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Esame completo parte istituzionale storia contemporanea Paolo Capuzzo Unibo a.a 2015/16, Sintesi del corso di Storia Contemporanea

Link al programma del corso: https://www.unibo.it/it/didattica/insegnamenti/insegnamento/2015/321580 Riassunti completi di storia contemporanea dal 1774 al 2000 relativi ai manuali: - A.M. Banti, L'età contemporanea. Dalle rivoluzioni settecentesche all'imperialismo, Laterza, 2009, per il periodo fino alla prima guerra mondiale. - M. Flores, Il secolo mondo. Storia del Novecento, Il Mulino, 2 volumi, per il periodo dalla prima guerra mondiale in avanti.

Tipologia: Sintesi del corso

2015/2016

In vendita dal 19/11/2018

ChiaraSofiaRicci
ChiaraSofiaRicci 🇮🇹

4.5

(46)

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ARGOMENTI DA APPROFONDIRE PARTICOLARMENTE
Rivoluzione americana: fatto
Rivoluzione francese ed età napoleonica: fatto
Le rivoluzioni del 1848-49: fatto
L'Unificazione italiana: fatto
La guerra civile americana: fatto
Imperialismo e colonialismo: fatto
Il movimento socialista fino alla prima guerra mondiale (Prima e Seconda Internazionale): fatto
La prima guerra mondiale: fatto
La rivoluzione in Russia: fatto
La crisi del dopoguerra in Italia e il fascismo in Italia: fatto
La III Internazionale e lo stalinismo: fatto
La crisi del '29 in Usa e in Europa: fatto
Il New Deal: fatto
Il nazismo: fatto
La guerra di Spagna: fatto
La II guerra mondiale: fatto
La rivoluzione in Cina: fatto
L'indipendenza dell'India: fatto
La divisione dell'Europa e la guerra fredda: fatto
Il processo di decolonizzazione in Africa: fatto
Israele e Palestina: fatto
L'Italia dalla Ricostruzione al centro-sinistra: fatto
La guerra d'Algeria e la crisi politica in Francia: fatto
La guerra del Vietnam: fatto
Il 1968 come fenomeno globale: fatto
La crisi economica degli anni Settanta: fatto
L'America di Reagan e la Thatcher in Inghilterra: fatto
La rivoluzione iraniana: fatto
L'Italia dalla crisi degli anni Settanta a Berlusconi: fatto
La politica di Gorbacev e la caduta del muro di Berlino: fatto
Le guerre nell’ex Jugoslavia: fatto
Dalla guerra del Golfo all'11 settembre 2001: fatto
LA RIVOLUZIONE AMERICANA 1763-1787
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ARGOMENTI DA APPROFONDIRE PARTICOLARMENTE

Rivoluzione americana: fatto Rivoluzione francese ed età napoleonica: fatto Le rivoluzioni del 1848-49: fatto L'Unificazione italiana: fatto La guerra civile americana: fatto Imperialismo e colonialismo: fatto Il movimento socialista fino alla prima guerra mondiale (Prima e Seconda Internazionale): fatto La prima guerra mondiale: fatto La rivoluzione in Russia: fatto La crisi del dopoguerra in Italia e il fascismo in Italia: fatto La III Internazionale e lo stalinismo: fatto La crisi del '29 in Usa e in Europa: fatto Il New Deal: fatto Il nazismo: fatto La guerra di Spagna: fatto La II guerra mondiale: fatto La rivoluzione in Cina: fatto L'indipendenza dell'India: fatto La divisione dell'Europa e la guerra fredda: fatto Il processo di decolonizzazione in Africa: fatto Israele e Palestina: fatto L'Italia dalla Ricostruzione al centro-sinistra: fatto La guerra d'Algeria e la crisi politica in Francia: fatto La guerra del Vietnam: fatto Il 1968 come fenomeno globale: fatto La crisi economica degli anni Settanta: fatto L'America di Reagan e la Thatcher in Inghilterra: fatto La rivoluzione iraniana: fatto L'Italia dalla crisi degli anni Settanta a Berlusconi: fatto La politica di Gorbacev e la caduta del muro di Berlino: fatto Le guerre nell’ex Jugoslavia: fatto Dalla guerra del Golfo all'11 settembre 2001: fatto

LA RIVOLUZIONE AMERICANA 1763-

La colonizzazione La colonizzazione del Nord America ha inizio nel 600 soprattutto grazie al flusso migratorio dei privati cittadini animati da spirito imprenditoriale e di culto puritano. Questi rappresentano gruppi sociali non integrati nella società inglese e guardano all’America come a una terra di libertà. Da qui le forme di governo delle colonie nordamericane risultavano differenti da quelle della madrepatria. Di solito l’esecutivo era nelle mani di un governatore di nomina regia affiancato da un consigliere e da un’assemblea legislativa eletta a suffragio censitario e subordinata al parlamento londinese su cui il governatore poteva esercitare il diritto di veto.

L’economia delle colonie. Nord (New Hampshire, Massachusetts, Rhode Island e Connecticut): agricoltura, allevamento, commercio. Coloni puritani. Centro (New York, New Jersey, Pennsylvania e Delaware): agricoltura cerealicola, commercio. Maggiore differenziazione religiosa. Sud (Maryland, Virginia, Carolina del Sud e Georgia): grandi piantagioni di cotone, riso e tabacco. Concentrazione di schiavi neri.

La civiltà indigena americana Il contatto tra la civiltà autoctona americana e i coloni produce effetti devastanti sul piano culturale. L’economia di sussistenza indiana e non intensiva viene preso sostituita da quella inglese e così le tribù cominciano a combattersi per il controllo dei traffici. Inoltre i coloni introducono l’uso dell’alcool e malattie sconosciute agli indiani e nei confronti delle quali sono vulnerabili.

I primi conflitti Alla fine della guerra di sette anni (1763) il parlamento britannico vara dei provvedimenti che riducono l’autonomia delle colonie e aumentano la pressione fiscale, questo per far fronte alle spese militari sostenute. I coloni si sollevano contro questi provvedimenti approvati senza una rappresentanza nel parlamento di Londra. Alcuni dei provvedimenti a danno delle colonie: 1763 Line Act che vieta l’estensione della frontiera oltre gli Appalachi; 1764 Sugar Act che vieta ai coloni di importare zucchero dalle Antille presso paesi che non siano l’Inghilterra; 1764 Currency Act che proibisce alle banche americane di emettere mezzi di pagamento; 1765 Stamp Act che introduce dei tributi su atti giuridici, notarili e pubblicazioni revocata nel 1767 a causa del malcontento; 1767 Townshend Act che impone una tassa su molte merci importate dai coloni. Nel 1773, a seguito delle proteste dei coloni, il parlamento inglese ritira i dazi sulle merci d’importazione a eccezione di quello sul the. Da qui, il 7 dicembre 1773, un gruppo di coloni s’impadronisce di una nave della compagnia delle indie orientali attraccata a Boston e riversa in mare il carico di the (Boston tea party). Tra il 1774 e 1775, nei due Congressi a Filadelfia, si solleva la questione dell’indipendenza delle colonie dalla madrepatria a seguito della dura repressione inglese.

La guerra d’indipendenza Durante le convenzioni cui partecipano le colonie, queste si riconoscono come stati indipendenti e auspicano la secessione anche a causa della chiusura da parte del sovrano inglese Giorgio terzo. Così il 4 luglio 1776 i rappresentanti delle colonie, fatta eccezione per quello di New York, approvano la Dichiarazione d’indipendenza. Nel parlamento inglese si accende un dibattito tra i tory e whig e le responsabilità di ciascuno ma infine si opta per l’intervento militare in America. L’esercito americano, comandato da George Washington, riporta un’iniziale vittoria a Saratoga. La Francia decide di unirsi alla causa americana come anche la Spagna e l’Olanda. Nel 1781 gli inglesi subiscono un’altra sconfitta a Yorktown a seguito della quale il parlamento inglese deciderà di terminare il conflitto avviando delle trattative di pace (Versailles 1783) che riconoscono l’indipendenza delle tredici colonie.

La nascita dello stato federale I neonati stati uniti di America devono darsi una costituzione. Questa necessità viene interpretata dalle due anime del Congresso in due modi differenti. Il partito federalista di Madison, Hamilton, Washington e Franklin vuole una revisione della costituzione e un rafforzamento del governo federale. Il partito antifederalista di Jefferson auspica al mantenimento delle autonomie dei singoli stati a scapito dei poteri del governo centrale. Convocata una convenzione nel 1787, vince la proposta dei federalisti che elabora una costituzione basata sulla divisione dei poteri. Il potere legislativo è affidato a un parlamento bicamerale: senato (due

Il regno viene suddiviso in 83 dipartimenti governati da amministratori eletti a suffragio censitario. Nel paese si avvia una politica liberista che abolisce i dazi, le corporazioni e lo sciopero (legge Le Chapelier). Il 2 novembre 1789 si decide la confisca delle terre del clero e la loro nazionalizzazione. Alla base del processo di nazionalizzazione delle terre sta la fase inflattiva successiva. L’assemblea comincia a emettere assegnati, buoni del tesoro con interesse annuo, con i quali il cittadino può acquistare le terre. Gli assegnati cominciano a circolare come carta moneta e in numero superiore al valore dei beni ecclesiastici. Successivamente, il 12 luglio 1789, l’assemblea approva la costituzione civile del clero che dichiara la chiesa francese dipendente dal potere politico e la obbliga a giurare fedeltà alla costituzione. Da qui il fenomeno dei preti refrattari, ovvero coloro che si rifiutano di sottoscrivere la costituzione che anche papa Pio sesto nel 1791 condanna.

