambino) e di agire in base
a questa integrazione, accettando il fatto che il bambino invece non è in grado di fare questa
integrazione.
E’ praticamente impossibile mantenere questa integrazione quando siamo di fronte a un
evento che provoca forti emozioni.
Quando il figlio si comporta in modo inaccettabile i genitori intelligenti cercano di farlo
ragionare. Però è facile vincere una discussione con un bambino, data la maggiore abilità
dialettica e di ragionamento di un adulto. Inoltre i genitori, finché il bambino è piccolo,
possono farsi ubbidire, ma questo non significa che effettivamente l’abbiano convinto. E’
facile che il bambino si senta infelice per la prevaricazione subita. Inoltre tutti noi, quando
non possiamo fare come avremmo voluto, pensiamo che se avessimo agito di testa nostra
avremmo ottenuto dei risultati migliori.
Questo non significa che si debba sempre farli agire come vorrebbero, ma bisogna
ascoltarli. Per un bambino essere preso sul serio è un'esperienza gratificante e questo tipo
di soddisfazione può essere una compensazione per aver dovuto modificare il proprio
comportamento.
Se vogliamo che nostro figlio prenda sul serio qualcosa, dovremo tener conto del significato
che quella cosa ha per lui.
Esempio 1: Mamma e bambino al supermercato. Il bambino si perde e la colpa alla
mamma. La madre capisce l’angoscia del figlio, ma sapendo che erano entrambi nel
supermercato probabilmente non risponde adeguatamente all’entità dell’angoscia. Per un
adulto è come perdersi nel fitto di una giungla. Quindi il bambino prima si angoscia perché si
è perso e dopo si angoscia perché non è capito dalla mamma
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13

Anteprima parziale del testo

Scarica Un genitore quasi perfetto: l'educazione dei figli e più Sintesi del corso in PDF di Pedagogia solo su Docsity!

Un genitore quasi perfetto - Bettelheim

CAP 4: Le nostre ragioni e le loro

Il fine dell’educazione è quello di dare a nostro figlio gli strumenti per capire chi vuole essere e quindi di diventare una persona contenta di sé e della propria vita. Nostro figlio dovrebbe poter essere in grado di fare nella vita ciò che per lui è importante, di creare rapporti soddisfacenti e imparare a sopportare le tensioni che la vita gli darà. Sotto questo punto di vista i genitori rappresentano non solo i maestri più influenti, ma coloro per mezzo dei quali lui si orienta nel mondo. Li osserva per capire cosa fanno e come lo fanno e con quali sentimenti. Quindi i genitori gli indicano chi essere e come esserlo.

Il fattore decisivo è come un genitore si muove in una certa situazione. Per un genitore è impossibile, sul momento, giudicare quali eventi saranno gli eventi decisivi per un bambino.

Un genitore passabile è quello le cui azioni, reazioni, approvazioni e disapprovazioni sono temperate da una rispettosa considerazione per il modo in cui il bambino percepisce le cose. Cerca di integrare i due punti di vista (quello proprio e quello del bambino) e di agire in base a questa integrazione, accettando il fatto che il bambino invece non è in grado di fare questa integrazione.

E’ praticamente impossibile mantenere questa integrazione quando siamo di fronte a un evento che provoca forti emozioni. Quando il figlio si comporta in modo inaccettabile i genitori intelligenti cercano di farlo ragionare. Però è facile vincere una discussione con un bambino, data la maggiore abilità dialettica e di ragionamento di un adulto. Inoltre i genitori, finché il bambino è piccolo, possono farsi ubbidire, ma questo non significa che effettivamente l’abbiano convinto. E’ facile che il bambino si senta infelice per la prevaricazione subita. Inoltre tutti noi, quando non possiamo fare come avremmo voluto, pensiamo che se avessimo agito di testa nostra avremmo ottenuto dei risultati migliori.

Questo non significa che si debba sempre farli agire come vorrebbero, ma bisogna ascoltarli. Per un bambino essere preso sul serio è un'esperienza gratificante e questo tipo di soddisfazione può essere una compensazione per aver dovuto modificare il proprio comportamento. Se vogliamo che nostro figlio prenda sul serio qualcosa, dovremo tener conto del significato che quella cosa ha per lui.

Esempio 1: Mamma e bambino al supermercato. Il bambino si perde e dà la colpa alla mamma. La madre capisce l’angoscia del figlio, ma sapendo che erano entrambi nel supermercato probabilmente non risponde adeguatamente all’entità dell’angoscia. Per un adulto è come perdersi nel fitto di una giungla. Quindi il bambino prima si angoscia perché si è perso e dopo si angoscia perché non è capito dalla mamma

Esempio 2: Il bambino lascia cadere un oggetto che si rompe. Se non si risponde in modo adeguato all’evento, il bambino si angoscerà prima per averci dato un dispiacere, poi per la paura della nostra collera e poi per il senso di inferiorità (perché sa che il genitore non avrebbe mai fatto cadere l’oggetto). Quando invece sarebbe opportuno osservare che non era un oggetto da dare a un bambino

Le nostre reazioni quindi cambiano quando siamo in grado di vedere le cose da entrambe le prospettive.

