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Ecclesiastico. Appunti di diritto ecclesiastico, Appunti di Diritto Ecclesiastico

riassunti dettagliati di ecclesiastico

Tipologia: Appunti

2015/2016

Caricato il 25/05/2016

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CAPITOLO 1. RELIGIONI, DIRITTO, STATO
PARAGRAFO 1: LE RELIGIONI DEL LIBRO DEL MEDIO ORIENTE.
MONOTEISMO ESCLUSIVISTA, RADICAMENTO GEOPOLITICO .
Nell'evoluzione dell'uomo, l'evento cristiano provoca l'avvio di due processi storici
complementari: da un lato universalizza il messaggio del Dio ebraico estendendolo
a tutte le genti, dall'altro porta al superamento della religione naturale politeistica,
tipica del paganesimo. Si afferma l’aspirazione ad un rapporto personale tra l’uomo
e Dio, la fede nell’unico Dio cancella il politeismo e riduce ad unità le pulsioni
religiose ed etiche dell’uomo.
Il monoteismo cristiano è meno perfetto di quello ebraico. Il Dio ebraico già si
era evoluto, diviene colui che promette la vita eterna e apre la strada per la
resurrezione; ma resta uno e unico e nulla può eguagliarlo nella sua maestosità.
Nel cristianesimo, invece, Dio si umanizza. La promessa mantenuta del Messia
inviato agli uomini si traduce nella incarnazione di Dio attraverso suo figlio e nella
piena manifestazione dello spirito santo quale terza componente della realtà
trinitaria divina. Dunque, l'unità monoteistica resta salva, ma Dio si avvicina
talmente tanto all'uomo, attraverso Gesù, che l'uomo perde il timore per la
trascendenza e comincia a nutrire fiducia per la paternità divina.
Indissociabile dal cristianesimo è il suo messaggio morale, che affonda le sue radici
nell’etica ebraica, ma la deformalizza e spiritualizza. Il cammino morale del
cristiano è cammino etico per eccellenza, che lo spinge al perfezionamento
individuale e a promuovere nel mondo la legge divina. Il cristiano:
deve agire e realizzarsi in conformità alle proprie doti naturali (etica
dell'azione),
deve purificarsi nella propria interiorità per non cadere nella ipocrisia (etica
dell'intenzione),
deve seguire un itinerario di sacrifici se vuole raggiungere la perfezione
(etica della rinuncia).
Il monoteismo cristiano poi agisce nella storia unificando popoli e genti di ogni
derivazione e latitudine, il suo monoteismo scaccia gli dei e gli idoli pagani e porta
disciplina e profondità nella mente e nell'azione degli uomini. Questi ultimi si
sentono partecipi e protagonisti di un comune destino, si riconoscono figli di
un'opera divina finalizzata alla salvezza ultraterrena per tutti e iniziano a vivere e
ad agire nel rispetto di leggi universalmente valide, capaci di unificare l'umanità.
Tuttavia, il messaggio cristiano, le istituzioni ecclesiastiche e il rapporto con lo
Stato intridono di giuridicismo e divengono fruitori della romanità, di cui
assimilano regole, abitudini e mentalità. Se Roma e l'Occidente sono debitori al
cristianesimo per la spiritualità di cui vengono animati, il cristianesimo è debitore a
Roma della concezione dello Stato e della organizzazione giuridica.
Ebraismo: l'ebraismo segue un altro destino. Il suo testo sacro, tramite il
cristianesimo, diventa il testo di riferimento di buona parte dell'umanità, ma, con
l'aggiunta dei Vangeli, diventa Antico Testamento. Gli ebrei sono visti come
credenti, ma dimidiati, che non vogliono accettare il compimento dell'opera di Dio
nella storia e rifiutano di inserirsi nel progetto della redenzione. Il Nuovo
Testamento, che diventa legge per l'Occidente, li condanna alla emarginazione e ad
una diaspora che può provocare la loro estinzione. Il monoteismo ebraico rifugge
da una teologia investigativa, esclude l’uomo che indaga troppo su Dio. L’etica
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CAPITOLO 1. RELIGIONI, DIRITTO, STATO

PARAGRAFO 1: LE RELIGIONI DEL LIBRO DEL MEDIO ORIENTE.

MONOTEISMO ESCLUSIVISTA, RADICAMENTO GEOPOLITICO.

Nell'evoluzione dell'uomo, l'evento cristiano provoca l'avvio di due processi storici complementari: da un lato universalizza il messaggio del Dio ebraico estendendolo a tutte le genti, dall'altro porta al superamento della religione naturale politeistica, tipica del paganesimo. Si afferma l’aspirazione ad un rapporto personale tra l’uomo e Dio, la fede nell’unico Dio cancella il politeismo e riduce ad unità le pulsioni religiose ed etiche dell’uomo. Il monoteismo cristiano è meno perfetto di quello ebraico. Il Dio ebraico già si era evoluto, diviene colui che promette la vita eterna e apre la strada per la resurrezione; ma resta uno e unico e nulla può eguagliarlo nella sua maestosità. Nel cristianesimo, invece, Dio si umanizza. La promessa mantenuta del Messia inviato agli uomini si traduce nella incarnazione di Dio attraverso suo figlio e nella piena manifestazione dello spirito santo quale terza componente della realtà trinitaria divina. Dunque, l'unità monoteistica resta salva, ma Dio si avvicina talmente tanto all'uomo, attraverso Gesù, che l'uomo perde il timore per la trascendenza e comincia a nutrire fiducia per la paternità divina. Indissociabile dal cristianesimo è il suo messaggio morale, che affonda le sue radici nell’etica ebraica, ma la deformalizza e spiritualizza. Il cammino morale del cristiano è cammino etico per eccellenza, che lo spinge al perfezionamento individuale e a promuovere nel mondo la legge divina. Il cristiano:

 deve agire e realizzarsi in conformità alle proprie doti naturali (etica

dell'azione),

 deve purificarsi nella propria interiorità per non cadere nella ipocrisia (etica

dell'intenzione),

 deve seguire un itinerario di sacrifici se vuole raggiungere la perfezione

(etica della rinuncia). Il monoteismo cristiano poi agisce nella storia unificando popoli e genti di ogni derivazione e latitudine, il suo monoteismo scaccia gli dei e gli idoli pagani e porta disciplina e profondità nella mente e nell'azione degli uomini. Questi ultimi si sentono partecipi e protagonisti di un comune destino, si riconoscono figli di un'opera divina finalizzata alla salvezza ultraterrena per tutti e iniziano a vivere e ad agire nel rispetto di leggi universalmente valide, capaci di unificare l'umanità. Tuttavia, il messaggio cristiano, le istituzioni ecclesiastiche e il rapporto con lo Stato intridono di giuridicismo e divengono fruitori della romanità, di cui assimilano regole, abitudini e mentalità. Se Roma e l'Occidente sono debitori al cristianesimo per la spiritualità di cui vengono animati, il cristianesimo è debitore a Roma della concezione dello Stato e della organizzazione giuridica. Ebraismo : l'ebraismo segue un altro destino. Il suo testo sacro, tramite il cristianesimo, diventa il testo di riferimento di buona parte dell'umanità, ma, con l'aggiunta dei Vangeli, diventa Antico Testamento. Gli ebrei sono visti come credenti, ma dimidiati, che non vogliono accettare il compimento dell'opera di Dio nella storia e rifiutano di inserirsi nel progetto della redenzione. Il Nuovo Testamento, che diventa legge per l'Occidente, li condanna alla emarginazione e ad una diaspora che può provocare la loro estinzione. Il monoteismo ebraico rifugge da una teologia investigativa, esclude l’uomo che indaga troppo su Dio. L’etica

