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Riassunto Gadda Rinaldo Rinaldi, Sintesi del corso di Letteratura Italiana

critica di Gadda

Tipologia: Sintesi del corso

2013/2014

In vendita dal 04/12/2014

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GIORNALE DI GUERRA E DI PRIGIONIA
Gadda il 10 dicembre 1915 nel diario col titolo “ Giornale di guerra e di prigionia” scrive : “ sono
lieto di registrare la figura di una brava persona in questo libro dove tante maledizioni si
accolgono”.
Le pagine dove lo scrittore racconta la sua vita quotidiana di ufficiale degli alpini durante il
conflitto sono un'invettiva contro la disorganizzazione dell'esercito italiano e il disordine che invade
ogni spazio della vita militare: la sporcizia, il caos nelle trincee, gli errori di valutazione che costano
il sacrificio di vite umane.
La Prima Guerra Mondiale è molto importante sia per la figura dell'ideale patriottico del giovane
interventista, sia x la realtà atroce e meschina delle trincee. Gadda confessa una personale mania
dell'ordine, sintomo di ipersensibilità che renderà problematico il suo adattarsi al mondo.
Ma la diagnosi si proietta immediatamente sugli altri, sul mondo circostante che non corrisponde
all'ideale interiore.
“ Quand'è che i miei luridi compatrioti di tutte le classi, di tutti i ceti, impareranno a tener ordinato
il proprio tavolino da lavoro? Quand'è che questa brutta razza di maiali, di porci, di esseri capaci
soltanto di imbruttire il mondo col disordine, con i loro atti sconclusionati arriverà alle attitudini
dell'ideatore e del costruttore e sarà capace di dare al seguito delle proprie azioni un legame
logico?” L'unica possibilità di reagire, è l'analisi della realtà che si unisca però ad una denuncia, il
realismo e la rabbia. “Gli italiani sono tranquilli quando possono persuadere sé medesimi di aver
fatto una cosa che in realtà non hanno fatto..”
Gadda, ispirandosi alla passione x la matematica e alla sua formazione di ingegnere, si appella fin
dall'inizio alla precisione del linguaggio tecnico, alla necessità di conoscere esattamente ciò di cui si
parla; perciò nel Giornale sono frequenti i disegni, gli schemi e i grafici, allo scopo di illustrare con
chiarezza scientifica ciò che si vuole dire. La “ forza volitiva” si trasforma in paralisi: sono le ore
nere dello sconforto e della malinconia che capovolgono lo slancio dell'idealista (movimento di
abbandono).
Nasce così quel movimento dell'emotività personale di Gadda, ma che si riflette anche nella sua
scrittura: fatta di aggressività polemica, ma anche di abbandono sentimentale, continuamente
oscillante fra il registro comico-parodistico e quello lirico-sublime. Un esempio, nello stesso
Giornale di guerra e di prigionia, sono le pagine sulla ritirata di Caporetto (non pubblicate da
Gadda in vita): la 470esima compagnia mitraglieri del 5° Alpini si arrende agli austriaci e lo
scrittore registra questa “tragica fine” con vergogna e interiore stanchezza (“io sono finito, come un
cadavere[...]”). Il diario di prigionia è stato scritto nel campo prigionieri di Celle nell'Hannover fra
il 1918 e il 1919. (“ mi pare che il disprezzo vinca la pietà, che lo sdegno superi l'amore, che nel
profondo del loro pensiero i nostri cari stessi ci maledicano, nella città ardente e resistente.
Il senso di colpa sarà un tema costante della letteratura gaddiana e segnerà il rapporto dello scrittore
con la realtà. Importante è anche il tragico evento che chiude la registrazione del diario: il reduce
Carlo Emilio torna dalla prigionia nel gennaio 1919 e apprende la morte del più giovane fratello
Enrico, aviatore, precipitato qualche mese prima della fine delle ostilità provando un nuovo aereo:
(“i dolori invece di diminuire crescono di numero e di intensità; le speranze mancano; le
preoccupazioni aumentano. Così non si vive, non si può vivere […] provo come un senso doloroso
di fine e morte anche per me: come se anch'io avessi finito di vivere”). Nasce qui un sentimento che
accompagnerà sempre Gadda: quello di essere un sopravvissuto che ha preso il posto di chi avrebbe
più meritato di vivere perchè più adatto alla vita. Enrico, il fratello è la “miglior parte” di Carlo
Emilio; la sua morte rappresenta la definitiva interruzione di una continuità biologica e familiare,
che lo scrittore non potrà più assicurare. (“La mia vita è stata veramente spezzata”). Il reduce, tra le
difficoltà economiche crescenti della famiglia, si affrettava a concludere gli esami al Politecnico di
Milano per laurearsi in ingegneria il 14 luglio 1920, mentre il paese era scosso da gravi agitazioni
politiche che avrebbero condotto in pochi anni alla dittatura fascista.
Il giornale si conclude infatti con un ricordo dell'Inferno dantesco, nella coscienza che la realtà ha
vinto contro il sogno e il disordine contro l'ordine e il male contro l'ideale: “la realtà di questi anni è
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GIORNALE DI GUERRA E DI PRIGIONIA