La costituzione del 1791 Nel parlamento francese ci sono due anime, l’una moderata e l’altra radicale. Dopo un acceso dibattito sulla migliore forma di governo da dare al paese, l’assemblea emana la costituzione liberale del 1791 che prevede:

  1. Un’assemblea monocamerale eletta a suffragio censitario e con potere legislativo;
  2. L’esecutivo nelle mani del sovrano che può esercitare diritto di veto sull’assemblea, ma per non più di due volte;
  3. Dei tribunali con giudici elettivi per il potere giudiziario. Di fronte a questi provvedimenti Luigi sedicesimo decide di tentare la fuga nei Paesi Bassi per poi tornare a Parigi in armi e chiudere la stagione rivoluzionaria. Fermato a Varennes e ricondotto a Parigi si apre il dibattito sulla monarchia che si è dimostrata una forma di governo non più auspicabile perché è il sovrano stesso a risultare inadeguato. Il 17 luglio 1791 l’assemblea vota la non colpevolezza del re affermando che questi era stato rapito. Il popolo parigino si ribella riunendosi al campo di marte e chiedendo che il sovrano sia destituito. La guardia nazionale spara sulla folla e si apre la vera stagione sanguinosa della rivoluzione.

I club politici Nella Francia rivoluzionaria il vero dibattito politico avviene nei club. Tra questi spiccano: il club dei giacobini, inizialmente moderato poi radicale; il club dei cordiglieri, democratico e di sinistra; il club dei foglianti, moderato e monarchico; il club dei girondini, radicale e formato da alcuni membri giacobini. Scioltasi l’assemblea costituente, si tengono le elezioni per l’assemblea legislativa l’1 ottobre 1791 che vede vincitori i girondini di Brissot.

La guerra contro l’Austria La rivoluzione comincia a spaventare anche i sovrani esteri, in particolare Francesco secondo d’Austria che teme che questa possa diffondersi. In Francia sia il re sia i girondini premono per la guerra. L’uno perché spera nella sconfitta della Francia e nella restaurazione dell’assolutismo regio, gli altri perché sperano di consolidare il paese ed esportare la rivoluzione. In questo scenario spicca la figura di Robespierre che avverte il tradimento del re e incita la nazione a mobilitarsi costituendo eserciti di volontari. È dichiarata guerra all’Austria il 20 aprile 1792. Comincia la caccia ai traditori della rivoluzione. Nell’agosto del 1792 i sanculotti prendono d’assalto le Tuileries, decidono l’arresto del sovrano per tradimento, istituiscono la Comune (il governo rivoluzionario) e chiedono nuove elezioni a suffragio universale per una nuova assemblea costituente (la Convenzione).

La nascita della repubblica La Comune vara importanti provvedimenti tra cui l’istituzione di un tribunale per i nemici della rivoluzione. Un primo esempio di Terrore si ha quando, il 2 settembre 1792, la fortezza di Verdun viene presa dagli austriaci. I sanculotti penetrano nelle carceri e, dopo processi sommari, uccidono coloro sospettati di essere nemici della rivoluzione. Si tengono le elezioni per la convenzione per la quale vota solo il 10% dei francesi. Dopo la vittoria contro la Prussia a Valmy, il 21 settembre 1792, la convenzione dichiara la Repubblica. La Convenzione non ha un’anima politica coesa, ma è formata da diversi schieramenti: girondini, giacobini e montagnardi (ala estrema dei giacobini). Questi ultimi si alleano con i sanculotti nella condanna a morte di luigi sedicesimo che rappresenta una spaccatura tra girondini e giacobini, perché i primi si mantengono su posizioni più moderate. Il re viene giustiziato il 21 gennaio 1793.

La guerra e i conflitti interni L’esecuzione del re avvia la guerra contro Inghilterra, Spagna, Austria e principati italiani e tedeschi. Le sorti della guerra vedono la Francia inizialmente trionfare per poi arretrare su tutti i fronti anche a causa della crisi interna. La Francia del 1793 è segnata dall’inflazione e dalla guerra civile. In particolare in Vandea si assiste

a sommosse controrivoluzionarie anche a causa dell’alto numero di preti refrattari della zona, ma soprattutto a causa dell’introduzione della leva di massa. La guerra in Vandea termina alla fine del 93 e segna la definitiva spaccatura tra rivoluzione e masse contadine. La situazione continua a precipitare e si avviano misure sempre più drastiche. Viene creato il Comitato di salute pubblica con ampi poteri esecutivi e di controllo al quale i girondini si opposero. Quest’atto segna la caduta dei girondini che il 2 giugno 1793 vengono arrestati dai sanculotti e dai montagnardi. Questo genera la rivolta federalista contro lo strapotere dei sanculotti.

La dittatura del comitato di salute pubblica Il 24 giugno 1793 viene approvata una nuova costituzione di stampo sociale e democratico alla quale viene anteposta una nuova dichiarazione. Tuttavia questa costituzione non entra mai in vigore siccome la Francia getta in una situazione di disordini e soprusi. Il comitato di salute pubblica, guidato da Robespierre, assume poteri dittatoriali. I primi provvedimenti sono atti a potenziare l’esercito per sopprimere le rivolte interne, quella vandeana e federalista. Si avvia inoltre una grande propaganda ideologica per reclutare volontari per l’esercito che viene portato a 750 000 effettivi. Le rivolte interne vengono soppresse e si riprende l’offensiva verso il Belgio. La dittatura giacobina opera una profonda laicizzazione dello stato introducendo un nuovo calendario e proclamando la libertà di culto. Tra il settembre 1793 e il luglio 1794 si assiste al Terrore: un processo atto a rigenerare la morale dell’uomo e a salvare la causa rivoluzionaria secondo Robespierre. Le libertà e garanzie civili sono sospese e si applica la legge sul sospetto che porta a un numero enorme di condanne a morte.

La fine di Robespierre Robespierre attua una vera e propria dittatura personale che lo porta a eliminare qualunque oppositore politico in nome della rivoluzione. Con questo pretesto saranno eliminati i capi dei sanculotti, insofferenti nei confronti del terrore. Questo genera il malcontento popolare che porta all’arresto di Robespierre e dei suoi collaboratori il 27 luglio 1794. Sono giustiziato il giorno successivo dopo un processo sommario.

I termidoriani e il Terrore bianco La fase successiva alla caduta di Robespierre è caratterizzata dal Terrore bianco operato dalla Convenzione termidoriana, un gruppo di moderati e realisti che fino al 1795 operano a Parigi cercando di salvare la rivoluzione liberandola dagli eccessi giacobini e avviando una caccia all’uomo di questi ultimi. In questi anni i termidoriani sopprimono il tribunale rivoluzionario, limitano i poteri del comitato, chiudono i club e aboliscono il maximum. Questo genera l’incremento dei prezzi e fa risalire l’inflazione. Nel 1795 i parigini attaccano nuovamente la convenzione, ma vengono respinti duramente dalla guardia nazionale.

La costituzione del 1795 e il Direttorio (95-99) Fallita anche l’esperienza termidoriana, la convenzione elabora una nuova costituzione emanata il 22 agosto

  1. Il sistema politico che ne scaturisce è:
  2. Suffragio censitario a doppio grado i cui si eleggono due organi del legislativo (camera dei 500 e degli anziani.)
  3. Le camere a loro volta eleggono un direttorio formato da cinque membri con potere esecutivo. Questi anni sono caratterizzati da un crescente ricorso al potere militare per sedare le rivolte. La costituzione del 95, inoltre, limita fortemente la sovranità popolare, per questo motivo nel 1796 Babeuf e Buonarroti insorgono in quella che è conosciuta come La rivolta degli eguali.

Il colpo di stato Sotto iniziativa del Direttorio riprende la campagna espansionistica francese che, grazie all’intervento di Bonaparte, si rivela un successo nella penisola italiana costringendo l’Austria a firmare il trattato di Campoformio. Tuttavia la fortuna gira e il conflitto volge a sfavore della Francia indebolendo i consensi del Direttorio. Questo favorisce l’emergere della figura di Bonaparte che, il 9 novembre 1799, fa irruzione nella camera dei 500 e sopprime il Direttorio imponendo un triumvirato composto di lui, Sieyes e Ducos. Termina la stagione rivoluzionaria.

