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La Prima Guerra Mondiale: Modifiche Sociali e Colonialismo in Europa - Prof. Capuzzo, Appunti di Storia Contemporanea

Come la Prima Guerra Mondiale modifichi la guerra ottocentesca e porti all'arrivo di nuove correnti culturali in Europa, come l'esotismo e l'orientalismo. Viene inoltre discusso come l'imperialismo porti all'espansione europea in Asia e Africa, con l'Italia che insedia colonie in Africa orientale e occidentale. anche della crescente coscienza nazionale tra i popoli colonizzati e della loro lotta per l'indipendenza. Inoltre, viene analizzato il coinvolgimento massiccio della popolazione civile nella guerra e il cambiamento di opinione di alcuni paesi, come l'Italia, che passano dal neutralismo all'intervento. Il documento conclude con la seconda guerra mondiale e il ruolo dell'Italia e della Germania.

Tipologia: Appunti

2021/2022

Caricato il 26/05/2022

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L'utilizzo di date per definire l'inizio di una specifica epoca, e in questo caso per indicare il
periodo della storia contemporanea, rappresenta un espediente mentale ( poiché non si
verifica mai un passaggio netto da un'epoca ad un'altra) che però risulta particolarmente
utile per sistematizzare.
Gli studiosi per indicare l'inizio della storia contemporanea hanno considerato diverse date:
si va dal 1789, data di avvio della Rivoluzione francese al 1815, con il Congresso di Vienna
o, sempre nell’800, al 1848, anno legato ai moti nazionali.
Si ricorda inoltre il 1870, in cui inizia la guerra Franco prussiana, data particolarmente
importante per la storia d'Europa perché, a seguito della sconfitta della Francia si avvierà
quel processo che segnerà la nascita della Germania unità.
Abbiamo poi studiosi che propongono il 1778, anno del Congresso di Berlino in cui vengono
ridisegnati gli equilibri internazionali tra i vari paesi europei.
Alcuni poi considereranno come indicatori dell'inizio della storia contemporanea il
Novecento o l'inizio della Prima Guerra Mondiale, ritenendo che sino ad essa ci siano
ancora tutta una serie di persistenze del secolo precedente per cui non si può ancora
parlare di un età moderna.
(La Prima Guerra Mondiale modifica moltissimi aspetti e cambia quelle che sono le modalità
delle guerre ottocentesche.)
L'Europa, agli inizi del Novecento, è composta sostanzialmente da stati monarchici ad
eccezione della Francia che, dopo la sconfitta del 1870, vede cadere il secondo impero di
Bonaparte a favore della nascita della Terza Repubblica.
Nel 1901 inoltre muore la regina Vittoria, la quale per 60 anni ha guidato il Regno Unito e
tutto il suo grande impero. Essa era imparentata con molte famiglie regnanti in Europa e
legata da vincoli familiari alla dinastia tedesca degli Hannover, in particolare a Guglielmo II.
Questa serie di legami di carattere dinastico uniscono tutti quei paesi europei controllati da
stati monarchici che vanno dalla autocratica Russia ( con al vertice lo zar Nicola II della
dinastia dei Romanov) fino alla monarchia liberale norvegese, passando attraverso l'impero
asburgico guidato da Francesco Giuseppe.
Tutti questi sovrani, al di là delle singole appartenenze nazionali, sono accomunati dal
sentirsi europei e dal parlare quelle che, allora come oggi, erano le maggiori lingue europee
ovvero: francese ( la lingua della diplomazia), inglese e tedesco.
Essi inoltre condividono lo stesso senso del dovere e della missione che devono compiere.
Agli inizi del Novecento dunque ci troviamo di fronte a un fenomeno definito
transculturalità che si esprime sia attraverso i rapporti tra le case regnanti e la condivisione
culturale, sia attraverso tutta una serie di movimenti di carattere politico che proprio a cavallo
tra l’otto/novecento cominciano a svilupparsi (come: il liberalismo, il socialismo, il
nazionalismo e l’anarchismo) e che si diffonderanno in tutti gli stati europei prevaricando
ogni confine.
Il concetto di transculturalità perciò è legato allo sviluppo di tali movimenti di carattere
sociale e culturale ( anche se su di essi, in maniera più o meno diretta, impatta anche la vita
politica) tra cui troviamo soprattutto l'antisemitismo, il quale si diffonde in crescendo dalla
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L'utilizzo di date per definire l'inizio di una specifica epoca, e in questo caso per indicare il periodo della storia contemporanea, rappresenta un espediente mentale ( poiché non si verifica mai un passaggio netto da un'epoca ad un'altra) che però risulta particolarmente utile per sistematizzare. Gli studiosi per indicare l'inizio della storia contemporanea hanno considerato diverse date: si va dal 1789, data di avvio della Rivoluzione francese al 1815, con il Congresso di Vienna o, sempre nell’800, al 1848, anno legato ai moti nazionali. Si ricorda inoltre il 1870, in cui inizia la guerra Franco prussiana, data particolarmente importante per la storia d'Europa perché, a seguito della sconfitta della Francia si avvierà quel processo che segnerà la nascita della Germania unità. Abbiamo poi studiosi che propongono il 1778, anno del Congresso di Berlino in cui vengono ridisegnati gli equilibri internazionali tra i vari paesi europei. Alcuni poi considereranno come indicatori dell'inizio della storia contemporanea il Novecento o l'inizio della Prima Guerra Mondiale, ritenendo che sino ad essa ci siano ancora tutta una serie di persistenze del secolo precedente per cui non si può ancora parlare di un età moderna. (La Prima Guerra Mondiale modifica moltissimi aspetti e cambia quelle che sono le modalità delle guerre ottocentesche.) L'Europa, agli inizi del Novecento, è composta sostanzialmente da stati monarchici ad eccezione della Francia che, dopo la sconfitta del 1870, vede cadere il secondo impero di Bonaparte a favore della nascita della Terza Repubblica. Nel 1901 inoltre muore la regina Vittoria, la quale per 60 anni ha guidato il Regno Unito e tutto il suo grande impero. Essa era imparentata con molte famiglie regnanti in Europa e legata da vincoli familiari alla dinastia tedesca degli Hannover, in particolare a Guglielmo II. Questa serie di legami di carattere dinastico uniscono tutti quei paesi europei controllati da stati monarchici che vanno dalla autocratica Russia ( con al vertice lo zar Nicola II della dinastia dei Romanov) fino alla monarchia liberale norvegese, passando attraverso l'impero asburgico guidato da Francesco Giuseppe. Tutti questi sovrani, al di là delle singole appartenenze nazionali, sono accomunati dal sentirsi europei e dal parlare quelle che, allora come oggi, erano le maggiori lingue europee ovvero: francese ( la lingua della diplomazia), inglese e tedesco. Essi inoltre condividono lo stesso senso del dovere e della missione che devono compiere. Agli inizi del Novecento dunque ci troviamo di fronte a un fenomeno definito transculturalità che si esprime sia attraverso i rapporti tra le case regnanti e la condivisione culturale, sia attraverso tutta una serie di movimenti di carattere politico che proprio a cavallo tra l’otto/novecento cominciano a svilupparsi (come: il liberalismo, il socialismo, il nazionalismo e l’anarchismo) e che si diffonderanno in tutti gli stati europei prevaricando ogni confine. Il concetto di transculturalità perciò è legato allo sviluppo di tali movimenti di carattere sociale e culturale ( anche se su di essi, in maniera più o meno diretta, impatta anche la vita politica) tra cui troviamo soprattutto l'antisemitismo , il quale si diffonde in crescendo dalla

