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riassunto del libro un genitore quasi perfetto diviso in capitoli
Tipologia: Appunti
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Un genitore quasi perfetto
Nel momento in cui viene accertata la gravidanza, nell’animo dei due futuri genitori incominciano ad alternarsi sentimenti di speranza e di ansia. Prima ancora che il bambino nasca infatti, i genitori si creano delle aspettative (speranze e preoccupazioni) su di lui e su quello che la sua nascita comporterà per la loro vita. Molto infatti dipende dai sentimenti con i quali entrambi i genitori (in particolare la madre) accolgono il nuovo membro della famiglia e i cambiamenti che la sua venuta impone alla loro vita.
Fin dall’inizio tra i genitori e il figlio si instaura una rete continua di interrelazioni reciproche. Ogni evento al quale essi partecipano, assume significato e importanza in quanto è parte del loro rapporto. Una parola, un gesto dei genitori, il tono di voce e l’espressione del viso possono gettare improvvisamente una luce molto diversa sulle cose, e lo stesso vale per la mancata reazione del genitore. A influire sul bambino, a fornirgli gli indizi sui quali egli basa la sua visione di sé e del mondo, non è solo il comportamento visibile del genitore, ma anche i suoi pensieri coscienti e quello che avviene nel suo inconscio.
Il fine dell’educazione è di dare al proprio figlio gli strumenti che gli consentano prima di tutto di scoprire CHI vuole essere e quindi di diventare una persona contenta di sé e della propria vita. Nostro figlio dovrebbe poter essere in grado di fare della sua vita quello che a lui sembra importante, desiderabile e degno di essere fatto, di creare con i suoi simili rapporti costruttivi, soddisfacenti, di reciproco arricchimento, di sopportare le tensioni e le difficoltà che inevitabilmente la vita gli riserverà. I genitori sono coloro per mezzo dei quali egli si orienta nella vita: essi gli indicano CHI essere e COME esserlo.
Tutte le situazioni e le circostanze sono importanti nel determinare la personalità e le percezioni del bambino, ma l’influenza esercitata da una di queste esperienze può essere enorme per uno e minima o nulla per un altro. Molto dipende non solo dalla situazione, dal contesto in cui un fatto avviene, ma anche dall’età del figlio e dalla natura e dall’intensità dei sentimenti del genitore. Spesso il fattore decisivo è il modo in cui il genitore si muove in una data situazione, perché è questo che per il figlio costituisce la guida al significato dell’evento. Gli atteggiamenti interiori del genitore, che si esprimono nella sua condotta nelle singole situazioni, sono ciò che più agisce sul bambino.
Un genitore passabile è quello le cui azioni e reazioni, la cui approvazione e disapprovazione, sono temperate da una rispettosa considerazione per il modo in cui il figlio percepisce le cose. Dei genitori passabili si sforzano di valutare le cose e di reagire a esse sia dal loro punto di vista di adulti, sia da quello ben diverso del figlio, cercando di integrare per quanto possibile i due punti di vista e di agire in base a tale integrazione. Quanto più importante e chiara ci appare la questione, tanto meno siamo disposti a occuparci delle possibili ragioni dell’atteggiamento di nostro figlio. Perché quindi cercare di immaginarci che cosa potrebbe esserci dietro i suoi pensieri e le sue azioni, perché dovremo prendere sul serio le SUE RAGIONI? L’adulto può facilmente avere la meglio in una discussione con un bambino, senza neanche rendersene conto, perché le sue capacità di ragionamento sono tanto superiori a quelle del figlio, il qual non è in grado di presentare con ordine, in modo convincente, le sue argomentazioni. Ma la superiorità dialettica dell’adulto, la sua padronanza dei dati rilevanti, possono essere vissuti dal bimbo semplicemente come prepotenza e scarsa considerazione per le sue opinioni. Il genitore spesso scambia per consenso convinto quella che è solo esteriore acquiescenza. Normalmente i genitori non si rendono conto che le loro ragioni e il loro comportamento risultano agli occhi del figlio almeno altrettanto assurdi di quanto appaiano ai loro occhi le ragioni e il comportamento del figlio.
Finché non ha raggiunto l’adolescenza, il figlio è incapace di contemplare due o più punti di vista diversi: per un bimbo le cose sono solo o tutte in un modo o tutte in un altro. Se almeno una delle parti in conflitto non è capace di prendere in seria considerazione il punto di vista
dell’altro, non può darsi una soluzione soddisfacente. Agire in contrasto con le nostre convinzioni è sempre un’esperienza dolorosa. Ogni volta il genitore non riesce a trovare una soluzione realmente soddisfacente al conflitto con il figlio, quello che ne soffre è il loro rapporto. Una soluzione che possa accontentare sia il genitore sia il figlio è possibile solo dopo che il genitore ha dato credito ai desideri e al punto di vista del figlio, per ingenui e immaturi che possano essere.
Comprendere appieno, dare il giusto riconoscimento alle idee e alle azioni dell’altro, equivale a giustificare, il che non vuol dire che si debba adottarle: è un atteggiamento di indulgenza e non di biasimo. Il genitore passabile analizzerà le motivazioni del figlio cercherà di capire i suoi pensieri e i suoi desideri, così da farsi un’idea di quello che suo figlio spera di ottenere, come e perché; gli mostrerà, con il suo linguaggio, come il suo metodo sia inadeguato ai suoi fini, e in che modo potrebbe più sicuramente raggiungerli.
Essere preso sul serio e avere la sensazione di essere capito dai genitori: è la soddisfazione quello che cerca, e ricevere questo tipo di soddisfazione può risultare una compensazione accettabile per aver dovuto modificare il suo comportamento. Occorre una notevole sicurezza interiore per riuscire a considerare con obiettività idee contrarie alle nostre.
La più comune causa di discordia tra genitori e figli è la pretesa da parte dei genitori che i figli percepiscano le cose al loro stesso modo e reagiscano di conseguenza. È la combinazione di tutte le nostre esperienza passate e del nostro individuale schema di riferimento a determinare il nostro punto di vista. Se vogliamo che nostro figlio prenda una certa cosa al modo che a noi sembra più giusto o migliore per lui, dovremo tener conto del significato che quell’evento o esperienza hanno per lui, dato il suo schema di riferimento. Non è solo questione di prospettive emotive diverse, ma anche di differenze fisiche.