L’ETÀ NAPOLEONICA

Il 48 in Francia Le tensioni in Francia si aprono già nel 1846 a causa di una grave crisi agricola che acuisce le tensioni sociali e crea un clima di diffusa sfiducia nei confronti della monarchia di Luigi Filippo. Nel luglio del 47 l’opposizione coinvolge le masse nelle cosiddette “campagne dei banchetti”, degli atti di protesta volti a ottenere uguaglianza sociale e riforme. Una di queste campagne viene proibita e i parigini si sollevano nelle giornate di febbraio costringendo il sovrano alla fuga. Si instaura un governo provvisorio (24/02/1847) e viene proclamata la repubblica che vara importanti provvedimenti democratici e sociali. La neonata repubblica si vede ad affrontare la questione del lavoro, per la quale viene incaricata una Commissione che suggerisce la creazione degli ateliers sociaux, degli opifici di stato che tuttavia falliscono nel loro ruolo di stimolare il mercato. Le elezioni di aprile vedono la vittoria dei moderati che causa la rivolta dei parigini e l’occupazione dell’aula dell’assemblea (15/05/1847). A seguito di questa rivolta il governo sopprime le misure di natura sociale approvate precedentemente e causa una nuova sommossa che viene sedata grazie all’intervento del generale Cavaignac. Questi diventa capo del governo e mette in atto un regime autoritario in cui le garanzie civili e i diritti sociali vengono aboliti. Le elezioni di dicembre vedono il trionfo della figura di Luigi Napoleone Bonaparte, nipote di Napoleone.

Il 48 nell’Impero Asburgico I moti che si hanno nell’impero asburgico sono prevalentemente di natura indipendentista. Il 13 marzo 1848 si sollevano Vienna, Budapest, Venezia, Milano, Praga e Berlino. Le masse prevalgono e si formano dei governi provvisori. In Ungheria i patrioti chiedono l’indipendenza, ma subito dopo le elezioni, l’esercito imperiale interviene ristabilendo la propria autorità su Praga, Budapest e nell’Italia settentrionale (battaglia di Custoza). Scoppia una nuova rivolta a Vienna che viene sedata grazie anche all’intervento della Russia e si insedia il nuovo imperatore, sul trono asburgico, che emana una costituzione che non concede nella agli indipendentisti. I moti si diffondono anche a Berlino, dove la confederazione convoca un’assemblea che, una volta deciso di offrire la corona imperiale a Federico Guglielmo quarto di Prussia, si scioglie a causa del rifiuto di quest’ultimo.

Il 48 in Italia La stagione rivoluzionaria italiana si apre con l’insurrezione della popolazione di Palermo il 12 gennaio 1848 per chiedere l’autonomia dal regno di Napoli. Ferdinando secondo concede una costituzione octroyeé che prevede un parlamento bicamerale in parte di nomina regia in parte eletto a suffragio censitario e l’esecutivo nelle mani del re che riveste ampi poteri. A questa costituzione seguono quella toscana e romana. La ventata rivoluzionaria giunge anche in Italia e città quali Milano, Venezia, Parma e Modena si solevano instaurano governi provvisori. I promotori della rivolta si dividono tra: democratici e moderati. I primi aspirano a una federazione tra le città-repubbliche; mentre i moderati sostengono la monarchia dei Savoia. Entrambi premono sul re di Sardegna perché intervenga e proclami l’annessione al Piemonte. Il 23 marzo 1848 Carlo Alberto dichiara guerra all’Austria. Si costituisce un esercito di volontari di cui fa parte anche Giuseppe Garibaldi. La guerra inizialmente appoggiata dal papato rivela le sue deboli fondamenta. Si tengono dei plebisciti annessionistici che approvano la fusione al Piemonte. L’Austria sferra una controffensiva vittoriosa che costringe Carlo Alberto a un armistizio. Le repubbliche italiane tornano sotto il dominio dell’Austria, resiste solo Venezia, che viene proclamata Repubblica.

Le esperienze repubblicane Rappresentativo il caso della repubblica romana. Qui, dopo l’assassinio di Pellegrino Rossi (ministro del papa), il 15 novembre 1848, Papa Pio IX si rifugia a Gaeta. Il 9 febbraio 1849 viene proclamata la Repubblica, l’esecutivo viene affidato a un triumvirato composto da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi, Carlo Armellini. L’esercito è affidato a Giuseppe Garibaldi. L’assemblea redige una costituzione molto innovativa in cui vengono riconosciuti i maggiori diritti civili e sociali. All’esperienza romana segue quella toscana. Dopo la fuga del granduca Leopoldo II si forma un triumvirato composto da Domenico Guerrazzi, Giuseppe Montanelli e Giuseppe Manzoni. Carlo Alberto di Savoia decide di riprendere la guerra con l’Austria. Il 20 marzo 1849 il Piemonte viola l’armistizio. Tuttavia la ripresa della guerra si rivelerà una disfatta, Carlo Alberto abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II e viene firmato l’armistizio di Vignale che sarà perfezionato con il trattato di Milano del 6 agosto 1849.

La fine dei governi costituzionali

Nella stagione rivoluzionaria italiana termina tuttavia velocemente. Il 1 aprile è la volta di Brescia; il 9 di Genova, infine cade il regno delle due Sicilie. Anche la repubblica romana è costretta alla capitolazione. Garibaldi tenta invano di resistere contro gli austriaci, ma infine Roma cade. Il 28 luglio 1848 Leopoldo II rientra a Firenze ponendo fine anche all’esperienza repubblicana toscana. Infine cade Venezia il 24 agosto.

L’UNIFICAZIONE DELL’ITALIA

Il Piemonte di Cavour Nel regno di Sardegna Vittorio Emanuele II mantiene in vigore lo statuto Albertino che attribuiva al re ampi poteri. Successivamente indice nuove elezioni e, con il proclama di Moncalieri, sollecita l’elettorato a favorire una maggioranza moderata e filogovernativa presieduta da Massimo d’Azeglio. La maggioranza, nel 1850, propone la legge Siccardi, che abolisce i privilegi ecclesiastici. Una volta insediatosi il governo di d’Azeglio, questi nomina ministro dell’agricoltura, del commercio, della marina e della finanza, Camillo Benso, conte di Cavour. Cavour vara importanti provvedimenti durante il suo mandato. Tra il 1850 il 1851 stipula dei trattati commerciali con Francia, Belgio e Gran Bretagna e riduce le tariffe doganali. Queste prime riforme vengono osteggiate dalla destra conservatrice e moderata.

Riforma del governo Cavour Nel 1852 il governo d’Azeglio cade a causa di un progetto di legge sul matrimonio civile. Il re in carica Cavour di formare un nuovo governo e questi pensa sia meglio assicurarsi la maggioranza parlamentare. A questo scopo stringe un accordo con il leader della sinistra riformista Urbano Rattazzi. Quest’accordo è chiamato dai conservatori connubio. Grazie all’appoggio della sinistra riformista Cavour può permettersi di varare importanti riforme e di presiedere il governo ininterrottamente fino al 1859. La riforma più importante del governo Cavour è sicuramente quella del 1855 riguardante gli ordini contemplativi. Al fine di diminuire l’influenza della Chiesa sullo stato Cavour propone di sciogliere gli ordini contemplativi e di vendere i loro beni. Tuttavia questo genera una forte opposizione che costringe Cavour alle dimissioni. Successivamente il suo incarico verrà riconfermato vista l’impossibilità di sostituirlo. Gli ordini vengono sciolti e Cavour afferma l’autonomia dello Stato dalla Chiesa nel suo motto “libera Chiesa in libero Stato”. Da allora la sua linea politica in materia ecclesiastica sarà più moderata.

Cavour della questione italiana La politica estera di Cavour consiste nello sfruttare il pericolo di nuove insurrezioni per ottenere sostegno nelle iniziative diplomatiche di annessionismo. In questo senso la congiuntura internazionale è favorevole siccome si sta combattendo la guerra di Crimea e gli anni 50 dell’ottocento sono ancora caratterizzati da moti insurrezionali. In particolare Francia e Inghilterra appoggiano il tentativo annessionistico di Cavour. Negli anni 50 riprende l’attività cospirativa. Mazzini, nel 1853, annuncia la nascita del partito d’azione, un’organizzazione che agisce in nome dell’indipendenza italiana. Tuttavia i moti degli anni 50 si rivelano un fallimento, in particolare ricordiamo l’impresa di Carlo Pisacane anche nota come impresa di Sapri. Nel 1857 questi tenta di instaurare una rivoluzione anti borbonica nel mezzogiorno. Il governo borbonico mobilita l’esercito che allerta le popolazioni locali facendo loro credere che stavano per essere attaccate dall’esercito di Pisacane, questi attaccano gli insorti che muoiono tutti e lo stesso Pisacane si suicida. In questi anni il fronte mazziniano perde molti consensi a favore del fronte moderato di Cavour. In particolare ricordiamo l’episodio di Giorgio Pallavicino e Giuseppe La Farina che nel 1857 fondano la Società Nazionale italiana il cui motto è “Italia e Vittorio Emanuele”. Questi offrono il loro sostegno alla monarchia e a Cavour.

