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LA MEDICINA CLASSICA INDIANA Antonella Serena Comba, Schemi e mappe concettuali di Filosofia Indiana

Riassunto del testo della prof. Comba

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2016/2017
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Caricato il 25/06/2017

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LA MEDICINA CLASSICA INDIANA
Antonella Serena Comba
INTRODUZIONE
1. Alla scoperta dell'Ayurveda
Medicina classica indiana: forma di cura della salute umana, animale e vegetale. Complesso
terapeutico che veicola con un'interessante concezione dell'uomo e del mondo, occupando un
posto di rilievo nella storia del pensiero.
In India “l'uomo medico è anche filosofo”: sa svolgere la funzione di dialettico in grado di
sconfiggere gli avversari e di un erudito che conosce i testi sanscriti e li integra con gli
insegnamenti ricevuti oralmente dal maestro (i testi non contengono quelle informazioni di primaria
importanza che vengono appunto impartite oralmente). Il medico deve essere anche filosofo perchè
deve vedere il paziente nel cosmo in generale (non solo la ricetta per la guarigione ma anche una
visione complessiva della realtà).
Se si confronta un testo ayurvedico con un trattato ippocratico, si nota che il primo ha
un'impostazione molto più schematica e classificatoria del secondo. L'impegno classificatorio degli
autori ayurvedici non implica necessariamente il dogmatismo. Ai terapeuti bastano pochi principi
per capire come affrontare il caso singolo.
PRAMANA (mezzi di conoscenza): 1 conoscenza diretta attraverso la percezione dei sensi; 2
l'inferenza o deduzione; 3 (APTOPADESA) le parole del maestro, i testi e il racconto del paziente.
Questi sono i tre strumenti di cui si serve il medico per operare nell'ambito conoscitivo e devono
essere usati sempre insieme.
2. Le fonti ayurvediche
I testi ayurvedici nascono nel I sec. d. C. ma pare che fosse già praticato ai tempi del Buddha.
AGNIVESA (“molteplicità di autori”).
L'Ayurveda si compone di 4 testi:
Caraka → medicina generale
Susruta → chirurgia
Vagbhata → fusione dei due precedenti testi in una sintesi.
Vagbhata
La principale fonte per la conoscenza della medicina classica ayurvedica è costituita dalla
CARAKASAMHITA. È molto difficile assegnare una data precisa a quest'opera, ma si suppone che
sia stata composta nei primi secoli della nostra era. Vi è una testimonianza che dichiara che Caraka
fosse il medico di un re vissuto nel I-II sec. d. C. Forse questo trattato esisteva già e lui lo ha
solamente rifatto. Inoltre, in esso vengono citati due testi e questo ci permette di dare a grandi linee
una datazione.
Il secondo testo è la SUSRUTASAMHITA, risalente alla stessa epoca o poco posteriore.
Il terzo autore che completa la grande trinità è Vagbhata. A cui sono attribuiti due testi (uno
di Vagbhata il vecchio e l'altro di Vagbhata). Le due opere hanno la stessa struttura e molte parrti in
comune, ma la prima è molto più breve della seconda. Dai Vagbhata nasce la medicina tibetana.
Per la comprensione dei testi medici classici è fondamentale la lettura dei commenti indigeni.
La letteratura ayurvedica non è però circosritta alla grande triade e ai suoi commentatori: vi sono
molte altre opere che trattano dell'Ayurveda nel suo insieme e nei suoi aspetti particolari.
3. Gli studi sull'Ayurveda
4. Perchè l'Ayurveda
5. Definizione dell'Ayurveda
Il composto AYURVEDA designa il sapere, la scienza (veda) che concerne la durata della vita
(ayus). È infatti compito del medico far vivere i suoi pazienti il più possibile ma l'ayurveda esorta a
evitare l'accanimento terapeutico sui malati incurabili e sui moribondi.
La vita non ha una durata illimitata, ma è determinata da fattori generali e individuali: fra i generali,
il più importante è l'era cosmica (yuga), che determina la durata media della vita umana; fra gli
individuali, la costituzione fisica e psichica del paziente. Essa può durare al massimo un centinaio
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LA MEDICINA CLASSICA INDIANA