Il rendimento scolastico è un tema sul quale genitori e figli sono in conflitto. Una stessa idea o esperienza può assumere significati completamente diversi per ognuno di essi. Di solito il genitore che si preoccupa per i progressi scolastici del figlio è mosso dall’apprensione circa il suo futuro. Proprio perché il bambino è incapace di abbracciare il futuro, il presente immediatamente assume importanza assoluta. Perciò l’insoddisfazione del genitore, in quanto esiste e viene avvertita nel presente, è la cosa che conta.
Il genitore dovrebbe interessarsi di ciò che accade a scuola giorno per giorni, poiché questo è l’orizzonte entro il quale vive e concepisce la sua vita il bambino. Il bimbo desidera avere accesso alle cose che i genitori considerano importanti, vuole saperne di più sulle cose che a essi stanno tanto a cuore. E vuole anche compiacerli, ottenere la loro approvazione, ma ORA, SUBITO.
Il bambino che va bene a scuola riceve molte ricompense. Perciò, se un bambino che ha le abilità necessarie per riuscire bene a scuola invece va male, vi sono dei motivi che spiegano il suo fallimento che devono essere più pesanti del desiderio di ottenere tutte quelle gratificazioni. Bisogna perciò scoprire da quale prospettiva il fallimento scolastico può apparire più desiderabile del successo.
Un comportamento che apparentemente indica un divergenza tra genitori e figli, può in realtà essere motivata dal medesimo scopo, solo che i mezzi usati per raggiungerlo sono molto diversi. Più spesso di quanto si pensi, i figli vogliono le stesse cose che vogliono i genitori. Solo che i bambini il più delle volte reagiscono ai contenuti dell’inconscio dei genitori, più che ai contenuti presenti alla coscienza. Nel mondo infantile, quella che noi chiameremmo realtà oggettiva conta ben poco.
I processi attraverso i quali opera l’inconscio sono ignoti, caotici e confusi. Le nostre motivazioni sono ambivalenti, spesso contraddittorie, e solo alcuni di questi contenuti risalgono temporaneamente alla coscienza sotto forma di fugaci pensieri.
È questa la misteriosa contraddizione che rende così difficile capire la rimozione e i suoi effetti: ciò che era stato rimosso affinché non avesse più la forza di indurci ad agire, diviene la forza stessa che ci induce ad agire. Per non dover riconoscere di non essere capaci di imporsi di fare quello che vorrebbe, il bambino è costretto a negare con se stesso la propria impotenza affermando di non voler fare quello che non riesce a imporsi di fare.
Effetti ancor più distruttivi sul rapporto genitore e figlio ha la cosiddetta “fobia scolare”: il rifiuto del bambino di andare a scuola, perché la sola idea evoca in lui un’angoscia intollerabile. La fobia della scuola può avere cause diverse, la più frequente è probabilmente il desiderio di non diventare grandi. I bambini sanno che andare a scuola vuol dire rinunciare a soddisfazioni più infantili. Tuttavia, il desiderio di non crescere raramente costituisce, da solo, una causa sufficiente della fobia scolare, a meno che non sia associato con l’angoscia di perdere, diventando grande, lo speciale legame di intimità con i genitori.
Ci sono bambini che, se obbligati ad andare a scuola nonostante la grande angoscia, sviluppano gravi sintomi psicosomatici, essendo la malattia una ragione accettabile per rimanere a casa. Di solto però, il sintomo che il bambino sviluppa è sovradeterminato: si può far risalire a qualche altra difficoltà psicologica, poi confluita nell’angoscia che gli impedisce di affrontare la scuola. In molti casi, la motivazione in gran parte inconscia della fobia scolare, è la paura del bambino che andare a scuola significhi perdere l’intimità con la madre. La malattia diventa allora non solo un modo per rimanere a casa, e quindi essere sicuri di non venir dimenticati, ma anche per ricevere attenzioni più assidue di prima.
Tutti i tentativi dei genitori per indurre il bambino a frequentare la scuole vengono interpretati dal figlio come una prova che essi vogliono, se non proprio liberarsi di lui, almeno non lasciarlo più essere il loro bambino. Obbligarlo con la forza in questi casi non solo è controproducente, ma è la cosa peggiore che si possa fare, perché non fa che confermare ai suoi occhi i suoi timori. È indispensabile che i genitori convincano il figlio che, qualunque cosa succeda, egli non perderà mai il loro amore e il loro affetto e che non occorra che egli ricorra a metodi così drastici.
I genitori devono quindi imparare a simpatizzare con la difficile situazione del figlio in preda alla fobia della scuola o con altre difficoltà scolastiche, capire che la sua sofferenza è reale ed è dovuta a un diffuso senso di insicurezza, in particolare circa la propria importanza agli occhi dei genitori. Un elemento che aiuta i genitori a sviluppare un atteggiamento di empatia è rendersi conto dell’importanza vitale che essi rivestono per il loro figlio. I genitori dovrebbero avere fiducia nel figlio e raggiungere la certezza interiore che il loro figlio riuscirà bene nella vita. Il dubbio che non riuscirà a cavarsela è estremamente distruttivo per un bambino che già nutre dei dubbi sull’amore dei suoi genitori. È la fiducia che noi nutriamo nei suoi confronti che fa sorgere nel bambino un senso permanente di fiducia in se stesso e nelle proprie capacità.
Un rendimento scolastico scadente può dipendere anche dal bisogno di affermare la propria indipendenza, dal timore di non essere persone autonome se si fa come vogliono gli altri. Un genitore passabile sarà capace di provare empatia per un bisogno del genere. L’empatia trasforma un atteggiamento di critica in un atteggiamento di apertura: riusciamo allora a capire come il bisogno di indipendenza spinga i nostri figli a voler decidere da soli se impegnarsi o meno nello studio.
L’aver accettato la validità delle sue ragioni, l’aver scoperto il suo punto di vista, ci consente di aggirare l’ostacolo senza rinunciare ai nostri fini. Accettando il suo bisogno di indipendenza, facciamo sì che nostro figlio di senta degno di rispetto.