Il trattato di Plombières Come abbiamo visto, la politica espansionistica di Cavour prevedeva di riscuotere consensi instaurando la paura di nuove insurrezioni. Questa politica ha successo nel tentativo di coinvolgere la Francia nella questione annessionistica. Quando nel gennaio del 1858 Napoleone III subisce un attentato operato da Felice Orsini, un esule mazziniano, questi si decide ad accogliere Cavour a Plombières, il 22 luglio 1858, dove viene firmato un accordo segreto che prevede l’intervento francese a sostegno del Piemonte in caso in cui l’Austria nuova guerra contro quest’ultimo. Durante questo incontro viene anche definito l’assetto federale della penisola, ma non viene deciso chi deve regnare sul centro sul sud Italia. A Napoleone III vengono dati Nizza e la Savoia e per dar più rilievo all’accordo siglato la figlia di Emanuele II, Clotilde, viene data in sposa al figlio di Napoleone III, Girolamo. Quest’accordo si rivela un successo per la politica di Cavour siccome getta le basi per lo scontro con l’Austria.

un’imposta indiretta sul pane che crea largo disappunto. I provvedimenti varati in materia economica causano sintomi d’insofferenza soprattutto nel meridione. Infatti, dal 1861 al 1865 si assiste al fenomeno del brigantaggio che la destra affronta attraverso una dura repressione militare. La legge Pica del 15 agosto 1863 estende la legge marziale ai territori interessati dal brigantaggio. La repressione violenta e le mancate riforme sociali favoriscono il radicamento di forme di organizzazione criminale e fenomeni di jacqueries. I problemi legati all’arretratezza del sud persistono dando vita a quella che verrà poi chiamata la “questione meridionale”.

Il completamento dell’unità Il 27 marzo 1861 Roma viene proclamata capitale del regno. Cavour avvia le trattative con lo Stato pontificio che tuttavia si rivela mal disposto alla cessione di Roma. Dopo la morte di Cavour Papa Pio IX è deciso a non cedere Roma. Garibaldi, rientrato dall’esilio volontario di Caprera, raccoglie un esercito di volontari con l’intento di liberare Roma al cui proposito il governo Rattazzi non si oppone. Tuttavia la pressione esercitata da Napoleone III fa sì che il governo intervenga e Garibaldi viene fermato sull’Aspromonte. Nel 1867 organizza un secondo tentativo ma anche questo fallisce e i garibaldini vengono sconfitti a Mentana. Nel periodo intercorso tra i due tentativi di liberazione di Roma, vi è un accordo diplomatico tra il governo italiano, guidato da Minghetti, e Napoleone III noto come “convenzione di settembre”, stipulato nel 1864 che prevede il rispetto dei confini dello Stato pontificio e il trasferimento della capitale da Torino a Firenze con l’implicita rinuncia a Roma. Nel 1870 Napoleone III viene sconfitto dalla Prussia nella battaglia di Sedan, questo offre ai garibaldini l’occasione per riprendere la liberazione di Roma che viene occupata il 20 settembre 1870. Dopo un plebiscito si decreta l’annessione di Roma che diventa capitale del regno d’Italia. La Chiesa scomunica i governi italiani e non riconosce il regno d’Italia. Nel 1874 Papa Pio IX emana un decreto, il “non expedit”, che invita i cattolici italiani a non partecipare alle elezioni e a rifiutare ogni tipo di collaborazione col regno d’Italia.

Verso il governo della Sinistra storica Durante gli anni di governo della destra storica si erano risolte due importanti questioni: quella dell’ampliamento territoriale, portata a termine tra il 1866 e il 1870 con l’annessione del Veneto e del Lazio, e il pareggio di bilancio, realizzato nel 1875 grazie alle severe misure economico-fiscali. Queste politiche non incoraggiano le attività industriali e il mercato italiano di quegli anni risulta stagnante. Alle elezioni del 1874 la destra ha perso consensi a favore della sinistra, ma quello che determina la caduta del governo di destra è la politica sulla nazionalizzazione delle ferrovie, fortemente osteggiata dalla sinistra e da una parte dei deputati della destra storica che passano all’opposizione. Nel 1866 il governo Minghetti si dimette e Vittorio Emanuele II affida il governo ad Agostino Depretis avviando la cosiddetta “rivoluzione parlamentare”.

LA GUERRA DI SECESSIONE AMERICANA

La fine della guerra d’indipendenza contro l’Inghilterra segna un periodo di sviluppo demografico territoriale ed economico per gli Stati Uniti. Il paese si avvia a una fase di decollo industriale tuttavia segnata da profonde diversità tra Stati settentrionali e meridionali. I primi sono favorevoli al protezionismo, cioè al mantenimento di tariffe doganali che difendano i loro manufatti dalla concorrenza europea; i secondi vogliono l’abolizione delle tariffe che danneggiano le loro esportazione di materie prime. Inoltre il Nord chiede un aumento della pressione fiscale per finanziare il potenziamento delle vie di comunicazione mentre il sud è contrario sostenendo che il trasporto fluviale attraverso il Mississippi sia sufficiente. Un altro grande motivo di tensione fra Nord e sud è la questione dello schiavismo. Nel 1808 una legge vieta gli importi clandestini di schiavi. Negli Stati settentrionali si assiste alla diffusione di movimenti abolizionisti, questo provoca l’insofferenza del sud anche perché i nordisti hanno creato una rete di protezione e fuga per la liberazione degli schiavi. Il contrasto coinvolge anche i partiti politici: i democratici si schierano a favore della schiavitù, i repubblicani con gli abolizionisti. A far precipitare la situazione è l’elezione, nel 1860, di Abraham Lincoln come presidente degli Stati Uniti, esponente del partito repubblicano. Tra il 1860 e il 1861 undici Stati del sud danno vita alla confederazione indipendente staccandosi da quella degli Stati Uniti ed eleggendo a capitale Richmond, in Virginia. Si apre lo scontro militare che dura fino al 1865 e vede gli Stati del Nord vincitori. La guerra civile americana può essere considerata la prima guerra moderna siccome coinvolge l’intera nazione ed anche perché vengono utilizzate armi più tecnologiche. Questa guerra ha un carattere ideologico siccome non si affronta solo un esercito, ma si combatte contro un ideale. La fine del

conflitto si ha pochi giorni dopo l’assassinio del presidente Lincoln, il 14 aprile 1865. I repubblicani avviano una rigida occupazione militare degli Stati del sud. L’abolizione della schiavitù, decretata nel 1863, apre tuttavia nuove forme di discriminazione per i neri, infatti, il partito democratico vara delle leggi che introducono requisiti di alfabetizzazione, proprietà e censo per il diritto di voto e che sanciscono quindi legalmente la segregazione.

IMPERIALISMO E COLONIALISMO

Caratteri generali dell’imperialismo Alla base del fenomeno dell’imperialismo sta la volontà, da parte delle potenze industrializzate, di cercare nuove prospettive di sviluppo. La maggior parte dei paesi europei ha adottato politiche protezionistiche che si sono tradotte, sul piano politico, in un aumento della tensione fra gli Stati. Alla base dell’imperialismo sta anche un tentativo di educare le altre civiltà, considerate inferiori, alla cultura occidentale. Questo tentativo educativo è definito dallo scrittore inglese Rudyard Kipling il “fardello dell’uomo bianco”. Il termine “imperialismo” si presenta per la prima volta nel 1877 quando la regina Vittoria assume il titolo di “Imperatrice dell’India”. In tutte le sue diverse forme, l’imperialismo è una politica di potenza volta sottomettere vaste aree di mercato per ragioni militari, ideologiche, politiche ed economiche. Tra le cause dell’imperialismo possiamo trovare l’affermarsi del nazionalismo nel continente europeo e, più generale, il tentativo di impadronirsi di aree promettenti per evitare che siano conquistate da una nazione antagonista.

Le varie interpretazioni dell’imperialismo Nel corso dell’ottocento si hanno diverse interpretazioni del fenomeno dell’imperialismo. La prima ci viene dal Manifesto del partito comunista del 1848 di Marx e Engels. Di qui il fenomeno dell’imperialismo come l’inevitabile conclusione dell’economia capitalistica che aveva investito l’Europa. Nella visione liberale elaborata da John Hobson all’origine dell’imperialismo, ci sarebbe la volontà di ricercare nuovi mercati per un surplus delle merci interne. Secondo Hobson in quegli anni si ha una produzione interna non assorbita che ricerca mercati internazionali per essere smaltita. A queste interpretazioni si unisce quella sociologica di Joseph Schumpter nel suo saggio del 1919 sociologia dell’imperialismo. Questi riduce l’imperialismo a una sete irrazionale e istintiva di dominio sugli altri. Interpretazioni successive vedono nell’imperialismo una conseguenza del nazionalismo imperante nell’ottocento come nell’interpretazione di Wolfgang Mommsen. Nel suo saggio l’età dell’imperialismo David Fieldhouse suggerisce che l’imperialismo sia nato come scelta politica dettata dal sottrarre aree economicamente importanti a nazioni rivali. Infine Daniel Haedrick nei suoi scritti al servizio dell’impero e i tentacoli del progresso suggerisce che le condizioni che hanno permesso l’imperialismo siano da ricercare nelle innovazioni scientifiche e tecnologiche.