Anche fisicamente noi dobbiamo aiutare i bambini a orientarsi e muoversi in un mondo che non è costruito a loro dimensione: non vedono quello che c’è sul tavolo e dobbiamo prenderli in braccio, li possiamo prendere a cavalluccio per far sì che vedano le cose dalla loro prospettiva. Ma anche in quel caso non saremo alla pari perché loro perderanno il contatto con il suolo, mentre noi abbiamo i piedi a terra. Noi possiamo disporre di entrambe le prospettive, mentre lui ha solo la propria. Quando ci mettiamo nella prospettiva di nostro figlio è come se lo conoscessimo meglio come persona e quindi possiamo capirlo meglio.

CAP 5: Il rendimento scolastico: una questione

che divide

Il genitore preoccupato per lo scarso rendimento scolastico del figlio è mosso dalla preoccupazione per il suo futuro. Ma per un bambino il futuro è domani. Il presente ha un’importanza assoluta. Quindi il genitore deve interessarsi a quello che succede a scuola giorno per giorno, affinché questo coinvolgimento abbia degli esiti positivi. Di solito una relazione positiva con i genitori e il loro atteggiamento verso la cultura è l’ingrediente fondamentale per una buona riuscita scolastica.

Il bambino che va bene a scuola riceve molte ricompense sia da parte degli insegnanti che da parte dei genitori. Pertanto Il bambino che va male a scuola deve avere dei validi motivi per mettere in atto il suo comportamento! Il genitore che vuole comprendere tali motivi deve quindi capire sotto quale prospettiva il fallimento scolastico può mostrarsi desiderabile.

Esempio di Emma: I genitori sono due intellettuali (la madre una ricercatrice scientifica). Improvvisamente Emma, che aveva sempre avuto la sufficienze, viene bocciata in tutte le materia. La madre si rivolge allo psicologo scolastico manifestando la propria preoccupazione per il disinteresse della ragazza per la lettura. Solo dopo una domanda diretta la madre racconta che diversi mesi prima il marito se ne era andato di casa. a madre sentiva più forte l'obbligo di vigilare affinché i figli non si sbandassero. E’ possibile che Emma, avendo assimilato la convinzione che lo studio fosse importante per il suoi genitori, avesse (inconsciamente) deciso di far leva sui sentimenti del padre verso il proprio rendimento scolastico per farlo tornare a casa. Se avesse continuato ad essere promossa, sarebbe stato il segnale che andava tutto bene. Venendo bocciata, invece, avrebbe comunicato che senza il padre in casa non era in grado di fare bene a scuola. Quindi in realtà sia la madre che Emma davano molto importanza allo studio!

Il bisogno inconscio di ribellarsi è la causa più frequente e bisogna togliere la sua carica esplosiva, perché questo può portare a comportamenti devianti.

Peggio ancora è la fobia scolare. Può avere cause diverse, la più frequente delle quali è la voglia di non diventare grande e di non perdere il legame con i genitori, soprattutto con la madre. Spesso ci sono anche sintomi psico somatici (come il vomito o il mal di testa)

Esempio: Una bambina che era stata obbligata ad andare a scuola nonostante le suppliche era diventata anoressica. La fobia della scuola aveva riattivato dei conflitti con la madre che era ricorsa all’alimentazione forzata per il rifiuto della figlia, che di conseguenza aveva smesso di mangiare. La malattia diventa un modo per non andare più a scuola e per ricevere più attenzioni.

In molti casi, assicurare al bambino che, una volta guarito, non dovrà andare a scuola e quindi garantirgli un periodo di studio privato a casa, permette al bambino di mettersi in condizioni di voler tornare a scuola autonomamente.

Esempio: Questa cosa non sempre funziona. Una bambina era stata molto voluta dai genitori a seguito della morte della prima figlia, all'età di tredici anni. La bambina era consapevole di questa cosa e per lei la scuola scandiva il tempo della sua crescita verso i fatidici tredici anni, età in cui, dovendo essere l’esatta copia della sorella morte, anche lei sarebbe morta. Ci volle un lungo periodo di psicanalisi per farle capire che lei era una persona diversa dalla sorella morta.

Tutti i tentativi dei genitori per far andare a scuola i figli vengono interpretati dai bambini come la conferma che effettivamente questi vogliano staccarsi da loro. E’ indispensabile che i genitori convincano i bambini che, qualunque cosa accada, essi non smetteranno mai di amarlo e che quindi non è necessario ricorrere a metodi così drastici.