ebraica si proietta verso una vita attiva e armonica con la legge divina, ma chiusa nell’orizzonte del popolo ebraico e del suo sviluppo storico. Una radice monista è presente nell’ebraismo, perché alcuni principi non ammettono distinzione tra etica e diritto, e sulla base di tali principi vivono le comunità ebraiche della diaspora. Però le forme di Stato occidentali sono state a lungo estranee alla cultura dell’ebraismo, legate com’erano all’unionismo e confessionismo cristiano e all’emarginazione degli ebrei. Quella nei confronti degli ebrei è un’esclusione ambigua, che si nutre del rapporto spezzato con il Dio dei cristiani, che farà della diaspora un’esperienza secolare di emarginazioni e sofferenza. Il rapporto tra ebraismo e cultura istituzionale si instaura e sviluppa nello Stato moderno, e porterà la diaspora a trasformarsi nell’emancipazione istraelita. Islamismo : strettamente monoteistica anche la religione di Muhammad, che, nel VII sec, dall’esperienza delle popolazioni che si contendono l’egemonia nel deserto arabico, trae l’ispirazione per una nuova visione unitaria dell’uomo e della storia. L'Islam decreta la signoria di Allah sull'uomo e sulla sua vicenda terrena e propone la sottomissione della creatura al suo creatore, come paradigma dell’esistenza individuale e collettiva. Pur traendo dall'ebraismo e dal cristianesimo qualche elemento importante, Maometto proclama la fine della rivelazione divina che si conclude con la dettatura del Corano, che gli viene comunicato dall'angelo Gabriele e che contiene la parola definitiva di Dio nella storia. Come nell'ebraismo, il rigido monoteismo si manifesta nella condanna di ogni idolatria pagana e nella diffidenza verso le teologie investigatrici su Dio. La professione di fede islamica (non vi è altro Dio che è Allah, e Maometto è l'inviato di Allah) recide ogni rapporto con le precedenti religioni, e implica che l'unico peccato irremissibile per l'Islam è quello di dare a Dio degli associati, negando che egli sia l’unico (Allah è unico, assoluto, non ha generato e non è stato generato, nessuno è eguale a lui; così ribadisce il Corano). Negandosi una eccessiva indagine su Dio, nell’Islam la teologia ha un ruolo secondario per cui non si sono verificate divisioni o lotte di religione confrontabili con quelle della storia cristiana. L'esclusivismo islamico si manifesta nei confronti degli idolatri, ai quali non è lasciata altra scelta se non quella di convertirsi o di essere annientati. Tra gli idolatri non sono compresi gli ebrei che i cristiani, in quanto considerati come seguaci delle religioni del libro alle quali Maometto in qualche misura si ricollega, riconoscendo le principali figure dell'Antico e del Nuovo Testamento. Abramo è il primo musulmano, perché proclamò la pura fede monoteistica e Ismaele e il capostipite dei popoli arabi. Altri profeti sono stati inviati da Dio per far conoscere la sua volontà e tra questi un posto particolare spetta Gesù Cristo, di cui si riconosce il concepimento di Maria per intervento divino. Del Messia si dice anche che tornerà sulla terra alla fine dei tempi, ma si nega la sua natura divina e la morte in croce. Agli ebrei e ai cristiani si garantisce che non saranno annientati e che potranno seguire la loro religione imperfetta, ma in posizione subordinata ai musulmani. L’esclusivismo si manifesta con gli apostati, che meritano la condanna perché non è concepibile che si rifiuti la vera fede dopo averla abbracciata. L'opera unificatrice di popoli e nazioni, che l'Islam propone e realizza in poco più di due secoli, si fonda su poche fondamentali regole di culto e di comportamento religioso. I cinque pilastri del Corano imposti ai musulmani sono:

alcune tradizioni ebraiche. In seguito fonda alcune delle più antiche chiese locali cristiane (ad Antiochia, Efeso, Corinto) e con lui anche altri apostoli fondano numerose chiese un po' ovunque nell'impero. La diffusione pacifica del cristianesimo durante i primi tre secoli determina una situazione nuova nell'impero: gruppi sempre più consistenti si distaccano dai costumi e dalla consuetudine di vita dei pagani per vivere i principi della propria fede in modo nuovo. La liturgia cristiana, incentrata sin dagli inizi sull'eucaristia (la commemorazione dell'ultima cena e l'assunzione del pane e del vino in ricordo del sacrificio di Gesù), si differenzia drasticamente dal culto pagano ancora segnato dal carattere sacrificale cruento. Le comunità cristiane si astengono dal partecipare ai riti ufficiali pagani, vivono un'esperienza etica fondata sulla famiglia e su relazioni solidaristiche e rifuggono da abitudini e tradizioni violente cruente tipiche della società dell'epoca. Diventano col tempo delle comunità autonome con una propria organizzazione e una gerarchia ecclesiastica. Tuttavia questa specificità cristiana viene vista subito con sospetto dalle autorità pubbliche e dalle popolazioni pagane. Le autorità romane avvertono subito la specificità e la diversità del cristianesimo rispetto qualsiasi culto pagano e adottano atteggiamenti oscillanti. A volte sfruttano l'ostilità popolare facendo dei cristiani dei capri espiatori da colpire anche in mancanza di elementi giuridici di colpevolezza; altre volte cercano di regolamentare la repressione attenuandone gli eccessi. Con il tempo le persecuzioni diventano sistematiche e avviate per volontà di diversi imperatori. L'impero vive dentro di sé una scissione sempre più evidente e lacerante, in quanto la cultura cristiana si sviluppa e contende a quella pagana. I cristiani, pur rispettosi di tutte le leggi dello Stato, rifiutano di sacrificare agli dei, di riconoscere la divinità dell'imperatore, di partecipare a tutto ciò che è pagano, insomma diventano una realtà a sé. La persecuzione rappresenta allora il tentativo di far regredire il diffondersi della nuova religio , di ricondurre tutti all'osservanza delle leggi dello Stato, a cominciare da quelle che hanno come presupposto o come oggetto il paganesimo come religione civile e romana. Si susseguono, perciò, varie persecuzioni cruente (di Settimio Severo, Massimino, Decio e Diocleziano), ma solo nel 313 si capisce che la repressione e le persecuzioni non potranno decapitare il cristianesimo e che, anzi, esso può rappresentare una forza nuova che rafforzi l'impero e la sua unità, dal punto di vista culturale e politico. Infatti, nel 313, l'editto di Costantino, con il quale si riconosce per la prima volta la piena libertà ai cristiani di praticare il loro culto, pose fine alle persecuzioni dei cristiani e trasforma il cristianesimo in religio licita e pone le basi per il successivo temporalismo ecclesiastico. Infatti cristiani e pagani godono di eguale libertà religiosa, ma ad entrambi si chiede di pregare la rispettiva divinità affinché sostenga e favorisca l’impero romano. Questo “scambio di favori” dimostra come Roma abbia esteso al cristianesimo la concezione strumentale che aveva sempre avuto verso la religione pagana e che ogni religione è per lo Stato una religione civile. Il cristianesimo viene dunque legalizzato, e, anche con il successivo editto di Teodosio (380), esso viene inglobato in un contesto politico e giuridico e attratto e integrato nelle strutture dell’impero, che tende ad influenzarlo e a modificarne alcuni caratteri. In questo periodo, infatti, viene istituito un vero bilancio per il culto cristiano, attraverso cui si sosteneva economicamente la costruzione di santuari e Basiliche;

