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"Anfitrione" e "Menecmi", Plauto, Traduzioni di Lingua Latina

Testi delle commedie plautine "Anfitrione" e "Menecmi" con traduzione e analisi grammaticale.

Tipologia: Traduzioni

2015/2016
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Caricato il 09/09/2016

CeciCaselli
CeciCaselli 🇮🇹

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Bibliografia di riferimento
Edizioni e commenti: Plautus. Amphitruo, edited by D.M. Christenson, Cambridge 2000 (edizione inglese con note);
Tito Maccio Plauto, Anfitrione. A cura di R. Oniga, introduzione di M. Bettini, Venezia 19973 [19911] (traduzione con
note); T. Macci Plauti Amphitruo, edited with Introduction and Notes by A. Palmer, London-New York 1890 (edizione
inglese con commento); A. Traina, Comoedia. Antologia della Palliata, Padova, Cedam, 20005.
Studi: J. B. Hofmann, La lingua d’uso latina, Bologna 20003 , W. M. Lindsay, Syntax of Plautus, Oxford 1907, A.
Traina-Bertotti, Sintassi normativa della lingua latina, Bologna 19851, A. Traina-G. Bernardi Perini, Propedeutica al
latino universitario, Bologna 19986.
Plauto, Anfitrione, vv. 50-63 (Prologo)
Nunc quam rem oratum huc ueni primum proloquar; 50
post argumentum huius eloquar tragoediae.
Quid contraxistis frontem? Quia tragoediam
dixi futuram hanc? Deus sum, commutauero.
Eandem hanc, si uoltis, faciam ex tragoedia
comoedia ut sit omnibus isdem uorsibus. 55
Vtrum sit an non uoltis? Sed ego stultior,
quasi nesciam uos uelle, qui diuos siem.
Teneo quid animi uostri super hac re siet:
faciam ut commixta sit tragico comoedia:
nam me perpetuo facere ut sit comoedia, 60
reges quo ueniant et di, non par arbitror.
Quid igitur? Quoniam hic seruos quoque partes habet,
faciam sit, proinde ut dixi, tragicomoedia.
Ora dirò innanzi tutto che cosa sono venuto qui a trattare;
poi esporrò l’argomento di questa tragedia.
Perché avete aggrottato la fronte? Perché ho detto che questa
sarà una tragedia? Sono un dio, in un attimo la cambierò.
Questa stessa, se volete, io farò in modo che da tragedia
sia una commedia con tutti i medesimi versi.
Volete che lo sia o no? Ma io che sciocco, come se non sapessi
che voi lo volete, dal momento che io sono un dio!
Capisco che cosa pensate nel vostro animo su questa cosa.
Farò in modo che sia una commedia mista di tragico: infatti non
mi sembra giusto che io faccia in modo che sia dall’inizio alla
fine una commedia, nella quale invece partecipano re e dei.
E allora? Poiché anche un servo ha la sua parte qui,
farò in modo che sia, come ho detto, una tragicomedia.
50. Quam rem … ueni: interrogativa indiretta all’indicativo.
primum: (accusativo avverbiale) precedenza in ordine di importanza (“come prima cosa, in primo luogo”; in senso
temporale = “per la prima volta”), primo è la precedenza in ordine di tempo (“da principio, in un primo tempo”). Antea
(ante) indica infine l'anteriorità rispetto ad un momento dato (“prima di allora, per l'addietro”), cf. Traina-Bertotti,
Sintassi, p. 200: Tunc primum ignota antea uocabula reperta sunt, «allora per la prima volta si trovarono vocaboli
prima ignoti».
oratum: oro (qui al supino finale in unione con il verbo di moto, ueni) è originariamente verbo della lingua religiosa
e giuridica, con il senso di «pronunciare una formula rituale, pregare» o «perorare» una causa. Come «fare
un’ambasciata», «esporre, a trattare» lo intendono Ernout e Traina, mentre Oniga pensa piuttosto al valore di
«pregarvi». La frase riprende il sema dell’orare che è su cui Mercurio insiste nel prologo cf. vv. 19s. Iouis iussu uenio:
nomen Mercuriost mihi: / pater huc me misit ad uos oratum meus, (dove comunque può avere valore di «fare
un’ambasciata»), 32s. propterea pace aduenio et pacem ad uos fero. / Iustam rem et facilem esse oratam a uobis uolo. /
Nam iuste ab iustis iustus sum orator datus («Perciò vengo pacificamente e vi porto la pace: voglio ottenere da voi una
cosa semplice e giusta. Perché io sono un ambasciatore giusto, mandato a chiedere una cosa giusta a uomini giusti») e
anticipazione del v. 64 Nunc hoc me orare a uobis iussit Iuppiter
Nelle proposizioni finali si può incontrare:
1) ut + cong. (negaz. ne): legati uenerunt ut pacem peterent, “gli ambasciatori vennero per chiedere pace” (per la consecutio temporum si
ha di regola un rapporto di contemporaneità); 2) quo + cong., in presenza di un comparativo: legati uenerunt quo aequiore m pacem
peterent “gli ambasciatori vennero per chiedere una pace più giusta”; 3) ad+ acc. del gerundio o gerundivo: legati uenerunt ad pacem
petendam; 4) causa, gratia + gen. del gerundio o gerundivo: legati uenerunt pacis petendae gratia; 5) supino in -um, con verbi di moto:
legati uenerunt pacem petitum.
51. post … eloquar: prosegue primum proloquar. E verbo tecnico dei prologhi espositivi, cf. v. 17s. Nunc quoius iussu
uenio et quam ob rem uenerim, / dicam simulque ipse eloquar nomen meum.
tragoediae: con ¢prosdÒkhton al posto dell’atteso comoediae (vv. 95s. nunc --- animum aduortite, / dum huius
argumentum eloquar comoediae.
52. Quid: «perché». Pronome interrogativo all’accusativo di relazione (lett. «riguardo che cosa»).
contraxistis frontem: la reazione non è solo dovuta all’inatteso termine tragoediae, ma anche al fatto che la tragedia
riscuoteva meno successo della commedia (è criticata tra l’altro da Lucilio, Orazio e Persio).
53s. quia tragoediam / dixi: proposizione causale oggettiva (verbo della principale sottinteso è contraxistis …).
Le causali sono introdotte da:
- quod, quia e quoniam + indicativo: causa oggettiva, considerata come reale
+ congiuntivo: causa soggettiva: supposta o riferita
- cum + congiuntivo tutti i tempi
- quando, quandoquidem, siquidem + indicativo: causa soggettiva
- ut qui, quippe qui, utpote qui + congiuntivo (relative causali)
Es. non quod te oderim, sed quia parum studes, te uitupero “ti rimprovero non perché ti odi (c. supposta e negata), ma perché studi
poco” (c. reale)
hanc futuram (esse): «che questa sarà (una tragedia)»: infinitiva oggettiva.
commutauero: l’idea di istantaneità e rapidità dell’intervento divino è espressa mediante il futuro anteriore, ad indicare
azione compiuta nel futuro, ed insieme dal preverbio cum, qui con valore perfettivizzante e non sociativo (cf. Traina-
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Bibliografia di riferimento Edizioni e commenti: Plautus. Amphitruo , edited by D.M. Christenson, Cambridge 2000 (edizione inglese con note); Tito Maccio Plauto, Anfitrione. A cura di R. Oniga, introduzione di M. Bettini , Venezia 1997^3 [1991^1 ] (traduzione con note); T. Macci Plauti Amphitruo , edited with Introduction and Notes by A. Palmer, London-New York 1890 (edizione inglese con commento); A. Traina, Comoedia. Antologia della Palliata , Padova, Cedam, 2000^5. Studi: J. B. Hofmann, La lingua d’uso latina , Bologna 2000^3 , W. M. Lindsay, Syntax of Plautus , Oxford 1907, A. Traina-Bertotti, Sintassi normativa della lingua latina , Bologna 1985^1 , A. Traina-G. Bernardi Perini, Propedeutica al latino universitario , Bologna 1998^6. Plauto, Anfitrione , vv. 50- 63 (Prologo) Nunc quam rem oratum huc ueni primum proloquar; 50 post argumentum huius eloquar tragoediae. Quid contraxistis frontem? Quia tragoediam dixi futuram hanc? Deus sum, commutauero. Eandem hanc, si uoltis, faciam ex tragoedia comoedia ut sit omnibus isdem uorsibus. 55 Vtrum sit an non uoltis? Sed ego stultior, quasi nesciam uos uelle, qui diuos siem. Teneo quid animi uostri super hac re siet: faciam ut commixta sit tragico comoedia: nam me perpetuo facere ut sit comoedia, 60 reges quo ueniant et di, non par arbitror. Quid igitur? Quoniam hic seruos quoque partes habet, faciam sit, proinde ut dixi, tragicomoedia. Ora dirò innanzi tutto che cosa sono venuto qui a trattare; poi esporrò l’argomento di questa tragedia. Perché avete aggrottato la fronte? Perché ho detto che questa sarà una tragedia? Sono un dio, in un attimo la cambierò. Questa stessa, se volete, io farò in modo che da tragedia sia una commedia con tutti i medesimi versi. Volete che lo sia o no? Ma io che sciocco, come se non sapessi che voi lo volete, dal momento che io sono un dio! Capisco che cosa pensate nel vostro animo su questa cosa. Farò in modo che sia una commedia mista di tragico: infatti non mi sembra giusto che io faccia in modo che sia dall’inizio alla fine una commedia, nella quale invece partecipano re e dei. E allora? Poiché anche un servo ha la sua parte qui, farò in modo che sia, come ho detto, una tragicomedia.