Se partiamo dal presupposto che il comportamento di nostro figlio si basa su quelli che secondo lui sono validi motivi, finiremo spesso per scoprire che lo sono davvero, anche se derivano da una visione del mondo molto immatura. Scopriremo anche che le sue ragioni e le nostre, nella maggior parte dei casi possono essere conciliate con soddisfazione reciproca. Perché ciò avvenga occorre buona volontà da entrambe le parti e, da parte dei genitori, una buona dose di pazienza. Ma buona volontà e pazienza non sono difficili da padroneggiare. Quando comprendiamo le sue motivazioni, non solo la comunicazione diventa più facile e piacevole per
entrambi, ma l’empatia che nasce in noi ci fa apprezzare maggiormente la persona che è nostro figlio, e dunque trarre maggiore gioia e soddisfazione del fatto di essere suoi genitori.
La paura dell’abbandono rappresenta una delle angosce più profonde dell’infanzia, e i bambini riescono a immaginarsi modi in cui potrebbero ritrovarsi soli e abbandonati. I genitori spiegano loro con grande ragionevolezza che non esiste alcun pericolo, ma le spiegazioni razionali non hanno alcuna influenza sui nostri sentimenti. Il genitore che mantiene le distanze dal nostro terrore non è con noi dentro la situazione. Invece il genitore che ci comunica di comprendere fino in fondo la nostra paura, di considerarla giustificata e reale, ci dà la sensazione di sapere di che cosa sta parlando.
Quando i ricordi personali non ci vengono in aiuto, dobbiamo provare a domandarci che cosa farebbe reagire noi nello stesso modo di nostro figlio, indipendentemente dalle caratteristiche esteriori della situazione. Un genitore passabile, oltre a essere convinto che qualunque cosa faccia suo figlio, la fa nella convinzione che sia la cosa migliore da fare in quel momento, si chiederà anche cosa mai lo indurrebbe a comportarsi come sta facendo lui e se si sentisse spinto a comportarsi così, che cosa allevierebbe la tensione. Poiché sono un essere umano, nulla di ciò che è umano può essermi estraneo. Qualunque cosa pensi o faccia un altro essere umano, dovrei essere in grado di ritrovarne l’equivalente dentro di me, almeno come possibilità teorica.
Perché l’amore del genitore svolga appieno la sua funzione positiva, occorre che sia illuminato dalla riflessione. Tutto quello che facciamo, il come e il perché, ha un enorme effetto sui figli. Dobbiamo conoscere e valutare le nostre motivazioni, senza limitarci a prendere in considerazione solo quelle che ci appaiono immediatamente accettabili. Dobbiamo chiarirci per il bene di chi stiamo agendo in realtà, se il nostro o quello dei nostri figli, e ammette la possibilità di essere influenzati dalla preoccupazione per le reazioni degli altri.
Mentre un figlio può accettare che i suoi genitori non sappiano più di lui sulla vita in generale, lo stesso non vale per i suoi sentimenti e le sue sensazioni. Può darsi che non sappia esprimerli in parole, ma li conosce benissimo. I bambini hanno una specie di sesto senso per capire a vantaggio di chi va una certa azione, se a loro o a noi. Possono accettare, anche con difficoltà, l’idea che i nostri interessi siano legittimi, anche se i loro effetti sono spiacevoli per loro, purché però noi siamo franchi circa le nostre motivazioni. Dobbiamo insomma sforzarci di vedere la situazione da entrambi i punti di vista.
Comprendere le reazioni di nostro figlio in eventi quotidiani può insegnarci molte cose importanti su di noi, su nostro figlio, e sul nostro rapporto. Il modo migliore per convincere i nostri figli che le loro opinioni sono importanti per noi è domandargliele, e non per criticarle o confutarle, ma per rifletterci sopra seriamente. Egli stesso ne verrà facilitato nel considerare a sua volta non arbitrarie le nostre idee su di lui. Il principio dell’equità, esige che si prendano le sue idee sulle nostre motivazioni altrettanto seriamente di come vorremmo che lui prendesse le nostre. È questa oggettiva differenza di potere a rendere scorretto ogni tentativo da parte nostra di indagare dentro la psiche di nostro figlio.
L’empatia, fondamentale perché un adulto possa comprendere un bambino, comporta che si consideri l’altro nostro pari, rispetto ai sentimenti e alle emozioni che ci muovono tutti. Questo comporta che si abbia familiarità con tutta la gamma dei nostri sentimenti. Avere una reazione empatica significa sforzarci di metterci nei panni dell’altro, così che i nostri sentimenti ci facciano intuire non solo le sue emozioni, ma anche le sue motivazioni. Significa comprendere l’altro dall’interno, non dall’esterno.
Comprendere veramente l’altro significa perdonare le sue azioni. Quando si instaura un rapporto di empatia, si prova direttamente quello che prova l’altro, ci si sente con l’altro, dalla parte dell’altro; è un’esperienza vicariante, in cui si sperimenta quello che vuol dire non solo trovarsi al posto dell’altro, ma nella sua pelle.
comprendere la relatività dei punti di vista; il bambino sa solo che una cosa non può essere contemporaneamente giusta e sbagliata.
Poiché “Non lo so” è una dichiarazione di incompetenza, il fatto di dover rispondere così riempie il bambino di risentimento, e siccome la sensazione di essere ignorante e inetto gli è venuta in seguito alle nostre domande, egli dà a noi, che glie le abbiamo rivolte, la colpa dello stato di confusione in cui si è venuto a trovare.
Quando, disapprovando il suo comportamento, gliene chiediamo conto e ci sentiamo rispondere “Non lo so”, tendiamo a scartare l’idea che possa aver agito senza sapere perché, e non prendiamo in considerazione la possibilità che sia davvero incapace di rispondere alla nostra domanda perché le sue ragioni sono sepolte nel suo inconscio.
Il bambino avverte che è la grande importanza che il genitore riveste ai suoi occhi a rendergli impossibile rispondere altro che “Non lo so”, e trova ingiusto essere rimproverato per una risposta che il genitore stesso ha provocato. L’importanza che le loro opinioni rivestono agli occhi del figlio, gli impedisce di dire qualcosa che teme possa far loro dispiacere o irritarli. Se vogliamo che nostro figlio ci dia la versione autentica, dobbiamo comunicargli, con il tono di voce, l’atteggiamento, la formulazione stessa delle nostre domande, che prenderemo per buona la sua risposta. Allora non si sentirà costretto a cercare delle scuse o a pretendere ignoranza o incapacità, reso sicuro dalla nostra sincera disponibilità, sarà felice di alimentarla chiarendo a noi e a se stesso quello che pensa.