vengono poste le basi per il riconoscimento della giurisdizione episcopale, sono estesi al clero cristiano gli stessi diritti dei sacerdoti pagani; la figura del vescovo acquista rilievo istituzionale; alle singole chiese viene riconosciuto il diritto di essere istituite eredi o legatarie, diritto che apre la strada a due eventi storici: - l’organizzazione ecclesiastica in tante sfere locali economico-giuridiche, e – l’accumularsi in ciascuna di esse di un patrimonio sempre maggiore. Il temporalismo della Chiesa ha come prezzo l’assoggettamento di essa al potere politico. Il fenomeno più interessante riguarda il ruolo che l'imperatore assume nell'ambito delle strutture e delle vicende cristiane, pur rimanendo egli ancora pontifex maximus, in quanto sommo sacerdote e capo della religione pagana. Costantino, pure essendo guida e garante del paganesimo, sin dall'inizio si erge a difensore dell'unità della Chiesa cristiana, considerando tale unità come valore eminentemente politico, ed esercita diritti e poteri anche in materia di fede. È infatti Costantino che convoca i concili di Roma e Arles, per dirimere le controversie aperte nella chiesa africana dallo scisma di Donato, e che, dopo la condanna del donatismo, afferma che occorre ribattezzare gli eretici convertiti ed emana leggi contro gli scismatici. La commistione tra potere politico e potere ecclesiastico e la giuridicizzazione del cristianesimo si completano con l'esplodere della crisi ariana, che sconvolge la Chiesa in tutto l'impero. L’insegnamento di Ario, prete alessandrino, sosteneva che Cristo non può essere considerato alla stregua di Dio, avendo avuto un'origine temporale, ma si trova in una posizione subordinata, con un proprio inizio storico rispetto all’eternità del padre. Questa teoria mette in dubbio la divinità di Cristo e il cuore stesso della fede cristiana, l'identità della Chiesa e la sua origine divina. Un qualsiasi declassamento della figura del Cristo porrebbe in discussione la storia della salvezza, che può dirsi compiuta solo nell’ambito del rapporto consustanziale tra Padre e Figlio; e svilirebbe il mistero dell’incarnazione. Farebbe dunque perdere quel rapporto intimo tra individuo e Dio che l’incarnazione ha reso possibile e che è il carattere essenziale del cristianesimo. Poiché l'insegnamento di Ario si diffonde e conquista consensi in ogni parte, si prospetta o l'esigenza di un concilio generale (il primo concilio ecumenico della storia cristiana) che doveva definire una dottrina valida per tutti. È Costantino a convocare nel 325 il concilio di Nicea, nel quale si condannò Ario e si approvò il credo cristiano, destinato a non cambiare nei secoli. La professione di fede cristiana entra a far parte delle leggi dell'impero insieme agli altri canone approvati dal concilio. Costantino diventò arbitro e garante delle scelte del concilio, dell'ortodossia della dottrina e dell'unità della Chiesa. La Chiesa si apparenta all’impero e al suo capo e gli affida un ruolo di primo piano all’interno delle proprie strutture istituzionali. Nonostante non fossero mancate altre interpretazioni dottrinali erronee, e condannate come ereticali, quali il modalismo (che dava alla distinzione tra le tre persone della Trinità un valore meramente verbale) e il marcionismo (che aveva contrapposto al Dio dell’AT quello del NT, rivendicando l’esclusiva discendenza del cristianesimo dal Dio dei Vangeli), Dopo l'editto di Costantino, l'assimilazione della mentalità e della cultura formalistica romana, finisce col plasmare definitivamente la Chiesa. Il credo cristiano si giuridicizza sempre più con i nuovi concili successivi a quello di Nicea, fino a voler definire sempre più analiticamente la realtà ultraterrena, e inaugura la dialettica ortodossia/eterodossia. In definitiva,

PARAGRAFO 3. LE CHIESE ORIENTALI DELLA SUBORDINAZIONE

DELL'ORTODOSSIA AL POTERE POLITICO.

Dal 380 l'Occidente si identifica col cristianesimo e si realizza una speciale commistione tra spirituale e temporale, che contribuisce a costruire l’identità dell’impero cristiano. Esso estende i suoi confini insieme alla diffusione del cristianesimo, in tutta Europa e si fa forte dell'unificazione teologica e dottrinale avutasi dopo gli otto concili ecumenici celebrati per definire il credo cristiano. La crisi ariana, conclusasi nel 325 a Nicea, continua a sconvolgere la cristianità con il dubbio sulla divinità, ed è la prima di una serie di dispute teologiche che i concili devono risolvere. Il concilio di Costantinopoli del 381 ribadisce la condanna dell’arianesimo. Il concilio di Efeso affronta l'eresia di Nestorio, che aveva contestato la formula " Maria madre di Dio ", e afferma l'esistenza in Cristo di due nature, una umana e una divina, unite da vincolo essenzialmente morale. Condannando Nestorio, il concilio professa “la Vergine santa Madre di Dio” e proclama che Dio si è incarnato e fatto uomo, unendo in sé la natura divina e umana. La giuridicizzazione del dogma è ormai irreversibile. La cristianità si affanna in distinzioni sempre più raffinate che fanno nascere nuovi filoni eterodossi. Si propagano le teorie monofiste tendenti ad assorbire la natura umana del Cristo in quella divina e, contro di esse il concilio di Calcedonia del 451 proclama la confessione di un solo e medesimo figlio, Gesù Cristo, divinità e uomo allo stesso tempo. Ancora nel II concilio di Costantinopoli vengono anatemizzate le posizioni neo- nestoriane, e nel III si condannano le tendenze monotelite che affermano l’esistenza nel Cristo di una sola volontà ed energia nonostante la duplice natura umana e divina. Gli ultimi due concili, quello di Nicea e il quarto di Costantinopoli, si celebrano in un clima di crescente divaricazione tra Chiesa d'oriente e Chiesa d'Occidente, e riguardano i temi dell’iconoclastia e problemi giurisdizionali. La Chiesa inizialmente aveva una comune struttura episcopale, che rifletteva l'originaria struttura apostolica (i vescovi sono successori degli apostoli), e si basava sulla collegialità. Questa struttura episcopale si articola in patriarcati, che agivano collegialmente senza vincoli di subordinazione gerarchica. Ciascun patriarcato riconosceva la sfera autonoma di giurisdizione degli altri. In quest'ottica anche il vescovo di Roma è considerato un patriarca (il patriarca d'Occidente), anche se da sempre gli viene riconosciuta una certa preminenza in materia di fede e di dottrina. Il suo parere e il suo consenso sono necessari perché una determinata dottrina possa essere ritenuta valida e legittima universalmente. Nei fatti, la situazione si evolve verso una gerarchizzazione dei patriarcati, al vertice dei quali si colloca il patriarcato di Costantinopoli. Questo avviene per motivi essenzialmente politici, perché il centro dell'impero si è situato in Oriente, mentre Roma e l'Occidente sono considerati periferia dell'impero. Il concilio di Calcedonia 451 esprime la supremazia dell’elemento politico su quello apostolico quando reclama un’eguaglianza qualitativa tra Roma e Costantinopoli. La dignità della Chiesa d’Oriente è così fondata sull’elemento politico anziché ecclesiale; ciò determinò le fortune immediate di Costantinopoli, ma ne preparò in qualche misura la decadenza, perché il patriarcato collega il suo destino a quello dell'impero e del potere politico. L'imperatore non svolge solo un ruolo politico, ma

