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Un genitore quasi perfetto di Bruno Bettelheim, Tesine universitarie di Sociologia Dei Processi Culturali

tesina del libro "un genitore quasi perfetto" di Bruno Bettelheim

Tipologia: Tesine universitarie

2015/2016

Caricato il 17/06/2016

valentinaeleonora86
valentinaeleonora86 🇮🇹

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Università degli Studi di Palermo
Scuola delle Scienze umane e del Patrimonio culturale
Laurea Magistrale in Servizio sociale e Politiche sociali
Corso di “Processi di socializzazione e costruzione dell’identità”
Prof. Roberto Rovelli
Anno Accademico 2014-2015
Un Genitore quasi perfetto di
Bruno Bettelheim
Elaborato a cura di Valentina Eleonora Insalaco
Matricola: 0634527
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Scarica Un genitore quasi perfetto di Bruno Bettelheim e più Tesine universitarie in PDF di Sociologia Dei Processi Culturali solo su Docsity!

Università degli Studi di Palermo

Scuola delle Scienze umane e del Patrimonio culturale

Laurea Magistrale in Servizio sociale e Politiche sociali

Corso di “Processi di socializzazione e costruzione dell’identità”
Prof. Roberto Rovelli
Anno Accademico 2014-

Un Genitore quasi perfetto di

Bruno Bettelheim

Elaborato a cura di Valentina Eleonora Insalaco
Matricola: 0634527

Indice

Introduzione p. 2

Cap. I - Il rapporto Genitore-Figlio “ 6

Cap. II - Sviluppo della Personalità Individuale: la Centralità del Gioco “ 15

Cap. III - La Famiglia, il Bambino, la Società “ 21

Considerazioni conclusive “ 26

Bibliografia e Sitografia “ 28

Da quanto si evince dal saggio, questo è il senso della educazione secondo l’autore, in pieno spirito psicanalista: condurre fuori dal bambino le impronte di quella che sarà la sua futura personalità, che lo contraddistinguerà nel mondo e sarà sempre divisa da conflitti interiori per ciò che egli è e ciò che vorrebbe essere, tenendo conto che le prime esperienze infantili influiscono sulla sua autostima e sulla percezione di sé in rapporto agli altri. Con l’educazione, infatti, il genitore: − sviluppa nel bambino un certo numero di stati fisici, intellettuali e morali che gli vengono richiesti dalla società; − fornisce al proprio figlio quegli strumenti che gli consentiranno di:  scoprire chi vuole essere, quindi, diventare una persona contenta di sé e della propria vita;  fare della sua vita ciò che ai suoi occhi appare importante e degno di essere fatto;  instaurare rapporti costruttivi con il mondo circostante, con le adeguate capacità di sopportare le tensioni e le difficoltà che la vita gli riserverà. In altri termini, attraverso l’educazione, il genitore aiuta a sviluppare nel bambino il massimo grado di armonia tra ciò che è definito essere individuale ed essere sociale^5. Di conseguenza, noi possiamo essere in accordo con l’autore nel constatare che i genitori non sono solamente i primi e i più influenti maestri del figlio, ma un tramite attraverso i quali, grazie alla loro coerenza e onestà di azioni quotidiane, egli comprenderà chi è nel mondo e come esserlo, quindi apprende come orientarsi nella vita. Affinché queste non siano solo vaghe nozioni teoriche distanti dalla realtà quotidiana, possiamo scorgere all’interno del saggio quello che noi possiamo definire un identikit del genitore passabile , il quale deve:

− non credere mai di sapere quali siano le risposte giuste − non avere la presunzione di conoscere a priori le motivazioni del bambino (il classico “mio figlio non può essere, lo conosco”)

(^5) E. DURKHEIM, “L’educazione: la sua natura e il suo ruolo”, in Education et Sociologie , Paris 1922, pp. 35-62.

