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Quintiliano, Institutio oratoria L’opera, comprendente 12 libri, è dedicata a Vittorio Marcello, un celebre avvocato del tempo, perché egli potesse servirsene nell’educazione di suo figlio Geta, ed è preceduta da una lettera all’editore Trifone, nella quale Quintiliano lo informa che la stesura dell’opera ha richiesto circa due anni e che la maggior parte del tempo è stata impiegata in attività di ricerca e nella lettura degli autori, fra cui Platone , Aristotele , Isocrate, Apollodoro, Teodoro, per i Greci, Varrone e Cicerone per i Latini. I principi enunciati da Quintiliano nell’ Institutio oratoria si riferiscono alla formazione dell’oratore, ma sono estensibili alla formazione dei ragazzi in genere e perciò acquistano una chiara connotazione pedagogica e hanno ancora una certa validità. Quintiliano, partendo dalla concezione del fanciullo come “tabula rasa” pronta a recepire ed assimilare tutto ciò che le deriva dal mondo circostante, mette in evidenza il ruolo che possono esercitare sia la famiglia che l’ambiente sulla formazione e crescita della personalità del bambino. Forte di questa convinzione, passa in rassegna tutti i soggetti coinvolti nell’educazione. Tratta innanzitutto del ruolo dei genitori , i quali devono dedicare il maggior tempo possibile all’educazione dei figli, provvedendo a circondarli di persone moralmente sane e professionalmente valide. Per questo devono stare attenti a scegliere la nutrice, che deve essere seria e onesta ma anche saper usare un linguaggio senza difetti. Inoltre i genitori devono preoccuparsi della frequentazione dei loro ragazzi, impedendo che essi entrino in contatto con altri ragazzi, servi o liberi, di dubbia moralità. Ancora più attenzione devono riservare alla scelta del pedagogo, la cui presunzione può produrre danni irreparabili nella mente e nell’animo dei discepoli. Interessante è anche il concetto di educazione permanente : Quintiliano ritiene che l’educazione del fanciullo possa cominciare ben prima dei sette anni, perché il desiderio di apprendere è innato nell’uomo per disposizione naturale e dura anche oltre la vita scolastica. È vero che gli ingegni sono diversi, ma tutti possono trarre profitto dall’insegnamento. Se qualcuno non vi riesce, la colpa è di un’educazione non appropriata o dello scarso impegno dell’insegnante. Per la prima volta, poi, viene affrontato il problema se sia preferibile che l’allievo usufruisca di un insegnamento collettivo o di un insegnamento individuale : Quintiliano è personalmente favorevole al primo. Egli afferma che per un ragazzo andare a scuola è meglio che essere educato a casa da un precettore privato. A scuola, infatti, l’allievo ha occasione di stare a contatto con altri studenti, sviluppando capacità relazionali e comunicative; inoltre può misurare i propri limiti, istaurare amicizie durature e imparare non solo dai propri errori, ma anche da quelli dei compagni. Ma la modernità della pedagogia di Quintiliano emerge soprattutto:
questo metodo, ossia scoprire [certe cose] e capire loro stessi. Infatti che cos’altro otteniamo insegnando loro, se non che essi non siano sempre da istruire?» (II, 5, 13).