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Diritto processuale penale - Risposte Aperte - CORRETTO E AGGIORNATO, Panieri di Diritto Processuale Penale

Diritto processuale penale - Risposte Aperte - CORRETTO E AGGIORNATO

Tipologia: Panieri

2021/2022

In vendita dal 26/02/2022

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Che cosa si intende per valutazione del trattamento
e in che modo è possibile realizzarla?
La valutazione del trattamento penitenziario
non è un semplice giudizio sul ravvedimento
della persona ma è l'insieme di una serie di
azioni che l'istituzione mette in campo per
assicurare alla persona una stabilità concreta
nelle sfere affettiva e lavorativa, proiettate nel
contesto sociale esterno. Per verificare le
competenze di partenza del detenuto e stabilire
quali dovranno essere quelle da raggiungere,
sarà necessario: stabilire quali siano gli
strumenti di partenza del soggetto; valutare le
modalità di reazione del soggetto ai diversi
stimoli; valutare quali possano essere,
attingendo dai dati raccolti, le competenze finali
da acquisire per ottenere un nuovo standard
comportamentale del soggetto. La valutazione
del percorso trattamentale diventa dunque
anche un'autovalutazione che fa di se
l'istituzione stessa. Risulta alquanto difficile
avere un quadro valutativo effettivo del
percorso di rieducazione della persona detenuta
poichè si può valutare la modificazione dei
comportamenti dell'individuo all'interno del
contesto penitenziario ma è cosa assai più
difficile, ivece, prevedere se questi
cambiamenti risulteranno definitivi a contatto
con l'ambiente esterno. Ciò è causato il più delle
volte per l'assenza di efficaci strumenti di
reinserimento nel tessuto sociale che si vanno a
sommare alla cronica carenza di personale sia
all'interno che all'esterno delle carceri che
determinano l'impossibilità di seguire
efficacemente il percorso rieducativo e
risocializzante del detenuto. La valutazione del
trattamento rappresenta, quindi, il metodo
attraverso cui sarà possibile individuare gli stadi
critici della persona, per permettere agli
operatori di adattare periodicamente la
somministrazione delle attività trattamentali
necessarie al raggiungimento dell'obiettivo sul
quale si basa il c.d. patto trattamentale fra
l'istituzione e il detenuto.
Che cos'è il processo di interiorizzazione? Interiorizzare è il processo attraverso il quale gli
oggetti esterni percepiti dall’individuo vengono
rappresentati mentalmente, ossia sono
convertiti in immagini e simboli che
costituiscono l’insieme dei contenuti psichici
della persona, determinandola. L’interazione
umana crea cultura e i processi di
socializzazione tra gli individui determinano le
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reale, poiché esso èpercepito dalla mente
secondo il suo peculiare processo di sviluppo. La
realtà è quindi ciò che l'individuo è in grado di
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Che cosa si intende per valutazione del trattamento e in che modo è possibile realizzarla? La valutazione del trattamento penitenziario non è un semplice giudizio sul ravvedimento della persona ma è l'insieme di una serie di azioni che l'istituzione mette in campo per assicurare alla persona una stabilità concreta nelle sfere affettiva e lavorativa, proiettate nel contesto sociale esterno. Per verificare le competenze di partenza del detenuto e stabilire quali dovranno essere quelle da raggiungere, sarà necessario: stabilire quali siano gli strumenti di partenza del soggetto; valutare le modalità di reazione del soggetto ai diversi stimoli; valutare quali possano essere, attingendo dai dati raccolti, le competenze finali da acquisire per ottenere un nuovo standard comportamentale del soggetto. La valutazione del percorso trattamentale diventa dunque anche un'autovalutazione che fa di se l'istituzione stessa. Risulta alquanto difficile avere un quadro valutativo effettivo del percorso di rieducazione della persona detenuta poichè si può valutare la modificazione dei comportamenti dell'individuo all'interno del contesto penitenziario ma è cosa assai più difficile, ivece, prevedere se questi cambiamenti risulteranno definitivi a contatto con l'ambiente esterno. Ciò è causato il più delle volte per l'assenza di efficaci strumenti di reinserimento nel tessuto sociale che si vanno a sommare alla cronica carenza di personale sia all'interno che all'esterno delle carceri che determinano l'impossibilità di seguire efficacemente il percorso rieducativo e risocializzante del detenuto. La valutazione del trattamento rappresenta, quindi, il metodo attraverso cui sarà possibile individuare gli stadi critici della persona, per permettere agli operatori di adattare periodicamente la somministrazione delle attività trattamentali necessarie al raggiungimento dell'obiettivo sul quale si basa il c.d. patto trattamentale fra l'istituzione e il detenuto. Che cos'è il processo di interiorizzazione? Interiorizzare è il processo attraverso il quale gli oggetti esterni percepiti dall’individuo vengono rappresentati mentalmente, ossia sono convertiti in immagini e simboli che costituiscono l’insieme dei contenuti psichici della persona, determinandola. L’interazione umana crea cultura e i processi di socializzazione tra gli individui determinano le dimensioni e le caratteristiche del contesto reale, poiché esso èpercepito dalla mente secondo il suo peculiare processo di sviluppo. La realtà è quindi ciò che l'individuo è in grado di