− avere il coraggio di una autoanalisi critica dei propri pensieri e delle proprie reazioni di fronte a un qualsiasi problema educativo, poiché alla base vi deve essere l’assunto di pensare con la propria testa , senza affidarsi ciecamente alle opinioni altrui − affrontare i problemi che si presentano nel modo più appropriato nei confronti del genitore e del figlio − resistere all’impulso di costruire il figlio che lui vorrebbe avere − intuire con il sentimento il senso di cosa possono avere le cose per il figlio, e comportarsi di conseguenza.

Da qui ne consegue:

− accettare con la stessa importanza le motivazioni del bambino come lui fa con i propri genitori ( principio di equità ) − comprendere le reazioni del figlio agli eventi quotidiani − avere la capacità di temperare le proprie azioni e reazioni attraverso una rispettosa considerazione per il modo in cui il figlio percepisce le cose (pazienza e autocontrollo), seppur nella consapevolezza che il proprio modo di comportarsi nei confronti del figlio sono dettate dal coinvolgimento emotivo − evitare di infliggere punizioni in senso stricto per non ledere il suo senso di sicurezza nei confronti dei genitori^6.

Tuttavia, bisogna notare come tali peculiarità sono sì essenziali ma non universali poiché ciascun genitore reale è sempre un individuo unico con una specificità di esperienze, sebbene la questione educativa è comune a molti. Nel saggio, una tale presentazione della figura del genitore passabile emerge attraverso tre parti fondamentali tra loro collegati in un crescendo di modalità utili a fondare:

(^6) F. PANVINI ROSATI, “Genitori passabili” in Il Bello della Psicologia in www.annalisabarbier.wordpress.com.

Capitolo I IL RAPPORTO GENITORE-FIGLIO

n genitore passabile , nell’istaurare il rapporto con il proprio figlio, non può fare a meno di tre passi fondamentali:

  1. Prendere coscienza di sé
  2. Ricordo delle pregresse esperienze infantili
  3. Comprensione delle motivazioni del figlio, dei suoi sentimenti, del suo comportamento (→ Empatia/Simpatia, Autocontrollo).
I.1 L’IMPORTANZA DELLA PRESA DI COSCIENZA DELL’ ESSERE GENITORE

La presa di coscienza è la prima tappa e la più importante per essere genitore in quanto è di vitale rilevanza, per il processo di costruzione dell’identità del figlio, che entrambe le figure genitoriali comprendano la sostanziale differenza, sia sul piano psicologico che emotivo, tra fare il genitore e fare da genitore. Il lavoro principale in cui dovrebbero impegnarsi i genitori consiste nell’accettazione delle proprie caratteristiche e peculiarità. Accettazione che non significa necessariamente approvazione o adesione passiva e indiscussa, ma che può condurre alla consapevolezza. Consapevolezza, a sua volta, significa sapere cosa si è e che cosa è possibile modificare per migliorarsi (in quanto esseri umani, in generale, e genitori, nello specifico) e cosa, al contrario, sia parte integrante nell’individuo, cosa lo individua e, nel migliore dei

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casi, può essere gestito e controllato. Impegnarsi in questo difficile compito ha l’obiettivo di vivere più sicuri la propria genitorialità^8. Nella società moderna, infatti, caratterizzata dalla frenesia e dall’efficientismo, molti genitori, da un lato, hanno la sensazione che allevare dei figli, in un mondo tanto più complicato di un tempo, rappresenti una responsabilità molto più grande; dall’altro, si sentono costretti ad assumersi il compito senza il supporto di precedenti esperienze. L’educazione ha variato nel tempo e a seconda delle classi sociali o del luogo di residenza. Tant’è vero che chi proviene da famiglie soprattutto della classe medio-borghese ora non sa più come si allevano i bambini, perché non l’ha imparato durante l’infanzia; diversamente da quando le famiglie, seppur povere, erano numerose e la cura dei bambini era affidata ai fratelli maggiori o a parenti più prossimi^9. Un generalizzato senso di inadeguatezza ingenera solitamente uno stato di ansia nei genitori che tendono sempre a crearsi, sin dalla gravidanza, delle aspettative sul figlio, soprattutto sul suo futuro. Ciò induce quasi sempre a non considerare mai che il tempo per un bambino è sempre scandito solo dall’ ora e non dal poi. Per cui, se il genitore non comprende con “gli occhi di bambino” l’importanza rivestita dalla sua figura nella mente del figlio, in qualità di esempio e guida al significato della sua vita, e tanto più non comprende quei principi empirici secondo cui gli atteggiamenti interiori del genitore sono ciò che più agiscono sul bambino e il modo in cui viene allevato influisce sul suo sviluppo, insorge questo stato d’ansia che rende la vita difficile a genitori e figlio, poiché il figlio reagisce all’ansia dei genitori con un’ansia ancora più intensa. Ciò, a sua volta, aggrava quella dei genitori in una reazione a catena e questo perché la stabilità della sicurezza del bambino non dipende dalle sue stesse capacità di proteggersi dai pericoli, ma dalla sicurezza manifestata dai suoi genitori (riferimento sociale/ social refering )^10.