Gadda il 10 dicembre 1915 nel diario col titolo “ Giornale di guerra e di prigionia ” scrive : “ sono lieto di registrare la figura di una brava persona in questo libro dove tante maledizioni si accolgono”. Le pagine dove lo scrittore racconta la sua vita quotidiana di ufficiale degli alpini durante il conflitto sono un'invettiva contro la disorganizzazione dell'esercito italiano e il disordine che invade ogni spazio della vita militare: la sporcizia, il caos nelle trincee, gli errori di valutazione che costano il sacrificio di vite umane. La Prima Guerra Mondiale è molto importante sia per la figura dell'ideale patriottico del giovane interventista, sia x la realtà atroce e meschina delle trincee. Gadda confessa una personale mania dell'ordine, sintomo di ipersensibilità che renderà problematico il suo adattarsi al mondo. Ma la diagnosi si proietta immediatamente sugli altri, sul mondo circostante che non corrisponde all'ideale interiore. “ Quand'è che i miei luridi compatrioti di tutte le classi, di tutti i ceti, impareranno a tener ordinato il proprio tavolino da lavoro? Quand'è che questa brutta razza di maiali, di porci, di esseri capaci soltanto di imbruttire il mondo col disordine, con i loro atti sconclusionati arriverà alle attitudini dell'ideatore e del costruttore e sarà capace di dare al seguito delle proprie azioni un legame logico?” L'unica possibilità di reagire, è l'analisi della realtà che si unisca però ad una denuncia, il realismo e la rabbia. “Gli italiani sono tranquilli quando possono persuadere sé medesimi di aver fatto una cosa che in realtà non hanno fatto..” Gadda, ispirandosi alla passione x la matematica e alla sua formazione di ingegnere, si appella fin dall'inizio alla precisione del linguaggio tecnico, alla necessità di conoscere esattamente ciò di cui si parla; perciò nel Giornale sono frequenti i disegni, gli schemi e i grafici, allo scopo di illustrare con chiarezza scientifica ciò che si vuole dire. La “ forza volitiva” si trasforma in paralisi: sono le ore nere dello sconforto e della malinconia che capovolgono lo slancio dell'idealista (movimento di abbandono). Nasce così quel movimento dell'emotività personale di Gadda, ma che si riflette anche nella sua scrittura: fatta di aggressività polemica, ma anche di abbandono sentimentale, continuamente oscillante fra il registro comico-parodistico e quello lirico-sublime. Un esempio, nello stesso Giornale di guerra e di prigionia, sono le pagine sulla ritirata di Caporetto (non pubblicate da Gadda in vita): la 470esima compagnia mitraglieri del 5° Alpini si arrende agli austriaci e lo scrittore registra questa “tragica fine” con vergogna e interiore stanchezza (“io sono finito, come un cadavere[...]”). Il diario di prigionia è stato scritto nel campo prigionieri di Celle nell'Hannover fra il 1918 e il 1919. (“ mi pare che il disprezzo vinca la pietà, che lo sdegno superi l'amore, che nel profondo del loro pensiero i nostri cari stessi ci maledicano, nella città ardente e resistente. Il senso di colpa sarà un tema costante della letteratura gaddiana e segnerà il rapporto dello scrittore con la realtà. Importante è anche il tragico evento che chiude la registrazione del diario: il reduce Carlo Emilio torna dalla prigionia nel gennaio 1919 e apprende la morte del più giovane fratello Enrico, aviatore, precipitato qualche mese prima della fine delle ostilità provando un nuovo aereo: (“i dolori invece di diminuire crescono di numero e di intensità; le speranze mancano; le preoccupazioni aumentano. Così non si vive, non si può vivere […] provo come un senso doloroso di fine e morte anche per me: come se anch'io avessi finito di vivere”). Nasce qui un sentimento che accompagnerà sempre Gadda: quello di essere un sopravvissuto che ha preso il posto di chi avrebbe più meritato di vivere perchè più adatto alla vita. Enrico, il fratello è la “miglior parte” di Carlo Emilio; la sua morte rappresenta la definitiva interruzione di una continuità biologica e familiare, che lo scrittore non potrà più assicurare. (“La mia vita è stata veramente spezzata”). Il reduce, tra le difficoltà economiche crescenti della famiglia, si affrettava a concludere gli esami al Politecnico di Milano per laurearsi in ingegneria il 14 luglio 1920, mentre il paese era scosso da gravi agitazioni politiche che avrebbero condotto in pochi anni alla dittatura fascista. Il giornale si conclude infatti con un ricordo dell'Inferno dantesco, nella coscienza che la realtà ha vinto contro il sogno e il disordine contro l'ordine e il male contro l'ideale: “la realtà di questi anni è

merdosa”.