fine dell'Ottocento con il caso Dreyfus, ma anche il pacifismo, il militarismo. Questi, man mano che ci si addentra nel Novecento acquistano sempre più importanza. In questa Europa che sostanzialmente presenta una base comune, gli stati sono caratterizzati, al di là delle singole differenze, da tutta una serie di sistemi politici e giuridici che sono caratterizzati da principi e pratiche di governo condivisi. Ciò significa che i paesi europei, sostanzialmente costituzionali, hanno parlamenti, rappresentanza politica e codici. In questo quadro, a dare maggior compattezza politica all'Europa via un fenomeno che può essere definito di ordine economico, ovvero la seconda rivoluzione industriale che comincia nella metà del diciannovesimo secolo e raggiunge il suo picco a partire dagli anni Settanta dell'Ottocento. Tale rivoluzione darà all'economia capitalistica un'impronta che non sarà più modificabile, tant'è che ad oggi non ci troviamo più all'interno di una società capitalistica ma assistiamo ad un processo di deindustrializzazione. L'economia capitalistica trova i suoi fattori costitutivi nell'industria nella finanza, il cui rapporto ad oggi si è ribaltato e vediamo prevalere la finanza rispetto all'industria. Con l'avvento dell'industrializzazione vengono realizzate nuove tecniche di produzione strettamente legate alla ricerca scientifica che portano alla nascita di nuove industrie (es. l'industria chimica, elettrica, metallurgica) e all'aumento di tutto una serie di beni che vengono prodotti in forma seriale, a discapito di quelli artigianali. Questo fenomeno presenta anche altre conseguenze: grazie ai progressi della ricerca scientifica si ottiene un miglioramento delle tecniche agricole e maggiori raccolti anche se l'aumento delle Industrie porta ad uno spopolamento delle campagne con una conseguente modifica delle città. Con la seconda rivoluzione industriale inoltre, nasce una nuova branca dell'economia:il settore del terziario a cui fanno capo i trasporti, i servizi commerciali, i servizi assicurativi, la ristorazione e tutta una serie di attività della pubblica amministrazione che, proprio all'inizio del 900, amplia notevolmente gli interventi all'interno della società, per cui lo stato acquista nuove funzioni. Il primo esempio di ciò è la Germania bismarckiana (che diventerà un modello) che fonda il cosiddetto stato sociale, ovvero quell’insieme di funzioni per cui lo stato si occupa del benessere dei cittadini. Con l’aumento della produzione dei beni poi si avrà una crescita della ricchezza che però non verrà equamente distribuita dai cittadina con un consequenziale cambiamento dei rapporti internazionali e delle gerarchie mondiali tra paesi produttori che riescono ad avviare prima ed in maniera più intensa l’industrializzazione ed altri che arriveranno dopo, come nel caso dell’Italia. Quest’ultima, rispetto a tanti paesi dell’Europa centrale, arriva in ritardo all’industrializzazione con un primo segnale durante l’età Crispina. Il decollo industriale si avrà infatti durante l’età Giolittiana (primi 15 anni del 900) con un’apertura a tale mondo. Tale situazione descritta porta l’Europa a diversificarsi dalle altre aree del mondo (soprattutto dall’Africa e dall’Asia Che vengono escluse da tale processo) e ad avvicinarsi soprattutto alle sponde che si trovano dall’altra parte dell’Atlantico, ovvero gli Stati Uniti, i quali vivono, da un punto di vista economico, una situazione molto simile a quella europea. Tale quadro di passaggio dal secolo precedente risulta essere abbastanza positivo; tuttavia esiste un fenomeno che grava in particolar modo sulle Europa: da un lato esso è costituito dall’aumento demografico, conseguenza della crescita economica, che porta a contare una

europeo e gli Stati Uniti, con i quali fino a quel momento si poteva corrispondere soltanto attraverso la posta. Molti sono i cambiamenti: -comincia a svilupparsi un flusso di informazioni che avvicina sempre più le due sponde dell'Atlantico. -cambiano anche gli apparati militari ed il potenziale bellico che non ha nulla a che vedere con quelle che erano state le guerre ottocentesche. -si assiste inoltre ad una modifica del sistema scolastico che, per quanto riguarda l'Italia, vedeva ancora un grande numero di analfabeti ma cambia anche