50. Quam rem … ueni: interrogativa indiretta all’indicativo. primum: (accusativo avverbiale) precedenza in ordine di importanza (“come prima cosa, in primo luogo”; in senso temporale = “per la prima volta”), primo è la precedenza in ordine di tempo (“da principio, in un primo tempo”). Antea (ante) indica infine l'anteriorità rispetto ad un momento dato (“prima di allora, per l'addietro”), cf. Traina-Bertotti, Sintassi , p. 200: Tunc primum ignota antea uocabula reperta sunt , «allora per la prima volta si trovarono vocaboli prima ignoti». oratum: oro (qui al supino finale – in unione con il verbo di moto, ueni ) è originariamente verbo della lingua religiosa e giuridica, con il senso di «pronunciare una formula rituale, pregare» o «perorare» una causa. Come «fare un’ambasciata», «esporre, a trattare» lo intendono Ernout e Traina, mentre Oniga pensa piuttosto al valore di «pregarvi». La frase riprende il sema dell’ orare che è su cui Mercurio insiste nel prologo cf. vv. 19s. Iouis iussu uenio: nomen Mercuriost mihi: / pater huc me misit ad uos oratum meus , (dove comunque può avere valore di «fare un’ambasciata»), 32s. propterea pace aduenio et pacem ad uos fero. / Iustam rem et facilem esse oratam a uobis uolo. / Nam iuste ab iustis iustus sum orator datus («Perciò vengo pacificamente e vi porto la pace: voglio ottenere da voi una cosa semplice e giusta. Perché io sono un ambasciatore giusto, mandato a chiedere una cosa giusta a uomini giusti») e anticipazione del v. 64 Nunc hoc me orare a uobis iussit Iuppiter … Nelle proposizioni finali si può incontrare: 1) ut + cong. (negaz. ne ): legati uenerunt ut pacem peterent , “gli ambasciatori vennero per chiedere pace” (per la consecutio temporum si ha di regola un rapporto di contemporaneità); 2) quo + cong., in presenza di un comparativo: legati uenerunt quo aequiorem pacem peterent “gli ambasciatori vennero per chiedere una pace più giusta”; 3) ad + acc. del gerundio o gerundivo: legati uenerunt ad pacem petendam ; 4) causa, gratia + gen. del gerundio o gerundivo: legati uenerunt pacis petendae gratia ; 5) supino in - um , con verbi di moto: legati uenerunt pacem petitum. 51. post … eloquar : prosegue primum proloquar. E verbo tecnico dei prologhi espositivi, cf. v. 17s. Nunc quoius iussu uenio et quam ob rem uenerim, / dicam simulque ipse eloquar nomen meum. tragoediae: con ¢prosdÒkhton al posto dell’atteso comoediae (vv. 95s. nunc --- animum aduortite, / dum huius argumentum eloquar comoediae. 52. Quid: «perché». Pronome interrogativo all’accusativo di relazione (lett. «riguardo che cosa»). contraxistis frontem: la reazione non è solo dovuta all’inatteso termine tragoediae , ma anche al fatto che la tragedia riscuoteva meno successo della commedia (è criticata tra l’altro da Lucilio, Orazio e Persio). 53s. quia tragoediam / dixi: proposizione causale oggettiva (verbo della principale sottinteso è contraxistis … ). Le causali sono introdotte da: - quod, quia e quoniam + indicativo : causa oggettiva, considerata come reale + congiuntivo : causa soggettiva: supposta o riferita - cum + congiuntivo tutti i tempi - quando, quandoquidem, siquidem + indicativo : causa soggettiva - ut qui, quippe qui, utpote qui + congiuntivo (relative causali) Es. non quod te oderim, sed quia parum studes, te uitupero “ti rimprovero non perché ti odi (c. supposta e negata), ma perché studi poco” (c. reale) hanc futuram (esse): «che questa sarà (una tragedia)»: infinitiva oggettiva. commutauero: l’idea di istantaneità e rapidità dell’intervento divino è espressa mediante il futuro anteriore, ad indicare azione compiuta nel futuro, ed insieme dal preverbio cum , qui con valore perfettivizzante e non sociativo (cf. Traina-

Bernardi Perini, Propedeutica , pp. 214s., con l’esempio di lacrimo , «sono in lacrime», collacrimor «scoppio in pianto» etc.). 54s. Eandem hanc … faciam ex tragoedia / comoedia ut sit: costrutto dovuto alla fusione di due espressioni: eandem hanc faciam ex tragoedia comoediam e l’espansione del complemento predicativo nella proposizione sostantiva ut sit comoedia … (in modo analogo alla anticipazione del tipo oda se Óstij e, spesso in Plauto con il verbo facio , cf. Pers 414, possum te facere ut argentum accipias «posso far sì che tu riceva del denaro» o in Most. 389 faciam tuum … ut fugiat longe ab aedibus «farò in modo che tuo padre se ne vada lontano da casa»; e la trattazione di Lindsay, pp. 27s., e Christenson, pp. 147s.).

56. Vtrum sit an non uoltis? In correlazione a utrum , oppure a – ne , la congiunzione an viene impiegata nelle interrogative per introdurre disgiunzione (es. unusne sit an duo “sia uno solo o più”). Voltis con dissimilazione fonica ( uu a partire dall’età augustea). Sed ego stultior: con omissione di sum propria del parlato. Il senso è rafforzativo, più che comparativo: cf. Merc. 930s. ego stultior, / qui isti credam «sono proprio sciocco a credere a costui». 57. quasi nesciam: comparativa ipotetica con il congiuntivo. uos uelle: infinitiva oggettiva; il verbo volo è ripetuto 8 volte nel prologo (vv. 1, 5, 9, 13, 39, 54, 56) in riferimento al volere degli spettatori, nell’ambito di una captatio beneuolentiae (cf. Christenson). Per l’alternanza radicale uel-/uol- , (non indoeuropea) dipendente dalla natura della - l- : 1) con - l - palatale (dinanzi i/l ) si ha e (es.: uelle ; uelim ) 2) con - l - velare (dinanzi a , o , u e consonante) si ha e>o>u (es.: uolt>uult ; uolunt ). Alla 2a^ pers. sing. al posto di uel-s > uell si ha un suppletivismo da uis corradicale di inuitus : cf. Traina-Bernardi Perini, Propedeutica , pp. 188s. qui diuos siem: relativa impropria (al congiuntivo) con valore causale, «poiché sono un dio». diuos: allotropo di deus ( deiuos ), la cui declinazione regolare doveva essere deus , diui , diuo , deum , diue , diuo ( d ); di , deum (<* diuom ) , di s, diuo s. Ma a partire dal nominativo deus si è formata una declinazione normalizzata, autonoma rispetto a quella di diuos , che in età augustea è stato confinato alla lingua poetica e limitato a designare personaggi divinizzati come il diuus Augustus. Cf. Propedeutica p. 161. siem: originario ottativo aoristo (gr. e‡hn): sim si è formato per analogia dalle forme del plurale si mus , si tis , sint. 58. quid animi uestri … siet: interrogativa indiretta al congiuntivo. Quid animi uestri , lett. «che cosa del vostro animo sia riguardo …» con genitivo partitivo ( animus è la totalità), particolarmente prediletto da Plauto (cf. espressioni come quid rerum , hoc negoti, hoc operis , etc. v. Lindsay, pp. 16s.). Animus est quo sapimus, anima qua uiuimus «l' animus è quello grazie al quale abbiamo il senno, l' anima quella grazie alla quale siamo vivi» ( anima = principio animale della vita, soffio vitale, mentre animus = princ. spirituale, ragione, la nostra ital. “anima”). 59. ut commixta sit tragico comoedia: subordinata sostantiva volitiva introdotta da faciam ; Plauto prepara per gradi l’ascoltatore al nuovo conio del v. 63, tragicomoedia , «mostrandone la genesi e isolandone gli elementi costitutivi» (Traina). Il richiamo del v. 63 faciam sit, proinde ut dixi, tragicomoedia (dove però i codici hanno, come al v. 59, tragico comoedia , che è contra metrum ), non va dunque inteso nel senso che già al v. 59 si trovi il termine tragicomoedia (come pensano Leo, Lindsay ed ora anche Christenson, che perciò devono integrare una sillaba ( sit ) ed espungerne un'altra [co]: faciam ut commixta sit; tragico [ co ] moedia «farò sì che sia mescolata: che sia una tragicommedia»); piuttosto, si dovrà intendere che è stato già esposto il presupposto di questo nuovo genere. non par arbitror : principale ut sit comoedia : sub. sostantiva, 2° gr. me…facere : subordinata infinitiva ogg. 1°gr. quo veniant (reges) et di : sub. relativa 3° gr. 60. perpetuo: «dall’inizio alla fine»: cf. perpes, - etis , perpetuus , «che avanza in maniera continua, ininterrotta, perpetua» (Ernout-Meillet 499), formato dalla radice di peto. 61. quo ueniant: nel cong. della relativa Traina coglie un valore avversativo. L’idea è: «Non mi sembra giusto far sì che sia una commedia, mentre vi partecipano dèi e re»: nella trad. il valore avversativo è indicato da «invece». 62. Quid igitur?: fa parte di quelle che Hofmann (pp. 156ss.) definisce «formule interrogative meccanizzate», del tipo di quid ais ( tu ), con il solo scopo di richiamare l’attenzione su qualcosa. 62. Quoniam … partis habet: causale oggettiva, con l’indicativo, cf. al v. 53. partis: con desinenza di acc. plur. propria dei temi in - i - della 3a^ declinazione (uscita estesa anche ai temi in consonante per tutta l’età repubblicana e augustea). Pars < * parti-s , con tema in - i - con nominativo sigmatico, caduta della i interna e in seguito della sibilante dinanzi dentale (cf. mons , montis ; gens , gentis ). Il tema in - i - è evidente al gen. plur. partium (cf. Traina-Bernardi Perini, Propedeutica , pp. 154ss.; Ernout, Morphologie historique , pp. 55s.) quoque: «anche» un servo, come i re. Quoque (posposto) aggiunge livellando ( tu quoque = anche tu, come gli altri), mentre etiam aggiunge isolando ( etiam tu = persino tu, in più degli altri). faciam sit: qui la sostantiva è espressa senza ut. Le proposizioni sostantive si possono dividere a) Secondo le funzioni in 1) soggettive , se fanno da soggetto: bene est te hoc facere , 2) oggettive , se fanno da oggetto: scio te hoc facere , 3) epesegetiche , se costituiscono la epesegesi di un pronome neutro soggetto o oggetto: illud bene est, te hoc facere; hoc scio, te hoc facere b) Secondo la forma in 1) infinitive con l'accusativo o il nominativo + INF. 2) dichiarative con QUOD + IND. 3) sostantive + CONG.

