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Antonella Serena Comba - Essays in Honour of Fabrizio Pennacchietti, Sintesi del corso di Storia dell'India

Corso: Indologia Professore: Pieruccini

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 21/04/2020

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agostino-rita 🇮🇹

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Antonella Serena Comba - Essays in Honour of Fabrizio Pennacchietti
Osservazioni sulla violenza e sulla non violenza nei testi pali
1. Sahasa: la violenza del potere
Alcuni equivalenti pali della parola “violenza”. Al termine violenza vengono riportati soltanto 2 termini: sahasa e balakkara.
ØSahasa (dalla radice vedica sah, “vincere”, ma anche “sopportare”) traduce “violenza” insieme alle parole sahasa in
composto con kara, mentre l’aggettivo sahasika significa “violento, brutale”. Il sanscrito sahasa, se come aggettivo
indica il “frettoloso”, come sostantivo denota sia un atto temerario e sconsiderato, sia la punizione, la multa, oppure
l’avventatezza, e infine ha i significati di “violenza, forza, rapina, stupro, crimine, aggressione, crudeltà”; (pag.231*)
ØSaha. Correlata al sahasa è la parola saha, che nella lingua pali può essere solo un aggettivo; il suo significato è “che
si sottomette, che sopporta”, da cui sabba-saha, “che tutto sopporta”, e dussaha, “difficile da sopportare”. Questo
termine corrisponde all’aggettivo vedico e sanscrito saha, sahas, “potente”, o “che si sottomette” (Mahabharata),
mentre come sostantivo neutro indica la forza, il potere, la vittoria, e come sostantivo maschile il mese di novembre-
dicembre. (Pag.232*)
ØLa radice di sahasa, sah. La radice sah da cui derivano sahasa, saha e sahas significa, nelle fonti vediche più antiche,
“prevalere, vincere, conquistare, sconfiggere”; nelle fonti epiche, come il Mahabharata e il Ramayana, la radice
assume la valenza di “padroneggiare, sopprimere, controllare, essere capaci di”. Ma già nell’Atharvaveda e poi nelle
fonti successive, sah significa anche “sopportare, resistere”, e nei Purana è “essere indulgenti e clementi, aver
pazienza con qualcuno, risparmiare qualcuno” fino a “lasciar correre, approvare qualsiasi cosa”.
ØIl causativo Sahayati. Il causativo sahayati significa “astenersi, trattenersi, evitare, fare a meno”.
LA RADICE DI SAH E I SUOI DERIVATI NEI VEDA, NEGLI ITIHASA, NEI PURANA E NEI TESTI GIURIDICI: La
radice sah e i suoi derivati non compaiono nei Sutra dei sei darsana ortodossi; tuttavia è interessante notare che, mentre nei
Veda, negli Itihasa e nei Purana hanno un significato prevalentemente positivo, nei testi giuridici e buddhisti descrivono
comportamenti violenti da sanzionare.
2. Bala: la violenza della forza
ØBalakkara. Altro termine che è dato come un comune equivalente di “violenza” nei testi buddhisti è balakkara, un
composto il cui primo membro bala è ancora una volta un termine vedico che significa “forza, potere” (dalla radice
bal, “respirare”, “vivere”), e il secondo significa “azione”, quindi complessivamente “atto di forza”.
ØIl termine balakkara nei testi canonici e nei testi paracanonici. Si tratta tuttavia di un termine raramente usato nei testi
canonici, mentre compare con una certa frequenza nei commenti o nei testi paracanonici.
ØIl termine bala, molto frequente nel linguaggio profano e meditativo. Molto frequente è invece bala da solo, sia nel
Ø - linguaggio profano (si parla dei 5 bala di una donna, cioè la bellezza, la ricchezza, le nobili origini, la
prolificità e la condotta, oppure i 5 bala di un re, cioè l’esercito, la ricchezza, i consiglieri, le nobili origini e la
saggezza),
Ø - sia nel linguaggio meditativo, dove i 5 bala sono la fede (saddha), l’energia (viriya), la consapevolezza
(sati), la concentrazione (samadhi) e la saggezza (panna).
ØI COMPOSTI DI BALA E LORO SIGNIFICATI. I composti di bala sembrano avere prevalentemente un significato
riferito all’ambito militare: balagga è il fronte di un esercito, balakaya il corpo di un’armata, balattha un ufficiale dell’esercito.
3. Himsa: la violenza fisica e la colonna dannosa
HIMSA E VIHIMSA, AHIMSA E AVIHIMSA. Altri termini equivalenti che possono essere utili per questa ricerca anche se
non indicati come equivalenti di “violenza” sono per esempio: himsa e vihimsa, e i loro contrari, ahimsa e avihimsa.
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Antonella Serena Comba - Essays in Honour of Fabrizio Pennacchietti