MEDITAZIONE MILANESE

“[…] quando mi fregano il portafoglio in tram a me non mi preme tanto di stabilire come il fregativo ha agito, quanto mi preme di riavere il mio amato pieno di bisunti, o tutt'al più che non me lo sottilizzino una seconda volta”. Frase estratta da Novella seconda. Le allusioni al pensiero di Spinoza e di Leipniz, mescolate alle cadenze familiari della lingua parlata, si legano a un'esigenza filosofica della letteratura gaddiana: quella di risalire dai fenomeni alle loro cause, lungo una catena che può essere semplice e quasi immediata oppure prolungarsi in una serie aperta di ramificazioni. Scrivere significa realizzare un simile processo conoscitivo, percorrere l'infinita diversità elle apparenze mondane alla ricerca di una causa che come la verità si moltiplica di continuo e di continuo si sottrae. Ciò non significa che lo scrittore rinunci alla propria volontà conoscitiva, che si afferma come responsabilità dell'Io, gesto del soggetto che affronta il mondo. Tale gesto, che ha insieme valenza conoscitiva e valore morale, Gadda lo chiama “deformazione” e lo considera omologo alla scrittura. Questa diagnosi, che spiega bene la vocazione letteraria deformatrice di Gadda, è contenuta nel trattato filosofico Meditazione milanese: composto nell'estate del 1928 in 2 stesure, una originaria completa e una seconda interrotta dopo poche pagine. L'ingegnere aveva sospeso nel febbraio di quell'anno il rapporto con l'Ammonia Casale ed era rientrato a Milano x curarsi un'ulcera allo stomaco: questa malattia è dovuta ad un intenso impegno sul versante letterario prolungato fino al maggio 1929 e accompagnato dai primi tentativi di abbandonare la professione tecnica. La Meditazione è uno scritto teorico, ma anche un testo letterario, infarcito di spunti paesaggistici e immagini liriche ma anche di terminologia matematica e grafici tecnici, vera e propria mescolanza di lessici e stili che corrisponde alle tesi svolte nell'opera. La molteplicità è il nucleo ispiratore di queste pagine , che partono da una definizione della realtà esterna e insieme del soggetto conoscitivo come sistemi o insieme di sistemi giungendo a distruggerne la consistenza e a metterne in questione la finitezza. (“non è possibile pensare un grumo di relazioni come finito, come un gnocco distaccato da altri nella pentola. I filamenti di questo grumo ci portano ad altro...non esiste l'effetto ma gli effetti...”). La coscienza soggettiva perde la sua unità e Gadda la paragona ad un groviglio di percezioni elementari, perfettamente speculare al frammentario labirinto della realtà esterna. (“soggetto e oggetto non sono dunque dei ben delimitati “pacchi postali” bensì un “infinito allacciamento, un nodo o groviglio di relazioni”: sistemi continuamente deformati, aperti e indeterminati, dove agisce sempre “un punto di contraddizione […] punto maligno o punto difettoso” che rende “impossibile” la “chiusura”. Tale “residuo o errore di chiusura” della realtà implica non solo relazioni complesse ma anche “molteplicità di significati”, ossia la necessità di un'”ermeneutica a soluzioni multiple: come un enigma che avesse un numero infinito di soluzioni”. Gadda non considera però il problema da un punto di vista puramente descrittivo, bensì sotto il profilo morale e operativo, poiché i nuovi significati dipendono dall'azione del soggetto e sono connessi alla sua storia o evoluzione personale: “quest'idea della molteplicità dei significati ci avvia all'idea e alla contemplazione di una storia, di uno sviluppo, di un divenire, di un attuarsi. Io chiamo “costruzione o invenzione” la scoperta di un nuoo significato di un oggetto, sia esso già esistente, sia esso possibile. La ricerca del filosofo si incrocia col lavoro del romanziere. Nuovi significati sono infatti quelli che si creano durante l'esistenza, dando vita a sistemi superiori o inferiori nei termini di un'evoluzione o involuzione morale. La filosofia prende dunque in considerazione la storia di una vita e di un ambiente, in modi vicini al grande romanzo ottocentesco , partendo di nuovo dal lato autobiografico, dalla personale esperienza psicologica dell'autore (“lo svilupparsi psicologico, il crescere non sono altro che una continua integrazione della propria realtà, un arricchirsi di relazioni reali che deformano il sistema iniziale in uno più vasto; e così pure il rinchiudersi nelle proprie idee fisse, il rimbambire. Conobbi una vecchia e distinta signora che impazzì per paura di diventare

incontrano poi x caso nel parco di Milano e il racconto avrebbe dovuto proseguire con l'adulterio x concludersi tragicamente, secondo schemi drammatici non ignoti al romanzo ottocentesco, con la morte dei due amanti inceneriti dal fulmine durante un uragano, dopo il primo colpevole appuntamento in uno “stambugio” di campagna. In queste poche pagine sono già presenti tutti i materiali ripresi poi nelle elaborazioni successive: il motivo centrale dell'istinto della generazione, il personaggio di Adalgisa secondario ma destinato a diventare protagonista, la figura del giovane popolano che eredita il profilo di Carletto nel Racconto italiano di ignoto del Novecento. Proprio come avveniva nel Racconto italiano e nella Meccanica, anche questa volta Gadda allarga lo spunto di partenza verso misure più distese, montando insieme una serie di studi e riscrivendo il racconto fra il 1933 e il 1935 in forma di romanzo in 4 capitoli. Il primo, La crisi domestica (intitolato La moglie del vecchio in una seconda stesura), ridipinge con