percepire mentalmente e nella quale egli esplicita i suoi gesti, dando vita al contesto che culturalmente lo rispecchia. Il bambino non interiorizza il mondo delle persone per lui importanti come uno dei molti mondi possibili: lo interiorizza come il mondo, l’unico mondo esistente e concepibile. Per questo il mondo interiorizzato nella socializzazione primaria è tanto più saldamente radicato nella coscienza di quanto lo siano i mondi interiorizzati nelle socializzazioni secondarie. Che cos'è la risposta condizionata e in quale modo essa risulta determinante all'interno di un percorso trattamentale? Secondo il meccanismo del condizionamento, teorizzato dallo psicologo statunitenze Watson, l'associazione ripetuta di uno stimolo neutro con una risposta non direttamente correlata ad esso, farà sì che, dopo la ripetizione di questo meccanismo in un periodo di tempo, allo stimolo segua una risposta condizionata. Il filosofo, psicologo e sociologo statunitense Geoge Herbert Mead sosteneva che l'azione umana fosse guidata dal principio per cui ad un preciso stimolo proveniente dall'ambiente circostante dovesse corrispondere una reazione correlata, arricchita dall'attribuzione simbolica che l'individuo le associava. Vista all'interno di un percorso trattamentale, questa teoria risulterà determinante poichè intervenendo sugli stimoli provenienti dall'ambiente circostante si riuscirebbe a far avere differenti reazioni correlate dell'individuo, modificandone l'attribuzione simbolica che lo stesso le associa. Intervenendo sugli stimoli esterni, quindi, si porterebbe l'individuo a variare le proprie reazioni.

Cosa intendiamo per disculturazione e quali sono i suoi caratteri principali? La disculturazione è quel processo che porta un individuo a perdere una serie di capacità e abilità culturali, tipiche della società esterna. La perdita culturale di maggior rilevanza è l'autonomia individuale, infatti ad esempio, in carcere il detenuto chiede permesso per ogni cosa ed ogni cosa gli deve essere concessa, anche la più banale. Viene minata, quindi, l'autodeterminazione e la libertà interiore della persona. La disculturazione è riconoscibile nella progressiva perdita di ruoli sociali, attraverso una mancanza di allenamento ad agire e pensare secondo un modo culturalmente differente. I caratteri principali della disculturazione sono essenzialmente tre: l'acquisizione da parte dell'individuo di un atteggiamento di obbedienza; la spoliazione psicologica dal proprio ruolo sociale; la rottura delle barriere che normalmente tengono separate le diverse sfere della vita umana, quali ad esempio il lavoro, la vita affettiva, l'istruzione, ecc. e la loro concentrazione in un ambiente unificato e sotto la medesima autorità. La conseguenza più evidente del processo di disculturazione è la riduzione della varietà e creatività di aspettative ed una risposta comportamentale dell'individuo che restringe il proprio orizzonte mentale e sentimentale a quello penitenziario. Nel processo di disculturazione l'individuo si discosta totalmente da ogni riferimento temporale della società esterna, conformandosi al tipo di organizzazione temporale della quotidianeità del carcere. Il detenuto, quindi, non ha più una visione complementare del resto del mondo che lo circonda ma vive in una dimensione irreale perchè concentrata completamente su se stesso e sull'ambiente penitenziario.