Osservazioni sulla violenza e sulla non violenza nei testi pali

1. Sahasa: la violenza del potere Alcuni equivalenti pali della parola “violenza”. Al termine violenza vengono riportati soltanto 2 termini: sahasa e balakkara. Ø Sahasa (dalla radice vedica sah, “vincere”, ma anche “sopportare”) traduce “violenza” insieme alle parole sahasa in composto con kara, mentre l’aggettivo sahasika significa “violento, brutale”. Il sanscrito sahasa, se come aggettivo indica il “frettoloso”, come sostantivo denota sia un atto temerario e sconsiderato, sia la punizione, la multa, oppure l’avventatezza, e infine ha i significati di “violenza, forza, rapina, stupro, crimine, aggressione, crudeltà”; (pag.231) Ø Saha. Correlata al sahasa è la parola saha, che nella lingua pali può essere solo un aggettivo; il suo significato è “che si sottomette, che sopporta”, da cui sabba-saha, “che tutto sopporta”, e dussaha, “difficile da sopportare”. Questo termine corrisponde all’aggettivo vedico e sanscrito saha, sahas, “potente”, o “che si sottomette” (Mahabharata), mentre come sostantivo neutro indica la forza, il potere, la vittoria, e come sostantivo maschile il mese di novembre- dicembre. (Pag.232) Ø La radice di sahasa, sah. La radice sah da cui derivano sahasa, saha e sahas significa, nelle fonti vediche più antiche, “prevalere, vincere, conquistare, sconfiggere”; nelle fonti epiche, come il Mahabharata e il Ramayana, la radice assume la valenza di “padroneggiare, sopprimere, controllare, essere capaci di”. Ma già nell’Atharvaveda e poi nelle fonti successive, sah significa anche “sopportare, resistere”, e nei Purana è “essere indulgenti e clementi, aver pazienza con qualcuno, risparmiare qualcuno” fino a “lasciar correre, approvare qualsiasi cosa”. Ø Il causativo Sahayati. Il causativo sahayati significa “astenersi, trattenersi, evitare, fare a meno”. LA RADICE DI SAH E I SUOI DERIVATI NEI VEDA, NEGLI ITIHASA, NEI PURANA E NEI TESTI GIURIDICI: La radice sah e i suoi derivati non compaiono nei Sutra dei sei darsana ortodossi; tuttavia è interessante notare che, mentre nei Veda, negli Itihasa e nei Purana hanno un significato prevalentemente positivo, nei testi giuridici e buddhisti descrivono comportamenti violenti da sanzionare.

  1. Bala: la violenza della forza Ø Balakkara. Altro termine che è dato come un comune equivalente di “violenza” nei testi buddhisti è balakkara, un composto il cui primo membro bala è ancora una volta un termine vedico che significa “forza, potere” (dalla radice bal, “respirare”, “vivere”), e il secondo significa “azione”, quindi complessivamente “atto di forza”. Ø Il termine balakkara nei testi canonici e nei testi paracanonici. Si tratta tuttavia di un termine raramente usato nei testi canonici, mentre compare con una certa frequenza nei commenti o nei testi paracanonici. Ø Il termine bala, molto frequente nel linguaggio profano e meditativo. Molto frequente è invece bala da solo, sia nel Ø - linguaggio profano (si parla dei 5 bala di una donna, cioè la bellezza, la ricchezza, le nobili origini, la prolificità e la condotta, oppure i 5 bala di un re, cioè l’esercito, la ricchezza, i consiglieri, le nobili origini e la saggezza), Ø - sia nel linguaggio meditativo , dove i 5 bala sono la fede (saddha), l’energia (viriya), la consapevolezza (sati), la concentrazione (samadhi) e la saggezza (panna). Ø I COMPOSTI DI BALA E LORO SIGNIFICATI. I composti di bala sembrano avere prevalentemente un significato riferito all’ambito militare: balagga è il fronte di un esercito, balakaya il corpo di un’armata, balattha un ufficiale dell’esercito.
  2. Himsa: la violenza fisica e la colonna dannosa HIMSA E VIHIMSA, AHIMSA E AVIHIMSA. Altri termini equivalenti che possono essere utili per questa ricerca anche se non indicati come equivalenti di “violenza” sono per esempio: himsa e vihimsa, e i loro contrari, ahimsa e avihimsa.