  • larghi tratti l'affresco della famiglia nella Milano del primo Novecento, con le vecchie vie e la città che si trasforma, il dialetto e le domestiche di casa “rese madri dai caporalmaggiori di passaggio”, fino al giovane disoccupato Bruno ingaggiato x risolvere “la questione dei parquets”. È già la traccia di quello che sarà il secondo racconto dell' Adalgisa nel 1943: Quando il Girolamo ha smesso.... Nella versione definitiva, stilisticamente + ricca di nuovi colori, queste pagine sono un perfetto paradigma delle manie tematiche e stilistiche di Gadda. Il motivo di queste pagine è quello del ciclo biologico, pagine fitte di allusioni sessuali in chiave femminile: dalla caricatura delle “vecchie in brillanti” ossessionate dalla paura-speranza di sentirseli un dì sradicar d'orecchio, con eventuale lacerazione del lobo, fino al ritratto delle “povere ragazze di montagna; inesperte di tutto: che in vita loro non hanno mai visto come è fatto un cavicchio” ma si ritrovano poi incinte a causa dell'umidità del rubinetto di casa (così dicono). Al centro del racconto campeggia l'apoteosi della vecchia Milano, scritta nello stile alto di un'invocazione dannunziana, dove la parodia non riesce però a nascondere uno slancio affettivo profondo, sotto il segno della continuità della vita e dell'erotismo collettivo della specie. Il secondo capitolo di Un filmine sul 220, Pane al disoccupato , descrive con maggiore agio la fascinazione esercitata dal giovane Bruno “alto e robusto” sulla donna, Elsa mettendo in scena ancora la cognata Adalgisa con i figli e i pettegolezzi maligni della signora Vigoni: due personaggi destinati a prendere spazio nel seguito. Già qui la storia di Adalgisa tende a organizzarsi in racconto autonomo, dentro la vicenda della famiglia e dei suoi parquets; ma queste pagine non saranno trasferite alla raccolta dei “disegni” del 1943. Ben diverso è il caso del terzo capitolo del Fulmine , intitolato Un'orchestra di 120 professori, diviso in 2 parti e destinato ad alimentare tutta la sezione finale dell' Adalgisa. Già le dimensioni anomale di queste pagine dimostrano che il romanzo sta sfuggendo di mano all'autore, mentre la vicenda di partenza tende a proliferare in altre storie legate alla prima e autonome. L'inizio della prima parte del capitolo, dedicato al nuovo personaggio di Valerio, nipote del nobile Gian Maria e ingegnere elettrotecnico, formerà nella raccolta definitiva il breve racconto I ritagli di tempo; ed è qui che l'autore segnala l'origine autobiografica dei suoi “disegni milanesi”. Valerio è una controfigura ironizzata di Carlo Emilio Gadda, dei suoi rapporti con l'ingegneria e con l'ambiente, le abitudini, le innocue manie della Milano borghese della sua giovinezza. Altrettanto vicina alla biografia vicina alla biografia e alla realtà storica è la descrizione del Circolo Filologico con i “piastrellati e maiolicati recessi”delle sue toilettes e la “prosa giornalistica tipo” della sua Biblioteca Linguistica, dove parodia escrementizia e parodia linguistica si specchiano una nell'altra, a denunciare le “figurazioni non valide” di questo microcosmo. Non a caso queste pagine contengono una vera e propria firma del narratore, poiché un “Gaddus” è fra i soci della biblioteca linguistica, mentre “l'autore stesso di queste note è convinto di essere cugino dei protagonisti: solo non può precisare in che grado”. La conclusione della prima parte del capitolo corrisponde all'inizio del racconto che nell' Adalgisa avrà titolo analogo: Un “concerto” di centoventi professori. Il testo, che esordisce tornando al personaggio del fattorino Bruno, prosegue sostituendo Bruno con Valerio nei panni dell'accompagnatore della zia Elsa. E il concerto, con la descrizione satirica della borghesia milanese nella grande sala del conservatorio, serve a rivelare esplicitamente il tema di fondo, quello