  • cambia la quotidianità delle persone: si modifica l’abbigliamento, si diffondono maggiormente le attività sportive ed il turismo ( sebbene rimangano ancora attività molto elitarie), cambiano i canoni estetici. In una società che è sempre interconnessa e proprio in base a questa transculturalità, nascono diverse correnti, tra cui: l’esotismo e l’orientalismo che caratterizzano questo particolare periodo storico e che vedono l’arrivo in Europa di oggetti dall’Oriente che andranno molto di moda, opere artistiche e che impregneranno la letteratura e l’arte. L’Europa all’alba del 900 è ormai un continente che si è espanso al di là dei propri confini in cui l’imperialismo ha ormai raggiunto le sue punte massime, portando al consolidamenti in Asia e in Africa dei grandi imperi coloniali, a cui fanno capo la Gran Bretagna, la Francia, il Belgio, il Portogallo (che mantiene il Mozambico e l’Angola) e la Germania che possiede diverse colonie in Africa (tanto che si parla di Africa orientale tedesca e Africa occidentale tedesca) che perderà alla fine della Prima Guerra Mondiale, in quanto nazione sconfitta e che verranno ripartite tra Francia e Gran Bretagna. Tra i paesi coloniali troviamo anche l’Italia, la quale però arriva tardi alla cosiddetta corsa per l’Africa prendendo ciò che è rimasto libero dagli altri stati, insediandosi nel “Corno d’Africa” tra il mar Rosso ed il golfo di Aden, occupando prima l’Eritrea (agli inizi degli anni 80 dell’ottocento) e poi una parte della Somalia. L’espansione coloniale italiana viene meno nel 1 Marzo del 1896 a seguito della sconfitta di Adua, segnando inoltre la caduta del governo di Francesco Crispi. Tale colonizzazione verrà poi ripresa circa un quindicennio più tardi, nell’età Giolittiana, quando, a seguito della guerra italo-turca del 1911-12, conquista la Libia, Rodi e il Dodecaneso, tutti territori appartenenti all’impero ottomano. Nel periodo fascista, si avrà un’ulteriore espansione con la conquista nel 1935/36 dell’Etiopia e la proclamazione dell’impero dell’Africa orientale italiana. Ritornando al 1901: la morte della regina Vittoria segna un po’ la fine dell’Europa dei sovrani, delle corti e dell’aristocrazia, poiché si apre ad essa un mondo in cui molti dei sovrani hanno perso il potere di un tempo, essendo quest’ultimo temperato dalla rappresentanza politica (ovvero i parlamenti) e dalle norme costituzionali di governo (esclusa la russia) ed in cui cominciano ad avere rilevanza nuovi attori, ovvero: -il ceto borghese (essendo la borghesia la classe socio economica che guida l’industrializzazione), il quale risulta essere molto articolato dove gli imprenditori ed industriali costituiscono la parte più alta, fino ad arrivare alla piccola borghesia (di cui fanno parte i commercianti, impiegati, professionisti) -il proletariato (che ad oggi non esiste più) Questi due estremi rappresentano le due grandi classi sociali in ascesa all’inizio del novecento, di fronte al progressivo arretramento dell'aristocrazia che, con la prima guerra mondiale, perderà ancora di più le sue posizioni.

Un esempio di queste trasformazioni è costituito dall’impero tedesco, il quale vede, a cavallo tra 800 e 900, una forte crescita dell'industrializzazione e del ceto borghese (che fino a quel momento non era largamente presente) e vede anche una crescita ed uno sviluppo urbanistico molto intenso della città di Berlino, da poco capitale. A poco più di trent’anni dall’unificazione avvenuta nel 1871, la Germania si pone come una grande potenza dal punto di vista industriale e commerciale, intaccando così il predominio della Francia ed il primato degli armamenti, entrando in conflitto con la Gran Bretagna (sarà proprio la rivalità Franco-inglese nella produzione di armi una delle concause dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, con lo cosiddetta “corsa al riarmo”). Lo sviluppo economico ed industriale inoltre porta, nel territorio tedesco, ad una crescita demografica, passando da 49 a 66 mln di abitanti, con un aumento del reddito pro capite (si ha dunque una ridistribuzione della richiesta) e dell’istruzione, determinando una maggiore efficienza del paese ed una maggiore spinta alla modernità. (Basti pensare che nell’esercito tedesco solo 1 soldato su 1000 era analfabeta mentre nell’esercito italiano 330 soldati su 1000 erano analfabeti, un numero elevatissimo con conseguenze significative. Molti italiani maschi riceveranno un’istruzione nelle trincee durante la Prima Guerra Mondiale, grazie a dei corsi organizzato dagli ufficiali per insegnare i primi rudimenti della lingua italiana e della matematica). Agli antipodi rispetto alla Germania si trovava la Russia guidata da Nicola II, un paese profondamente arretrato e caratterizzato da una concezione autocratica del potere. Essa si trovava in forte ritardo dal punto di vista dell’industrializzazione, situazione a cui lo Zar tentò di porre rimedio cercando capitali stranieri che investissero nella industrie russe. Il fatto che non ci siano investimenti locali dunque rende questo sviluppo piuttosto fragile ma, nonostante ciò, si assiste comunque alla nascita di un ceto borghese che si raccoglie soprattutto nelle città. Tuttavia, alle soglie del 900, la Russia risulta ancora essere una paese di contadini (circa 90 mln su 120 mln di abitanti) in cui i progressi dell’istruzione vanno molto a rilento (tant’è che nel 1913 si contano soltanto 70 mila studenti iscritti all’università russa). Alla crescita della ceto borghese russo, corrisponde un declino dell’aristocrazia che ormai viveva grazie alle rendite derivanti dal patrimonio terriero (che sarà poi spazzato via dalla rivoluzione bolscevica). La Russia di Nicola II inoltre non riusciva a percepire le trasformazioni interne: lo zar era ancora legato ad una concezione del potere -che aveva una visione quasi divina di esso- ormai superata grazie alla rivoluzione francese ma che comunque aveva degli strascichi anche nella Germania di Guglielmo II e lo stesso Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria- Ungheria. Proprio gli Asburgo, con Francesco Giuseppe II, nel 1867, unificano nella persona dell’imperatore la corona Austriaca con quella Ungherse, dando avvio a questo grande e multietnico impero dell’Austria-Ungheria caratterizzato proprio da questo grande mosaico di popoli in cui troviamo anche alcuni italiani (nelle attuali zone del Trentino Alto Adige, della Venezia Giulia, della provincia di Gorizia, dell’Istria, Dalmazia e Fiume) Anche l’Austria, come la Russia, era un paese sostanzialmente agricolo anche se nella parte settentrionale dell’impero, la Boemia (che oggi corrisponde alla Repubblica Ceca), si avvia un processo di industrializzazione, rendendo tale luogo il land trainante dell’intero impero.