è parte integrante del sistema ecclesiale, perché a lui sono affidate le sorti della Chiesa. La subordinazione delle chiese d'oriente al potere politico si riflette a più livelli. Gli imperatori convocano i concili, ne influenzano le decisioni e si intromettono nelle questioni ecclesiastiche, ma ciò non significa che i patriarchi d'oriente fossero figure senza spessore. Vuol dire semplicemente che, in presenza di un conflitto, l’imperatore prevale e il patriarca subisce senza che la Chiesa possa dire nulla. Su questa base nasce il cesaropapismo orientale, che ricalca il cesaropapismo della tradizione imperiale romana e si basa su una subalternità continua della Chiesa di Costantinopoli alla casa imperiale. La stessa Chiesa di Costantinopoli accetta e teorizza questo cesaropapismo strutturale, giungendo ad affermare nel concilio (non ecumenico) di Costantinopoli del 536 che al di fuori dell’ordine dell’imperatore niente deve farsi nella Chiesa. In qualità di capo supremo del potere giudiziario, l'imperatore convoca i tribunali ecclesiastici stabilendo le cause che questi possono discutere. I suoi governatori vigilano sulla Amministrazione dei beni ecclesiastici, sull'osservanza delle leggi canoniche e sulle nomine alle cariche e ecclesiastiche, affinché siano fatte secondo le convenienze politiche. La subalternità del Patriarcato di Costantinopoli ha un’ulteriore conseguenza. Per quanto formalmente autonomi ed eguali, i patriarcati d'oriente (Alessandria, Efeso, Antiochia), subiscono l'autorità del patriarca di Costantinopoli e con essa l'egemonia politica dell'imperatore. Cominciano così a nutrire sentimenti anti- imperiali e a subire fermenti indipendentisti. Ciò si riflette spesso sulle scelte dottrinali, quando giungono in oriente il nestorianesimo e il monofitismo, e si farà sentire al momento delle invasioni arabe, quando non pochi ecclesiastici preferiranno emanciparsi dalla soggezione all’impero e accettare il vassallaggio dei conquistatori musulmani. Le Chiese d’oriente sembrano incapaci di vivere senza un potere politico che le protegga, e questo comporta la loro subordinazione ad esso. PARAGRAFO 4. LA CHIESA D'OCCIDENTE. DALL'INFERIORITÀ POLITICA ALL'ASCESA PRIMAZIALE. La Chiesa d'Occidente segue tutta altro percorso storico. Nel V secolo essa è fuori dal circuito politico imperiale, ma è al centro delle invasioni barbariche che sconvolsero l'Europa. Il vescovo di Roma, rispetto al patriarca di Costantinopoli, è una figura debole ed emarginata geograficamente e politicamente. Tuttavia, questa sua debolezza è anche la sua forza: infatti, al riparo dal controllo l'imperiale, il Papa da vita ad un apparato dottrinale ed istituzionale che con il tempo diventò il nucleo centrale dell'Europa cristiana. Quindi il papa, in occidente, viene sempre più visto come massima autorità spirituale e garante della vita politica europea. Il processo attraverso cui Roma prevale su Costantinopoli ha come base la formazione del primato pontificio di giurisdizione, che portò il papa a imporsi sulla Chiesa d'Occidente con un potere che nessun patriarca orientale aveva mai avuto. Roma ha sempre fruito di un primato d'onore, che gli venne riconosciuto universalmente in quanto sede dell'apostolo Pietro. Questo primato d'onore permise ai vescovi di Roma di svolgere un ruolo attivo in materia liturgica, matrimoniale e dottrinale. Dopo la legittimazione del cristianesimo del 313, Roma iniziò una lenta accumulazione di poteri e prerogative che Costantinopoli non riconosceva. I canoni votati al concilio (non ecumenico) di Sardica del 343, dai vescovi occidentali, costituiscono una pietra miliare nell’affermazione della superiorità giurisdizionale

