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bella materia che ho studiato sono degli appunti
Tipologia: Notas de aula
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La prospettiva dei tratti di personalità ritiene che le caratteristiche distintive della persona, ovvero i tratti, siano delle generiche disposizioni interiori verso particolari comportamenti che si mantengono relativamente stabili nel corso del tempo e costanti nelle diverse situazioni. Tratti (o disposizioni) Intesi come Tendenze, variabili da un individuo all’altro, a mostrare specifiche e stabili configurazioni di pensieri, affetti, comportamenti ecc. La prospettiva dei tratti è costituita da una “famiglia” di teorie, anche molto diverse tra loro ma accomunate da una serie di scopi:
variabili decontestualizzate. Occorre precisare che questi teorici sono consapevoli del fatto che le persone non agiscono in maniera del tutto indifferente al contesto sociale e relazionale, tuttavia ritengono importante utilizzare nello studio della personalità delle unità di analisi di tipo dominio-generali, cioè valide nei diversi contesti. Un ulteriore elemento condiviso dai teorici dei tratti riguarda l’organizzazione gerarchica dei tratti di personalità, in particolare le risposte comportamentali più specifiche rappresentano il livello più semplice. Alcune di queste risposte sono connesse tra di loro e, prese nel loro insieme, danno vita a tendenze comportamentali abituali. Le tendenze che risultano collegate e tendono a verificarsi insieme costituiscono i tratti. L’ interesse di queste teorie è dunque identificare una struttura comprensiva di riferimento volta all’individuazione di un numero specifico di disposizioni- tratti di personalità. I primi tentativi di indagine di tipo correlazionale nello studio della personalità risalgono alla seconda metà del Settecento, quando, nella cultura scientifica europea, si afferma un nuovo paradigma in base al quale vengono sperimentate procedure di indagine volte ad ottenere misure “oggettive” delle differenze individuali. Una delle prime misure psicometriche "oggettive" utilizzate per "dimostrare" le differenze morali e intellettive tra gli individui è
Gli studi di Camper e Gall promuovono ricerche di tipo antropologico e antropometrico in ambito psichiatrico e criminologico, volte ad approfondire le possibili correlazioni tra grandezza del cervello e qualità psichiche. Purtroppo queste teorie vennero utilizzate per giustificare il razzismo. Negli anni venti emergono le nuove correnti psicometriche e si afferma l'importante contributo di Gordon W. Allport (1921) che inaugura una moderna psicologia delle differenze individuali volta all'individuazione di uno specifico numero di tratti di personalità, utilizzando un nuovo procedimento di tipo statistico: l'analisi fattoriale. E con questo autore che il termine personalità sostituisce quello di carattere, costrutto utilizzato fino a quel momento e per lo più legato a qualità morali. È Gordon W. Allport (1921) a segnare una svolta fondamentale nello studio delle disposizioni, a definire in maniera più specifica cosa si intende per tratto e a considerare nell'ambito dello studio delle differenze individuali, la personalità "normale". Quest'ultima si definisce come un sistema integrato di tratti, e non la somma di essi. I tratti sono le unità di base, gli elementi fondanti la personalità, riguardano il sentire e il comportarsi della persona. La loro esistenza va rilevata empiricamente e statisticamente. I tratti consentono, quindi, di descrivere la personalità secondo modalità scientifiche.
