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Eschilo, "Persiani" 1-301, Sintesi del corso di Lingua Greca

Introduzione all'autore e all'opera e traduzione letterale dei primi 301 versi dei "Persiani" di Eschilo.

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

In vendita dal 14/11/2023

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Eschilo
La vita di Eschilo si svolge in anni cruciali per la politica ateniese: egli conosce il regime tirannico e
assiste alla nascita della democrazia. È un periodo estremamente dinamico anche per la produzione
artistica: Eschilo è il più antico fra gli autori del teatro greco. Comincia a operare sulla scena circa
quarant’anni dopo gli esordi di Tespi.
Nato probabilmente nel 525-524 a.C., presso il demo attico di Eleusi, fa parte di un antico γένος di
ascendenza aristocratica, quello degli Stridi. Eschilo fa parte delle schiere di opliti che, nel 490 a.C.,
respingono i Persiani presso la piana di Maratona e si ritrova anche a combattere nelle acque di
Salamina. Intorno al 470, il tiranno siracusano Ierone chiama in Sicilia Eschilo perché partecipi alle
celebrazioni per l’assunzione, da parte del figlio Dinomene, del governo della città di Etna. In tale
occasione, Eschilo compone le Etnee. Probabilmente, allora al poeta ateniese venne anche chiesto di
replicare nel teatro di Siracusa i Persiani, a soli due anni dalla loro prima e vittoriosa
rappresentazione. Si crede che Eschilo abbia trascorso in Sicilia gli ultimi anni della propria vita,
ma il clima sfavorevole, la cattiva luce in cui Eschilo si pose in quegli anni, potrebbero averlo
spinto a trasferirsi in una colonia greca siciliana. Egli muore a Gela nel 456-455 a.C. Eschilo scrisse
il proprio epitafio in distici elegiaci e non vi inserì alcun cenno alla sua abilità poetica,
menzionando unicamente il valore dimostrato durante l’epocale battaglia di Maratona. L’intera
produzione eschilea comprende fra le 70 e le 90 opere, fra tragedie e drammi satireschi, prodotte
nell’arco di circa quarant’anni di attività. Di tutte queste non restano che 7 tragedie complete, una
delle quali, il Prometeo incatenato, di dubbia attribuzione. I 7 drammi superstiti fanno parte di 5
tetralogie differenti: solo l’Orestea è stata conservata integralmente.
- Persiani: sono stati rappresentati nel 472. In Persia, il coro degli anziani e la regina attendono con
preoccupazione notizie circa l’esito della spedizione del re Serse contro la Grecia. La regina, madre
di Serse, è turbata da un sogno inquietante che si rivelerà profetico: un messaggero reca, infatti, la
notizia della disfatta di Salamina. Evocato dal cuore della regina, il fantasma di Dario attribuisce la
tragica fine della spedizione alla tracotanza del figlio Serse e profetizza una nuova sconfitta sul
campo di Platea. Serse, appena giunto in patria, stravolto e con le vesti lacere intona con il coro
canti di lutto e lamenti.
- Sette contro Tebe: sono stati rappresentati nel 467. Eteocle, re di Tebe, attende dentro le mura