un atteggiamento molto più morbido, soprattutto nei confronti di quei movimenti dei lavoratori che non avevano intenzione di rovesciare il mondo precostituito, allentando la loro carica di stravolgimento sociale e politico. In questo modo veniva tolta al movimento operaio la spinta più eversiva, fenomeno favorito dallo sviluppo di una legislazione penale meno rigida rispetto a prima (ad esempio veniva ammesso il diritto di sciopero) che concedeva maggiore libertà ai sindacati e ai partiti socialisti. Paradigmatica di questa azione è quanto viene svolto dai governi italiani guidati, all’inizio del 900, da Giovanni Giolitti, il quale dà vita ad una svolta liberale-progressista (rispetto a quella reazionaria e conservatrice di fine secolo) che consente il progressivo inserimento delle masse nella vita politica del paese ed il varo di una più avanzata legislazione sociale (ad es. nel 1910 viene istituito l’INA, ovvero L'Istituto nazionale assicurazioni). Questi azioni realizzate da vari governi europei per integrare le masse popolari all'interno della vita dello Stato che caratterizzano gli anni a cavallo tra 8-900, si sostanziano nella concessione del diritto di voto e del suffragio universale, fattori che contribuiscono a mettere in crisi i sistemi di rappresentanza politica liberale che fino a quel momento si erano fondati sul censo (patrimonio) e sull'istruzione che escludevano i ceti meno abbienti. Nell’ultimo decennio dell’800 dunque viene concesso il suffragio universale in Francia, Germania, Svizzera, Spagna, Belgio, Norvegia. Nel primo decennio del 900 il suffragio viene stabilito in Serbia, Finlandia e Italia (sebbene in quest’ultima, nel 1912 la legge prevedeva ancora una piccola delegazione relativa all'alfabetizzazione per cui chi non avesse ancora raggiunto un certo livello d’istruzione per votare doveva aver effettuato il servizio militare da almeno vent’anni. Ciò cambierà con la riforma del 1919 in cui il suffragio è pieno ed universale per tutti i maschi). Alla fine della Prima Guerra Mondiale il voto universale viene concesso anche nel Regno Unito ed in Olanda. Da questo processo rimane esclusa solamente la Russia Zarista. Con l’estensione del suffragio universale ovviamente votano anche soggetti che fino a quel momento erano stati esclusi dal voto, ovvero i liberali ed i contadini. Alcune categorie rimangono però escluse anche in questo periodo, ovvero le donne. Esse in Europa occidentale e settentrionale (in particolare nel Regno Unito), alla fine dell’800, avevano già dato vita a tutta una serie di movimenti finalizzati al riconoscimento dei vari diritti delle donne (primo fra tutti quello di voto) e che si interrogano sul ruolo della donna nella società. Prima dello scoppio della prima guerra mondiale il suffragio era presente in pochissimi paesi come: la Finlandia, la Norvegia, Nuova Zelanda e Australia. Nel Regno Unito ciò sarà permesso nel 1918 ma sempre con limitazioni in quanto viene concesso solo alle donne con un marito che abbia compiuto almeno 20 anni (diventerà pieno e concreto solo nel 1928). È indubbio però che la Prima Guerra Mondiale abbia determinato dei cambiamenti nella condizione femminile: le donne infatti, per la prima volta, entrano in maniera massiccia nel mondo del lavoro, tanto nell'amministrazione pubblica che negli uffici privati e nelle campagne, prendendo il posto degli uomini che vengono mobilitati. Le donne dunque si trovano ad effettuare lavori che fino a quel momento erano limitati: diventano guidatrici di tram, postine, operaie nelle fabbriche militarizzate per esigenze belliche. Nelle campagne esse diventano capofamiglia per cui, oltre a badare ai figli si ritrovano anche a dover portare avanti il lavoro nei campi.

Con la prima guerra mondiale, dunque, questa categoria acquista tutta una serie di responsabilità, anche pubbliche e sociali, che fino a quel momento non aveva mai avuto. Tale cambiamento porta lo stato italiano a varare una legge che abolisce la cosiddetta autorizzazione maritale, una norma inserita nel codice civile italiano che non riconosceva capacità giuridica alla donna, per la quale essa, per partecipare ad una causa in tribunale, doveva essere rappresentata da un uomo (padre, fratello o marito). L’abolizione di questa norma si era resa necessaria anche di fronte al fatto che alla fine della Prima Guerra Mondiale vengono annessi territori che fino a quel momento erano appartenuti all’impero asburgico, in cui il codice civile non prevedeva tale norma. Alla fine della prima guerra si discuterà in Italia la possibilità di concedere il suffragio alle donne (almeno nelle elezioni amministrative) ma nonostante ciò prevarrà un’idea più conservatrice, dovendo aspettare almeno fino al 1946 per poter avere una cittadinanza attiva. Queste idee che toccano in particolare modo gli uomini, non le troviamo in tutti i paesi europei. La Germania infatti, sebbene sia avanzata dal punto di vista della sfera sociale dei lavoratori, è caratterizzata comunque da un regime autoritario che rende marginale il ruolo del parlamento rispetto al governo, anche perché in questo paese si attua un progressivo legame tra vertici politici ed impegno militare. In altri paesi invece, questi tentativi di intrusione delle masse all’interno dello stato, risultano vani, soprattutto nella Russia zarista che perpetua nelle politiche regressive e blocca ogni tentativo di sviluppo sociale ed economico, nonostante la presenza di una borghesia in ascesa che però non riesce ad avere una rappresentanza politica. In questo quadro, l’Italia si colloca nell’area dei cosiddetti “paesi liberali”, essendi caratterizzata da una progressiva diffusione delle masse lavoratrici, fenomeno che avviene principalmente durante l’età Giolittiana. In tale realtà, le classi dirigenti al potere, per ottenere il consenso delle masse alla loro azione di governo non solo allargano il diritto di voto ma compione anche un’altra operazione di tipo politico-culturale: esse usano una serie di strumenti per fortificare e rafforzare l’identità collettiva della nazione, puntando sul senso di appartenenza dei cittadini, in particolare l’istruzione, che attraverso la “pedagogia nazionale” essa forma dei cittadini che si identificano con la nazione e con lo stato. Proprio per questo vengono promulgate tutta una serie di norme che estendono progressivamente l’obbligo di formazione. Ricordiamo: la “legge Casati” del 1864, la “legge Coppino” del 1882 ed infine la legge “Daneo-Credaro” ultima riforma scolastica messa in atto nel 1910 dallo stato liberale. Con l'ampliamento dell’istruzione c’erano tutta una serie di materie che consentivano di dare vita a questo processo di pedagogia nazionale come: l’insegnamento della lingua italiana e della letteratura, la storia (le due definiscono culturalmente la nazione e ne narrano le vicende) e la geografia (funzionale a definire i confini della nazione). Esistono poi altri settori attraverso i quali si procede al rafforzamento dell’identità nazionale: l’esercito. Quest’ultimo, infatti, non era percepito soltanto come uno strumento di difesa nazionale poiché esso, con la leva obbligatoria, consentiva a giovani provenienti da varie realtà geografiche del paese di ritrovarsi tutti insieme per un obiettivo comune, offrendo loro la possibilità di amalgamarsi.