IL MOVIMENTO SOCIALISTA FINO ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Per capire le origini dei movimenti socialisti europei dobbiamo soffermarci sulla nascita della società di massa che avviene nella seconda metà dell’ottocento. La società ottocentesca è caratterizzata dalla presenza di partiti di notabili, che si fanno interpreti delle volontà dell’aristocrazia o di un gruppo comunque molto ristretto di elettori. A seguito della nascita di una società di massa, largamente rappresentata dalla classe lavoratrice, questi partiti si rendono inadeguati per rappresentare la nuova articolazione sociale. Di qui la nascita di partiti di massa caratterizzati da una vasta base popolare, dalla strutturazione in sezioni e federazioni, dall’adozione di una disciplina di partito e dalla presenza di un gruppo dirigente di coordinamento. Come sottolinea il politologo francese Maurice Duverger, il partito di massa nasce principalmente per finanziare i candidati meno abbienti chiedendo ai suoi associati una quota associativa da investire nelle attività politiche quali la campagna elettorale; ma anche come educazione politica per la classe lavoratrice. Nel corso dell’ottocento le attività dei vari partiti socialisti si coordinano con quelle dei sindacati. Una tendenza diversa emerge in Francia dove si ha il fenomeno del “sindacalismo rivoluzionario” o anarcosindacalismo. Questo si basa sulle teorizzazioni di George Sorel, antiparlamentarista e antidemocratico. L’anarcosindalismo sostiene la spontaneità delle masse e lo sciopero generale come strumento di affermazione del movimento proletario. Anche Gran Bretagna e Stati Uniti rappresentano una tendenza diversa siccome in entrambi i paesi non è forte la presenza del movimento operaio, condizione necessaria per la nascita di partiti socialisti e sindacati. L’ottocento è anche il secolo in cui riscuote maggior successo il marxismo. Le ragioni di questo successo dipendono principalmente dalla conferma delle teorie elaborate da Marx. Questi aveva individuato nel plusvalore l’origine dello sfruttamento operaio in quanto, il valore aggiunto che l’operaio produceva nel processo di lavorazione delle merci, non veniva retribuito

Caratteri generali Dopo una fase di pace, attuata anche grazie alla politica diplomatica di Bismarck, si apre lo scontro su fronti mondiali. Sebbene le cause del conflitto siano di diversa natura, una matrice comune è l’imperialismo. In particolare la Germania avvia un processo di industrializzazione e si lancia alla conquista di domini coloniali nei Balcani. Questa intrusione minaccia la Gran Bretagna e la Russia che incrementano la flotta militare. Anche la Francia aumenta i suoi effettivi desiderosa di rifarsi dalla sconfitta di Sedan. La “questione d’oriente “è resa ancor più drammatica dalla presenza della Serbia, che rivendica aspirazioni nazionaliste sul territorio. Nel 1882 Germania, Austria-Ungheria e Italia stringono la Triplice Alleanza, Russia, Inghilterra e Francia stringono accordi bilaterali che, nel 1914, formeranno la Triplice Intesa. Il mondo si trova diviso in due blocchi contrapposti. Negli anni precedenti allo scoppio della guerra in tutto il mondo si votano i finanziamenti per i crediti di guerra. Questo atteggiamento determina la definitiva crisi della Seconda internazionale. Solo il partito socialista italiano, serbo e russo voteranno contro la guerra.

Lo scoppio del conflitto Le tensioni si acuiscono quando, il 28 giugno 1914, a Sarajevo viene assassinato l’arciduca Francesco Ferdinando (erede d’Austria) dallo studente serbo da Gavrilo Princip. L’Austria invia un ultimatum alla Serbia chiedendo di partecipare all’inchiesta sull’omicidio e di reprimere il movimento irredentista. La Serbia, forte dell’appoggio della Russia, rifiuta l’ultimatum, quindi l’Austria Ungheria dichiara guerra alla Serbia il 28 luglio 1914. La Russia mobilita l’esercito provocando la dichiarazione di guerra della Germania del 1 agosto. Anche la Francia mobilita l’esercito e la Germania dichiara guerra. L’esercito tedesco invade il Belgio per arrivare in Francia, questo provoca la dichiarazione di guerra della Gran Bretagna contro la Germania. L’Italia resta neutrale. Negli anni successivi tutto il mondo si schiererà da un lato o dall’altro del conflitto. Le nazioni che appoggiano la Triplice Alleanza sono: Germania, Austria Ungheria, Turchia e Bulgaria. Per la Triplice Intesa abbiamo: Gran Bretagna, Francia, Russia, Italia, Giappone, Portogallo, Romania, Stati Uniti, Grecia e Cina.

L’ Italia dalla neutralità all’intervento Il trattato della Triplice Alleanza prevedeva che prima di una dichiarazione di guerra le nazioni coinvolte si consultassero. Questo caso esula dalla dichiarazione di guerra dell’Austria nei confronti della Serbia e quindi il governo italiano di Antonio Salandra si dichiara neutrale. Nel paese si apre il dibattito sulle terre irridente. I nazionalisti sono simpatizzanti degli Imperi centrali, mentre i democratici vorrebbero un’alleanza al fianco dell’Intesa. Il dibattito porta alle trattative, condotte da Antonio di San Giuliano prima e Sidney Sonnino poi, che porteranno al patto di Londra. Siccome l’Austria non intende cedere su Trieste, l’Italia avvia delle trattative segrete con le potenze dell’Intesa che le garantiscono il controllo su Trento, Trieste, la penisola istriana, la Dalmazia, varie isole adriatiche, una parte dell’Albania e della Turchia. Il 26 aprile 1915 viene siglato il patto di Londra, che rappresenta un abuso di potere dell’esecutivo, a maggioranza interventista, contro il parlamento a maggioranza neutralista. Come abbiamo visto l’Italia è divisa tra neutralisti interventisti. Le ragioni dei neutralisti Socialisti: estraneità della classe operaia a una guerra combattuta per interessi capitalistici; Cattolici: opposizione alla guerra per ragioni ideologiche; Liberali, giolittiani: opposizione una guerra a causa dell’impreparazione del paese. Favorevoli a trattative per le terre irredente. Le ragioni degli interventisti Irredentisti, nazionalisti: guerra come prosecuzione del Risorgimento, completare l’unità territoriale italiana; Democratici, socialisti riformisti: guerra per affermare i valori della giustizia e dell’uguaglianza sociale anche in Italia. Il dibattito volge a favore degli interventisti che, nelle “Radiose giornate di maggio “, influenzano l’opinione pubblica ad appoggiare la guerra. Salandra rassegna le dimissioni, ma il re lo rimanda in parlamento perché gli si voti la fiducia che gli viene confermata. Il 24 maggio 1915 il governo italiano, a seguito della concessione di pieni poteri al governo, dichiara guerra all’Austria Ungheria.

I fronti della guerra Sia le potenze dell’Alleanza, sia quelle dell’Intesa, avevano previsto una guerra lampo e di movimento. Ben presto il conflitto si trasformerà in una guerra di trincea di posizione.

La Prima guerra mondiale è combattuta su tre fronti: il fronte occidentale, il fronte orientale e il fronte alpino. Sul fronte occidentale si combattono gli eserciti francese e tedesco; su quello orientale l’esercito austrotedesco e russo; mentre sul fronte meridionale quello italiano è austrotedesco. Le prime fasi del conflitto vedono l’avanzata delle truppe tedesche attraverso il Belgio, che viene tuttavia arrestata dall’esercito francese sulla Marna. Si hanno le battaglie di Verdun e della Somme. Contemporaneamente si apre una guerra marittima tra la Germania e la Gran Bretagna. Italia e Austria ingaggiano una guerra privata che si apre alla Germania solo alla fine di agosto 1916. L’esercito austroungarico sfonda il fronte alpino nella battaglia di Caporetto nell’ottobre 1917. Il 6 aprile 1917 gli Stati Uniti dichiarano guerra alla Germania a seguito dell’offensiva tedesca che aveva causato l’affondamento del transatlantico Lusitania in cui erano periti dei cittadini americani. Contemporaneamente le potenze dell’Intesa lanciano un’offensiva sul fronte occidentale che ha successo sfondandolo. In tutte le nazioni si assiste a forme diverse di protesta contro la guerra. Si hanno episodi di ammutinamento, protesta, renitenza, autolesionismo e diserzione. Le varie potenze tentano di sedare questi episodi attraverso propaganda, comitati, promettendo aumenti salariali alla fine del conflitto, ma più in generale sopprimendo le proteste attraverso esecuzioni sommarie e decimazioni. Dopo lo sfondamento del fronte alpino a Caporetto, l’esercito italiano si ritira oltre il Piave. Il generale Cadorna, che aveva guidato l’esercito italiano, viene sostituito dal generale Armando Diaz.