Ø Ahimsa. Ahimsa è il termine sanscrito per “non-violenza”, reso celebre in Occidente da Gandhi. Ø Himsa. Himsa non è molto usato nei testi canonici; lo troviamo nei Jataka: Pg. 233. E poi c’è una strofa del Nimijataka: (pag.234*); e ancora, una strofa ripetuta 11 volte in Sonanandajataka, Mahavanavannana, Darakapabba, Sakkapabba, Chakhattiyakamma: (pag.234, 1). Qui himsa è il danno fisico arrecato da alcuni animali all’essere umano; tuttavia chi pratica la non-violenza induce al rispetto qualsiasi altro essere. Dunque la parola himsa sembra indicare non tanto la violenza in generale, quanto un danno materiale come un morso, una ferita, l’uccisione, oppure una condotta dannosa.

  1. Hims, himsati, vi-hims, vi-himsati: colpire, far male, ferire, uccidere. IL VERBO HIMSATI. Più frequente nella letteratura canonica, è la comparsa del verbo himsati, “far male, ferire, uccidere”, dalla radice vedica e sanscrita hims, “colpire, danneggiare, ferire, uccidere, distruggere”. Lo troviamo, insieme all’aggettivo derivato himsaka, in un testo importante per la riflessione sulla violenza l’Angulimalasutta del Samyuttanikaya: (pag.234, 2). Ancora nei Jataka: (pag.234-235, 3). Non sembra esserci grande differenza di significato fra le radici sanscrite hims e vihims, e fra i derivati himsa e vihimsa, fra ahimsa e avihimsa. DOVE VENGONO USATI DI SOLITO QUESTI TERMINI. La maggior parte di questi termini è usata nelle Leggi di Manu, negli altri testi giuridici e nelle fonti epiche; tuttavia è evidente che la parola ahimsa ha avuto nella letteratura hindu e in particolare nello Yoga un’immensa fortuna, mentre nel Canone buddhista si sottolinea l’importanza dei termini vihimsa e avihimsa.
  2. Vihimsa e avihimsa: la motivazione violenta e non-violenta VIHIMSA E AVIHIMSA NEL BUDDHISMO,. È proprio con queste due parole che si comincia a intravedere quale può essere la specifica concezione del Buddhismo antico circa la violenza e la non-violenza. LA 4° NOBILE VERITA’, SAMMASANKAPPA. La quarta Nobile verità enunciata dal Buddha nel primo discorso che tenne a Benares descrive un Nobile sentiero in 8 fattori (anga): “retta visione, retta motivazione, retta parola, retta azione, retta vita, retto sforzo, retta consapevolezza e retta concentrazione”; il secondo anga è la retta motivazione (sammasankappa) che si articola in 3 possibilità: Ø la motivazione della rinuncia (nekkhammasankappa), Ø la motivazione della mancanza di malevolezza (abyapadasankappa) e Ø la motivazione della non-violenza (avihimsasankappa). LA 4° NOBILE VERITA’, MICCHASANKAPPA. Viceversa l’errata motivazione (micchasankappa) comprende Ø il desiderio (kama), Ø la malevolenza (byapada) e Ø la violenza o crudeltà (vihimsa). È significativo che la motivazione occupi il secondo posto nella serie dei fattori dell’Ottuplice sentiero: al primo posto c’è la retta visione o comprensione, sammaditthi, mentre i 3 fattori che seguono la motivazione sono quelli relativi all’azione (retta parola, retta azione, retta vita). SANKAPPA. Dunque il sankappa nasce da una visione della realtà e si concretizza in parole, azioni e modi di vivere che seguono l’indirizzo impresso dalla mente. COS’E’ LA VIOLENZA. La violenza è quindi il risultato di una concezione ignorante fondata sull’attaccamento e l’avversione, una concezione profondamente radicata ma non per questo “naturale” all’essere umano. COS’E’ LA NON VIOLENZA. La non-violenza è invece la vera, autentica dimensione originaria della mente pura, la cui riscoperta è possibile con la coltivazione delle qualità antagoniste all’errata motivazione, prime fra tutte la gentilezza