Accanto ad essi, abbiamo altri gruppi, come quello dei ciechi, che abitavano l'allora regione della Boemia,i quali miravano ad una maggiore autonomia ( rispetto a quella che già avevano) all'interno della cornice dell'impero. Essi non avevano mire indipendentiste Ma desideravano solamente che la loro regione fosse dotata di poteri autonomi più ampi sempre però nell'ambito della politica dell'impero asburgico. -La Russia zarista: un impero multietnico dove i russi rappresentavano meno della metà della popolazione Imperiale. Maggioritarie, infatti, erano tutta una serie di minoranze presenti tanto nella parte Europea quanto nella parte asiatica dello Stato. Vi erano ucraini, polacchi ( essendo stata la Polonia, alla fine del Settecento, divisa tra Austria, Prussia e Russia), bielorussi, kazaki e moltissimi ebrei. Nei confronti di queste minoranze le autorità zariste, a cavallo tra 800 e 900, avviano una politica di russificazione imponendo sia la lingua che la cultura russa e dando vita ad una sorta di nazionalismo di Stato. !Un processo simile a quello di russificazione era stato messo in atto dall’Austria nel corso del Settecento con Giuseppe II e verrà imposto anche in Italia durante il fascismo, alle popolazioni presenti lungo i territori di confine) A questo nazionalismo di Stato attuato dalle autorità politiche si affianca in Europa ( sempre a cavallo tra 800 e 900) la nascita di una serie di nazionalismi che provengono dal basso. Il nazionalismo è un'ideologia politica che domina in Europa e ne caratterizza le vicende fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, legandosi anche alla politica di violenza che mettono in atto alcuni stati europei in questi periodo. Tra i nazionalismi che sorgono e si sviluppano in questo periodo abbiamo il pangermanesimo che opera attraverso la lega pantedesca e che si propone di accrescere il sentimento nazionale tra i popoli di lingua tedesca e di affermare l’omogeneità culturale e razziale del popolo tedesco. Siamo nel periodo in cui si diffonde, sulla base di un sostrato creato dal romanticismo, il mito del popolo tedesco che viene concepito come una comunità di sangue fondata sulla stirpe e legata alla terra di origine, la cosiddetta heimat (si è tedeschi se si nasce da padri tedeschi perché è l’appartenenza al sangue che definisce l’appartenenza alla nazione). Non dissimile al pangermanesimo (che si caratterizzata per tutta una serie di altri elementi come il tradizionalismo, il bellicismo, l’aggressività) è un altro movimento nazionalista dal basso, ovvero il panslavismo , che nasce in Russia e si diffonde in tutta l’Europa centrale. Il panslavismo ha l’obiettivo di riunire tutti gli slavi sparsi in vari territori in un unico stato. Anche in questo caso, tale movimento si caratterizzava per l’aggressività, il bellicismo e l’attaccamento alle tradizioni. Nell’Europa meridionale troviamo il nazionalismo francese, fondato su un forte sentimento patriottico assertivo. Come per gli altri movimenti, anch’esso è animato da forti sentimenti bellicisti e sciovinisti. Tra i suoi ideologi troviamo Maurice Barrès e Charles Maurras. Quest’ultimo è un personaggio estremamente importante per il movimento nazionalista francese perché, a sua volta, creerà l’action francaise un’organizzazione di estrema destra. Egli, inoltre, avrà grande influenza anche nella nascita del nazionalismo italiano che si riunirà attorno all’associazione nazionalista italiana. Il nazionalismo nel nostro paese impregnerà moltissimo la campagna per la guerra contro la Libia e raggiungerà, proprio durante essa, le sue punte massime per poi arrivare alla Prima Guerra Mondiale.

I movimenti nazionalisti che si sviluppano in Europa a cavallo tra 800 e 900, al di là delle singole particolarità e dei singoli sviluppi che assumono a seconda delle aree geopolitiche di riferimento, presentano una serie di elementi di carattere comune:

  • essi hanno, innanzitutto, una visione aggressiva e sciovinista della nazione; -il nazionalismo poi rappresenta una politica che offre un sostegno all'espansione coloniale che caratterizza questo particolare periodo storico;
  • i movimenti nazionalisti ci rifiutano i principi democratici;
  • sono caratterizzati dalla lotta contro il socialismo;
  • abbracciano un concetto di stato fondato sulla gerarchia e sull'autorità; Tutti questi elementi fanno sì che, da un punto di vista strettamente politico, i nazionalismi si collochino in uno spazio politico occupato dalla destra antiliberale, la quale si nutre anche di idee razziste. Quest'ultime, derivano dalla concezione della nazione come comunità di sangue, caratterizzata da una discendenza comune e dall’omogeneità razziale, fondata sul sesso biologico tra individuo e generazioni che riflette le teorie che circolano attorno alla genetica nella seconda metà dell'Ottocento. Si tratta di teorie che stabilivano una gerarchia tra razze superiori ed inferiori, sostenendo la subordinazione di quest'ultime alle prime. Il razzismo irrompe violentemente e drammaticamente nel 900 ma non si tratta di un fenomeno nato all'improvviso, anzi, esso presenta tutta una sedimentazione e cristallizzazione alle spalle che si origina proprio a cavallo tra i due secoli, quando vengono poste le basi delle teorie razziste, portate poi alle estreme conseguenze proprio nel corso degli anni trenta del Novecento. Queste idee sostengono l’esistenza di razze considerate culturalmente e fisicamente inferiori, considerate diverse dai popoli bianchi, principalmente europei. Secondo una classificazione positivistica, al primo posto tra le razze inferiori ci sono i popoli africani, seguiti dalle popolazioni slave, considerate “senza storia” dall’Europa occidentale che vedeva in loro una cultura priva di testimonianze precise. Ciò poneva queste popolazioni ai margini della storia europea condivisa dalle maggiori potenze europee. Nonostante ciò, coloro che subiscono il razzismo più di tutti nel continente europeo, sono gli ebrei, i quali vivono principalmente nell’Europa orientale, dove erano numericamente molto diffusi. Essi, diversamente dagli ebrei dell’Europa occidentale, erano molto meno integrati nella società maggioritaria ed è per questo che, sotto il regime zarista, essi erano vittime di aggressioni e discriminazioni. Inoltre, mentre gli ebrei dell’Europa Occidentale prima dell’emancipazione erano vissuti nei ghetti, quelli dell’Europa dell’est no, poiché tali ghetti non esistevano ancora. Essi, infatti, o vivevano in piccoli villaggi sparsi nelle campagne chiamati “shetlé” (?) o in zone di residenza coatta che si trovavano ai limiti della città e che costituivano una sorta di quartieri separati da essa.