della donna sottratta dolorosamente al destino comune dell'amore e della generazione. Il motivo dell'insoddisfatto bisogno di maternità si unisce qui alla figura di una coppia di amanti possibili, capaci di realizzare il sogno frustrato dalla continuità biologica: dopo la signora borghese e il ragazzo del popolo, la zia e il nipote ingegnere. E tutta la grande pagina che descrive i borghesi al concerto, magnificamente amplificata nella stesura definitiva + che raddoppiandone le dimensioni, serve a declinare il tema del Tempo in un tono molto simile a quello della famosa matinée Guermantes del proustiano Temps retrowé ; epifania del ciclo vitale, di tutte le Età dell'Uomo che quella “formidanda fucina di uomini e di energie […] offriva sul mercato della vita”: “ il giovane e la giovanetta […] le madri e e le spose, i mariti e i figli, e i vecchi che hanno molto sofferto”. E l'esibizione della bellezza, le celebrate nozze, la laboriosa maturità, la generazione e la continuazione della famiglia, tutto trova la sua prospettiva nell'approdo ultimo della morte. La seconda parte del terzo capitolo di Un fulmine sul 220 , la + lunga, corrisponde ai 2 racconti che concludono i “disegni milanesi” del 1943: Al Parco, in una sera di maggio e l'Adalgisa. Le prime pagine e le ultime, cadute nell'edizione definitiva, tornano a Elsa che arriva sola al Parco, dove ha un appuntamento con la cognata Adalgisa; e a Bruno, che nel parco incontra Elsa e la trattiene in una conversazione che dovrebbe preparare l'esito previsto nella prima stesura del romanzo: l'amore finalmente realizzato e la trasgressione sessuale che obbedisce all'istinto di natura. Solo pochi accenni restano, nel 1943, di questo idillio fra Elsa e Bruno, fitto di doppi sensi erotici. Al Parco, in una sera di maggio conserva il motivo centrale della donna giovane che il tempo trascina via senza concederle amore e maternità, contrapposta come in un trittico a 2 altre figure femminili: la vecchia gentildonna Eleonora Vigoni che passa in carrozza nel Parco col suo viso “di cheli più che mummia, scatenando pettegolezzi sul conto di Elsa “nel soma della somaresca tribù” e la matura Adalgisa, madre e vedova, che racconta a Elsa la storia della sua vita e inveisce contro i parenti del marito che la trattavano da parvenue con invidia e cattiveria. Le umiliazioni subite da Adalgisa e la sua rabbia nei confronti della famiglia del marito defunto, la sua “psicologia di rivalsa e di dispetto dei parenti” che attraversa con violenza queste pagine, sono anche quell'autore e insieme della madre Adele Lehr: una outsider nella famiglia borghese dei Gadda e una vedova ancor giovane come la stessa Adalgisa. Dietro Adalgisa appare la figura autobiografica di Gadda e insieme il fantasma materno che tanta parte avrà nel bilancio sublime della Cognizione del dolore. Non a caso, nelle pagine del Fulmine, dedicate ad Elsa nel Parco, spiccano le allusioni alla madre della giovane donna, con un tono lirico che tradisce il coinvolgimento personale dell'autore: come se appunto, dietro ad Elsa e sua madre “che era morta 3 anni prima” apparissero le figure di Carlo Emilio Gadda e Adele. Gadda potrebbe dire “Madame Cavigioli c'est moi”. In Al Parco, in una sera di maggio , la funzione di Adalgisa è quella di ricordare ad Elsa i diritti della natura, esortandola a non sprecare la giovinezza e dando al narratore l'occasione x tracciare un ritratto della giovane donna; soffermandosi sul volto e sul portamento ma anche sull'abito, sulle stoffe e sugli accessori, con una raffinatezza quasi morbida che anticipa la più famosa immagine funebre di Liliana Balducci in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Nell'ultimo racconto, a lei intitolato, il personaggio di Adalgisa assume invece dimensioni autonome, facendo deviare la vicenda di Elsa e Bruno verso esiti diversi: non + modellati, sia pure a distanza, sui romanzetti sentimentali alla moda, bensì perfezionando in direzione epica e corale, una satira anti-borghese e anti-milanese (nata da un amore e un odio profondi) che forma l'autentica originalità di queste pagine. Così la storia di Adalgisa e del marito Carlo, con la sua ironia sulle manie positivistiche della borghesia milanese del primo Novecento, diventa ancora una volta la storia tormentata ma felice di una famiglia. E la scena finale della vedova che raschia le muffe cresciute sulle natiche di un “Saturno con la clepsidra e la falce”, sulla tomba di due vecchi al Cimitero Monumentale, è il perfetto sigillo sul motivo del Tempo che ogni cosa travolge e della Vita che continua, nonostante tutto. La storia di Adalgisa e del “povero Carlo”, così ingombrante x dimensioni e impegno narrativo, finisce x squilibrare il progetto originario di Un fulmine sul 220 e condannare Gadda all' impasse : la storia di Elsa e Bruno non va + avanti nel quarto capitolo, nella versione 1933- intitolato Nuove battute sul Politecnico vecchio , che non sarà reimpiegato nell' Adalgisa del 1943 e sembra tornare ad un generale affresco satirico su Milano e i suoi ingegneri. La stesura s'interrompe

articoli sulle “meraviglie d'Italia”. La stampa della Cognizione si interrompe nel 1941 e Gadda reimpiega parti del romanzo trasformandole in frammenti all'interno di altre opere: nel 1944 2 pezzi nell'A dalgisa, nel 1953 un pezzo nelle Novelle dal Ducato in fiamme , nel 1963 un altro pezzo in Accoppiamenti giudiziosi (quasi tutto il secondo e il terzo atto). La cognizione del dolore diventa l'opera di una vita e si mescola in più maniere non solo alla biografia di Gadda ma anche al suo complessivo lavoro di scrittore. Il romanzo esce in volume solo nel 1963, dopo un decennale periodo di trattative fra l'autore e l'editore Einaudi, quando Gadda è giunto alla notorietà grazie al successo di Quer pasticciaccio de via Merulana nel 1957. In coda alla narrazione Gadda pone la poesia Autunno , già uscita in diversa stesura su “Solaria” nel 1932, e premette al romanzo una prefazione in forma di dialogo intitolata L'editore chiede venia del recupero chiamando in causa l' Autore. Solo nella quarta ristampa einaudiana del 1970 compaiono gli ultimi 2 tratti della stesura originaria che conducono il romanzo molto vicino alla sua conclusione. L'auto – interpretazione fornita nel dialogo preliminare insiste su 2 temi essenziali del romanzo, entrambi già collaudati nelle opere precedenti. L'etichetta si riferisce al tono stilistico eccessivo del romanzo e alla personalità nevrotica del protagonista: Gonzalo Pirobutirro, ennesima incarnazione autobiografica dell'autore e delle sue ossessioni familiari. L'altro tema centrale del dialogo è quello delle sevizie educative patite nell'infanzia, quello dei genitori che non danno amore ma solo punizioni ai loro figli. La cognizione del dolore è un libro – bilancio di un'intera vita e di un problematico rapporto con la famiglia. La cognizione nasce dai fantasmi gaddiani + antichi, dall' “ossessione feudale” della casa e dal rimorso nei confronti della madre morta (come dichiara l'autore al cugino Piero Gadda Conti in una lettera del 27 dicembre 1936). La scrittura tra il 1937 e il 1941 ebbe una funzione liberatoria, terapeutica. Quando Gadda riprese in mano le sue vecchie pagine nei primi anni Sessanta x preparare la pubblicazione einaudiana, La cognizione del dolore era un'esperienza conclusa, legata all'abbandono della giovinezza. L'inserimento della poesia Autunno , dedicata come il romanzo alla Brianza serve a riassumere e ad ironizzare l'atmosfera di quelle pagine, distanziandole in un affettuoso ricordo lirico ma anche in un malinconico. É un tono lontanamente pariniano col quale Gadda ritorna a motivi della Cognizione , come quello del disordine e della sporcizia che invade il chiuso campo dell'idillio e del sogno. Straniante rispetto alla prosa gaddiana è la scelta della poesia: genere praticato dallo scrittore solo in gioventù, con prove rimaste inedite o pubblicate tardivamente. Nella letteratura gaddiana, fatta di fantasmi ricorrenti e continuamente variati, anche le poesie, anche i frammenti marginali delle poesie riflettono le figure centrali e profonde intorno a cui ruota ogni pagina, ogni libro dell'intera vita: la madre, la casa, il fratello morto, il Tempo inesorabile che tutto porta via con sé.

