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Il Rapporto Genitore-Figlio: Dinamiche e Sfide nella Crescita, Appunti di Pedagogia Sperimentale

Bettelheim

Tipologia: Appunti

2014/2015

Caricato il 04/06/2015

silvia.bergamin01
silvia.bergamin01 🇮🇹

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UN GENITORE QUASI PERFETTO
GENITORI E FIGLI
1. L’IMPORTANZA DELLE PRIME ESPERIENZE Indici di una BUONA EDUCAZIONE sono
innanzitutto il sentimento di soddisfacimento del modo in cui si è stati allevati, la capacità di far fronte in
modo ragionevolmente adeguato alle vicissitudini e difficoltà della vita grazie al senso di sicurezze in se
stessi. Chi ha avuto una giusta educazione ha una vita interiore ricca e gratificante: si è soddisfatti di sé,
qualunque cosa accada. Crescere in una famiglia dove i rapporti tra genitori e figli sono improntati a intimità
e onestà favoriscono la formazioni di durevoli e soddisfacimenti rapporti con gli altri in futuro. In un
rapporto tra genitore e figlio, ogni esperienza inizia in modo diverso dai precedenti, non esistono regole
condivise da dover “imporre” ai figli: persino il gioco degli SCACCHI costituisce una metafora semplicistica
della complessità dell’interazione umana. Vi sono però dei metodi di approccio atti a rafforzare la tendenza
di ogni genitore e di ogni b. a essere SPONTANEI. Come con gli scacchi tuttavia, in ogni interazione
complessa si possono programmare in anticipo solo alcune mosse, di qui l’importanza di valutare di volta in
volta la situazione nella sua totalità. Un genitore inoltre deve adattare di continuo i suoi sistemi alle risposte
del figlio, valutando continuamente la SITUAZIONE GLOBALE; deve intuire da solo la linea d’azione più
giusta. Il b. è sempre convinto che quello che sta facendo p che intende fare rappresenti il modo migliore di
comportarsi nella data situazione. Oggi, soprattutto chi proviene da famiglie della classe media, non sa più
come si allevano i bambini perché non l’ha imparato durante l’infanzia. COMPORTAMENTISMO (Watson,
Pavlov, Skinner): la mente e la personalità del b. neonato = tabula rasa. I b. reagiscono e rispondono nei
modi + diversi l’uno dall’altro e già a un’età precoce mostrano una propria volontà. Le prime esperienze
quindi ci determinano completamente, creando dal nulla quello che saremo. È in antitesi con la TEORIA
EVOLUZIONISTICA e la TEORIA GENETICA: quello che una persona diventerà viene determinato in
gran parte già al momento del concepimento. Attraverso i geni noi ereditiamo anche gli effetti del
lunghissimo processo di evoluzione dell’uomo. TEORIA FREUDIANA: le prime esperienze determinano le
modalità in cui l’eredità evolutiva troverà espressione nella personalità di ognuno. La psicoanalisi in un certo
senso completa la teoria evoluzionistica: come l’embrione ripercorre nel grembo materno determinate fasi
dell’evoluzione animale, il lattante e il b. piccolo ricapitolano certe importanti tappe della storia
dell’umanità. L’uomo sarà sempre diviso da profondi conflitti interiori tra ciò che è per natura e ciò che
vorrebbe essere. La forma che le caratteristiche ereditarie assumeranno dipende dalle esperienze di vita
dell’individuo. La storia genetica ed evolutiva di un individuo crea le sue potenzialità, ma è la sua storia
personale che rende conto delle forme che assumeranno. Le fasi difficili per un b. sono: il percorso verso
l’individuazione, il rapporto tra principio di piacere e di realtà, l’acquisizione dell’autocontrollo. Le prime
esperienze infantili influiscono sulla formazione dell’autostima e sulla percezione di sé in rapporto agli altri,
ma determinano anche il modo in cui interpreteremo le esperienze successive, inducendoci a organizzare gli
eventi della nostra vita in conformità con le nostre idee pre-concette chi può influenzare la vita di un b.
dovrebbe sforzarsi di dargli una visione positiva di sé e del suo mondo, poiché da ciò dipende la felicità
futura e la capacità di far fronte alla vita ed entrare in rapporto con gli altri.
Per essere buoni genitori innanzitutto bisogna sentirsi sicuri di sé come genitori. Bisogna risolvere i
problemi via via che si presentano e risolverli in modo personale. Un genitore dovrebbe imparare a intuire
empaticamente il senso che possono avere le cose per suo figlio e agire di conseguenza, rendendo più
profondo e positivo il loro rapporto. Per fare ciò, è necessario richiamare alla memoria che cosa aveva
significato per noi, una situazione analoga, e per quali motivi, e pensare a come avremmo voluto allora che i
nostri genitori gestissero quella situazione.
2. I CONSIGLI DELLO SPECIALISTA O L’ESPERIENZA INTERIORE? Il modo in cui i b. vengono
allevati influisce dunque sul loro sviluppo e su come saranno da adulti. Il problema fondamentale non è tanto
“fare” ma ESSERE dei bravi genitori. Qualunque cosa si faccia con e per i propri figli, dovrebbe scaturire
naturalmente dalla comprensione, anche emotiva, delle singole situazione e del particolare rapporto che si
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UN GENITORE QUASI PERFETTO

GENITORI E FIGLI

  1. L’IMPORTANZA DELLE PRIME ESPERIENZE Indici di una BUONA EDUCAZIONE sono innanzitutto il sentimento di soddisfacimento del modo in cui si è stati allevati, la capacità di far fronte in modo ragionevolmente adeguato alle vicissitudini e difficoltà della vita grazie al senso di sicurezze in se stessi. Chi ha avuto una giusta educazione ha una vita interiore ricca e gratificante: si è soddisfatti di sé, qualunque cosa accada. Crescere in una famiglia dove i rapporti tra genitori e figli sono improntati a intimità e onestà favoriscono la formazioni di durevoli e soddisfacimenti rapporti con gli altri in futuro. In un rapporto tra genitore e figlio, ogni esperienza inizia in modo diverso dai precedenti, non esistono regole condivise da dover “imporre” ai figli: persino il gioco degli SCACCHI costituisce una metafora semplicistica della complessità dell’interazione umana. Vi sono però dei metodi di approccio atti a rafforzare la tendenza di ogni genitore e di ogni b. a essere SPONTANEI. Come con gli scacchi tuttavia, in ogni interazione complessa si possono programmare in anticipo solo alcune mosse, di qui l’importanza di valutare di volta in volta la situazione nella sua totalità. Un genitore inoltre deve adattare di continuo i suoi sistemi alle risposte del figlio, valutando continuamente la SITUAZIONE GLOBALE; deve intuire da solo la linea d’azione più giusta. Il b. è sempre convinto che quello che sta facendo p che intende fare rappresenti il modo migliore di comportarsi nella data situazione. Oggi, soprattutto chi proviene da famiglie della classe media, non sa più come si allevano i bambini perché non l’ha imparato durante l’infanzia. COMPORTAMENTISMO (Watson, Pavlov, Skinner): la mente e la personalità del b. neonato = tabula rasa. I b. reagiscono e rispondono nei modi + diversi l’uno dall’altro e già a un’età precoce mostrano una propria volontà. Le prime esperienze quindi ci determinano completamente, creando dal nulla quello che saremo. È in antitesi con la TEORIA EVOLUZIONISTICA e la TEORIA GENETICA: quello che una persona diventerà viene determinato in gran parte già al momento del concepimento. Attraverso i geni noi ereditiamo anche gli effetti del lunghissimo processo di evoluzione dell’uomo. TEORIA FREUDIANA: le prime esperienze determinano le modalità in cui l’eredità evolutiva troverà espressione nella personalità di ognuno. La psicoanalisi in un certo senso completa la teoria evoluzionistica: come l’embrione ripercorre nel grembo materno determinate fasi dell’evoluzione animale, il lattante e il b. piccolo ricapitolano certe importanti tappe della storia dell’umanità. L’uomo sarà sempre diviso da profondi conflitti interiori tra ciò che è per natura e ciò che vorrebbe essere. La forma che le caratteristiche ereditarie assumeranno dipende dalle esperienze di vita dell’individuo. La storia genetica ed evolutiva di un individuo crea le sue potenzialità, ma è la sua storia personale che rende conto delle forme che assumeranno. Le fasi difficili per un b. sono: il percorso verso l’individuazione, il rapporto tra principio di piacere e di realtà, l’acquisizione dell’autocontrollo. Le prime esperienze infantili influiscono sulla formazione dell’autostima e sulla percezione di sé in rapporto agli altri, ma determinano anche il modo in cui interpreteremo le esperienze successive, inducendoci a organizzare gli eventi della nostra vita in conformità con le nostre idee pre-concette → chi può influenzare la vita di un b. dovrebbe sforzarsi di dargli una visione positiva di sé e del suo mondo, poiché da ciò dipende la felicità futura e la capacità di far fronte alla vita ed entrare in rapporto con gli altri.

Per essere buoni genitori innanzitutto bisogna sentirsi sicuri di sé come genitori. Bisogna risolvere i problemi via via che si presentano e risolverli in modo personale. Un genitore dovrebbe imparare a intuire empaticamente il senso che possono avere le cose per suo figlio e agire di conseguenza, rendendo più profondo e positivo il loro rapporto. Per fare ciò, è necessario richiamare alla memoria che cosa aveva significato per noi, una situazione analoga, e per quali motivi, e pensare a come avremmo voluto allora che i nostri genitori gestissero quella situazione.