n L’uccisione di animali è invece, per il monaco, pienamente ordinato, una colpa meno grave, (che non comporta l’espulsione del Sangha. Nel Vinaya si narra come esempio la storia del Venerabile Udayi, che abbatteva i corvi tirando loro delle frecce, mozzava loro la testa e li infilava in uno spiedo. Allorché gli altri monaci videro quei corvi morti, chiesero chi li avesse uccisi; il Venerabile Udayi rispose che era stato lui, perché i corvi gli erano sgraditi. Gli altri monaci si indignarono e riferirono l’accaduto al Buddha, che proclamò una norma secondo la quale chiunque avesse ucciso intenzionalmente animali sarebbe incorso in una mancanza di pacittiya.

  1. Dandadana: l’origine della violenza L’ORIGINE DELLA VIOLENZA SECONDO IL BUDDHA: IL MITO Ø Nell’Aggannasutta il Buddha narra come, all’inizio dell’eone, gli esseri viventi fossero costituiti di pensiero, luminosi, leggeri, pieni di gioia; essi vivevano in un universo che aveva l’aspetto di una distesa d’acqua circondata dalle tenere. Ø Dopo molto tempo, dall’acqua emerse una terra ricca di sapori: subito un essere che era avido per natura (lolajatika), perché era già stato avido in un eone precedente, toccò la terra con un dito, la assaggiò, fu pervaso dai suoi meravigliosi sapori “e la sete (o brama) entrò in lui”. Ø Anche gli altri esseri cominciarono a nutrirsi di terra, persero la luminosità, acquisirono le caratteristiche sessuali e si accoppiarono; poi costruirono case per nascondersi durante l’accoppiamento, e infine divisero il riso e la terra coltivabile, tracciando i confini dei campi. Ø Ma un uomo, per non intaccare le sue provviste, rubò il riso di qualcun altro; benché fosse ammonito, ripeté il furto per ben 2 volte. Allora gli altri lo colpirono, prima con le mani, poi con le pietre, infine con i bastoni. Così “si conobbe il furto, i conobbe il biasimo, si conobbe la menzogna, si conobbe la violenza”. LA VIOLENZA NASCE COME CONSEGUENZA DELLA BRAMA SECONDO IL BUDDHA. In questo mito eziologico, dunque, la violenza nasce come conseguenza della brama: Ø dapprima l’avidità spinge un essere vivente a cercare il contatto sensoriale; Ø poi, una volta persa la dimensione spirituale della vita, tutto si divide in frammenti: nascono i generi, viene stabilita la proprietà privata, fino a che non ci si appropria delle provviste altrui e non si provoca la reazione violenta di chi è stato danneggiato. LA VIOLENZA EFFETTO DELLA SETE PRIMORDIALE. La violenza è pertanto un effetto della sete primordiale e come tale può essere completamente estirpata soltanto eliminandone la causa, con l’Ottuplice sentiero.
  2. Upasama: la pace del nibbana L’UNICA DIMENSIONE PRIVA DI VIOLENZA E’ IL NIBBANA. L’unica dimensione completamente priva di violenza è il nibbana o Risveglio, in cui i kilesa o inquinanti mentali sono stati definitivamente eliminati. C’è una particolare meditazione di consapevolezza (anussati) sul nibbana come pace (upasama) che consiste nel volgere la mente ai vari aspetti di questo stato, così com’è stato descritto dal Buddha. (pag.239-240*). E ancora: (pag.240, 1). Ø Con questa meditazione, la mente si libera dall’attaccamento e dall’avversione, gli impedimenti sono soppressi e sorge un profondo stato di pace che conduce alla concentrazione di accesso, uno stato vicino all’assorbimento meditativo (jhana). Ø Colui che pratica questa anussati raccoglie numerosi benefici, fra i quali un sonno tranquillo, un risveglio felice facoltà sensoriale serene, mente calma e ricca di fiducia; in questa vita egli gode del rispetto e della venerazione del prossimo e nella vita futura otterrà un destino positivo.