Con il tempo, il rapporto di Roma con Bisanzio si allenta fino a diventare puramente formale. In questo periodo il vescovo di Roma matura un disegno ambizioso, quale quello di dare vita ad un nuovo impero nell'area occidentale e lo realizza quando Leone III incorona nella notte di Natale dell'800 Carlo Magno imperatore di romani. L'intento il Papa Leone non era quello di contrapporre un imperatore d'Occidente a quello d'oriente, ma riportare la sede imperiale da Costantinopoli a Roma. Ciò perché al momento non si poteva parlare di una vacanza della sede d’oriente, sulla quale regnava Irene. Di certo però Carlo Magno non voleva impadronirsi del trono imperiale, ma governare quei territori ormai vastissimi dai Pirenei all’Elba, sui quali ha effettivo dominio e nei quali Costantinopoli è considerata una realtà aliena. Si conclude così, sul piano formale e istituzionale, il secondo processo storico che contribuisce all’emancipazione-separazione della Chiesa di Roma dall’impero e dalla Chiesa d’oriente: la formazione di un’autonoma sfera politico-territoriale nella quale il potere imperiale ha un’origine secondaria rispetto al potere spirituale e nella quale il papa vanta un’indiscussa primazia ecclesiastica. L'incoronazione di Carlo magno consente al pontefice di vivere ed agire all'interno di una dimensione politica che lui stesso ha creato e legittimato. L’imperatore non vive a Roma e non condiziona il papa come fosse un suo funzionario, secondo la consuetudine orientale. Il papa è l’unico patriarca in occidente. Agli occhi di chiunque il potere del papa eguaglia il potere dell'imperatore e i due poteri alimentano un dualismo che non si estinguerà mai nella storia delle istituzioni occidentali. Sono così poste le premesse perché Costantinopoli e Roma divengano sempre più estranee l’una all’altra. Quando nel 1054 Costantinopoli e a Roma si separano con uno scambio di scomuniche reciproche, è cambiata la condizione storica e istituzionale delle chiese d'oriente e Occidente. Roma vive integrata nel Sacro Romano Impero ed è alla vigilia di una rinascenza che la farà uscire dalla feudalizzazione cui l’hanno costretta le strutture sociali e politiche dell’impero. Infatti l’episcopato, struttura portante al servizio del papa, era attratto definitivamente nell’orbita del potere imperiale e finisce col diventare struttura feudale anch’esso. Il principe esercita una vera potestas sul vescovato e il vescovo è in una sostanziale posizione di vassallaggio nei confronti del principe a cui giura fedeltà. È membro assiduo di corte, collaboratore del principe nell’amministrazione dei beni temporali ed ecclesiastici, ed ha l’onere di tenere a disposizione del sovrano una milizia armata, con la quale parteciperà alle spedizioni ordinate dal principe. Il sistema trasforma così i vescovi in funzionari imperiali, lasciando che vengano scelti tra le grandi famiglie e spesso per via successoria. In questo processo di feudalizzazione quindi la Chiesa di Roma vive una particolare esperienza di tipo cesaropapista, nella quale l'elezione del pontefice era affidata all'imperatore. Infine, una volta eletto, il vescovo di Roma non può essere consacrato se non dopo l'approvazione imperiale che deve prestare giuramento di fedeltà all'imperatore: di fatto si consente che l'imperatore controlli l'elezione del pontefice fin quasi a poterne designare il candidato. Così da questo momento, sino agli inizi del nuovo millennio, il papato vive un momento di grande decadenza, ridotto quasi a un feudo imperiale, ed oggetto di contesa tra le fazioni romane, da cui scaturiscono alcune delle più degradate figure di papi. Tuttavia il papato resta un’istituzione primaziale in occidente e riuscirà in

seguito a riscattarsi quando si metterà a capo della riforma che dal decimo secolo, partendo dal Monastero di Cluny, animerà la cristianità romana. In virtù di questa egemonia, Roma guarda con superiorità a Costantinopoli, nonostante questa sia ancora a capo di un raffinato sistema, e comincia a sentirsi estranea rispetto ad una Chiesa con cui non ha più contatti veri, erede di quella tradizione patriarcale che il papa disconosce essendosi proclamato capo della Chiesa universale. Costantinopoli, invece, non attraversa nei secoli IX-XI una decadenza così accentuata, anche se ha cessato di essere il centro della cristianità mediterranea, perdendo le sue radici in Africa e medio oriente a causa dell’avanzata musulmana che si riversa sui territori dei patriarchi storici. Costantinopoli finirà con l’essere l’unico patriarcato vitale nell’oriente cristiano e si identificherà sempre più con l’impero bizantino. L'evento che matura nel 1054 e che determina lo scisma tra le due chiese segna la prima grande divisione religiosa dell'Europa cristiana. Non ci sono veri motivi di fede nelle reciproche scomuniche, i motivi dello scisma stanno fondamentalmente nelle gelosie che una Chiesa nutre verso l'altra e nell’evoluzione storico politica che ciascuna di esse ha vissuto negli ultimi secoli. Costantinopoli non ha mai accettato che il vescovo di Roma si stia costruito un impero, né tanto meno che si sia attribuito quella posizione di preminenza. Le due chiese si sono affermate in sfere di giurisdizione diverse, hanno costumi e mentalità differenti e non vogliono cedere nulla di ciò che hanno conquistato nel proprio campo. Lo scisma, insomma, affonda le sue radici in esperienze e abitudini diverse e nell’insopprimibile egoismo degli apparati ecclesiastici. PARAGRAFO 6: L'ESPANSIONE MILITARE MUSULMANA E LA RIDUZIONE DEL CRISTIANESIMO A FENOMENO OCCIDENTALE. Alla separazione del 1054 si giunge quando già da tempo il cristianesimo si arrende di fronte all'Islam. Religione dominante su tutto il bacino mediterraneo ed è in espansione in Asia e verso l'Europa settentrionale, il cristianesimo subisce dal VII secolo in poi una disfatta ad opera della religione islamica. La conquista musulmana dell'Asia minore, dell'Africa e di parte della penisola iberica avviene in un lasso di tempo molto breve e si realizza secondo moduli differenziati che prevedono la conquista militare, un regime di parziale tolleranza e di sottomissione fiscale delle popolazioni, infine un lento ma inarrestabile processo di islamizzazione delle popolazioni locali. L'Islam distingue nettamente il comportamento da tenere verso i pagani, e verso i credenti nelle altre due religioni monoteista e, cioè gli ebrei e i cristiani. Ai primi non è lasciato spazio perché devono sottomettersi e aderire all'Islam o perire. Ai secondi non si può far violenza per costringerli alla nuova fede, perché sono seguaci delle religioni del libro e sono protetti, alla luce di quanto afferma il Corano. Ad essi si offre un trattamento rispettoso delle loro credenze e dei loro costumi, sottomettendoli al tempo stesso ad un regime di imposizione fiscale che le differenze rispetto ai veri credenti. In pratica devono pagare un tributo ai conquistatori, il cd. testatico, mentre restano sottoposti al regime dei millet , mutuato dall’esperienza persiana, che col tempo diverrà il regime degli Statuti personali. In base ad esso, le comunità ebree e cristiane sono esentate dall'assoggettamento alla legge coranica e restano sottoposte al proprio capo religioso, che acquisisce un’autorità civilmente rilevante, almeno per materie quali culto, matrimonio, famiglia, rapporti interpersonali.

decreti , nel 1057 e 1059, disciplina la Chiesa romana come autocefala , eliminando ogni influenza politica o imperiale su di essa. Spetta ora ai cardinali-vescovi l’elezione del papa in piena autonomia, sottraendola all’influenza della casa imperiale; all’imperatore si deve solo dare notizia dell’avvenuta elezione. Nasce così il conclave, riunione degli elettori del papa.

b) Con il decreto del 1059 Niccolò II dettò norme sul celibato ecclesiastico , che

impediscono a qualunque ordinato in sacris di celebrare nozze valide, il modo tale che il clero risulti un corpo sociale interamente dedito al servizio ecclesiastico. L’obbligo del celibato ecclesiastico non ha fondamento divino, ma è sempre stato preferito dalla Chiesa di Roma. Tra le motivazioni fondanti del celibato ecclesiastico c'è, in primo luogo, la motivazione ascetico-morale che vede nella continenza e nella castità gli strumenti privilegiati per il perfezionamento spirituale dell'individuo; la motivazione pastorale-istituzionale , per la quale il matrimonio impedirebbe al clero di costituirsi in personale e ecclesiastico stabile e autonomo rispetto agli impegni mondani; la motivazione economico-proprietaria , in quanto un prete spossato inevitabilmente deve far fronte alle esigenze economiche della famiglia, la quale porrebbe anche i problemi ereditari nei confronti della proprietà e ecclesiastica affidata al singolo sacerdote. L’inesistenza della famiglia permette che le diverse proprietà ecclesiastiche restino esenti da possibili rivendicazioni o aspettative successorie. Nasce così la figura del sacerdote cattolico che conosciamo oggi, privo di famiglia e confidente dei fedeli.