della città l’arrivo di un esercito argivo guidato dal fratello Polinice, che vuole sottrargli il potere.
Un messaggero annuncia a Eteocle il nome dei 7 campioni nemici, posti ciascuno presso una delle
porte cittadine. Un altro messo annuncia, infine, la sconfitta degli assalitori e la reciproca uccisione
dei due fratelli.
- Supplici: sono state rappresentate nel 463. Le figlie di Danao, fuggite dall’Egitto con il padre,
sono giunte esuli ad Argo per sottrarsi alla violenza dei loro cugini, i figli di Egitto, che intendono
sposarle contro la loro volontà. Danao impartisce alle figlie consigli per ottenere asilo da Pelasgo, re
di Argo. Proprio quando Danao riferisce l’esito positivo della votazione, un araldo dei figli di Egitto
tenta di rapire le fanciulle, ma Pelasgo lo respinge duramente e le Danaidi vengono accolte in città.
- Prometeo incatenato: è stato rappresentato fra il 470 e 468, oppure dopo il 458. Efesto, spronato
per ordine di Zeus da potere e violenza, incatena a una rupe Prometeo, accusato di aver donato agli
uomini il fuoco, privilegio e proprietà divina.
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Eschilo La vita di Eschilo si svolge in anni cruciali per la politica ateniese: egli conosce il regime tirannico e assiste alla nascita della democrazia. È un periodo estremamente dinamico anche per la produzione artistica: Eschilo è il più antico fra gli autori del teatro greco. Comincia a operare sulla scena circa quarant’anni dopo gli esordi di Tespi. Nato probabilmente nel 525-524 a.C., presso il demo attico di Eleusi, fa parte di un antico γένος di ascendenza aristocratica, quello degli Stridi. Eschilo fa parte delle schiere di opliti che, nel 490 a.C., respingono i Persiani presso la piana di Maratona e si ritrova anche a combattere nelle acque di Salamina. Intorno al 470, il tiranno siracusano Ierone chiama in Sicilia Eschilo perché partecipi alle celebrazioni per l’assunzione, da parte del figlio Dinomene, del governo della città di Etna. In tale occasione, Eschilo compone le Etnee. Probabilmente, allora al poeta ateniese venne anche chiesto di replicare nel teatro di Siracusa i Persiani, a soli due anni dalla loro prima e vittoriosa rappresentazione. Si crede che Eschilo abbia trascorso in Sicilia gli ultimi anni della propria vita, ma il clima sfavorevole, la cattiva luce in cui Eschilo si pose in quegli anni, potrebbero averlo spinto a trasferirsi in una colonia greca siciliana. Egli muore a Gela nel 456-455 a.C. Eschilo scrisse il proprio epitafio in distici elegiaci e non vi inserì alcun cenno alla sua abilità poetica, menzionando unicamente il valore dimostrato durante l’epocale battaglia di Maratona. L’intera produzione eschilea comprende fra le 70 e le 90 opere, fra tragedie e drammi satireschi, prodotte nell’arco di circa quarant’anni di attività. Di tutte queste non restano che 7 tragedie complete, una delle quali, il Prometeo incatenato, di dubbia attribuzione. I 7 drammi superstiti fanno parte di 5 tetralogie differenti: solo l’Orestea è stata conservata integralmente.