Cosa si intende per approccio globale alla cultura criminale? Avere un approccio globale alla cultura criminale vuol dire studiare la criminalità così da comprenderne la su a origine, la forma entro cui si esprime, la curva del suo mutamento. I reati, infatti, costituiscono una vera e propria categoria culturale, uno stile di comportamento composto da simboli, valori, linguaggio, struttura del pensiero, finalità e relazioni ben precise. Agire su un ambiente così consolidato, quindi, deve presupporre un'analisi specifica. Spesso chi vive in un certo modo, seguendo prorie regole alternative, non concepisce la propria vita come una violazione, prendendo coscienza del proprio vissuto deviante solo nel momento in cui la società lo riconosce attraverso il processo. Ciò ingenera molto spesso, nell'individuo che ha sempre vissuto in quella che ritiene una vita normale, l'aumento del risentimento ed il senso di ingiustizia esercitati dallo Stato che lo condanna. Ne consegue che nel momento in cui ci si approccia allo studio del crimine, per studiare modalità di relazione che portino alla redazione di efficaci programmi di trattamento e orientare il contenuto delle attività in essi previste, sarà necessario avere un quadro di riferimento chiaro e strumenti precisi in merito alla ricerca qualitativa sul crimine. Infatti, la criminalità è oggetto di studio in quanto dato statistico e quando si parla di criminalità, quindi, si dovrà tentare sempre un approccio globale al fenomeno, partendo dall'idea che si tratta di una subcultura e che quindi ha inizio in un immaginario collettivo condiviso ma ne prende le distanze su una serie di nuclei significativi. Lo studio sui contenuti tenderà ad individuare questi nuclei e analizzarli secondo metodi di ricerca qualitativa.

Cos'è la prigionizzazione e quali effetti comporta? La prigionizzazione è un processo naturale che rende l'individuo antisociale e accentua i tratti di mentalità criminale, indotti dal carcere stesso. A causa dell'imprigionamento tutti gli aspetti di progettualità vengono improvvisamente annullati e la persona si trova in una situazione di precarietà assoluta che determina una perdita di identità e una disorganizzazione della personalità. Ad essa subentra una individualità c.d. d'emergenza che tende a rafforzarsi con il passare del tempo e che si basa sull'assorbimento dei valori, delle esperienze mentali e sensoriali e della subcultura tipiche dell'ambiente carecerario. Il processo di prigionizzazione è quindi il processo di adattamento e assuefazione all'ambiente carcerario, necessario per sopravvivervi. E' direttamente proporzionale alla durata della pena da scontare ed è tanto più profondo quanto più sono fragili i legami della persona con il mondo esterno. Questo processo nasce dall'esigenza di controllo e di ordine da parte dell'Istituzione che inevitabilmente favorisce il processo di sdradicamento dell'individuo dalla società civile. Un individuo perfettamente prigionizzato, infatti, sarà più facile da controllare ma, nel contempo, sarà molto difficilmente in grado di riadattarsi alla libertà poichè risulterà privato dei mezzi di adattamento ad un ambiente diverso da quello carcerario come quello della società che tende ad essere ostile e ghettizzante. Nel processo di prigionizzazione, l'individuo assume il linguaggio ed i criteri interpretativi della realtà propri del sistema carecarario che coinvolge quasi tutti i detenuti e che alla fine presenteranno alcuni tratti comuni a tutti, ovvero: l'accettazione della loro inferiorità sociele; la capacità di comprendere i meccanismi interni al carcere; l'adozione di una sorta di codice di comportamento tipico di questo ambiente. La personalità risulta incapace di sviluppare stabilità e senso critico, poiché tale processo risulta ostile al percorso tratt.le.