Se il bambino è sicuro della nostra buona volontà, accetterà anche la nostra guida con uno stato d’animo positivo. Ammesso che conosca le proprie motivazioni, è sempre preferibile non domandargliele perché, anche se da parte nostra non c’è l’intenzione di criticarlo, lui potrebbe invece pensarlo. È raro che gli si chieda di dare spiegazioni circa un comportamento che approviamo pienamente. I nostri figli quindi, sanno bene che ne nostri “Perché?” è implicita una sfumatura di disapprovazione.
Imparare a mentire
Se il bambino impara che la conseguenza della sua sincerità è essere criticato dalla persona che per lui più importante, gli sarà difficile resistere alla tentazione di ricamare sui fatti, per renderceli più appetibili, essendo convinto che non si può permettere di dirci la verità nuda e cruda.
Il genitore, avendo valutato la situazione dal proprio punto di vista e stabilito come reagirebbe lui, si aspetta chissà come che lo stesso faccia suo figlio, ma il bambino è molto più sensibile alle proprie emozioni e meno capace di controllare i propri impulsi. Se partiamo dalla convinzione che le azioni dei bambini hanno sempre i loro buoni motivi, daremo per scontato che, se nostro figlio ha picchiato un compagno, deve aver ricevuto una provocazione grave che, a suo modo di vedere, la violenza fisica costituiva l’unica risposta appropriata. Quello che ancora non sappiamo è quale sia stata la provocazione. Se crediamo nella bontà di nostro figlio, ci verrà naturale aspettare che gli sia sbollita la collera per spiegargli i lati negativi del ricorso all’aggressione fisica e i vantaggi dell’autocontrollo.
Non riusciremo mai a convincere nostro figlio della desiderabilità di non ricorrere all’aggressione fisica, se noi stessi siamo abituati a ricorrere alle punizioni corporali. In tal caso, l’unica cosa che nostro figlio assimilerà è che la violenza fisica va benissimo se si è più forti dell’altro o se la si usa per quella che consideriamo una giusta causa.
Le teorie al riguardo sono spesso contrastanti. L’associazione tra educazione e castighi o punizioni è solo secondaria. Il significato etimologico della parola “disciplina” e “discepolo” derivano dalla medesima radice latina: discere = imparare.
Reciprocamente, l’insegnamento, l’esempio e l’amore reciproco hanno, insieme il potere di impedirci di andare contro i valori dell’altro. Partendo da questo tipo di ragionamento, risulterà chiaro quale possa essere il metodo più efficace per educare i propri figli.
L’dea di discepolato non implica l’acquisizione di doti e abilità particolari, bensì l’apprendere da un maestro sulla cui immagine desideriamo modellarci perché ne ammiriamo la vita e le opere. Questo comporta un contatto personale intimo e continuativo, in cui la personalità dell’uno si forma per la forza della presenza dell’altro. Il modo migliore e più facile per diventare maestri in una disciplina è essere stati a propria volta discepoli di qualcuno che ne fosse un vero maestro. Nessuna disciplina degna di essere acquisita può essere inculcata, anzi l’idea stessa di forza è estranea e contraria all’idea di discepolato. Il modo migliore se non l’unico per diventare persone “disciplinate” è emulare l’esempio di qualcuno che si ammira. Se poi ci sentiamo il discepolo prediletto del maestro, siamo ancor più motivati a plasmarci a sua immagine e somiglianza, a identificarci con lui.
Quanto più il bambino è piccolo, tanto più ammira i suoi genitori. Non può fare altrimenti, perché, per sentirsi al sicuro, ha bisogno di credere nella loro perfezione. Ogni bambino ha bisogno di sentirsi il prediletto dei genitori e il timore di non esserlo sta alla base della rivalità fra fratelli, la cui intensità è una misura dell’intensità di questo tipo di angoscia. Effettivamente i genitori preferiscono un figlio su tutti gli altri, anche se a volte cercano di convincersi di amarli tutti in egual modo, ma questo significherebbe negare le differenze individuali: i bambini non possono essere amati nello stesso modo dalla stessa persona. Ogni genitore può amare molto ognuno dei suoi figli, ma amerà ciascuno in modo diverso, per ragioni diverse.
Quando il bambino cresce, i genitori gli sembreranno meno perfetti, ma il desiderio di esserne il preferito continuerà a mantenere intatta tutta la sua forza. Tale desiderio esiste, se non nella coscienza, nell’inconscio del bambino.
Questo processo è la conseguenza naturale dello stato di dipendenza del bambino piccolo, del suo bisogno di essere accudito da qualcuno che sia abbastanza forte da dargli sicurezza. Sta al genitore sfruttare il bisogno di attaccamento del bambino, per stimolare l’autocontrollo nelle situazioni concrete, per far nascere in lui l’impegno duraturo a essere o diventare, un essere umano capace di disciplina. L’autodisciplina non si conquista facilmente neppure quando il bambino ammira i suoi genitori, perché molti genitori mancano a loro volta di autodisciplina. Inoltre, molti genitori cercano di insegnare ai figli l’autocontrollo con sistemi che provocano la loro resistenza, anziché suscitare in loro il piacere di imparare.
I bambini tendono a rispondere più prontamente, sia positivamente che negativamente, quando avvertono la forza del coinvolgimento emotivo del genitore, ma l’autodisciplina preclude di norme l’effusione delle emozioni, anche quando sono intense. È quando il genitore perde il controllo che i bambini ne vengono più impressionati, perché allora ricevono segnali più intensi. Il paradosso sta nel fatto che l’insegnamento dell’autocontrollo richiede grande pazienza da parte del maestro, ma questa è una virtù poco vistosa e non fa la stessa impressione di quando invece la si perde.
L’acquisizione dell’autodisciplina è un processo continuo ma molto lento, fatto di passi in avanti e indietro, un qualcosa di “naturale”, di abbastanza indolore.
Uno dei più grandi maestri di umanità, Goethe, ci rammenta come solo la capacità di ricordare i nostri giorni scatenati ci consente di sopportare la condotta scatenata dei nostri figli. Anche noi dovremo ricordare quanto eravamo disubbidienti e difficili a volte da bambini, e come ci offendeva il fatto che i nostri genitori non fossero pazienti e comprensivi. L’autodisciplina infatti si conquista molto lentamente e vincendo resistenze interiori spesso molto forti.