c) Altro fondamento della riforma gregoriana è costituito proprio dalla

rivendicazione del diritto esclusivo della Chiesa di procedere alle nomine (investiture) dei titolari che gli uffici e delle dignità ecclesiastiche, senza interferenze da parte civile. Infatti la compromissione della Chiesa nelle strutture feudali aveva sostanzialmente assoggettato l’episcopato e gli uffici ecclesiastici, al potere di nomina, revoca e deposizione dell’imperatore e dei sovrani locali. Ma così il papa rischiava di restare capo di un corpo sociale guidato e comandato da altri e ispirato a valori quali potere, ricchezza e possesso. Niccolò II, con un decreto nel 1059, sancisce che “nessun ecclesiastico può ricevere, gratis o pagando, una chiesa dalle mani di un laico”; ma è soprattutto Gregorio VII che da inizio alla lotta alle investiture , che ci conclude soltanto con il Concordato di Worms del 1122 (tra Enrico V e Callisto II). L’accordo però non segna una vittoria completa del papato, si limita a distinguere tra l’investitura canonica, prerogativa della Chiesa, e l’investitura temporale, prerogativa dell’imperatore. Tuttavia esso chiude l’epoca della subalternità del ceto ecclesiastico al potere politico. Dunque, l’intero movimento di riforma della Chiesa può realizzarsi soltanto con la piena valorizzazione del primato pontificio, nei secoli teorizzato ed elaborato: il papato si propone come potere unico, universale, che non ha eguali nella Chiesa e nel mondo e può assoggettare a sé ogni istituzione e ecclesiastica o politica. Si deve a Gregorio VII un documento, i dictatus papae , che delinea i contenuti del primato pontificio e il ruolo del papa nella struttura ecclesiastica. Nei fatti, ormai il Papa è l'unico soggetto al mondo che può fare tutto. Rispetto alle chiese d’oriente, ormai Roma vive una vita propria, celebra i suoi concili e coltiva la propria volontà egemonica. I dictatus papae di Gregorio VII hanno importanza anche perché in essi viene affermato per la prima volta in modo netto e inequivoco il potere del pontefice, al di là della struttura ecclesiastica, sull'impero e su gli imperatori. Si spezza così il dualismo dell’impostazione gelasiana che si era ancora mantenuto e si dà l’avvio

alle ambizioni teocratiche che per secoli alimenteranno la conflittualità tra Stato e Chiesa. Dentro la cornice della riforma gregoriana, con la Respublica gentium christianarum , i due poteri centrali, l'impero e il papato, si riorganizzano e si strutturano in modo tale da amalgamarsi in modo stabile e definitivo, con la spartizione di diritti e doveri, prerogative e competenze, tra istituzioni civili e religiose. La pervasività del potere ecclesiastico si fa sentire anzitutto nel cuore della Respublica gentium christianarum , costituito dal civis-fidelis , destinatario delle leggi civili e canoniche. Infatti il suddito quasi non distingue più i suoi doveri di cittadino da quelli di fedele, perché entrambi hanno rilevanza giuridica. Un penetrante controllo del costume morale e religioso viene esercitato attraverso le visite pastorali e l'uso del potere di correctio****. Il parroco e il vescovo, attraverso le visite capillari alle proprie circoscrizioni, al fine di elevare il livello di moralità, osservano e individuano le colpe più gravi e frequenti dei propri fedeli, e utilizzano diversi mezzi correttivi, che vanno da ammonimenti privati, pubblici o solenni, denunce alle autorità ecclesiastiche, sanzioni che possono andare dall'ammenda fino alla scomunica. Proprio la scomunica costituisce uno dei più efficaci mezzi di pressione per far rispettare le norme canoniche; ma in realtà essa governa morale e diritto ed economia insieme, è utilizzata come mezzo per reprimere comportamenti amorali di qualsiasi tipo (adulterio, incesto, delitti turpi, falsari). Essa implica una serie di conseguenze nei rapporti sociali, a cominciare dall'esclusione della comunità dei fedeli e dall'esercizio dei diritti civili fondamentali. Si afferma infine la competenza della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia. La Chiesa elabora una normativa sempre più restrittiva sugli impedimenti che contribuisce a fare del matrimonio un istituto fortemente specializzante e rigorosamente monogamico. Nonostante ciò, fino al XII secolo la competenza a regolare matrimonio e famiglia resta saldamente nelle mani dello Stato, il quale, per antica tradizione, lascia la forma alle parti e alle tradizioni familiari e locali. Fu la Chiesa d'oriente a dare il primo impulso alla celebrazione religiosa del matrimonio, e nell’893 Leone il filosofo sancisce l'obbligo delle nozze religiose con legge civile. La Chiesa di Roma più tardi supererà di gran lunga l'impostazione orientali dando vita ad un vero e proprio sistema matrimoniale canonico che con il tempo sancisce l'indissolubilità, la forma matrimoniale, la competenza ecclesiastica sulla giurisdizione matrimoniale e sull’individuazione delle causae nullitatis. La Chiesa diventa dunque arbitra della validità del matrimonio per tutti i fedeli compresi regnanti e imperatori. PARAGRAFO 8: LA CHIESA, IL DENARO, L'ACCUMULAZIONE PROPRIETARIA. IL PRIVILEGIO DEL FORO E L'INQUISIZIONE. La pressione della Chiesa e delle sue istituzioni si fa sentire sui cives-fideles anche in materia economica e finanziaria, in alcuni ambiti giudiziari, e in tutto ciò che riguarda l’ortodossia dottrinale. È difficile trovare un campo del civile e nel quale la Chiesa non abbia una parte di competenza e in cui in cittadino non incontri preti incaricati di controllarlo e guidarlo. La Chiesa ha affinato da tempo gli strumenti dell’accumulazione proprietaria che riguardano gli ordini monastici e religiosi, gli uffici ecclesiastici veri e propri, le Chiese etc. Gli ordini religiosi si fondano sul voto di povertà individuale dei singoli