Plauto, Anfitrione , 403- 422 SO. - Quid, malum, non sum ego seruos Amphitruonis Sosia? Nonne hac noctu nostra nauis * ex portu Persico 405 uenit, quae me aduexit? Non me huc erus misit meus? Nonne ego nunc sto ante aedis nostras? Non mihist lanterna in manu? Non loquor? Non uigilo? Nonne hic homo modo me pugnis contudit? Fecit hercle, nam etiam misero nunc malae dolent. Quid igitur ego dubito? Aut cur non intro eo in nostram domum? ME. - Quid, domum uostram? SO. - Ita enim uero. 410 ME. – Quin, quae dixisti modo omnia ementitu’s: equidem Sosia Amphitruonis sum. Nam noctu hac solutast nauis nostra e portu Persico, et ubi Pterela rex regnauit oppidum expugnauimus, et legiones Teloboarum ui pugnando cepimus, et ipsus Amphitruo optruncauit regem Pterelam in proelio. 415 SO. Egomet mihi non credo, cum illaec autumare illum audio; hic quidem cérte quae illic sunt res gestae memorat memoriter. Sed quid ais? Quid Amphitruoni a Telobois datum est? ME. Pterela rex qui potitare solitus est patera aurea. SO. Elocutus est. ubi patera nunc est? 420 ME. in cistula; Amphitruonis obsignata signo. SO. Signi dic quid est? ME. Cum quadrigis Sol exoriens. quid me captas, carnufex? SO. Che, accidenti, non sono io Sosia il servo di Anfitrione? Non è forse giunta questa notte * dal porto Persiano la nostra nave, che mi ha portato? Non mi ha mandato qui il mio padrone? Non sto io ora in piedi di fronte a casa nostra? Non ho una lanterna in mano? Non sto parlando? Non sono sveglio? Non mi ha ammaccato a pugni quest’uomo poco fa? Per Ercole, l’ha fatto: infatti a me, disgraziato, fanno male ancora le mascelle. Ma perché non entro dentro, in casa nostra? ME. Come, casa vostra? SO. Proprio così. ME. Anzi, tutto ciò che hai detto or ora, te lo sei in- ventato: Certo sono io Sosia, il servo di Anfitrione. Infatti questa notte è partita una nostra nave dal porto Persiano, e abbiamo espugnato la città dove regnava il re Pterelao, e abbiamo catturato le legioni dei Teleboi combattendo duramente, e Anfitrione con le sue stesse mani ha ucciso in battaglia il re Pterelao. SO. Io non credo a me stesso, quando lo sento affermare quelle cose lì; questo senz’altro ricorda con ricordo perfetto le imprese che sono state compiute lì. Ma che dici? Che dono è stato dato ad Anfitrione dai Teleboi? ME. La coppa d’oro con la quale era solito bere il re Pterelao. SO. Lo ha detto: e ora dov’è la coppa? ME. È nel cofanetto, sigillato con il sigillo di Anfitrione. SO. Che tipo di sigillo è? ME. Il sole che sorge con la quadriga: perché cerchi di cogliermi in fallo, boia? L’atto primo, sc. I (vv. 153-462), dopo un prologo eccezionalmente lungo, mette in scena Sosia e Mercurio. Si apre con il cantico di Sosia, un pezzo di bravura in cui, in stile epicizzante, Sosia ricostruisce il racconto della battaglia che dovrà riferire a Tebe, senza accorgersi, almeno inizialmente, della presenza di Mercurio dinanzi alla casa del padrone. Mercurio – il vero servo furbo dellla commedia – origlia prima silenziosamente, poi interviente con un crescendo di a parte (vv. 263-299), fino al momento in cui inizia il confronto tra i due ‘doppi’, con un Sosia già spaventato dalle battute di Mercurio. Questi induce Sosia alla perdita di identità mediante una «persuasione forzata» (Oniga): dapprima un interrogatorio serrato (vv. 335-410), quindi (vv. 411-462) mediante l’esibizione di prove false che minano definitivamente la credibilità di Sosia.

403. malum: acc. di relazione. È una «imprecazione di maledizione, come ad es. il franc. peste! gr. «™j kÒrakaj », in realtà disespressivizzata e attenuata. Forse si tratta di espressione ellittica a partire dalla formula plautina malum (magnum) habebis , v. Amph. 721: «in Plauto il termine compare come esclamazione di impazienza, per lo più solo nel corso di un dialogo pieno di malintesi o dominato da altri stati di irritazione, cfr. ad es. Men. 390 cui, malum, parasito? Amph. 403, 592 etc. In una domanda introdotta da quis , quae , quid occupa sempre il secondo o terzo posto» (Hofmann, Lingua d’uso , p. 142). ego: si noti l’insistenza sul pronome personale e sul possessivo di prima persona ( ego 403; me [2 volte], meus 405; ego, mihi 406; me 407; mi 408; ego , nostram 409; v. equidem 411) da parte di Sosia, quasi a riaffermare la propria propria identità, messa in discussione. non sum … nonne … non me … nonne …: serie di interrogative dirette retoriche. Le interrogative possono essere introdotte classicamente 1) da pronomi o avverbi interrogativi (es. ubi, quis, qui ); 2) da particelle secondo questo schema: (interr. diretta) (int. indiretta) int. reale - ne - ne, num int. retorica positiva: nonne nonne negativa: num num. Plauto usa comunque anche Non (cf. Non me huc erus misit meus?Non loquor? Non uigilo? ) per le interrogative retoriche con significato positivo, al posto di nonne (che in effetti i mss. hanno al v. 405 al posto di non ), impiegato solo dinanzi a vocale o h - : cf. Lindsay, The Syntax of Plautus , p. 129. Amphitruonis: la forma Amphitruo è un compromesso tra l'ortografia arcaica (che Plauto sicuramente usava) Ampitruo , e quella greca di epoca classica: Amphitryon.

404. hac noctu: analogico di diu , locativo originario di dies (da un tema * noctu- lo fanno derivare Ernout-Meillet). Forma arcaica, attestata a partire da Nevio ( bell. Poen. 5ss Bl. amborum uxores / noctu Troiad exibant capitibus opertis / flentes ambae, abeuntes, lacrimis cum multis «le mogli di entrambi uscivano da Troia la notte, con il capo coperto, ambedue piangendo, andndosene con molte lacrime»), ma conservata per tutta la latinità. Persico: secondo Fest. 238,10 L. il porto Persiano sarebbe un porto nel mare dell’Eubea non lontano da Tebe, così detto perché vi avrebbe fatto scalo la flotta dei Persiani. In realtà non è improbabile che si tratti dell'invenzione di un grammatico e che Plauto abbia qui creato per Tebe un porto analogo al Pireo di Atene, usuale scena della commedia nuova. Prima di ex portu solitamente si integra huc (così ora anche Christenson), ma Palmer, per evitare la ripetizione, ha suggerito nauis nostra . 405. erus: corrispondente affettivo del giuridico dominus , spesso in bocca ad un servo, cf. anche il femminile al v. 452 Nonne erae meae nuntiare quod erus meus iussit licet? «non mi è forse permesso annunciare alla mia padrona ciò che il mio padrone ha ordinato?» (parla Sosia). 406. aedis nostras: aedis = aedes , acc. plur. (si tratta di una forma originaria di accusativo); al plurale – individualizzante – indica la casa come insieme di ambienti (cf. fores , «battenti» e dunque «porta»); al sing. il «tempio», dal valore di «luogo dove si accende il fuoco, focolare» del dio (radice di aestas , aestus ). mihist = mihi est; mihi est lanterna è un dativo di possesso. 407. contu dit: da contundo , con preverbio perfettivizzante, e quindi «aspect “determiné”» (Ernout-Meillet). L’infisso nasale, durativo, non si trova naturalmente nel tema del perfetto raddoppiato – con assimilazione alla vocale radicale (è il tipo momordi , cucurri , rispetto a cecini , cecidi ) – nel semplice tutu di , e ridotto a contu di (forse per sincope) nel composto: cf. cecidi / incidi ; pepuli / impuli , ma dedi / addidi ; steti / adstiti. La variante metrica contu di secondo Prisciano è già enniana ( ann. 449 Vahl.^2 , ma Skutsch, fr. 521, pensa a contundit ). Sono qui ripresi i vv. 298ss., sia per il pugilato, che per la domanda uigilo? di Sosia: «Sono finito! Ho già un senso d’irritazione ai denti: certo al mio arrivo, costui mi farà trattare come un ospite … in un incontro di pugilato! Ma sì, è un animo pietoso: il padrone mi ha costretto a stare sveglio, e lui adesso, a suon di pugni, mi metterà a dormire! ( hic pugnis faciet ut dormiam ) Sono completamente spacciato. Pietà, per Ercole: com’è grande e grosso!» 409. dubito: con il valore di «esitare» (costruito con l’infinito). 409s. in nostram domum? / Quid, domum uostram? La domanda di Mercurio riprende le parole di Sosia, rovesciandone l'ordine e mutando l’ottica del possessivo. uostram = uestram. enim uero: «proprio così, certamente» enim con valore asseverativo e uero prosecutivo, spesso anche scritto come una sola parola enimue ro , per confermare un’affermazione, enimuero ego occidi , «ora sì che sono morto», Capt. 534, o in una risposta con il valore di «certamente». quae… ementitu's: costruisci ementitus es omnia quae dixisti modo. Quin: con valore correttivo, «anzi», «al contrario». Il « quin asseverativo e accrescitivo ( quin etiam , et ) si è sviluppato da un quin ‘perché no?’ originariamente usato nella risposta e poi meccanizzato, in seguito alla perdita del tono interrogativo ed alla assunzione dell’intonazione della frase asseverativa» (Hofmann, Lingua d’uso , p. 192). 411. ementitus es: da ementior , - iris , - itus sum , iri , «dire mentendo, simulare». equidem: asseverativo, «certamente», ma i latini lo sentivano legato a ego quidem (cf. Epid. 202 et ego Apoecides sum :: et egoquidem sum Epidicus ): una ulteriore insistenza sulla prima persona. In effetti – cf. Ernout-Meillet s. v. quidem ; Lindsay, The Syntax of Plautus , p. 97 – è per lo più in connessione alla prima persona. 411ss. Come ha osservato Christenson, qui Mercurio rovescia il normale ordine Amphitruonis … Sosia (vv. 148, 378, 394, 403) per rendere con maggiore efficacia il suo impadronirsi della sua identità. Il doppio riprende il racconto epico che Sosia aveva fatto tra sé e sé ai vv. 210ss. (che Mercurio aveva origliato), rovesciando l’ordine delle parole: cf. noctu hac solutast nauis nostra , col v. 404, hac noctu … nostra nauis ; e inoltre per oppidum expugnauimus , cf. v. 210; per optruncauit , cf. v. 232; qui potitare solitus est , v. 261. 412 solutast = soluta est. 413 ubi: «dove», introdice una sub. relativa. Pterela rex regnauit: probabilmente alla figura etimologica si deve la posposizione dell’apposizione rex , che normalmente – come imperator nel senso di ‘imperatore’ – indicando una qualità permanente della persona, precede, cf. Traina-Bertotti, § 123 e nota 2: v. Sall. Ep. Mithr. 1 Rex Mithridates regi Arsaci salutem. 414. ui pugnando: espressione tipica dei bollettini di guerra, spesso parodiata da Plauto: cf. Vatinio, in Cic. Fam. 5,10b sex oppida vi oppugnando cepi «ho conquistato sei città prendendole vigorosamente d'assedio»; Plaut. Asin. 554s. Eae nunc legiones copiae exercitusque eorum / Vi pugnando periuriis nostris fugae potiti. «ora, le loro legioni, le truppe e l'esercito, dopo che li abbiamo affrontati con forza a furia di bugie, si sono dati alla fuga» Pugnando è ablativo strumentale del gerundio.