E’ chiaro che tocchi ai genitori insegnare la disciplina. Che i figli ubbidiscano o meno ai nostri ordini, dentro di loro reagiscono più alla propria percezione del nostro carattere e della nostra condotta che ai nostri comandi. I nostri figli si formano appunto attraverso le loro reazioni nei nostri confronti.
La preoccupazione dei genitori occidentali rende il bambino teso e poco incline a cooperare, il che non fa che aumentare la preoccupazione della madre, con effetti disastrosi per il loro rapporto. La fiducia nel bambino è la base indispensabile del rispetto per sé e per gli altri. La vera autodisciplina si fonda sul rispetto che ci fa provare per noi stessi: la mancanza di fiducia ei di rispetto rende non solo difficile, ma impossibile acquisirla.
Noi vediamo plasmati dalle emozioni che ci posseggono totalmente. Le emozioni in sé non sono né buone né cattive, ma contengono potenzialmente sia il bene che il male. Il bambino piccolo non sa distinguere tra ciò che è moralmente buono e ciò che è cattivo. Sa solo che certe situazioni lasciano una sensazione di benessere e altre no. Perciò, l’amore filiale lo induce a emulare i genitori, indipendentemente dalle loro qualità morali, a identificarsi con le loro virtù come con i loro difetti.
L’identificazione con il genitore avviene a un’età precoce e si radica così saldamente negli strati più profondi della personalità in via di sviluppo, che le esperienze successive la possono cancellare solo con grande difficoltà. Poiché non sappiamo con quali tratti della nostra personalità si identificherà nostro figlio, non resta che cercare di essere il più possibili coerenti con noi stessi. Se il nostro impegno e interesse a diventare quel tipo di persona è molto forte, quegli aspetti del carattere assumeranno rilievo e forza di attrazione, e quasi certamente nostro figlio si identificherà con essi. In seguito, quando sarà cresciuto, starà a lui giudicare quali caratteristiche dei suoi genitori considerare desiderabili o meno, e decidere quali fare propria, innestandosi cmq su identificazioni precedenti.
“I castighi servono a ridurre al silenziane, non a confutare le idee”. Vi è una grande differenza tra acquisire l’autodisciplina attraverso l’identificazione con le persone che si ammirano, ed essere irreggimentati a forza, o con la violenza. Imporre la disciplina ai bambini tende a essere controproducente, se non nocivo ai fini che il genitore si propone. Quanto ai castighi, non gli insegnano l’autodisciplina.
Quello che i bambini imparano dalle punizioni è che forza e diritto coincidono, quando saranno abbastanza grandi e forti, cercheranno di rifarsi. Qualunque punizione, fisica o psicologica, ci pone contro la persona che l’ha inflitta. Ogni bambino avrà una reazione diversa ai castighi, di qualunque tipo siano, a seconda del carattere e del tipo di rapporto che ha con i genitori, ma nessun può evitare di sentirsi umiliato dalle punizioni. Quasi tutti i bambini reagiscono negativamente alle punizioni, e quanto più amano i loro genitori, tanto più si sentono offesi e delusi dalla mano che regge la frusta.
In genere si impara in fretta a evitare le situazioni che ci mettono nelle condizioni di venire puniti, tuttavia esse non costituiscono un deterrente adeguato per chi ritiene di poterla fare franca: il b. che prima agiva apertamente, ora imparerà a fare le cose di nascosto, e più severamente verrà punito, più diventerà subdolo. Che provi o meno un reale rimorso, imparerà a mostrarsi pentito quando gli adulti si aspettano che lo sia, anche se forse gli spiace solo essere stato scoperto.
Qualunque cosa faccia, un bambino è sempre convinto che sia giusto, sul momento. Se gli facciamo capire che, pur disapprovando quello che ha fatto o proibendo quello che vorrebbe fare, siamo certi che non intendeva fare nulla di male, la nostra disponibilità susciterà in lui un’analoga disponibilità a darci ascolto. E anche se le nostre obiezioni non gli faranno piacere, gli farà piacere continuare a meritare la nostra stima, tanto da essere disposto eventualmente a rinunciare a qualcosa che voleva fare.
E’ difficile che un bambino si possa veramente convincere che un comportamento sia sbagliato solo perché lo dicono i genitori. Quel comportamento diventa sbagliato anche per lui, perché vuole essere amato e stimato dai sui genitori. Il modo migliore di farsi amare è di fare come dicono loro e di diventare uguali a loro, allora egli si identifica con i loro valori. Ma quella identificazione è il portato dell’amore e dell’ammirazione che prova per i genitori, non delle loro punizioni.
Le critiche o la paura di essere puniti possono trattenerci dal compiere il male, ma non ci inducono a desiderare di fare il bene. L’unica disciplina efficace è l’autodisciplina, motivata dall’intimo desiderio di comportarsi bene ai propri occhi, di non tradire i propri principi, si fonda su valori che abbiamo interiorizzato perché amavamo, ammiravamo e volevamo emulare le persone che li professavano, perché speriamo così di esserne a nostra volta amati e stimati.
La vera coscienza morale ci induce a compiere il bene perché sappiamo che altrimenti soffriremo e saremo depressi per il fatto di non sentirci a posto con noi stessi. La ragione più attendibile per comportarsi bene è il desiderio di evitare i rimorsi di coscienza, di sentirsi a posto con se stessi, e non il desiderio di evitare le punizioni.
Esistono anche fattori esterni capaci di rafforzare il rispetto di sé: il desiderio di meritare o conservare la stima delle persone la cui opinione ci sta a cuore. Dunque l’unico deterrente su cui si possa veramente contare è il rispetto di sé, o il calcolo delle possibili conseguenze delle nostre azioni. In tal caso però, vuol dire che viviamo in base a una moralità situazionale, che muta a seconda delle circostanze e non in base a un’etica saldamente ancorata negli strati più profondi della nostra personalità. Perciò, la meta che un genitore si dovrebbe proporre per quanto riguarda la disciplina, è di accrescere nei figli il rispetto di se stessi, di renderglielo così forte e resistente da riuscire in ogni circostanza a trattenerli dal comportarsi male.
Quando rimproveriamo un bambino, dobbiamo chiarirgli sempre come anche noi si sia convinti che, se ha agito in quel modo, è perché secondo lui, era giustificato a farlo. Con i bambini urlare non serve a molto: si spaventeranno e ubbidiranno, ma sanno benissimo che non è quella la voce della ragione. Il nostro compito è di creare le condizioni in cui la voce della ragione possa essere udita e seguita.