  1. I CONSIGLI DELLO SPECIALISTA O L’ESPERIENZA INTERIORE? Il modo in cui i b. vengono allevati influisce dunque sul loro sviluppo e su come saranno da adulti. Il problema fondamentale non è tanto “fare” ma ESSERE dei bravi genitori. Qualunque cosa si faccia con e per i propri figli, dovrebbe scaturire naturalmente dalla comprensione, anche emotiva, delle singole situazione e del particolare rapporto che si

vorrebbe avere con i nostri figli. Paradossalmente, più si sente il bisogno di consigli, meno questi sono graditi, poiché il bisogno deriva da una situazione che, intimamente, si pensa che bisognerebbe affrontare da soli. Il consiglio più giusto è quello che si basa sull’esame accurato e l’attenta valutazione di tutti i particolari, compresa la “preistoria” del problema. Ognuno di noi è un individuo unico, anche se il problema che ci affligge è comune a molti. Bisognerebbe prendere coscienza del fatto che un certo atteggiamento di nostro figlio ci dà fastidio perché abbiamo dovuto o dobbiamo tuttora combattere contro la stessa tendenza in noi stessi poiché così potremmo capire che il fastidio riguarda più noi che nostro figlio. Inizialmente, la superiorità del genitore, dovuta alle sue più sviluppate capacità, è ciò che garantisce sicurezza e benessere al figlio. Il fatto che in seguito di rifiuti di seguire il modello di vita del genitore minaccia di distruggete l’aspetto della superiorità del genitore ad affrontare i problemi della vita (che aveva prima costituito un forte legame col figlio). Il desiderio del genitore che il figlio segua il suo stesso cammino (nel lavoro) per mantenere immutato il loro legame è comprensibile, ma si tratta di un desiderio egoistico costituito dal fatto che, quando il figlio afferma il suo bisogno di autonomia e autocontrollo, il genitore ha raggiunto l’età in cui incomincia a temere il declino delle proprie forze. Il processo di indipendenza del figlio viene quindi vissuto dal genitore come una minaccia alla propria potenza. Il genitore deve perciò riuscire a riconoscere gli aspetti inconsci della sua rivalità nei confronti del figlio. Il b. è molto sensibile e ricettivo al comportamento dei genitori e riesce a cogliere i loro comportamenti contraddittori. I genitori, di fronte ai vari problemi che si pongono, devono trovare una soluzione che corrisponda alla loro personalità e a quella del loro figlio. Bisognerebbe imparare a comprendere nel suo complesso e A MODO NOSTRO la situazione per evitare la perdita di spontaneità nei rapporti: è necessario trovare una soluzione che corrisponda alla propria personalità e a quella del proprio figlio. Un libro può solo rivolgere l’attenzione su alcuni dei problemi complessivi che si incontrano nell’educazione dei b., indicandone l’origine, il significato e l’importanza, proponendo un certo atteggiamento mentale nell’affrontarli.

  1. GENITORE O ESTRANEO? Nel decidere sui casi concreti occorre pendere in considerazione tutti i particolari, gli aspetti specifici del caso concreto, che è sempre unico e diverso da tutti gli altri. Bisogna poi entrare in intima risonanza con il problema complessivo e con la concreta specifica forma in cui esso si presenta così che la sua comprensione non sia solo razionale ma anche emotiva, basata sull’EMPATIA. Altrettanto importanti sono anche la spontaneità e l’intima soddisfazione per l’educazione dei figli. È giusto quindi cercare di CAPIRE IL PROBLEMA COMPLESSIVO con l’aiuto di altri, MA AGIRE IN BASE AI SUGGERIMENTI ALTRUI NON PORTERÀ MAI LA GIOIA CHE SORGE SOLO QUANDO SI CAPISCE CHE DA SOLI, NEL Modo che Ci Corrisponde, i fattori coinvolti in una certa situazione e quindi la linea d’azione da applicare. Se si investe notevole energia intellettuale ed emotiva, i figli lo avvertono e traggono un gran senso di sicurezza per essere considerati degni di un simile investimento di energie. → CREARE UN RAPPORTO INTIMAMENTE SODDISFACENTE E PERCIÒ “GIUSTO” CON I PROPRI FIGLI.

NORMALITÀ Per i genitori il figlio dovrebbe essere, e vuole essere, qualcuno di molto speciale e unico. Il concetto di Normalità è completamente fuori luogo quando si tratta dei profondi sentimenti che uniscono genitori e figli: parlare di normalità segnala l’intrusione di un’astrazione scientifica in quello che dovrebbe essere un rapporto dei più intimi. Pensare ai propri figli in termini di normalità o devianza dalla norma svilisce quindi l’importanza speciale che essi hanno per noi, l’importanza del nostro rapporto: implica che li paragoniamo a degli estranei, che li misuriamo in rapporto ad altri individui che sono estranei alla profonda intimità della nostra vita comune. Se si riesce a sviluppare l’atteggiamento giusto, a provare empatia per lo stato di disorientamento interiore ed esterno del proprio figlio, forse si può aiutarlo a far fronte alle difficoltà dell’adolescenza. Qualunque cosa s’intenda per normalità, noi vogliamo che nostro figlio sia diverso, che non corra pericoli, che la sua adolescenza non sia un periodo così duro per noi. Ma finchè non riusciremo a capirlo come persona, come individuo a sé stante, indipendentemente dalla norma, non potremmo provare vera accettazione né per lui né per quello che fa. È necessario far suscitare in noi, ricollegandoci alla nostra esperienza interiore, un senso di empatia per il disorientamento e i conflitti di cui il comportamento di nostro figlio è espressione. È più facile riuscirci se richiamiamo alla memoria quanto ci avevano fatto soffrire alla

modo in cui viene gestita da nostra madre questa paura determinerà molto il modo in cui noi stessi, in seguito, affronteremo l’angoscia da separazione. È l’angoscia delle ben più drammatiche separazioni che li attendono a far scattare ora nella madre l’angoscia da separazione, già presente nel suo inconscio come conseguenza delle sue personali esperienze infantili. Bisognerebbe quindi incoraggiare la madre ansiosa a cercare di ricordare il suo primo giorno di scuola, con le speranze e i timori che aveva suscitato in lei da b. → il metodo migliore è aiutare il genitore a richiamare alla memoria le proprie angosce infantili, ma questo è possibile solo se il genitore ha ben chiaro che l’angoscia di suo figlio non ha nulla a che fare con quello che potrebbe succedere a scuola, ma riguarda solo la paura di essere abbandonato dalla mamma. I consigli possono impedire al genitore di impegnarsi nel lungo e faticoso compito di scoprire le cause delle difficoltà del figlio, compito che richiede contemporaneamente di portare alla luce certi aspetti della propria vita e del proprio essere.

  1. LE NOSTRE RAGIONI E LE LORO Nel momento in cui viene accertata la gravidanza, nell’animo dei due futuri genitori incominciano ad alternarsi sentimenti di speranza e di ansia. Prima ancora che il b. nasca infatti, i genitori si creano delle aspettative (speranze e preoccupazioni) su di lui e su quello che la sua nascita comporterà per la loro vita. In tutti i casi l’atteggiamento de madre-marito può modificare radicalmente la situazione. Molto infatti dipende dai sentimenti con i quali entrambi i genitori (in particolare la madre) accolgono il nuovo membro della famiglia e i cambiamenti che la sua venuta impone alla loro vita. Fin dall’inizio tra il genitore e il figlio si instaura una rete continua di interrelazioni reciproche. Ogni evento al quale essi partecipano, assume significato e importanza in quanto è parte del loro rapporto. Una parola, un gesto dei genitori, il tono di voce e l’espressione del viso possono gettare improvvisamente una luce molto diversa sulle cose, e lo stesso vale per la mancata reazione del genitore. A influire sul b, a fornirgli gli indizi sui quali egli basa la sua visione di sé e del mondo, non è solo il comportamento visibile del genitore, ma anche i suoi pensieri coscienti e quello che avviene nel suo inconscio. Il fine dell’educazione è di dare al proprio figlio gli strumenti che gli consentano prima di tutto di scoprire CHI vuole essere e quindi di diventare una persona contenta di sé e della propria vita. Nostro figlio dovrebbe poter essere in grado di fare della sua vita quello che a lui sembra importante, desiderabile e degno di essere fatto, di creare con i suoi simili rapporti costruttivi, soddisfacenti, di reciproco arricchimento, di sopportare le tensioni e le difficoltà che inevitabilmente la vita gli riserverà. I genitori sono coloro per mezzo dei quali egli si orienta nella vita: essi gli indicano CHI essere e COME esserlo. Tutte le situazioni e le circostanze sono importanti nel determinare la personalità e le percezioni del b., ma l’influenza esercitata da una di queste esperienze può essere enorme per un b. e minima o nulla per un altro. Molto dipende non solo dalla situazione, dal contesto in cui un fatto avviene, ma anche dall’età del b. e dalla natura e dall’intensità dei sentimenti del genitore. Spesso il fattore decisivo è il modo in cui il genitore si muove in una data situazione, perché è questo che per il figlio costituisce la guida al significato dell’evento. Gli atteggiamenti interiori del genitore, che si esprimono nella sua condotta nelle singole situazioni, sono ciò che più agisce sul b. Un genitore passabile è quello le cui azioni e reazioni, la cui approvazione e disapprovazione, sono temperate da una rispettosa considerazione per il modo in cui il figlio percepisce le cose. Dei genitori passabili si sforzano di valutare le cose e di reagire a esse sia dal loro punto di vista di adulti, sia da quello ben diverso del figlio, cercando di integrare per quanto possibile i due punti di vista e di agire in base a tale integrazione. Quanto più importante e chiara ci appare la questione, tanto meno siamo disposti a occuparci delle possibili ragioni dell’atteggiamento di nostro figlio. Perché quindi cercare di immaginarci che cosa potrebbe esserci dietro i suoi pensieri e le sue azioni, perché dovremo prendere sul serio le SUE RAGIONI? L’adulto può facilmente avere la meglio in una discussione con un b., senza neanche rendersene conto, perché le sue capacità di ragionamento sono tanto superiori a quelle di un b., il qual non è in grado di presentare con ordine, in modo convincente, le sue argomentazioni. Ma la superiorità dialettica dell’adulto, la sua padronanza dei dati rilevanti, possono essere vissuti dal b. semplicemente come prepotenza e scarsa considerazione per le sue opinioni. Il genitore spesso scambia per consenso convinto quella che è solo esteriore acquiescenza. Normalmente i genitori non si rendono conto che le loro ragioni e il loro comportamento risultano agli occhi del figlio almeno altrettanto assurdi di quanto appaiano ai loro occhi le ragioni e il comportamento del figlio.