coloniale ha una conseguenza significativa, cioè porta alla creazione di una classe dirigente indiana. Ciò consentirà all’India, ma non solo questo, dì arrivare precocemente all’Indipendenza (1947) e sarà una delle prime colonie britanniche ad avviare il processo di decolonizzazione. I colonizzatori cercano di tenere sotto controllo la popolazione colonizzata attraverso operazioni di repressione ma anche di sterminio: uno dei casi particolarmente significativi e ciò che avviene da parte degli spagnoli durante la guerra ispano americana del 1898 e durante le guerre Anglo-Boere (a cavallo tra 800-900) nelle regioni africane del Transvaal e dell’Orange. In queste aree (soprattutto Cuba, Transvaal e Orange) si creano dei campi di internamento dove gli inglesi deportano circa 120.000 civili (per la maggior parte donne, bambini e anziani) di origini boera, costretti a vivere in condizioni penose, a tal punto che arriveranno a morire di stenti. Separatamente, verranno creati poi altri campi per la reclusione di persone di colore. L’istituzione di tali luoghi, durante la globo-era, aveva lo scopo di portare alla vittoria della guerriglia contro i boeri da parte degli inglesi. I campi di internamento verranno utilizzati anche durante la prima guerra mondiale da alcuni paesi coinvolti, come ad esempio l’Austro-Ungheria o l’Italia e, successivamente, Gran Bretagna, istituiti per i civili che vengono considerati come nemici (es. l'Austria deporterà gran parte della popolazione italiana che viveva nel Trentino e nella Venezia Giulia. L’Italia invece, istituirà tali campi lungo la zona di confine con l’Austria-Ungheria, nella parte nord orientale del paese, per ragioni di sicurezza). Tutti questi campi preludono l’universo concentrazionario che caratterizzerà la seconda guerra mondiale, con i campi di sterminio messi in atto dai tedeschi. Mentre nella prima guerra mondiale i civili venivano semplicemente internati e vivevano in condizioni precarie, con la seconda guerra mondiale i campi non sono più di semplice internamento ma sono finalizzati a realizzare la cosiddetta soluzione finale relativa alla sterminio degli ebrei ed anche una serie di categorie di persone che avrebbero attentato alla purezza della razza ariana. Alla creazione di imperi coloniali partecipano le maggiori potenze europee, ad eccezione dell’Austro-Ungheria. Alla fine dell’800 però, vediamo che anche altri due paesi extra europei acquisiscono degli imperi coloniali, ovvero: Giappone e Stati Uniti. In particolare, gli Stati Uniti diventano una potenza coloniale dopo la guerra Ispano- americana del 1898 (“guerra per Cuba”) che ebbe due conseguenze: •fine dell’impero spagnolo che perde le sue ultime colonie, causando un grandissimo shock a tutta la nazione ed in particolar modo alla generazione del ‘98; •gli Stati Uniti acquistano Cuba, le Filippine, Porto Rico e l’isola di Guantanamo; Questo fa sì che la potenza americana avvii un impero con caratteristiche di fondo ben diverse rispetto a quanto realizzato dalle potenze europee che si estendono oltre mare, questo perché il colonialismo statunitense ha una natura prettamente di carattere economico. Per quanto riguarda il Giappone invece, esso acquista l’isola di Formosa solo a seguito della guerra Cino-giapponese del 1905.

È proprio con l’imperialismo che, a partire dagli ultimi decenni dell’800,l’Europa acquista il suo dominio su larga parte del mondo. I principali paesi europei infatti si espandono soprattutto nel continente africano, manifestando la loro superiorità militare, riflettendo l’industrializzazione crescente che li investe e mettendo in evidenza la loro solidità politica e l’efficienza degli apparati statali che in questo periodo cominciano a diventare sempre più complessi perché lo stato interviene in settori sempre più ampi della società. Questo predominio dell’Europa comincia ad essere messo in discussione proprio all’inizio del 900 quando comincia ad affacciarsi sulla scena mondiale la nuova potenza americana, caratterizzata da un’economia molto forte che comincia a dominare non soltanto lo spazio continentale (cioè Nord-Americano) ma anche lo spazio Atlantico. Il suggello finale della presenza degli Stati Uniti sulla scena mondiale è il loro intervento nel corso della Prima Guerra Mondiale, avvenuto nell’aprile del 1917. Se da un lato l’imperialismo porta al rafforzamento dei paesi colonizzatori, dall’altro determina tutta una serie di rivalità che si creano tra essi. Tra le più rilevanti troviamo: -il contrasto tra Regno Unito e Francia per il dominio dell’Egitto e del Sudan, conquistati poi dall’impero britannico; -nel continente asiatico troviamo una rivalità tra Stati Uniti e Russia per quanto riguarda l’Afghanistan; -il contrasto che si instaura tra la Germania e la Francia per il Marocco; Tali contrasti verranno risolti in via generale attraverso accordi di carattere diplomatico, anche se, in taluni casi, sfociano in brevi conflitti di carattere locale. Proprio grazie a tale diplomazia, nel 1904 viene siglato un accordo tra Regno Unito e Francia e tra Regno Unito e Russia proprio per i diversi possedimenti coloniali. Tuttavia, le relazioni internazionali tra i vari paesi europei che si sviluppano in questi anni sono fortemente condizionate dalle questioni interne ai singoli stati e che avranno una parte importante nel porre le basi dello scoppio della Prima guerra mondiale. Quali sono i contrasti che segnano le relazioni tra i vari paesi europei sul piano di politica interna europea, non coloniale?

  • Contrasto tra Francia e Germania, le cui basi vengono poste a seguito della guerra franco- prussiana del 1807, segnato dalla vittoria della Prussia e che porta alla nascita della Germania Unita nel 1871. Questa vittoria, inoltre, grazie al Trattato di Londra , determina l’assegnazione alla Prussia dell’Alsazia Lorena, mutilando in un certo senso quello che era il territorio francese. Questi eventi portano ad una serie di atteggiamenti di diffidenza che si sviluppano nei decenni successivi tra le due nazioni, aggravati inoltre dal senso di superiorità militare delle elite militari tedesche e dal senso di rivalsa della Francia, sostenuta da gruppi nazionalisti e che, successivamente, si diffonde in larga parte anche nella popolazione francese. Tra queste due potenze si scatena anche la rivalità coloniale per il possesso del Marocco, la quale porta alle cosiddette crisi marocchine del 1905 e 1911, risolte poi in via diplomatica attraverso l’attribuzione del Marocco e della compensazione alla Germania con l’attribuzione di alcuni territori in Africa. Le crisi marocchine, nonostante vengano risolte in maniera pacifica, hanno una conseguenza livello politico poiché portano all’isolamento dell’impero tedesco e conseguentemente alimentano dei sentimenti nazionalistici e militaristi.