  • Il gerundio è un sostantivo verbale neutro, attivo, che supplisce i casi mancanti nella declinazione dell'infinito (che ha solo nom., acc. nom. acc. Es. amare; gen. amandi, dat. amando, acc. ad amandum, abl. amando ).
  • Il gerundivo è un aggettivo verbale di necessità con senso passivo, amandus, - a, - um , "da amare", "che deve essere amato". Si può trovare la cosiddetta " costruzione del gerundivo " quando da un gerundio deve dipendere un complemento oggetto in accusativo. In questa costruzione invece assume il valore del gerundio, cioè di un infinito attivo.

al simposio) o, ancora nell’ode 1,20 il v. 1 uile potabis… «ingurgiterai vino di poco prezzo» con il vv. 9s., Caecubum et prelo domitam Caleno / tu bibas uvam «sorseggerai il Cecubo e l'uva pressata dal torchio di Cales».

421. dic… est: costruisci , dic: quid signi est? Dic è imperativo apocopato da dice , impiegato da Plauto, cf. ad es. Mil. 716 Quid nunc es facturus? Id mihi dice «che hai intenzione di fare ora? Dimmelo!» (cf. le forme duc e fac , da distinguere dall’imperativo atematico fer o es , cf. Traina, Propedeutica , p. 98 e 169, n. 1). Quid signi , gen. partitivo: «che tipo di segno?». quadrigis: la «quadriga», il plurale individualizzante, indica che il tiro è composto di quattro animali. 422. captas: frequentativo di conato di capio , «cerchi di ingannarmi, di cogliermi in fallo». I frequentativi avevano originariamente valore di stato, e quindi significato durativo ( habito «mi tengo sempre in un luogo, abito») in opposizione al semplice ( habeo ), o laddove il semplice fosse scomparso con il composto momentaneo (es. specto , «sto a guardare», adspicio , conspicio «rivolgo lo sguardo»). Successivamente si sono specializzati con valore di iterazione ( cursito, iacto, nuto ), di intensità ( quasso, rapto ), di conato ( prenso, capto ), di consuetudine ( cubito, uisito [dal desiderativo uiso , a sua volta derivato da uideo ]), o ancora può indicare anche attenuazione nel tempo ( dormi to , lusito, uolito ). Cf. Traina-Bernardi Perini, Propedeutica , pp. 171-4. carnufex = carnifex , «boia»: tipico insulto plautino.

Plaut. Amph****. 423- 447 SO. Argumentis uicit, aliud nomen quaerundum est mihi. Nescio unde haec hic spectauit. Iám ego hunc decipiam probe; 425 nam quod egomet solus feci, nec quisquam alius affuit, in tabernaclo, id quidem hodie numquam poterit dicere. Si tu Sosia es, legiones cum pugnabant maxume, quid in tabernaclo fecisti? Victus sum, si dixeris. ME. Cadus erat uini, inde impleui hírneam. SO. Ingressust uiam. 430 ME. Eam ego, ut matre fuerat natum, uini éduxi meri. SO. Factum est illud, ut ego illíc uini hirneam ebiberim meri. Mira sunt nisi latuit intus illic in illac hirnea. ME. Quid nunc? Vincon argumentis, te non esse Sosiam? SO. Tu negas med esse? ME. Quid ego ni negem, qui egomet siem? 435 SO. Per Iouem iuro med esse neque me falsum dicere. ME. At ego per Mercurium iuro, tibi Iouem non credere; nam iniurato, scio, plus credet mihi quam iurato tibi. SO. Quis ego sum saltem, si non sum Sosia? Te interrogo. ME. Vbi ego Sosia nolim esse, tu esto sane Sosia; 440 nunc, quando ego sum, uapulabis, ni hinc abis, igno- bilis. SO. Certe edepol, quom illum contemplo et formam cognosco meam, quem ad modum ego sum (saepe in speculum inspexi), nimis similest mei; itidem habet petasum ac uestitum: tam consimilest atque ego; sura, pes, statura, tonsus, oculi, nasum uel labra, 445 malae, mentum, barba, collus: totus. quid uerbis opust? Si tergum cicatricosum, nihil hoc similist similius. Sed quom cogito, equidem certo idem sum qui semper fui. Noui erum, noui aedis nostras; sane sapio et sentio. SO. Ha vinto con le prove: devo cercarmi un altro nome. Non so da dove questi abbia visto tutto questo. Ora io lo frego per bene, infatti ciò che io ho fatto da solo – e non c’era presente nessun altro, nella tenda – proprio questo oggi non potrà mai dirlo. Se tu sei Sosia, quando le legioni combattevano con più accani- mento, che cosa hai fatto nella tenda? Mi do per vinto, se lo dirai. ME. C’era un orcio di vino: da lì ne ho riempito una bottiglia. SO. È sulla strada giusta. ME. Quella bottiglia, io, l’ho bevuta fino in fondo di vino puro, come era nato da sua madre. SO. È successo così, che io lì mi sono bevuto fino in fondo una bottiglia di vino puro. È un miracolo, a meno che non fosse nascosto dentro lì, in quella bottiglia. ME. E allora? Ti ho convinto con le prove, che tu non sei Sosia? SO. Tu dici che io non lo sono? ME. E perché non dovrei negarlo, dal momento che lo sono io? SO. Su Giove giuro che lo sono io, e che non dico il falso. ME. Ma io giuro su Mercurio, che Giove non ti crede, infatti so che crede di più a me senza giuramento, che a te, che giuri. SO. Chi sono io, almeno, se non sono Sosia. Te lo chiedo. ME. Quando io non volessi più esser Sosia, tu sii pure Sosia; ora, dal momento che lo sono io, le prenderai, se non te ne vai via di qui, sconosciuto. SO. Certo, per Polluce, quando lo guardo e riconosco il mio aspetto, come sono io (spesso mi sono guardato allo speccio), è molto simile a me, allo stesso modo ha il cappello e il vestito: è tanto simile a me, quanto lo sono io; gamba, piede, statura, capelli, occhi, naso o labbra, guance, mento, barba, collo: tutto. Che bisogno c’è di altre parole? Se ha la schiena piena di cicatrici, non c’è alcuna cosa simile che somigli più di questa. Ma quando penso, certo sono lo stesso che sono sempre stato. Conosco il padrone, conosco casa nostra, certo ho testa e sensi sani. 423 Argumentis «con le prove». quaerundumst mihi = Quaerendum est mihi : «devo cercare», perifrastica passiva. La costruzione perifrastica passiva è composta dal gerundivo in unione al verbo sum ; essa implica un’idea di necessità; il c. d’agente è espresso in dativo (e solo in casi particolari con a / ab + abl.): es. hoc faciendum est tibi «devi fare questo». Con i verbi intransitivi e con i transitivi usati assolutamente la perifrastica passiva ricorre solo alla terza persona singolare:es. moriendum est «si deve morire». quaerundum ha un vocalismo arcaico rimasto in formule fisse e in antichi gerundivi passati ad aggettivi ( oriundus , secundus ). 424 nescio unde haec hic spectauit : l’indicativo ( spectauit ) si spiega perché nescio si riferisce solo a unde «non so da dove, ha visto tutto questo». decipiam : decipio , da de + capio , con apofonia latina ( Propedeutica , IV, pp. 120-126). 425 quod egomet solus feci : sub. rel. 1°, prolettica. nec quisquam alius affuit : parentetica; nec… quisquam, pronome indef. negativo; il latino dispone di numerosi pronomi indefiniti:

  1. quaedam : agg. indefinito (pron. quidam, quaedam, quiddam agg. quidam, quaedam, quoddam , indica persona o cosa individuata, ma non specificata ‘un tale, un certo’; diverso da 2) aliquis, aliquid (agg. aliqui, aliqua, aliquod ), cosa o persona esistente, non individuabile, ‘uno, qualcuno, pur che sia, uno qualunque’; 3) quispiam, quaepiam, quippiam

est. Sosia paragona il suo doppio all’immagine riflessa nello specchio. Per la mentalità antica lo specchio, come la maschera o il ritratto era per eccellenza il luogo del doppio: si pensava che l’immagine riflessa o riprodotta avesse in qualche modo vita autonoma e contenesse almeno una parte dell’identità dell’oggetto riprodotto (cf. ad es. G. Guidorizzi, Lo specchio e la mente: un sistema d’intersezioni , in M. Bettini (a cura di), La maschera, il doppio e il ritratto , Bari, Laterza, 1991, pp. 31-45). Inoltre, Sosia esamina alla luce della lanterna l’aspetto di Mercurio: solo ora sembra accorgersi davvero della somiglianza: è il motivo del «corpo frammentato», generalmente connesso al tema del doppio (cf. M. Fusillo, s.v. Doppio in Dizionario dei Temi Letterari UTET , I, 668), come quello dello specchio. 444 nasum : lat. classico nasus ; consimilest (= consimile est) atque ego : «è tale e quale a me»; consimilis intensifica similis ; atque introduce qui il secondo termine di paragone. 445 quid verbis opust? Costruzione di opus est + abl. : con opus est «c’è bisogno, occorre», la persona cui occorre è sempre in dativo, la cosa che occorre in ablativo (= costrutto impers.), in nominativo (= costrutto pers.) sempre se pron. neutro. Es. Non opus est uerbis, sed fustibus , «non c'è bisogno di parole, ma di bastonate»; Mihi frumentum non opus est , «non ho bisogno di frumento». N.B.: quanto al senso, necesse est indica una necessità assoluta (= “è ineluttabile, fatale”); oportet una convenienza morale o pratica; opus est una necessità in relazione ad un determinato scopo. Emas non quod opus est, sed quod necesse est “compra non ciò che occorre, ma ciò che è indispensabile”. 446 Si tergum cicatricosum : protasi 1°gr. I tipo nihil hoc similist similius : princ. apodosi I tipo cicatricosum : (sott. habes ) caratteristica dello schiavo, per la prima volta qui in Plauto. nihil hoc similist (= simili est ) similius : lett. «niente è più simile di questa cosa simile»; figura etimologica: forme simili, di derivazione colloquiale, ricorrono in Plauto (cf. Christenson ad loc., p. 221): cf. Capt. 664 nihil … inuenies magis hoc certius certo «non troverai niente di più certo di questa certezza»; Most. 279 nihil hac docta doctius «niente è più istruito di questa (donna istruita)». 447 Quom (= cum) cogito : sub. 1°gr. temporale idem sum: princ. qui semper fui : sub. 1°gr. Relativa 448: noui , «conosco» perfetto presente di tipo resultativo, indica il risultato di un’azione, “ho appreso”, quindi “so”. Forme simili sono memini , - isse (ricordo); odi, - isse (detesto); su aedis acc. plur. vedi sopra. sapio et sentio : coppia verbale allitterante isosillabica e omeoteleutica, «ho testa e sensi sani», frequente in Plauto ( Bacch. 817 dum ualet, sentit sapit ). Per quanto turbato dall’incontro con il doppio, Sosia non ha ancora rinunciato alla sua identità.

Non ego illi obtempero quod loquitur. Pultabo

foris.

450 ME. Quo agis te? SO. Domum. ME. Qua-

drigas si nunc inscendas Iouis

atque hinc fugias, ita uix poteris effugere infor-

tunium.

SO. Nonne erae meae nuntiare quod erus meus

iussit licet?

ME. Tuae si quid uis nuntiare: hanc nostram

adire non sinam.

nam si me inritassis, hodie lumbifragium hinc

auferes.

455 SO. Abeo potius. di immortales, obsecro

uostram fidem,

ubi ego perii? ubi immutatus sum? ubi ego for-

mam perdidi?

an egomet me illic reliqui, si forte oblitus fui?

nám hic quidem omnem imaginem meam, quae

antehac fuerat, possidet.

uiuo fit quod numquam quisquam mortuo faciet

mihi.

460 ibo ad portum atque haec uti sunt facta ero

dicam meo;

nisi etiam is quoque me ignorabit: quod ille

faxit Iuppiter,

ut ego hodie ráso capite caluos capiam pilleum.

Non do retta a quello che dice: busserò alla

porta.

ME. Dove te ne vai?

SO. A casa.

ME. Se ora tu salissi sulla quadriga di Giove e

fuggissi di qui, anche così a stento potresti

sfuggire una disgrazia.

SO. Non mi è concesso di riferire alla mia

padrona ciò che il mio padrone mi ha ordinato?

ME. Alla tua padrona, se vuoi riferirle qualcosa

(ti è concesso): a questa nostra, non ti lascerò

avvicinare. Infatti se mi facessi arrabbiare, oggi

porteresti via di qua un lombifragio

SO. Me ne vado, piuttosto. Dei immortali,

invoco il vostro aiuto, dove mi sono perduto?

Dove mi sono trasformato? Dove ho perduto il

mio aspetto? O mi sono lasciato laggiù, se per

caso mi sono dimenticato? Infatti costui pos-

siede tutta la mia immagine, che prima era mio.

A me vivo accade ciò che nessuno mi farà mai

da morto. Andrò al porto e dirò al mio padrone

queste cose, come sono andate: a meno che an-

che lui non mi riconosca più. Che Giove lassù

faccia questo: che io, calvo, a testa rasata, oggi

prenda il pileo.

449. non … optempero: l’indicativo presente in luogo del futuro (spesso come risposta ad un

ordine) è frequente nel latino arcaico, cf. Christenson ad loc., p. 221

si nunc inscendas: protasi II tipo

atque hinc fugias: coord. alla protasi

uix poteris effugere: princ., apodosi I tipo

si inscendas … uis poteris: periodo ipotetico misto, con congiuntivo nella protasi e indicativo

futuro nella apodosi: congiuntivo e futuro spesso si alternano nelle apodosi nel latino arcaico, cf.

Curc. 186 irasce re, si te edentem hic a cibo abigat. «ti arrabbierai, se costui ti allontana dal cibo

mentre mangi».

nonne…nuntiare licet: princ. (id) quod erus… iussit: sub. 1°gr. Relativa

erae meae … erus meus: poliptoto insistito a sottolineare l’ordine ( iussit ) del padrone; per la

differenza tra erus e dominus , vd. sopra.

tuae (licet): princ. ellittica del verbo, apod. I tipo si quid uis nuntiare: protasi I tipo

tuae: in rilievo, in risposta al possessivo meae / meus del v. precedente. Sott. licet.

si quid uis: indefinito della frase suppositiva; sugli indefiniti, cf. sopra.

454. si me inritassis … lumbifragium auferes: nella protasi inritassis è forma di ottativo aoristo

sigmatico con uscita in – im / - sim , corrispondente ad un cong. presente o a un futuro 2° in – so. Si è

conservato in alcuni verbi atematici, come sim < siem ; edim, uelim , nei verbi tematici si trova ad es.

in duim , dixim , faxim , iussim , licessit , prohibessit. Esprime la condizione, il desiderio, o anche la

possibilità. In questo caso corrisponde per significato ad un futuro secondo si inritaueris … auferes.

lumbifragium: neoformazione plautina rifatta su naufragium , «lombifragio». Secondo Ramain

potrebbe esserci un gioco di parole non solo con lumbus “lombi, reni”, ma anche con lembus ,