(^8) S. A. MARTINI, “La madre sufficientemente buona”, cit. (^9) E. DURKHEIM, “L’educazione”, cit., pp. 35-62; B. BETTLEHEIM, Un genitore quasi perfetto , cit., p. 21. (^10) «Durante il primo anno, il bambino impara a riconoscere gli stati emotivi degli altri ed è capace di reagirvi in modo appropriato. […] Per queste ragioni […] l’espressione emotiva della madre assume un carattere comunicativo e diventa segnale che trasmette sicurezza o paura e che orienta il comportamento del bambino». Vedi L. CAMAIONI, P. DI BLASIO, Psicologia dello sviluppo , Bologna 2002, pp. 195, 197; S. A. MARTINI, “La madre sufficientemente buona”, cit.

vita preconfezionati dal genitore, il quale vede in questa competizione, nel suo stesso campo di interesse, il ristabilire l’ordine delle cose. Ma è ancor più interessante notare come dietro a tutta questa situazione si celino delle motivazioni incosce quale l’identificazione con il figlio e il desiderio di prolungarla all’infinito, dovuto a quell’ancestrale rifiuto di una realtà di fatto in cui il genitore rifiuti l’avvicinarsi del vecchiaia, mentre il figlio sta raggiungendo il pieno della sua gioventù. Al contrario, la “fobia scolare” ci mostra come l’angoscia della separazione/abbandono è in prospettiva del bambino che, dietro tale “terrore”, nasconde il desiderio di non diventare grande, il che comporta la perdita del legame di intimità con i genitori, soprattutto la madre, o l’essere sostituito da altre persone nell’ambito di un tale legame o ancora quella paura di “liberarsi” di lui. Per questo, di fronte ad una tale insicurezza, è importante che il genitore prenda coscienza di sé. Cioè, solo col rendersi conto dell’importanza vitale che egli riveste per il figlio, imparerà a capire le sue difficili situazioni e sofferenze come reali e dovute alla sua naturale insicurezza circa la propria persona, soprattutto agli occhi dei genitori. In altri termini, solo con la presa di coscienza della propria figura, i genitori acquisiranno maggiore fiducia in sé stessi e soprattutto nel figlio, con la certezza che egli riuscirà nella vita.

I.2 IL RICORDO: LE ESPERIENZE INFANTILI COME STRUMENTO DI COMPRENSIONE

Ma perché l’amore del genitore svolga appieno la sua funzione positiva, occorre che sia ravvivato dalla riflessione che permette di conoscere e valutare le proprie motivazioni, chiarire per il bene di chi si sta agendo in realtà, ammettere la possibilità di essere influenzati dalla preoccupazione per le reazioni degli altri, ma soprattutto essere consapevoli, senza cercare di barare con sé stessi, o peggio col figlio, raccontandosi di stare agendo esclusivamente per il suo bene. Questo non può che condurre al ricordo delle pregresse esperienze infantili. Di fatti, la condizione di genitore offre la possibilità di analizzare, rivivere e risolvere nell’ambito del rapporto con i figli i problemi della propria infanzia, poiché, ripercorrendo