I movimenti contro la guerra Come abbiamo visto si diffonde in tutto il mondo una generale tendenza al rifiuto della guerra. In Germania alcuni esponenti del Partito socialdemocratico vengono espulsi per aver rifiutato di votare a favore di nuovi finanziamenti per guerra. Questi fondano il Partito socialdemocratico indipendente. La lega di Spartaco (partito della sinistra rivoluzionaria tedesca), fondata nel 1916 da Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg si schiera contro la guerra. Anche il partito laburista inglese, le federazioni francesi, il partito socialista italiano sono contro la guerra. I rappresentanti dei partiti socialisti si riuniscono alle conferenze di Zimmerwald e Kienthal in cui si dissociano dalla guerra. Anche in Germania si diffonde la volontà di terminare il conflitto, accantonata dalla nomina a cancelliere di George Michaelis, un ostinato sostenitore della guerra. Anche Papa Benedetto XV rivolge un appello alle potenze belligeranti dichiarando la guerra un’inutile strage. È infine il presidente statunitense Thomas Wilson che propone, nel 1918, i celebri “Quattordici punti”; una proposta atta a terminare il conflitto e a garantire una pace duratura.

La Russia fra guerra rivoluzione Gli anni contemporanei al primo conflitto mondiale vedono una grave crisi alimentare e militare in Russia. Le insofferenze del popolo russo portano a dei gravi moti di protesta che culminano, il 27 febbraio 1917, con la creazione di un soviet. A Pietrogrado si costituisce un governo provvisorio presieduto dal principe Georgij L’vov. Lo Zar Nicola secondo abdica e il governo rivoluzionario convoca un’assemblea costituente per definire la forma di Stato. Inizialmente i soviet appoggiano il governo provvisorio nella sua decisione di costituire in Russia un regime parlamentare costituzionale, ma successivamente tendono alla radicalizzazione politica. In questo senso è decisivo il rientro di Lenin dall’esilio in Svizzera. Nelle tesi di aprile, pubblicate nel 1912, questi presenta un piano in quattro punti: il passaggio di tutti i poteri ai soviet, la distribuzione delle terre contadini, l’uscita dalla guerra e il diritto all’autodeterminazione delle diverse nazionalità. Inoltre propone che i soviet tolgano l’appoggio al governo del principe L’vov e che si avvii la rivoluzione. A seguito di alcune dimostrazioni popolari avvenute a Pietrogrado il governo attua una dura repressione e costringe i suoi promotori, tra cui Lenin, a fuggire. Nel settembre la Guardia Rossa fa fallire il tentativo del generale Kornilov di prendere il potere e restaurare il regime zarista. Il 23 ottobre 1917 Lenin rientra dall’esilio in Finlandia e impone la linea rivoluzionaria. Il 7 novembre 1917 scoppia la rivoluzione e la Guardia Rossa s’impadronisce del Palazzo d’inverno. I membri del governo provvisorio vengono arrestati e si costituisce il “Soviet dei commissari del popolo “. Lenin ne è presidente, Trotskij e Stalin sono due membri di cui uno commissario agli affari esteri e l’altro commissario alle nazionalità. Durante i mesi successivi il Soviet dei commissari vara importanti decreti tra cui: una proposta di pace, la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici, delle banche e delle proprietà signorili, la separazione della Chiesa dallo Stato.

I bolscevichi al potere Nel 1917 si tengono le elezioni per l’assemblea costituente che vede vincere i social rivoluzionari. Quindi Lenin, il 6 gennaio 1918, pone fine all’assemblea con un atto di forza. Nasce il governo bolscevico che si ispira alle tesi di “Stato rivoluzione “di Lenin dove è teorizzata la “dittatura del proletariato”. In questo senso svolgeranno un ruolo molto importante i quadri, i rivoluzionari di professione. Viene creata la Ceka, la

interviene e mostra la sua debolezza. Nitti si dimette e nel 1920 Giolitti torna a capo del governo. La sua prima impresa politica consiste nel chiudere la “questione adriatica “, sottoscrivendo nel 1920 il trattato di Rapallo con la Jugoslavia. Giolitti deve affrontare anche una fase interna di agitazioni operaie che culmina con l’occupazione delle fabbriche di Torino nel settembre 1920. Giolitti non interviene e moti si esauriscono da sé. Gli anni 1920-21 sono segnati da una profonda crisi del sistema economico italiano. Infatti, nel 1921, fallisce la Banca di sconto. Si assiste inoltre alla scissione del movimento socialista. Nel congresso di Livorno del 1921 il partito socialista si divide in Partito comunista d’Italia e, nel 1922, i riformisti formano il Partito socialista unitario. Il governo Giolitti introduce un’imposta di successione sui patrimoni e rende nominativi i titoli azionari, questo provvedimento causa l’antipatia dell’opposizione e delle forze di destra. Si fa forte la presenza del movimento fascista che intende combattere il sovversivismo e creare disordini allo scopo di suscitare la sfiducia nel governo e provocare la richiesta di interventi autoritari. Il fascismo è appoggiato dai grandi proprietari terrieri, dagli organi di polizia, dall’esercito e dall’apparato burocratico. La paura della sovversione fa sì che molti liberali, tra cui Giolitti, guardino allo squadrismo fascista con indulgenza e come strumento per liberarsi dei comunisti. Nel 1921 Giolitti fa delle liste comuni con esponenti fascisti, socialisti e popolari, le cosiddette “liste del blocco nazionale “. Giolitti si dimette e Ivanoe Bonomi diventa ministro del governo. Questi fa sottoscrivere ai fascisti e socialisti un patto di pacificazione, che, tuttavia, non viene rispettato dai primi che continuano nei loro tentativi di violenza. Nel 1921 nasce il Partito nazionale fascista. Gli anni 1921-1922 sono segnati dalle violenze squadriste e da una crisi di ingovernabilità. Le forze democratiche tentano la via dello sciopero per riportare alla legalità che, tuttavia, fallisce. Quindi Mussolini organizza la marcia su Roma svoltasi tra il 27 e 28 ottobre e guidata dai “quadrumviri “. Il primo ministro Luigi Facta propone al re di dichiarare lo stato d’assedio, ma questi rifiuta e convoca Mussolini per formare un nuovo governo. Mussolini forma un esecutivo di coalizione e nel “discorso del bivacco” dichiara il suo aperto antiparlamentarismo, ma ottiene comunque la fiducia del parlamento (16/11/1922).

Il fascismo al potere Insediatosi nel governo Mussolini si trova davanti a due problemi: assicurare una solida base parlamentare e riportare alla normalità la vita associata. Per attuare questa strategia politica egli riporta sotto il controllo i “Ras “, ma continua comunque a minacciare gli avversari politici. Nel 1923 nasce la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale con compiti di ordine pubblico normalmente affidati alla polizia, ai carabinieri e all’esercito. Mussolini intende fascizzare dallo Stato e in questo senso si intendono le misure da lui adottate per far coincidere le strutture del partito fascista e gli apparati statali. Nel 1922 viene istituito il Gran consiglio del fascismo. Nel 1923 viene approvata una nuova legge elettorale, la legge Acerbo. In conseguenza della nuova legge elettorale si verifica la rottura con il Partito popolare. Mussolini fa pressione sulla Chiesa e il Vaticano costringe Don Sturzo alle dimissioni. Nel 1924 si svolgono le elezioni e Mussolini rivolge un appello a tutte le forze per formare una lista di unità nazionale, detta “listone “. Le elezioni vengono manipolate e un deputato del PSI, Giacomo Matteotti, ne denuncia l’illegalità. Il 10 giugno 1924 Matteotti viene rapito e successivamente viene ritrovato il cadavere. Mussolini e i suoi vengono ritenuti responsabili, tuttavia il capo del governo non si assume immediatamente la responsabilità. Il 18 giugno 1924 i deputati dell’opposizione si riuniscono in assemblea con lo scopo di non partecipare più ai lavori parlamentari. Tuttavia i comunisti di Turati vedono nella loro astensione un favore fatto Mussolini e si oppongono. Coloro i quali abbandonano i lavori del parlamento vengono spregiativamente chiamati “aventiniani”. Questi sperano nell’intervento del re, ma vengono disillusi poiché questi rinnova il suo appoggio al fascismo. Il 3 gennaio 1925 Mussolini interviene alla camera e si assume la responsabilità dell’omicidio Matteotti. Ha inizio il regime fascista. Vengono sciolte numerose associazioni e i giornali di opposizione e indipendenti sono costretti alla sospensione o a cambiare linea politica. Il 31 ottobre 1926 a Bologna uno studente, Anteo Zamboni, spara un colpo di pistola a Mussolini senza ferirlo. Il ragazzo viene linciato sul posto. Il 5 novembre 1926 il Consiglio dei Ministri approva le leggi fascistissime che prevedono lo scioglimento di tutti i partiti e l’adozione del confino per gli oppositori. L’8 novembre vengono arrestati tutti i deputati comunisti, il 9 novembre la camera approva la decadenza di 124 deputati dell’opposizione e il disegno di legge di Alfredo Rocco che istituisce il Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Viene inoltre costituita la polizia politica detta OVRA. Nel 1926 le amministrazioni elettive vengono abolite e sostituite con autorità di nomina governativa. Il 2 ottobre 1925 viene approvato il patto di palazzo Vidoni che esautora tutti i sindacati non fascisti. Il progetto di Mussolini è quello di uno Stato corporativo che viene affrontato attraverso una legge del 1926. Questa istituiva il Ministero delle corporazioni, un organismo col compito di coordinare e guidare le attività produttive della nazione. Nel 1927 viene promulgata la Carta del lavoro che enunciava i principi dello Stato corporativo. All’interno del partito fascista vi sono due tesi contrapposte riguardo lo Stato corporativo. La prima vede nelle corporazioni degli organi di collegamento fra lavoratori e