Plaut. Amph. 499 - 526 IVPP. Béne uale, Alcumena, cura rem communem, quod facis; atque inperce quaeso: menses iam tibi esse actos uides. 500 mihi necesse est ire hinc; uerum quod erit natum tollito. ALC. Quid istuc est, mi uir, negoti, quod tu tam subito domo abeas? IVPP. Edepol haud quod tui me neque domi distaedeat; sed ubi summus imperator non adest ad exercitum, citius quod non facto est usus fit quam quod facto est opus. 505 MERC. Nimis hic scitust sycophanta, qui quidem meus sit pater. obseruatote , quam blande mulieri palpabitur. ALC. Ecastor te experior quanti facias uxorem tuam. IVPP. Satin habes, si feminarum nulla est quam aeque diligam? MERC. Edepol ne illa si istis rebus te sciat operam dare, 510 ego faxim ted Amphitruonem esse malis, quam Iouem. ALC. Experiri istuc mauellem me quam mi memorarier. prius abis quam lectus ubi cubuisti concaluit locus. heri uenisti media nocte, nunc abis. hocin placet? MERC. Accedam atque hanc appellabo et subparasitabor patri. 515 Numquam edepol quemquam mortalem credo ego uxorem suam sic ecflictim amare, proinde ut hic te ecflictim deperit. IVPP. Carnufex, non ego te noui? ábin e conspectu meo? quid tibi hanc curatio est rem, uerbero, aut muttitio? quoii ego iam hoc scipione – ALC. Ah noli. IVPP. Muttito modo. 520 MERC. Nequiter paene expediuit prima parasitatio. IVPP. Verum quod tu dicis, mea uxor, non te mi irasci decet. clanculum abii a legione: operam hanc subrupui tibi, ex me primo prima scires, rem ut gessissem publicam. ea tibi omnia enarraui. nisi te amarem plurimum, 525 non facerem. MERC. Facitne ut dixi? timidam palpo percutit. GIO. Stammi bene, Alcmena, bada alla casa, come fai, e riguardati, mi raccomando: vedi che i mesi per te ormai sono alla fine. Io devo partire di qui, ma tu cresci come legittimo il bimbo che nascerà. ALC. Quale impegno è questo, marito mio, per cui te ne vai così all’improvviso da casa? GIO Per Polluce, non per il fatto che io sia stanco di te, o della casa, ma quando il comandante supremo non è presso l’esercito, accade più facilmente ciò di cui non c’è bisogno, che ciò di cui c’è bisogno. ME. È un bugiardo che sa il fatto suo per bene, questi, dal momento che è mio padre. Osservatelo, come si raggirerà per bene la donna. AL. Per Castore, lo vedo quanto consideri tua moglie. GIO. Ti basta, se non c’è nessuna donna che io ami ugualmente? ME. Per Polluce, se quella sapesse che ti stai dando a queste imprese, io scommetterei che tu preferiresti essere Anfitri- one, piuttosto che Giove. AlC. Preferirei provare per esperienza questo, piuttosto che sentirmelo dire. Te ne vai prima che si sia scaldata la parte del letto dove hai dormito. Ieri sei venuto a mezza notte, ora te ne vai: così ti sembra bene? ME. ( a parte ) Mi avvicinerò e la chiamerò e andrò in aiuto a mio padre. ( ad Alcmena ) Per Polluce non credo che nessun mortale ami così perdutamente sua moglie, così come questi muore perdutamente per te. GIO. Boia, non ti conosco? Te ne vai fuori dal mio sguardo? Che hai da curarti di questa faccenda, o da farci un solo verso, canaglia degno di bastonate? Al quale io ora, con questo bastone… ALC. Ah! No! GIO. Fai solo un verso. ME. Per poco andava a finire male il mio debutto da parassita.. GIO. Ma riguardo ciò che tu dici, moglie mia, non è giusto che tu ti arrabbi con me. Di nascosto mi sono allontanato dalla legione: per te ho sottratto questo tempo ai miei impegni, perché tu per prima sapessi da me – che per primo te le riferivo – come ho guidato le operazioni. Tutto questo ti ho narrato per filo e per segno: se non ti amassi più di tutto, non lo avrei fatto. ME. Non fa come ho detto? Con la lusinga copre di moine quella riottosa.

499. quod facis: espressione comune in luogo di ut facis. 500. inperce: l’espressione comune è sibi parcere. Inperce è solo qui e in Cas. 832s. Amabo, integrae atque imperitae huic / impercito. 501. quod erit natum tollito: neutro perché il sesso è ancora indeterminato. Giove si arroga il diritto tipico del padre romano di sollevare il figlio per rivendicarlo come legittimo. 502. quid est negoti quod … abeas: variante della perifrasi interrogativa d’uso assai comune quid est quod , analoga per senso a cur. 503. distedeat: composto di taedet , pertaesum est , taedere , «essere stanco, annoiarsi», verbo impersonale, come miseret, miseritum est, miserui «provar vergogna», paenitet, paenituit, paenitere «pentirsi», piget, piguit, pigere «sentire rincrescimento», pudet, puditum est ( puduit ), pudere «vergognarsi». La persona che prova il sentimento va in accusativo ( Me taedet ); la cosa che suscita sentimento: 1) sostant. e pron. al genitivo : Me uitae taedet; me eius miseritum est , «sono stanco della vita, ebbi compassione di lui») 2) pronome neutro al nominativo Id quod pudet facilius fertur quam id quod piget , «Si sopporta meglio ciò che fa vergogna di ciò che rincresce» 3) verbi all’ infinito : Me paenitet uiuere. «Sono scontento di vivere» 4) proposizioni possono essere costruite con a) quod + cong. / ind.; b) accus. + inf.; c) interr. indir. a) An paenitet uos quod classem hostium profligauerim? "O vi rammaricate che io abbia sconfitto la flotta nemica?" b) Pudeat te ausum illum esse incedere tamquam tuum competitorem "Ti vergogneresti che egli abbia avuto il coraggio di farsi avanticome tuo competitore?" c) A senatu quanti fiam, minime me paenitet "Non mi lamento della stima che ha il senato per me" N.B. Se uniti ad un verbo servile , gli impersonali si collocano all’ infinito , mentre il servile passa alla 3a pers. sing. ( Nequeme tui neque tuorum liberorum misereri potest , «non posso avere compassione né di te, né dei tuoi figli»). Ma i verbi Malo, nolo, uolo, cupio, studeo , hanno la costruzione personale: Illius malo me quam mei paenitere , «preferisco essere scontento di lui che di me». 506. qui … meus sit pater: relativa causale. 507. obseruatote: nella lacuna Bothe integra < eum > con prolessi del soggetto della subordinata. quam blande palpabitur: interrogativa con indicativo di origine paratattica. Per il senso figurato, si veda la serie sinonimica di Poen. 357 Exora, blandire, palpa. 508. te experior quanti facias uxorem tuam: prolessi del pronome della subordinata, cf. Asin. 598 Audin hunc opera ut largus est nocturna? Quanti: QUANTO – davanti agg. e avv. Quam , es. Quam suaue est! ; verbi quam, quantum (quantopere) , es. Quam te amo! ; verbi di stima, prezzo quanti , es. Non quantum quisque prosit, sed quanti quisque est ponderandum est ; verbi di superiorità quanto , es. Satis docuisse uideor hominis natura quanto omnes anteiret animante ; comparativi quanto, quo , es. Quo difficilius, eo praeclarius ; sostantivi sing. quantus = quanto grande, es. O quanta species (quanta bellezza); quantum , quid +

gen. part., es. Quid caelati argenti, ... quid marmoris apud illum putatis esse? ; sost. plur. quot, quam multi , es. Quam multa quam paucis! (=quante cose con poche parole); ( quanti = quanto grandi); quantum, quid + gen.; - in propos. interr. con il senso di "quanto pochi", quotusquisque , es. Quantoquisque accusator uacat a culpa? ; - con il senso di "quanto tempo", quam diu ; - con il senso di "quanto spazio", quam longe es. Quam longe est hin in saltum Gallicanum? ; - con il senso di "per quanto so, quanto potrò", quod sciam, quod potero es. Quod litteris exstet (= a quanto risulta dalla tradizione scritta).