Per un bambino, il desiderio delle cose proibite è così grande da mettere a tacere ogni altra considerazione. Se vogliamo capire il suo stato d’animo, dobbiamo immaginare quello che proveremmo noi, come ci comporteremmo noi, se fossimo in preda alla voglia di fare qualcosa di trasgressivo che si possa fare facilmente e che non comporti un danno per nessuno. Come sempre, conta quello che facciamo, non quello che diciamo. Capiremmo così che aveva trovato innumerevoli ragioni per infrangere la legge, esattamente come noi. Il fatto di essere stati comprensivi e buoni con lui lo aiuterà a vincere la tentazione la volta successiva, purché noi gli diamo l’esempio, dimostrandogli di sapere a nostra volta resistere alle tentazioni.
Dire a nostro figlio che, pur disapprovando quello che ha fatto, ci rendiamo conto che secondo lui era giustificato, apre una possibilità di dialogo, mentre se lo induciamo a pensare che per noi le sue ragioni non sono comunque degne di considerazione, si convincerà che noi diamo credito solo al nostro punto di vista, mai al suo se non concorda col nostro. Dirgli che sappiamo bene che, se avesse saputo di fare male, non l’avrebbe mai fatto, accresce sia il rispetto di sé sia l’amore per noi. Il desiderio di essere amato da noi lo induce a comportarsi bene ora che è piccolo, mentre il rispetto di sé lo motiverà, da adulto, a condurre una vita morale.
Un genitore passabile si rende conto di come il più delle volte la sua irritazioni riguardi lui personalmente più che la condotta del figlio, e di come cedere alla collera non faccia bene a nessuno. Un genitore non tanto bravo invece è convinto che la sua collera sia dovuta esclusivamente al comportamento del figlio e di avere il diritto di lasciarsene guidare. Fingere di essere calmi quando non è affatto così, fa dedurre a nostro figlio che siamo disonesti con noi stessi. A noi non basta che nostro figlio smetta di fare quello che noi disapproviamo, vorremmo anche che ci desse ragione.
Quando dobbiamo negargli qualcosa a cui tengono molto, non riusciamo a provare simpatia per i loro sentimenti, pretendiamo che accettino e comprendano le nostre ragioni in un momento in cui il loro coinvolgimento emotivo glielo rende impossibile.
Non ci indurre in tentazione
suscita risentimento nel figlio, e quanto più la punizione è severa, tanto più intensa sarà l’indignazione del figlio. E a nessuno può venire voglia di emulare una persona verso la quale si prova risentimento.
Qualunque punizione, interferisce con il nostro fine più importante: che nostro figlio ci ami, accetti i nostri valori, si senta spinto a vivere quella che per noi è un’esperienza morale. Le punizioni intaccano il desiderio del bambino di identificarsi con noi, nonché il suo rispetto di sé e il suo atteggiamento positivo verso la vita.
Punire i b. è sempre un errore, anche quando egli stesso ritiene di esserselo meritato: dopo averlo subito ha sempre la sensazione di essere stato trattato ingiustamente. I bambini reagiscono in questo modo perché le punizioni intaccano il senso di sicurezza, poiché si vede nel genitore qualcuno che lo protegge; in secondo luogo fa parte della natura umana provare risentimento per chi detiene il potere di punirci. E se la nostra sicurezza dipende da una persona verso la quale proviamo risentimento, non possiamo sentirci sicuri.
Quando le parole non bastano, quando a dirgli di emendare la sua condotta non si ottiene nulla, ecco che la minaccia di una parziale e temporanea diminuzione del nostro amore e del nostro affetto diventa l‘unico sistema sensato per fargli capire che farebbe meglio a ubbidirci, altrimenti non potremmo più stimarlo così tanto, o amarlo così tanto, come entrambi vorremmo.
Almeno per la maggior parte di noi, non è vero che possiamo amare incondizionatamente: se veniamo delusi troppo spesso e troppo gravemente, il nostro amore si affievolisce. Il bambino corregge il proprio comportamento per motivi suoi, e non per i motivi che gli vengono prospettati dai genitori. Un gesto simbolico per comunicare questo messaggio può essere escludere per breve tempo il bambino dalla nostra presenza. La distanza fisica simboleggia la distanza affettiva, ed è un simbolo che parla contemporaneamente alla coscienza e all’inconscio del bambino.
Quello che probabilmente farò più impressione al bambino è la minaccia dell’abbandono: l’angoscia da separazione è probabilmente la prima e più fondamentale forma di angoscia dell’essere umano. Ma se viene usato intendendolo come una punizione, l’allontanamento fisico perde la sua forza d’urto a livello emotivo, perché a renderlo efficace non sono la premeditazione o l’accurata esecuzione del gesto, ma la sua qualità di intensa asserzione emotiva.
Avere un’intensa reazione emotiva quando nostro figlio si comporta molto male è la cosa più naturale del monto, e sospendere momentaneamente il nostro amore perché le sue azioni ci hanno così ferito da farci sentire temporaneamente estraniati, è la logica conseguenza delle nostre autentiche emozioni. Perciò mandare il figlio fuori dalla stanza, lontano da noi, costituisce una reazione appropriata a quello che proviamo dentro di noi. Il sollievo emotivo, che genitore e figlio provano, dopo la breve separazione, quando si trovano nuovamente uniti, non può che intensificare il loro rapporto.
Tutto ciò che accade nel rapporto genitore-figlio dipende da quello che prova il genitore nei confronti del figlio. Un genitore passabile si sente turbato quando allontana il figlio da sé per permettere a entrambi di dominare i sentimenti negativi e di far emergere nuovamente quelli positivi. Il genitore meno bravo quando è irritato col figlio lo punisce severamente, probabilmente perché il figlio lo urta, in quanto con la sua esistenza lo mette di fronte alla sua incapacità di amare. Un genitore passabile eviterà, dunque, di infliggere punizioni, e farà di tutto perché le sue critiche siano più che compensate dalle lodi: una lode meritata infonde tanta più gioia sia a chi la dà sia a chi la riceve. Esse sono espressione di intense emozioni positive, della nostra gioia e del nostro piacere nel vedere che nostro figlio è bravo e si comporta bene.
