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Appunti del corso di diritto penitenziario della prof. Silvia Buzzelli
Tipologia: Appunti
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Anno accademico 2018/ Corso della Professoressa Silvia Buzzelli 2 ottobre 2018 Lezione introduttiva
emergenziale. L'emergenza, se pensiamo al vero significato della parola, è una situazione sì prevista, ma a termine. Bisogna intervenire, ad esempio, perchè è crollato un palazzo. Un fatto limitato nel tempo, è a termine. Mentre secondo quello che ci viene detto noi siamo in una perenne emergenza (pensa a “emergenza criminalità”) → ma non è così → bisogna quindi usare le parole in maniera appropriata e specifica.
sicurezza sempre rispettando la dignità umana → di cosa si tratta? Può essere una parola utilizzabile in tutte le situazioni.
le pene erano altre (si stava lì in attesa di essere condannati a morte, o in attesa di una pena corporale).
costituzionale per noi) → è impensabile, perchè non si può rieducare la natura. Quando riaffiorano le idee di Lombroso significa cancellare il principio fondamentale previsto dall'articolo 27.
naturale pensare a una misura della custodia cautelare collegata alla scadenza dei termini. Un'idea de genere viene assolutamente respinta in quel periodo, perchè il ministro dice che la carcerazione preventiva, se dovesse avere dei termini massimi, sarebbe aberrante e insidiosa.
11 ottobre 2018
struttura penitenziaria. Quindi tutti trattati allo stesso modo, tolleranza zero = naturalizzazione. Qualcuno chiama questo approccio anche tipico del “modello Guantanamo” → la struttura detentiva gestita dai marines in cui sono stati rinchiusi senza diritti di nessun tipo presunti terroristi islamici (è un modello in cui i diritti delle persone detenute sono paragonabili ai detenuti in campo di sterminio).
giorni di carcere da detenuto presunto innocente. Non è un fenomeno che possiamo cancellare, perchè se le cose stanno così vuol dire anche che l'intero processo penale ne esce snaturato. Che funzione ha il processo penale, a questo punto?
Nel nostro ragionamento complessivo vale la pena di tener conto anche di questa diversa considerazione (magari rispetto alla nostra impostazione) che hanno i grandi criminali. A volte si da per scontato i passaggi detentivi, ma quello che la grande organizzazione teme è l'attacco al patrimonio.
problema? Il motivo per cui molti costituzionalisti attaccano il termine? E attaccano proprio la parola, non il concetto di fondo. Se ci spostiamo sul versante della grande Europa e andiamo a consultare le regole penitenziarie europee non troviamo questa parola, ma altre terminologie → si parla (regola 107 – liberazione dei condannati) della necessità di aiutare un individuo condannato attraverso programmi che possano consentire il passaggio dalla vita in istituto a una vita rispettosa del diritto interno (in seno alla collettività). Si parla di “graduale ritorno alla vita in un ambiente libero” → se vogliamo trovare qualcosa di simile nel nostro sistema, qui si insiste molto di più sul reinserimento. Le parole sembrano ancora più pesanti. Non significa costruire il cittadino modello (anche perchè non sappiamo come sia), ma allontanamento recidiva, rispetto regole di convivenza etc.. nell'articolo 106 di queste regole si parla di “vita responsabile e esente dal crimine” → questo articolo si intitola “educazione dei condannati” e non rieducazione. C'è molta più modestia forse in queste regole penitenziarie. Noi partiamo molte volte dalla rieducazione senza tener conto dell'educazione → le questioni fondamentali sono nell'educazione. A volte abbiamo la pretesa di rieducare un soggetto che non ha mai avuto opportunità educative. Non bisogna partire dalla rieducazione, ma dall'educazione. Noi diamo per scontato un dato: che in fondo quel soggetto abbia perso qualcosa, e bisogna RI-educarlo. Un magistrato francese sosteneva che si da la rieducazione nel momento in cui si è disposti a correre il rischio dell'educazione. Quindi il centro del discorso si sposta: prima ancora di rieducare, bisogna essere capaci di educare. Il discorso educativo si sposta in un altro ambito, è precedente. Ecco quindi la critica! La rieducazione è proprio anche un concetto che non convince, proprio perchè da per scontato qualcosa che scontato non è. Allora dobbiamo ampliare i ragionamenti: partire da educare, poi rieducare, tener conto che qualcuno è diseducato, maleducato.. le ipotesi si moltiplicano. In un protocollo etico che si sono dati alcun ordini dei giornalisti italiani si usa l'espressione sarebbe diseducativo informare in maniera non corretta. Non possiamo quindi permetterci di cancellare il termine, ma eventualmente possiamo tener conto di questa prospettiva.
violenza? Se andiamo a vedere l'esperienza di Gorgona (ultima isola carcere) ci accorgiamo che è stato un tema dibattuto. Ci sono stati periodi con una scelta di nonviolenza, mentre in altri periodi si è abbandonata questa scelta. Facciamo riferimento alla presenza di un macello nella struttura penitenziaria. La grande domanda che molti si sono posti è: è possibile rieducare delle persone attraverso un lavoro violento, come quello che si svolge in un macello (che comunque è legato all'uccisione). Una persona magari è lì per reati di sangue, posso rieducarla facendola partecipare a una catena lavorativa violenta? Per gli autori del volume la risposta è NO, ma per altri va bene così. 16 ottobre 2018