tutti i passaggi che lo hanno portato a essere sé stesso, è possibile conoscere veramente le proprie esperienze infantili e scoprirne il significato. Esplorare da adulti le proprie esperienze infantili porta sempre a nuove scoperte e nuove intuizioni molto importanti. Quando ciò accade, quello che genitore e figlio stanno facendo insieme diventa per entrambi un’esperienza significativa: pur appartenendo a due “mondi” diversi, sia il genitore che il bambino diventano il tramite dell’uno e dell’altro in un condiviso processo di crescita. Tale parità è veramente importante sia per il bambino, che si trova in questo caso a dare oltre che ricevere, sia per il genitore in quanto lo sforzo di capire e, in un certo senso, vivere le affini esperienze infantili del figlio consente di comprendere più a fondo il significato e il ruolo di queste esperienze nella formazione della sua stessa personalità e visione del mondo. Ne consegue, allora, una maggiore chiarezza sulla figura stessa di genitore e sui cambiamenti positivi in caso di veri e propri “conflitti”.

I.3 L’EMPATIA

La comprensione di sé, o meglio presa di coscienza di sé, estremamente legata al ricordo della propria infanzia, consente di rendere pazienti e comprensivi, trattando con empatia le varie motivazioni del figlio, il che aggiunge profondità, maggiore intimità e significato al rapporto con lui^15. L’empatia si rivela così importante perché considera l’altro alla pari, nel campo dei sentimenti e delle emozioni provate^16. Avere una reazione empatica significa sforzarsi di mettersi nei panni degli altri, così che i sentimenti permettono di percepire non solo l’emozioni altrui ma anche le sue motivazioni. Significa com-prendere , prendere con sé, accogliere in sé l’altro dall’interno e mai dall’esterno, nell’intima accettazione di ogni suo comportamento e nello sforzo di

(^15) F. PANVINI ROSATI, “Genitori passabili”, cit. (^16) B. BETTLEHEIM, Un genitore quasi perfetto , cit., p. 117.

e specifici della personalità, che ne determinerà in gran parte il contenuto e la struttura successivi, nonché il suo grado di solidità o di fragilità»^20. Dunque lo sviluppo della personalità individuale ha inizio quando il comportamento dei genitori esprime il loro interessamento per il corpo del figlio e per le sue funzioni, ma soprattutto nell’aiutarlo a sviluppare un atteggiamento sano e positivo nei confronti del proprio corpo, comunicando quanto essi stessi lo amino e lo apprezzino in modo che il bambino lo ami e lo apprezzi. E questi messaggi vengono trasmessi dal bambino quando, per esempio, scaglia il sonaglio fuori dalla culla o quando, dopo un paio di anni, manifesta “capricci”. Nel primo caso, egli vuole essere un soggetto agente e, poiché non ha ancora un sé, tenta di formarselo mettendo alla prova le proprie capacità nel compiere le azioni. Nel secondo caso, egli non sta più cercando il suo sé, ma verificare se quel suo essere sia in grado di fare ciò che vorrebbe, cioè l’essere sia unito alla volontà. Pertanto, il capriccio è una conferma dell’inadeguatezza del suo sé e una reazione all’incapacità di ottenere quello che desidera. Questo lunghissimo processo di acquisizione dell’identità personale si interiorizza solo con l’adolescenza dove i ragazzi hanno bisogno di affermare sempre più la loro indipendenza ed autosufficienza con alterne esperienze di solitudine e di vita attiva e coinvolgente. Ciò perché, affinché vi sia il passaggio dalla fanciullezza all’età adolescenziale, si rende necessaria la rielaborazione delle fasi precedenti, in cui quei sentimenti infantili devono essere riattivati affinché il ragazzo diventi un individuo capace di autodeterminarsi, altrimenti tali sentimenti costituirebbero un blocco nel processo di crescita. In questo frangente il genitore passabile si contraddistingue dall’accettare senza riserve e comunicare quella conquista di autonomia da parte del figlio. Il che comporta che il genitore superi l’ansia per ciò che il figlio stia compiendo oppure che l’ansia sia proporzionale e circoscritta alla situazione del momento, anche nella cosiddetta fase di “ribellione adolescenziale”.