  • Persiani: sono stati rappresentati nel 472. In Persia, il coro degli anziani e la regina attendono con preoccupazione notizie circa l’esito della spedizione del re Serse contro la Grecia. La regina, madre di Serse, è turbata da un sogno inquietante che si rivelerà profetico: un messaggero reca, infatti, la notizia della disfatta di Salamina. Evocato dal cuore della regina, il fantasma di Dario attribuisce la tragica fine della spedizione alla tracotanza del figlio Serse e profetizza una nuova sconfitta sul campo di Platea. Serse, appena giunto in patria, stravolto e con le vesti lacere intona con il coro canti di lutto e lamenti.
  • Sette contro Tebe: sono stati rappresentati nel 467. Eteocle, re di Tebe, attende dentro le mura della città l’arrivo di un esercito argivo guidato dal fratello Polinice, che vuole sottrargli il potere. Un messaggero annuncia a Eteocle il nome dei 7 campioni nemici, posti ciascuno presso una delle porte cittadine. Un altro messo annuncia, infine, la sconfitta degli assalitori e la reciproca uccisione dei due fratelli.
  • Supplici: sono state rappresentate nel 463. Le figlie di Danao, fuggite dall’Egitto con il padre, sono giunte esuli ad Argo per sottrarsi alla violenza dei loro cugini, i figli di Egitto, che intendono sposarle contro la loro volontà. Danao impartisce alle figlie consigli per ottenere asilo da Pelasgo, re di Argo. Proprio quando Danao riferisce l’esito positivo della votazione, un araldo dei figli di Egitto tenta di rapire le fanciulle, ma Pelasgo lo respinge duramente e le Danaidi vengono accolte in città.
  • Prometeo incatenato: è stato rappresentato fra il 470 e 468, oppure dopo il 458. Efesto, spronato per ordine di Zeus da potere e violenza, incatena a una rupe Prometeo, accusato di aver donato agli uomini il fuoco, privilegio e proprietà divina.
  • Orestea: tetralogia che comprende l’Agamennone, le Coefore, le Eumenidi e il Proteo e venne rappresentata nel 458.  Agamennone: Agamennone, di ritorno da Troia, è atteso dalla moglie Clitemnestra, che insieme all’amante Egisto trama la sua morte. Agamennone rientra ad Argo con Cassandra, figlia di Priamo, ed è accolto con falsa sollecitudine dalla moglie. Cassandra intanto preannuncia al coro l’imminente morte del re e la propria, nonché la vendetta di Oreste. Le urla di Agamennone risuonano nella reggia e appaiono sulla scena Clitemnestra con un’ascia insanguinata e i cadaveri di Agamennone e Cassandra.  Coefore: dopo molti anni, Oreste torna ad Argo insieme all’amico Pilade per vendicare la morte del padre. Dopo aver deposto ritualmente una ciocca di capelli sulla tomba del re, assiste di nascosto al coro delle portatrici di libagioni. Elettra, dopo aver riconosciuto la ciocca di capelli di Oreste, si ricongiunge al fratello e con lui progetta l’uccisione della madre e di Egisto. Oreste compie la propria vendetta e viene assalito dalle Erinni, demoni della colpa che lo costringono alla fuga.  Eumenidi: Oreste cerca scampo dalle Erinni nel santuario di Apollo a Delfi; il dio lo esorta a recarsi ad Atene, dove un tribunale lo assolverà dal reato di matricidio. Durante la rappresentazione si confrontano due mondi di idee: le idee collettive e quelle individuali. Il poeta offre alla comunità l’immagine di un mondo fatto di certezze ma anche di questioni irrisolte. Questa necessità di mettere in scena le dinamiche del reale porta alla costruzione di un vero e proprio monumento teatrale fondato su tre elementi: la celebrazione religiosa del potere divino, la speculazione sul rapporto fra colpa e pena e l’attualizzazione del mito. In Eschilo sono ancora presenti le caratteristiche proprie della cultura greca arcaica. Egli, infatti, non dice cosa siano la giustizia e la tracotanza o la colpa. Se arriva a definire questi concetti nell’economia del testo, in tal modo divinità e idee personificate si auto-definiscono tramite i loro atti. L’interazione fra azione umana e sanzione giudiziaria è al centro della tematica di Eschilo. È possibile, innanzitutto, sottolineare una distinzione fra la giustizia naturale e la giustizia dialettica. La giustizia naturale rappresenta la norma immutabile e fondata, mentre la giustizia dialettica fa riferimento alla norma giudiziaria, che ha esito in seguito a una disputa e che prevede un patteggiamento fra le parti. Questa sancisce inoltre un retto comportamento. Le azioni ingiuste degli uomini provocano πάθος, ossia sofferenza. Solo dopo aver sofferto, l’uomo di Eschilo comprende le dinamiche sottese alle proprie azioni, riesce a volgersi indietro e a rivedere il proprio errore, ad attrarre la conoscenza, cioè il μάθος. È il principio del πάθει μάθος, della conoscenza tramite la sofferenza. Prima di sperimentare il male provocato da un’azione erronea è impossibile riconoscerla come tale: si può comprendere la causa di un male solo dopo che esso si è verificato. Inoltre, l’uomo di Eschilo è in balia del fato. A monte di ogni sua decisione c’è un disegno preordinato degli eventi che lo pone dinanzi a scelte e a situazioni che fatalmente lo conducono all’errore. Il potere del fato non è sottoposto neanche al controllo degli dei. Mentre il fato dà l’avvio agli eventi, stabilendo nel percorso l’esito finale, Zeus è colui che sovrintende alla modalità di svolgimento degli stessi. Egli è il massimo giudice, l’ordinatore di eventi comunque stabiliti dal fato; può regolarne i rapporti, perché vede tutto ciò che accade, ma non interviene su di essi. Zeus è l’entità superiore in assoluto, quasi fosse il dio di un culto monoteistico. Eschilo sa che Zeus è solo il nome che gli umani hanno conferito a un qualcosa di incommensurabile. D’altro canto, la supremazia assoluta di Zeus rispetto agli altri dei è un assunto presente già nel πάνϑεον esiodeo.