509. diligam: rispetto al greco che distingue tra lessico dell’amicizia e dell’amore, fil…a ed œrwj, file‹n ed ™r©n, il latino è meno ricco: infatti mentre dalla radice * am- deriva sia l’idea di amor , amare , che quella di amicitia. Diligo , indica invece una scelta razionale ( dis- separativo + lego , scelgo), ma veeniva sentito come meno forte di amo : Non. p. 682 L. scrive inter amare ac diligere hoc interest, quod amare uim habet maiorem, diligere autem est leuius amare ; Cic. ad Brut. 6,1,1 ripropone la stessa gradazione: Clodius … ualde me diligit uel, ut ™mfatikèteron dicam, ualde me amat. Catullo specializzerà il valore di diligo ad indicare il carattere affettivo del suo amore, puramente intellettuale, venuta meno la passionalità. 510. Edepol, ne illa: ne è particella affermativa (gr. n»), seguita solitamente dal pronome personale (in questo caso il determinativo illa ) e preceduto da edepol , cf. v. 182, cf. Aul. 580 Edepol ne tu , Bacch. 545 Edepol ne tu illorum mores perquam meditate tenes. 512. mauellem: malo è derivato da mag(i)s uolo > ma-uolo. All’epoca arcaica la coniungazione presenta ancora delle forme senza crasi: mauolo , mauolunt , mauelim , mauellem. 513. lectu s: genitivo di un tema in - u- (4 declinazione, anziché lecti della 2°, temi in - o-/-e-), documentato anche presso i grammatici (Priscian. II 257 H. etiam huius lectus antiquissimi dicebant ). concaluit: il tema del letto riscaldato è tipico della letteratura d’amore e ben attestato nell’epigramma e quindi nell’elegia. Da concalesco , con preverbio perfettivizzante che indica azione momentanea, rispetto all’omeoprefissale, ma «complessivo, in quanto abbraccia tutto il tempo che il falso Anfitrione ha passato a letto» (Traina) concubuit. 516. efflictim: avverbio tecnico in unione ad amo , già neviano, ripreso poi dagli autori arcaicizzanti (Apuleio): deriva da effli go , “mandare in rovina”. 517. deperit te: transitivo, per analogia con amo. 519. curatio … mutitio: astratti verbali, il primo mantiene la reggenza del verbo curo. 520. quoii: quoiei > quoii > cui. 521. paene: sinonimo di prope e fere , ma paene e prope indicano approssimazione per difetto ( haec paene dixit , “per poco non disse questo, c’è mancato poco che…”), fere indica imprecisione ( haec fere dixit , “disse all’incirca queste cose”). Nequiter expediuit … parasitatio: « andò a finir male il mio debutto da parassita» (valore intransitivo di expedire , «avere (buon/cattivo) fine» forse da expedere rem «portare a termine una faccenda). Parasitatio è hapax. 522. decet: come altri verbi, quali dedecet, "non si addice", fugit, fallit, "passa inosservato, sfugge", praeterit, latet , "è ignoto, nascosto", si costruiscono con: persona in ACC.; cosa col NOMINATIVO (sostantivi, pronomi, aggettivi sostantivati); con un INFINITO SEMPLICE; con l'INFINITO e l'ACC.; con una INTERROGATIVA INDIR. ( Es. Haec me decet; oratorem irasci minime decet .. N.B. Si possono trovare anche nelle altre persone, soprattutto alla 3a pers. plur. Es. Te non citha rae decent, Nec latuere doli fratrem Iunonis et irae (non rimasero nascosti al fratello gli inganni e le ire di Giunone) clanculum: di nascosto, forma di diminutivo da clam. 523. ut scires: finale. ut gessissem: sostantiva. 525s. enarraui: preverbio con valore perfettivizzante: «fino in fondo». nisi … amarem … / non facerem: arcaismo sintattico. Il periodo ipotetico irreale del passato è espresso con l’imperfetto così come al v. 904 si sis è irreale del presente. Plaut. Amph. 527 - 550 IVPP. Nunc, ne legio persentiscat, clam illuc redeundum est mihi, ne me uxorem praeuertisse dicant prae re publica. ALC. Lacrimantem ex abitu concinnas tu tuam uxorem. IVPP. Tace, ne corrumpe oculos, redibo actutum. ALC. Id actutum diu est. 530 IVPP. Non ego te hic lubens relinquo neque abeo abs te. ALC. Sentio, nam qua nocte ad me uenisti, eadem abis. IVPP. Cur me tenes? tempus : exire ex urbe prius quam lucescat uolo. nunc tibi hanc pateram, quae dono mi illi ob uirtutem data est, Pterela rex qui potitauit, quem ego mea occidi manu, 535 Alcumena, tibi condono. ALC. Facis ut alias res soles. ecastor condignum donum, qualest qui donum dedit. MERC. Immo sic: condignum donum, qualest cui dono datumst. IVPP. Pergin autem? nonne ego possum, furcifer, te perdere? ALC. Noli amabo, Amphitruo, irasci Sosiae causa mea. IVPP. Faciam ita ut uis. MERC. Ex amore hic admodum quam saeuos est. IVPP. Numquid uis? ALC. Vt quom absim mé ames, me tuam te absente tamen. MERC. Eamus, Amphitruo. lucescit hoc iam. IVPP. Abi prae, Sosia, iam ego sequar. numquid uis? A LC. Etiam: ut actutum aduenias. IVPP. Licet, prius tuá opinione híc adero: bonum ánimum habe.– 545 nunc te, nox, quae me mansisti, mitto ut cedas die, ut mortalis inlucescat luce clara et candida. atque quanto, nox, fuisti longior hac proxuma, tanto breuior dies ut fiat faciam, ut aeque disparet. et dies e nocte accedat. ibo et Mercurium subsequar.– 550 GIO. Ora, perché l’esercito non se ne accorga, devo tornare là di nascosto, perché non dicano che ho anteposto la moglie allo stato. AL. Tu con la tua partenza, fai in modo che tua moglie pianga. GIO. Taci, non sciuparti gli occhi. Tornerò subito. AL. Quel subito è tardi. GIO. Io non ti abbandono qui, né me ne vado via da te volentieri. AL. Me ne accorgo: infatti te ne vai nella stessa notte in cui sedi venuto da me. GIO. Perché mi trattieni? È tempo: voglio andarmene dalla città prima che faccia luce. Ora, questa coppa che laggiù mi è stata donata per il mio valore, con la quale era solito bere il re Pterelao, che io ho ucciso con le mie mani, la dono a te, Alcmena AL. Fai come al solito per il resto. Per Castore, un dono veramente degno, quale è colui che me lo ha fatto! ME. Piuttosto così: un dono degno, quale è colui che lo riceve in dono. GIO. Insisti poi? Non ti posso mandare in rovina, pendaglio da forca? AL. Ti prego, nom adirarti per causa mia con Sosia, Anfitrione. GIO. Farò come tu vuoi. ME. Quanto lo rende crudele l’amore! GIO. Addio. Vuoi altro? AL. Che tu quando sono lontana ami me, io che sono tua anche quando tu sei lotana. ME. Andiamo, Anfitrione: qui il sole inizia a far luce. GIO. Vai avanti, Sosia, io ti seguirò. Che vuoi ancora? AL. Anche che tu ritorni presto. GIO. Va bene; sarò qui prima che tu lo pensi. Stai di buon animo. Ora, o Notte, che mi hai aspettato, ti lasci oandare perché tu faccia posto al giorno, perché illumini i mortali di luce chiara e candida. E farò in modo che, di quanto, o notte, fosti più

549. dispa ret: «per compensare la differenza», se si accetta il verbo disparo di forma intransitiva (solitamente è transitivo, di qui la correzione disparem di Palmer), in modo analogo a differo che ha doppia forma, transitiva e intransitiva.

Plaut. Amph. 882 - 892; 897- 945 ALCUMENA Durare nequeo in aedibus. Ita me probri, stupri, dedecoris a uiro argutam meo! Ea quae sunt facta infecta re esse occlamitat, quae neque sunt facta neque ego in me admisi arguit; 885 atque id me susque deque esse habituram putat. Non edepol faciam, neque me perpetiar probri falso insimulatam, quin ego illum aut deseram aut sátis faciat mi ille átque adiuret insuper, nolle esse dicta quae in me insontem protulit. 890 IUPP. Faciundum est mi illud, fieri quód illaec postulat, si me illam amantem ad sese studeam recipere, 892 … … … … … …. … … … … … ALC. ed eccum uideo qui me miseram arguit 897 stupri, dedecoris. IVPP. Te uolo, uxor, conloqui. Quo te auortisti? ALC. Ita ingenium meumst: inimicos semper osa sum optuerier. 900 IVPP. Heia autem inimicos? ALC. Sic est, uera praedico; nisi etiam hoc falso dici insimulaturus es. IVPP. Nimis iracunda es. ALC. Potin ut abstineas manum? Nam certo, si sis sanus aut sapias satis, quam tu impudicam esse arbitrere et praedices, 905 cum ea tú sermonem nec ioco nec serio tibi habeas, nisi sis stultior stultissimo. IVPP. Si dixi, nihilo magis es, neque ego esse arbitror, et id huc reuorti uti me purgarem tibi. Nam numquam quicquam meo animo fuit aegrius, 910 quam postquam audiui ted esse iratam mihi. Cur dixisti? Inquies. Ego expediam tibi. Non edepol quo te esse impudicam crederem; uerum periclitatus súm animum tuom, quid faceres et quo pacto id ferre induceres. 915 Equidem ioco illa dixeram dudum tibi, ridiculi causa. Vél hunc rogato Sosiam. ALC. Quin huc adducis meum cognatum Naucratem, testem quem dudum te adducturum dixeras, te huc non uenisse? IVPP. Si quid dictum est per iocum, 920 non aequom est id te serio praeuortier. ALC. Non posso resistere in casa. A tal punto essere accusata io di tradimento, vergogna, disonore da mio marito! Ciò che è accaduto afferma che non è accaduto, e mi accusa di ciò che non è né accaduto, né io l’ho commesso; e ritiene che io considererò queste offese come se niente fosse (dal basso in alto). Non lo farò, per Polluce, né sopporterò di essere accusata ingiustamente di tradimento, senza che io o lo pianti in asso o mi dia soddisfa- zione, e giuri, per di più, che non voleva dire quelle cose che ha detto contro me innocente. GIO. ( a parte ) Devo fare quello che quella lì richiede che avvenga, se voglio che essa accolga di nuovo me innamorato presso di lei. … … … … … …. … … … … … ALC. Ma ecco, vedo colui che me infelice accusa di vergognoso adulterio, di disonore. GIO. Voglio parlarti, moglie mia. Dove te ne sei andata? ALC. Così è il carattere del mio carattere: ho sempre odiato guardare in faccia i nemici. GIO. Suvvia, addirittura nemici? ALC. Proprio così, dico il vero, a meno che tu non stia insinuando che anche queste sono falsità. GIO. Sei troppo arrabbiata. ALC. Puoi tenere le mani a posto? Infatti certo, se sei sano di meno o sufficientemente saggio, con quella donna che tu consideri e dici essere impudica, non dovresti scambiare una parola né per scherzo né seriamente, a meno che tu non sia più sciocco del più sciocco degli sciocchi. GIO. Se lo ho detto, non per questo lo sei, né io penso che tu lo sia, ed è questo il motivo percui sono tornato qui per chiederti scusa. Non ho mai provato un dolore più forte nel mio animo come da quando ho saputo che tu eri adirata con me. Perché l’hai detto. Mi dirai. Io te lo spiegherò. Non perché credessi che tu sei una svergognata, ma ho messo alla prova il tuo animo, per vedere che cosa facevi e in che modo ti saresti rassegnata a sopportare la cosa. Davvero, ti ho detto per scherzo quelle cose di poco fa, per ridere. Chiedilo pure a Sosia. ALC. Perché non porti qui il mio parente Naucrate, che or ora dicevi di voler condurre come testimone del fatto che tu non eri venuto qui? GIO. Se una cosa è stata ddetta per scherzo, non è giusto che tu la volga al serio. 882s. probri, stupri, dedecoris: l’adulterio è visto con tre sinonimi, il primo indica la colpa commessa, l’impudicizia; stuprum , la vergogna, dedecoris , il disonore.

884. Traina accoglie la sistemazione del testo di Goetz-Loewe, i codd. hanno infectare est at (stampato con le croci da Ernout). 885. in me admisi: «che non ho ammesso nella mia persona», «che non ho commesso», con evidente sfumatura sessuale, come osserva Christenson. 886. Susque deque: « così dal basso verso l’alto», indifferentemente, cf. Gell. 16,9,2 Significat autem 'susque deque ferre' animo aequo esse et, quod accidit, non magni pendere atque interdum neglegere et contemnere. 887s. neque me perpetiar probri / falso insimulatam, quin ego illum aut deseram: «né sopporterò di essere accusata ingiustamente di tradimento, senza che io o lo pianti in asso». Quin – in dipendenza da sovraordinata negativa, di forma o di senso – si trova con verbi che indicano a) impedire, ricusare, distogliere; b) astenersi, trattenersi ( vix reprimor , comprimor , me non teneo , aegre abstineo , etc.); c) dubitare ( non dubito quin = non dubito che; non dubito quin non = non dubito che non). Per queste sostantive v. al v. 62. 892. Con Traina intendo me … amantem / illam … ad sese. 903. potin: da potisne (sott. est ). 904. si sis sanus … sapias satis: insistito sigmatismo (allitterazione in s-). 906. nec ioco nec serio: coppia con valore di universalità (= mai), di uso proverbiale. 907. stultior stultissimo: espressione comune in Plauto, cf. Curc. 551 stultior stulto. 909. id huc reuorti: id accusativo avverbiale, «per questo». 911. ted esse iratam mihi: in bocca a Giove suona come un rovesciamento dell’ordine naturale dei rapporti dio/uomo. 912. Cur dixisti? Inquies: domanda retorica con cui Giove anticipa l’attacco di Alcmena. 913. Non quo crederem: causale con il congiuntivo – ad introdurre motivazione espressamente negata – , variazione del più comune non quod (talora quia ) … sed … ( quia, quod ), cf. Traina-Bertotti § 374.