In che modo il trattamento penitenziario può garantire il processo di rieducazione sociale? Il trattamento rieducativo penitenziario è lo strumento fondamentale rivolto alla rieducazione del reo, mediante il recupero dei valori sociali mortificati dalla commissione del reato, attraverso tutte quelle attività che si svolgono all'interno dell'Istituto quali il lavoro, le attività professionali, ricreative, sportive, religiose, di volontariato, i lavori di pubblica utilità, i contatti con il mondo esterno e la famiglia. Quindi, quell'insieme di attività, misure ed interventi che concorrono a conseguire l'obiettivo della risocilalizzazione della persona detenuta. Tali interventi sono promossi dall'Amministrazione Penitenziaria e devono essere mirati ad avviare un processo di modificazione delle condizioni e degli atteggiamenti personali, nonchè delle relazioni familiari e sociali che sono da ostacolo ad una costruttiva partecipazione sociale anche attraverso l'attivazione di una consapevolezza critica da parte dei condannati sulle condotte giuridiche poste in essere e sulle conseguenze che tali condotte hanno avuto sulle vittime, sulla famiglia e sulla società, da cui far nascere un a volontà di cambiamento. Il trattamento rieducativo ha fondamentalmente una funzione trasformativa e risulterà efficace nel garantire il processo di rieducazione sociale quando interverrà sulla persona al fine di fargli acquisire competenze civilio e sociali, gli stimolerà una revisione critica di sé, farà nascere in lui una volontà di cambiamento egli farà acquisire buone norme di condotta. In che modo il volontariato collabora al processo congiuntivo? Il detenuto vive la sua condizione di recluso con diffidenza verso chi opera all'interno del carcere, indossando una sorta di maschera e mettendo in pratica strategie interpersonali di accondiscendenza nella speranza di accorciare o quantomeno alleviare la pena. Il carcere, infatti, è colmo di momenti visti dal detenuto come vere e proprie formule ripetute dove ognuno sembra recitare la su a parte, come ad esempio durante i colloqui con gli operatori. La figura del volontario rappresenta per il detenuto la variabile che in tale contessto potrebbe risultare centrale per l'attivazione di un dialogo reale e sincero con un rappresentante del mondo esterno. Il volontario è percepito dal detenuto come un amico che entra in carcere per portargli sollievo attraverso una chiaccherata o condividento un interesse come può essere il teatro, la lettura, un hobbi o

estremizzata si crea un universo simbolico autoreferenziale che manipola la storia dell'individuo. In che modo un luogo antropologico è in grado di offrire identità e attraverso quale tipo di processo? Un luogo antropologico è il prodotto di una società localizzata nel tempo e nello spazio, in grado di garantire agli individui identità, relazione e storicità che rappresentano i caratteri stessi del luogo. Il luogo, quindi è identitario, relazionale e storico. In grado di offrire identità poichè permette di caratterizzare l'identità di chi lo abita, attivando autentici processi di socializzazione; permette agli individuai che lo abitano di instaurare rapporti reciproci, secondo un senso di appartenenza comune; è in grado di ricordare all'individuo le proprie radici storiche attraverso riferimenti immediatamente comprensibili. Perché il fenomeno di radicalizzazione religiosa è pericolo in carcere? Il fenomeno della radicalizzazione religiosa attecchisce particolarmente nei contesti dove la persona è alla ricerca di una propria identità e il carcere ne è il luogo simbolo, dove il problema identitario è sentito in maniera fortissima da tutti i detenuti. Il fenomeno della radicalizzazione, inoltre, attecchisce principalmente in contesti di poverà dove gli individui hanno difficoltà di integrazione in termini sociali, economici e culturali. In carcere il fenomeno della radicalizzazione è particolaremente pericoloso, quindi, perchè queste categorie a rischio sono nettamente superiori rispetto alla società esterna ela possibilità di identificarsi in simili ideologie religiose cresce in maniera esponenziale a causa della forzata convivenza quotidiana che si ha in un contesto di limitata libertà individuale.