Finchè non ha raggiunto l’adolescenza, il figlio è incapace di contemplare due o più punti di vista diversi: per un b. le cose sono solo o tutte in un modo o tutte in un altro. Se almeno una delle parti in conflitto non è capace di prendere in seria considerazione il punto di vista dell’altro, non può darsi una soluzione soddisfacente. Agire in contrasto con le nostre convinzioni è sempre un’esperienza dolorosa. Ogni volta il genitore non riesce a trovare una soluzione realmente soddisfacente al conflitto con il figlio, quello che ne soffre è il loro rapporto. Una soluzione che possa accontentare sia il genitore sia il figlio è possibile solo dopo che il genitore ha dato credito ai desideri e al punto di vista del figlio, per ingenui e immaturi che possano essere. Comprendere appieno, dare il giusto riconoscimento alle idee e alle azioni dell’altro, equivale a giustificare, il che non vuol dire che si debba adottarle: è un atteggiamento di indulgenza e non di biasimo. Il genitore passabile analizzerà le motivazioni del figlio cercherà di capire i suoi pensieri e i suoi desideri, così da farsi un’idea di quello che suo figlio spera di ottenere, come e perché; gli mostrerà, con il suo linguaggio, come il suo metodo sia inadeguato ai suoi fini, e in che modo potrebbe più sicuramente raggiungerli. Essere preso sul serio e avere la sensazione di essere capito dai genitori: è la soddisfazione quello che cerca, e ricevere questo tipo di soddisfazione può risultare una compensazione accettabile per aver dovuto modificare il suo comportamento. Occorre una notevole sicurezza interiore per riuscire a considerare con obiettività idee contrarie alle nostre. La più comune causa di discordia tra genitori e figli è la pretesa da parte dei genitori che i figli percepiscano le cose al loro stesso modo e reagiscano di conseguenza. È la combinazione di tutte le nostre esperienza passate e del nostro individuale schema di riferimento a determinare il nostro punto di vista. Se vogliamo che nostro figlio prenda una certa cosa al modo che a noi sembra più giusto o migliore per lui, dovremo tener conto del significato che quell’evento o esperienza hanno per lui, dato il suo schema di riferimento. Non è solo questione di prospettive emotive diverse, ma anche di differenze fisiche.

  1. IL RENDIMENTO SCOLASTICO

Una stessa idea o esperienza può assumere significati completamente diversi per ognuno di essi. Di solito il genitore che si preoccupa per i progressi scolastici del figlio è mosso dall’apprensione circa il suo futuro. Proprio perché il b. è incapace di abbracciare il futuro, il presente immediatamente assume importanza assoluta. Perciò l’insoddisfazione del genitore, in quanto esiste e viene avvertita nel presente, è la cosa che conta. Il genitore dovrebbe interessarsi di ciò che accade a scuola giorno per giorni, poiché questo è l’orizzonte entro il quale vive e concepisce la sua vita il b. Il b. desidera avere accesso alle cose che i genitori considerano importanti, vuole saperne di più sulle cose che a essi stanno tanto a cuore. E vuole anche compiacerli, ottenere la loro approvazione, ma ORA, SUBITO. Se un b. che ha le abilità necessarie per riuscire bene a scuola invece va male, vi sono dei motivi che spiegano il suo fallimento che devono essere più pesanti del desiderio di ottenere tutte quelle gratificazioni. Bisogna perciò scoprire da quale prospettiva il fallimento scolastico può apparire più desiderabile del successo. Un comportamento che apparentemente indica un divergenza tra genitori e figli, può in realtà essere motivata dal medesimo scopo, solo che i mezzi usati per raggiungerlo sono molto diversi. Più spesso di quanto si pensi, i figli vogliono le stesse cose che vogliono i genitori. Solo che i b. il più delle volte reagiscono ai contenuti dell’inconscio dei genitori, più che ai contenuti presenti alla coscienza. Nel mondo infantile, quella che noi chiameremmo realtà oggettiva conta ben poco. I processi attraverso i quali opera l’inconscio sono ignoti, caotici e confusi. Le nostre motivazioni sono ambivalenti, spesso contraddittorie, e solo alcuni di questi contenuti risalgono temporaneamente alla coscienza sotto forma di fugaci pensieri. Quando ci muovono profonde emozioni o complessi sentimenti, è probabile che siano in gioco anche motivazioni inconsce, di cui non abbiamo consapevolezza. Infatti, non solo le nostre motivazioni consapevoli influenzano il nostro comportamento, ma anche e soprattutto quelle inconsce. Tutti i b. sono convinti, in alcune occasioni, che ai loro genitori stiano più a cuore le loro cose che non le loro. Tutto dipende perciò dalla possibilità che il comportamento dei genitori riesca a controbilanciare questa sensazione del figlio, convincendolo del fatto che egli sia il centro dei loro pensieri e dei loro affetti. Quindi l’approvazione dei genitori per quello che il figlio è e fa riveste tanta importanza: solo quando il b. è sicuro dell’approvazione dei genitori, la critica occasionale del suo comportamento diventa sopportabile e non arreca danni (distruggere la sicurezza di sé del b. e la sua fiducia nella benevolenza dei genitori,

b. a frequentare la scuole vengono interpretati dal b. come una prova che essi vogliono, se non liberarsi di lui, non lasciarlo più essere il loro b. obbligarlo con la forza in questi casi non solo è controproducente, ma è la cosa peggiore che si possa fare, perché non fa che confermare ai suoi occhi i suoi timori. È indispensabile che i genitori convincano il b. che, qualunque cosa succeda, egli non perderà mai il loro amore e il loro affetto e che non occorra che egli ricorra a metodi così drastici. Devono quindi simpatizzare con la difficile situazione del figlio in preda alla fobia della scuola o con altre difficoltà scolastiche, capire che la sua sofferenza è reale ed è dovuta a un diffuso senso di insicurezza, in particolare circa la propria importanza agli occhi dei genitori. Un elemento che aiuta i genitori a sviluppare un atteggiamento di empatia è rendersi conto dell’importanza vitale che essi rivestono per il loro figlio. Le emozioni molto intense sono sempre espressione di profondo coinvolgimento. I genitori dovrebbero avere fiducia nel figlio, e raggiungere la certezza interiore che il loro figlio riuscirà bene nella vita. Il dubbio che non riuscirà a cavarsela è estremamente distruttivo per un b. che già nutre dei dubbi sull’amore dei suoi genitori. È la fiducia che noi nutriamo nei suoi confronti che fa sorgere nel b. un senso permanente di fiducia in se stesso e nelle proprie capacità. Un rendimento scolastico scadente può dipendere anche dal bisogno di affermare la propria indipendenza, dal timore di non essere persone autonome se si fa come vogliono gli altri. L’empatia trasforma un atteggiamento di critica in un atteggiamento di apertura: riusciamo allora a capire come il bisogno di indipendenza spinga i nostri figli a voler decidere da soli se impegnarsi o meno nello studio. I genitori possono desiderare che il proprio figlio faccia meglio a scuola e cercare di aiutarlo, ma nello stesso tempo dovrebbero provare un empito di orgoglio all’idea che voglia già provare le sue ali, che cerchi di affermare se stesso anche contro l’autorità costituita. L’aver accettato la validità delle sue ragioni, l’aver scoperto il suo punto di vista, ci consente di aggirare l’ostacolo senza rinunciare ai nostri fini. Accettando il suo bisogno di indipendenza, facciamo sì che nostro figlio di senta degno di rispetto. Se partiamo dal presupposto che il comportamento di nostri figlio di basa su quelli che secondo lui sono validi motivi, finiremo spesso per scoprire che lo sono davvero, anche se derivano da una visione del mondo molto immatura. Scopriremo anche che le sue ragioni e le nostre, nella maggior parte dei casi possono essere conciliate con soddisfazione reciproca. Perché ciò avvenga occorre buona volontà da entrambe le parti e, da parte dei genitori, una buona dose di pazienza. Ma buona volontà e pazienza non sono difficili da padroneggiare, una volta che siamo riusciti a capire cosa muove nostro figlio e in qualche misura a condividere le sue ragioni. E quando comprendiamo le sue motivazioni, non solo la comunicazione diventa più facile e piacevole per entrambi, ma l’empatia che nasce in noi ci fa apprezzare maggiormente la persona che è nostro figlio, e dunque trarre maggiore gioia e soddisfazione del fatto di essere suoi genitori.