Una volta accettata l’idea che ciò che ha spinto nostro figlio a creare la situazione di stallo sia stata l’estrema importanza che abbiamo noi per lui, gran parte dell’irritazione scomparirà

CAP 6: La nostra comune umanità

In genere i bambini non sono in grado di dirci perché si comportano in un certo modo, soprattutto se le motivazioni sono inconsce. Allora bisogna provare a mettersi nei loro panni.

Esempio: Una mamma si era rivolta all’autore del libro perché esasperata dal comportamento del figlio di tre o quattro anni. Durante una gita, il bambino si era rifiutato di attraversare la strada. La madre chiese come avrebbe dovuto comportarsi. L’autore gli chiese cosa avrebbe indotto lei ad avere lo stesso comportamento. Così subito lei rispose che se avesse assistito a un incidente stradale avrebbe avuto una reazione simile. Subito capì che il bambino doveva sentirsi terrorizzato da qualcosa, probabilmente anche per la madre stessa, perché vedeva un pericolo. Le tornò in mente che da bambina aveva paura di perdersi e a niente servivano le rassicurazioni dei suoi genitori.

La paura dell’abbandono è molto comune nei bambini e le rassicurazioni razionali dei genitori non servono a niente contro le paure irrazionali, contro il terrore. Un altro esempio comune alla vita di tutti noi è la paura del buio. I genitori ci spiegavano che non c’era nulla di cui avere paura. Ma se il loro tono di voce lasciava intendere che eravamo degli sciocchi, noi ne concludevamo che era perché loro non ne sapevano niente. Se invece i nostri genitori mostravano di comprendere la nostra paura, allora ci sentivamo rassicurati e la nostra paura diminuiva perché non ci sentivamo più soli.

Se il genitore mantiene la distanza non è con noi nella situazione. Invece il genitore che ci comunica di comprendere la nostra paura, ci dà l’impressione di sapere di cosa sta parlando.

Di solito la capacità di mettersi nei panni del bambino è compromessa dalla collera o dall’irritazione, ad esempio quando abbiamo la sensazione che il bambino ci stia facendo fare una figuraccia.

Inoltre non sempre è possibile ricordare degli episodi della nostra infanzia simili agli eventi che sta vivendo nostro figlio. Ad esempio la mamma di Emma faceva fatica a immedesimarsi nella figlia, perché aveva sempre amato i libri. Allora avrebbe dovuto domandarsi <<Quando accadde a me di sentirmi incapace di fare qualcosa che a chiunque altro risultava semplice?>>, <<Quando mi sono sentita incapace di fare qualcosa che sembrava importante per i miei genitori? E cosa avrei voluto che facessero per aiutarmi?>>

Esempio: il genitore di un bambino che ha picchiato un compagno deve chiedersi <<Cosa mi potrebbe portare a voler menare le mani? In questo caso cosa mi aiuterebbe ad allentare la tensione?>>

Qualunque cosa pensi o provi un altro essere umano, dovrei essere in grado di trovarne l'equivalente dentro di me, almeno come possibilità teorica.

Non bisogna mai pensare <<Io non farei mai così>>, perché in circostanze estreme spesso ci troviamo capaci di fare qualunque cosa (esperienza personale dell’autore, che è sopravvissuto a due campi di concentramento nazisti).

Tutto quello che facciamo, il come e il perché ha, sia a livello inconscio che a livello conscio, un grande impatto sui nostri figli. Non dobbiamo prendere in giro né noi stessi né i nostri figli sulle motivazioni che ci spingono a fare qualcosa. Ad esempio quando mettiamo a letto i nostri figli, diventiamo improvvisamente molto rigidi sull’orario quando noi siamo stanchi o vogliamo del tempo per noi. Non c’è niente di male a voler del tempo per sé, ma i bambini hanno un sesto senso nel capire questa cosa e infatti molto presto cominciano a protestare quando arriva il momento di andare a letto, perché hanno la sensazione che vogliamo sbarazzarci di loro. Se siamo onesti con loro, potranno sopportare meglio il fatto di essere esclusi e anche noi, mettendoci nei loro panni, saremo più propensi a venire incontro alle loro esigenze, magari concedendo un quarto d’ora in più alzati o del gioco in autonomia.

Quando ci rispondono <>

Se ci sforziamo di vedere le cose dal punto di vista di nostro figlio, e gli offriamo consigli facendogli capire che il nostro modo di pensare coincide almeno in parte con il suo, è più probabile che lui sia propenso a dirci liberamente quello che in mente. Ma quando siamo il collera, qualcosa nel modo in cui esigiamo le sue spiegazioni gli dà l’impressione che nutriamo delle riserve sulle due idee. Molto bambini esprimono le loro idee con timore che possano essere trovate carenti (è l’altra faccia della medaglia del bisogno di approvazione). Quello che più lo preoccupa è il sentirsi inadeguato. Con una preoccupazione del genere, è difficile essere sinceri sui propri pensieri. In questo caso <> gli può sembrare una risposta neutra, che non può suscitare la nostra rabbia. Invece ci fa arrabbiare di più perché lo interpretiamo come un rifiuto a risponderci.