Antonella Serena Comba

INTRODUZIONE

1. Alla scoperta dell'Ayurveda Medicina classica indiana: forma di cura della salute umana, animale e vegetale. Complesso terapeutico che veicola con sé un'interessante concezione dell'uomo e del mondo, occupando un posto di rilievo nella storia del pensiero. → In India “l'uomo medico è anche filosofo”: sa svolgere la funzione di dialettico in grado di sconfiggere gli avversari e di un erudito che conosce i testi sanscriti e li integra con gli insegnamenti ricevuti oralmente dal maestro (i testi non contengono quelle informazioni di primaria importanza che vengono appunto impartite oralmente). Il medico deve essere anche filosofo perchè deve vedere il paziente nel cosmo in generale (non solo la ricetta per la guarigione ma anche una visione complessiva della realtà). Se si confronta un testo ayurvedico con un trattato ippocratico, si nota che il primo ha un'impostazione molto più schematica e classificatoria del secondo. L'impegno classificatorio degli autori ayurvedici non implica necessariamente il dogmatismo. Ai terapeuti bastano pochi principi per capire come affrontare il caso singolo. PRAMANA (mezzi di conoscenza): 1 conoscenza diretta attraverso la percezione dei sensi; 2 l'inferenza o deduzione; 3 (APTOPADESA) le parole del maestro, i testi e il racconto del paziente. Questi sono i tre strumenti di cui si serve il medico per operare nell'ambito conoscitivo e devono essere usati sempre insieme. 2. Le fonti ayurvediche I testi ayurvedici nascono nel I sec. d. C. ma pare che fosse già praticato ai tempi del Buddha. AGNIVESA (“molteplicità di autori”). L'Ayurveda si compone di 4 testi:

  • Caraka → medicina generale
  • Susruta → chirurgia
  • Vagbhata → fusione dei due precedenti testi in una sintesi.
  • Vagbhata La principale fonte per la conoscenza della medicina classica ayurvedica è costituita dalla CARAKASAMHITA. È molto difficile assegnare una data precisa a quest'opera, ma si suppone che sia stata composta nei primi secoli della nostra era. Vi è una testimonianza che dichiara che Caraka fosse il medico di un re vissuto nel I-II sec. d. C. Forse questo trattato esisteva già e lui lo ha solamente rifatto. Inoltre, in esso vengono citati due testi e questo ci permette di dare a grandi linee una datazione. Il secondo testo è la SUSRUTASAMHITA, risalente alla stessa epoca o poco posteriore. Il terzo autore che completa la grande trinità è Vagbhata. A cui sono attribuiti due testi (uno di Vagbhata il vecchio e l'altro di Vagbhata). Le due opere hanno la stessa struttura e molte parrti in comune, ma la prima è molto più breve della seconda. Dai Vagbhata nasce la medicina tibetana. Per la comprensione dei testi medici classici è fondamentale la lettura dei commenti indigeni. La letteratura ayurvedica non è però circosritta alla grande triade e ai suoi commentatori: vi sono molte altre opere che trattano dell'Ayurveda nel suo insieme e nei suoi aspetti particolari. **3. Gli studi sull'Ayurveda
  1. Perchè l'Ayurveda
  2. Definizione dell'Ayurveda** Il composto AYURVEDA designa il sapere, la scienza (veda) che concerne la durata della vita (ayus). È infatti compito del medico far vivere i suoi pazienti il più possibile ma l'ayurveda esorta a evitare l'accanimento terapeutico sui malati incurabili e sui moribondi. La vita non ha una durata illimitata, ma è determinata da fattori generali e individuali: fra i generali, il più importante è l'era cosmica (yuga), che determina la durata media della vita umana; fra gli individuali, la costituzione fisica e psichica del paziente. Essa può durare al massimo un centinaio

di anni. Alla costituzione fisica si associano in particolare malattie genetiche o ereditarie che si ritengono causate dal karman. Dunque il compito del medico consiste non soltanto nel curare le malati e prevenirle, ma anche nel riconoscere in base alle caratteristiche del paziente e a molti altri indizi quale può essere la durata massima dell'ayus. Caraka definisce l'Ayurveda come la conoscenza di tutti gli aspetti della vita umana. Il medico deve conoscere ciò che è utile alla vita, le sostanze la qualità e le azione che curano le malattie, nonché la quantità di vita che resta al paziente, valutata in base ai sintomi fisici e psichici. Infine l'Ayurveda deve fondersi sulla consapevolezza della reale natura della vita: essa è una congiunzione temporanea fra il corpo, gli organi di senso e di azione, la mente e il sé. Questa congiunzione ha effetti importanti perchè finchè essa perdura, nel corpo circolano i soffi vitali. Il medico filosofo descritto da Caraka conosce la differenza fra il samyoga, che è una congiunzione impermanente, e l'inerenza o samavaya, che lega in modo duraturo due elementi della realtà come una sostanza e una qualità che li contraddistingue.