  1. LA NOSTRA COMUNE UMANITÀ La paura dell’abbandono rappresenta una delle angosce più profonde dell’infanzia, e i b. riescono a immaginarsi modi in cui potrebbero ritrovarsi soli e abbandonati. Le spiegazioni razionali non hanno alcuna influenza sui nostri sentimenti. Il genitore che mantiene le distanze dal nostro terrore non è con noi dentro la situazione. A livello di esperienza ne rimane al di fuori. Invece il genitore che ci comunica di comprendere fino in fondo la nostra paura, di considerarla giustificata e reale, ci dà la sensazione di sapere di che cosa sta parlando. Quando i ricordi personali non ci vengono in aiuto, dobbiamo provare a domandarci che cosa farebbe reagire noi nello stesso modo di nostro figlio, indipendentemente dalle caratteristiche esteriori della situazione. Un genitore passabile, oltre a essere convinto che qualunque cosa faccia suo figlio, la fa nella convinzione che sia la cosa migliore da fare in quel momento, si chiederà anche cosa mai lo indurrebbe a comportarsi come sta facendo lui e se si sentisse spinto a comportarsi così, che cosa allevierebbe la tensione. Poiché sono un essere umano, nulla di ciò che è umano può essermi estraneo. Qualunque cosa pensi o faccia un altro essere umano, dovrei essere in grado di ritrovarne l’equivalente dentro di me, almeno come possibilità teorica. Perché l’amore del genitore svolga appieno la sua funzione positiva, occorre che sia illuminato dalla riflessione. Tutto quello che facciamo, il come e il perché, ha un enorme effetto sui figli. Ma occorre la riflessione. Dobbiamo conoscere e valutare le nostre motivazioni, senza limitarci a prendere in considerazione solo quelle che ci appaiono immediatamente accettabili. Dobbiamo chiarirci per il bene di chi stiamo agendo in realtà e ammette la possibilità di essere influenzati dalla preoccupazione per le reazioni degli altri. Mentre può accettare che i suoi genitori non

sappiano più di lui sulla vita in generale, lo stesso non vale per i suoi sentimenti e le sue sensazioni. Può darsi che non sappia esprimerli in parole, ma li conosce benissimo. I b. hanno una specie di sesto senso per capire a vantaggio di chi va una certa azione, se a loro o a noi. Possono accettare, anche con difficoltà, l’idea che i nostri interessi siano legittimi, anche se i loro effetti sono spiacevoli per loro, purchè però noi siamo franchi circa le nostre motivazioni. Dobbiamo insomma sforzarci di vedere la situazione da entrambi i punti di vista. Comprendere le reazioni di nostro figlio a eventi quotidiano può insegnarci molte cose importanti su di noi, su nostro figlio, e sul nostro rapporto. Il modo migliore per convincere i nostri figli che le loro opinioni sono importanti per noi è domandargliele, e non per criticarle o confutarle, ma per rifletterci sopra seriamente. Egli stesso ne verrà facilitato nel considerare a sua volta non arbitrarie le nostre idee su di lui. Il principio dell’equità, esige che si prendano le sue idee sulle nostre motivazioni altrettanto seriamente di come vorremmo che lui prendesse le nostre. È questa oggettiva differenza di potere a rendere scorretto ogni tentativo da parte nostra di indagare dentro la psiche di nostro figlio.

  1. CHIEDERE “PERCHÉ?” I genitori suppongono che “perché” sia una parola neutra, ma i b. non sono di questo parere. Essa implica o suggerisce spesso una valutazione negativa, esperimento così una protesta o un’obiezione. Una delle doti indispensabili di un saggio educatore, soprattutto nelle situazioni difficili è la disponibilità e la capacità di soppesare dentro di sé le possibili motivazioni dei giovani, se si vogliono cogliere le motivazioni del loro comportamento, le sue cause, i suoi scopo. Solo sulla base di una tale comprensione sarà possibile decidere se approvare o meno quelle ragioni, indipendentemente dal proprio atteggiamento verso il comportamento in questione. Nel caso che si approvassero le sue motivazioni, non c’è bisogno di fare domande. Quando invece l’approvazione del genitore è impossibile, allora diventa ancor più importante soppesare bene le motivazioni di nostro figlio, ma va valutato con la massima attenzione anche il grado di consapevolezza che egli stesso può averne. L’adulto, oltre a disapprovare il comportamento del b., è incapace di immaginarsi le sue motivazioni. A un altro livello nel b. il bruciore per essere stato sottoposto a un interrogatorio rimane. Quindi, nella migliore delle ipotesi, la reazione del b. sarà ambivalente. Esiste poi la possibilità che il b. non sappia il perché delle sue azioni. Se non siamo arrivati da soli a formarci un’idea delle possibili motivazioni di nostro figlio, non possiamo prevedere se sarà in grado o meno di rispondere la verità, né possiamo prevedere le conseguenze indesiderabili che il nostro interrogatorio potrà avere. Se sappiamo in anticipo quale sarà la probabile reazione di nostro figlio, e ci sembra di conoscere con buona approssimazione quali debbano essere state le sue motivazioni, allora interrogarlo non può avere altro senso se non quello di metterlo con le spalle al muro. Se il b. non sa quali sono le vere ragioni del suo comportamento, interrogarlo lo farà sentire impotente, insicuro e incerto circa la validità delle sue azioni. Se, avendo compreso le sue motivazioni, intendiamo svelargliele, sarebbe meglio farlo senza prima fargli perdere la fiducia in se stesso. Se le sue ragioni sono ai suoi stessi occhi riprovevoli, o mentirà a noi e forse anche a se stesso, oppure sarà costretto a rinnegare le sue ragioni.
  2. L’EMPATIA L’empatia, fondamentale perché un adulto possa comprendere un b., comporta che si consideri l’altro nostro pari, rispetto ai sentimenti e alle emozioni che ci muovono tutti. Comporta che si abbia familiarità con tutta la gamma dei nostri sentimenti. Avere una reazione empatica significa sforzarci di metterci nei panni dell’altro, così che i nostri sentimenti ci facciano intuire non solo le sue emozioni, ma anche le sue motivazioni. Significa comprendere l’altro dall’interno, non dall’esterno. Comprendere veramente l’altro significa perdonare le sue azioni. Quando si instaura un rapporto di empatia, si prova direttamente quello che prova l’altro, ci si sente con l’altro, dalla parte dell’altro; è un’esperienza vicariante, in cui si sperimenta quello che vuol dire non solo trovarsi al posto dell’altro, ma nella sua pelle. Freud parlò della simpatia tra l’inconscio di una persona e quello di un0altra: è possibile comprendere l’inconscio di un altro solo attraverso il nostro. Non è possibile spiegare adeguatamente con le parole che cosa significa provare certe emozioni (amore, collera, gelosia, angoscia) o certi stati emotivi (depressione, esaltazione), ma se li abbiamo vissuti a nostra volta, sappiamo come deve sentirsi l’altro. Caratteristica fondamentale della maturità è la capacità di “uscire” da se stessi e dalle proprie emozioni, per contemplarle con imparzialità. Di fronte a emozioni molto intense e profonde, il comprensibile desiderio di capire che cosa muove il proprio figlio induce il genitore a insistere perché questi glielo spieghi. Ma poiché non è in grado di spiegare nulla,

sicuro dalla nostra sincera disponibilità, sarà felice di alimentarla chiarendo a noi e a se stesso quello che pensa. Se il b. è sicuro della nostra buona volontà, accetterà anche la nostra guida con uno stato d’animo positivo. Visto che è così difficili evitare le situazioni che possono provocare in risposta un “Non lo so”, è molto meglio non interrogare mai un b. o un ragazzo sulle sue ragioni. Anche ammesso che conosca le proprie motivazioni, è sempre preferibile non domandargliele perché, anche se da parte nostra no c’è l’intenzione di criticarlo, lui potrebbe invece pensarlo. È raro che gli si chieda di dare spiegazioni circa un comportamento che approviamo pienamente. I nostri figli quindi, sanno bene che ne nostri “Perché?” è implicita una sfumatura di disapprovazione.

IMPARARE A MENTIRE Se il b. impara che la conseguenza della sua sincerità è essere criticato dalla persona che per lui più importante, gli sarà difficile resistere alla tentazione di ricamare sui fatti, per renderceli più appetibili, essendo convinto che non si può permettere di dirci la verità nuda e cruda. Il genitore, avendo valutato la situazione dal proprio punto di vista e stabilito come reagirebbe lui, si aspetta chissà come lo stesso faccia suo figlio, ma il b. è molto più sensibile alle proprie emozioni e meno capace di controllare i propri impulsi. Se partiamo dalla convinzione che le azioni dei b. hanno sempre i loro buoni motivi, daremo per scontato che, se nostro figlio ha picchiato un compagno, deve aver ricevuto una provocazione grave che, a suo modo di vedere, la violenza fisica costituiva l’unica risposta appropriata. Quello che ancora non sappiamo è quale sia stata la provocazione, ma per saperlo basta formulare una domanda nel modo adatto, con tutta la simpatia del caso. Se crediamo nella bontà di nostro figlio, ci verrà naturale aspettare che gli sia sbollita la collera per spiegargli i lati negativi del ricorso all’aggressione fisica e i vantaggi dell’autocontrollo. Non riusciremo mai a convincere nostro figlio della desiderabilità di non ricorrere all’aggressione fisica, se noi stessi siamo abituati a ricorrere alle punizioni corporali. In tal caso, l’unica cosa che nostro figlio assimilerà è che la violenza fisica va benissimo se si è più forti dell’altro o se la si usa per quella che consideriamo una giusta causa.