(^20) B. BETTLEHEIM, Un genitore quasi perfetto , cit., p. 192.

Il bisogno di sfidare i genitori o la società costituisce, infatti, un fattore importante nella formazione dell’essere, in quanto il ragazzo ha bisogno di definire sé stesso non solo in riferimento ai genitori e in base alla loro approvazione ed ai loro valori, ma anche e soprattutto contro i genitori per timore che siano loro a determinare la sua personalità, con l’idea che solo così potrà avere la certezza della propria indipendenza e liberarsi della supremazia degli adulti, compresa quella che si esprime attraverso l’imposizione dei loro valori. Inoltre, gli anni dell’adolescenza, rappresentando un periodo di dipendenza sociale ed economica prolungata, viene sentita come imposta da parte di individui che maturano fisicamente e sessualmente molto precocemente. Di conseguenza, si instaura una ambivalenza di sentimenti che vede, da un lato, il risentimento di dipendere a lungo dai genitori; dall’altro un senso di disagio e di colpa per dover accettare tanti sacrifici da parte dei genitori senza dare loro nulla in cambio e senza alcuna possibilità di esprimere gratitudine^21. Non è un caso che in età adolescenziale, questi moti interiori di scoperta e affermazione dell’identità vengono espressi, secondo l’autore, anche dal tentativo dei ragazzi in esperienze potenzialmente pericolose in quanto la “lotta” di affermazione del proprio valore passa attraverso il corpo perché le cose fisiche sono per loro immediate: sport estremi o azioni illegali. La delinquenza e/o il ricorso alla droga vengono allora visti come un effetto della mancanza di rispetto di sé stessi e del proprio corpo, a sua volta legata a genitori che, durante l’infanzia dei figli, anziché incoraggiarlo, hanno soffocato lo sviluppo del sé corporeo da parte del figlio. Un esempio è quando i genitori, ignorando che una delle cause principali degli incubi notturni dei bambini sia l’azione del Super-io, anziché affidarsi alla sicurezza della loro presenza, preferiscono ricorrere all’uso di tranquillanti. Ma il loro uso insegna così al figlio, in un’età precoce, a ricorrere alle droghe per ottenere il benessere, invece che cercarlo nel calore dei rapporti umani, incidendo nell’incoscio la convinzione che la droga sia la soluzione più semplice ai problemi reali^22.

(^21) L. CAMAIONI, P. DI BLASIO, Psicologia dello sviluppo , cit., pp. 240-243. (^22) B. BETTLEHEIM, Un genitore quasi perfetto , cit., pp. 204-208.

Capitolo II SVILUPPO DELLA PERSONALITÀ INDIVIDUALE: LA CENTRALITÀ DEL GIOCO

bambini col gioco sperimentano, si sfogano, imparano, capiscono chi sono. Si comprende così come il gioco sia importante e prioritario per far crescere i bambini. Come per il passato, attraverso il gioco vengono sviluppate abilità cognitive, sociali e fisiche; il gioco costituisce una preparazione per eventuali occupazioni future in quanto preannuncia le varie possibilità aperte al bambino^25.

II.1 IL GIOCO COME PONTE TRA FANTASIA E REALTÀ

Attraverso giochi come il meccanico, le costruzioni o i puzzle, i bambini acquisiscono l’abitudine al “pensiero produttivo”, imparano cioè a comporre costrutti logici ad un’età in cui gli sarebbe impossibile farlo con le parole, e sperimentano il piacere che esso procura. Il fatto di ripetere tutte le volte necessarie il tentativo di comporre le varie parti del gioco stimola loro lo sviluppo intellettivo ed insegna quegli atteggiamenti psicologici indispensabili per l’apprendimento, quali la necessità della perseveranza e della fiducia nelle proprie capacità. Impara, cioè, a non darsi per vinto al primo segno di fallimento e a non accontentarsi di qualcosa di più facile, ma a insistere, a riprovarci di nuovo.