6. Le mitiche origini della medicina indiana Un insegnamento è degno di fede se viene impartito da un maestro di cui tutti riconoscono la competenza e la virtù. L'Ayurveda è descritto come un sapere divino, originariamente non destinato agli uomini.

  1. la Caraka samhità si apre con la descrizione delle mitiche origini della medicina; le sue prime parole sono dirgham jivitam (lunga vita). Bharadvaja si avvicina al dio Indra ma il dio Indra non possiede la conoscenza originaria della medicina. L'aveva appresa dai divini gemelli Asvin che a loro volta l'avevano ricevuta dal padre delle creature, prajapati. Questi l'aveva appresa da Brahma che ne era il primo possessore. Bharadvaja avrebbe potuto dunque rivolgersi al primo anello della catena, e forse avrebbe ricevuto un insegnamento più integro. Bharadvaja non voleva apprendere l'Ayurveda in realtà soltanto per trarne vantaggio, ma anche per riferirlo ai grandi veggenti che lo avevano mandato da Indra. Brahama → Prajapati → gemelli Asvin → Indra → Bharadvaja. (dagli dei si passa agli uomini ).
  2. Anche nell'opera Susruta si narra che un gruppo di veggenti si angustiava per le malattie somatiche, psichiche e traumatiche che affliggevano il genere umano. I rsi chiesero aiuto al re di Benares Dhanvantari che rivelò loro che Brahma aveva creato l'Ayurveda come appendice ai Veda ancor prima di generare tutte le creature. Dhanvantari suddivise la materia in otto parti: la chirurgia, l'oftalmologia-otoringoiatria, la medicina generale, la demonologia o psichiatria, la pediatria, la tossicologia, la scienza degli elisir e dei rivitalizzanti e la scienza degli afrodisiaci e dei trattamenti contro la sterilità. Il re Dhanvantari chiese ai discepoli quale parte dell'Ayurveda desiderassero conoscere. Essi erano interessati alla chirurgia. È evidente che Susruta vuole privilegiare nettamente la chirurgia. Un breve racconto retrospettivo da conto anche qui della trasmissione del sapere medico da Brahma a Prijapati, agli asvin, a Indra e infine a Dhanvantari.
  3. Vagbhata espne una diversa trasmissione da maestro a discepolo. Indra non ha un solo discepolo cui offrire l'ambrosia dell'Ayurveda: i discepoli sono numerosi. Preminenza della medicina generale rispetto alla chirurgia. Fonde le prime due teorie. CAPITOLO 1. MEDICINA E FILOSOFIA. 1. Le chiavi di lettura. La prima chiave è costituita dal sostrato filosofico della medicina ed in particolare dalle scuole di pensiero Vaisesika e Samkhya. Le sei categorie del Vaisesika- l'universale, il particolare, le qualità, le sostanze, l'azione e l'inerenza- se vengono comprese si afferra l'essenza stessa della medicine. In genere nel mondo indiano tradizionale si enfatizza l'importanza della coerente adesione a una scuola di pensiero. Uno stesso autore può scrivere opere per più scuole, ma in ciascuona di esse deve mantenere una posizione non contraddittoria. Può quindi sembrare strano che l'Ayurveda utilizzi teorie tratte da sistemi diversi ma questo corpus dottrinale è connesso a tutte le scuole e in

b) per il Vaisesika, caldo, freddo costituiscono qualità a parte come ruvidezza, levigatezza e altre qualità percepibili con il tatto. c) Nel vaisesika la pesantezza, l'untuosità e la fluidità vengono attribuite alla terra, all'aria e al fuoco mentre nell'Ayurveda gli squilibri degli elementi corporei si curano con alimenti e droghe cha hanno qualità e azioni uguali o contrari. d) le qualità specifiche del sé sono eguali dal punto di vista del Vaisesika e di Caraka, eccetto merito e demerito che sono riconosciute solo dal Vaisesika. e) le qualità restanti sono le meno importanti per il medico ma esse vengono reinterpretate da Caraka ed entrano a far parte del bagaglio culturale del terapeuta. f) i termini paratva e aparatva vengono utilizzati nel Vaisesika come “lontananza” e “vicinanza” in senso spazio-temporale mentre per Caraka paratva significa “superiorità” e aparatva “inferiorità”. g) la preparazione è l'elaborazione adeguata di un medicamento in rapporto al disturbo che si vuole curare. Questa qulità è compresa in congiunzione, dimensione e trasformazione ma l'Ayurveda le separa perchè sono importanti. h) la qualità della ripetizione esprime la terapia che assume carattere ripetitivo. E' esterna al Vaisesika. i) sia per il Vaisesika che per l'Ayurveda, la qualità della congiunzione è l'unione di due sostanza precedentemente separate, una delle quali può anche essere incorporea.