Nello specifico la tecnica statistica dell'analisi fattoriale si rivela lo strumento privilegiato per sintetizzare le variabili di personalità emergenti dai questionari self-report e individuare fattori di base nella personalità. Allport si pone, insieme a Henry S. Odbert (1936), come punto di riferimento importante anche per lo sviluppo di quel movimento in cui alcuni teorici rivolgono la loro attenzione all'esame del linguaggio per arrivare a individuare le caratteristiche di base della personalità. Tale movimento ha le sue radici nell'ipotesi di Francis Galton (studio esclusivamente "quantitativo" delle differenze individuali) e in alcuni studi portati avanti agli inizi del Novecento che utilizzano il linguaggio naturale come ambito di ricerca di tratti di personalità (in Caprara e Gennaro, 1994). Alla base della teoria di Allport e Odbert c'è l'idea che i nomi di tratto siano «dei simboli concepiti socialmente (da un miscuglio di interessi etici, culturali e psicologici) per la nomina e la valutazione delle qualità umane». L'approccio lessicale viene seguito da Cattell (1943; 1945; 1946) che, sulla base dei termini selezionati da Allport e Odbert, focalizza l'attenzione sulla prima categoria di tratti relativa alle disposizioni stabili e, utilizzando l'analisi fattoriale, perviene, attraverso soluzioni intermedie, all'identificazione di sedici tratti bipolari originari, misurabili attraverso un questionario self-report. Nonostante alcuni assunti condivisi, le teorie dei tratti differiscono
tratto abbia valore causale in quanto rappresenta la chiave per comprendere la ragione del comportamento della persona. Quindi il tratto svolge una funzione esplicativa del comportamento individuale. All’interno di questa seconda accezione il tratto viene messo in corrispondenza a specifici sistemi neurali e biochimici. Infine le teorie dei tratti differiscono in relazione alla modalità che viene utilizzata per identificare i tratti fondamentali della personalità. Una prima strada è costituita da una strategia lessicale che utilizza il linguaggio comune come fonte di informazioni. Ogni tratto che può essere ritenuto fondamentale conta un elevato numero di termini linguistici che possono descriverlo, quante più parole sono state coniate per descrivere una determinata caratteristica della personalità tanto è più probabile che quella caratteristica sia importante. Questo è quello che viene sostenuto dall ’ipotesi lessicale fondamentale. Una seconda possibilità fa ricorso ad una strategia statistica e nello specifico fa uso della tecnica dell’analisi fattoriale. L’idea alla base di questa tecnica è che alcune qualità psicologiche siano collegate tra loro e che quindi tendano a presentarsi insieme. L’analisi fattoriale viene utilizzata con l’obiettivo di verificare il modo in cui un elevato numero di dimensioni si presentano insieme, infatti alcuni tratti
possono essere considerati la manifestazione di altri tratti più generali che, in un'organizzazione di tipo gerarchico, occupano una posizione sovraordinata. Questo processo inizia con la raccolta di misurazioni di molte variabili su un gran numero di persone, una volta che i dati sono stati raccolti vengono calcolate le correlazioni tra ogni coppia di variabili. Queste correlazioni vengono sottoposte ad una procedura chiamata estrazione dei fattori che consiste nel sintetizzare le variabili di partenza in un numero più ristretto di fattori. Ciascun fattore risultante rappresenta le caratteristiche condivise dalle variabili di partenza. Una volta identificato ciascun fattore il ricercatore gli assegna una denominazione che descriva il più precisamente possibile il fattore stesso, facendo ciò di fatto il ricercatore dà un nome al tratto di personalità corrispondente. Ci sono due tipi di analisi fattoriale: -Analisi fattoriale esplorativa: non si hanno ipotesi a priori. Il ricercatore non ha quindi idea di quali siano i fattori latenti sottostanti alle differenze individuali osservate (VADO ALLA SCOPERTA) -Analisi fattoriale confermativa: c’è una teoria di riferimento e vi sono quindi ipotesi precise sul numero e sul contenuto dei fattori latenti sottostanti alle differenze individuali osservate e l’analisi fattoriale serve a confermare tali ipotesi (VADO ALLA CONFERMA).
riferimento, corrispondono ai tratti. Nello specifico, egli ritiene che i tratti siano «strutture neuropsichiche, generalizzate e personalizzate [...] che danno origine e guidano forme coerenti e stabili di comportamento adattivo ed espressivo» (Allport, Ivi, p. 295). La definizione di tratto proposta da Allport sottolinea come esso sia una struttura realmente esistente basata sul sistema nervoso, i tratti hanno dunque un ancoraggio biologico. Nei tratti, inoltre, è possibile rintracciare la spiegazione del comportamento adattivo dell’individuo, i tratti infatti nonostante la loro coerenza e stabilità possono evolvere per favorire un adattamento della persona al proprio ambiente. Lo studioso sostiene che uno specifico tratto determini un insieme di potenziali risposte comportamentali ad una data situazione. Tuttavia è la natura della situazione stessa che determina quale, tra i comportamenti possibili, viene realmente attuato. Si può quindi affermare che mentre il tratto spiega una tendenza comportamentale generalmente coerente, la situazione rende ragione della variabilità del comportamento. Il tratto spiega la coerenza (una persona timida non diventa improvvisamente il più estroverso del gruppo in qualunque contesto). La situazione spiega la variabilità (la stessa persona può essere più o meno sciolta a seconda delle circostanze).