Grecia, sorretti dalla Russia per interessi geopolitici e religiosi, essendo tutti questi paesi di fede ortodossa (fatto che per la Russia ho un grandissimo significato). Questo conflitto costituisce la prima guerra balcanica. Dopo la sconfitta dell’impero ottomano, i paesi vincitori non riescono a trovare un accordo sulle spartizioni dei territori ottomani, dando vita, nel 1903, ad una seconda guerra balcanica in cui la Bulgaria ingaggia un conflitto contro la Serbia, la Grecia, la Romania e lo stesso impero ottomano. I Balcani diventano la grande polveriera d’Europa: le guerre balcaniche si concludono nel 1913, periodo a ridosso dello scoppio della prima guerra mondiale. Il 28 Giugno del 1914 infatti lo studente serbo Gavrilo Princip, affiliato all’organizzazione segreta della mano nera (composta da ufficiali serbi e che ha grossi allacci con l’organizzazione presente in Russia) uccide l’erede al trono Francesco Ferdinando e sua moglie, in quanto egli è uno dei sostenitori del Trialismo. Quest’ultimo rappresenta un’ideale che comincia ad affacciarsi nel mondo asburgico di fronte a tutte le spinte centrifughe e centripete che si hanno nell’impero e che spingono a concepire l’idea antistorica, anacronistica, che al governo dì questo grande impero, oltre all’elemento tedesco e all’elemento ungherese, possa esserci un terzo elemento costituito dai croati, essendo una delle popolazioni che si è mostrata più fedele alla corona. In più essi sono di fede cattolica, la stessa professata dalla casata d’Austria. Questa idea però non viene accolta dagli altri slavi e rappresenta uno dei motivi che concorre all’assassinio di Sarajevo, evento che colpisce al cuore l’impero. Allo scoppio della Prima guerra mondiale scattano tutte le Alleanze che sino a quel momento erano state stipulate: -da un lato Russia, Regno Unito e Francia, unite dal patto della Triplice Intesa (1907) -dall’altro la Triplice Alleanza del 1882 che unisce Italia, Germania e Austria-Ungheria e che verrà rinnovata ogni 5 anni. Tale Alleanza risulta particolarmente significativa perché è di tipo difensivo e, nel momento in cui viene firmata, dà una certa stabilità ai rapporti tra l’Italia e l’Austria Ungheria. Le due nazioni infatti hanno una sorta di contenzioso aperto per le cosiddette terre irredente , cioè per le province dell’Austria-Ungheria abitate da popolazione prevalentemente italiana: Trentino Alto Adige, Venezia Giulia, Dalmazia e Istria. Il problema resta, ma la firma di tale alleanza rende, dal punto di vista formale, migliori i rapporti tra le due potenze, segnando,da parte dell’Italia, la fine di ogni impegno nella rivendicazione di questi territori. Essa dunque, rappresenta un patto militare a scopo difensivo che sarebbe scattato soltanto nel caso in cui uno dei contraenti fosse stato attaccato. L’Assassinio dì Sarajevo rappresenta una causa occasionale della Prima guerra mondiale. Essa infatti materialmente si apre quando l’Austria lancia un ultimatum alla Serbia, imponendogli tutta una serie di condizioni che non verranno accettate. Proprio per questo l’Austria attaccherà la Serbia rendendo inapplicabile la Triplice Alleanza in quanto patto difensivo. Questo fatto consente all’Italia di assumere una posizione di neutralità, in un periodo che impiegherà per cercare delle soluzioni con l’Austria-Ungheria. La ricerca però non andrà a buon fine ed è per questo che l’Italia si rivolgerà poi all’altro fronte.

I decenni precedenti lo scoppio della Prima Guerra Mondiale sono caratterizzati dal nazionalismo e dal militarismo, i quali si diffondono nei vari paesi europei che aumentano molto il loro potenziale militare di offesa e di difesa nella convinzione che esso costituisca un “deterrente”. In realtà però non è così poiché questa ricerca della sicurezza che i maggiori paesi europei portano avanti (soprattutto Gran Bretagna, Francia e Germania) invece di assicurare una situazione di stabilità internazionale crea tutto il contrario. Tale evento viene spiegato molto chiaramente nel libro di Christopher Clark pubblicato nel 2012 con il titolo “I sonnambuli, come l’Europa arrivò alla guerra”. In questo libro l’autore sostiene che le élite politiche e militari europee fossero state come dei sonnambuli (persone apparentemente vigili ma che in realtà non riescono a vedere dove vanno). Egli utilizza questo paragone per descrivere come i maggiori paesi europei fossero incapaci di vedere la situazione che li stava portando verso lo scoppio della guerra, sulla quale si innestavano tutti i processi che avevano caratterizzato i decenni che l’avevano preceduta, non rendendosi conto che la scintilla accesa a Sarajevo con l’assassinio di Francesco Ferdinando e di sua moglie avrebbe innescato una deflagrazione così ampia come la prima guerra mondiale. La vera scintilla scoppia a Sarajevo il 30 Giugno del 1914 e l’attentato (compiuto da uno studente serbo affiliato ad una associazione segreta con sede in Serbia) diventa un caso internazionale in quanto Francesco Ferdinando non é soltanto un semplice appartenente alla casa reale come tanti altri arciduca degli Asburgo, ma è l’erede di Francesco Giuseppe, un imperatore molto vecchio che non ha più eredi diretti dopo la morte del figlio Rodolfo. Tutto ciò inoltre avviene in un'area molto instabile: la Bosnia, infatti, è una regione dei Balcani in cui si riversano gli espansionisti dell’Austria e della Russia e rappresenta un territorio di forte conflittualità. I Balcani, inoltre, sono uno spazio geografico abitato da popolazioni che aspirano all’indipendenza in quanto sono ripartiti tra i vari Stati plurinazionali. Nonostante questo forte impatto internazionale però l’assassinio di Sarajevo non spinge a forti reazioni da parte dei paesi europei poiché nessuno vuole attaccare la piccola Serbia, un paese che ha raggiunto l’indipendenza da pochi anni, precisamente nel 1878. Perché l’assassinio a Sarajevo non ha comportato solo una semplice operazione militare ma ha generato una guerra lunga e disastrosa che ha lasciato un terreno di circa 10 milioni di morti? La prima guerra mondiale rappresenta il prodotto di quel particolare clima politico e culturale che si era venuto a creare negli anni precedenti ad essa quando le maggiori potenze europee (Gran Bretagna, Francia e Germania) avevano cercato di porsi sullo scenario internazionale in primo piano a livello politico, economico e tecnologico, dando vita a una politica di tipo imperialistico e di potenza. Tale politica aveva però creato una serie di tensioni e di conflittualità che erano state ridimensionate solamente da un punto di vista diplomatico e attraverso una serie di trattati ed è proprio in questo periodo che riemergono prepotentemente.