Citazioni, divagazioni e registri

La trama della Cognizione del dolore, che trasforma la Brianza nell'immaginario paese sudamericano del Maradagal e sfrutta ampiamente i ricordi del soggiorno in Argentina, riproduce i dati biografici. Durante l'estate l'ingegner Gonzalo Pirobutirro d'Eltino e la sua vecchia madre risiedono nella villa di campagna, quella casa per la quale i genitori hanno sacrificato la loro fortuna e il benessere dei figli. Il protagonista non entra in scena immediatamente ma è presentato attraverso il punto di vista dei paesani, le donne e il dottore che viene a casa sua x visitarlo. I litigi e le feroci invettive con le quali ogni giorno tormenta sua madre, scacciando le serve e i contadini che girano x casa, manifestano la sua nevrosi, il rancore profondo e il male oscuro x il quale chiede aiuto al dottore. Durante il colloquio con quest'ultimo, Gonzalo rifiuta di porre la villa sotto il controllo di un'associazione di guardie notturne, mentre i consigli del buon medico non possono liberarlo dalla rabbia e dai traumi infantili che egli stesso in una sorta di monologo confessa. Nella seconda parte del romanzo la madre appare dapprima sola nella casa, durante un temporale che ne sottolinea la solitudine. Poi il figlio torna alla villa per l'ennesima volta, si perde in

fantasie sempre + ossessive di rivalsa sul mondo e rivela il tragico groviglio del suo amore – odio x la madre in un'ultima scenata, ripartendo subito dopo. Una delle notti seguenti, due giovani custodi assunti da un vicino di casa sentono dei rumori sospetti nella villa Pirobutirro ed entrano per controllare, scoprendo la madre di Gonzalo ferita nel suo letto, aggredita da uno sconosciuto. Il romanzo si interrompe lasciando in sospeso il mistero dell'assassino. Gadda non rinuncia al motivo della violenza sulla donna e alla struttura del romanzo romanzesco, terrorizzati già in Racconto di ignoto italiano del Novecento e si ripetono nel Pasticciaccio. Nella Cognizione, questo punto di partenza, è complicato dall'amplificazione e moltiplicazione degli echi mediante richiami più o meno espliciti alle grandi opere della letteratura: così la vicenda di Gadda e Adele Lehr diventa quella del Figlio e della Madre, con citazioni alla tragedia greca, a Livio, a Orazio, Shakespeare, Cervantes, Molièe, Dostoevskij ma anche a Dante, Parini, Carducci e Manzoni. La trama trasforma la storia di Gonzalo e della “Signora” in un esemplare universale, che tocca tutti i moventi più profondi dell'agire umano, l'amore e la morte, la tenerezza e la violenza, la fredda argomentazione e lo scatto irrazionale dell'istinto. Complicazione della struttura narrativa attraverso la divagazione. Il romanzo ritarda l'entrata in scena del protagonista di un centinaio di pagine e riempie questo spazio lasciato vuoto con materiali in apparenza non pertinenti: dopo aver accennato alle vicende belliche appena concluse, il narratore ricorda che i reduci sono assunti dalle “associazioni provinciali di vigilanza x la notte” senza eccezione x i mutilati o i “sordi di guerra”; prende poi a raccontare la storia della guardia notturna Pedro Manganones alias Gaetano Palumbo che si finge sordo x ottenere una pensione di invalidità. Interrompe questa divagazione x inserirne un'altra sulle ville della Brianza; passa da una villa particolare, dei Bertoloni, già dimora del grande vate nazionale Carlos Caconcellos(parodia di Gabriele D'Annunzio e del Vittoriale)e ora + volte colpita dal fulmine; x giungere infine al medico del paese, che conosce ulteriori sviluppi della storia del Manganones e si presta a far visita a Gonzalo. La vicenda del finto sordo, già diviso in 2 frammenti e ora interrotta x riprendere la trama principale, sarà recuperata in chiusura del capitolo 4, quando il medico racconterà al sua paziente come Pedro sia stato smascherato dal colonnello medico Di Pasquale. La prima parte del romanzo si chiude ponendo al centro di questo digressivo labirinto, la figura del protagonista e la sua confessione in forma di dialogo terapeutico con il dottore. La tecnica della divagazione, sperimentata in tutto il romanzo seguendo gli esempi di Swift e di Sterne, permette all'autore di perfezionare la sua solita scrittura x frammenti senza rinunciare alla narrazione di largo respiro. Il risultato è un allargamento prospettico, poiché la vicenda del figlio e della madre appare moltiplicata da una serie di specchi, rifrangendosi in una miriade di altre tessere che vanno a comporre il mosaico caotico e mai completato della realtà. Questa composizione multipla rende possibile moltiplicare anche i registri stilistici, secondo un programma già formulato nel Racconto italiano : le divagazioni ammettono una gamma di tonalità comiche o parodistiche. Poiché la Cognizione del dolore alterna e sovrappone continuamente materiali linguistici e registri diversi, riproducendo il carattere stesso del suo protagonista. Gadda attinge a diverse lingue straniere (spagnolo, francese, tedesco), ma anche ai dialetti (milanese, napoletano); concede largo spazio ai latinismi e al latino classico, sfrutta i + diversi linguaggi settoriali o tecnici (come nell'ultima citazione la terminologia scientifica e quella storico- religiosa). L'italiano della Cognizione deve molto alla lingua rinascimentale di Machiavelli e Guicciardini, ma anche all'italiano dell'800 e a quello parlato contemporaneo. Questi molteplici materiali sono adibiti dall'autore all'interno di tre registri o toni stilistici principali, che già individuava nel Racconto italiano. Il primo, “umoristico”, è illustrato esemplarmente dalla pagina già citata sulle ville in Brianza e forma la struttura portante della scrittura gaddiana. Il secondo deriva dalla formazione filosofica dell'Ingegnere e della Cognizione è legato a riflessioni molto vicine alla psicoanalisi. La Cognizione del dolore ha un ruolo importantissimo. É infatti nel registro sublime e lirico che Gadda scrive le pagine centrali del romanzo, dedicate al rapporto fra il figlio e la madre, con un'accentuazione della letterarietà del pathos e insieme della selezione linguistica che avvicina