datori di lavoro. La seconda, invece, vede nelle corporazioni degli organi dotati di una funzione di guida e controllo. Al congresso di Ferrara del 1932 l’ipotesi delle corporazioni forti viene sconfitta dagli industriali che affermano la libertà delle imprese. Nel 1934 vengono istituite 22 corporazioni, ma il corporativismo viene attuato solo in minima parte.

La liquidazione delle istituzioni liberali Nel 1928 una legge trasforma il Gran consiglio del fascismo in un organo costituzionale a cui spetta il compito di indicare il capo del governo e i ministri, ratificati poi dal re. Il Gran consiglio deve indicare 400 candidati per formare una lista unica nazionale da sottoporre agli elettori. Nel marzo 1929 si tengono le elezioni che risultano solo formali. Nel 1939 il Gran consiglio approva la costituzione della Camera dei fasci e delle Corporazioni che avrebbe sostituito il parlamento. I membri della camera non vengono eletti, ma divengono tali siccome inseriti in altri organi direttivi del partito; questo provvedimento fa di fatto cadere ogni principio di elettività. Le elezioni del 1929 risultano un successo anche grazie al recente concordato con la Chiesa: i Patti lateranensi che abbandonavano il principio cavouriano di libera Chiesa in libero Stato e proclamavano la religione cattolica religione di Stato.

La politica economica del fascismo Fra il 1922 e il 1925 l’economia italiana avvia un indirizzo liberistico rispondente alle scelte del ministro delle Finanze Alberto De Stefani. Queste misure diminuiscono gli scioperi, ma favorirono l’inflazione. La svolta si ha nel 1925 quando, il nuovo ministro delle finanze Giuseppe Volpi, adotta misure protezionistiche attraverso un dazio sui prodotti cerealicoli. Si avvia la “battaglia del grano “che intende rendere l’Italia autosufficiente dal punto di vista della produzione granaria. Nel 1926 si avviano misure deflazionistiche in difesa del valore della lira. Nella fase deflazionistica si riducono i prezzi e la quantità di moneta circolante e cresce il potere d’acquisto poiché la moneta acquisisce valore. La politica deflazionistica ha successo rinsaldando il consenso dei ceti medi, ma causa un rincaro dei prezzi e fa diminuire il volume delle esportazioni; le imprese che lavorano per i mercati esteri vengono penalizzate, mentre viene favorito il mercato interno. Si avvertono gli effetti della crisi del 1929 e la disoccupazione quadruplica. Si accentua il processo di concentrazione industriale che viene frenato dal governo con una legge che vieta la creazione di nuovi insediamenti industriali senza l’autorizzazione statale. Per far fronte alla disoccupazione vengono avviati programmi di lavori pubblici tra cui la bonifica del Agro pontino, attuata con successo fra il 1931 e il

  1. La crisi del 29 colpisce il sistema industriale strettamente legato a quello bancario. A questo scopo lo Stato decise di far intervenire la finanza pubblica e nel 1931 crea l’Istituto mobiliare italiano con il compito di finanziare le imprese a lungo termine. Nel 1933 crea l’Istituto per la ricostruzione industriale che diventa un ente permanente dello Stato e va così a controllare l’economia italiana. Nel 1934 viene lanciata la parola d’ordine “autarchia economica “che mira al raggiungimento dell’autosufficienza attraverso misure protezionistiche. Queste prevedono la chiusura verso l’estero e l’espansione coloniale. A questo scopo si assiste a un incremento dell’industria pesante richiesto dalla politica bellicista adottata da Mussolini che, tuttavia. si scontra con la scarsa disponibilità di materie prime del paese; questo genera un legame di dipendenza dalla Germania che fornisce le materie prime.

La politica estera del fascismo Inizialmente Mussolini si muove per mantenere buoni rapporti con tutti gli Stati. A questo scopo, nel 1924, viene siglato l’accordo con la Jugoslavia che sancisce il passaggio di Fiume all’Italia e riconosce l’Unione Sovietica. Nel 1925 l’Italia firma il trattato di Locarno in cui si impegna a fare da mediatore per le controversie internazionali insieme alla Gran Bretagna. Dall’altro lato Mussolini avvia una politica espansionistica nei Balcani e nel Mediterraneo. Fra il 1926 e il 1927 l’Albania cade sotto il controllo italiano e, fra il 1927 il 1928, vi è la firma di alcuni trattati con in paesi dell’area danubiano-balcanica per isolare la Jugoslavia. Nel 1927 Mussolini imposta una politica di amicizia con l’Austria al fine di isolare la Germania. Nel 1928 l’Italia aderisce al patto Briand-Kellog, che condanna il ricorso alla guerra per la soluzione delle controversie internazionali. Il 1929 è un anno di grande instabilità politica per l’Austria. Nel 1934 il cancelliere austriaco, Engelbert Dollfuss, modifica la costituzione in senso autoritario e rende il Fronte patriottico l’unico partito riconosciuto dal paese. Il cancelliere cerca un’intesa con Mussolini il quale garantisce il suo appoggio contro la Germania. I nazisti austriaci, collegati a quelli tedeschi, preparano un colpo di stato e il cancelliere Dollfuss viene assassinato. Mussolini invia delle divisioni italiane ai confini con l’Austria come monito nei confronti di Hitler, il quale non riconosce la sua responsabilità nel colpo di stato. Nel 1935 l’Italia partecipa a una conferenza antitedesca, la Conferenza a Stresa per condannare il riarmo della Germania contro la pace di Versailles. Tuttavia, nello stesso anno, Mussolini rompe la solidarietà tra le potenze vincitrici invadendo l’Etiopia.

Repubblica democratico-parlamentare, mentre i comunisti premono per una repubblica socialista dei consigli. Il governo provvisorio, denominato “Consiglio dei commissari del popolo “, è formato solo da socialdemocratici e indipendenti e guidato dal socialdemocratico Friedrich Ebert. Il consiglio dei commissari del Popolo vara importanti riforme di natura sociale, ma si inimica i comunisti della Lega di Spartaco per la sua politica troppo prudente. Questi, che nel frattempo si sono costituiti nel Partito comunista tedesco (KPD), decidono di appoggiare la sollevazione della popolazione di Berlino e di rovesciare il governo. La repressione del governo è violenta e viene affidata a Gustav Noske che si serve di corpi di volontari formati da Freikorps, i corpi franchi reduci di guerra e guidati da ufficiali della destra nazionalista e antisocialista. La repressione ha un duplice obiettivo: riportare l’ordine in Germania e sconfiggere il bolscevismo. Questi eventi vengono ricordati con il nome di “settimana di sangue “, in cui molti comunisti vengono giustiziati dopo processi sommari e gli stessi leader della lega di Spartaco, Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, vengono arrestati e uccisi. Nel maggio 1919 termina l’esperienza socialista con la distruzione della Repubblica dei consigli di Baviera.

Sforzi di cooperazione Tutto il mondo è attraversato da una grande crisi di valori ed economica. In questo scenario si attuano degli sforzi di cooperazione internazionale che prendono forma nel 1925 con la firma del trattato di Locarno. Questo viene firmato da Francia, Belgio e Germania che si impegnano a non violare le comuni frontiere. Il 1928 è l’anno della firma del patto Briand-Kellog che tuttavia risulta un fallimento. L’unico paese che esce “vincitore “dalla prima guerra mondiale sono gli Stati Uniti. Questi attuano una politica isolazionista che, sostenuta dalla forte economia interna, gli permette di attraversare una fase di grande benessere. Nel resto d’Europa s’assiste a due problemi: la riconversione dell’apparato produttivo da fini bellici a fini civili e la ricostituzione economica. Tra il 1920 e il 1921 si ha una crisi di sovrapproduzione causata dalla forte richiesta di beni di consumo seguita da una stasi della domanda mentre l’offerta continua a essere alta, viene superata all’interno dei singoli Stati.