Il più delle volte in realtà <> è la descrizione più fedele di ciò che provano. Erano convinti della bontà della loro azione, ma adesso intuiscono che noi la condanniamo. Sanno solo che una cosa non può essere contemporaneamente giusta e sbagliata, quindi davvero non lo sanno.

Se vogliamo che nostro figlio ci dica la verità, dobbiamo comunicargli in tutti i modi, anche con il tono di voce, che prenderemo per buona la sua risposta. A quel punto allora, anche se avremo delle obiezioni da fare (che è possibile), gliele potremo fare e lui non si sentirà sconfitto anche se non gli faranno piacere. Si è pronti a fare qualunque sacrificio per guadagnarci il rispetto delle persone che per noi sono importanti. E’ più difficile fare dei sacrifici quando ci sentiamo costretti da persone della cui buona volontà dubitiamo.

E’ molto meglio non interrogare mai un bambino sulle sue ragioni, perché solo il fatto che gliele stiamo chiedendo, gli fa intuire le disapproviamo il suo gesto. Infatti non gli chiederemmo perché si è tanto impegnato a prendere dei bei voti a scuola o perché abbia riordinato la sua stanza! Delle cose positive non chiediamo mai conto! Un <<perché?>> implica una disapprovazione.

Imparare a mentire

Quando chiediamo a nostro figlio perché ha picchiato un compagno, lui risponderà che ha cominciato lui, che l’ha provocato, anche se l’altro bambino non è stato il primo ad alzare le mani. Molti genitori reagiranno rimproverando il bambino che non bisogna lasciarsi provocare. E il bambino penserà <<La mia sincerità è stata ricompensata sentendomi dire che ho torto!>>. E ogni volta impara che la conseguenza della sincerità è il rimprovero dalla persona che per lui è più importante.

In realtà dire <> è una descrizione veritiera per il bambino! I bambini sono più sensibili alle loro emozioni e hanno meno capacità di autocontrollo. Anche il codice

penale considera un'attenuante la diminuita capacità di autocontrollo e anche noi dovremmo essere comprensivi invece di prendere una padronanza di autocontrollo da adulto! Anziché chiedere <<Perché l’hai picchiato?>>, con una reazione empatica potremmo chiedere <<Che brutto che ti abbia fatto arrabbiare così! Cosa ti ha fatto?>>. Sentirà che siamo dalla sua parte, che capiamo che la situazione gli ha fatto sentire che non c’era modo di reagire diversamente, e si sentirà libero di dirci la verità.

Quando non è più in preda a una reazione emotiva, il bambino è in grado di darci ascolto e di assimilare quello che gli diciamo.

Inoltre è fondamentale l’esempio che diamo ai bambini. Capiranno che non bisogna ricorrere alla violenza soprattutto se noi per primi non usiamo la violenza fisica verso di loro, anche quando ci sembra che ce ne diano validi motivi.

CAP 9: La disciplina

I genitori che si chiedono come ottenere la disciplina, si chiedono subito quanto sia opportuno impartire punizioni, anche corporali. Le definizioni del dizionario della parola “disciplina” fanno solo marginalmente riferimento al concetto di punizione, fa invece riferimento al concetto di autocontrollo. L’etimologia della parola “disciplina” è dal latino discere , cioè imparare. La parola “discepoli” richiama alla mente i discepoli di Cristo, cioè persone che amavano Cristo e che erano amate da Cristo al punto da volerlo emulare, da voler seguire il suo esempio. Senza questo reciproco amore l’insegnamento e l’esempio del maestro non sarebbero stati capaci di un cambiamento così radicale.

Risulta quindi evidente qual è il metodo migliore per instillare nei nostri figli i nostri valori e l’autodisciplina di cui hanno bisogno. Non si può imporre, anzi il concetto di forza è proprio estraneo al concetto di autodisciplina. Ci vuole l’esempio. In particolare se crediamo di essere il discepolo prediletto (o uno dei prediletti) sarò ancora più incline a voler plasmarci a immagine e somiglianza del maestro.

Più il bambino è piccolo e più ama i propri genitori e ha bisogno di essere il prediletto dei genitori. In realtà i genitori hanno sempre una preferenza per un figlio o per un altro (magari anche a seconda della fase di crescita in cui si trova), ma se un bambino avrà sufficienti occasioni in cui crede, a ragione, di essere il figlio preferito, questo basterà a farglielo credere sempre. Con la crescita l’ammirazione non sarà più cieca e assoluta, ma il desiderio di esserne il preferito rimarrà intatta e manterrà la sua forza.