Perché il modello di Bandura vanifica la deterrenza? Lo psicologo canadese Albert Bandura condusse una serie di esperimenti sull'aggressività, celebre quello della bambola Bobo, che hanno teorizzato come il rapporto tra carcere e società, nonostante il tentativo di creare una barriera, sia da considerare fallimentare. Bandura mirò a dismostrare, infatti, come l'atteggiamento aggressivo fosse frutto di apprendimento sociale per imitazione, verificando che il comportamento aggressivo può essere modellato, ossia appreso per imitazione. Sulla scorta degli esperimenti condotti, Bandura elaborò la Teoria dell'apprendimento sociale, secondo cui l'apprendimento non è soltanto frutto di un'esperienza diretta ma anche semplice osservazione che non comporta quindi l'immediato contatto diretto. Tale processo di apprendimento, denominato modellamento, identifica il comportamento che si tende a seguire osservando un modello che ha una incidenza sociale. Ad esempio la spettacolarizzazione del crimine da parte dei media risulterà in netta contraddizione con la volontà di allontanare il male dalla società. Lo stesso carcere, con la sua chiusura, ill suo atteggiamento segregante e punitivo, perde la sua efficacia deterrente in quanto non fa che fornire esso stesso dei modelli sociali. Perché la paura rappresenta uno strumento sociale di controllo? La paura, in quanto stato di turbamento che può mettere il soggetto in condizioni di rifuggire da ciò che lo turba, è una sensazione istintiva che può essere controllata ed educata socialmente. Jean Delumeau, ad esempio, affermava che le comunità sono guidate dalle emozioni ed il potere ha sempre utilizzato consapevolmente il sentimento della paura per conservare il prorpio ruolo e controllare la massa, orientandola a proprio favore e contro i propri nemici. Si tratta, come la definì Delumeau, della propaganda delle atrocità, ossia, la denuncia di crimini che gli avversari avrebbero commesso contro la comunità al fine di giustificare e rendere lecite azioni rivolte contro gli avversari. Suscitare quindi paura è lo strumento storicamente più efficace per rendere un potere solido e inattaccabile. La paura di vedere al potere chi, secondo quanto viene fatto credere, ha commesso atrocità di ogni genere, autorizza ogni tipo di sopruso e di limitazione della libertà. Quando la gente teme