  1. LA DISCIPLINA Le teorie al riguardo sono spesso contrastanti. L’associazione tra educazione e castighi o punizioni è solo secondaria. Significato etimologico della parola “disciplina” e “discepolo” derivano dalla medesima radice latina: discere = imparare. Reciprocamente, l’insegnamento, l’esempio e l’amore reciproco hanno, insieme il potere di impedirci di andare contro i valori dell’altro. L’dea di discepolato non implica l’acquisizione di doti e abilità particolari, bensì l’apprendere da un maestro sulla cui immagine desideriamo modellarci perché ne ammiriamo la vita e le opere. Questo comporta un contatto personale intimo e continuativo, in cui la personalità dell’uno si forma per la forza della presenza dell’altro. Il modo migliore e più facile per diventare maestri in una disciplina è essere stati a propria volta discepoli di qualcuno che ne fosse un vero maestro. Nessuna disciplina degna di essere acquisita può essere inculcata, anzi l’idea stessa di forza è estranea e contraria all’idea di discepolato. Il modo migliore se non l’unico per diventare persone “disciplinate” è emulare l’esempio di qualcuno che si ammira. Se poi ci sentiamo il discepolo prediletto del maestro, siamo ancor più motivati a plasmarci a sua immagine e somiglianza, a identificarci con lui. Quanto più il b. è piccolo, tanto più ammira i suoi genitori. Non può fare altrimenti, perché, per sentirsi al sicuro, ha bisogno di credere nella loro perfezione. Ogni b. ha bisogno di sentirsi il prediletto dei genitori e il timore di non esserlo sta alla base della rivalità fra fratelli, la cui intensità è una misura dell’intensità di questo tipo di angoscia. Effettivamente i genitori preferiscono un figlio su tutti gli altri, anche se a volte cercano di convincersi di amarli tutti in egual modo, ma questo significherebbe negare le differenze individuali: i b. non possono essere amati nello stesso modo dalla stessa persona. Ogni genitore può amare molto ognuno dei suoi figli, ma amerà ciascuno in modo diverso, per ragioni diverse. Il desiderio è padre del pensiero e il pensiero è padre della fede. Quando il b. cresce, i genitori gli sembreranno meno perfetti, ma il desiderio di esserne il preferito continuerà a mantenere intatta tutta la sua forza. Tale desiderio esiste, se non nella coscienza, nell’inconsciodel b. Questo processo è la conseguenza naturale dello stato di dipendenza del b. piccolo, del suo bisogno di essere accudito da qualcuno che sia abbastanza forte da dargli sicurezza. Sta perciò al genitore sfruttare il bisogno di attaccamento del b., per stimolare l’autocontrollo nelle situazioni concrete, per far nascere in lui l’impegno duraturo a essere o diventare, un essere umano capace di disciplina. L’autodisciplina non si conquista facilmente neppure quando il b. ammira i suoi genitori, perché molti

genitiori mancano a loro volta di autodisciplina. Molti genitori cercano di insegnare ai figli l’autocontrollo con sistemi che provocano la loro resistenza. I b. tendono a rispondere più prontamente, sia positivamente che negativamente, quando avvertono la forza del coinvolgimento emotivo del genitore, ma l’autodisciplina preclude di norme l’effusione delle emozioni, anche quando sono intense. È quando il genitore perde il controllo che i b. ne vengono più impressionati, perché allora ricevono segnali più intensi. L’acquisizione dell’autodisciplina è un processo continuo ma molto lento, fatto di passi in avanti e indietro. Goethe: solo la capacità di ricordare i nostri giorni scatenati ci consente di sopportare la condotta scatenata dei nostri figli. Anche noi dovremo ricordare quanto eravamo disubbidienti e difficili a volte da b., e come ci offendeva il fatto che i nostri genitori non fossero pazienti e comprensivi. L’autodisciplina si conquista molto lentamente e vincendo resistenze interiori spesso molto forti. Che ubbidiscano o meno ai nostri ordini, dentro di loro reagiscono più alla propria percezione del nostro carattere e della nostra condotta che ai nostri comandi. I nostri figli si formano appunto attraverso le loro reazioni nei nostri confronti. Gli adulti capaci di autodisciplina, che mettono in pratica i valori in cui credono, non hanno quasi mai bisogno di insegnare a parole l’autocontrollo ai figli. Al contrario, i genitori che richiamano continuamente i figli alla disciplina, ma non sono capaci di controllarsi, non ottengono alcun risultato. Né l’ambiente economico né la classe sociale esercitano un’influenza statisticamente significativa sul comportamento giovanile: il fattore decisivo nel determinare le probabilità che un giovane diverrà asociale o meno è l’atmosfera psicologica ed emotiva che regna in famiglia. I genitori che più chiaramente riescono ad educare figli responsabili e ben adattati saranno sono a loro volta persone responsabili, rette e capaci di autodisciplina, esempi viventi dei valori che professano. Sono disposti a farsi mettere in discussione dai figli e non sentono il bisogno di imporre loro i propri valori, perché hanno implicitamente fiducia che sarebbero cmq diventati persone decenti. I ragazzi con problemi non provengono necessariamente dalle famiglie che si è solito definire “disorganizzate”, né hanno genitori vistosamente asociali. I genitori di questi ragazzi asociali hanno rapporti difficili a causa di conflitti di valore o di incoerenza: non vivono secondo i valori che professano e che cercano di inculcare nei figli a parole o con le punizioni. I figli non hanno così modo di interiorizzare i valori dei genitori, poiché si identificano con l’incoerenza morale di cui i genitori ne sono esempio. Il miglior criterio predittivo del rendimento scolastico di un b. è il livello di scolarità dei suoi genitori. Se la capacità di apprendimento dei genitori ha una tale influenza si quella dei figli, lo stesso vale per la capacità di disciplina, poiché apprendimento e disciplina sono concetti strettamente collegati. L’influenza dei genitori sui figli è più potente quando essi agiscono in modo spontaneo, senza preoccuparsi di fare effetto. La pretesa di essere rispettato rivela al b. l’insicurezza del genitore, che evidentemente non è convinto che il rispetto possa venirgli offerto spontaneamente. Le cose che si pretendono ci vengono date di malavoglia, se ci vengono date, e le pretese vengono sempre vissute, coscientemente o inconsciamente, come il portato di un’intima insicurezza. I figli di genitori insicuri finiscono quindi per diventare adulti insicuri. Muovendo dalle critiche a un b. nonché imponendogli quello che deve fare, si riduce il suo rispetto di sé, perché si richiama la sua attenzione sulle sue carenze. Vivere secondo le regole e la disciplina imposte da altri rende superfluo l’autocontrollo. Quando gli aspetti più importanti della sua vita e della sua condotta vengono regolamentati da altri, il b. non vedrà la necessità di imparare a controllarsi, perché già lo fanno gli altri per lui. Non può imparare a controllarsi finchè non è abbastanza maturo da capire perché sia necessario e vantaggioso impararlo. Le punizioni possono farci ubbidire agli ordini impartiti, ma, nella migliore delle ipotesi, ci insegneranno solo l’ubbidienza all’autorità, non un autocontrollo che accresca il rispetto di noi stessi. Solo dopo aver raggiunto l’età in cui si è in grado di decidere da soli è possibile imparare a controllarci. Fin da molto piccolo, il b. occidentale si sente dire cosa deve fare, mentre il b. giapponese viene incoraggiato non solo a prendere in considerazione i sentimenti degli altri, ma a riflettere su quello che fa, invece di ubbidire semplicemente agli ordini. Altrettanto importante per far sviluppare l’autodisciplina è la pazienza con cui la madre giapponese aspetta che il figlio si decida. La sua pazienza non solo serve a dare l’esempio, sottintende anche la convinzione che, se gli si concede il tempo necessario, il b. arriverà da solo a prendere la decisione giusta. Il genitore che ha fretta non può che imporre la disciplina, mentre per insegnarla occorrono tempo e pazienza, nonché la fiducia che il b. saprà da solo fare la cosa giusta. Dietro lo spronare e fare fretta non c’è semplicemente l’impazienza del genitore o la voglia di farla finita con la poppata, c’è l’intima convinzione

rispetto di sé: il desiderio di meritare o conservare la stima delle persone la cui opinione ci sta a cuore. L’unico deterrente su cui si possa veramente contare è il rispetto di sé, o il calcolo delle possibili conseguenze delle nostre azioni. In tal caso però, vuol dire che viviamo in base a una moralità situazionale, che muta a seconda delle circostanze e non in base a un’etica saldamente ancorata negli strati più profondi della nostra personalità. Perciò, la meta che un genitore si dovrebbe proporre per quanto riguarda la disciplina, è di accrescere nei figli il rispetto di se stessi, di renderglielo così forte e resistente da riuscire in ogni circostanza a trattenerli dal comportarsi male. Quando lo rimproveriamo, dobbiamo chiarirgli sempre come anche noi si sia convinti che, se ha agito in quel modo, è perché secondo lui, era giustificato a farlo. Con i b. urlare non serve a molto: si spaventeranno e ubbidiranno, ma sanno benissimo che non è quella la voce della ragione. Il nostro compito è di creare le condizioni in cui la voce della ragione possa essere udita e seguita. Per un b., il desiderio delle cose proibite è così grande da mettere a tacere ogni altra considerazione. Se vogliamo capire il suo stato d’animo, dobbiamo immaginare quello che proveremmo noi, come ci comporteremmo noi, se fossimo in preda alla voglia di fare qualcosa di trasgressivo che si possa fare facilmente e che non comporti un danno per nessuno. Come sempre, conta quello che facciamo, non quello che diciamo. Capiremmo così che aveva trovato innumerevoli ragioni per infrangere la legge, esattamente come noi. Il fatto di essere stati comprensivi e buoni con lui lo aiuterà a vincere la tentazione la volta successiva, purchè noi gli diamo l’esempio, dimostrandogli di sapere a nostra volta resistere alle tentazioni. Dire a nostro figlio che, pur disapprovando quello che ha fatto, ci rendiamo conto che secondo lui era giustificato, apre una possibilità di dialogo, mentre se lo induciamo a pensare che per noi le sue ragioni non sono cmq degne di considerazione, si convincerà che noi diamo credito solo al nostro punto di vista, mai al suo se non concorda col nostro. Dirgli che sappiamo bene che, se avesse saputo di fare male, non l’avrebbe mai fatto, accresce sia il rispetto di sé sia l’amore per noi. Il desiderio di essere amato da noi lo induce a comportarsi bene ora che è piccolo, mentre il rispetto di sé lo motiverà, da adulto, a condurre una vita morale. Un genitore passabile si rende conto di come il più delle volte la sua irritazioni riguardi lui personalmente più che la condotta del figlio, e di come cedere alla collera non faccia bene a nessuno. Un genitore non tanto bravo invece è convinto che la sua collera sia dovuta esclusivamente al comportamento del figlio e di avere il diritto di lasciarsene guidare. Fingere di essere calmi quando non è affatto cos’, fa dedurre a nostro figlio che siamo disonesti con noi stessi. A noi non basta che nostro figlio smetta di fare quello che noi disapproviamo, vorremmo anche che ci desse ragione. Quando dobbiamo negargli qualcosa a cui tengono molto, non riusciamo a provare simpatia per i loro sentimenti, pretendiamo che accettino e comprendano le nostre ragioni in un momento in cui il loro coinvolgimento emotivo glielo rende impossibile.