  • IL MOTO: secondo Caraka è: ciò che è causa di congiunzione e disgiunzione, ha per sostrato la sostanza, è la realizzazione di quanto deve essere compiuto e non dipende da altro.
    1. la prima parte della definizione dalla congiunzione e dalla disgiunzione.
    2. è sostrato della sostanza come le altre categorie
    3. l'essere il moto una causa indipendente, elimina dall'ambito della definizione tutte le altre sostanze. I moti sono indipendenti mentre le altre sostanze hanno bisogno di un moto per unirsi ad altre sostanze. La parola Karman si arricchisce in medicina di altri molti significati: 1 indicare azioni compiute da esseri viventi 2 attività terapeutica delle sostanze 3 trattamento quintuplice: vomito indotto, la purga, il clistere medicato, il clistere oleoso e la terapia nasale. 4 l'azione che non si esaurisce nel suo compimento ma porta con sé conseguenze che possono anche non manifestarsi immediatamente, bensì nel corso di una o più esistenze. L'azione morale permette di ottenere migliori condizioni di vita, fortuna, successo e piaceri sia in questo mondo che nell'aldilà; dall'altra crea disposizioni mentali a bene operare che rendono sempre più facile e spontaneo l'esercizio della virtù. La dottrina del karman è accettata da tutte le scuole filosofiche indiane ad esclusione dei negatori o nastika. Secondo il Vaisesika, il karman dura per breve tempo e non può provocare un'avvenimento futuro: l'azione genera nel sé (che è tereno) una qualità detta dharma (merito) che a sua volta dà luogo alla felicità. Una volta che nel sé sono sorti il merito e il demerito, questi condizionano la sua relazione con la mente e il corpo e fanno sì che a un certo punto la mente esca dal corpo lasciandolo perire; poi provocano l'entrata della mente in un nuovo corpo di transizione. Merito e demerito sono chiamati invisibili perchè sono sovrasensibili. L'Ayurveda da grande rilievo al ruolo dell'azione nell'ambito medico e si forza di conciliare il determinismo del karman con la libertà indispensabile alla pratica terapeutica. Sorge un problema: dimostrare che la durata della vita, la salute e le malattie, i pensieri e gli atti di un individuo non sono totalmente determinati da ciò che egli ha fatto in passato, altrimenti l'Ayurveda sarebbe inutile. Non si può abbandonare però la visione del karman perchè crea fiducia in una giustizia cosmica, in una retribuzione automatica del bene e del male.

Esiste una vita dopo la morte? Per qualcuno esiste solo ciò che si vede. Prima posizione: i genitori sono le uniche cause di nascita di un figlio. La cosienza di che muore non entra in un altro corpo ma tutto il processo è limitato alal riproduzione dei genitori. Seconda posizione: tutte le cose nascono dalla natura propria, cioè dalla terra e dagli altri elementi. Questi si mescolano e danno vita all'uomo. Quindi non c'è persona che rinasce. Terza posizione: c'è un sé supremo, onnipotente. Gli esseri viventi sono coscienti in relazione ad una potenza divina. In questa prospettiva non c'è spazio per la dottrina della reincarnazione. Quarta posizione: c'è chi “il mondo a caso pone”. Le cose nascono a caso. Ogni evento ha una causa indeterminata e non si può dire se il sé sperimenti nuove esistenze o no. Tutte queste obiezioni alla dottrina karmika vengono pazientemente demolite da Caraka e carakapanidatta. L'ayurveda dimostra in primo luogo che l'impercettibilità di un oggetto non comporta necessariamente la sua inesistenza. Con vari argomenti si dimostra anche l'inconsistaenza delle quattro posizioni e ad una pars distruens segue una pars costruens. Caraka presenta un altro oppositore che sostiene che tutto sia causato dal Karman invisibile. Se si sono compiute azioni negative, ci si può ammalare e arrivare alla morte perchè il karman rende inefficaci le cure mediche. Se si desidera curare il problema alla radice conviene affidarsi ad un religioso anziché ad un medico. A questo punto risponde il medico che riconosce l'efficacia della terapia religiosa ma la medicina costituisce un rimedio visibile contro il ,ale invisibile del karman. Se il karman fosse ineluttabile, nessuno eseguirebbe i riti della tradizione. Inoltre non sono il karman invisibile è la causa della malattia perchè esso nasce da azioni visibili: dunque se ci si sottrae al determinismo assoluto per dare valore all'atto religioso, bisogna dare valore anche agli altri atti. La dottrina del karman proposta da Caraka è articolata su due livelli: uno cosmico e uno individuale. A livello cosmico il karman è legato al mito dei cicli temporali e della decadenza del mondo e determina il limite della durata della vita umana. (manca una parte)