(^25) Un articolo dell’ American Psychological Association Monitor on Psychology esamina gli effetti positivi e l’assoluta necessità del gioco. La teoria più comune è che il gioco giovanile permette di coltivare le attività di cui i bambini avranno bisogno da adulti. Vedi J. GOLDSTEIN, “Il gioco nello sviluppo, nella salute e nel benessere del bambino, in www. assogiococattoli.it, pp. 5-6.

I

I bambini cercano di superare l’esperienza di vivere in un mondo che essi non sono in grado di padroneggiare creandosene uno che possono comprendere; e se lo costruiscono nel modo più congeniale per loro. Attraverso la fantasia e i giochi basati su di essa, il bambino comprende e cerca di alleviare le tensioni della vita quotidiana e quelle provenienti dal suo incoscio. Se questa comprensione non è possibile nella realtà, l’unico modo possibile per lui è l’evasione nella fantasia, cercando di ottenere nell’immaginazione ciò che la realtà gli ha negato. Ed allora, il gioco di immaginazione getta un ponte tra l’incoscio e la realtà esterna. Quando, giocando alla guerra, agisce le sue fantasie aggressive e ostili, oppure quando, immaginandosi di essere un supereroe o un tiranno, realizza i suoi sogni di grandezza, il bambino cerca di vivere l’esperienza del dominio sugli altri. Finché si tratta di un gioco solitario il bambino può modificare tutto in qualunque momento. Eppure, quando comincia a mettere in atto le sue fantasie nel gioco con gli altri bambini, ecco che deve imparare come anche i sovrani siano sottoposti alle limitazioni della realtà. Ad esempio, una volta promulgata una legge, i compagni di gioco non accetteranno che egli non si adegui, pena la sospensione del gioco. Di conseguenza, il bambino imparerà a collaborare, perché si rende conto che altrimenti il gioco non è possibile. E così, traducendosi in gioco, la fantasia si modifica man mano che i gesti del gioco svelano i limiti imposti dalla realtà. Al tempo stesso, la realtà ne viene arricchita da elementi fantastici, altrimenti sarebbe emotivamente insoddisfacente anche quando provvede ai bisogni di ciascuno. Purtroppo, all’immaginario individuale non è concesso spazio sufficiente poiché invaso dalla televisione che fornisce ai bambini fantasie preconfezionate ma soprattutto ne crea una “dipendenza” dovuta al fatto che i bambini, per i condizionamenti della società moderna e l’atteggiamento spesso impaziente dei genitori, non hanno più modo di sviluppare la loro creatività e spirito di iniziativa, il cui vuoto generato viene colmato dal mezzo televisivo^26. Comunque i bambini, agendo nel gioco le loro fantasie, verificano di fatto i limiti imposti dalla realtà. È così che il gioco di immaginazione rappresenta il tramite attraverso il

(^26) B. BETTLEHEIM, Un genitore quasi perfetto , cit., p. 223; J. GOLDSTEIN, “Il gioco nello sviluppo”, cit., p. 5-6.

circostante, fondato sulla costanza degli oggetti fisici che ora rappresentano dei punti di riferimento attendibili ad orientarsi nel mondo. Un gioco come quello appena enunciato è un esempio di attività a contenuto simbolico che i bambini usano per risolvere a livello incoscio problemi “reali” che essi non sono in grado di risolvere sul piano della realtà, e che consente loro di provare a gestire la situazione, cosa che non è loro effettivamente possibile nel mondo reale. Il gioco, dunque, è il processo attraverso il quale il bambino fa la conoscenza delle realtà interna ed esterna, e incomincia non solo ad accettare le legittime esigenze di ciascuno, ma anche impara a soddisfarle con vantaggio proprio e degli altri.