930. egomet: pronome rafforzato «da sola». Pudicitia: personificazione della castità femminile divinizzata in età arcaica, e al cui culto erano ammesse le donne che avessero avuto un solo marito. Il tema della pudicitia – come osserva Oniga – già al centro del litigio tra Alcmena e Anfitrione, assume importanza tematica anche nel dialogo tra Alcmena e Giove (vv. 905, 913, 926-7, 930, 932). 931. Il giuramento di Giove è al solito per scherzo: le sue conseguenze cadranno infatti su Anfitrione. 932. arbitrarier: infinito arcaico medio (classico arbitrari ). 933. id fallo: id è accusativo interno, di relazione, «se mento in questo». La struttura con la suppositiva e tum è formulare nei giuramenti (Liv. 22,53,11 si sciens fallo … tum me Iuppiter … leto afficiat ). 934. quaeso … ut iratus sies: quaeso qui con valore pieno, regge la sostantiva con ut. 935. Alcmena, innamorata, non se la sente di condividere il malaugurio per il marito Anfitrione, rivelando così il suo sentimento. 936. te aduorsum: anastrofe. 937. «Non sei adirata con me»: è Giove che parla, con una invesione del rapporto uomo/dio, cf. v. 911 e 934. 939. capiutnt uoluptates: sogg. è homines , che si ricava da hominum del v. 938. 942. si reuentum est: costruzione passiva impersonale con il verbo intransitivo (possibile solo alla terza persona singolare – neutra per le forme composte, cf. Traina-Bertotti § 198. 943. bis tanto amici sunt inter se quam prius: « sono due valte tanto amici di quanto non lo fossero prima». tanto è impiegato nella costruzione comparativa, v. a proposito di quam , v. 508. 9 45. isdem: nominativo del determinativo is+dem > idem. Patiunda sunt: perifrastica passiva con il gerundivo e il verbo essere, con valore di necessità, con vocalismo arcaico ( patienda classico). Si noti la solita ironia nel cogliere il rovesciamento uomo-dio: è il dio che deve fare la purgatio. La costruzione di purgo è purgare aliquem de aliqua re : «scusare qualcuno di qualcosa », con il dativo della persona se purgare alicui , con qualcuno.

Bibliografia di riferimento edizioni e commenti: T. Macci Plauti Menaechmi , ed. with introd. and notes by P. Thoresby Jones, Oxford 1918; Ausgewählte Komödien des T. Maccius Plautus , erkl. von Brix-Niemeyer-Conrad, III Menaechmi , Leipzig-Berlin 1929; Menaechmi T. Macci Plauti Menaechmi , ed. with an introd. and notes by N. Moseley-M. Hammond, Harvard 1968; A.S. Gratwick, Plautus, Menaechmi , Cambridge 1993. traduzioni italiane: E. Paratore, Plauto. Tutte le commedie , vol. III ( Menaechmi, Miles gloriosus, Mostellaria ), Roma (Newton Compton) 1976^1 ; Plauto. I Menecmi , introd. di C. Questa, trad. di M. Scàndola, Milano (BUR) 1984^1 (= 2004); Plauto. Anfitrione, Bacchidi, Menecmi , a cura di M. Rubino, Milano (Garzanti) 2008. saggi e strumenti: J. B. Hofmann, La lingua d’uso latina , Bologna 2000^3 , W. M. Lindsay, Syntax of Plautus , Oxford 1907, C. Questa, Sei Letture Plautine , Urbino, 2004 ( Menaechmi , pp. 59-75); C. Questa-R. Raffaelli, Lecturae Plautinae Sarsinates X, Menaechmi , Urbino 2007; E. Stärk, Die Menaechmi des Plautus und kein griechisches Original , Tübingen 1989; A. Traina-Bertotti, Sintassi normativa della lingua latina , Bologna 1985^1 , A. Traina-G. Bernardi Perini, Propedeutica al latino universitario , Bologna 1998^6 ; A. Traina, Comoedia. Antologia della Palliata , Padova, Cedam, 2000^5. Argomento acrostico 5 10 M ercator Siculus, quoi erant gemini filii, E i surrepto altero mors optigit. N omen surrepticii indit illi qui domist A vos paternus facit Menaechmum e Sosicle. E t is germanum, postquam adolevit, quaeritat C ircum omnis oras, post Epidamnum devenit. H ic fuerat alitus ille surrepticius. M enaechmum omnes civem credunt advenam. E umque appellant meretrix, uxor, et socer. I se cognoscunt fratres postremo invicem. Un mercante siciliano che aveva due figli gemelli morì dopo che uno dei due gli era stato rapito. Il nonno paterno dà al figlio rimasto a casa il nome del rapito: da Sosicle, lo rende Menecmo. E questi, una volta cresciuto, va cercando il fratello per ogni lido, infine giunge a Epidamno. Qui era stato cresciuto il fratello rapito. Tutti credono che lo straniero sia il Menecmo loro concittadino. Lo chiamano così l’amante, la moglie e il suocero. Infine i fraelli si riconoscono l’un l’altro. Gli argomenti sono un’invenzione dei grammatici risalente agli inizi del II sec. a.C. e sopravvivono nei mss. per tutte le commedie plautine ad eccezione delle Bacchides. L’ argomento è in forma di acrostico (solo cinque commedie hanno anche un argomento non acrostico: Amph. Aul. Merc. Mil. Pseud.). Negli argomenti si nota l’impiego di una lingua arcaizzante che cerca di riprodurre lo stile plautino. 1.mercator Siculus nominativus pendens , una forma di anacoluto frequente in Plauto (cf. Lindsay 1907,8s.) quoi (= cui ) … erant : dativo di possesso. 2.ei … optigit lett. ‘gli toccò la morte’( optingo, is, - tigi, - ĕre [ ob +tango ]); locuzione ricercata e molto rara. surrepto altero : ablativo assoluto. alter indica l’altro tra due (qui si tratta di due gemelli).

3. surrepticii ‘del rapito’; l’aggettivo (anche nella forma surrupticius ) è deverbale da subripio (‘sottraggo’) e sfrutta un suffisso (- icius ) che significa ‘aver fatto esperienza di’: cf. ad es. dediticius ‘che si è arreso’, adoptatiticius ‘che è stato adottato’. L’aggettivo non va confuso con l’omografo subrepticius ‘clandestino’ derivato da subrēpo (‘strisciare’, ‘introdursi furtivamente’). indit pres. storico (da indo, indis, indĭdi, indĭtum, - ĕre , frequente in Plauto: ad es. Capt. 69 Iuventus nomen indidit Scorto mihi ‘la gioventù mi ha appioppato il soprannome di Puttana’). domist : prodelisione per domi est ( Propedeutica , 260). 4. avos = avus. 5. quaeritat frequentativo di quaero (cf. Propedeutica 172 - 174), formato con il suffisso – ĭto , rispetto al verbo di partenza (‘cercare’) indica la continuità dell’azione (‘va cercando’), come manto (‘sto aspettando’) rispetto a maneo (‘aspetto’). In altri casi il frequentativo può indicare l’iterazione ( negito ‘nego ripetutamente’ VS nego ‘nego’), il conato ( capto ‘cerco di prendere’ VS capio ‘prendo’), la consuetudine ( potito ‘sono solito bere’ VS poto ‘bevo’), più raramente l’attenuazione ( dormīto ‘dormicchio’ VS dormio ‘dormo’). 6. circum omnis oras nella commedia si insiste sul fatto che Menecmo II ha cercato il fratello per ogni dove (cf. Men. 231s. quam ob rem nunc Epidamnum venimus?/ an quasi mare omnis circumimus insulas? e 237 orasque Italicas omni, … sumus circumvecti ). post ha qui valore avverbiale, equivalente a postremo. Epidamnum : generalmente le palliate sono ambientate ad Atene, la scelta di Epidamno rappresenta un’eccezione. devĕnit : presente. 7. fuerat alitus = erat altus ; in realtà alitus come participio di alo, - is, alui, - altum, - ĕre (‘nutrire’, ‘allevare’) è attestato solo a partire dall’età augustea: Plauto conosce solo altus. La forma di più che perfetto passivo con fuerat (più frequente in Terenzio che in Plauto) sottolinea l’anteriorità (‘era già stato allevato’). 11 i = ei ; nell’acrostico la forma MENAECHMEI si giustifica come un’antica forma di nominativo in - ei della II decl. se… invicem : la costruzione ridondante è frequente nel latino argenteo. I parte: vv. 77 - 95 77 PENICULUS Iuventus nomen fecit Peniculo mihi, ideo quia mensam, quando edo, detergeo. homines captivos qui catenis vinciunt 80 et qui fugitivis servis indunt compĕdes, nimis stulte faciunt mea quidem sententia. nam homini misero si ad malum accedit malum, I giovani mi hanno soprannominato Spazzola, perché, quando mangio, pulisco la tavola. Quelli che incatenano i prigionieri e che mettono i ceppi agli schiavi fuggitivi, secondo me fanno proprio una sciocchezza. Perché per un disgraziato, se a un male se ne aggiunge un