laici che prestano servizio presso e ecclesiastici, i monaci, le istituzioni ecclesiastiche e le pie fondazioni di qualsiasi natura, comprese le scuole e le università. Riguardo la repressione dell’eresia la Chiesa non deve rivendicare competenze perché nella sostanza le ha sempre avute; spetta infatti al vescovo vigilare e difendere il depositum fidei e l’ortodossia tra i fedeli. Ma nella Respublica christiana il sistema repressivo si trasforma profondamente, anche in conseguenza delle trasformazioni dell’eresia. Sono infatti scomparse le gradi eresie cristologiche e trinitarie del primo millennio che coinvolgevano intere nazioni, ma si manifestano in tanti focolai a livello locale o in alcuni ordini religiosi. Lo strumento nuovo col quale la Chiesa vuole condurre la guerra di sterminio degli eretici è l’ inquisizione. Essa si sovrappone e si sostituisce alla competenza dei vescovi, in quanto è esercitata per mezzo di delegati pontifici che agiscono in piena autonomia. Essi sono inviati nelle diverse nazioni per cercare e reprimere l'eresia, a livello individuale o comunitario. L'inquisizione si fonda sul principio della ricerca delle eretici, anche al di là delle notizie certe sulla loro esistenza ed attività. Per questo l'inquisitore viaggia e si sistema nelle diverse località di una regione su cui ha giurisdizione e vi apre le sessioni del tribunale con l'editto di grazia e l'editto di fede. Con l' editto di grazia sollecita la confessione spontanea delle eretici, cui segue la remissione della colpa e l'irrogazione delle pene canoniche. L' editto di fede apre la fase delle delazioni perché impone a chiunque di denunciare i casi evidenti o soltanto sospetti di eresia. La procedura si sviluppa contestando la colpa dell'interessato, ma senza la presenza di avvocati o assistenti e prosegue utilizzando lo strumento della tortura fisica. Il processo si conclude con una sentenza contro cui non è ammesso appello. Il diritto canonico prevede una serie di pene che vengono comminate a seconda della gravità della colpa, ammesso che l'eretico non si penta e non si converta. Esse prevedono il carcere, la confisca dei beni, la distruzione della casa, l'esclusione dei figli degli eretici dalle cariche ecclesiastiche fino alla seconda generazione. La pena di morte rimane estranea al diritto penale canonico, ma l'inquisitore ha sempre la possibilità di consegnare il condannato al braccio secolare che autonomamente provvede all'esecuzione capitale in linea di massima attraverso combustione. Si susseguono eretici ed eresie che la Chiesa ricerca, processa e cancella. Così avviene per le tendenze pauperistiche che criticano le strutture gerarchica della Chiesa e l’attaccamento del clero ai beni e alle ricchezze materiali; o anche per il movimento dei Catari che professa una nuova antitesi tra il principio del bene e quello del male e respinge quasi tutto della struttura esistente, perché corrotta dal potere e dalla ricchezza, e della sua dottrina perché frutto di manipolazioni storiche. Ai catari è rivolta una repressione tra le più feroci della storia medievale. PARAGRAFO 9: AFFERMAZIONE E DECLINO DELLA TEOCRAZIA DA GREGORIO VII A BONIFACIO VIII. LA VOCAZIONE TEMPORALISTA DELLA CHIESA La Respublica Christiana si realizza compiutamente soltanto con l'affermazione della tendenza teocratica che, rovesciandolo schema cesaropapista, pone al vertice dei poteri quello pontificio. Tuttavia il Papa non ha mai voluto farsi imperatore, ma ha preteso di assoggettare l'imperatore al proprio controllo, rendendo lui e le altre autorità civili esecutori delle leggi, delle decisioni della Chiesa. Di qui il conflitto,

che caratterizza l'epoca teocratica, tra Papato e impero, dal momento che l'impero pur accettando la logica Confessionista del sistema non ha mai accettato la subalternità piena al Papato. Gregorio VII, pontefice che supera l’impostazione gelasiana secondo la quale la duplice e concorrente autorità dei pontefici e degli imperatori è all’apice del governo del mondo, per la prima volta afferma che il Papa può deporre l'imperatore: tuttavia non lo può deporre a suo piacimento per contrasti politici o temporali, ma soltanto quando l'imperatore, in quanto civis-fidelis sottoposto alla sua giurisdizione spirituale, incorre in qualche colpa grave che legittima l'adozione di sanzioni spirituali. Per cui la deposizione dal trono imperiale è una mera è inevitabile conseguenza di un provvedimento squisitamente spirituale, e stavolta anche su base scritturale, del passo evangelico che concede a Pietro di legare e sciogliere sulla terra, sicuro di avere l’avallo celeste. L’applicazione che ne fa Gregorio VII è immersa nelle vicende politiche; egli scomunica per la prima volta nel 1076 Enrico IV e lo costringe alla celebre sottomissione di Canossa nella quale l’imperatore chiede perdono e assoluzione al papa. Nel 1081 Enrico IV viene nuovamente scomunicato per aver mosso guerra a Rodolfo di Svezia eletto re al suo posto, ma questa volta l’imperatore reagisce facendo eleggere un antipapa, mentre Gregorio VII dovrà morire esiliato. L’elezione di un antipapa diviene uno strumento privilegiato degli imperatori per reagire alle scomuniche dei pontefici, ma nei fatti il papa prevale sempre e l’impero deve cedere o per compromesso o per deposizione del sovrano temporale. Nel corso dei secoli ci sono state numerose deposizioni di imperatori che testimoniano le sempre maggiori pretese pontificie. Tra i casi più eclatanti c'è quello di Federico II, che collezionò più scomuniche di ogni altro imperatore. Spettò proprio a Federico II, dopo l'ennesima scomunica, lanciare il primo avvertimento ai sovrani d'Europa che in ciascun paese stavano costituendo gli stati nazionali e li mise in guardia sul fatto che il potere reclamato dei pontefici era ormai senza confini. Senonché nessuno poteva prevedere che Il sogno teocratico si sarebbe infranto a causa di uno scaltro e orgoglioso sovrano nazionale, Filippo il bello, il quale, sul finire del 300, riuscì ad umiliare il Papa Bonifacio VIII e a cambiare il corso della Chiesa e d'Europa. Il conflitto si annuncia quando il Papa nella bolla Ineffabilis amoris del 1296 dichiarò di voler fare da intermediario tra Inghilterra, Francia e Germania dal momento che le controversie tra questi paesi coinvolgevano questioni di competenza della Santa Sede. Il re di Francia, invece, come risposta, informò il legato pontificio che il governo del regno compete a lui soltanto e che egli non riconosceva alcuna autorità superiore e non intendeva sottoporre ad alcuno le questioni del governo temporale. Filippo il bello convocò gli stati generali di Francia ai quali sottopose la questione se fosse lecito al Papa esercitare la sovranità temporale sul re e in terra francese. Laici e Clero francesi risposero negativamente. L’ultimo manifesto della teocrazia, la Bolla Unam sanctam del 1302 di Bonifacio VIII (che proclama la subordinazione del potere temporale al potere spirituale e afferma per la prima volta che la sottomissione al pontefice romano è necessaria per la salvezza dell’anima), provocò la reazione di Filippo il Bello che finì con l’umiliare ad Anagni Bonifacio VIII di fronte all'Europa intera, provocandone di lì a poco la morte. Da questo momento in poi in Europa si crea una nuova situazione: i popoli vogliono governarsi autonomamente e non accettano autorità superiori. Inizia un cammino quasi inverso a quello che aveva portato il papato a primeggiare sull'impero e la