dell’Attica, dove abitavano cittadini impossibilitati a raggiungere la città. La vicenda di Frinico potrebbe aver fatto in modo che i tragediografi scegliessero temi tratti dal mito, ma in realtà alcuni continuarono a scegliere temi recenti: probabilmente era più apprezzata la tragedia di tema mitico. Nel 476 a.C. Frinico portò in scena Le fenicie con la coregia di Temistocle: come i Persiani, questa tragedia era ambientata in Persia e si occupava della battaglia di Salamina. Si pensa anche che Eschilo riadattò la tragedia di Frinico e si dice che il primo verso delle due opere fosse molto simile (cambia un verbo: in Frinico abbiamo il verbo βαίνω, di movimento, mentre in Eschilo abbiamo οἴχομαι, che vuol dire sia andarsene che morire). Le guerre persiane erano sentite come una vicenda talmente importante che poteva essere messa sullo stesso piano delle vicende degli Atridi: esse entrano subito nel paradigma; Simonide compone l’elegia per i caduti di Platea (in gran parte dedicata ad Achille) e il carme per i caduti delle Termopili. Le fenicie e i Persiani sono ambientate in Persia, La presa di Mileto no. Ambientare in Persia una tragedia significa creare una distanza: secondo le teorie retoriche antiche del paradigma le letterature antiche hanno tutte una forte funzione paradigmatica. Già in Socrate troviamo detto che non è di certo paradigmatica ed esemplare una vicenda privata e di poco conto. Spesso i Persiani sono stati messi a confronto con Erodoto, chiedendosi se Eschilo sia attendibile al pari di uno storico. La tragedia riflette le idee che circolavano sull’impero persiano ad Atene: sono molto frequenti i termini legati all’oro e alle ricchezze e legati alla moltitudine (i Persiani sono tanti). Ricchezza e numero sono anche in Erodoto, nel proemio del VII libro e nella scena in V 49, in cui Aristagora di Mileto arriva a chiedere sostegno a Sparta con una carta geografica; ad Atene Aristagora ottiene un successo maggiore rispetto a Sparta (per la quale la distanza geografica Sparta-Susa era troppo grande, 3 mesi di cammino). Forse Eschilo ha avuto tra le sue fonti Ecateo di Mileto. L’accumulazione di nomi è un procedimento catalogico, procedimento che abbiamo iniziato a conoscere con il Catalogo delle navi, il quale nasce dalla volontà di rappresentare un quadro grandioso della civiltà greca in cui ci sia un po’ di tutto (alcuni nomi sono inventati, altri sono duplicazioni, altri sono il risultato di un procedimento di arcaizzazione, alcuni sono nomi ben conosciuti che il pubblico deve riconoscere). Il lettore antico nel catalogo aveva il piacere di trovare dei toponimi che conosceva e altri che non conosceva. Il procedimento di arcaizzazione: il poeta epico arcaizza, crea distanza (senza distanza non si può dare grandezza al discorso). Cataloghi di caduti, di comandanti persiani morti a Salamina: Persiani partiti e poi quando arriva il messaggero a raccontare la sconfitta si elencano i caduti, così come alla fine (il momento catalogico dunque si divide in 3 momenti diversi, a differenza dell’Iliade). Nell’Introduzione al commento di Garvie ai Persiani c’è un capitolo intitolato Political tragedy? Questa questione è centrale: ogni tragedia è una tragedia politica; gli agoni tragici sono organizzati dalla città, la coregia è una liturgia eseguita dai cittadini più facoltosi per ordine della città, dunque ogni tragedia è politica almeno per la sua organizzazione. La dimensione politica sta nell’educazione dei cittadini al ragionamento su temi che possono essere comuni. Il 472 a.C. è la data di rappresentazione dell’opera: in questa data l’impero ateniese non è ancora esteso, la sua grande espansione è successiva a questa data (dunque è poco probabile che la tragedia sia un monito per invitare Atene a non espandersi troppo). La parola ὕβρις compare tardi nella tragedia: è difficile che Eschilo abbia voluto portare sulla scena questo concetto di tracotanza.