Sulla base della generalità dei tratti Allport ne distingue diverse tipologie, identificando i tratti comuni ed i tratti individuali.
mente o relativi a stati d’animo e i tratti legati alle abilità e qualità fisiche. Queste ricerche diedero via agli studi psicolessicali sulle differenze individuali e proposero l’ipotesi della sedimentazione linguistica, secondo la quale più una differenza individuale è importante più è probabile che essa sia espressa come una singola parola. I tratti, secondo Allport, possono essere identificati attraverso lo studio approfondito di un singolo caso. Ne è esempio il caso di Jenny, in cui Allport conduce un’analisi del contenuto di 301 lettere scritte da Jenny in un arco di tempo di 11 anni da cui ricava un elenco di aggettivi che descrivono le sue caratteristiche di personalità. Allport assume un atteggiamento critico verso le posizioni teoriche che attribuiscono importanza al periodo infantile ed in generale al passato: le persone conducono la propria esistenza guardando al futuro, mentre la psicologia nella maggior parte dei casi cerca di risalire a ciò che è avvenuto nel loro passato. In relazione a quella che egli crede sia un’ingiustificata preoccupazione del passato, Allport propone l’autonomia funzionale della motivazione umana. Nella vita adulta le motivazioni diventano indipendenti dalle motivazioni infantili, quindi i tratti di personalità di un adulto vanno considerati senza preoccuparsi delle origini del tratto stesso.
Questo concetto è ritenuto un’espressione della maturità dell’individuo e può essere assimilato al concetto di autorealizzazione. L’autonomia funzionale dei bisogni è connessa alla nozione di Proprio che include tutti gli aspetti della personalità che contribuiscono alla sua unità, ingloba in sé i tratti che ad esso risultano subordinati e corrisponde al Sé o l’Io, ovvero l’essenza dell’identità personale. Il Proprio si sviluppa gradatamente con la crescita e, una volta stabilito, rappresenta il punto di massima coerenza della personalità. La formazione di questo concetto è il requisito necessario affinché si possa sviluppare la capacità di distaccarsi dal passato, dai condizionamenti biologici ed infantili per elaborare mete liberamente scelte. I 16 FATTORI DI CATTEL L’approccio idiografico utilizzato da Allport enfatizza l’importanza di considerare come i vari tratti si organizzino in una configurazione unica, trascurando invece come l’individuo in relazione ad un tratto, si colloca rispetto ad altre persone. Di questo si occupano i teorici dei tratti che adottano un approccio di tipo nomotetico tra quest’ultimi troviamo Cattel. Egli ha messo a punto una delle classificazioni di personalità più ampie, costituita da 16 tratti. Ritenne importante ricorrere alla strategia statistica ed in particolare alla tecnica dell’analisi fattoriale per identificare i tratti di base della
ritiene che il contributo della componente genetica in media si aggiri attorno al 30%. I SUPERFATTORI DI EYSENCK Hans Jurgen Eysenck si pone l’obiettivo di identificare i tratti di base della personalità che sono comuni a tutti gli individui attraverso l’utilizzo di una metodologia rigorosamente scientifica, adotta un approccio nomotetico (superfattori) e una strategia teorica (parte da teorie già esistenti di Ippocrate e Galeno). Utilizza i termini “personalità” e “temperamento” indifferentemente e li considera come costrutti equivalenti. Il temperamento viene definito come l’aspetto emotivo e motivazionale che caratterizza il comportamento della persona; si differenzia nettamente dall’intelligenza che invece riguarda le abilità e gli aspetti cognitivi. All’interno di questa concezione i tratti di base che costituiscono la personalità sono degli schemi di comportamento o stili emotivi coerenti che distinguono un individuo dall’altro. Nella concezione teorica di Eysenck i tratti possono essere ricondotti ad alcune strutture biochimiche e per questo motivo sono in larga misura determinati dall’ereditarietà. Egli utilizza l’analisi fattoriale per analizzare la grande quantità di risposte dei partecipanti rispetto ai suoi studi. Rispetto a Cattel, tuttavia, Eysenck opera una seconda applicazione dell’analisi fattoriale. Quando da un’analisi si