Il bambino che non ha potuto imparare precocemente l’autocontrollo dai genitori attraverso l’emulazione dei genitori rischierà di diventare un adolescente indisciplinato. e che continui ad avere il bisogno di trovare un maestro da emulare. E’ il caso dei ragazzi delinquenti, che subiscono il fascino dei capobanda. Probabilmente, a qualche livello, il ragazzo si rende

esigendo il suo rispetto. Essendo sicuro di sé non penserà che la sua autorità venga messa in discussione nemmeno se il figli qualche volta gli mancherà di rispetto. La pretesa di essere rispettato rivela al bambino la propria insicurezza. E anche il bambino modificherà la sua condotta quando da solo si renderà conto che tali cambiamenti lo conducono a ottenere il rispetto di sé.

Quando gli aspetti della sua vita vengono regolamentati da altri, il bambino non sentirà la necessità di imparare a controllarsi, perché altri lo fanno per lui. Le punizioni ci insegneranno solo l'obbedienza all’autorità e non un autocontrollo che accresca il rispetto per noi stessi.

I genitori in Giappone: rispettano i tempi dei figli, non mettono loro fretta. Esempi visti dall’autore in Giappone: Una madre giapponese non dice al figlio di togliersi le scarpe prima di entrare in una casa. Aspetta finché il bambino non lo farà da solo. Tuttalpiù fa un cenno, ma senza dire niente. Una madre giapponese che va a prendere il figlio a scuola si siede e aspetta (dando tra l’altro una dimostrazione di autocontrollo) che il figlio venga da lei, al massimo lo chiama a bassa voce, il lasciare l’asilo potrebbe anche richiedere un’ora, ma alla fine andranno via entrambi di buon umore. Una madre giapponese non dice “su, mangia!”, dice “cosa penserà il contadino che ha raccolto questi ortaggi per te? cosa penseranno queste carote che sono cresciute per te?”, insegnandogli il rispetto per il sentimento degli altri. Comportarsi bene con gli altri, avere rispetto per i loro sentimenti e le loro emozioni accresce il rispetto per sé. Allo stesso modo sentirci chiedere di ragionare autonomamente e di agire in base alle nostre conclusioni accresce il rispetto per noi stessi. (Infatti i bambini giapponesi vanno anche meglio a scuola). L’autodisciplina si fonda sul rispetto che ci fa provare per noi stessi.

Il genitore che ha fretta (come spesso accade) non ha tempo di insegnare l’autodisciplina, ha tempo solo per imporla. L’autocontrollo però si impara con tempi lunghi e molta pazienza.

Dietro tutto lo spronare però non c’è solo la fretta, ma anche l’intima convinzione che non si sprona il bambino a fare qualcosa, il bambino in autonomia non lo farà. Le madri giapponesi invece hanno dietro la loro pazienza la convinzione che alla fine il bambino prenderà la decisione giusta. “I miei genitori non sbagliano” pensa un bambino, quindi se i genitori sono convinti che il bambino non sia capace di prendere la decisione giusta da solo, non ne sarà capace nemmeno lui stesso.

Noi non possiamo sapere con quali tratti della nostra personalità nostro figlio si indentificherà. Infatti, anche se i genitori auspicabilmente non lo vogliono, spesso i figli di alcolizzati tendono a diventare alcolizzati o a sposare alcolizzati. Possiamo solo cercare di essere il più possibile coerenti con noi stessi e sperare che i tratti che noi riteniamo più desiderabili siano dominanti nel nostro carattere.

CAP 10: Perché le punizioni non funzionano

I castighi spesso trattengono i bambini dal fare quello che non dovrebbero ma non insegnano l’autodisciplina.

Infatti spesso il genitore che punisce il bambino, agisce perché sopraffatto dalle emozioni e non perché convinto del proprio metodo educativo. Ciò che imparano i bambini dalle punizioni è che forza e diritto coincidono e quando saranno abbastanza grandi cercheranno di rifarsi. Perciò tanti bambini puniscono i propri genitori con comportamenti che sanno che li addolora.

Ricordiamo che spesso i le ferite fisiche sono meno dolorose e durature di quelle psicologiche.

Es: Punizione di lavare con il sapone la bocca del bambino che dice oscenità. Si pensa che sia un castigo non doloroso ma è molto umiliante. Inoltre il bambino risponderà non solo al messaggio esplicito che ciò che ha detto è inaccettabile ma anche a quello implicito che lui stesso, il suo intimo è qualcosa di brutto e cattivo e quindi da pulire. Questo castigo non porta spesso alla cessazione dell’abitudine del bambino di dire parolacce: forse smetterà di pronunciarle ad alta voce ma continuerà a pensarle ma di ripeterle di continuo dentro di sé continuando a inventare epiteti ancora più gravi.