NON CI INDURRE IN TENTAZIONE Le nostre reazioni sono proporzionate più all’ansia circa il futuro che non al misfatto concreto. In generale, il b. sa di aver commesso una brutta azione, ed è disposto ad accettare la disapprovazione dei genitori, ma solo per quello che ha fatto qui e ora. Qualunque cosa un b. faccia, le reazioni positive o negative dei genitori influiscono potentemente sulla formazione della sua personalità. Una trasgressione grave richiede una risposta appropriata, in modo che il b. impari dai propri errori. Per un b. che ama i suoi genitori, rendersi conto di averli disonorati agli occhi di un estraneo è una delle esperienze peggiori. Tuttavia, se lo puniamo, l’effetto di questa esperienza potrà essere diminuito: le punizioni sono inefficaci come deterrenti poiché riempiono di rancore nei confronti di chi la impone. È meglio quindi lasciare che nostro figlio constati, dalla nostra condotta nei confronti della persona in questione, il dolore e l’imbarazzo che ci ha procurato. Quando nostro figlio ci ruba dei sogli, prima ancora di affrontarlo, dobbiamo domandarci se per caso non l’abbiamo indotto in tentazione con la nostra negligenza. Potrebbe darsi che nostro figli sarebbe stato in grado di resistere, se lo avessimo avvertito di come dia difficile per tutti noi vincere le tentazioni, e dunque lodevole riuscirci. Se prendessimo con serietà l’impegno di non indurre i nostri figli in tentazione, baderemmo a non lasciare alla loro portata le cose che non vogliamo che prendano. Un b. può rubare ai suoi familiari semplicemente per punire coloro che lo espongono alla tentazione, o per scoprire se sono abbastanza attenti da notare quello che fa e abbastanza coinvolti da intervenire. Non bisognerebbe mai presumere che un b. rubi semplicemente per soddisfare un capriccio. Le malefatte dei b.

vanno quindi considerate sempre nel contesto del rapporto con la persona a cui sono rivolte. In questo caso, domandargli semplicemente perché abbia rubato a quella persona e non a un'altra può risultare molto istruttivo, ma potremo ottenere un’informazione solo se non siamo troppo visibilmente indignati, e soltanto se ci mostriamo privi di pregiudizi. I b. hanno idee molto diverse dalle nostre circa la proprietà privata. Probabilmente il fattore che svolge il ruolo più profondo quando un b. “ruba” ai genitori è costituito dal suo particolare senso della famiglia. Visto che il b. “appartiene” alla famiglia, in particolare ai suoi genitori, è logico per il b. che essi appartengano a lui. La funzione principale della famiglia è la necessità di provvedere ai bisogni dei membri più giovani finchè non siano in grado di provvedere da soli. La famiglia nella forma attuale si è formata come gruppo che condivide proprietà comuni. Essendo un essere umano più primitivo di noi, il b. ha un’esperienza molto più primitiva e diretta della realtà: si tratta della sua famiglia, dunque quello che appartiene ad essa è anche suo. Rubare in casa e rubare a estranei sono due cose diverse e vanno considerate e trattate in modo diverso. Bisognerebbe chiarire che quello che c’è in casa è, entro limiti ragionevoli, a disposizione di ciascuno, ma che lui non deve prendere nulla di nascosto, instillandogli così un più profondo senso di coesione familiare. Tali perdite turbano molti i genitori non per il loro valore materiale ma perché suscitano immagini mentali del figlio come futuro spendaccione o ladro.

Punire i figli non è mai consigliabile, pur ammettendo che possa consentire la scarica della nostra collera e del loro senso di colpa. Talvolta quando un b. o un ragazzo hanno commesso un’azione molto grave e il genitore è molto in collera, un castigo può riuscire di sollievo a entrambi. Agire in base ai dettami della coscienza aiuta a costruire una personalità più desiderabile, più responsabile e più solida, di quella che può svilupparsi in risposta alla paura di essere puniti. Le punizioni, soprattutto se dolorose o umilianti, al pari di altri eventi traumatici, vanno soggette a rimozione: il dolore e il risentimento vengono rimossi, e si ricorda solo il sollievo provato con il ristabilirsi dei sentimenti positivi, a riconciliazione avvenuta. Qualunque gesto del genitore cha sia inteso a punire, suscita risentimento ne figlio, e quanto più la punizione è severa, tanto più intensa sarà l’indignazione del figlio. E a nessuno può venire voglia di emulare una persona verso la quale si prova risentimento. Qualunque punizione, interferisce con il nostro fine più importante: che nostro figlio ci ami, accetti i nostri valori, si senta spinto a vivere quella che per noi è un’esperienza morale. Le punizioni intaccano il desiderio del b. di identificarsi con noi, nonché il suo rispetto di sé e il suo atteggiamento positivo verso la vita. Punire i b. è sempre un errore, anche quando egli stesso ritiene di esserselo meritato: dopo averlo subito ha sempre la sensazione di essere stato trattato ingiustamente. Le punizioni intaccano il senso di sicurezza. Fa parte della natura umana provare risentimento per chi detiene il potere di punirci, e se la nostra sicurezza dipende da una persona verso la quale proviamo risentimento, non possiamo sentirci sicuri. Il giudice che pronuncia la sentenza non infligge mai la pena personalmente. In teoria, fargli capire il nostro dispiacere dovrebbe rappresentare un deterrente efficace, ma quando le parole non bastano, la minaccia di una parziale e temporanea diminuzione del nostro amore e del nostro affetto diventa l‘unico sistema sensato per fargli capire che farebbe meglio a ubbidirci, altrimenti non potremmo più stimarlo così tanto, o amarlo cos’ tanto, come entrambi vorremmo. Almeno per la maggior parte di noi, non è vero che possiamo amare incondizionatamente: se veniamo delusi troppo spesso e troppo gravemente, il nostro amore si affievolisce. Il b. corregge il proprio comportamento per motivi suoi, e non per i motivi che gli vengono prospettati dai genitori. Un gesto simbolico: escludere per breve tempo il b. dalla nostra presenza. La distanza fisica simboleggia la distanza affettiva, ed è un simbolo che parla contemporaneamente alla coscienza e all’inconscio del b. Quello che probabilmente farò più impressione al b. è la minaccia dell’abbandono: l’angoscia da separazione è probabilmente la prima e più fondamentale forma di angoscia dell’essere umano. Ma se viene usato intendendolo come una punizione, l’allontanamento fisico perde la sua forza d’urto a livello emotivo, perché a renderlo efficace non sono la premeditazione o l’accurata esecuzione del gesto, ma la sua qualità di intensa asserzione emotiva. Avere un’intensa reazione emotiva quando nostro figlio si comporta molto male è la cosa più naturale del monto, e sospendere momentaneamente il nostro amore perché le sue azioni ci hanno così ferito da farci sentire temporaneamente estraniati, è la logica conseguenza delle nostre autentiche emozioni. Il sollievo emotivo, che genitore e figlio provano, dopo la breve separazione, quando si trovano nuovamente uniti, non può che intensificare il loro rapporto. Tutto ciò

stesso sesso, tendiamo a rivivere alcuni degli aspetti problematici del nostro rapporto infantile con il genitore del nostro sesso. Vi è una tendenza a proiettare sui figli i conflitti irrisolti. Ma se approfittiamo dell’occasione che queste situazioni ci offrono per analizzare che cosa ci induce a comportarci in quel modo, forse potremo risolvere ora quei conflitti infantili che non abbiamo risolto in passato. Ci apparirà chiaro che, quando l’ostilità si manifesta, siamo solo di fronte al rovescio della medaglia dell’amore. Questa scoperta trasforma la nostra irritazione in un atteggiamento di comprensiva accettazione delle forze emotive sottostanti. Uno dei rischi di una rimozione troppo rigida del lato negativo dell’ambivalenza infantile verso i genitori è che può interferire con l’espressione dei sentimenti positivi. L’assurda convinzione che solo i nostri figli possono nutrire occasionalmente sentimenti negativi, mentre noi ne saremmo esenti, è quanto di più nocivo possa esistere per i nostri rapporti reciproci.