  • GLI UNIVERSALI: per Caraka sono: cause dii aumento. Il contrario dell'universale è invece “causa di diminuzione”. Caraka mette in evidenza le caratteristiche di queste categorie più utili in campo medico, pur usando i termini samanya e visesa nel senso tecnico in cui li usa il vaisesika. Di per sé l'universale è un segno di ciò che accresce, perchè permette di riconoscere la sostanza, la qualità o il moto necessario alla guarigione. La sue esistenza viene dedotta da Kanada a partire dalla conoscenza dell'essere. Né la sostanza, né la qualità, né il moto sono in grado di giustificare il giudizio che una cosa è. Oltre all'essere ci sono però altri universali inferiori come l'essere sostanza, l'essere qualità o l'essere moto. Mentre l'essere è solo un universale l'essere sostanza è anche un particolare: in questo senso è chaimato universale-particolare. Il Vaisesika ammette anchge altre entità, i particolari ultimi, che risiedono negli atomi e nelle sostanze eterne e possono essere percepiti solo dalla yogin. Universali e particolari sono legati alle sostanze, alle qualità e ai moti da una relazione chiamata inerenza: essa consiste nell'impossibilità, per due oggetti, di sussistere separatamente. Duvunque ci sia una sostanza, lì c'è una qualità. Il rapporto però non è simmentrico ma un termine può essere contenuto nell'altro. Se questo rapporto è mutabile, si chiama congiunzione. 4. Il Samkhya Il Samkhya riconduce tutto a due soli principi: il sé e la natura. Il sé è molteplice mentre la natura è unica. Il sé è il principio cosciente mentre la natura è invisibile, amorfa, e non conosce. Quando il sé la guarda e la confonde con le stesso la natura si sviluppa ma quando

Sono in ordine dal più dannoso al minore. Il dosa produce un'alterazione del corpo solo quando è in condizione di squilibrio; altrimenti è un elemento costitutivo e fondamentale del corpo. Quando la malattia è causata dall'alterazione di tutti e tre i dosa è probabilmente incurabile. Ciascun dosa si suddivide in 5 specializzazioni. Ai dosa sono attribuite determinate qualità in quanto si riconoscono nel corpo umano forze e funzioni assimilabili a quelle degli elementi naturali del mondo esterno; esiste dunque un parallelo tra il microcosmo e il macrocosmo affermato nei testi ayurvedici. Si postula che nel corpo esistano entità chiamate dosa che producono sintomi e che possono essere, calmate e riportate alla normalità da sostanze con qualità opposte. È possibile affermare che ogni dosa è formato da uno o più elementi cosmici? Non c'è un accordo tra gli studiosi moderni e anche gli autori classici sono in disaccordo. Un dosa è legato ad un certo elemento cosmico perchè provoca gli stessi effetti e ha qualità analoghe. Se i tre dosa non equivalgono semplicemente ai tre elementi aria, fuoco e acqua oppure se ciascuno di essi non è costituito da un solo elemento, non ha più tanto senso chiedersi perchè sono tre e non cinque, come gli elementi. Però ci si può chiedere come mai siano proprio tre. Accanto ai dosa fisici ci sono quelli metali, che sono chiamati rajas e tamas: possono associarsi l'uno all'altro e i loro derivati sono il desiderio, la collera, l'avidità ecc. si può ipotizzare che lo schema triadico sia stato desunto da quello dei guna, altrimenti i dosa potrebbero essere anche 4 o 5. dal momento che in ogni vikara della natura ha in sé i guna del Samkhya, e i dosa appartengono al novero di tali derivati, dovrebbe essere possibile stabilire quale guna predomina in ogni dosa, analogamente a quanto si è fatto per gli elementi cosmici. Il dosa che più si presta a questo schema è il vata. Esso provoca lo spostamento di tutte le sostanze da una parte all'altra del corpo, perciò in esso prevale in rajas, il guna dinamico. Il pitta invece è ricco di sattva, perchè è leggero e luminoso; vi è anche chi sostiene che in esso prevalga il rajas, probabilmente in quanto la costituzione bilosa è bilosa e collerica. Infine il kapha presenta una preponderanza del tamas, perchè è pesante e occludente; ma nell'uomo che ha una costituzione flemmatica predomina comunque il sattva, per cui i guna prevalenti nel flemma sono in realtà due. Se quando un individuo è concepito, i dosa si trovano in equilibrio, il nascituro avrà una costituzione equilibrata; se invece in quel momento predomina il vata, il pitta o il kapha, si avrà una costituzione ventosa, biliosa o flemmatica. Se tutti e tre i dosa sono in eccesso, il concepimento non avviene, perciò non c'è una costituzione corrispondente. Si possono chiamare sani solo coloro che hanno i dosa in equilibrio al momento del concepimento; gli altri possono sembrare in buona salute, ma in realtà sono perennemente infermi. La costituzione si mantiene immutata per tutta la vita. Lo squilibrio dei dosa non può di per sé distruggere il corpo senza l'intervento di altri fattori patologici. A cosa serve sapere di che costituzione è una persona? Serve al medico per stabilire cosa è normale e cosa non lo è per un paziente.