Il caso della Gran Bretagna Gli anni del dopoguerra in Gran Bretagna sono segnati dalla scelta politica di Winston Churchill per una politica deflazionistica. Infatti, nel 1925, la sterlina raggiunge la parità con il dollaro del 1914. Tuttavia la Gran Bretagna è debole sul piano della produzione carbonifera. Nel 1921 e nel 1926 i minatori organizzano vari scioperi che falliscono siccome i governi di David Lloyd George e di Stanley Baldwin riescono a fronteggiare la situazione. Tra il 1920 e il 1924 vengono varate diverse leggi di natura sociale tra cui il sussidio di disoccupazione. Nel 1929 anche la Gran Bretagna viene investita dalla crisi statunitense. Gli anni Trenta sono principalmente dominati dai conservatori.

La Francia Gli anni del dopoguerra rappresentano per la Francia una congiuntura favorevole nel campo dell’industria che avvia a una ripresa economica. Questi anni di fatto rappresentano il passaggio da una società rurale a una società urbana. Nel 1934 i radicali e i socialisti escono vittoriosi delle elezioni e formano un governo osteggiato dai comunisti e dalle forze di destra. I comunisti quindi si organizzano in partiti di coalizione detti “fronti popolari “e nelle elezioni del 1936 il fronte popolare risulta vincitore. Il nuovo governo guidato dal socialista Leon Blum introduce diverse riforme, ma è ostacolato dall’inflazione crescente. Si hanno vari scioperi operai e si acuisce il dissenso fra le forze radicali e quelle socialiste. Il governo cade nel 1938 e viene sostituito da un esecutivo di centrodestra con a capo Edouard Daladier. Le esperienze francesi e britanniche rappresentano l’estremo tentativo di mantenere regimi democratici in una realtà mondiale in cui si vanno affermando valori nazionalistici e totalitarismi.

LA CRISI DEL 29 IN USA E IN EUROPA E IL NEW DEAL

Gli Stati Uniti dalla depressione al New deal Come abbiamo visto, gli anni del primo dopoguerra negli Stati Uniti rappresentano un momento di straordinario sviluppo. Si assiste allo sviluppo del settore industriale e del settore terziario, oltre alla crescita di quello edilizio. Gli anni Venti sono dominati dal Partito repubblicano del presidente Thomas Wilson. Gli Stati Uniti continuano nella loro politica di isolazionismo favorita anche dai rinnovati valori religiosi dei gruppi protestante e puritano. Sotto la loro spinta viene votato, nel 1919, il 18º emendamento che proibisce la produzione, il commercio e il consumo di alcol. Le misure proibizionistiche sortiscono l’effetto contrario alimentando la produzione e favorendo la criminalità organizzata. Nel 1933 l’emendamento viene abrogato. Tra il 1921 e il 1932 sono i repubblicani a guidare il paese con i presidenti Harding, Coolidge e Hoover. La

loro politica sarà quella di favorire i grandi gruppi economici riducendo le imposte e incentivando gli investimenti. Si mantengono alte le barriere doganali in un’ottica protezionistica. Le disponibilità finanziarie dei grandi gruppi economici indirizzano i capitali verso la speculazione edilizia attraverso la compravendita di titoli in Borsa. I risparmiatori sperano di rivendere i titoli a prezzo maggiorato grazie alla crescente domanda e al conseguente lievitare del loro valore. Tuttavia il mercato americano è ormai saturo e questi anni vedono una seconda crisi di sovrapproduzione. Gli azionisti cominciano a vendere le loro azioni il cui valore cade drasticamente. Le banche entrano in crisi di liquidità e, il 24 ottobre 1929, cade la borsa di New York, Wall Street, in quello che viene ricordato come il “giovedì nero “. Il crollo della borsa significa una diminuzione costante della domanda e quindi un crollo dei prezzi. Nel 1932 viene eletto presidente Franklin Delano Roosevelt grazie al suo piano politico che prende il nome di New deal. Questo progetto politico era stato elaborato dal cosiddetto brain trust e si proponeva di combattere la disoccupazione, riordinare il sistema bancario e sostenere le attività agricole. I primi provvedimenti di Roosevelt riguardano un programma di lavori pubblici per frenare la disoccupazione. Vengono concessi sussidi agli agricoltori e si introducono provvedimenti per ridurre l’orario di lavoro e fissare i minimi salariali. Vengono inoltre stabiliti i livelli minimi dei prezzi per scoraggiare la concorrenza selvaggia. Il dollaro viene svalutato per favorire le esportazioni e viene riformato il sistema bancario istituendo controlli sugli istituti di credito. L’ambizioso progetto di Roosevelt trova fondamento teorico nello scritto di John Maynard Keynes, “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”. Keynes teorizza che lo Stato debba farsi imprenditore per promuovere la domanda, che in ogni sistema capitalistico è sempre inferiore rispetto all’offerta, così da incentivare il mercato. Il governo di Roosevelt non riscuote molto consenso tra le grandi industrie ma, soprattutto la sua politica di previdenza sociale, ne favorisce l’operato. Riprende l’attività sindacale grazie una legge varata nel 1935 che impedisce la formazione dei sindacati “gialli, ovvero quei sindacati operanti sotto il controllo padronale. All’interno dell’Alf si forma una componente radicale che si stacca e dà vita al Congresso delle organizzazioni industriali. Nel 1937 si ha una nuova fase di recessione che viene superata solo con la corsa agli armamenti in vista della Seconda guerra mondiale che consente di assorbire le masse di disoccupati e di superare le conseguenze della Grande depressione del 1929.

Il primo dopoguerra in Germania e la Repubblica di Weimar

Gli anni del primo dopoguerra in Germania sono caratterizzati da una profonda crisi economica, sociale e politica. Il 19 gennaio 1919 si tengono le elezioni che non vedono raggiunta la maggioranza assoluta della sinistra e vedono quindi la formazione di un governo di coalizione fra socialdemocratici, liberal-democratici e Zentrum cattolico. Il nuovo governo convoca un’assemblea costituente a Weimar che elabora una nuova costituzione, la Costituzione di Weimar. La Germania diventa una Repubblica federale con un governo centrale e 17 Lander. Il governo centrale si occupa del settore finanziario, militare e delle comunicazioni. Il potere legislativo è attribuito a un parlamento eletto ogni quattro anni a suffragio universale con sistema proporzionale. L’esecutivo è affidato a un presidente eletto ogni sette anni direttamente dal popolo a cui spetta il compito di nominare un cancelliere che coadiuva la sua funzione. La Germania è una repubblica parlamentare. Viene eletto presidente Friedrich Ebert mentre il cancelliere è Philip Scheidemann. La firma del trattato di Versailles acuisce i contratti tra presidente e cancelliere e porta alle dimissioni di quest’ultimo. Il ministro degli esteri, Walter Rathenau, sottoscrive il trattato di Rapallo con l’Unione sovietica (1922). Nonostante la “perfetta “costituzione di Weimar i contrasti interni si fanno sentire e nel 1920 i militari nazionalisti e i corpi franchi tentano un colpo di stato per portare al potere Wolfgang Kapp. Il putsh fallisce e nel 1920 si tengono nuove elezioni che vedono vincere il centro cattolico. Continuano gli atti di violenza che portano all’omicidio di Matthias Erberg e di Walter Rathenau. Nel 1923 la Francia occupa la Ruhr e il governo tedesco proclama la resistenza passiva. L’economia interna tedesca precipita e, per far fronte alla crisi, si forma un governo di grande coalizione presieduto dal conservatore Gustav Stresemann. Il momento di svolta per l’economia tedesca si ha quando Charles Dawes, finanziere americano, elabora un piano in grado di risollevare l’economia tedesca, il piano Dawes. Questo prevede un intervento della finanza internazionale a sostegno dell’economia tedesca in modo che questa possa pagare i debiti di guerra; condizione necessaria perché le potenze dell’Intesa possano risarcire gli Stati Uniti. Nel 1924 alle elezioni vincono i partiti di centro e la linea di Stresemann. Le elezioni del 1925 vedono la vittoria della destra militarista di Paul Ludwig Hindenburg che diventa presidente consolidando l’opposizione borghese contro le spinte democratiche e il sentimento di nostalgia della Germania imperiale. Nel 1929 Stresemann muore e il governo di grande coalizione si divide. Nel 1930 l’esecutivo, presieduto dal socialdemocratico Hermann Müller, si dimette a causa dell’opposizione borghese e Hindenburg nomina a cancelliere il cattolico Heinrich Bruning. In questi anni comincia a farsi largo sulla scena politica il partito nazionalsocialista con a capo