I BRUTTI SOGNI Una delle cause principali degli incubi notturni dei b. piccoli è l’azione del loro embrionale Super-io, che cerca di punirli per le loro tendenze “inaccettabili” o “peccaminose”. In quanto precursore di quella che sarà una più integrata coscienza morale, l’incubo svolge un ruolo importante nello sviluppo della personalità di ognuno. E nella misura in cui riusciremo a comprendere i nostri incubi infantili, avremo in mano uno strumento per aiutare i nostri figli a padroneggiare i loro. L’irrealistico senso di angoscia che molte persone provano, trae origine spesso da incubi infantili dimenticati. Possiamo trarre dai brutti sogni dei nostri figli lo spunto per esplorare quel che poteva nascondersi dentro i nostri. Conoscendo meglio noi stessi, saremo in grado di offrire ai nostri figli l’apporto della nostra più profonda empatia, nel senso di capire sia la sofferenza provocata dall0ncubo, sia la sua importanza per la formazione della personalità. Sempre, lo sforzo di capire il ruolo svolto nello sviluppo della nostra personalità da esperienze analoghe a quelle dei nostri figli,in quanto ci dà nuova chiarezza su di noi, produce dei cambiamenti positivi. Non solo influiamo sugli atteggiamenti di nostro figlio, ma modifichiamo anche i nostri. I b. avvertono subito le ragioni per cui i genitori fanno qualcosa con loro per loro. Per i b. farsi raccontare sempre di nuovo la medesima storia può essere un modo per cercare di far capire ai genitori il messaggio che secondo loro essa comunica. Nel richiedere una particolare storia, il figlio vuole fare un dono: rendere il genitore partecipe di qualcosa di molto importante per lui. Pur partecipandovi da due mondi diversi, le differenze contano meno del fatto che ognuno è grato all’altro per la nuova consapevolezza raggiunta, per essere stato il tramite di una nuova crescita. L’elemento di parità insito in tale esperienza realmente in comune è molto importante per il b., che si trova in questo caso a dare oltre che a ricevere.

  1. RACCONTARE AI FIGLI LA STORIA DELLA NOSTRA VITA È normale che i figli siano curiosi su come erano i genitori prima della loro nascita, e voglio sapere di quando erano bambini. A livello di coscienza le nostre motivazioni sono complementari: noi vogliamo farci conoscere meglio e loro vogliono conoscerci meglio. Talvolta però entrano in gioco sentimenti più complessi. Benché il silenzio del genitore su una parte significativa del suo passato si fondi sul desiderio di proteggere il figlio, questi tenderà a interpretarlo come un giudizio di inadeguatezza. Allora cercherà di tenere nascosti al genitore aspetti importanti della propria vita. Senza rendersi conto coscientemente, può darsi che il genitore a volte alluda al proprio passato per indurre il figlio a comportarsi con maggior riguardo verso di lui e a essergli più grato per i sacrifici compiuti. Oppure il genitore prova una certa invidia per il figlio. Il figlio tende istintivamente a rispondere alle emozioni che avverte nell’inconscio del genitore, e prova quindi a risentimento anziché piacere nel sentirsi raccontare del suo passato. I b. e i ragazzi essendo più egocentrici degli adulti maturi, tendono a credere di essere la causa di qualunque azione dei genitori. Le sofferenze lasciano sempre un segno, e se non siamo liberi dal risentimento, esso si insinuerà nei nostri racconti. Nostro figlio avvertirà il nostro risentimento e ad esso risponderà con forza. Dato il suo egocentrismo, penserà che lo invidiamo perché la sua vita è migliore della nostra: avvertendo il nostro risentimento, gli sembrerà che sia rivolto a lui, e man mano arriverà a detestare quella che gli sembra la causa di tutto, il fatto di parlare del nostro passato. È molto difficile per un genitore non provare intense emozioni all’idea che il figlio abbia una vita più facile della sua e ancor più difficile è riconoscere come sia impossibile per un b. apprezzare “privilegi” che in realtà non ha scelto. Inoltre, il b. che sente raccontare come i suoi genitori avviamo sopportato e superato gravi disagi e difficoltà, tende a dubitare di essere capace a sua volta di sopportarne di simili, e questo lo fa

sentire inferiore e inadeguato. Aspettarsi che un b. o un ragazzo si rendano conto di quanto sono fortunati, presuppone che essi siano in grado di guardare la propria vita e quella del genitore con obiettività. Il b. ha criteri suoi per definire le privazioni e le pene. Raccontare ai figli la nostra storia, se viene fatto con i sentimenti giusti, al momento giusto, nel contesto giusto, può davvero avvicinarci di più. Quanto più una situazione è emotivamente delicata e ricca di risonanze, tanto più è necessario gestirla con oculatezza, analizzando i nostri sentimenti e riflettendo su quali potrebbero essere i sentimenti di nostro figlio. Tutte le situazioni dotate di una forte carica emotiva sono come le medicine molto potenti: possono fare molto bene ma anche molto male. Molti dei “privilegi” del b. sono imposti, non scelti, e possono anche non sembrargli tali. Qualunque situazione può avere risvolti imprevisti, anche quando non c’è conflitto tra genitore e figlio, bensì, al contrario, l’intento cosciente di aumentare la comprensione reciproca, perché entrambi si basano sul proprio schema di riferimento. Ma visto che il b. non può fare altrimenti, sta al genitore sforzarsi di guardare la situazione da entrambe le prospettive. Questo richiede anche di essere sinceri con noi stessi riguardo ai sentimenti che proviamo per nostro figlio, e di essere sinceri con lui e noi circa le ragioni che ci muovono: dobbiamo analizzare obiettivamente le nostre motivazioni, per essere sicuro di agire realmente nel suo interesse. In tutte le interazioni tra genitori e figli, il nodo centrale è il contesto di base entro il quale ha luogo l’interazione: la natura del rapporto. È importante quindi avere sempre presente che i b. e i ragazzi possono vedere le cose solo dal loro punto di vista, che è molto diverso dal nostro. Allora vedremo nostro figlio e i suoi problemi con chiarezza, e non attraverso uno specchio oscuro o deformato dal coinvolgimento con noi stessi e con il nostro passato, o dalle nostre ansie circa il futuro.

SVILUPPO DELLA PERSONALITÀ INDIVIDUALE

  1. LA CONQUISTA DELL’IDENTITÀ In tutti i b. sono presenti già al momento della nascita le impronte di quelle che sarà la loro futura personalità. La strada che conduce alla conquista della propria identità è irta di tranelli e deviazioni. Se è difficile diventare se stessi, lo è ancor di pià scoprire in cosa consiste essere se stessi, riconoscere quali siano le componenti essenziali della propria personalità e quali siano quelle accessorie. Solo se sappiamo discriminare tra di esse possiamo dire di avere conquistato la nostra identità. Tutti possediamo tratti che non ci piacciono, che non approviamo o che non ci convincono del tutto. A volte la nostra ricerca dell’identità ci porta a compiere deviazioni che possono essere dolorose o pericolose. L’atteggiamento interiore del genitore verso il cammino del figlio alla conquista della sua personalità dovrebbe sempre rimanere di rispettosa e gioiosa accoglienza, muterà invece il modo in cui tale atteggiamento si manifesta, a seconda delle diverse forme che la ricerca dell’identità assume via via che il b. cresce. Più il b. è piccolo, più questo atteggiamento del genitore deve tradursi in gesti che mostrino inequivocabilmente il suo desiderio che il figlio arrivi a formarsi un’identità sua. La partecipazione attiva dei genitori è necessaria perché all’inizio l’identità del b. si forma esclusivamente in relazione ad essi; la sua identità potrà essere positiva solo se è in armonia con l’atteggiamento dei genitori verso di lui. Se il loro atteggiamento è in parte negativo, la sua identità ne risulterà frammentata. Quando il b. sente che quello che fa e che è dà gioia ai suoi genitori, questa esperienza lo fa sentire felice e importante, perché capisce che è la sua persona la fonte della loro gioia. L’approvazione dei genitori lo porta a viversi come un individuo riconoscibile, diverso da tutti gli altri, e diventa l’incentivo a formarsi la sua personalità individuale. Il piacere con il quale i genitori accolgono quello che il figlio è e fa fornire al b. le esperienze necessarie allo sviluppo del narcisismo, di quell’amore di sé che rimane la fonte inesauribile del desiderio di costruirsi una personalità individuale, unica e irripetibile, il più possibile aderente alla propria natura. Una delle cause del comportamento ripetitivo dei b. piccoli è appunto la gioia che ricavano dall’approvazione di genitori. È perciò fondamentale che questi facciano capire chiaramente al b. quali dei suoi comportamenti fanno loro piacere. Per ripetere certi tipi di comportamento abbastanza spesso da assumerli come abitudini, il b. ha bisogno di segnali chiari e costanti, e l’approvazione del genitore gli fornisce un motivo per incorporarli permanentemente nella sua nascente personalità. Ma il processo può avvenire anche al negativo, reagendo negativamente non solo verso i genitori ma anche verso di sé. Se i genitori segnalano ripetutamente la loro gioia per quello che è e che fa il b., egli sarà pronto a compiere il passo successivo, in cui incomincia a dare un contenuto più specifico alla propria individualità attraverso un’identificazione parziale con i genitori,

finirà per tradursi in apprezzamento e rispetto per il proprio corpo da parte del figlio. Perché ogni tappa conduca alla meta, allo sviluppo di un sé corporeo e in seguito di una solida e ricca identità personale, il genitore deve comunicare in modo inequivocabile di approvare senza riserve la conquista dell’autonomia da parte del figlio. Le risposte del genitore non possono essere sempre positive:i “no” sono necessari quanto i “si”. Quello che è essenziale è innanzitutto che le esperienze dell’approvazione genitoriale superino quelle della disapprovazione, deve inoltre essere accompagnata da lodi esplicite e da un reale intimo piacere da parte nostra, e sottolineata eventualmente da ricompense idonee; mentre la disapprovazione andrebbe espressa con la massima dolcezza possibile. Il b. si relaziona esclusivamente con la situazione presente, ed è convinto che lo stesso facciano i genitori; inoltre, quando la preoccupazione del genitore è circoscritta al problema in atto, invece di essere accentuata da considerazioni sulle possibili conseguenze negative per il futuro, gli riesce più facile pensare a modi di agire da proporre al figlio in alternativa a quello che sta seguendo.