Caratteristiche dell’opera ↴

  • Tragedia di argomento storico (le vicende risalgono a 8 anni prima) ma non opera storica o di valutazione storica.
  • I destinatari del messaggio eschileo non è detto che fossero solo gli Ateniesi.
  • Potrebbe essere una tragedia di celebrazione della vittoria a Salamina (le teorie sulla celebrazione mettono in discussione il genere tragico dell’opera).
  • I Persiani (come gli Egizi nell’Elena di Euripide) sono barbari più familiari ai Greci (rispetto a ciclopi e tauri).
  • I Persiani sono remoti e per questo esemplari.
  • Questa tragedia è un grande paradigma che ne contiene altri.
  • Secondo Aristotele la sofferenza di un personaggio negativo (quale è Serse) non potrebbe essere considerata tragica.
  • I Persiani potrebbero anche essere una tragedia di ὕβϱις, ma è strano che il messaggio sia così banale (tra l’altro il termine compare poco e tardi, dopo il v. 800). Si può considerare tragica la sofferenza di un personaggio negativo come Serse (no secondo Aristotele). Non è vero neanche che ogni volta la ὕβϱις venga punita. In passato si credeva che ὕβϱις significasse superamento della linea tra gli uomini e gli dei, ora che si tratti di infliggere deliberatamente un’offesa a qualcuno per imporre la propria superiorità. In Omero compare 4 volte e senza rapporto con gli dei o le relazioni tra essi e gli uomini.
  • Φθόνος = risentimento degli dei.
  • Il coro non rappresenta le idee del poeta ma è uno specchio del pubblico (infatti, è composto da normali cittadini).
  • Nella tragedia emerge anche la responsabilità di un δαίμων nella disfatta persiana. In che cosa è consistita la ὕβϱις di Serse? Eschilo non dice nulla della spedizione scitica, del ponte sul Bosforo, di Maratona (dunque i Persiani non sono un’opera storica o dalla valutazione storica). Emerge la responsabilità di un δαίμων appunto artefice del disastro persiano: possiamo pensare che esso escluda altri meccanismi, invece ci sono più possibili spiegazioni di quanto è successo.
  • I cori della tragedia sono in dialetto dorico.
  • Frequenti epicismi e omerismi.
  • Il re persiano era come un dio in terra. Al v. 24 i Persiani sono definiti βασιλῆς βασιλέως ὕποχοι μεγάλου = re sudditi del gran re.
  • I Persiani sono remoti e per questo sono esemplari, indipendentemente dal fatto che non siano greci: il pubblico è portato ad aderire alla sofferenza dei personaggi, anche nel caso in cui siano dei nemici sconfitti.
  • Il nome della regina Atossa è erodoteo e non compare nei trattati persiani. Tale tragedia funziona come un grande paradigma all’interno del quale trovano spazio altri paradigmi. C’è qualche elemento patriottico, come il discorso tra Atossa e il Corifeo ai vv. 230 e ss.
  • Manca un prologo, comincia subito la tragedia: il coro, che arcaicamente costituisce il centro dell’azione drammatica, è subito in scena. Non c’è un prologo che riassuma l’antefatto e ambienti gli spettatori nella situazione del dramma: entra il coro al ritmo cadenzato degli anapesti, al passo di una marcia. I vecchi Persiani, i Fedeli del re dei re, rievocano lo spettacolo grandioso e temibile della partenza dell’esercito dorato, innumerevole, radunatosi da tutto l’Oriente per la spedizione contro la Grecia, al comando di principi, condottieri di tutti quei popoli lontani. I loro nomi barbari e potenti evocano nel teatro paura. Già nelle prime battute del coro c’è una nota di presaga angoscia

Pegastago di origine egizia, e il grande Arsame che governa la sacra Menfi, e Ariomardo che regna la mitica Tebe, e rematori di navi che vanno per le paludi temibili e innumerevoli nel numero; e segue dei Lidi che vivono con mollezza la torma, i quali per lo più la gente nata sul continente possiedono, li (conduce) Metrogate e Arcteo valoroso, regi governatori, e gli abitanti di Sardi ricchi d’oro trasportati su molti carri si slanciano, con due e anche con tre timoni negli squadroni di cavalleria, una scena terrificante da essere vista; e gli abitanti della sacra Tmolo minacciano (letteralmente 3a^ persona singolare) di gettare sulla Grecia un giogo di schiavitù, Mardon, Taribis, incudini contro una lancia, e gli arcieri di Misia; e Babilonia ricca d’oro una massa mista di tutto manda violentemente, e montati sulle navi e fedeli all’audacia che tende l’arco; e il popolo armato di daga/sciabola da tutta l’Asia segue ai tremendi ordini del re. Questo fiore degli uomini della terra di Persia parte, dunque tutta intorno la terra d’Asia nutrice compiange con desiderio doloroso, sia i genitori che le spose contando i giorni tremano del tempo che si prolunga. Vv. 65-139 - Il coro ha ultimato l’entrata; prende posto ora nell’orchestra, diviso in due semicori che si corrispondono in controcanto: la struttura si compone di sei coppie di strofe e antistrofe. Nei versi seguenti il coro descrive l’attraversamento dell’Ellesponto e la discesa dell’esercito verso la Grecia, seguito via mare dalla flotta. Il ponte di barche costruito da parte di Serse, che consente di varcare lo stretto, viene presentato come un giogo gettato sul collo del mare e costituisce un atto di tracotanza che fatalmente determinerà la disfatta persiana. L’idea di congiungere artificialmente ciò che la natura, e quindi la divinità, ha separato equivale a un oltraggio verso gli dei che questi non mancheranno di punire. Il coro accenna del resto a un’ulteriore empietà commessa da Serse, ossia la trasgressione del destino assegnato dagli dei al popolo persiano, consistente in un impero immenso ma limitato entro confini terrestri. Agli accenti di vanto per la potenza dell’armata persiana, subentrano una serie di considerazioni sull’impossibilità per l’uomo di sfuggire all’ira divina. Nella parte conclusiva del canto l’inquietudine e l’angoscia hanno il sopravvento. Il coro si augura che mai in città giunga l’annuncio che sia rimasta priva di uomini la rocca di Susa, prefigurando in