mentre la feroce caricatura dei borghesi non esclude l'amara coscienza della propria esclusione, della propria eccezione. Il tono, con sfumature più cupe e malinconiche, è vicinissimo ai disegni milanesi dell'Adalgisa. Il romanzo presenta questa visione attribuendola a Gonzalo, che medita solitario e immobile davanti alla povera cena servita dalla madre. È proprio il tema centrale del romanzo quello del tempo e della vita che continua, a indicare drammaticamente il ruolo negativo del protagonista. La madre, nel capitolo 5, pensa al figlio sopravvissuto come all'emblema della continuazione, simbolo della vita che nonostante tutto continua nella vicenda dell'amore e della famiglia: “questo nome le si posò lieve sull'animo”. Gonzalo invece, nel capitolo 7, rivela l'origine profonda dell'arte gaddiana e dichiara il suo rifiuto della continuità. Dolorosamente escluso dalla vita di tutti, egli patisce il doloroso isolamento di chi non accetta parvenze o maschere. La Torre d'Avorio, infine culmina il gesto di sfida della Cognizione del dolore: gesto letterario ma anche biografico e sull'anomalia della personalità gaddiana.

La madre e la casa

Gadda apre il capitolo 5 e la seconda parte del romanzo con la descrizione della madre sola nella casa, durante lo scatenarsi del temporale: prima “discesa nella paura” e nell'oscurità del sottoscala, poi risalita alla superficie dopo lo svanire del “nembo” e il ritorno del sereno, nelle “chiarità dolci e lontane del paese”. Sono pagine liriche scritte in stile alto, dove la figura della Signora diventa un vero e proprio archetipo, paragonabile alle Madri del secondo Faust goethiano; con la differenza che qui l'accento è sulla vecchiaia trascinata dal tempo, sul dissolvimento definitivo delle speranze nell'ultimo approdo della morte.. Il ritmo dell'inabissamento nel buio e della riemersione alla luce segna una morte e una rinascita, la fine di un ciclo e il ricominciamento di un'altra speranza vitale, con la madre che cede il posto ai figli nel susseguirsi delle generazioni. Il doloroso rapporto familiare e il nodo autobiografico si trasformano in un'immagine collettiva di vita e di morte che si lega all'infinita serie di figure letterarie che l'hanno preceduta. La madre, battuta dalla tempesta e straziata dal ricordo dei propri figli (quello morto e quello vivo) diventa una reincarnazione del Re Lear shakesperiano: “il volto, in quelle pause, le si pietrificava nell'angoscia: nessun battito dell'anima era + possibile: forse essa non era + la madre... non era + persona ma ombra... le mosche descrivevano pochi cerchi nella grande sala, davanti ai ritratti. Con una mano stanca si ravviava i capelli sbiancati dagli anni...”. Al pari del personaggio, nelle pagine gaddiane anche la casa diventa un archetipo: la sala coi vecchi ritratti e le orbite sempre uguali delle mosche segnano lo spazio del ricordo e del passato, dove si cristallizza il dramma familiare, dove il destino e il dolore si ripetono sempre uguali. L'intera vicenda del romanzo si svolge tra i muri di quella “casa abitata dal tarlo, nel fondo della campagna solitaria”: la sala, il terrazzo, la vecchia cucina col “cerchio della lucernetta a petrolio”, “le intravature spagnolesche” che la fanno somigliare a un bastimento che va “per il mare delle tenebre”; e il “giardino triangolare” col suo “cancello grande […] mezzo marcio” e il “piccolo cancello di ferro” sul retro, col muro di cinta “solo x la veduta”, semplice segno della proprietà. Nel capitolo 6 la villa, come la madre, diventa il bersaglio privilegiato delle feroci invettive di Gonzalo; invettive ambigue e bipolari, oscillanti fra il gesto distruttivo dell'iconoclasta e quello amoroso del cultore di reliquie:”quello le era bastato a scongiurare la disperazione, ad acculare al di là di ogni strazio e di ogni miseria, di ogni sdrucita maglia de' suoi bimbi, di ogni scampanìo, di ogni gloria, di ogni tenca, lo sporco sogghigno della morte. La Idea Matrice della villa se l'era appropriata quale organo rubente od entelechia prima consustanziale ai visceri, e però inalienabile dalla sacra interezza della persona.... durante 40 anni gli ormoni infaticabili della anagènesi: ciò che donna prende... quella felice ignoranza dell'abisso, del paracarro, sicchè d'un cetriolo arrivano a incoronar fuori un ingegnere […]”. Gadda aveva già scritto nel 1935-1936 un racconto, La casa , dedicato all'utopica costruzione di una casa: quell'abitazione propria che lo scrittore non volle mai possedere fino a oltre 50 anni di età, vagando x tutta la vita tra le camere di affitto, ma che qui diventa l'immaginario emblema di una

