


Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Corso: Indologia Professore: Pieruccini
Tipologia: Sintesi del corso
1 / 4
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!



Osservazioni sulla violenza e sulla non violenza nei testi pali
1. Sahasa: la violenza del potere Alcuni equivalenti pali della parola “violenza”. Al termine violenza vengono riportati soltanto 2 termini: sahasa e balakkara. Ø Sahasa (dalla radice vedica sah, “vincere”, ma anche “sopportare”) traduce “violenza” insieme alle parole sahasa in composto con kara, mentre l’aggettivo sahasika significa “violento, brutale”. Il sanscrito sahasa, se come aggettivo indica il “frettoloso”, come sostantivo denota sia un atto temerario e sconsiderato, sia la punizione, la multa, oppure l’avventatezza, e infine ha i significati di “violenza, forza, rapina, stupro, crimine, aggressione, crudeltà”; (pag.231) Ø Saha. Correlata al sahasa è la parola saha, che nella lingua pali può essere solo un aggettivo; il suo significato è “che si sottomette, che sopporta”, da cui sabba-saha, “che tutto sopporta”, e dussaha, “difficile da sopportare”. Questo termine corrisponde all’aggettivo vedico e sanscrito saha, sahas, “potente”, o “che si sottomette” (Mahabharata), mentre come sostantivo neutro indica la forza, il potere, la vittoria, e come sostantivo maschile il mese di novembre- dicembre. (Pag.232) Ø La radice di sahasa, sah. La radice sah da cui derivano sahasa, saha e sahas significa, nelle fonti vediche più antiche, “prevalere, vincere, conquistare, sconfiggere”; nelle fonti epiche, come il Mahabharata e il Ramayana, la radice assume la valenza di “padroneggiare, sopprimere, controllare, essere capaci di”. Ma già nell’Atharvaveda e poi nelle fonti successive, sah significa anche “sopportare, resistere”, e nei Purana è “essere indulgenti e clementi, aver pazienza con qualcuno, risparmiare qualcuno” fino a “lasciar correre, approvare qualsiasi cosa”. Ø Il causativo Sahayati. Il causativo sahayati significa “astenersi, trattenersi, evitare, fare a meno”. LA RADICE DI SAH E I SUOI DERIVATI NEI VEDA, NEGLI ITIHASA, NEI PURANA E NEI TESTI GIURIDICI: La radice sah e i suoi derivati non compaiono nei Sutra dei sei darsana ortodossi; tuttavia è interessante notare che, mentre nei Veda, negli Itihasa e nei Purana hanno un significato prevalentemente positivo, nei testi giuridici e buddhisti descrivono comportamenti violenti da sanzionare.
Ø Ahimsa. Ahimsa è il termine sanscrito per “non-violenza”, reso celebre in Occidente da Gandhi. Ø Himsa. Himsa non è molto usato nei testi canonici; lo troviamo nei Jataka: Pg. 233. E poi c’è una strofa del Nimijataka: (pag.234*); e ancora, una strofa ripetuta 11 volte in Sonanandajataka, Mahavanavannana, Darakapabba, Sakkapabba, Chakhattiyakamma: (pag.234, 1). Qui himsa è il danno fisico arrecato da alcuni animali all’essere umano; tuttavia chi pratica la non-violenza induce al rispetto qualsiasi altro essere. Dunque la parola himsa sembra indicare non tanto la violenza in generale, quanto un danno materiale come un morso, una ferita, l’uccisione, oppure una condotta dannosa.
n L’uccisione di animali è invece, per il monaco, pienamente ordinato, una colpa meno grave, (che non comporta l’espulsione del Sangha. Nel Vinaya si narra come esempio la storia del Venerabile Udayi, che abbatteva i corvi tirando loro delle frecce, mozzava loro la testa e li infilava in uno spiedo. Allorché gli altri monaci videro quei corvi morti, chiesero chi li avesse uccisi; il Venerabile Udayi rispose che era stato lui, perché i corvi gli erano sgraditi. Gli altri monaci si indignarono e riferirono l’accaduto al Buddha, che proclamò una norma secondo la quale chiunque avesse ucciso intenzionalmente animali sarebbe incorso in una mancanza di pacittiya.