che i musulmani non sono tanto meglio dei cristiani d’occidente. L'eccidio che ne segue ha il sapore di una pulizia etnica è certamente porta alla sostituzione dell'Islam in luogo dell'antica religione cristiana. Il Sultano fa decapitare l’imperatore e pone un nuovo patriarca. L’islamizzazione avviene secondo lo schema classico: i cristiani che non si convertono vengono assoggettati al consueto tributo e rimangono sotto il loro capo spirituale. Con il tempo, le chiese cristiane si trasformano in moschee, le conversioni si moltiplicano, la società viene governata dal Corano come codice fondamentale della vita politica e civile. Caduta Costantinopoli, la Chiesa d'oriente si inaridisce nel suo centro spirituale. Non perché il cristianesimo si estingua nelle terre ancora libere, ma la cattività turca impedisce la spinta propulsiva della religione cristiana da parte del patriarcato; quindi la dottrina e il pensiero religioso, pur mantenendosi profondamente cristiani, non si evolvono. Se l'Europa perde Costantinopoli nel 1453, nello stesso periodo l'Islam perde la penisola iberica la cui riconquista impegna le case regnanti del Portogallo e i re cattolici di Spagna, lungo oltre due secoli, per concludersi nel 1400. Si trattò di una riconquista lunga e dolorosa di cui tutti pagano il prezzo. In oriente l'impero ottomano aveva posto fine al periodo d'oro della civiltà islamica e aveva fatto emergere il profilo peggiore della dominazione musulmana, aveva accentuato pratiche di schiavizzazione di gruppi cristiani e metodi di direzione politica fondati sull'arbitrio dei sovrani. Diversa invece l'esperienza islamica nella penisola iberica, dalla quale scaturisce una civiltà colta e tollerante, nell'ambito della quale convivono uomini di fede diversa, musulmani, cristiani, ebrei. Quando Cordova cade nel 1236, il dominio arabo inizia a sfaldarsi in piccole entità che vengono progressivamente eliminate ad opera dei re cristiani. La caduta di Granada nel 1492 segna la fine della dominazione musulmana. La riconquista si completa con la crociata cristiana, con l'intento di rendere cattolica l'intera penisola e provoca in Spagna una sorta di pulizia etnico-confessionale condotta congiuntamente dalla monarchia e dai tribunali dell'inquisizione. L’inquisizione di per sé non ha giurisdizione su giudei e infedeli, essendo piuttosto diretta a combattere le eresie. Senonché, proprio per procedere alla cristianizzazione del paese, vengono emanati in Spagna tra il 1492 e 1502 i cosiddetti diritti di espulsione , che offrono agli ebrei e ai musulmani l'alternativa tra l'abbandono del territorio spagnolo e la conversione mediante battesimo. Molti lasciano la Spagna, ma molti si fanno battezzare per convenienza, convinti che si tratti di una conversione non valida perché puramente formale ed estorta col ricatto e nei fatti continuano a praticare il loro culto. Ma questo non viene tollerato dalle autorità dal momento che gli ebrei convertiti ( conversos ) e i musulmani battezzati ( moriscos ) sono ormai cristiani a tutti gli effetti. Così essi avendo ricevuto il battesimo, ricadono pienamente sotto la giurisdizione inquisitoriale, la quale provvede ad estirpare le ultime resistenze anticristiane con processi di massa diretti all’eliminazione fisica delle resistenze. Tuttavia, il rapporto tra cristianità e Islam non si esaurisce nella caduta di Costantinopoli e nella riconquista della penisola iberica. Da quel momento inizia la resistenza cristiana contro i ricorrenti tentativi ottomani di espandere i propri domini in Europa, che si conclude vittoriosa nelle battaglie di Lepanto (1571), con la quale viene arginato il dominio turco del mediterraneo, e di Vienna (1683), con la quale viene sventato il tentativo ottomano di dilagare dell'Europa centrale. Così il

contenimento dell’Islam si è realizzato, ma resta a lungo la dominazione turca sulle popolazioni dell’ex impero bizantino. In occasione dell’emancipazione dei popoli sottomessi all’impero ottomano, si manifesta l’impotenza cui è ridotto il patriarca di Costantinopoli, il quale, senza ormai un popolo cristiano di riferimento diretto, pur restando capo spirituale dell’ortodossia orientale. La condizione di cattività politica dei patriarchi, dunque, impedisce loro di svolgere qualsiasi ruolo autonomo e di agire come capi spirituali, anzi, li riduce a compiere atti di subalternità umilianti, che faranno scemare sempre più la loro rappresentatività e prestigio. PARAGRAFO 11: LA RIFORMA PROTESTANTE E LA NUOVA DIVISIONE RELIGIOSA DELL'EUROPA Dopo la caduta di Costantinopoli e la riconquista della penisola iberica, la Chiesa di Roma subisce la lacerazione più dolorosa della storia che provoca una nuova divisione religiosa e politica dell'Europa. La scintilla viene dalla Germania ad opera di un monaco agostiniano Martin Lutero, preso non dalla politica, ma dall’assillo di conquistare la salvezza ultraterrena. Lutero affronta una crisi spirituale. Egli pone un abisso tra la creatura e il suo creatore, la materia e lo spirito; secondo lui l'uomo è colpevole quasi per definizione, non ha energie autonome ne possibilità di riscattarsi per avvicinarsi a Dio, quindi per meritare la salvezza. Il monaco scopre quindi che la sua vita di sacrifici è stata inutile. La crisi spirituale trova soluzione quando Lutero, confermandosi nella convinzione che a nulla valgono le opere per la salvezza dell’uomo, riscopre però che la misericordia di Dio è talmente grande che, per la fede e attraverso la fede egli giustifica l’uomo e le sue colpe. La salvezza diventa parte di un disegno divino che l'uomo non conosce. La giustificazione per la fede diventa il punto di rottura con l'ortodossia e la dottrina romana. Da questo punto Lutero prende le mosse per una rivolta anti-ecclesiastica e antiromana. Agli occhi di Lutero, Roma si è appropriata della Chiesa è la piegata alle sue esigenze e ai suoi interessi, l’ha trasformata in una gigantesca istituzione e l'ha riempita di regole costruite da mano umana, fino a deformarla e farne qualcosa di completamente diverso da quella voluta dal suo fondatore. Lutero critica anche le indulgenze , perché con esse Roma vende un po' dovunque il riscatto per denaro di annate di purgatorio, con uno sfruttamento profondamente lucrativo. Lutero critica l’ecclesiologia e la struttura temporale della Chiesa romana, è percorso da un’insofferenza verso tutto ciò che è romano e papista. Quando alla porta della chiesa del castello di Wittenberg vengono esposte le 95 tesi di Lutero, quest'ultimo trova immediati e inaspettati sostegni da parte di personalità politiche che gli garantiscono per anni l'immunità e la sicurezza contro le tante richieste di consegna nelle mani dell'autorità ecclesiastica che giungono da Roma. Il consenso che Lutero ottiene dall’opinione pubblica trasforma il suo dissenso teologico in una frattura generalizzata e senza ritorno, che in pochi anni porta alla nascita di una nuova Chiesa e alla frantumazione dell’unità religiosa d’Europa. Nelle tesi luterane si riforma quasi tutto: Si sostiene che i cristiani devono in primo luogo tornare alla fonte della propria fede, ossia alla Scrittura , quindi alla parola di Dio , e devono rifiutare tutto ciò che la storia successiva, il potere ecclesiastico, la corruzione politica hanno aggiunto