realtà ciò che accadrà di lì a poco. Entra qui in gioco l’espediente della cosiddetta ironia tragica: i personaggi, infatti, presenti in scena non conoscono il proprio destino, a differenza degli spettatori, che possono quindi guardare alle parole degli attori con la consapevolezza del futuro svolgimento degli eventi. L’esercito regale distruttore di città è già passato sulla vicina riva opposta, con una zattera legata con corde di lino avendo passato lo stretto di Elle (figlia) di Atamante, gettando sul collo del mare come giogo un sentiero connesso con molti chiodi. E il comandante impetuoso dell’Asia ricca di uomini spinge un branco di uomini divino contro ogni terra da due parti, convinto dai forti comandanti severi viventi sulla terraferma e del mare, uomo pari agli dei della stirpe nata dall’oro. E guardando con gli occhi/negli occhi con sguardo fosco di drago sanguinario molti guerrieri di terra e molti di mare seguendo il carro sirio, Ares conduce colui che doma con l’arco contro uomini illustri per la lancia. Ma nessuno sottoposto a prova, essendosi opposto al grande fiume di uomini, (può) frenare con solide dighe l’invincibile onda del mare; infatti, l’esercito persiano (è) irresistibile e valoroso (è) il popolo. Dal dio, infatti, la Moira comandò in antico, e prescrisse ai Persiani che conducessero (infinito presente) guerre che devastano le rocche e battaglie equestri e tumulti e distruzioni di città; (i Persiani) impararono del mare vasto che diventa canuto/bianco sotto il soffio violento a osservare il bosco sacro marino, confidando (aggettivo nominativo maschile plurale) in sottili funi e in artifizi che servono al popolo per il passaggio. Quale uomo mortale sfuggirà all’inganno astuto di un dio? Chi balzando con agile piede (compirà) un agile balzo? infatti, benevola inizialmente adulando conduce il mortale negli agguati Ate; da là non è (possibile) ancora/inoltre che il mortale cercando di sfuggire si salvi. Per questo a me (il) cuore mesto si lacera per paura, “oah, per l’esercito persiano”, che la città non sappia questo, che la gran rocca di Susa (è) priva di uomini;

ché mai una grande ricchezza avendo riempito di polvere il pavimento avesse distrutto (distruggerà) con il piede il benessere, che Dario ha accumulato non senza (l’aiuto) di uno degli dei. Perciò a me è nel cuore un doppio inesprimibile affanno, di non tenere in onore una caterva di beni preziosi privi dei (loro) padroni e che la luce non risplenda pari alla (loro) forza su (uomini) senza ricchezza. Infatti, è intatta la ricchezza, ma per l’occhio (ho) paura: infatti, ritengo l’occhio delle case la presenza del padrone. Perciò, stando così le cose, siate per me consiglieri di questo discorso, o Persiani, vecchi fedeli: infatti, in voi sta ogni saggio consiglio per me. CORO Sappi bene questo, regina di questa terra, che non dirai due volte né parola né atto dei quali la possibilità sia in grado di guidar(ti); infatti, chiami come consiglieri di queste (faccende) noi che siamo ben disposti. ATOSSA Sempre sono in compagnia di molti sogni notturni, da quando mio figlio avendo inviato l’esercito è partito (indicativo presente) volendo distruggere (infinito aoristo) la terra degli Ioni, ma mai in assoluto ne ho visto (uno) tanto chiaro, come quello della notte scorsa: dunque te (lo) racconterò. Mi apparvero due donne ben vestite, una abbigliata con pepli persiani, l’altra con (vesti) doriche, (mi sembrò) che venissero alla (mia) vista, e irreprensibili per grandezza e bellezza molto più notevoli di (quelle) di oggi, e sorelle dello stesso genitore; ma abitavano come patria l’una la Grecia avendo ottenuto in sorte la terra, l’altra (la patria) barbara. Tra queste due (sorse) una contesa, come a me pareva di vedere, che si creasse tra di loro; e mio figlio essendose(ne) accorto (le) tratteneva e (le) placava, (le) aggioga entrambe al carro e colloca le redini/cinghie sotto ai colli. Una si inorgogliva per questo abito e aveva la bocca docile nelle briglie, l’altra ricalcitrava, e con le mani lacera le bordature del carro, e con forza strappa senza morsi, e spezza il giogo nel mezzo. Cade dunque mio figlio, e (gli) sta accanto il padre Dario commiserandolo; e non appena lo vede Serse, strappa i pepli attorno al corpo.