RESTRIZIONI ALLA CRESCITA Se i genitori, anziché incoraggiarlo, soffocano lo sviluppo di sé da parte del figlio, egli potrebbe rinunciare all’impresa in cambio di una falsa sicurezza, ottenuta attraverso la fusione con la madre. Oppure il b., trovando troppo pericoloso il compito di sviluppare il suo sé, potrebbe accontentarsi di un sé falso, un’evoluzione che di norma porta, nell’adolescenza, a un’esistenza psicotica segnata dalla spersonalizzazione. Quando manca la spontaneità, i pensieri rimangono stereotipati, copiati dall’esterno, incapaci di esprimere alcun contenuto interiore, individuale. Solo esplorano il mondo con il suo corpo il b. può incominciare a gettare le basi della sua personalità.

LA “RIBELLIONE ADOLESCENZIALE” Gli adolescenti hanno bisogno che i genitori si mostrino fedeli ai propri valori, senza però difenderli troppo attivamente. Il ragazzo ha bisogno di definire se stesso non solo in riferimento ai genitori e in base alla loro approvazione, ma anche contro i genitori, per timore che siano loro, e non lui da solo, a determinare la sua personalità. Per avere la certezza di essere quello che lui vuole essere, l’adolescente cerca di essere anche quello che i suoi genitori non vorrebbero che fosse. Per avere il coraggio di avventurarsi nel mondo, l’adolescente ha bisogno di sentire che la casa della sua infanzia è ancora lì, così come il b. ai primi passi ha bisogno di un oggetto transizionale che gli dia sicurezza. Esso rappresenta il luogo in cui il ragazzo può essere infantile quanto vuole, mentre si sforza di fare il grande nel vasto mondo. Nel periodo della ribellione adolescenziale, la cosa migliore è che i genitori siano capaci di accettare la condotta stravagante, antagonistica o sgradevole dei loro figli, pur senza approvarla. Quando i ragazzo si accorgerà da solo che quel tipo di condotta non soddisfa realmente i suoi bisogni, non ha in realtà niente a che fare con la sua personalità, avrà l’impressione che l’aver rinunciato a quegli atteggiamenti antagonistici non sia dovuto alle pressioni esercitate dai genitori, ma alla propria autonoma decisione. I genitori si devono intromettere il meno possibile nelle faccende del figlio, pur offrendogli sempre la possibilità di tornare a essere il benvenuto in casa sua. Dovrebbero poi evitare sia di affermare o difendere a spada tratta se stessi e il proprio modo di vivere, sia di cedere all’impeto degli attacchi filiali. La cosa migliore è che si limitino a rimanere fedeli ai propri valori, continuando a vivere secondo i propri principi, ma senza sottolineare la superiorità e senza criticare apertamente quelli in base ai quali il figlio vuole vivere in quel momento.

RISCHI DA CORRERE Nessuno può scoprire chi è senza misurare quello che sa fare e fino a che punto può spingersi, e non nei tempi e nei modi imposti da altri, ma per scelta autonoma. Nell’adolescenza, in cui il principale problema evolutivo è la scoperta e l’affermazione dell’identità, i ragazzi provano un bisogno particolare di mettere alla prova il proprio corpo, perché nelle cose fisiche i risultati sono immediati, misurabili e chiaramente visibili. Nel tentativo di affermare se stesso, il ragazzo deve liberarsi della supremazia degli adulti, compresa quella che si esprime attraverso l’impostazione dei loro valori. Quanto più deve far dipendere la sua stima di sé dalla valutazione degli adulti, infatti, tanto meno si sente una persona autonoma. È un modo per dichiarare la loro superiorità nei confronti di una società, i cui principi essi disprezzano perché sono convinti di esserne a loro volta disprezzati. È la mancanza di rispetto per se stessi la causa del comportamento delinquenziale.

  1. IL GIOCO: UN PONTE VERSO LA REALTÀ Se vogliamo comprendere nostro figlio, dobbiamo comprendere i giochi che fa. Le attività ludiche a cui i b. si dedicano si modificano di pari passo con il loro sviluppo intellettivo e psicologico. È attraverso il gioco che il b. comincia a comprendere come funzionano le cose. Mentre giocando con altri b., si rende conto dell’esistenza delle leggi del caso e della probabilità, e di regole di comportamento che vanno rispettate. Attraverso la sconfitta in un gioco o in una gara che possono essere ripetuti e in cui potrà eventualmente vincere, il b. arriva a convincersi di potercela fare, nella vita, nonostante i fallimenti temporanei. Occorre che i genitori non attribuiscano importanza al fatto di vincere, bensì al piacere di giocare. Devono fargli capire che perdere non è affatto una dimostrazione di inferiorità personale, così come vincere non lo è di superiorità. Freud considera il gioco come lo strumento attraverso il quale il b. raggiunge le sue prime grandi acquisizioni culturali e psicologiche e attraverso il quale si esprime. Ci sono emozioni di cui i b. stessi non avrebbero sentore o dalle quali rimarrebbero sopraffatti, se non avessero la possibilità di elaborarle e affrontarle agendole nei giochi di fantasia. Essi usano il gioco per elaborare e padroneggiare complesse difficoltà psicologiche del passato e del presente. La “terapia del gioco” è divenuto lo strumento principale per aiutare i b. a superare le loro difficoltà emotive. Il sogno è la “strada maestra” per arrivare all’inconscio, il gioco è la “strada maestra” per arrivare al mondo interiore del b., al suo mondo conscio e inconscio. Dai giochi che un b. fa possiamo farci un’idea di come vede e interpreta il mondo: come vorrebbe che fosse, che cosa gli interessa, quali problemi lo affliggono. Attraverso il gioco esprime cose che non riuscirebbe a tradurre in parole. La scelta di un gioco piuttosto di un altro è motivata da processi, bisogni, problemi, angosce interiori. Il gioco è il suo linguaggio segreto, che noi dobbiamo rispettare, anche se non lo comprendiamo. È sempre meglio lasciare che i nostri figli giochino come vogliono, senza interferire quando li vediamo così assorti. I b., se lasciati a se stessi, il più delle volte sanno trovare la soluzione giusta per i loro problemi. Il gioco non serve ai b. solo per padroneggiare i loro problemi di vita: spesso è semplicemente un mezzo per comprendere il mondo. È raro che i b. riproducano lo stesso gioco esattamente con gli stessi particolari. A osservarli bene, si scoprono nella sua struttura cambiamenti minimi, che riflettono le molteplici possibilità del gioco spontaneo. Una reale ripetitività della forme del gioco segnala che il b. sta lottando con problemi di enorme importanza per lui e che, pur non essendo ancora riuscito a trovare una soluzione, continua a esplorare e a cercarla.

IL VALORE DEL GIOCO Innanzitutto, i b. giocano perché giocare è un’attività godibile in se stessa. “Piacere della funzione”: il piacere che deriviamo dal sentire che il nostro corpo e la nostra mente sono in funzione e ci rendono i servizi richiesti costituisce la base di ogni sensazione di benessere. Il gioco solitario ci fornisce l’occasione di provare il piacere della funzione, mentre il gioco condiviso costituisce la fonte della soddisfazione di funzionare bene in relazione agli altri. L’importanza del gioco risiede innanzitutto nel godimento immediato e diretto che il b. ne trae, e che si estende traducendosi in godimento per il fatto di essere vivo. Ma il gioco ha due altre facce, rivolte una verso il passato, l’altra verso il presente e il futuro il gioco infatti consente al b. di risolvere in forma simbolica problemi irrisolti del passato e di far fronte simbolicamente o direttamente a problemi attuali, e costituisce inoltre lo strumento più importante in suo possesso per prepararsi ai suoi compiti futuri. I b. che hanno scarse occasioni di giocare tendono a presentare gravi carenze o un arresto dello sviluppo intellettivo, perché nel gioco e attraverso esso il b. esercita i processi di pensiero, e senza una tale pratica il pensiero si appiattisce e si atrofizza. Anche lo sviluppo del linguaggio viene stimolato, se l’adulto, giocando con il b. all’età in cui questi è più ricettivo, gli parla frequentemente e a lungo. Il gioco assume un’importanza così decisiva perché, mentre ne stimola lo sviluppo intellettivo, insegna anche al b. gli atteggiamenti psicologici indispensabili per l’apprendimento, come la perseveranza. Impara cioè a non darsi per vinto al primo segno di fallimento, e neppure in seguito, a non accontentarsi di qualcosa di più facile, ma insistere e riprovarci. Ricevendo un tipo di messaggio a livello verbale e uno contrario a livello di segnali subliminali, il b. rimane completamente confuso, perché quello che gli viene detto contraddice quello che avverte essere la realtà, e il risultato è una sorta di paralisi di fronte alle difficoltà. Il miglior antidoto è la profonda, intima convinzione che nostro figlio alla fine ce la farà, per quanto tempo possa occorrergli. I b. cercano di superare l’esperienza frustrante di vivere in un mondo che essi non sono in grado di padroneggiare creandosene uno che possono comprendere, e se lo costruiscono nel