Il caso: un bambino a cui era stata lavata la bocca e si era chiuso in uno stato di mutismo; aveva poi rivelato al terapista che insieme alle parole cattive gli avevano lavato via anche le parole buone e non gliene era rimasta più nessuna per comunicare.

Ogni bambino avrà una reazione diversa ai castighi di qualsiasi tipo, in base al carattere e al tipo di rapporto che ha con i genitori, ma nessuno potrà evitare di sentirsi umiliato dalla punizione inflitta.

Es. L’autore racconta di quando da adolescente aveva detto una parolaccia alla madre, lei non ha detto nulla nonostante il chiaro dolore che sentiva. Il padre successivamente gli ha chiesto:“Vuoi costringermi a punirti per insegnarti come parlare a tua madre?” ( avvertimento più che minaccia) Il padre in questo modo gli ha insegnato a controllarsi ( come lui si era controllato)

I bambini reagiscono negativamente alle punizioni perché intuiscono che ci sarebbe un modo migliore per correggerli che non un dolore fisico o psicologico. In genere si impara in fretta a rimanere lontani dalle situazioni in cui possiamo rischiare di essere puniti, in realtà però il castigo non è un deterrente adeguato per chi ritiene di farla franca ( vedi la storia della criminalità), ma imparerà a fare tutto di nascosto e imparerà anche a mostrarsi pentito se necessario.

I castighi quindi funzionano nel breve termine e insegnano a non fare del male e non ci inducono a desiderare a fare del bene. L’unico strumento che può insegnare a fare del bene è l ’autodisciplina che è motivata dall’intimo desiderio di comportarsi bene ai propri occhi e di non tradire i propri principi, in modo da sentirsi con la “coscienza a posto”. L’autodisciplina si fonda sui principi che abbiamo interiorizzato perché amavamo e volevamo emulare le persone che la professavano e perché speriamo a nostra volta di essere amati e stimati.

spiccioli alla sua portata lo ha indotto in tentazione. Tentazione a cui lui non ha saputo resistere dimostrando a sé stesso di non essere onesto.

Altra cosa molto importante è relazione con la persona a cui un bambino ruba. Spesso nella relazione si trovano le ragioni di tale furto.

Es. se ruba al fratello. Cosa possono fare i genitori? Mostrare ai bambini che ci interessa di più di lui che dell’oggetto in sé. Inoltre capire che il bambino possa avere un’idea diversa dalla nostra di proprietà privata e sul valore delle monete. Bisognerebbe quindi distinguere tra un furto in casa e uno fuori casa. Bisognerebbe anche chiarire che tutto quello che c’è in casa è disponibile (entro alcuni limiti ) di ciascuno, ma che lui non deve prendere nulla di nascosto. Dovremmo preoccuparci se il bambino, dopo un furto, non sa perché lo ha fatto o non riesce a smettere di farlo.

Ma allora i bambini non vanno mai puniti? Noi, guardando indietro non pensiamo che certi castighi siano stati utili? Pare di sì,ma non dimentichiamo però che della punizione si rimuovono le sensazioni negative e si ricordano solo quelle positive a punizione terminata. Punire i figli non è mai consigliabile. E’ vero che un castigo può far sembrare un sollievo a entrambi ( figlio e genitore). Il genitore ha scaricato la collera e il figlio pensa di aver aver pagato ciò che doveva e quindi può smettere di sentirsi in colpa. Ma è questo il modo per rendere un figlio un adulto responsabile?

Perché i bambini reagiscono sempre male alle punizioni? In primo luogo perché intacca la propria sicurezza perché un bambino smette di vedere nel genitore qualcuno che lo protegge e gli dà tenerezza. In secondo luogo perché fa parte della natura umana provare del risentimento per chi detiene il potere di punirci. Se il bambino capisse che il genitore agisce con l’intento di fare bene non reagirebbe in questa maniera. Es: Nel sistema giuridico ci sono molti passaggi e persone che garantiscano il rispetto dell’imputato invece noi, quando puniamo i nostri figli decidiamo le regole, siamo avvocati, giudici e addirittura infliggiamo la pena. E allora? Il genitore dovrebbe far capire il proprio dispiacere al bambino che, come ogni buon discepolo, dovrebbe voler essere amato e protetto dal genitore e somigliare a lui. Il genitore dovrebbe inoltre non affrettarsi a dire anche che il proprio amore nei suoi confronti non conosce limiti, perché risulterebbe difficile da credere agli occhi del bambino. Anche il bambino non ci ama in maniera illimitata quindi saprebbe riconoscere una bugia in questa frase.

Dobbiamo altresì comunicare che comportandosi male rischia di perdere il nostro amore. Il bambino quindi si troverebbe nella scelta personale di decidere come comportarsi. Quali possono essere delle azioni efficaci?