Anche quando si comporta male, la nostra esperienza dovrebbe essere emotiva, dovrebbe esprimere i nostri sentimenti più che il nostro giudizio. Le lodi, simbolo dell’intensificarsi del nostro amore e la sospensione temporanea dell’affetto, costituiscono dunque i due strumenti migliori per influire sulla formazione della personalità dei nostri figli. Con le lodi ci avviciniamo emotivamente al bambino e lui lo capisce. Quando ne siamo delusi e scontenti, avremo la reazione opposta.
Solo l’esempio della nostra buona condotta indurrà i nostri figli a integrare nella loro personalità lo stesso tipo di comportamento: solo il nostro buon esempio, ma a condizione di essere autentici, e di non imporgli i nostri valori, né di pretendere che riescano a seguire il nostro esempio prima che siano pronti a farlo, nel rispetto delle loro tappe evolutive. Dobbiamo capire e accettare che talvolta sbaglino e dobbiamo mantenere intatta la convinzione della loro innata bontà, riconoscendo che occorre molto tempo perché il nostro esempio porti i suoi frutti. Più prendiamo coscienza del fatto che così è stato anche per noi, più il nostro rapporto sarà soddisfacente, e lo sviluppo dei nostri figli facile e senza traumi. Altrettanta sincerità e coraggio dobbiamo avere di fronte alle nostre emozioni: il nostro amore si avverte soprattutto da come rispondiamo ai bisogni dei nostri figli e li aiutiamo a superare le loro difficoltà.
Tra le esperienze più preziose che la condizione di genitori offre è la possibilità di analizzare, rivivere e risolvere nel contesto del rapporto con i figli i problemi della nostra infanzia. Solo ripercorrendo sempre di nuovo tutti i passaggi che ci hanno portato a essere noi stessi è possibile conoscere veramente le nostre esperienze infantili e scoprirne il significato. La conoscenza così raggiunta modificherà l’influsso stesso di quegli eventi sulla nostra personalità. Si modificherà il nostro atteggiamento verso le nostre esperienze, e con esso anche l’atteggiamento verso le analoghe esperienze dei nostri figli. L’aumentata conoscenza di noi stessi ci porta a una maggior comprensione dei nostri figli.
Se non possiamo rivivere le nostre primissime esperienze, possiamo almeno esplorare con l’immaginazione alcuni aspetti, osservando come nostro figlio risponde nei primi mesi di vita ai propri processi interiori, a noi, al suo mondo.
È il genitore che modifica la condizione di infelicità del lattante trasformandola in uno stato di benessere, perciò egli vive il genitore come un essere onnipotente, come la fonte di tutta la felicità e infelicità, come colui che può dare tutto o negare tutto. Così l’ambivalenza viene incorporata nell’inconscio, specialmente in relazione ai genitori. Gli originari sentimenti di ambivalenza, continuano poi a essere alimentati dalle esperienze della vita quotidiana.
Comprendere l’origine infantile della nostra ambivalenza ci può aiutare a capire meglio i nostri figli quando ci troviamo di fronte alle loro manifestazioni di ambivalenza nei nostri confronti. Quanto più riusciremo ad accettare i loro sentimenti ambivalenti verso di noi, meno difficili sarà per loro mantenere sotto controllo la propria ambivalenza. Accettando il fatto che anche l’aspetto negativo dell’ambivalenza deve trovare il modo di esprimersi. Meno i sentimenti vengono rimossi, più rimangono accessibili all’esame della ragione e divengono quindi suscettibili di essere modificati. Nell’inconscio invece i sentimenti rimossi mantengono tutta la loro carica.
Ci rendiamo conto di aver fatto nostre molte delle qualità che ci piacciono dei nostri genitori, ma non siamo consapevoli di aver interiorizzato anche gli aspetti negativi del loro atteggiamento verso di noi. Ce ne accorgiamo quando ci sorprendiamo a sgridare i nostri figli esattamente nello stesso modo che avevano usato con noi i nostri genitori. Non essendovi ragione di rimuovere le identificazioni positive con i nostri genitori, esse non sono state incapsulate nell’inconscio, ma sono rimaste suscettibili di modificazioni. Le identificazioni negative, invece, sono state rimosse e perciò immutate.
Spesso le relazioni tra genitori e figli del medesimo sesso sono caratterizzate dall’ambivalenza in misura maggiore di quelle tra genitori e figli di sesso diverso, poiché nel porci in relazione con il figlio del nostro stesso sesso, tendiamo a rivivere alcuni degli aspetti problematici del nostro rapporto infantile con il genitore del nostro sesso. Vi è una tendenza a proiettare sui figli i conflitti irrisolti. Ma se approfittiamo dell’occasione che queste situazioni ci offrono per analizzare che cosa ci induce a comportarci in quel modo, forse potremo risolvere ora quei conflitti infantili che non abbiamo risolto in passato.
Un comportamento del genere fa pensare ai bambini che raramente le loro attività ci appaiono altrettanto importanti delle nostre.
I bambini apprezzano la nostra pronta disponibilità nei casi di emergenza, ma sanno anche che il più delle volte è solo l’urgenza del caso che ci fa accorrere, non l’interesse per i solo giochi. Se davvero prendessimo il gioco dei nostri figli altrettanto seriamente delle nostre preoccupazioni, ci ripugnerebbe interromperlo, così come detestiamo essere interrotti mentre lavoriamo.
Il genitore che partecipa con coinvolgimento personale alle attività del figlio ne comprendere fino in fondo l’importanza, e questo atteggiamento di partecipazione diretta è diverso dall’essere coinvolto solo in quanto genitore. I nostri figli notano la differenza, e si avviliscono nel constatare quante poche volte prendiamo davvero sul serio i loro giochi, e come lo si faccia solo se interessano a noi.
Investimento parallelo nel gioco
Quello della costanza degli oggetti e delle intenzioni degli altri sono tra gli enigmi più assillanti dell’età del gioco, e oltre. Molti adulti tendono a giocare con i bambini per scopi che sono estranei al gioco stesso: per distrarli, intrattenerli, educarli, valutarli e guidarli. Se non è giocare lo scopo, il gioco perde gran parte del suo senso, e la partecipazione dell’adulto diviene offensiva; il b. indovina le intenzioni dell’adulto e si risente della sua finzione.
I bambini devono avere la possibilità di usare qualunque giocattolo nel modo che vogliono e non come gli adulti (genitori, insegnanti, fabbricanti) pensano che vada usato. Il coinvolgimento emotivo nel giocattolo costruito con le nostre mani è di particolare intensità: c’è il piacere di farlo e di immaginare come ci giocherà nostro figlio. Altri genitori fanno della costruzione die giocattoli un’attività da condividere con il figlio.