monade inviolabile e autosufficiente. Nella casa, infatti, “prende dimora il Silenzio” e si riafferma la libera negazione pronunciata da un soggetto separato dal mondo.la contropartita di queto racconto è il finale della Cognizione del dolore , che racconta precisamente la la violazione della casa da parte del mondo esterno, con il suo chiasso e le sue esalazioni che penetrano nel sacrario familiare trasformandolo in un caotico pasticcio. Gadda costruisce il suo romanzo in crescendo, mettendo in scena prima il custode della villa, il “peone” e poi raccontando nel capitolo 8 la storia del cavalier Trabatta e dei ladri penetrati nella sua villa, accanto ai Pirobutirro. Nel capitolo 9 si ripetono l'effrazione e il furto nella villa della signora, lasciata sola dal figlio durante la notte. Due giovanotti del paese, assoldati dal Trabatta come guardiani, sentono dei rumori sospetti nella villa vicina ed entrano in casa x controllare, dando poi l'allarme in paese. Sono allora i contadini a penetrare nello spazio della Madre e del Figlio, profanandolo insieme ai ricordi + sacri. E la folla, il disordine, il clamore animalesco, distruggono in un attimo il “signorile susurro” degli alberi, l'isolamento perfetto della casa, mentre Gadda alterna una volta di + il registro comico- grottesco e il registro lirico-aulico, quello del basso-corporeo e quello del sentimento + elevato. Gli intrusi scoprono infine la vecchia madre ferita nel suo letto, aggredita e quasi uccisa da uno sconosciuto. Su queste ferite e su questo sangue il romanzo si conclude, senza rivelare il nome del colpevole ma facendo aleggiare la possibilità che sia stato Gonzalo a colpire la Signora. Gadda regola così i conti col passato, col suo difficile rapporto familiare, con il rimorso straziante alla morte di Adele Lehr, in una sorta di sublimata confessione di colpevolezza:”gli occhi della signora, aperti, non lo guardarono, guardavano il nulla. Un orribile coagulo di sangue si era aggrumato, ancor vivo... 2 fili di sangue le colavano dalle narici... gli occhi erano dischiusi, la guancia destra tumefatta, la pelle lacerata, e anche sotto l'orbita orribile. Le 2 povere mani levate, scheletrite, parevano protese verso “gli altri” come in una difesa o in una implorazione estrema. Esse poi apparivano graffiate: macchie e sbavature di sangue erano sul guanciale e sul lembo del lenzuolo”. Questa figura di corpo ferito è legata ai “compagni morti”, alle atrocità belliche descritte nel Giornale di guerra e di prigionia, e richiama anche esplicitamente l'immagine del fratello Enrico, morto nell'incidente aereo del 1918. L'incarnazione femminile di questo fantasma funebre torna più spesso nella letteratura di Gadda, fino al culmine della Cognizione. La violenza sulla figura della madre sembra una sorta di rivalsa o compenso immaginario, di fronte al sadismo degli educatori o “cosiddetti genitori” che aveva oscurato gli anni dell'infanzia. Le accuse di Gadda alla severità materna percorrono tutte le sue pagine e culminano proprio nel capitolo 5 della Cognizione sul disamore o rifiuto di affetto di cui è stato vittima. Il tema, ispirato a un verso della quarta egloga virgiliana, è certo un mito personale o a una variazione su precedenti letterari ben collaudati ma è anche una reale ossessione biografica che attraversa tutta la carriera gaddiana. Ancora 20 anni dopo La cognizione del dolore, il punto culminante di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana sarà l'atroce eppur minuziosissima descrizione del cadavere di Liliana Balducci.