ottiene un elevato numero di fattori in genere vi sono fattori correlati tra loro. In base a questi risultati è possibile eseguire una seconda analisi per ottenere un numero più limitato di fattori che siano tra loro indipendenti. Utilizzando questa procedura vengono identificati alcuni fattori secondari che vengono chiamati superfattori. Quest’ultimi costituiscono uno schema di organizzazione di livello superiore per i tratti di livello inferiore che vengono definiti tratti componenti e che, intercorrelati tra di loro, riflettono le abitudini comportamentali. Dalla rielaborazione che Wundt opera delle teorie di Ippocrate e Galeno in relazione alle varie tipologie di temperamento, Eysenck deriva che l’ipotesi di classificazione ippocratica-galenica possa essere ricondotta a 2 dimensioni fondamentali quali l’estroversione- introversione e il nevroticismo-stabilità emotiva. In relazione all' estroversione , Eysenck definisce la persona estroversa come un individuo « [..] socievole, impulsivo, disinibito, che ha molti contatti sociali, spesso prende parte ad attività di gruppo, ha molti amici, ha bisogno di parlare con le persone e non ama studiare o leggere da solo» (Eysenck e Eysenck, 1985, p. 6). Al contrario, egli descrive l'introverso come «[...]tranquillo, capace di introspezione, amante dei libri più che delle persone, riservato e distante tranne che con gli amici più intimi» lbid.).
quali hanno un elevato livello di nevroticismo possono essere descritte come pessimiste, umorali e ansiose, mentre gli introversi con un basso livello di nevroticismo risultano sereni, riflessivi e cauti. Ciò vale anche per gli estroversi: quando l'estroversione si combina con un basso nevroticismo, ne deriva una notevole socievolezza e spensieratezza, mentre alti livelli di nevroticismo in una persona estroversa introducono un certo grado di aggressività e irrequietezza. Nel suo secondo libro “Lo studio scientifico della personalità” Eysenck aggiunge un terzo superfattore: lo psicoticismo. Mentre l'estroversione e il nevroticismo definiscono due dimensioni della personalità "normale", lo psicoticismo, a livelli estremi, può caratterizzare la personalità "patologica". Le persone con livelli elevati di psicoticismo possono essere descritte come marcatamente egocentriche, aggressive, caratterizzate da assenza di empatia e da tendenze comportamentali antisociali. Al contrario, le persone con bassi livelli di psicoticismo tendono a essere altruiste, empatiche e attente ai bisogni e ai problemi degli altri. I tre superfattori costituiscono il modello completo della struttura della personalità che, nonostante l'ordine cronologico con cui sono stati identificati, viene definito dall'acronimo PEN (Psicoticismo- Estroversione-Nevroticismo). Eysenck avanza l'ipotesi secondo cui ai tre superfattori del modello
PEN corrispondano specifici correlati biologici. Facendo tesoro dei contributi di Pavlov nello studio dei sistemi cerebrali coinvolti nel funzionamento della personalità, Eysenck riprende l’idea secondo cui gli organismi viventi sono diversi tra loro in base al livello di eccitazione del proprio sistema nervoso centrale. Ipotizzando un diverso livello di attivazione tra gli individui lo studioso cerca di indagare il ruolo del sistema di attivazione reticolare ascendente o ARAS nel determinare il livello di introversione-estroversione. L’ARAS consente la trasmissione di segnali nervosi dall’ipotalamo alla corteccia cerebrale ed è quindi coinvolto nella regolazione dei livelli di eccitazione della corteccia. Eysenck ipotizza che gli individui differiscano tra loro in base all’eccitabilità, cioè i cambiamenti di eccitazione di fronte ad uno stimolo esterno. Si ipotizza che gli introversi siano caratterizzati da livelli relativamente elevati di eccitazione corticale, pertanto avrebbero un minor bisogno di stimolazioni ambientali poiché alti livelli di stimolazione da parte dell’ambiente sarebbero per loro causa di un’eccitazione cerebrale troppo elevata. Al contrario, essendo l’individuo estroverso caratterizzato da bassi livelli di eccitazione ha necessariamente bisogno di un supplemento di eccitazione ambientale per mantenere o raggiungere il livello ottimale di stimolazione.