Perché si parla di letteratura carceraria e qual è la caratteristica principale delle sue opere (citarne alcune)? Il Carcere è sempre stato visto come un luogo fortemente simbolico e fortemente condizionato e condizionabile dall'immaginario collettivo, entrando a far parte di una comunicazione sociale estremamente orientata in quanto esso rappresenta il male. Il Carcere ha rappresentato una letteratura di denuncia, è letteratura poiché è entrato prepotentemente nella produzione artistica e lettararia di ogni tempo dal tema nettamente politico. Dall'Antigone di Sofocle alla Divina Commedia di Dante Aligheri, dalla Ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde a Torquato Tasso a Silvio Pellico ai diari Anna Frank, il tema carcerario è entrato a far parte di una letteratura appunto di denuncia, articolandosi in varie forme letterarie e rappresentando una sorta di macrogenere. Si tratta di opere scritte con l'intento di denunciare il potere o il governo contemporanei all'autore che hanno come oggetto principale il carcere e la necessità di giustizia che in ogni società è uno dei principi fondanti della vita collettiva. Il penitenziario quindi è stato un fortissiomo propulsore creativo e intellettuale nel tempo. La conoscenza di tale letteratura, saperne leggere le opere da questo punto di vista, significa essere in grado di attivare una profonda riflessione sulla dimensione del penitenziario, su quella che è la sua funzione sociale ma soprattutto per colmare l'attuale carenza dei modi del rinnovamento comunicativo. Qual è la base scientifica del comportamentismo? Il comportamentismo è la teoria secondo cui il comportamento esplicito dell'uomo rappresenta l'unico dato scientificamente analizzabile dal punto di vista della psicologia, secondo un metodo di stimolo dato dall'ambiente e la conseguente risposta attraverso un comportamento. La cultura possiede in se gli elementi che scatenano la paura e ogni subcultura si identifica per delle specifiche paure che è in grado di indurre rispetto alla cultura principale. Il sistema difensivo è cemtrale nel principio evolutivo e si basa su tre componenti essenziali che attivano tre sistemi di risposta: componenti comportamentali; componenti psicofisiologiche; componenti cognitivo-verbali. L'uomo è in grado di ereditare il comportamento, quindi, di ereditare il comportamento di risposta alla paura. Ne consegue che è in grado di ereditare

la paura stessa che rende il comportamento dell'uomo osservabile, rilevabile e modificabile. Qual è la funzione della criminologia in ambito penitenziario? La criminologia si occupa di studiare la personalità del colpevole, individuando sia i tratti patologici del comportamento deviante che i tratti ambientali e caratteriali dello stesso. La criminologia ha una funzione descrittiva e mira a identificare l'origine, la distribuzione, il consolidamento e l'evoluzione del profilo criminale. L'apporto della criminologia in ambito penitenziario rappresenta un'importante risorsa di riflessione e critica in relazione alla gestione della comunicazione dell'Istituzione penitenziaria con il territorio e una risorsa capace di coadiuvare l'osservazione scientifica della personalità del detenuto e la definizione del trattamento penitenziario personalizzato. La Criminologia, quindi, rappresenta una fondamentale risorsa in ambito penitenziario, grazie soprattutto al suo approccio multidisciplinare e multifunzionale che studia e descrive il linguaggio criminologico e la percezione che si ha del reato. Qual è la relazione tra carcere e media? La comunicazione rappresenta un tema fondamentale che interfaccia il contesto carcerario alla società esterna poiché la mancanza di comunicazione impedisce un reale accordo fra le esigenze della società civile e della risocializzazione e la rigida struttura gerarchica che fa capo all'Amministrazione Penitenziaria. La comunicazione tra la società esterna e il sistema carcere, dunque, è fondamentale per costruire un sistema di valori condivisi utile ai fini del reinserimento sociale. In quest'ottica risulta essere assai significativa la Carta delle pene e del Carcere, approvata a Milano il 13 marzo 2013 dal Consiglio Nazionale dei Giornalisti sui diritti dei detenuti e i doveri della stampa, con la quale il mondo della stampa riconosce di poter esercitare un ruolo attivo nel processo di risocializzazione del condannato, influenzando l'opinione pubblica. L'informazione dunque viene considerata lo strumento fondamentale di lotta ai pregiudizi e all'esclusione sociale. L'obiettivo della Carta delle pene e del Carcere è quello di attribuire alla stampa il ruolo di far superare all'opinione pubblica quei preconcetti e pregiudizi sul carcere, contribuendo a far superare quell'idea di carcere come luogo di punizione. La rieducazione praticamente diventa un fatto