II.2 IL GIOCO COME MEZZO PER LO SVILUPPO DELLA PERSONALITÀ INDIVIDUALE

Affinché in un bambino avvenga lo sviluppo della sua personalità non possiamo trattare il gioco solo nell’ambito dell’incoscio e simbolismo, ma bisogna riflettere sull’elemento che noi possiamo considerare importante a livello “sociale”: la competizione. È vero che, attraverso il gioco, si raggiungono la conoscenza e la padronanza del mondo esterno, ma questo avviene finché il bambino sarà in grado di provare interesse e piacere anche per le forme più complesse della padronanza di sé e della realtà che si ottengono attraverso giochi più competitivi. Nella competizione, il bambino cerca di acquistare e dimostrare la propria competenza ma soprattutto il rafforzamento della sua autostima e del senso di sicurezza. In quest’ultimo caso, la competizione solitamente avviene dentro di sé tra due o più aspetti della personalità ed allora si stimola, attraverso una regola autoimposta, lo sviluppo del rispetto di sé e del senso di padronanza su sé stessi. Diverso è il caso in cui bisogna ubbidire alle regole precostituite di un gioco formale organizzato. Osservando tali tipologie di giochi si nota che i bambini spesso assumono il ruolo degli adulti ed elaborano una funzione collettiva, dove ciascun partecipante assume le vesti di un personaggio diverso. Quindi, il fine ultimo è sempre la propria autostima e padronanza di sé stessi, ma l’avversario si trasforma in un elemento di paragone col quale misurarsi. Così, si favorisce il passaggio dell’individuo in una personalità sociale dove si

impara a comprendere e padroneggiare i diversi ruoli e sviluppare l’attenzione alle norme e al loro significato interpersonale^27. Per cui, la competizione dimostra come sia importante che il bambino impari a giocare secondo le regole, perché ciò comporta imparare a controllarsi, a controllare la tendenza ad usare l’aggressività per raggiungere i propri scopi, riflettere sui vantaggi e svantaggi delle regole da seguire e sulle motivazioni che le rendono preferibili ad altre, tale da sviluppare la capacità di ragionare, giudicare i pro e i contro, valutare le varie argomentazioni e sperimentare come si raggiunge il consenso e come esso sia fondamentale in qualsiasi iniziativa della vita quotidiana^28. Un esempio importante di tutto ciò, ci viene dato dal gioco degli scacchi in quanto contengono una componente competitiva e dunque aggressiva, ma, a causa della sua struttura e delle sue regole, obbligano a resistere alle tendenze aggressive attraverso l’uso dell’ingegnosità, concentrazione e pazienza, quindi insegnano a fare appello alla razionalità. Eppure, anche questo gioco presenta elementi altamente simbolici dove la pedina rappresenta il bambino che attende il momento in cui, raggiunta la mèta, diverrà potente quanto l’adulto, quest’ultimo rappresentato dal re o dalla regina. Dunque, questo gioco insegna in maniera simbolica come sia importante conoscere e mettere a disposizione i propri talenti ed il proprio posto nella società al fine di sfruttare le possibilità date, nel rispetto della complessità della vita. Infatti, il gioco degli scacchi dimostra come tutti i giochi competitivi insegnino le abilità necessarie per vivere, fanno capire la necessità di conoscere e seguire delle regole condivise e confermano quanto «la capacità di vivere secondo un qualche sistema di regole […] è ciò che definisce l’uomo in quanto essere sociale, la condizione che lo eleva dall’isolamento solipsistico a una esistenza di reale scambio con gli altri esseri umani»^29. In definitiva, qualsiasi tipo di gioco, da quelli inventati alla lotta, hanno un ruolo cruciale nello sviluppo dei bambini. Il gioco è la lente attraverso cui i bambini sperimentano

(^27) B. BETTLEHEIM, Un genitore quasi perfetto , cit., p. 299; L. CAMAIONI, P. DI BLASIO, Psicologia dello sviluppo , cit., p. 159; J. 28 GOLDSTEIN, “Il gioco nello sviluppo”cit., p. 33. J. PIAGET, Le judgement moral chez l’enfant , Paris 1932; E. H. ERIKSON, Identità youth and crisis , New York 1968; L. 29 CAMAIONI, P. DI BLASIO, Psicologia dello sviluppo , cit., p. 159. B. BETTLEHEIM, Un genitore quasi perfetto , cit., p. 304.