E dico di avere visto queste (cose) dunque di notte. Dunque dopo che mi sono alzata e ho toccato con le mani una fonte limpida, con mano che offre sacrifici mi sono accostata all’altare, volendo sacrificare un’offerta agli dei che allontanano i mali, dei quali (sono) questi riti: vedo un’aquila che fugge verso l’altare di Febo: per il terrore rimasi senza voce, o cari; e poi vedo un falco in corsa/in volo che si avventa contro con le ali e con gli artigli spenna il capo (dell’aquila); e quella non (facendo) nient’altro che nascondersi (participio aoristo) (gli) offriva il corpo. Per me queste (cose) sono (3a^ persona singolare) terrificanti da vedere (infinito aoristo), e per voi da ascoltare. Infatti, sapete bene, che mio figlio avendo portato a termine bene (le sue imprese) sarà (ottativo aoristo) un uomo degno di ammirazione, ma avendo(le) portate a termine male - non (sarà) tenuto a rendere conto alla città, ma essendosi salvato allo stesso modo regna su questa terra. CORO Non vogliamo, o madre, che tu ti spaventi troppo con (le nostre) parole né che (tu ti) faccia (troppo) coraggio: supplicando gli dei con preghiere, se hai visto qualcosa di brutto, chiedi di compiere l’allontanamento dei (mali), (chiedi) che le (cose) buone siano compiute per te e anche per i tuoi figli e per la città e per tutti i cari. E poi bisogna versare (infinito aoristo) libagioni alla Terra e anche ai morti; chiedi in modo benevolo questo, che il tuo sposo Dario, che dici di avere visto durante la notte, mandi a te e al figlio delle (cose) buone e dal basso della terra alla luce, e che offuschi le (cose) contrarie a queste tenute sotto terra in ombra. Queste (cose) dunque ho rivolto a te da indovino in modo benevolo: giudichiamo riguardo a queste (cose) che per te sotto ogni aspetto andrà bene. ATOSSA Ma veramente benevolo primo interprete di questi sogni per mio figlio e per la (mia) casa hai pronunciato questa sentenza. Le (cose) propizie dunque si realizzino: questi (rituali) come (mi) raccomandi tutti (li) eseguiremo per gli dei e per i cari sotto terra, non appena sarò rientrata (congiuntivo aoristo) nelle (mie) stanze. Voglio conoscere questo, o cari, in quale terra dicono che sia sorta Atene? CORO Lontano verso i tramonti dei declini del Sole potente.

Nelle loro mani brilla quale (delle due) punte che tende l’arco? CORO Niente affatto: (ci sono) aste/giavellotti che stanno ritte/ritti in piedi e armature che portano lo scudo. ATOSSA E che altro oltre a queste (cose)? Ricchezza sufficiente per case private/palazzi? CORO A loro è una sorgente di argento, un tesoro della terra. ATOSSA Chi è il comandante e (chi) signoreggia sull’esercito? CORO Non sono stati chiamati sudditi/schiavi di nessuno né obbedienti a un uomo. ATOSSA Come tengono fronte dunque agli uomini nemici forestieri? CORO In modo da avere distrutto l’esercito grande e anche splendido di Dario. ATOSSA Dici per te (cose) terribili da considerare (infinito aoristo) per i genitori (letteralmente coloro che hanno generato) di coloro che sono andati. CORO Ma a me sembra (infinito) che presto saprai ogni (cosa) come sicuro discorso: infatti, è opportuno avere conosciuto la corsa di questo uomo persiano, e porta sicuro un qualche fatto buono o cattivo da ascoltare. MESSAGGERO