Mandarlo fuori dalla stanza, o in camera sua. Oppure andare noi nella nostra camera. La distanza fisica corrisponde alla distanza affettiva, e permetterebbe inoltre a entrambi di riflettere e calmare la propria collera. Il desiderio dell’allontanamento fisico del genitore non deve essere però motivato dal desiderio di punire. Il bambino percepisce l’allontanamento fisico come una minaccia per la propria vita perché sa di non poter sopravvivere da solo. Angoscia da separazione ( il lattante) Anche i bambini ricorrono alla separazione fisica quando scontenti dei propri genitori: Es. I bambini “Scappo di casa!” Questa separazione permette di conoscere gioia che poi entrambi, provano quando si ritrovano che rafforzerà il loro rapporto e il loro amore.

CAP 11: Esplorare la nostra infanzia da adulti

T. S Eliot ci dice che solo ripercorrendo di nuovo tutti passaggi che ci hanno portato ad esse noi stessi è possibile conoscere davvero le nostro esperienze infantili e scoprirne il significato. Si modificherà così l’atteggiamento verso le nostre esperienze e di conseguenza anche il nostro atteggiamento verso le esperienze analoghe dei nostri figli, pertanto saremo in grado di comprenderli meglio.

Purtroppo la gran parte delle primissime esperienze sono perdute per la memoria cosciente, ma possiamo esplorarle con l'immaginazione. Per esempio il mondo di veglia del lattante consiste esclusivamente di due esperienze opposte: felicità e benessere fisio contro infelicità e dolore fisico. E poiché è il genitore che modifica la sua condizione di infelicità (cambiandogli il pannolino o allattandolo), esso diventa ai suoi occhi onnipotente. uest ambivalenze viene incorporata dall’inconscio e anche successivamente essi e i loro surrogati (maestri ed educatori) continueranno a dispensare piacere e dolori (con lodi o critiche). Comprendere questa ambivalenza ci permette di comprendere meglio le loro manifestazioni di ambivalenza nei nostri confronti. Meglio accettiamo la loro ambivalenza, meno sarà difficile per loro controllarla crescendo. Quando eravamo piccoli anche noi avevamo manifestazioni ambivalenti e quando tiravamo fuori gli aspetti negativi, eravamo soggetti alla disapprovazione dei nostri genitori, pertanto tendevamo a rimuoverli. Quando ora ci troviamo davanti a manifestazioni analoghe dei nostri figli, questa esperienza riattiva il materiale rimosso. Siamo disposti ad accettare che i nostri figli abbiano scarso autocontrollo fino a quando non vengono mobilitate le nostre rimozioni e allora non riusciamo più a trattare con equanimità il comportamento negativo dei nostri figli.

odiava per andare in viaggio. Chiedendo di leggere questa storia, voleva comunicare a tutti la propria infelicità e il proprio desiderio di stare con i propri genitori. Questo le aveva dato una nuova prospettiva sulla sua infanzia: quello che prima vedeva come uno svago, ora le appariva come un atto intelligente e finalizzato al fine di modificare la situazione. Inoltre, una volta capito che per i bambini richiedere sempre la stessa storia è un modo per comunicare un messaggio ai genitori, per lei stessa leggere storie a suo figlio divenne un’esperienza più arricchente, perché si rendeva conto che suo figlio voleva renderla partecipe di qualcosa.

Con gli opportuni adattamenti, questo vale per molti altri aspetti del rapporto genitori-figli. Esplorare da adulti le esperienze infantili può essere arricchente per noi, per nostro figlio e per il nostro rapporto.

CAP 18: I genitori e il gioco, la doppia morale

Non ci vuole molto un bambino per capire se il suo gioco è gradito al genitore perché lo lascia libero di sbrigare le sue faccende senza sentirsi in colpa se non si occupa di lui. Già questo sminuisce l’importanza del gioco agli occhi del bambino e compromette la funzione del gioco nello sviluppo dell’intelligenza e della personalità.

Per i bambini non conta tanto quello che diciamo, piuttosto quello che facciamo! Se un bambino richiama l’attenzione del genitore perché vuole che questi vada a vedere la sua costruzione e il genitore risponde <<Dopo, Ora ho da fare>>, questo comunicherà al bambino che il genitore non considera le sue attività altrettanto importanti delle sue. Molti genitori tendono a pensare che il fatto che il bambino non ripeta la richiesta significhi che il bambino si sia dimenticato o che non fosse importante. In realtà spesso il bambino recepisce quel <> come un rifiuto definitivo e non vuole sentirsi liquidare una seconda volta.