L’elemento che conta è la reciprocità: genitore e figlio hanno entrambi investito se stessi in quel giocattolo, anche se mossi da motivazioni diverse. Il filo comune dell’investimento emotivo potrà supplire alla disparità del coinvolgimento quando, in seguito, sarà solo il bambino a giocare con il prodotto delle loro comuni fatiche.
Quando il genitore si impone coscientemente come educare
L’investimento parallelo di genitore e figlio nel gioco può anche avere esiti negativi, a causa delle motivazioni del genitore.
Molti genitori si lasciano trascinare dal desiderio di vedere il figlio fare le cose bene, pretendendo di insegnargli abilità di livello troppo raffinato, invece di aiutarlo a trovare il suo modo di comprendere e di fare le cose, più adatto alla sua età. Imporre ai bambini una professionalità prematura può compromettere l’interesse che provavano inizialmente per l’attività, in quanto li priva del piacere e del significato che aveva per loro.
A tutti noi piace pensare che i nostri figli da grandi ricorderanno con affetto che siamo stati noi a insegnargli a fare bene le cose ed è questa speranza che porta i genitori a porsi come educatori. Purtroppo per via dell’insicurezza che i bambini provano, è più probabile che a lasciare l’impressione più durevole sia il dolore per le nostre critiche.
Il conflitto di motivazioni tra genitore e figlio che ha inizio nel gioco, quando la motivazione del genitore prevale su quella del figlio, può evolversi in seguito in quello che è stato definito il “gap generazionale”. Un esito del genere si ha spesso con i genitori convinti che tra loro e i figli non ci sarà frattura, poiché sono stati sempre disponibili a insegnare loro cose che essi volevano imparare.
Quando osserviamo i nostri figli giocare possiamo godere del loro divertimento, della loro abilità, intelligenza e di come sono belli e simpatici mentre giocano. Il bambino interpreterà la nostra gioia come piacere per quello che sta facendo, perché è una cosa che fa piacere a lui, soprattutto se vede che
l’approviamo. Per diversi che siano i nostri e i loro pensieri, emotivamente l’esperienza sarà la stessa e creerà tra noi un legame che durerà per tutta la vita.
Giocare insieme
Non è sempre possibile per il genitore provare una totale empatia per le esperienze ludiche del figlio. Il suo coinvolgimento però, lo può aiutare a cogliere i diversi bisogni, aspettative e impulsi che il bambino immette nei suoi giochi. Quanto più intenso è il coinvolgimento emotivo del genitore nel gioco del figlio, tanto più importanti saranno i benefici per il bambino e per i loro rapporti reciproci.
Emerge un aspetto importante del gioco: è vitale per il bambino poter condividere le sue esperienze con un adulto capace di ricordare i propri vissuti infantili riguardo al medesimo gioco. Nella vita di ogni bambino c’è spazio per giocare con altri bambini e c’è lo spazio per il gioco solitario, se la TV non vi si sostituisse: ne rimangono come ipnotizzati. Il motivo più comune di questa fascinazione è il desiderio di sfuggire alla solitudine e il bisogno di sentirsi in contatto se non altro con personaggi fittizi che passano sullo schermo.
Qualunque bambino preferirebbe interagire con persone vere in una situazione reale che non con le immagini dello schermo televisivo. Il gioco solitario, che i genitori talvolta cercano di stimolare in sostituzione della TV, non può soddisfare veramente il bisogno di contatto con le persone, sia pure immaginarie.
Oggi, molti bambini, dopo il rifiuto dei genitori a giocare con loro, smettono di insistere e si rivolgono sconfortati all’apparecchio televisivo, e così viene loro meno l’occasione per costruire con le persone più importanti della loro vita legami di intimità imperniati su un’attività come il gioco. Per un bambino niente di quello che può dire e fare chiunque altri sta alla pari per importanza e significato con quello che dicono o fanno i suoi genitori. Solo il coinvolgimento in qualche forma del genitore nei suoi giochi può farglieli realmente importanti e degni.
Per interessanti che siano in generale i segreti degli adulti nessuno è più affascinante di quelli dei genitori. Quello che la gente fa, le cose che ha, come le dispone e le organizza, assume sempre maggior importanza man mano che il bambino cresce e comincia a osservare le differenze tra come ci si comporta nella famiglia e come fanno gli altri. Ma per prima cosa, vuole sapere come si usa fare a casa sua. Questo tipo di comportamento esplorativo si riconnette alla curiosità sessuale. Riguarda cioè la sessualità, ma a livello proprio del bambino.
Anche i giochi con le pistole, specialmente ad acqua, hanno spesso a che fare con il tentativo di comprendere la funzione dei genitali maschili. La curiosità del bambino non va intesa in senso adulto, ma in riferimento alla conoscenza diretta che un bambino può avere della funzione del pene, cioè come organo per orinare. Analogamente, maschietti e bambine sono affascinati dalla borsa della mamma: a livello inconscio tale attrazione si ricollega alla curiosità per ciò che può nascondersi nella vagina, per i segreti che possono esservi custoditi. Di solito i bambini sano oscuramente che loro stessi sono stati trovati là dentro.
L’organo sessuale non viene considerato dal punto di vista dell’adulto, ma nello schema di riferimento infantile. Tutti i bambini sono curiosi di sapere a che cosa servono gli organi sessuali e come si spiega il fatto che ne esistano di due tipi. Accordando tacita approvazione alle esplorazioni di nostro figlio, implicitamente lo rassicuriamo anche sulla liceità di una curiosità sessuale adatta alla sua età. Disapprovare questi comportamenti ha l’effetto di inibire la sessualità, proprio nella fase in cui avrebbe più importanza godere della massima libertà di esplorare la realtà. Tale atteggiamento inibitorio da parte dei genitori avrà comunque effetti negativi.
Spiegare a un bambino che il suo futuro comportamento sessuale sarà godibile o lecito non serve molto, se lo facciamo sentire in colpa rispetto alle sue attuali esplorazioni sessuali a livello simbolico. La nostra proibizione può solo significare che è male cercare di capire o padroneggiare nel gioco i problemi riguardanti il sesso. Ne consegue nella sua testa che qualunque forma di sessualità è male. Solo le nozioni che gli vengono date nella forma adatta alla sua età sono comprensibili al bambino.