-Nell'aprile del 1917 poi ci sarà l'entrata in guerra degli Stati Uniti; In questo scenario dunque, una guerra che era iniziata come Europea, diventa ben presto mondiale e globale che vede aprire fronti diversi (quelli del Pacifico, del Medio Oriente, , dell'America Latina e dell'Africa subsahariana dove sono presenti colonie tedesche) Nei territori extra-europei, a differenza dell’Europa, la guerra che viene combattuta non è di posizione, di trincea, ma è una guerra di movimento ed anche navale. Ciò non significa che nella guerra che si svolge sul continente europeo non ci siano battaglie navali, poiché esse avvengono anche nel Mar Adriatico, le cui sponde orientali fanno capo all’impero asburgico (è proprio nell’Adriatico che si svolgono alcune battaglie tra la flotta italiana e la flotta austriaca). Al conflitto partecipano anche i territori coloniali posseduti dalle maggiori potenze europee, le quali traggono dalle colonie sia risorse in termini materiali, sia risorse dal punto di vista umano (soprattutto la Gran Bretagna e la Francia utilizzano popolazioni coloniali all’interno dei loro eserciti).. La guerra é quindi una guerra globale dovuta all’estensione territoriale che assume. Quando scoppia la guerra la reazione delle popolazioni europee è abbastanza contrastante poiché si verifica una netta divisione tra la reazione che si ha nei centri urbani e le reazioni suscitate nei piccoli centri o addirittura nelle campagne. Nelle maggiori capitali europee (nei maggiori centri urbani dei vari paesi), la guerra viene accolta dalle popolazioni urbane con grandi manifestazioni di giubilo e di patriottismo bellico, questo perché all’interno delle società si erano già diffusi tutta una serie di sentimenti che indirizzavano verso la cultura della guerra. Diversa, invece, era la situazione nei centri minori e nelle campagne in cui non vi erano masse urbane politicizzate così ampie come nei grandi centri. La popolazione delle zone rurali rimane estranea ai grandi giochi diplomatici a cui si sono avviati i vari paesi europei e, dunque, la guerra suscita grandi timori. Ciò segna una profonda differenza tra le città e le campagne. I paesi coinvolti nel conflitto cercano di eccitare ancora di più il sentimento patriottico delle masse. I soldati che partivano per andare al fronte erano spesso accompagnati, in tante città, da cortei di persone che li ricoprivano di fiori, come se fosse una grande festa. I governi nel conflitto tentano di suscitare l’entusiasmo delle folle, finendo per travolgere i vari partiti socialisti europei che tradizionalmente erano neutralisti e pacifisti (la stessa cosa succederà in Italia, la guerra spacca i partiti socialisti che progressivamente passano tutti dal fronte neutralista e interventista) Come fa la Germania ad occupare in brevissimo tempo il Belgio e la Francia? Da anni la Germania ha concepito un piano di occupazione di questi territori poiché la guerra franco-prussiana del 1870 aveva scavato un solco molto profondo tra le due nazioni, tanto più che la Francia era stata costretta a cedere l’Alsazia e la Lorena che riprenderà solamente fine della prima guerra mondiale. Agli inizi del Novecento la Germania crea il cosiddetto “Piano Schlieffen” (di tipo militare) concepito da una generale tedesco che mirava all’occupazione della Francia ed era soprattutto di tipo difensivo, concepito nel caso di un attacco della nazione francese e che prevedeva l’occupazione di essa attraverso il Belgio neutrale.

L’avanzata tedesca verso la Francia tanto rapida quanto tragica poiché di fronte alla resistenza che il piccolo Belgio mette in campo, i tedeschi attuano tutta una serie di azioni di guerra nei confronti della popolazione civile così efferate che vengono definiti dalla stampa e della pubblicistica dell’epoca come dei nuovi barbari. Anche in Francia la resistenza dell’esercito francese è travolta dall'avanzata tedesca e in pochi giorni le truppe nemiche giungono a Parigi, dove 500 mila francesi lasciano la capitale e si spargono in altre aree europee. Dopo l’occupazione tedesca, l’esercito francese si riorganizza e dà avvio ad una controffensiva sulla Marna, uno dei grandi fiumi francesi su cui si concentrano tutta una serie di battaglie svolte nel corso della guerra in cui si riesce a respingere le truppe tedesche. Nell’autunno del 1914 il fronte occidentale ( che si apre in Francia) si stabilizza dopo una serie di combattimenti molto sanguinosi in cui moltissimi soldati, sia francesi che tedeschi, muoiono. La guerra comincia così a diventare una guerra di posizione che porta a rimanere fermi a guardarsi gli uni con gli altri. A sostegno della Francia, nell’autunno del 1914, arrivano le forze britanniche. La prima guerra mondiale ha tutta una serie di nuove caratteristiche che la differenziano profondamente da quelle ottocentesche. Innanzitutto essa è una guerra globale a differenza della precedenti, che erano circoscritte ai territori dei singoli paesi ed in campo. La prima guerra mondiale è inoltre più tecnologica in cui viene utilizzato un apparato bellico frutto della tecnologia dell’epoca: abbiamo l’uso di tutta una serie di nuove armi, a cominciare dalla mitragliatrice, un’arma relativamente nuova perché usata per la prima volta nella guerra civile americana che subisce delle modificazioni, le quali ne migliorano l’uso. La mitragliatrice dà avvio a quel fenomeno che gli storici della prima guerra mondiale hanno definito “morte seriale” essendo che, essa spara in un lasso estremamente breve un numero elevato di proiettili che consentono di colpire più persone rispetto ai fucili. Anche i cannoni, che rappresentano un armamento bellico più tradizionale, sono fortemente rinnovati e colpiscono a più lunga distanza rispetto al passato, con una gittata molto più lunga. La guerra di posizione, inoltre, si caratterizza per la presenza di trincee, ovvero di scavi che vengono prodotti nel terreno dai soldati a partire dall’autunno del 1914 per proteggersi e che molto spesso erano in collegamento tra loro. Le trincee dell’uno e dell’altro esercito che si fronteggiano nei campi di battaglia, il più delle volte, erano divise da una striscia di terra chiamata “No man's land” (la terra di nessuno), caratterizzata dalla presenza dei cosiddetti “cavalli di Frisia”, elementi che servono da ostacolo con la presenza di filo spinato oppure chiodi irti che servono a fermare l’avanzata del nemico. La vita nelle trincee è terribile in quanto i soldati sono costretti a vivere nel fango, al freddo, con indumenti spesso non consoni, con scarsità di cibo, tra topi e pidocchi. Grazie alle lettere dei soldati scritte dal fronte e anche ai diari di guerra si può ricostruire la vita nelle trincee. Anche un pittore tedesco soldato, che partecipa come volontario alla prima guerra mondiale, di nome Otto Dix testimonia tale vita, nasce infatti in questo periodo il cosiddetto fenomeno dei “pittori soldato”, come quello dei “poeti soldato” di cui Ungaretti fu il rappresentante per eccellenza. Otto Dix con le sue opere descrive i momenti della guerra → “Che cos’è la guerra? Pidocchi, ratti, reticoli, pulci, granate, bombe, fossi, cadaveri.” Questo