Le cose sono diverse quando si presenta una situazione d’emergenza. Infatti capita che dei bambini, intelligentemente, per testare fino a che punto possono fare affidamento sui genitori, simulino situazioni di emergenza. La cosa funziona solo le prime volte, dopodiché il genitore si irrita. Ma è proprio vero che nostro figlio si approfitta di noi? Davvero sono situazioni di emergenza solo quelle che noi consideriamo tali? O lo è anche il bisogno di un bambino di rassicurarsi che è importante ai nostri occhi? Basta essere tolleranti con lui nei suoi appelli di emergenza quando ha bisogno di convincersi che siamo pronti a lasciare tutto per andare da lui. Via via che crescono chiaramente non è ragionevole che pretendano che una persona molli tutto per accorrere da loro. Però, se sono immersi in un gioco e noi li chiamiamo per venire a tavola, e loro ci rispondono <<Dopo. Ora ho da fare>>, noi li sgridiamo e imponiamo che vengano subito! Così confermiamo loro l’idea che le loro preoccupazioni sono meno importanti delle nostre.

Molte persone giudicano se stessi e gli altri non tanto per quello che si è, ma per quello che si fa: se le occupazioni di una persona sono considerate importanti, la persona è considerata importante. E’ un pensiero immaturo, ma d’altronde i bambini sono persone immature! Quindi se saranno convinti che noi riteniamo poco importanti le cose che fanno, saranno convinti che noi riteniamo poco importanti loro stessi come persone!!!

Investimento parallelo nel gioco

Non è mai un bene che i genitori giochino con i bambini per un senso del dovere. Molti adulti (genitori, insegnanti) tendono a giocare con i bambini per scopi che sono estranei al gioco: educarli, valutarli, guidarli. I bambini se ne accorgono e si risentono della finzione.

Non c’è nulla di male nel comprare giocattoli educativi, purché l’accento rimanga sul piacere di giocare. Diventano fonte di problemi (e addirittura nocivi) quando l’attenzione del genitore è diretta su quello che il figlio dovrebbe imparare usandoli. I bambini devono avere la possibilità di usare qualunque giocattolo come meglio preferiscono e non come gli adulti pensano che vada usato.

Certi genitori intuiscono l’importanza dell’investimento emotivo nei giocattoli dei figli e trovano il tempo di costruire i giocattoli dei loro figli (ripetendo per piacere quello che una volta i loro genitori e nonni facevano per necessità). Alcuni genitori li costruiscono anche insieme ai figli e con amichetti dei figli. Il coinvolgimento emotivo nel giocattolo costruito con le proprie mani è di particolare intensità, infatti quel particolare giocattolo avrà sempre un significato speciale.

L’elemento che conta qui è la reciprocità : genitore e figlio hanno entrambi investito se stessi in quel giocattolo, anche se in modi diversi.

Quando il genitore si pone coscientemente come educatore

L’investimento parallelo può avere degli esiti negativi quando il genitore si pone come educatore del figlio.

Esempio: Un uomo, nonostante il suo successo nella vita rimase segnato per sempre dal mutamento di intenzioni di suo padre. Il padre aveva la passione per i francobolli,, quindi anche il bambino cominciò ad appassionarsene senza bisogno di incoraggiamento. Tutto cambiò quando il padre cominciò a pretendere che il bambino facesse le cose “sul serio”, e che imparasse l'ordine, la sistematicità e tutta una serie di tecnicismi propri della filatelia. Ne risultò una forte frustrazione per entrambi, per il padre perché non riusciva a insegnare al figlio e per il figlio per il grosso senso di inadeguatezza che ne era derivato (prima che il padre si ponesse come educatore, infatti, il bambino era convinto di fare già le cose “sul serio”). Il profondo senso di inferiorità rimase anche negli anni dopo, tanto che anche da adulto, anche se aveva superato il successo professionale del padre, l'uomo continuò ad a mettere sempre in dubbio la propria capacità di giudizio.

Ai bambini piace rovistare nei cassetti e nelle borse, ma nessuna borsa è più affascinante di quella della loro mamma. Deve essere davvero molto importante se la mamma la porta sempre con sé! Inoltre, anche se non ne sono coscienti, la psicoanalisi ha mostrato come dietro a questo interesse dei bambini per la borsa della mamma si nasconde la curiosità sessuale (a livello proprio del bambino, non nel senso che potrebbe dargli un adulto). A livello inconscio l’attrazione per la borsa della mamma si ricollega alla curiosità per ciò che può nascondersi all’interno della sua vagina. I bambini sanno oscuramente che loro stessi sono stati trovati lì. Chissà quali altri misteri possono esservi racchiusi.

Accordando la nostra tacita approvazione alle esplorazioni dei bambini nella borsa e nei cassetti, implicitamente lo rassicuriamo anche del fatto che la loro curiosità sessuale sia lecita. Disapprovare questi comportamenti, strappandogli la borsa, ha l’effetto di inibire la sessualità. A poco varranno i tentativi di dire loro che il sesso è una cosa normale se lo facciamo sentire in colpa rispetto alle sue attuali esplorazioni sessuali.