2. Dissezione e costituenti corporei (dathu) Nella Susrutasamhita, si dice che la conoscenza di varie parti del corpo si ottiene sezionando i cadaveri per osservarne e parti. La dissezione viene così eseguita: si pone il cadavere in una gabbia, lo si riveste di erbe, poi si immerge la gabbia in acqua corrente, in un luogo ombrosro, lasciando decomporre il corpo per una settimana. Si raschia quindi delicatamente la superficie del cadavere con uno spazzolino di erbe, osservandone con cura tutte le parti. È probabile che nell'India antica questo metodo non venisse applicato di frequente. Questo metodo veniva utilizzato perchè c'era un ribrezzo nei confronti del sangue dei morti per una questione castale. Il pensiero filosofico-religioso può aver influenzato l'anatomia e la fisiologia ayurvedica inducendole a osservare determinati schemi numerici per raggruppare elementi di varia natura. Come nel caso dei tre dosa, ciò può essere avvenuto per i sette costituenti corporei (dathu). Il diverso retaggio culturale porta ad un'idea diversa di scienza: mentre in Occidente Aristotele fonda le sue teorie sul principio di non contraddizione, l'Ayurveda non considera incompatibili facce diverse di una medesima realtà, ma fornisce più definizioni per ogni elemento. La questione dei sette Dhatu: il rasa, il sangue, la carne, il grasso, le ossa, il midollo, lo sperma o il

sangue mestruale. Il più problematico dei dathu è il rasa, perchè è il risultato della trasformazione del cibo, è incolore, lubrifica, rivitalizza, nutre e mantiene il corpo; quando raggiunge il fegato diventa sangue. Il rasa è presente nel corpo in una quantità di 9 anjali (volume pari al liquido che può essere contenuto dalle due mani unite a formare una coppa. Dal rasa derivano via via tutti gli altri dathu. Caraka distinugue due tipi di rasa: quello alimentare e quello dei costituenti corporei. Carakapanidatta testimonia l'esistenza di un dibattito su come avvenga la trasformazione del cibo: 1- teoria del latte e dello yogurt: come tutto il latte diventa yoghurt, tuttu il rasa diventa sangue. 2- ragionamento dei campi e del canale per irrigare: il primo rasa che deriva dal cibo nutre tutti i costituenti corporei come se fosse un canale che attraversa tanti campi. 3- ragionamento dell'aia e dei piccioni: i diversi costituenti corporei si nutrono di rasa alimentare come se fossero piccioni che beccano il grano dall'aia. La teoria meno valida è quella del latte e dello yoghurt perchè comporta alcune contraddizioni. In primo luogo ci sono alcuni afrodisiaci, come il latte che accrescono istantaneamente la quantità di sperma (tutti i costituenti si trasformerebbero molto velocemente l'uno nell'altro): un rasa patologico dovrebbe alterare tutti i dathu ma ciò non sempre avviene. Infine, se la teoria latte-yoghurt fosse valida, aumentando il grasso di una persona dovrebbe accrescere anche la quantità di ossa;invece si constata che quando aumenta la quantità di grasso gli altri costituenti diminuiscono. La prima teoria è la più problematica perchè non rispetta le quantità mentre la terza è quella con maggiori riscontri nella realtà percepita.