Quale fu l'effetto dell'introduzione del Codice Rocco nelle carceri italiane e quale l'aspetto più mortificato relativo alla persona? Il Codice Rocco, fedele alla visione fascista dell'epoca, andò a soppiantare la precedente visione liberale del carcere e del principio del rispetto dell'uomo che considerava il detenuto come una persona pienamente recuperabile. Gli sforzi di riforma avvenuti fino ad allora dunque furono del tutto dimenticati durante il periodo fascista, il carcere tornò ad essere un luogo di punizione e criminalizzazione. La vita affettiva e relazionale del detenuto veniva negata e sopraffatta dall'Istituzione, la stessa vita intellettuale risultava pesantemente compromessa e gli stessi colloqui con i familiari avvenivano tra reti metalliche e sotto il diretto controllo delle guardie che ascoltavano il colloquio. Le sanzioni disciplinari, che andavano dall'ammonizione del Direttore all'isolamento, di fatto miravano a compromettere la funzionalità della persona tendendo a mortificarla, compromettendo la sua stessa salute mentale. La vita penitenziaria era dunque improntata alla mortificazione, alla scomodità, alla denigrazione dell'individuo, ben lontana dalla visione liberale del codice Zanardelli e dal principio del rispetto dell'uomo. L'architettura penitenziaria era concepita in maniera tale che vi fosse una netta separazione del mondo penitenziario da quello della società libera, procedendo all'esclusione sociale del condannato e isolandolo anche all'interno del contesto penitenziario dove, per sopravvivere, i condannati inevitabilmente diedero vita ad una subcultura carceraria, una psicologia della resistenza che di fatto inbrigliò il sistema in una dinamica della negazione.

Quali furono i motivi principali dell'intervento sul tema del penitenziario da parte degli intellettuali illuministi? Uno dei motivi principali che spinse gli intellettuali illuministi ad intervenire sul tema del penitenziario è rappresentato dalle condizioni giudicate indegne in cui versavano le prigioni del tempo. Si tentò dunque di influenzare il cambiamento delle modalità sanzionatorie della detenzione esponendo alla vista la sofferenza prodotta in carcere con l'intento di suscitare la pubblica indignazione. La descrizione del dolore che gli intellettuali illuministi misero in campo riuscì a cambiare la funzione della pena in maniera concreta. Quella forma pubblica di dolore accettata fino ad allora, con funzione deterrente e quale strumento di espiazione, grazie alla descrizione illuminista messa in atto, divenne sempre meno tollerata. Grazie a quest'opera di affinamento della sensibilità borghese, che non tollerava più la sofferenza pubblicamente esposta, si diede il via al processo di riforma del penitenziario e del sistema punitivo moderno. Quali sono i gradi principali della socializzazione secondo Mead e da cosa sono contraddistinti? Il filosofo, psicologo e sociologo statunitense Geoge Herbert Mead, sosteneva che il contesto ambientale è sempre frutto delle relazioni tra esseri umani e l'esperienza di ognuno di essi è sempre esperienza sociale. Mead individua due gradi principali della socializzazione: La socializzazione primaria e la socializzazione secondaria. Durante la socializzazion e primaria l'individuo è ancora nello stato infantile e interiorizza i processi che determinano la prima costruzione dell'immagine della realtà, filtrata attraverso le relazioni con le figure fondamentali dal punto di vista affettivo, infatti in questa ètà il bambino non interiorizza il mondo delle persone a lui vicine come uno dei tanti mondi possibili ma come l'unico mondo esistente. Durante la successiva fase della vita dell'individuo e coincidente più o meno con l'inizio del percorso scolastico, vi è la socializzazione secondaria che avviene quando egli entra in contatto con altre realtà in cui le relazioni affettive non sono fortemente connotate e avvia la fase del gioco secondo le regole. Questa socializzazione prosegue per tutto il resto della vita. L'individuo, quindi, espande la percezione della realtà, confrontandola con altre realtà che lo circondano, definendo il proprio ruolo e le proprie competenze. Di conseguenza avvengono nuove forme di interiorizzazione.