O città di tutta la terra d’Asia, o terra di Persia e grande porto di ricchezza, come in un (sol) colpo è stata distrutta molta prosperità, e il fiore dei Persiani se ne va/muore essendo caduto. Ahimè, (è) brutto annunciare per primo disgrazie; tuttavia (è) necessario avere svelato tutta la sciagura/sofferenza, Persiani: infatti, tutto l’esercito dei barbari è andato in rovina. CORO [Mali] tremendi tremendi, nuovi e infelici: ah, bagnatevi di pianto Persiani ascoltando questo dolore. MESSAGGERO Poiché tutte quelle (cose) proprio sono compiute; e io stesso vedo la luce del ritorno fuor d’ogni speranza. CORO O una vita questa troppo lunga è sembrata ai vecchi, (al punto da) ascoltare questo dolore improvviso/inaspettato. MESSAGGERO E certamente essendo presente proprio e non ascoltando i discorsi di altri, o Persiani, posso illustrar(vi) quali mali sono stati apparecchiati (3a^ persona singolare). CORO Ahimè, invano molti dardi di ogni genere vennero dalla terra d’Asia, ah, (verso) la terra ostile della Grecia. MESSAGGERO Si riempiono di cadaveri infelici disfatti le rive di Salamina e tutto il luogo confinante. CORO

Serse, egli è vivo e anche vede la luce. ATOSSA Almeno nelle mie case hai annunciato una grande luce e un giorno limpido da una notte scura. MESSAGGERO Artembare, capo di diecimila cavalieri, sbatte contro le dure rocce Silene; e Dadace, comandante di mille, per un colpo di lancia fa un agile balzo dalla nave; Tenagone, illustre battriano di nobile stirpe, giace sull’isola battuta dal mare di Aiace. Lileo, Arsame e per terzo Argeste attorno all’isola generatrice di colombe, sfatti, urtano la dura terra, mentre, vicino a delle sorgenti dell’egizio Nilo, Farnuco, e coloro che precipitarono dalla stessa nave, Arcteo, Adeve e per terzo Feresseue. Criseo Matallo, capo di miriadi, morendo la rossa, fitta e irsuta barba bagna, cambiandole colore col bagno purpureo. E il mago Arabo e Artabe battriano, capo di trentamila cavalieri mori, è meteco nella dura terra dove morì. Amistre e Amistreo che brandiva la lancia portatrice di doglie, e l’illustre Ariomardo, che porta il lutto a Sardi, e il misio Sisame, e Taribide, capo di duecentocinquanta navi, di stirpe di Lerna, uomo splendido, giace sciagurato, morto non felicemente; Siennesi primo nel coraggio, comandante dei Cilici, che da solo interminabile dolore inflisse ai nemici, morì eroicamente. Ho ricordato ora i capi, ma riferisco poche sciagure tra quelle che sono capitate. Il messaggero ha elencato i condottieri persiani caduti e i modi in cui sono morti, con talvolta l’indicazione della loro provenienza. Molti di questi sono morti e i loro corpi galleggiano intorno all’isola di Salamina o attorno all’isola rocciosa antistante, chiamata nutrice di colombe. I vv. 329- 330 richiamano i vv. 487 e 493 del II dell’Iliade (Catalogo delle navi). Si sta parlando di un gran

numero di comandanti e il messaggero ha ricordato solo il nome dei comandanti (così come nell’Iliade). ATOSSA Ahimè, odo il peggiore di tutti i mali, vergogna e acuti lamenti per i Persiani. Ma dimmi, facendo un passo indietro: che numero di navi avevano i Greci, per osare di attaccar battaglia alla flotta persiana, con l’urto delle navi? MESSAGGERO Se pensi al numero, la flotta persiana era superiore: infatti, i Greci avevano in tutto trecento navi, di cui dieci erano un corpo scelto a parte; per quanto riguarda Serse invece, a quello che so, erano mille quelle di cui era a capo, e duecentosette erano quelle particolarmente rapide: così stavano le cose. Ti sembra che fossimo inferiori in quella battaglia? Ma poi un dio ( δαίμων ) ha distrutto il nostro esercito, distribuendo sui piatti della bilancia porzioni non uguali di fortuna, e gli dei salvarono la città della divina Pallade. Si parla di circa 310 navi greche e 1207 persiane. ATOSSA E quindi la città di Atene non è ancora stata sconfitta? MESSAGGERO Finché ci sono gli uomini, il baluardo rimane saldo (in realtà, anche la città di Atene venne devastata). ATOSSA E, dimmi, quale fu l’inizio dello scontro navale? Attaccarono per primi i Greci o mio figlio, fiducioso nel numero di navi? MESSAGGERO