Quali sono i problemi principali inerenti il dopo pena? Negli articoli 45 e 46 dell'Ordinamento Penitenziario, nel rispetto di quanto sancito dall'art. 2 della Carta Costituzionale, è prescritta l'assistenza alle famiglie e l'assistenza post penitenziaria. L'assistenza alle famiglie è prescritta al fine di mantenere e migliorare le relazioni del singolo con i familiari e al fine di garantire un reinserimento sociale di successo. L'assistenza post penitenziaria è rivolta al detenuto e deve durare sia nella fase precedente alla scarcerazione che per un congruo periodo di tempo successivo alla scarcerazione così da stabilizzare l'effetto del trattamento rieducativo, assicurando all'individuo un reale accompagnamento dopo l'espiazione della pena. Secondo questo principio il carcere si pone come ente riabilitativo e non puramente espiativo, non crea solo sofferenza ma aiuta. Tale assistenza però è resa difficoltosa a causa di problematiche rilevate a livello comunicativo, a livello organizzativo interno e a livello organizzativo sociale esterno al carcere e accentuate dalla carenza, per non dire assenza, di opportunità concrete di reinserimento, di strutture o reti solidali di accoglienza post-penitenziaria e di percorsi studiati di contatto con l'esterno precedenti alla scarcerazione, oltre che alle croniche carenze finanziarie e di personale degli Uffici di Esecuzione Penale Esterna. Infine, il dopo pena è caratterizzato da problematiche che accomunano spesso i detenuti che hanno espiato la loro pena: la mancanza di affetti e la difficile ricostruzione dei rapporti sociali; la difficoltà di trovare e mantenersi un alloggio; la scarsa o nulla disponibilità economica; la mancanza di un lavoro; la carenza di assistenza medica e psicologica; la crisi di identità; la percezione del carcere come un luogo sicuro.

Quali sono le caratteristiche dei penitenziari peggiori in assoluto? Un carcere concepito per il contenimento un elevatissimo numero di detenuti presenta sicuramente le peggiori caratteristiche in assoluto perché vengono meno le basilari funzioni morali che il carcere dovrebbe avere, come ad esenpio la fuzione del perdono sociale. L'approccio cristiano del perdono, infatti, consiste nell'abbandono del risentimento a favore del recupero della persona ed è alla base della concezione morale del mondo penitenziario. Del pari, anche un carcere eccessivamente sovraffollato determina insicurezza, soprusi, reati e un alto tasso di suicidi e morti sospette, oltre ad abusi di vario genere. In questi luoghi, la vita della persona non ha alcun valore e la brutalità della vita tra le mura ha terribili corrispondenze con la politica sociale in generale. Il penitenziario, oggi, ha una responsabilità elevata, quella di veicolare il cambiamento e di trasformare una realtà degradata in una situazione di crescita personale e sociale per tutti, principi questi che di certo non potranno trovare attuazione in contesti dove il numero di detenuti è elevato o, peggio, in condizioni di sovraffollamento. Quali sono le caratteristiche essenziali di un nonluogo e come agisce sulla persona? Il nonluogo agisce per sottrazione e mette in atto tale sottrazione attraverso un meccanismo di falsificazione della percezione, ossia tramite la perdita del controllo di situazioni naturalmente gestite dall’essere umano. La perdita del controllo determina la necessità da parte dell’individuo di delegare il controllo di una determinata dimensione del quotidiano a terzi. Attraverso l’ampliamento eccessivo delle dimensioni di spazio, tempo e personalità, è possibile sottrarre all’individuo i processi di relazione, identità e storicità, caratteri essenziali dei luoghi antropologici. Anche il non luogo sviluppa le sue peculiarità prodotte dalla surmodernità. Si tratta di tre caratteristiche di eccesso. L'eccesso di tempo in cui il flusso di informazioni risulta incontrollabile per l'individuo, superando la sua capacità di percepire e vivere nel flusso temporale, poiché è negato il tempo di assimilazione e rielaborazione dei dati; L'eccesso di spazio in cui l'accelerazione dei mezzi di trasporto, insieme alla percezione di potersi muovere nello spazio infinito data dalla rete internet, hanno modificato la percezione concreta dello spostamento fisico, creando riferimenti immaginari e sottraendo all’individuo la